Recensione di “Una settimana di vacanza” di Christine Angot a cura di Lorenzo Spurio

Una settimana di sesso o di vacanza?

Un commento su “Una settimana di vacanza” di Christine Angot

  

A cura di Lorenzo Spurio

 

UnaSettimanaDiVacanzaNon conoscevo la scrittrice francese Christine Angot fino a che in una delle tante e-mail promozionali che le librerie on-line inviano, non ho visto la copertina di una sua opera: “Una settimana di vacanza”[1]. Mi colpì inizialmente la copertina nella quale si vede il viso angoloso di una donna –l’immagine fa pensare a una delle tante “demoiselles d’Avignon” del celebre quadro di Picasso dove dipinse le prostitute di un quartiere barcellonese. Della donna ritratta colpiscono gli occhi al centro, rivolti direttamente al lettore, sebbene la donna sia di profilo, il rossetto lucido e una macchia di sangue (sembrerebbe) non uniforme sulla gota della donna. Il titolo, “Una settimana di vacanza” non aiuta a sviscerare il significato della copertina e, come si vedrà, neppure il contenuto del romanzo.

Ci troviamo di fronte a un romanzo piuttosto breve che dal punto di vista tematico ha poco da narrare: si tratta di una settimana di vacanza di un uomo e donna dei quali non ci viene mai detto il nome. Escludiamo dal tipo di rapporto che hanno, e che ora vedremo, che si trattino di marito e moglie e anche di due fidanzatini; l’idea predominante che ci si fa leggendo la storia è che ci sia una qualche stortura nel rapporto tra i due, o per lo meno nel rapporto canonico uomo-donna come siamo soliti pensarlo. Lui è più anziano di lei ed ha un buon lavoro (vari elementi fanno pensare che sia un docente di linguistica presso una qualche università) che gli consente di vivere egregiamente dal punto di vista economico, è sposato e sembra non avere figli. Il rapporto coniugale sembra ormai essersi disfatto –anche se non viene detto- e questo può essere intuito dalle tante storie libertine che ha avuto con varie ragazze.

La narrazione è esterna, il narratore osserva le due persone da fuori come se stesse al di là del vetro e raccontasse tutto quello che vede, ma spesso interviene l’uomo soprattutto mediante una serie di domande, obblighi ed esortazioni alla donna affinché faccia qualcosa.

La donna, che in realtà è una ragazza, è giovane ed è ancora vergine e non ha mai voce nel corso di tutto il romanzo; l’uomo si rapporta continuamente a lei chiedendole favori sessuali, pratiche orali e la completa disponibilità a soddisfarlo. Viene da pensare che la ragazza sia minorenne e che proprio per questo motivo il tizio l’abbia portata con sé in un hotel, lontano da sguardi molesti. Questa idea viene avvalorata anche dal fatto che la ragazza sia “vergine” e in realtà potrebbe essere poco più di una bambina che si sottopone alle richieste dell’uomo senza comprenderle né mostrando forza nell’imporre un rifiuto. Se la ragazza è minorenne, l’uomo sta commettendo consapevolmente un reato; la ragazza non parla mai nel libro o, meglio, parla sempre attraverso la voce dell’uomo che ci dice cosa fa o non fa. In realtà è sempre disponibile a soddisfare l’uomo in ogni suo desiderio sessuale e si noti che l’atteggiamento dell’uomo dal punto di vista erotico è morboso e maniacale con ossessive e preoccupanti richieste (richieste-obblighi) di effettuare su di lui del sesso orale.

I sentimenti sembrano essere scansati via dalla stanza dell’albergo anche se l’uomo spesso –forse per addolcire la sua foga di predatore- dice di amarla e di non essersi mai sentito così coinvolto.  Tutta la narrazione è fondata sull’ossessione del blowjob, sulle richieste sempre più spinte e non condivise da un punto di vista mentale dalla controparte, dal libertinaggio sfrenato e dalla mancanza d’amore. Il sesso è espressione di pervertimento e di mania insaziabile che, avvenendo al di fuori delle leggi che sanciscono la normalità (il consenso del partner, la maggiore età del partner), inseriscono la storia all’interno del mondo della devianza che viene subita e che rimane sottaciuta. Il linguaggio è freddo, diretto, clinico, come se si leggesse con attenzione un elenco o un bugiardino medico, senza possibilità di accogliere empatia, calore, condivisione e, soprattutto, di dar voce alla controparte femminile.

La donna, che come abbiamo detto probabilmente è una ragazza nel suo processo di maturazione o, addirittura, (si spera di no) una ragazzina in età pre-puberale, non ha voce sia perché l’uomo non le consente di esprimersi, sia perché ha un’età così giovane che ancora non ha conoscenza del mondo e non sa come rapportarsi a quello che le viene richiesto di fare. Si noti l’incipit del romanzo, degno dell’ampia tradizione underground nella narrativa americana:

E’ seduto sulla tavoletta di legno bianco del water, la porta è rimasta socchiusa, ha un’erezione. Ridendo tra sé e sé, toglie dall’involto di carta una fetta di prosciutto cotto che hanno comprato insieme al minimarket del paese e se la posa sul pene. Lei è in corridoio, appena uscita tal bagno, cammina, sta andando verso la camera per vestirsi, lui la chiama, le dice di spingere la porta.

“Hai fatto colazione stamattina?  Non hai fame? Non vuoi un po’ di prosciutto?”

Lei s’inginocchia davanti, si piazza tra le gambe che lui ha aperto per accoglierla e prende con la bocca un pezzo di prosciutto, che mastica e poi inghiotte. (p. 9).

Nella stanza dell’hotel non si pensa altro che a rapporti sessuali prima orali, poi anali e infine vaginali, dopo tanta reticenza dell’uomo perché ossessionato dal fatto di non farle perdere la verginità tanto che al lettore possono dar noia, se non ci fosse qualche breve diversivo, come la lettura del libro “Cani perduti senza collare” di Gilbert Cesbron che spesso viene evocato.

La ripetitività dei rapporti erotici e la mancanza di una pluralità di voci che consenta di trasmettere una visione differenziata su quegli eventi o che metta in luce questioni, idee o interpretazioni sulle quali l’uomo possa controbattere, genera una certa monotonia dal punto di vista tematico ed è lo stesso uomo, colui che potremmo definire il “dolce aguzzino”, ad osservare:  “Non possiamo passare tutta la giornata nella toilet” (p. 20) con “nella toilet” l’uomo intende a far sesso orale in uno spazio piccolo e scomodo. Difatti si trasferiranno ben presto nella camera, sul letto e proseguiranno instancabili.

angotLa possibilità che lei sia una ragazzina è avvalorata anche dal fatto che lei non conosce molte cose, di sesso è completamente ignorante, ed è lui a spiegarle posizioni, come avviene la penetrazione etc; c’è, inoltre, anche un altro elemento, il fatto che l’uomo obblighi la ragazza a chiamarlo “papà” che fa pensare che ci sia una significativa differenza d’età tra i due.

Nel romanzo affiora più volte lo spettro della pedofilia, ma è solo una interpretazione, pure lecita, ma che non viene riconosciuta né sconfessata, a differenza di quanto ad esempio avveniva in “Lolita” di Nabokov dove la componente erotico-ossessiva non era slegata da un attaccamento emotivo con la ragazzina.

La ragazza è una persona debole, timida e fortemente titubante, elementi caratteriali che in quelle condizioni compromettono ulteriormente il livello di consapevolezza e di presa di decisioni: “Prima di rispondergli, per non fare errori, lei formula le frasi a mente. Al momento di lanciarsi per pronunciarla, però, s’impappina. Deve ricominciare da capo. […] Lei non sa più cosa voleva dire, si confonde, la frase diventa sempre più incomprensibile” (p. 47). La ragazza è sola, non comprende ciò che l’uomo le propone e l’assoggetta a fare e sembra addirittura aver paura delle sue reazioni per cui finisce per accontentarlo nei suoi desideri ai quali la ragazza si sottopone meccanicamente senza trarne piacere.

Il tema della differenza d’età è reso esplicito poi alcune pagine dopo, circa a metà dell’opera quando il “dolce aguzzino” la rimprovera duramente trattandola come una bambinetta (cosa che in realtà è): “Quanti anni hai? Non sai che il latte inacidisce? Cos’hai nella zucca? Non sai queste cose? Le sanno tutti” (p. 61). Forse la ragazza queste cose non le sa semplicemente perché è ancora una bambina e non ha la stessa esperienza del mondo che ha lui e soprattutto perché simili comportamenti sessuali sono o dovrebbero essere estranei dalle esigenze di un bambino. Poche pagine più avanti lui osserva sdegnato “Mi sembri proprio una bambina” (p. 70); “Piange. […] Le dice di  non gridare. […] Le dice che è ridicola. Che con quei grossi singhiozzi sembra proprio una bambina” (p. 92).

La storia erotica della coppia viene inserita all’interno di alcuni episodi della storia ufficiale che non concernono la Francia, il paese d’origine dell’autrice, ma la Spagna. Si parla della morte del dittatore Franco, che sappiamo essere avvenuta nel 1975 e dunque del suo funerale, della fine della dittatura e del traghettamento verso la Spagna democratica. Ancora una volta la ragazza non sa chi sia Franco (forse non sa nemmeno cosa sia la Spagna) e lui, il professorino, risponde seccato e maleducato all’atteggiamento d’incomprensione della ragazza nei confronti di ciò che accade in quei momenti nel mondo (in Spagna, in particolare): “Lei non sa chi sia” (p. 64).

Dopo quest’ampia analisi il lettore non deve però pensare che l’uomo sia un seduttore, né un tombeur de famme che ricerca ossessivamente il piacere carnale con la donna, in quanto come abbiamo detto, è probabile che nella sua “settimana di vacanza” si sia intrattenuto con una ragazzina e dunque sia un pedofilo e, addirittura, è poco convinto della sua sessualità quando veniamo a sapere che nel passato ha tentato anche un rapporto con un uomo: “Le racconta che un giorno è stato sul punto di fare un’esperienza omosessuale. Che alla fine l’esperienza non ha avuto luogo e lui se ne rammarica” (p. 65). Ci troviamo di fronte, dunque, una personalità camaleontica e poliedrica dal punto di vista delle preferenze sessuali, che giunge a diventare pericolosa e dalla quale prendere le distanze. Ovviamente questo viene fatto sulla base di una interpretazione personale che si dà della storia/degli eventi/dei personaggi, poiché la Angot è sempre attenta a non far trapelare di più di quello che potrebbe dire per veicolare al lettore la giusta interpretazione, cioè quella che lei intende inviare. Va ricordato a questo punto che la scrittrice ha spesso impiegato il sesso e la devianza nelle sue narrazioni quali metafora di sistemi di potere e di superiorità portati alle estreme conseguenze (il romanzo “L’incesto” del quale in Italia si è parlato poco e male, figura tra i libri “fuori catalogo” e dunque non ordinabili e questo non sarà un caso). Poiché quando si parla di sessualità e lo si fa in una maniera contorta, che coinvolge ma allo stesso tempo nausea, allora la condanna parte con una semplicità indicibile. “L’incesto” era tanto più fastidioso perché ispirato a dei motivi biografici dell’autrice, in particolare alla relazione incestuosa vissuta in età giovanile con il padre.

Quanto all’utilizzo della storia pubblica non ho compreso completamente perché la Angot inserisca la storia nella seconda metà degli anni ’70 alla vigilia della morte di Francisco Franco. Forse la dittatura, quale espressione di violenza, autorità e azzeramento delle libertà, è specchio allargato del rapporto di violenza e dominazione che contraddistingue l’uomo e la donna e il fatto che la Angot parli di fine della dittatura e quindi di ripristino della democrazia (anche se il processo sarà lento) può forse significare che la ragazza, dopo l’esperienza vissuta nella “settimana di vacanza”, si rifiuterà di accettare un’altra volta gli obblighi dell’uomo, manifestandosi donna totalmente libera di scegliere. Ma questo non accadrà come leggiamo poi nel finale del romanzo.

L’explicit è altrettanto ambiguo perché, non appena  la “settimana di vacanza” si conclude, i due si separano e l’uomo che sa che non potrà contare nei giorni successivi sulla sua sex-machine, è infastidito e turbato e mostra un atteggiamento sfuggente, inspiegabile e maleducato nei confronti della ragazza: “Le dice che è irritato, che lei è stata odiosa, che è assolutamente priva di tatto. Che dice cose al limite della maleducazione. […] Per il momento è irritato, in collera, preferisce stare solo anziché con una persona così priva di delicatezza che gli racconta di un sogno ingiurioso; che non può proprio sopportarla, non può vederla. Per un tempo indeterminato” (pp. 103-104). L’uomo è infuriato perché la ragazza ha osato prendere la parola, cosa che lui non ammette, e forse ha utilizzato un linguaggio colorito nel parlare in pubblico, linguaggio che lui stesso le ha insegnato e fatto sperimentare, ma che se viene usato in pubblico, per una persona “seria” e di rispetto come lui che è un professore, è inaccettabile.

L’orco è tale nella sua tana, ma una volta alla luce del giorno si veste di normalità e addirittura di pudicismo.

La ragazza che da bambina, e dunque vergine, esce da quella stanza dell’hotel donna, col caro prezzo scontato dell’abuso, avrà forse la vita rovinata. L’uomo, il “dolce aguzzino”, nella sua prossima vacanza, forse, rovinerà la vita a una nuova lolita e nessuno, ancora una volta, crescerà se non ci sarà un serio aiuto da parte della collettività nel far denunciare l’abuso subito alla ragazza o nel segnalare l’ossessione del sesso dell’uomo a un qualche specialista che possa tentare una forma di trattamento psicologica e sociale.

Però, è anche vero che la letteratura è una trasposizione della realtà, ma è anche un sogno, per cui forse la scrittrice ha fatto bene –anzi, benissimo- a non svelare le vere pieghe della storia perché in questo modo il lettore avrebbe demonizzato semplicisticamente l’uomo come “aguzzino” e la ragazza come “preda”; proprio per questo, per l’incertezza di fondo che aleggia volutamente sulla storia che comunque sa di strano e di perverso, ho nominato l’uomo un “dolce aguzzino”, c’è chiaramente del detto e del non detto.

Come ho avuto modo di osservare in un precedente articolo, la letteratura può essere immagine della realtà, ma non sarà mai la realtà e proprio per questo motivo nel romanzo possiamo benissimo fare a meno di un sistema correttivo della psicologia malata o di sostegno per la ragazza, perché in fondo sono creature letterarie e il compito del romanzo non è certo quello di trasmettere una critica al machismo, ingrediente della cultura patriarcale della Spagna a cui si fa riferimento.

I Nostri sono creature letterarie, sembianze di finzione e come tali l’autore deve percepirle, adottarle e analizzarle, esimendosi di condannare le lubriche azioni dell’uomo e la freddezza della Angot nel narrare una materia complicata e che ancora oggi, a trent’otto anni dal tempo della storia di questo plot, può dar fastidio o addirittura far ribrezzo.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

Jesi, 31 Luglio 2013

 

 

Una settimana di vancanza

Di Christine Angot

Guanda, 2013

Pagine: 105

ISBN: 9788823504127

Costo: 13 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 


[1] Christine Angot, Una settimana di vacanza, Parma, Guanda, 2013.

La rivista “El Ghibli” festeggia i dieci anni d’attività: il programma

El Ghibli-2

2003 – 2013

La rivista “El Ghibli”

compie dieci anni

 

Convegno

L’ibridazione è possibile

Sabato 15 giugno 2013

 

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Novunque

spettacolo della

Compagnia delle poete

Domenica 16 giugno 2013

 

Novunque

ombre per ogni nostro altrove

di Cristina Gentile

Mostra di disegni visitabile negli

orari di apertura della biblioteca

8 – 22 giugno 2013

 

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20 anni di collaborazione tra la

Biblioteca Dergano-Bovisa e il

Centro Culturale Multietnico La Tenda

all’insegna della letteratura della migrazione

Convegno

L’ibridazione è possibile

 

Sabato 15 giugno 2013

dalle ore 16.00 alle 23.00

 

PROGRAMMA

 

16.00   letture a cura di bovisateatro

 

Ore 16.15   Introduzione e saluti istituzionali

Francesco Cosenza, Responsabile Biblioteca

Pap Khouma, direttore della rivista El Ghibli

Daniela Benelli, Assessore Area metropolitana

Beatrice Uguccioni, Presidente del CdZ 9

 

Coordina Raffaele Taddeo, Presidente

del Centro Culturale Multietnico La Tenda

 

16.30   Silvia Camilotti (Università Ca’ Foscari Venezia)

Il guaio dell’essere diverso? Metamorfosi di un burattino

 

16.45   Raffaella Bianchi (Assistant Professor in Political Science Suleyman Şah Universitesi, Istanbul, Turchia)

I discorsi di cuori migranti in Italia: la rappresentazione dell’amore nei racconti degli scrittori migranti, pubblicati da El Ghibli

 

17.00   Itala Vivan (Università degli Studi di Milano)

Ibridazione culturale e musei contemporanei

 

17.15   Duccio Demetrio (fondatore e direttore

scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari)

Le scritture della migrazione: una nuova letteratura

 

Ore 17.30 miniconcerto del

Duo Calycanthus, soprano Dan Shen,

pianoforte Luigi Marzola

18.00   Wu Ming 2 (scrittore)

Alla ricerca di una scrittura meticcia: lingue, trame, autori collettivi

 

18.15   Ugo Fracassa (Uniroma 3)

Colore glocale. Forme, lingue e istituzioni della letteratura italiana multiculturale

 

18.30   Graziella Parati (Dartmouth College Hanover, New Hampshire, USA)

Vale ancora la pena parlare di ibridazione?

 

18.45   interventi del pubblico

19.15   buffet

 

20.15   Comitato editoriale 1^ parte

Interventi di Pap Khouma, Kossi Komla Ebri, Mia Lecomte, Mihai Mircea Butcovan

 

20.45   breve stacco musicale con Luca Baticci al pianoforte e Luca Romani al violino

 

21.00   Comitato editoriale 2^ parte

Interventi di Andrea Sirotti, Adrian Bravi, Barbara Pumhösel

 

21.15    performance di Gabriella Ghermandi

 

21.45   reading di Laura Fusco

 

22.00   reading di Adele Desideri

 

22.10   letture a cura di bovisateatro

 

 

 

 

 

Biblioteca Rionale Dergano-Bovisa

Via Baldinucci 76

20158 Milano

Info: 02.88465807

 

Tram 2, autobus 82, 90, 92,

FNM-Bovisa, MM3 Dergano

Ingresso libero

“Poeti e aforisti in Finlandia” di AA.VV.

POETI E AFORISTI IN FINLANDIA di AA.VV.

a cura di F. Caramagna e G. Gavioli

traduzioni di L. Casati e A. Parente e una nota di P. Loikala

edizioni del Foglio Clandestino

240 pagg. – 14 euro – isbn 978-88-905434-3-2

 

 

imagesIl libro racchiude poesie e aforismi di 14 autori finlandesi (accompagnati dal testo in lingua originale).

Il progetto editoriale ha ottenuto il Patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia.

Questo volume, una vera novità nel panorama editoriale nazionale, presenta la traduzione italiana di liriche e aforismi finlandesi moderni dal dopoguerra fino ai giorni nostri. La raccolta propone l’idea di una cultura e di una lingua molto diverse da quelle del resto dell’Europa. Proviene infatti da un mondo arcaico e misterioso che riflette l’anima di un popolo vissuto da sempre a stretto contatto con la natura e i suoi fenomeni.

Il mistero delle sue origini e la musicalità della sua lingua, tramandata oralmente per generazioni, ci comunica sensazioni come quelle provate dai primi viaggiatori giunti all’Ultima Thule, dove il cielo e la terra si toccano. Il vento si muove nell’oscurità tra gli alberi in questa terra dove, nel freddo, nel silenzio e nella solitudine, nascono sentimenti che penetrano nell’animo. Ci troviamo davanti a una poesia essenziale, fatta di amore e di presagi di morte insieme, davanti ad un’espressione letteraria tutta da scoprire.

Paula Loikala

Fabrizio Caramagna – (Torino, 1969). studioso e scrittore di aforismi. Dirige il sito ‘Aforisticamente’, laboratorio di letture e scritture

sull’aforisma contemporaneo, ed è uno dei soci fondatori dell’‘Associazione Italiana per l’Aforisma’.

Gilberto Gavioli – (Milano, 1966) coordina, dal 1993, la redazione dell’aperiodico letterario Il Foglio Clandestino e dal 2005 le omonime

edizioni che pubblicano narrativa breve e poesia.

Laura Casati – (Firenze, 1976) vive a Jyväskylä dove è docente di italiano.

Antonio Parente – (Caserta, 1964) traduce testi letterari dal finlandese e dal ceco.

“Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, recensione di Anna Maria Balzano

Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk
Einaudi, Torino, 2005
Costo: 10,12 €
Pagine: 450
 
Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

copIl grande valore di questo romanzo “Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, risiede nel suo contenuto ideologico e politico.

La vicenda ha luogo nella Istanbul del 1500, dove nell’ambiente dei miniaturisti del Sultano avvengono feroci assassinii. La trama, tuttavia, fa solo da sfondo ad un tema  più ampio e complesso quale il dibattito più che mai attuale sull’adesione della Turchia ai valori e ai principi della civiltà europea.

L’originalità dell’opera di Pamuk  appare evidente anche nella struttura stessa del romanzo in cui ogni capitolo è affidato alla narrazione di un personaggio diverso, creando in questo modo una molteplicità di punti di vista.

Tutta la storia si dipana intorno all’arte della miniatura, alla tecnica pittorica, all’abilità dei miniaturisti, al loro sacrificio fisico e umano teso solo alla realizzazione di opere di grande pregio che possano essere gradite al Sultano. I personaggi in realtà diventano addirittura secondari, di fronte alla grande e vera protagonista che è la miniatura stessa. In questa prospettiva si possono meglio comprendere i capitoli narrati non solo dai miniaturisti, ma anche dagli elementi rappresentati nelle loro opere, come il cane e l’albero. Alle soglie del diciassettesimo secolo, epoca  in cui l’arte in Europa sta raggiungendo il suo massimo splendore, in Turchia ci si pone il quesito se sia più giusto dipingere secondo il metodo occidentale, che ritrae la realtà, così come viene vista da occhio umano, o non sia più giusto conservare il metodo tradizionale, che suggerisce all’artista di riprodurre ciò che egli vede con gli occhi della mente, quelli, per essere più precisi, che gli vengono donati da Allah, allo scopo di conservare tutta l’originalità e le tradizioni della propria terra. È palese il timore che la pittura europea possa spazzare via tutti i significati dell’arte e della cultura ottomana.

Pamuk affronta questo tema problematico  in un momento in cui la Turchia si dibatte tra la spinta verso l’occidentalizzazione e il freno costituito dai movimenti più conservatori e tradizionalisti.

Sin dai tempi della modernizzazione iniziata da Kemal Ataturk, nel 1923, La Turchia ha mostrato una certa esitazione a completare la sua occidentalizzazione in cui si potrebbe vedere il rischio di perdere la propria identità.

Nel romanzo di Pamuk, sono dunque quei miniaturisti che operano secondo i modelli europei che trovano la morte: omicidi che possono essere considerati un  estremo tentativo di conservare lo status quo.

Lo stesso problema visto dalla sponda europea, d’altra parte, porta a valutazioni di tipo del tutto diverso, in quanto l’Europa non può accettare nel suo consesso paesi in cui ancora esistano tortura e pena di morte.  

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

“Tsugumi” di Banana Yoshimoto, recensione di Lorenzo Spurio

Tsugumi
di Banana Yoshimoto
Feltrinelli, Milano, 2002
ISBN: 9788807812941
Pagine: 158
Costo: 6,20 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La vita è una recita, pensai. Anche se il significato è esattamente lo stesso, rispetto alla parola illusione mi sembrava che fosse più vicina (37).

 

trBanana Yoshimito è una scrittrice giapponese la cui presenza ho sempre notato nelle librerie come pure tra gli scaffali dei libri di mia sorella. Una autrice alla quale, però, non ho mai dedicato troppo tempo, senza giungere mai ad aprire un suo libro con una certa convinzione. Ma siccome c’è un tempo per ciascuna cosa, finalmente sono riuscito a leggere qualcosa di lei. Non il romanzo d’esordio, Kitchen, che pure mi appresterò a leggere dopo questa prima lettura, ma Tsugumi. Si tratta del romanzo pubblicato nel 1989 e quello che, assieme a Kitchen, le garantì una certa notorietà. In Italia tutti i suoi libri sono stati tradotti da Feltrinelli.

Tsugumi, piuttosto che la storia del personaggio femminile di Tsugumi, è la storia di Maria, sua cugina, che ci racconta della sua adolescenza trascorsa in compagnia degli zii e delle cugine Tsugumi e Yoko in riva al mare nella provincia giapponese di Izu. In questo racconto è centrale il ricordo della cugina Tsugumi, del comportamento a tratti incomprensibile a tratti sgarbato, con la quale Maria riesce comunque a diventare amica, accettando il suo comportamento poco compiacente: “Tsugumi era cattiva, maleducata, sboccata, capricciosa, viziata, sleale. Godeva nel dire alle persone, senza mezzi termini, con dovizia di particolari e con un tempismo perfetto, quello che li faceva arrabbiare di più. Era proprio una serpe” (11).

La lettura fluida e il linguaggio semplice e pacato consentono di seguire la storia con tranquillità; non ci sono veri e propri momenti clou o epifanie, tanto che il ritmo è pressocchè sempre lo stesso, senza cadere mai nella noia o nel banale. Il tessuto di questo romanzo è costituito da un miscuglio di sentimenti quali l’amore per la propria terra, l’amicizia, l’amore e il ricordo che spesso viene evocato in maniera nostalgica, altre volte con più leggerezza tanto da fondersi al presente della storia. La stessa autrice in una nota al libro ha confessato: “Se per caso io o qualcuno della mia famiglia dovessimo perdere la memoria, ci basterebbe leggere questo libro per riuscire a ricordare quel luogo. Tsugumi sono io” (p.153). Ecco spiegato il motivo di questa narrativa dettagliata, visuale e al contempo molto olfattiva: stendere sulla carta quella storia –dai motivi chiaramente autobiografici per l’autrice- è sinonimo di un ricordo perenne, che mai verrà perso con il passare del tempo. Banana Yoshimoto cristallizza, così, momenti sulla carta per non dover temere di vederli un giorno sfumare dalla sua mente. E questo è ovviamente un procedimento che presuppone una sensibilità molto profonda, un forte attaccamento alle nostre esperienze –sia positive che negative-, una continua lotta con il tempo che, in ultima battuta, è l’unico sconfitto.

La protagonista, Maria, dopo un periodo trascorso con la madre a casa degli zii e delle cugine nella residenza di Yamamoto, si trasferisce con i suoi genitori a Tokyo dove si iscrive all’università. La capitale nipponica, che può essere visto come motivo di eccitazione e apertura a un nuovo mondo, è vissuto da Maria, almeno inizialmente, in maniera non molto semplice: è troppo forte il carico di emozioni che la lega ancora alla casa di Yamamoto e a quel contesto familiare allargato e il mare (in realtà l’oceano), che sempre ha caratterizzato le sue giornate, non c’è più. La mancanza della visione del mare per una persona che ha sempre vissuto a contatto con quell’ambiente può rivelarsi dura e traumatica, come è per Maria.

DiscoveriesDi Tsugumi il lettore fa difficoltà a comprendere l’atteggiamento scostante, cinico e ribelle nei confronti di Maria e di tutta la famiglia. Maria inizialmente non la comprende e ci sta male, mentre gli altri hanno ormai imparato ad accettare Tsugumi per com’è anche se a volte può risultare irritante e fastidiosa. Ma tra le righe fa capolino anche l’ossessivo pensiero della morte che Tsugumi ha, motivato dalla sua malattia che l’ha sempre resa debole e cagionevole, sebbene non venga chiarita quale possa essere. Potrebbe trattarsi di anoressia o di un altro disturbo alimentare o di una qualsiasi altra malattia progressiva: al lettore non è dato sapere, ma potrebbe essere visto nel suo tortuoso pensiero di morire il motivo di tanta gratuita cattiveria: “Tsugumi era cresciuta con dei gravissimi problemi di salute, ma mai, nessuno per scherzo, aveva detto dove o quanto male provasse. Scaricava la propria rabbia chiudendosi in un silenzio assoluto oppure offendendo le persone” (51).

Bananna Yoshimoto ci fa respirare l’odore del mare, insegnandoci che esso è diverso a seconda di quale sia la stagione, ma soprattutto che muta con il mutare della sensibilità dei personaggi: Tsugumi dice che preferirebbe andare a Tokyo, mentre Maria è dubbiosa e dovendo lasciare quel posto dominato dalla presenza del mare, si sente come un’orfana: “E’ inevitabile perdere qualcosa, quando se ne ottiene un’altra. E tu ti lamenti proprio adesso che finalmente potrai vivere con i tuoi sotto lo stesso tetto? […] Cosa vuoi che sia il mare a confronto! Sei proprio una bambina” (27). La scrittrice narra della nostalgia del mare, sentimento che credo potrà essere meglio compreso da ciascun isolano o abitante di un città di una qualche costa. Il paese del Sol Levante, la cui cultura e letteratura conosciamo troppo poco, è vivo nei riferimenti alla cucina nipponica (sushi, tashimi, senbei), all’architettura della casa (fusuma) e ad altre terminologie che non permettono una sintetica traduzione dei lemmi nella nostra lingua se non una definizione descrittiva che nell’edizione in lingua italiana è presente nell’apparato finale a mo’ di glossario.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 22-01-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“K L’arte dell’amore” di Hong Ying, recensione di Rita Barbieri

K, L’arte dell’amore
di Hong Ying
Traduzione di B. Bagliano
Garzanti, Milano, 2007
Pagine: 222

Recensione di RITA BARBIERI

Nella creazione di un romanzo credo si debba seguire un unico criterio di base: un romanzo dovrebbe essere ‘una buona storia ben raccontata’ (…)” (1)

copQuesto romanzo dell’autrice cinese Hong Ying, pubblicato in Italia per la prima volta nel 2005, prende spunto da una storia realmente accaduta. La scrittrice, nella postfazione al libro, che negli anni ’80, periodo in cui in Cina si svilupparono numerose correnti letterarie, avanguardie e nuove tendenze stilistiche sull’onda anche dell’influenza della letteratura occidentale, aveva iniziato per curiosità a frequentare numerosi circoli letterari clandestini e ufficiali.

Continua a leggere la recensione cliccando qui.

“Cecità” di José Saramago, recensione di Anna Maria Balzano

Cecità

di Josè Saramago

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

sCredo che a buon diritto Cecità di Josè Saramago possa essere definito  romanzo dell’assurdo, come lo fu La peste  di Camus.

Iniziamo con l’analizzare il titolo: è significativa la scelta di un sostantivo astratto, che, nell’uso assoluto che ne fa l’autore, libero cioè da qualsiasi articolo che aggiunga una connotazione al termine, si impone, attraverso il suo significato,come una condizione propria a tutto il genere umano, una sorta di categoria dello spirito.

Immediatamente dopo un breve primo paragrafo scritto in uno stile tradizionale, Saramago stravolge ogni regola e comincia ad accorpare le frasi, dando ad esse solo delle pause logiche segnate dalle maiuscole, con una tecnica del tutto simile a quella del flusso di coscienza la cui massima espressione è il monologo di Molly Bloom nell’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce. Nell’opera di Saramago il pensiero del singolo si fa tutt’uno col dialogo tra i personaggi, creando, attraverso l’espressione verbale, l’esatta idea del caos esistente nel mondo: d’altra parte i personaggi stessi non si distinguono per il loro nome, ma solo per alcune connotazioni fisiche o sociali. Così ci troviamo di fronte al medico, alla moglie del medico, al ragazzino dall’occhio strabico, alla ragazza dagli occhiali scuri e via dicendo.  La perdita di identità è dunque uno dei temi fondamentali di questo romanzo: la vicenda descritta riguarda Ognuno, una sorta di Everyman della tradizione medievale, riguarda l’Uomo e non il singolo. Tutti dunque si trovano nella tragica condizione di cecità, ad eccezione della moglie del medico. E questo, a mio avviso, è un’altra scelta significativa dell’autore, perché solo a lei, a questa donna dotata di coraggio, di generosità e di senso di solidarietà verso il prossimo, è affidato il compito di dare testimonianza di ciò che ha visto e di ciò che è accaduto. La sua funzione non è diversa da quella che Melville attribuì a Ishmael nel suo Moby Dick: solo Ishmael potrà raccontare l’avventura tragica di Achab e della balena bianca e lasciare al lettore la libertà di coglierne il significato simbolico attraverso la forza della parola.

La cecità, dunque, che dilaga come un’epidemia, porta alla luce la parte bestiale e primitiva dell’uomo messo a nudo e privato di ogni condizionamento civile. Violenza e prevaricazione schiacciano i più deboli, abusi di ogni tipo si effettuano in un manicomio dismesso trasformato in lager. Non si può non rilevare, in questo contesto, il chiaro significato politico dell’opera.

Come nei convogli della morte e nei lager nazisti, l’uomo perde totalmente la sua dignità, si trova immerso nei suoi escrementi, che diventano quasi un’estensione del suo corpo. In queste condizioni l’orrore si sostituisce alla normalità, il fetore all’odore, l’atto sessuale diventa perversione e la diffidenza e l’odio si diffondono persino tra le stesse vittime, tra coloro cioè che condividono una sorte sciagurata e malvagia. In questa prospettiva il linguaggio che crea le scene dei ciechi che camminano in fila indiana avendo come riferimento  strisce di stoffa che fungono da guida, suscita lo stesso raccapriccio e sconcerto che suscita l’immagine pittorica ne La parabola dei ciechi di Pieter Bruegel.

La cecità, d’altronde, è l’unica condizione, nel mondo di Saramago, per giungere alla conoscenza, proprio come lo fu la peste per gli abitanti di Orano nel romanzo di Camus. Non possiamo non ricordare, a questo punto, che nella tradizione classica, sono proprio i ciechi, quelli che “vedono” realmente: da Omero a Tiresia a Edipo. Si consideri l’interpretazione di Pier Paolo Pasolini del mito di Edipo: qui la cecità è  espiazione e riscatto per l’uomo di ieri come per quello di oggi. L’Edipo di Pasolini nasce negli anni venti, vive nell’antica Tebe e muore nella Bologna degli anni sessanta. Nulla di più efficace per esprimere il concetto che questa condizione di morte in vita non appartiene a un’epoca ma è insita nel cuore degli uomini finché non siano essi stessi a prenderne coscienza e a superarla.

ANNA MARIA BALZANO

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“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Anna Maria Balzano

Sorgo Rosso di Mo Yan (premio Nobel 2012)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

8806178520Non è semplice per chi ha una visione eurocentrica del mondo, sia pure scevra da pregiudizi e aperta allo studio e all’analisi di culture diverse,  cogliere le sfumature e i significati reconditi di un’opera come Sorgo Rosso di Mo Yan.

Siamo di fronte a un romanzo epico, la cui struttura si basa sulla divisione in cinque libri, Sorgo Rosso, Vino di sorgo, Le vie dei cani, Il funerale del sorgo, Pelli di cane, ognuno dei quali è quasi un romanzo a se stante. La scelta di dividere l’opera in libri, all’interno dei quali vi è un’ulteriore suddivisione in capitoli, rispetta i canoni dell’epica classica: si pensi anche solo all’Iliade, all’Odissea e all’Eneide. D’altra parte come nei poemi greci e latini si raccontavano le gesta eroiche, i miti, le tradizioni dei popoli e delle genti, al fine di conservarne e tramandarne la storia e la civiltà, così in questo romanzo contemporaneo, si raccontano le vicende di una famiglia e dei suoi componenti  sullo sfondo di fatti storici reali, arricchiti e integrati da storie tratte dalla tradizione popolare, spesso esagerati per la presenza di superstiziose credenze e di fobie materializzate.

Il racconto è affidato all’ultimo discendente che in prima persona rievoca la vita e le esperienze dei suoi avi. La progressione narrativa non è lineare, ma si svolge attraverso numerose digressioni che riportano al passato e proiettano continuamente nel futuro. Così vediamo che personaggi di cui si descrive la morte già nei primi capitoli, ritornano continuamente, per vivere e morire di nuovo. E’ il caso dello zio Liu, scorticato vivo, o della nonna del narratore.

Più che ad una progressione temporale orizzontale, dunque, qui siamo di fronte ad una progressione verticale, come se l’autore avesse scelto di creare dei bozzetti, degli studi, con tecnica pittorica, componendo dei veri e propri quadri, delle scene, per poi poter raggiungere una sintesi finale, nell’assemblaggio delle varie parti.

Ogni parte, dunque, ha la caratteristica di un romanzo nel romanzo.

Non ci è ovviamente possibile apprezzare le sfumature linguistiche, senza conoscere la versione originale dell’opera, ma se, come lo stesso autore ha dichiarato, l’intento è stato quello di usare un cinese classico contaminato da termini derivati da lingue occidentali, l’opera di sintesi compiuta appare ancora più ardua e ambiziosa.

Tra i personaggi sono di grande spicco quelli femminili: la nonna, che appare risoluta e emancipata, pur provenendo da una società contadina arretrata, fa scelte personali autonome e dalle parole del narratore traspare tutta la sua ammirazione. Anche la seconda nonna di cui si sottolineano maggiormente le qualità estetiche appare come un’eroina ed è vittima degli avvenimenti tragici che la travolgono. 

Il bandito Yu Zhan’ao, ora eroe, ora vile, ora combattente in difesa del proprio paese, viene descritto talora con ironia, talora con tacita disapprovazione.

Sullo sfondo del racconto, o meglio dei racconti, vi è sempre l’elemento naturale: il sorgo rosso è il letto su cui si concepisce la vita, su cui si nasce e su cui si muore. La natura è vista nella sua dimensione idillica e al tempo stesso crudele.

L’elemento animale è altrettanto polivalente: il cane è il fedele amico, ma è anche il feroce attaccante pronto a sbranare, a mangiare il cadavere dell’uomo, per finire esso stesso pasto per i poveri e gli affamati e la sua pelle servirà a coprire dal freddo. Il mulo è ora il mezzo di trasporto affidabile, ora l’ottusa e recalcitrante bestia, ostacolo alla salvezza del padrone. In questa evidente complessità narrativa si innestano i riti e le tradizioni del popolo cinese: il rito del matrimonio, con il trasporto della sposa sulla portantina, e il rito del funerale, raccontato in più riprese; se si tiene conto degli sconvolgimenti sociali e politici che il popolo cinese ha subito nel ventesimo secolo, si capisce come anche questi riti siano radicalmente cambiati, a volte siano stati persino soppressi.

Ciò che colpisce in questo romanzo è come tutta l’azione si svolga prevalentemente all’esterno e non siano presenti descrizioni d’interni: questo conferisce maggiore spessore alla narrazione epica. Non mancano episodi ansiogeni e claustrofobici, come quello in cui si descrive l’esperienza di colei che diventerà la madre del narratore abbandonata con il fratello dai genitori in fondo ad un pozzo perché possano sfuggire alla violenza del nemico. Un racconto che, per l’atmosfera che crea, ricorda molto da vicino “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe.

Il premio Nobel conferito a Mo Yan è motivato dal “magico realismo che mescola racconti popolari, storia e contemporaneità”, per cui qualcuno ha voluto accostarlo a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Le due opere, però, sono, a mio avviso, molto lontane, soprattutto per la visione e la concezione del mondo totalmente diverse, visione più cruda e pessimistica in Mo Yan, più leggera e fantastica, pur nel suo profondo significato, in Marquez. 

DI ANNA MARIA BALZANO

 

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Discorso di Mo Yan alla consegna del premio Nobel per la letteratura 2012

foto (1)Distinti membri dell’Accademia di Svezia, Signore e Signori:

Immagino che attraverso la televisione e internet vi siate fatti almeno una vaga idea della lontana zona nordorientale di Gaomi. Magari avete visto mio padre novantenne, come avrete visto i miei fratelli, mia sorella, mia moglie e mia figlia, persino mia nipote che adesso ha un anno e quattro mesi. Ma la persona a cui penso di più in questo momento, mia madre, non la vedrete mai. Molti hanno condiviso con me l’onore di questo premio, tutti ma non lei.

Mia madre nacque nel 1922 e morì nel 1994. La seppellimmo in un pescheto a est del villaggio. L’anno scorso siamo stati costretti a spostare la tomba ancora più lontano dal villaggio per far posto alla costruzione di una linea ferroviaria. Quando abbiamo aperto la tomba abbiamo visto che la bara era marcita e il suo corpo si era fatto uno con la terra umida che lo circondava. Così abbiamo raccolto un po’ di quella terra, un atto simbolico, e l’abbiamo portata nel nuovo luogo di sepoltura. In quel momento mi sono reso conto che mia madre è diventata parte della terra, e ogni volta che, in piedi sulla terra, io racconto una storia, è a mia madre che mi rivolgo.

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“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Rita Barbieri

Sorgo rosso

di Mo Yan

Torino, Einaudi, 2005

ISBN: 8806178520

Costo: 13,50 €

Recensione di RITA BARBIERI

 

“-Il sorgo è diventato rosso…i giapponesi sono arrivati… compatrioti preparatevi a combattere… con fucili e cannoni-“

 

Recentissima la notizia dell’attribuzione del Nobel per la letteratura a Mo Yan, uno dei più importanti scrittori cinesi contemporanei. In realtà giàGao Xingjian, autore di origine cinese ma con cittadinanza francese, aveva vinto lo stesso premio nel 2000.

Sorgo Rosso, di Mo YanMo Yan, pseudonimo che significa “senza parole/colui che non parla”, è il nome d’arte di Guan Moye, nato 57 anni fa nel villaggio rurale di Gaomi:

“Ho amato profondamente la zona a nord-est di Gaomi, e l’ho odiata profondamente. Divenuto adulto mi sono immerso nello studio del marxismo e ho capito che è senza dubbio il posto più bello e più orribile del mondo, il più insolito e il più comune, il più puro e il più corrotto, il più eroico e il più vile, il paese dei più grandi bevitori e dei migliori amanti.” (1)

È proprio a Gaomi che Mo Yan ambienta il suo romanzo più intenso e famoso: “Sorgo Rosso” (Hong gaoliang), storia epica e al contempo realistica di una famiglia e di un paese in un periodo storico sanguinoso e violento che va dagli anni ’20 agli anni ’70, passando attraverso la fase cruenta dell’invasione giapponese.

 

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