“Segnaletica cinese lungo la strada verso Roma” di Rita Barbieri

Tre città, tre decenni e una ragazza che diventa donna. Lanbo ha poco più di vent’anni quando lascia la Cina per trasferirsi a Parigi. L’Europa ai suoi occhi di orientale ha mille colori (e alcune ombre). Sarà un nuovo amore che la porterà fino a Roma, dove tutt’ora vive e lavora. Per l’integrazione.

Ci aveva già provato con “La strada verso Roma“. Se l’era pubblicato con i pochi mezzi che aveva e oggi esce per un editore un po’ più conosciuto (Barbera) e con un altro titolo. In ogni caso è il primo romanzo scritto direttamente in italiano da un’autrice cinese. Si tratta di un romanzo autobiografico che ripercorre, in maniera intensa e commovente, le tappe più significative della vita dell’autrice, Hu Lanbo. 

Oggi la parola ‘successo’ ha assunto per me un altro significato: penso che il fatto di vivere secondo le mie idee, e di poter rappresentare una nuova immagine della donna cinese all’estero, un’immagine di donna coraggiosa, indipendente e cosmopolita, costituisca per me un grande successo.

“Tenere a bada la pantera identitaria” – Una riflessione sul concetto di identità, a cura di Lorenzo Spurio

di LORENZO SPURIO

 

 

“L’intera umanità non è fatta d’altro che di casi particolari, la vita è creatrice di differenze, e se c’è “riproduzione”, non è mai in maniera identica” (p. 26).

 

 

Questo scritto-analisi a continuazione è ispirato alla lettura dell’interessante saggio di Amin Maalouf intitolato “L’identità” che venne pubblicato per la prima volta in Italia nel 1999. L’edizione alla quale mi riferisco e dalla quale sono tratte le citazioni è Amin Maalouf, “L’identità”, Milano, Bompiani, 2009. La riflessione che di seguito viene fatta sulla centralità del tema dell’identità con le conseguenti spiegazioni di carattere storico-politico-religioso sull’animosità tra nazioni, razze o religioni, serve inoltre per affrontare tematiche importanti e di dominio pubblico nella nostra attualità quali l’internazionalismo, l’intercultura, la cooperazione e la fratellanza tra paesi stranieri, l’affratellamento, l’integrazione o al contrario, fenomeni meno positivi quali la disintegrazione, l’omofobia, la violenza, la supremazia, la segregazione e così via.

L’intera dissertazione parte dall’idea che secondo Maalouf ogni persona ha sì una sua identità, ma essa stessa è a sua volta una “identità composta” che differenzia ad esempio un italiano dall’altro[1], parafrasando potremmo chiamare in causa Pirandello che con i suoi romanzi e commedie ha messo in scena proprio la complessità e allo stesso tempo la fragilità dell’identità umana. O addirittura si potrebbe far riferimento alla nascita di una corrente filosofica, l’esistenzialismo, che fa dell’analisi ripiegata sul sé la ragione primaria. Ma senza dover necessariamente citare gli altri per esemplificare un concetto, credo che il testo di Maalouf possa dar adito a una serie di riflessioni su temi cruciali per il quieto vivere e d’interesse globale.

Amin Maalouf, scrittore e saggista di origini libanesi, nel saggio  “L’identità” traccia in maniera teorica quelle che sono le basi per l’integrazione sociale, la spiegazione del contrasto tra Occidente e Oriente, l’animosità tra culture, lingue ed etnie diverse facendo spesso riferimento a particolari e dettagliati momenti storici dell’umanità (guerre, contrasti per lo più). L’intera indagine è volta a sondare quelle che sono le “apparenti insanabili” differenze tra l’io (o il noi) e l’altro. Il bisogno di riconoscere e di manifestare un’identità nasce, infatti, proprio dalla necessità di auto-differenziarsi, di descriversi, di tipicizzarsi e questo processo porta necessariamente a una comparazione con altre “auto-differenziazioni”. Se possiamo definirci italiani ad esempio, oltre alla grande ragione dell’unità d’Italia dei vari territori, è perché esiste un qualcosa esterno che non è Italia… la Francia, la Spagna o l’America ad esempio. Sono luoghi (nazioni per la precisione) che non sono Italia perché non hanno la lingua, la cultura, le tradizioni e le problematiche italiane. Ovviamente questo discorso può essere fatto all’incontrario e da ogni angolazione venga fatto risulterà valido e sensato.

Malaaouf nel saggio dice di più: ci fa intendere che è necessario partire dalla religione (dalle grandi religioni monoteistiche) per comprendere a pieno quelle che sono le culture presenti nel mondo –presenti e passate, vive o morte, maggioritarie o minoritarie, riconosciute o segregate.

L’animosità dunque tra cattolici e islamici, che tante volte viene richiamata dalla Stampa italiana o internazionale in occasione di tragici episodi deve, forse, essere rintracciata nel pensiero stesso dei due credo. Ma come hanno osservato in tanti nel corso della storia –studiosi, critici, religiosi- nessuna delle due religioni ha in sé qualcosa di negativo o di violento e laddove questo è presente è una cattiva, erronea, personalistica e pretestuosa interpretazione delle Scritture. Se ognuno di noi ad esempio ha ben a mente gli attentati terroristici che alcune cellule fondamentaliste islamiche hanno prodotto in Occidente (l’11 Settembre 2001 a New York o l’11 Marzo 2003 a Madrid, solo per citarne un paio), non deve tuttavia dimenticare la crudeltà ad esempio della Santa Inquisizione, organo “giuridico” della Santa Sede alcuni secoli fa. Allora si potrebbe opinare che quelli erano altri tempi, che si tratta del passato e che nel corso della storia l’uomo ha dato prova di crescita morale e di raggiungimento completo dei fondamenti civici per la conservazione dell’umanità. Tuttavia e purtroppo non è così perché nel mondo esistono e persistono forme di diseguaglianza, estremizzazione e di denigrazione – con forme e modi differenti- in relazione a ciascuna identità, etnia, religione o manifestazione culturale intesa come “identità”.

Il critico ricorda, infatti, il clima di profonda tolleranza che si respirava in alcune città spagnole sotto il dominio arabo: Toledo, fra tutte. Tolleranza pura tra cristiani, ebrei e musulmani. Tuttavia la storia fa il suo corso e purtroppo la storia viene fatta dagli uomini. L’uomo è per sua natura un essere imperfetto perché creato da Dio perché è puntualmente sottoposto a errori (sbagli, peccati, vizi, crimini, abusi, a seconda di come si analizzino tali “errori”). Ed è così che l’uomo in un certo momento della storia ha cominciato a farsi guerra e capendo che in realtà non poteva esserci una ragione tanto valida che corrispondesse al valore della vita umana, ha innalzato la differenza, la distinzione, la varietà a motivo di rivolta, ribellione, disputa, conflitto o guerra. In questo modo sono nati – non sto dicendo niente di nuovo- i peggiori mali della storia: l’emarginazione, la violenza, la segregazione, lo schiavismo, l’omofobia, i totalitarismi e più in generale ogni forma di odio verso l’altro.

Verso la parte finale del saggio il critico sottolinea principalmente due aspetti quali elementi fondanti, cruciali e inalienabili del concetto di cultura: la lingua e la religione. Essi sono ambiti che possono essere legati tra loro (inglesi ed irlandesi parlano inglese, ma i due popoli non hanno la stessa religione) ma il più delle volte non è così. Il critico osserva inoltre che questi due ambiti, queste due “forze motrici” sono state la causa, il motivo scatenante, la miccia che, accesa, ha originato la lotta. Non è interesse del saggio accennare in termini storici e geopolitici a guerre di questo tipo perché ciascuna persona sarà in grado di individuarne da sé almeno tre o quattro esempi.

Maalouf affronta anche i casi di bilinguismo presenti in una sola area geografica portando l’esempio dell’Islanda dove l’islandese –lingua ufficiale- viene usata per lo più in ambiti domestici mentre l’inglese –obbligatorio nelle scuole dall’infanzia- è di fatto la lingua veicolare, del commercio, della politica etc. Ciò che è interessante è l’importanza di salvaguardare le tipicità (linguistiche e di altro tipo), poiché come si estinguono le specie animali si estinguono le lingue ed è importantissimo proteggerle, tramandarle e far in modo che non si perdano. Nel caso del bilinguismo dell’Islanda –che è possibile estendere a ragione a Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia-, il critico osserva “Ciascuna lingua sembra avere il proprio spazio, ben delimitato” (p. 125) ossia ognuna delle due lingue ha una sua finalità e un suo utilizzo e per questo entrambe si conservano e si tramandano non mancando di paventare, però, l’idea che con il trascorrere del tempo la lingua meno utilizzata finisca per esserlo sempre di meno tanto da passare da lingua a dialetto popolare.

Tuttavia non avviene nel mondo esattamente ciò che Maalouf con il suo saggio descrive egregiamente. Se uno straniero che conosce un po’ di spagnolo a Bilbao ferma un passante per chiedere delle informazioni e quest’ultimo gli risponde in basco, allora dobbiamo concludere che la lingua non è esattamente ciò che il critico definisce “fattore d’identità e strumento di comunicazione” (p. 125), ma piuttosto “il perno di ogni diversità” (p. 125) che porta chiusura, marginalità e in alcuni casi emarginazione (nel caso citato motivato da un orgoglio autonomista e patriottista). Può trattarsi di un caso singolo? Può darsi. Ma essendo i casi “singoli” che dettano le leggi del comune vivere dell’umanità allora non dovrebbe essere un qualcosa sul quale sorvolare.

Il critico osserva in più punti che la ricchezza dell’uomo risiede proprio nell’apertura all’altro, nella condivisione di idee e cultura, nell’abbattimento di frontiere, nella cooperazione e federalizzazione, tutti procedimenti che almeno in campo economico-finanziario sono stati raggiunti se si pensa all’Unione Europea o in campo politico-amministrativo se si pensa agli USA, agli Stati Uniti del Messico etc. La cooperazione culturale e l’integrazione sono, invece, aspetti di carattere sociologico e antropologico che sono stati raggiunti felicemente solo in pochi ambienti e la fragilità stesso di questo procedimento –il cui segnale sono i continui fatti di cronaca che puntualmente ci informano di storie tremende- rende il raggiungimento di questo obiettivo una sorta di chimera che ogni volta si sfuma, un sogno al quale vogliamo credere ma dal quale troppo spesso veniamo svegliati. Il critico osserva nella prefazione all’opera datata 2005: “Non basta deplorare una evoluzione così inquietante, né basta scaricare la colpa sull’Altro, chiunque egli sia. Dobbiamo cercare di domare la pantera identitaria prima che ci divori. E, per iniziare, è essenziale che la osserviamo con attenzione” (p. 8).

Il concetto di identità, come si è detto o come si è cercato di far capire, si gioca tutto in un campo di frontiera, di limbo, spesso difficilmente individuabile e sfumato ai cui apici si trovano da una parte la civilizzazione nel senso completo del termine dall’altra le barbarie o per dirla con Maalouf “armonizazzioni e dissonanze” (p. 89). In molti si adoperano per cercare di avvicinare e unire culture tra loro e farle colloquiare, o semplicemente fare ammenda in maniera coscienziosa su errori ingiustificabili fatti dai propri popoli nel corso della storia. Purtroppo sono molti anche coloro che tendono a dividere e a fare delle proprie tipicità il motivo per sopraffare o soggiogare le altre, adoperando pure il revisionismo storico in maniera poco appropriata e col solo fine di portare l’acqua al proprio mulino. Per riassumere, ricorro ancora una volta alle parole di Maalouf: “Gli uomini hanno avuto tante cose in comune, tante conoscenze in comune, tanti riferimenti in comune, tante immagini, tante parole, tanti strumenti condivisi, ma ciò che spinge gli uni e gli altri ad affermare di più la loro differenza” (p. 89).

LORENZO SPURIO

Pamplona, 10/09/2012


[1] Entrambi condividono la nazionalità-cultura-lingua italiana (e questi sono aspetti importantissimi per la determinazione di una identità), ma moltissimi altri aspetti saranno sicuramente diversi: l’italiano che ha madre italiana e padre francese avrà di certo una identità differente (maggiormente composita, se vogliamo) rispetto a quella dell’italiano che, invece, è figlio di due italiani. Ovviamente esempi di questo tipo – non solo a livello linguistico- potrebbero riempire pagine intere di manuali senza fine. Per concludere: “In ogni uomo s’incontrano molteplici appartenenze che talvolta si contrappongono fra loro e lo costringono a scelte penose” (p. 13).

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTO TESTO IN FORMA INTEGRALE O/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il processo” di Franz Kafka, recensione di Fiorella Carcereri

Il processo di FRANZ KAFKA

Recensione a cura di FIORELLA CARCERERI

 

  

“Il processo”, uno dei capolavori di Kafka, viene pubblicato postumo ed incompiuto dall’amico Max Brod nel 1925. La prima edizione italiana del romanzo esce con Mondadori nel 1971.

Un banchiere, il signor K.,  si accorge di essere seguito a distanza, silenziosamente, tutti i giorni, da due individui sconosciuti  ed inquietanti. Ma lui non ha colpe. Così, la sua ansia sale.  E quando finalmente chiede spiegazioni, gli viene risposto: “Le nostre autorità non cercano la colpa nella popolazione ma sono attirate dalla colpa e devono mandare noi a fare i custodi”.

Il signor K. viene a trovarsi in una situazione a dir poco singolare: arrestato e, allo stesso tempo, libero di andare a lavorare e di svolgere le sue normali azioni quotidiane.

Neppure il cappellano del carcere, nel quale il protagonista spera di trovare aiuto e sistegno, è disposto a fornirgli una spiegazione, anzi, le sue parole lo confondono ancora di più. Il sacerdote confessa infatti di appartenere lui stesso al tribunale e all’ennesima domanda del signor K. risponde nuovamente in modo enigmatico: “Il tribunale non ti chiede nulla.  Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”.

Il sentimento dominante nelle opere di Kafka è l’angoscia. I personaggi lottano, ma poi si arrendono.

Le figure kafkiane dicono no all’esistenza, nel bene e nel male. Sono personaggi deboli, fragili, raggirati, che non si sentono mai all’altezza e provano vergogna. Sono personaggi che non hanno timore dell’ignoto, quanto piuttosto di essere ignoti, di risultare “trasparenti” al resto del mondo. 

Sono personaggi che vivono in un universo in cui incombe il caos governato da leggi quasi sempre incomprensibili. Il banchiere intuisce di essere perseguitato da un’organizzazione il cui scopo “consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata”.

Pochi come Kafka hanno saputo descrivere persone, eventi e situazioni con  precisione quasi chirurgica, con assoluta oggettività e profondo scetticismo.

Il signor K. viene prelevato a casa dai suoi aguzzini una sera, la vigilia del suo trentunesimo compleanno, senza che la visita fosse stata annunciata. “Loro dunque sono destinati a me?”, chiede con rassegnazione, già presagendo la risposta. I due uomini, cilindro nero tra le mani, annuiscono. Ed è tutto.

Il signor K. non reagisce neppure quando si rende conto di non avere più scampo: “L’unica cosa che posso fare è conservare fino alla fine il raziocinio che inquadra tutto con calma”.

Un attimo prima della fine, uno sconosciuto si affaccia di colpo alla finestra e tende le braccia: “Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? Dov’era il giudice? Dove il supremo tribunale?…”.

Un’ultima immagine e tante domande transitano nella sua mente, domande alle quali il signor K. non farà tempo a dare una risposta.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE IL TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

Lorenzo Spurio intervista lo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins

Intervista a Julio Monteiro Martins

scrittore, poeta, saggista di origini brasiliane, direttore della rivista “Sagarana”

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

Recentemente ho avuto modo di collaborare alla rivista online “Sagarana”, diretta da Julio Monteiro Martins con la pubblicazione di qualche saggio di critica letteraria. Ho avuto così modo di mettermi in contatto con lui e di scambiare qualche mail vertente principalmente su alcuni aspetti importanti della letteratura: la letteratura migrante, la metaletteratura, la poca fortuna del genere “racconto” in Italia, tutte questioni a conoscenza dell’attuale élite culturale italiana.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, insegna attualmente Lingua Portoghese e  Traduzione all’università di Pisa con un curriculum letterario fatto di pubblicazioni, collaborazioni, presenze a conferenze, studi critici, ricchissimo e per questo, invidiabile. Esordì nel mondo letterario a metà degli anni Settanta in Brasile con testi nella sua lingua originale (Torpalium, Bárbara, A oeste de nada, O livro das Diretas,…) e, a partire dal 1995, anno nel quale è giunto in Italia, ha pubblicato nella nostra lingua senza mai smettere. Tra le sue pubblicazioni più celebri vanno ricordati il romanzo madrelingua[1] e  la raccolta di racconti L’amore scritto, entrambi editi da Besa.

Nel 2011 la casa editrice Libertà Edizioni ha pubblicato un interessante studio critico sulla scrittura di Julio Monteiro Martins dal titolo Un mare così ampio, curato da Rossana Morace. Nel testo, nella parte finale, è presente una interessantissima intervista che Rossana Morace ha rivolto allo scrittore e in appendice alcuni racconti brevi inediti.

Ho il grande piacere ed onore di fare qualche domanda allo scrittore, su alcuni aspetti centrali del suo percorso letterario. Grazie anticipatamente per avermelo concesso.

 

LS: Il libro Scrittura e migrazione[2] edito nel 2006 e contenente gli atti di una serie di conferenze tenute all’università di Siena con altrettanti scrittori migranti, mi ha avvicinato all’argomento interessandomi molto. Nel suo intervento, Lei sottolinea la differenza che esiste tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”, una differenza sostanziale che si esplica principalmente, tra i vari caratteri, nel considerare i primi i “veri scrittori”, cioè coloro che lo erano già prima di migrare in un paese. Nel testo, più volte, ci si riferisce al fatto che la “letteratura migrante”, una letteratura viva, contemporanea, ma anche non (dato che le migrazioni sono sempre esistite) sia in realtà poco studiata, analizzata in maniera poco attenta, tanto da finire per risultare una letteratura di second’ordine. In una società nella quale il multiculturalismo, l’internazionalizzazione, l’abbattimento di frontiere e l’ospitalità comunitaria sono (con spregevoli eccezioni) dei dati di fatto, delle realtà consolidate, quali sono secondo Lei le cause o le motivazioni che stanno alla base di questa “ghettizzazione” degli scrittori migranti, nella loro “inferiorità” rispetto ai colleghi autoctoni?

JMM: Non vorrei essere frainteso. Un concetto come questo di “veri scrittori” mi sembra troppo elitario e non mi appartiene. Siamo tutti “veri scrittori”, ognuno a modo suo. Con la distinzione tra “scrittori migranti” e “migranti scrittori” volevo solo chiarire una differenza di origine della scrittura, di motivazione esistenziale: per qualcuno la scrittura è nata molto presto nella vita come vocazione squisitamente letteraria, un’inclinazione naturale all’affabulazione, all’inventare e raccontare storie, per qualcun altro invece è nata più tardi, come reazione a una condizione tutta nuova e pericolante, quella dell’immigrato in un grande paese occidentale. Tutto qua. Non facevo nessuna valutazione qualitativa, ma soltanto un necessario chiarimento sulle origini possibili della letteratura scritta nella nuova lingua, origini ben diverse ma che alla fine sono confluite nell’attuale letteratura italiana della migrazione, e questo è ciò che interessa. La distinzione da me proposta, ormai dieci anni fa, e che è diventata nel tempo un punto fermo tra gli studiosi della materia, ha uno scopo logico-didattico, fa riferimento a un processo di formazione di ciascuno scrittore durante la sua particolare parabola esistenziale.

Poi, quando si ragiona sul concetto, peraltro molto questionabile, di “vero scrittore”, può sembrare che si parli di un qualche tipo di predestinazione o di privilegio, e non è il caso. Semmai, se devo proprio fare una distinzione tra “veri scrittori” e “falsi scrittori” direi che “falsi scrittori” sono quelli che scrivono con fini strettamente commerciali, gli autori dei “best seller” o candidati a tale, che scrivono una sorta di spazzatura modellata di proposito per corrispondere a un conformismo prefabbricato dal marketing delle case editrici e dello squallido collaborazionismo di una certa stampa. Falsi scrittori che sfornano falsi romanzi erotici, falsi gialli e noir, falsi splatter, false storie d’amore per adolescenti, false fiabe fantasy medioevali inzuppate di un’ideologia di destra, proponendo un ritorno alle caste sociali, false autobiografie lacrimose, falso umorismo politico che in fondo fa propaganda subliminale in favore di quello che finge di criticare, falso misticismo e esoterismo da shopping-center, falso eroismo da guerrigliero fasullo nella “giungla” della Costa Smeralda. La vera letteratura tuttavia persevera, al buio, sotto questa montagna di detriti che cerca di sotterrarla ogni mattina dell’anno. E, sai, una valanga di spazzatura non può fare una biblioteca, semmai fa una discarica.

Sono i falsi scrittori quelli che svendono l’arte letteraria con una retorica di facile digestione, semplicistica e banale, ingannevole, farcita di stereotipi e che strumentalizza vecchi e logorati preconcetti e luoghi comuni duri a morire per così cadere nelle grazie di un pubblico estivo saltuario e poco esigente, facendo appello ai sentimenti peggiori di questo, alla dimensione più arretrata di una società che invece ha un bisogno irrimandabile di modernizzarsi, di aprirsi, e che è ancora molto restia al diverso, ha paura e diffidenza di tutto quello che ancora non gli è familiare, altro che “ospitalità comunitaria”.

Solo a pensarci, o a ricordare certi brani dei cosiddetti “libri di successo” in cui incappo casualmente, mi viene il voltastomaco. Senza mai smettere di combattere questa corruzione generalizzata dell’arte letteraria, devo anche assuefarmi un po’ a questa schifezza per non soffrire troppo. Condivido in pieno l’indignazione di Pablo Neruda, che in risposta a una domanda sulla verità della sua poesia si è alzato e ha risposto: “Dios me libre de mentir cuando estoy cantando”.

 

 LS: Se si pensa alla letteratura in base ai diversi periodi storici (letteratura romantica, letteratura risorgimentale, letteratura della guerra civile, letteratura elisabettiana, etc) o alle correnti, stili, tendenze (letteratura futurista, letteratura modernista, letteratura frammentista) allora la definizione di “letteratura migrante” sembra essere anomala e non rispondere a nessuno di queste due determinazioni: quella storica-temporale e quella di genere. La “letteratura migrante” finisce così per essere un ampio calderone nel quale troviamo autori giovani, a noi contemporanei, altri morti e sepolti da secoli (i grandi viaggiatori ed esploratori, non erano forse migranti?), di tutte le nazionalità, che scrivevano nei vari generi ed erano distanti anni luce l’un l’altro per sensibilità. È forse in questa stessa definizione di letteratura che si cela il germe della sua vaghezza, indistinzione, mancata caratterizzazione e conformità che porta poi il lettore a preferire altri tipi di letteratura più “caratterizzati”?

JMM: Innanzitutto, non accosterei la narrativa degli antichi viaggiatori come Marco Polo o il Montesquieu delle “Lettere persiane” alla contemporanea letteratura della migrazione, che è un fenomeno diverso e circoscritto a una trasformazione epocale, a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo. Qui domina la globalizzazione delle merci e dei media, che vuole escludere però quella dei corpi degli esseri umani (sì, perché le menti si globalizzano lo stesso), la formazione della soggettività di un “ceto medio” mondiale, presente oggi nello spirito anche degli abitanti delle zone più povere del pianeta, le nuove guerre del neo-liberalismo che provocano gigantesche maree di profughi, Internet e i voli low-cost, ma soprattutto le migrazione di interi popoli, un fenomeno di dimensioni bibliche. Questi uomini e donne, quando salgono sui gommoni ripetono il gesto che avevano già realizzato negli anni precedenti: salire sui “gommoni” delle idee, della fantasia di un nuovo mondo e di una vita nuova di zecca. Il vero gommone, quello che preannuncia i gommoni gonfiabili, è il gommone dei sogni. Il resto sono mezzi di trasporto di fortuna, barchette, camion, container, pretestuosi visti di turista, la snervante attesa delle regolarizzazioni, delle amnistie, i finti contratti di lavoro, i finti matrimoni, insomma le consuete strategie di sopravvivenza. L’energia viene emanata dalla potenza del loro desiderio, un desiderio sedimentato dopo anni di febbrile fantasticare. Vedi, la letteratura della migrazione è il miracoloso risultato artistico di questa immensa avventura dei corpi e degli spiriti. La luce della stella che guida gli uomini verso la terra promessa.

Siamo immersi profondamente nello zeitgeist di questo periodo storico. Le migrazioni sono l’epidemia del nostro tempo. Dico sempre che oggi anche quelli che s’illudono di rimanere fermi, statici, al sicuro, radicati nel paese dove sono nati, migrano a ritroso, perché è il mondo attorno a loro che si sposta velocemente, e un bel giorno si guardano intorno e non capiscono più nulla, non sanno più dove si trovano. Migrano nel tempo, che allo stesso modo è un paese straniero.

Nessuna letteratura rispecchia meglio questo zeitgeist della letteratura della migrazione. È nata e cresciuta al suo interno, superando le sue trasformazioni. Gli scrittori e le scrittrici che la creano ogni giorno hanno vissuto in pieno il trauma della migrazione, hanno dovuto ricomporre un’identità frantumata, riscrivere più volte il proprio personaggio. Hanno acquisito, a scapito di loro stessi, una saggezza e una sintonia con la modernità che è tutta spontanea e reale, è viva, non pianificata a tavolino da qualche editor astuto, ed è quello che regala a questa letteratura il particolare e inconfondibile spessore.

A proposito, in Italia si parla tanto, e giustamente, della “fuga di cervelli”. Perché non parlare anche del consistente “sbarco di cervelli” avvenuto qui negli ultimi decenni?

 

LS: La metaletteratura è un espediente narrativo (ma non solo) che è stato ampiamente utilizzato in forme e modi diversi nella letteratura postmoderna. Secondo alcuni il postmoderno è ormai terminato da anni, secondo altri ci troviamo nel post-post-moderno. Ci si riferisce tradizionalmente alla letteratura dell’oggi, del nostro momento, alla letteratura contemporanea sebbene la definizione sia abbastanza approssimativa, erronea e “allargata” nel senso che anche Svevo, Pascoli e Gozzano – solo per fare qualche esempio – sono autori contemporanei. Come secondo lei la letteratura – non solo quella italiana – è cambiata (in cosa) rispetto ai “grandi padri” contemporanei e quali tendenze/generi/correnti nota nella letteratura contemporanea?

JMM: Cominciamo dalla metaletteratura. Secondo me è sbagliata la tendenza generale a vederla come un ipersofisticato e complesso esercizio di virtuosismo narrativo, una strategia narrativa messa in atto da alcuni writer’s writers, i maestri della forma e delle sperimentazioni, magari con lo scopo velleitario di esibire le loro doti. In Italia, ogni volta che sento parlare di metaletteratura sembra che si parli di cose ermetiche, esoteriche e anche un po’ noiose, per una manciata di iniziati, come la teoria quantica o la fisica delle particelle. Invece la metaletteratura – quella presente per esempio in Pirandello, nel Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Vila-Matas o nel mio romanzo madrelingua – non è altro che un modo contemporaneo di giocare con la struttura letteraria, di divertirsi portando a galla il dietro le quinte della scrittura, svelando la sua impalcatura, lo scheletro, come attraverso un raggio X. Nei casi più riusciti, riesce a trasmettere ai lettori non un senso di pedante erudizione ma al contrario una leggerezza che dice “dài, non prendete troppo sul serio il racconto, in fondo è solo un gioco”. Trasmette un sano scetticismo, che deride con buon umore la tradizionale “sospensione dell’incredulità” della narrativa, come nel gioco delle tre carte. La metaletteratura narra contemporaneamente in diversi livelli esegetici, e in 3D, si potrebbe dire, e può essere molto divertente. In essa tutti i ruoli sono scambiabili, come in un ballo in maschera, e il narratore che, attenzione, non è l’autore, diventa a sua volta un personaggio, fino a che compare dal nulla un altro narratore, che si presenta come quello vero, e cioè travestito da autore, mentre i personaggi si ribellano a questo gioco che smaschera il loro ruolo consueto e rivendicano un atteggiamento più “autorale” dall’autore. Oltre a madrelingua, avevo scritto in Brasile due opere metaletterarie (anche se molti altri miei testi hanno “pennellate metaletterarie” al loro interno). Sono il romanzo “O Espaço Imaginário” (Lo spazio immaginario) e il lungo racconto “Migrações” (Migrazioni). Sono forse i libri che mi sono più divertito a scrivere, e a volte dovevo fermarmi per ridere da solo con le cose assurde che inventavo.

Inoltre, non bisogna dimenticare che oggi quasi tutti scrivono, penso che mai una generazione di lettori ha avuto una tale dimestichezza con le questioni che naturalmente affiorano nello scrivere, molti sono voraci lettori che vivono immersi nel grande mare della narrativa. Quindi, da questi lettori, la metaletteratura è un genere molto apprezzato, perché le storie trattano proprio di un mondo, quello della scrittura, che gli è caro e conosciuto, il particolare ambiente metaletterario gli è familiare, sono curiosi delle strategie letterarie, dei problemi collegati alla creazione, alla verosimiglianza, alla costruzione e decostruzione di trame, intrecci, stili e personaggi.

Quanto alla seconda parte della tua domanda, devo confessare che ho un problema con queste etichette, del tipo postmoderno, post-postmoderno, ecc. Sembrano voler nascondere, più che rivelare. Per esempio, l’etichetta “postmoderno” – oltre a tutte le teorie astruse che gli hanno cucito addosso – può essere vista anche come un grande artificio promosso da una certa critica per giustificare e agevolare l’abbandono dell’arte impegnata in favore di una superficialità voluta, di un’adozione dei simboli del mercato – da Prada alla Danone, alla Sony e alla Samsung – come icone, prestandogli un’aura che non possedevano, e tutto questo ispirato dalle tentazioni neoliberiste che hanno stregato tanti intellettuali. In altre parole, una cortina di fumo per nascondere un tradimento, non molto diverso dal “tradimento dei chierici” descritto da Julien Benda nel lontano 1927. Sarebbe una strategia un po’ furbesca di, rimescolando tutte le carte, sovvertire le regole del gioco in chiave conservatrice.

Vedi per esempio la questione del sesso dal punto di vista “postmoderno”. Si è tramutato in merce, è diventato una branca dell’industria dell’intrattenimento, in un’operazione di “abbellimento” della prostituzione che ha cambiato la moralità piccolo borghese anche attraverso alcuni film e articoli di riviste e giornali che hanno rivestito di un inedito, e del tutto falso, glamour neoliberale l’atto di prostituirsi. Fino a pochi anni fa eravamo in piena mercificazione generale di tutto. Ogni cosa che deteneva un valore riconosciuto doveva avere un prezzo di mercato, il corpo e l’anima, e anche l’onestà, l’onore, l’opinione e la verità. Per fortuna le cose sembrano riacquistare un certo equilibrio negli ultimi anni, e forse la cosiddetta “crisi” – che non è mica una “crisi” ma un cambiamento definitivo di parametri in Occidente – è venuta per salvarci piuttosto che per rovinarci.

Tornando alle etichette, al loro posto preferisco rivolgere la mia attenzione sul fenomeno, sulla cosa, viva e vera, sulla scrittura in sé, sulla qualità della fattura letteraria, in grado occasionalmente di fare scaturire da sé una forza dirompente. Vedi, non riesco a innamorarmi delle cartelle. Mi innamoro delle storie.

Per concludere, e in risposta a quello che mi solleciti nella tua domanda, e senza azzardarmi a fare una classifica di tendenze e di generi, voglio sottolineare la molteplicità, la varietà mozzafiato della letteratura del nostro tempo, la coagulazione lenta ma costante delle vecchie letterature nazionali in una nuova letteratura mondiale, seguendo passo a passo le trasformazioni della soggettività collettiva in un mondo sempre più globalizzato. Una caratteristica lo rende, questo mondo, particolarmente affascinante, è il fatto che mentre cresce per certi aspetti l’omologazione e la standardizzazione del gusto e dei valori, si sviluppa in contemporanea un nuovo apprezzamento delle realtà locali, di nicchia, della “biodiversità” culturale, delle narrazioni prodotte dalle diverse culture ed etnie, delle svariate interpretazioni della vita e del trascendente, delle lingue minoritarie e delle fiabe e tradizioni create da piccoli e arcani gruppi umani. Un mondo che diventa al contempo più concavo e più convesso, vuole concentrare e vuole diffondere, come un grande cuore, con le sue sistole e le sue diastole, questo mondo distingue  ma poi mescola visioni, pensieri e fantasie.

E anche il ritmo delle trasformazioni si è notevolmente accelerato. Nello spazio di un’unica vita umana – che peraltro si è parecchio estesa – è possibile sperimentare diversi cicli storici, alte e basse maree artistiche e filosofiche: individualismo seguito dal collettivismo totalitario, poi il recente individualismo e infine il collettivismo che sembra stia tornando, stavolta democraticamente. Apice, decadenza, oblio, rinascita, nuovo apice delle stesse manifestazioni. È possibile, mentre si invecchia, vedere queste maree tornare anche due, tre volte, e diventare fenomeni universali nelle viscere della cultura.

Un esempio personale della vertigine delle trasformazioni: quando penso che ho scritto diversi libri prima del computer e prima addirittura delle fotocopiatrici, e che per poterli presentare a un concorso o a una casa editrice dovevo ricopiarli ogni volta, mi sembra proprio di essere un reduce del medioevo, una sorta di monaco amanuense venuto da uno sperduto monastero chiamato Rio de Janeiro anni ’70.

Considerando tutto questo su cui abbiamo riflettuto, mi viene da dire che la sensibilità letteraria che ha dato origine al nuovo protagonismo del racconto breve, alla letteratura della migrazione e alla metaletteratura è proveniente anch’essa da questo tempo accelerato, da questo orbitare a una velocità pazzesca attorno a un mondo incostante. La letteratura del futuro non sarà qualcosa che possiamo progettare razionalmente, ma qualcosa che saremo noi stessi diventati, a scapito dei nostri desideri. Qualcosa di inevitabile, irreversibile e ineluttabile, che stupirà i suoi autori non meno che i suoi lettori.

 

LS: Nella mia attività di critico-recensionista ho avuto l’occasione di leggere varie raccolte di poesia, genere che leggo con assiduità preferendo, però, la narrativa ed ho notato che ai nostri giorni c’è una tendenza molto diffusa nel pubblicare di tutto senza che ci sia alla base una vera e seria selezione editoriale dei materiali. La poesia, da sempre decantata come il genere più puro d’espressione umana, è stata – a mio avviso- maltrattata, violentata, derisa e beffata in una serie di sillogi che ho potuto leggere per una serie di elementi quali la mancanza di originalità, l’utilizzo di un linguaggio criptico, a spirale, ridondante, pieno di nonsense con la sola volontà di creare dubbio e smarrimento nel lettore. Credo che in molti si riempiano la bocca di “poesia”, scrivendo semplicemente spazzatura. Cosa ne pensa a riguardo? Ogni forma dell’espressione ha un suo valore intrinseco e deve necessariamente essere rispettata anche se travalica i canoni estetici/stilistici/canonici oppure la selezione, la qualità, la capacità espressiva sono più importanti?

JMM: Non c’è giorno in cui io non pensi all’importanza immensa della poesia e non celebri dentro di me, a modo mio – pensando al significato di un verso, scrivendo qualcosa, leggendo poesie, selezionandole per la rivista – la sua esistenza nella mia vita. Offro spazio per la poesia, sempre, in diverse sezioni della rivista Sagarana, e quando, in Brasile, ero il direttore della casa editrice Anima, pubblicavamo tanti libri di poesia quanto degli altri generi, forse di più. Oggi le richieste per i reading delle mie poesie sono uno dei pochi inviti che non rifiuto mai, e mi sposto qua e là per l’Italia, in Svizzera, in Francia, non di rado pagando il biglietto di tasca mia, perché per onorare la poesia farei qualsiasi cosa, davvero. E non solo le mie poesie, ma anche, per esempio, reading miei delle poesie di Pablo Neruda, di Drummond de Andrade, o di Fernando Pessoa.

Detto questo, ammetto che hai ragione sul proliferare di poesie scialbe, ridondanti, o troppo sbiadite o troppo sgargianti, con urla isteriche senza un motivo chiaro, o sciatte e tirate via, oppure pedanti e noiose come un ingorgo di traffico, o tormentate dentro la loro noia come avere la macchina guasta dentro un ingorgo di traffico. Tuttavia sono convinto che non esiste “cattiva poesia” perché se è poesia non può essere cattiva. Sarà sempre, in qualche modo, ricerca, problema, catarsi, seduzione delle parole, braccio di ferro con i concetti, estasi metaforico. Sarà sempre e comunque un atto d’amore (non dimentichiamolo, anche la vanità è amore verso sé stesso).

Pensando alla commovente generosità dei poeti possiamo affermare che nessuno dedica tante ore come loro a qualcosa con così poche chances di avere un qualsiasi ritorno. L’accusa tacita ai poeti è conosciuta: sprecare la loro vita in qualcosa di perfettamente inutile. Nessun dare è così disgiunto dal ricevere quanto lo scrivere poesia. E nonostante tutto mi arrivano ogni giorno poesie belle e bellissime. Scopro ogni settimana un nuovo bravo poeta (questa settimana per esempio è stato il turno dell’argentino Roberto Juarroz: “Sto perdendo le zone intermedie. / Percepisco soltanto ciò che è molto vicino / o ciò che è molto lontano. / Questo cambio radicale dei sensi / o chissà il sorgere di un senso diverso / conferma il mio sospetto / che soltanto negli estremi / abita il reale.” E ha scritto che la poesia “è sempre tempo giovane / tiepida valigia della vita”.)

Posso dire che la mia “tiepida valigia” è più spaziosa a causa della vicinanza persistente della poesia. E quando non capisco quello che mi sta succedendo, quando non capisco più niente e non so come spiegare certe cose, è alla poesia che chiedo aiuto, e lei mi trova le parole chiare per i miei pensieri appannati, impenetrabili anche a me stesso. Meravigliato, riesco allora ad esprimere l’anima di un io sconosciuto. Ero rauco, balbettante, a volte muto, e la poesia è venuta in mio soccorso per restituirmi la voce smarrita. Come non esserne grato?

Forse non ho risposto alla tua domanda, almeno non nei termini in cui l’hai formulata. Ma devi capire, hai toccato un nervo troppo sensibile, il rapporto con la poesia, e non potrei parlare di poesia in un modo razionale, cartesiano, senza sentire di averla tradita.

 

LS: Lei ha avuto modo di sostenere che il racconto, ossia la narrativa breve, è la forma di scrittura più adatta, espressiva, esatta e congeniale al suo essere scrittore. Condivido pienamente l’importanza che riconosce a un genere che, come lei ha sottolineato, viene un po’ snobbato in Italia perché equiparato a una espressione frettolosa e concisa, a una sperimentazione o addirittura a una mancanza di immaginazione. Sono convinto come lei che il racconto sia una forma di scrittura particolarmente efficace e diretta, tanto che anche io lo preferisco ad altri generi, sia in lettura che in scrittura. Lei sostiene che la mancata affermazione e il poco riconoscimento del racconto nella letteratura italiana, al di là di semplici e frettolose spiegazioni che hanno poco di letterario, sia da ricercare nell’aspetto conservatore del pensiero e della società italiana. Sarebbe in grado di ampliare questo aspetto e di parlarcene più diffusamente?

JMM: Questa svalutazione del genere racconto, a cui fai riferimento, tutta italiana in verità, è un segno di ignoranza, è non capire minimamente il percorso della letteratura nel Ventesimo e Ventunesimo secolo. I generi letterari non nascono, prosperano o muoiono per decisione dei critici. Essi sono il risultato e la materializzazione di una certa costante sintonia dell’arte letteraria con la sensibilità generale di ogni periodo storico. Cambiano gli uomini, cambia la società, cambia il genere letterario. C’è poco da fare. Il romanzo epistolare per esempio era in perfetta sintonia con la sensibilità di una certa aristocrazia europea del Settecento, così come il romanzo-fiume, le narrazioni monumentali, i grandi pannelli narrativi come “La commedia umana” di Balzac o “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, con intrecci che si dipanavano per decenni, a volte per secoli. Corrispondevano a una sensibilità di un certo mondo borghese dell’Ottocento post-Restaurazione, un mondo stile Biedermeier. Il romanzo-fiume si prolungò nel tempo fino a ritrattare la decadenza e il sovvertimento di quel mondo, per esempio nel ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, nei “Buddenbrook” di Thomas Mann, e più vicino alla nostra epoca nel ciclo ambientato nella contea di Yoknapatawpha, di Faulkner. In Brasile, oltre ai libri di Machado de Assis, con il consigliere Aires come narratore/protagonista di diversi romanzi, e all’opera di Macedo, abbiamo i 15 volumi della “Tragedia borghese” di Octávio de Faria. Queste opere smisurate, quasi infinite, dipendono per nascere da una coerenza stabile del mondo nella mente dei suoi autori, da una weltanschauung tipicamente ottocentesca, impossibile in un Novecento esplosivo, nichilista, spaccato tra ragione e inconscio, “oltre il bene e il male”, frammentario, surreale, assurdo, senza più Dio e, nel suo epilogo, anche senza più Storia. Molti individuano la rottura negli orrori della Prima Guerra Mondiale, nella delusione con la Scienza e il Progresso, divenuti agenti del Male contro ogni speranza, l’incubo delle trincee, le stragi commesse in nome dell’amor patrio, origini di opere strazianti come “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Remarque o “Terra desolata” di T. S. Eliot: “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Dopo la “grande guerra civile europea” niente più sarebbe stato lo stesso, e tra le sue vittime giaceva anche il romanzo-fiume e la sua ormai impossibile compattezza.

Il romanzo stesso è prima esploso al suo interno, riducendo la sua dimensione e così assumendo per la prima volta un’inedita “modestia” ontologica, oltre a limitare anche l’estensione temporale della trama, che in certi casi aveva la durata di un solo giorno, come nel “Ulysses” di Joyce, in “La nausea” di Sartre, in “Lo straniero” di Camus o in “La passione secondo G. H.” di Clarice Lispector. Pensiamo, per esempio, alla dilatazione/concentrazione del tempo in “Gita al faro” di Virginia Woolf o nel “L’urlo e il furore” di Faulkner.  Inoltre, il senso della realtà era completamente destabilizzato e rovesciato con il dominio dell’inconscio sulla logica; romanzi come “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “La casa assassinata” di Lucio Cardoso o “Mia madre” di Georges Bataille ne sono degli esempi compiuti. Le pulsioni dell’inconscio determinano il discorso del protagonista ma a volte anche quello del narratore. Ed è in questo contesto liquido e instabile che nasce il racconto breve contemporaneo, come un ulteriore passo nella frammentazione della narrativa. E in certi casi non sarebbe esagerato parlare addirittura di polverizzazione della narrativa, come in Augusto Monterroso, in Cortázar, in Donald Barthelme o in Carver. Non a caso questo genere appare con forza prima nelle zone più dinamiche e in rapida trasformazione del mondo, gli Stati Uniti, l’America Latina, la Spagna del dopo-Franco. La sfida letteraria in quel momento era riuscire a realizzare una “fotografia istantanea” dello spirito del nostro tempo, con la massima concentrazione di senso, cogliere l’attimo nella sua massima intensità, senza più l’illusione di un nesso coerente e uniforme (quello che in passato era all’origine del romanzo) e soprattutto senza più desiderarlo: donne e uomini nuovi, affezionati ormai al mutamento e all’indistinto. Il racconto breve emerse così come la forma perfetta e provvidenziale, lo strumento narrativo più preciso, più chirurgico, per le soggettività che si affermavano. In seguito, anche i paesi che avevano trovato in passato nel romanzo la loro espressione per eccellenza, come la Francia, la Germania o l’Inghilterra, ritrovarono linfa letteraria nel racconto breve, come le principali riviste letterarie inglesi di oggi, “Granta” in testa, dimostrano chiaramente.

In questo processo, l’Italia è rimasta indietro, magari non nel suo ambito creativo, dove il racconto si è espanso nettamente, e riviste come “Sagarana”, “El-Ghibli” ne sono la prova, ma per quello che riguarda la critica, l’accademia e anche la stampa culturale c’è stato, come descrivi bene nella tua domanda, un rifiuto emotivo, viscerale e irrazionale del genere racconto, una vera rete di giudizi sfavorevoli che cerca a tutti i costi di ridimensionare la sua importanza, di confinarlo in una sorta di “dilettantismo “ e di irrilevanza letteraria, ed è chiaro che questi giudizi hanno influenzato negativamente le scelte editoriali degli ultimi decenni. È come se l’ascesa di questo genere, il suo protagonismo, mettesse a repentaglio una tradizione che trova nel romanzo di stampo manzoniano il suo “ancoraggio” sicuro. Ma come diceva Cazuza, il cantautore brasiliano, “il tempo, caro mio, non si ferma mica”. Lo sforzo di “protezione” della tradizione del romanzo in Italia – protezione di cui il romanzo peraltro non ha alcun bisogno – non è un segno di forza, bensì segno della percezione della sua recente fragilità. Come ho scritto nel madrelingua, “ai nostri giorni non è più possibile scrivere un romanzo, e non è più possibile non scriverlo”. Questo inutile sforzo protettivo cerca di arginare il fatto che l’uomo che si sentiva pienamente rappresentato dalle caratteristiche del genere romanzo sta scomparendo e dando luogo a un uomo nuovo, più assuefatto all’effimero, alla precarietà, più veloce mentalmente e più flessibile nelle sue “certezze”, e anche più aperto al mondo e al diverso. E l’uomo nuovo vuole leggere libri nuovi.

Come si fa a immaginare che la letteratura può rimanere statica e congelata dopo l’enorme diffusione di Internet, con le sue pratiche di lettura così differenti, con la sua scrittura frammentaria, al sapore di un clic o di uno zapping? Nei tempi dei paragrafi solitari nei post dei blog o nei social network? Nei tempi della nascita, insieme agli e-book, della possibilità di creare e di pubblicare libri di 50 pagine, prima considerati impraticabili dall’editoria tradizionali, e aprendo così nuovi orizzonti all’idea stessa di “libro”? Sappiamo bene che tutte le innovazioni sostanziali in Italia – al di là del “coraggio” tutto sommato innocuo del design, della forma per la forma – sono travagliate e arrivano in ritardo. E qualcuna, penso alle rivoluzioni democratiche per esempio, non arrivano mai. Ma succede che il mondo diventa sempre più piccolo e interconnesso, e l’Italia non può pretendere di esistere isolata e protetta dalle potenti tendenze della mondializzazione. Nel caso del racconto breve, lo sforzo di fare finta di ignorare la sua affermazione e il suo prestigio è così grande, e così patetico, che alcuni critici arrivano a menzionare il genere “racconto” facendo riferimento esclusivamente alla produzione del periodo rinascimentale, quello di Boccaccio e dei suoi contemporanei per intenderci. Come se fosse non un genere fiorente ma… estinto!

In ogni modo, cambia poco. Il vigore dello sviluppo del racconto è palese e inarrestabile. La trasformazione viene dal basso, dalla creatività dei nuovi autori e dai gusti dei nuovi lettori. Ogni anno il racconto breve diventa più importante anche in Italia, più apprezzato, più necessario – è da lì che vengono le innovazioni, le sperimentazioni, l’avventura del narrare –, oltre ad essere il genere per eccellenza degli scrittori non italiani che hanno scelto l’italiano come lingua letteraria.

 

Grazie mille per avermi concesso questa intervista su alcuni aspetti nevralgici e cruciali della letteratura del nostro oggi.

 

Lorenzo Spurio

 31 Agosto 2012


[1] Su questo romanzo ho scritto una recensione, pubblicata sul mio blog personale e disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/07/25/madrelingua-di-julio-monteiro-martins-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[2] Su questo libro ho fatto una mia recensione-analisi, pubblicata sul mio blog personale e poi anche sulla rivista di letteratura migrante “El Ghibli” fondata dal senegalese Pap Khouma e disponibile qui: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=186

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“Palazzo”, poesia di Tomas Gösta Tranströmer, premio Nobel per la Letteratura 2011

“Palazzo” di Tomas Gösta Tranströmer

a cura di Emanuele Marcuccio, Direttore Editoriale di Vetrina delle Emozioni

 

In omaggio al grande poeta svedese Tomas Gösta Tranströmer (nato a Stoccolma nel 1931), insignito lo scorso 6 ottobre del premio Nobel per la letteratura, il più prestigioso riconoscimento letterario mondiale, presento alla vostra lettura la sua “Palazzo”, nella traduzione italiana di Franco Buffoni, poeta, scrittore, traduttore e professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature Comparate presso l’Università degli studi di Cassino.

Io, tutto lo staff di Vetrina delle Emozioni e, soprattutto la nostra cara presidente Gioia Lomasti, ringraziano il prof. Buffoni per la gentile concessione.

 

PALAZZO

(di Tomas Gösta Tranströmer,

Nobel per la letteratura 2011)

Entrammo. Un’unica enorme sala,

Silenziosa e vuota, dal pavimento

Come ghiaccio per pattinare. Abbandonato.

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.


Alle pareti dai quadri si affollavano

Immagini senza vita: scudi,

Bilance, pesci e figure di combattenti

In un mondo sordomuto sull’altro lato.


Una scultura era esposta nel vuoto:

Da solo in mezzo alla sala un cavallo.

Dapprima non lo notammo

Presi da tutto quel vuoto.


Più debole di un sospiro in una conchiglia

Era il suono, e le voci dalla città

Salivano in quella stanza deserta,

Mormorando e cercando un potere.


Ma anche altro, qualcosa di oscuro

Si installò sulla soglia dei nostri sensi

Senza oltrepassarla.

Scorreva la sabbia nelle clessidre mute.


Era ora di muoversi.

Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco,

Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso

Rimasta dopo che i principi se ne erano andati.


Il cavallo parlò: “Io sono l’Unico.

Ho disarcionato il vuoto che mi cavalcava.

Questa è la mia stalla. Cresco lentamente.

E mangio il silenzio che regna qui dentro”.

(Tratta da Songs of Spring. Quaderno di traduzioni, Marcos y Marcos, 1999 – Traduzione dallo svedese, di Franco Buffoni)

Una profondissima metafora, anzi una profondissima allegoria del potere e dei potenti insieme. Come se il poeta voglia farci entrare nell’anima di ogni potente della terra, “Silenziosa e vuota”; entriamo in questo “Palazzo” dal pavimento lucido come ghiaccio, quasi una leggera vertigine si percepisce alla lettura, immagini forti e altamente evocative, come nel distico “Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco, / Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso”. Infine, una chiusa, quell’ultima quartina, straordinaria, in cui i punti fermi alla fine di ogni verso conferiscono un andamento ostinato, perentorio, come una spada che incombe ad ogni “a capo”.

Devo essere sincero, non avevo mai sentito nominare questo poeta, solo dopo la notizia del Nobel e, questo è quello che ho percepito dopo attenta lettura, ma già a prima lettura mi ha fortemente colpito per la sua profondità e, solo apparente semplicità.

Purtroppo, attualmente abbiamo pochissimo di questo poeta in traduzione italiana: dieci poesie, tradotte dal prof. Buffoni e, una sola raccolta delle undici, difficilmente reperibile, Poesia dal silenzio, edita da Crocetti.

Auspico che, con il meritatissimo premio, si proceda al più presto alla traduzione in italiano e all’analisi critica dell’intero suo corpus poetico.

A cura di Emanuele Marcuccio

9 ottobre 2011


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Il cigno nero (2010)

Il cigno nero è un film sulla danza. Sulla difficoltà e l’equilibrio di questa arte, sulla grande competizione tra le ballerine per poter primeggiare in uno spettacolo e sull’atmosfera di corruzione di coloro che la dirigono. E’ un film di grande spessore, che si comprende nella sua interezza solo al termine dello stesso. E’ per questo che non appare noioso a coloro che considerano la danza di per sé monotona. E’ un thriller psicologico, un amaro dramma personale che scaturisce proprio dal desiderio di primeggiare nella danza. E’ un chiaro esempio di come a volte le passioni, gli hobby, i desideri arrivino a radicalizzarsi nella nostra vita in una maniera tale che perdiamo addirittura il filo della ragione. E’ ciò che accade a Nina nel film. Il suo è un percorso di crescita tutto all’incontrario che, piuttosto che portarla al successo e coronarla come ballerina professionista, la conduce alla depressione, alle allucinazioni e poi ad un finale tragico. Andiamo per gradi.

Il film ruota tutto attorno alla preparazione, alle prove e al debutto del balletto Il lago dei cigni che venne musicato dal russo Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893). Si tratta di un balletto in quattro atti. Nel primo atto viene presentato il compleanno del principe Siegfried e sua madre che lo esorta a trovarsi una ragazza. Nel parco appare uno stormo di cigni e l’atto si conclude con il principe che assieme agli amici si inoltra nella foresta per andare a caccia. Nel secondo atto abbiamo i cigni (in realtà delle fanciulle che si trasformano in persone solo alla notte) e la loro regina, Odette, narra al principe la loro storia. Ammaliato dalla bellezza di Odette il principe gli chiede di prendere parte alle danze e i due si giurano eterno amore ma all’alba si trasforma nuovamente in cigno. Nel terzo atto abbiamo la festa al castello alla quale si presenta anche Odile, figlia del mago Rothbart che grazie ai suoi incantesimi ha donato la figlia delle sembianze di Odette. La contrapposizione tra Odette e Odile (così come nel film è data dai colori delle loro vesti, Odette è vestita di bianco, è il cigno bianco mentre Odile è vestita di nero, è il cigno nero). Odile riesce a sedurre il principe ma al termine dell’atto il principe si rende conto dell’errore che ha fatto e parte alla ricerca della vera Odette. Mentre cerca di salvarla un potente temporale si abbatte sul lago ed entrambi si affogano nelle acque del lago. Come è facile da individuare il tema del balletto è già di per sé tragico ma vediamo ora qual è il contenuto del film.

Thomas Leroy (Vincent Cassel), maestro di danza, sta cercando una nuova ballerina che interpreti il cigno (bianco e nero) nello spettacolo Il lago dei cigni. Ci sono molte aspiranti ballerine ma il giudizio di Leroy è molto rigido e categorico. Tra di loro c’è l’affascinante Nina (Natalie Portman) e Lilly (Mila Kunis). Tra le varie ballerine c’è una grande animosità ed è forte la convinzione che quella che alla fine sceglierà Leroy probabilmente avrà ceduto a qualche avances del maestro. E’ ciò che accade a Nina subito dopo il responso di Leroy nel quale lei è stata scelta (alcune ballerine le scrivono con del rossetto rosso sul suo specchio di camerino Whore).

Leroy sottopone Nina a una serie di prove per la sua parte e, pur risultando molto brava per la parte del cigno bianco (Odette), risulta poco sensuale e poco adatta per la parte del cigno nero (Odile).

Il tema del sesso è uno dei principali del romanzo, come si vedrà in seguito. Leroy dice a Nina di essere più sciolta, cerca di baciarla e di avere un rapporto con lei ma lei si rifiuta. C’è un’ampia scena di sesso saffico e l’idea che ci facciamo di Leroy è che sia un sfruttatore della sua condizione lavorativa privilegiata.

Nina è costretta a fare un grande lavoro su di sé per cercar di tirar fuori il cigno nero che è in lei, la sensualità e la seduzione; su invito del maestro di balletto prende a masturbarsi e comincia a porsi in contrasto con la madre che cerca di proteggerla da tutto questo. La madre compare spesso nel film ma più spesso compare sotto forma di telefonate che fa a Nina per sapere dove si trova, cosa sta facendo e per dirle di ritornare a casa. In questo percorso la vera personalità di Nina soccomberà e la protagonista comincerà ad essere scontrosa e violenta con la madre e ad avere una serie di allucinazioni e visioni, frutto della sua ossessione della danza.

Arrivato il giorno del suo debutto si presenta al teatro dove Leroy, non avendola vista arrivare in tempo, l’ha già sostituita con Lilly ma Nina vuole la sua parte. Durante il primo atto in cui interpreta il cigno bianco è inquieta e sofferente, ha della allucinazioni e fa qualche errore. Finito il primo atto nel suo camerino compare Lilly la quale è già vestita da cigno nero e gli dice di abbandonare il palco e di lasciarlo a lei perché non è all’altezza. C’è una discussione e una colluttazione tra le due. Non sappiamo di tutta prima se sia vero o no, potrebbe essere l’ennesima allucinazione di Nina. In questo alterco Nina spinge Lilly verso uno specchio che si frantuma in numerosi pezzi e ne conficca uno di questi  nel corpo di Lilly che poi muore.

Nasconde il cadavere nel bagno e carica della sua forza (ha ormai tutta la tempra per impersonificare il cigno nero) ritorna sul palcoscenico esibendosi in maniera sublime. Tornata in camerino scopriamo che a rimanere ferita nella colluttazione non era stata Lilly (il cui sangue dalla soglia della porta del bagno magicamente scompare, perché era un allucinazione) ma Nina stessa di cui l’abito bianco per impersonificare il cigno bianco si macchia di rosso. Ritorna sul palco e anche questa volta balla in maniera perfetta ottenendo una massiccia ovazione da parte del pubblico. Il suo volto è preoccupato e contrito dal dolore di quel vetro che prima le si era conficcato nel ventre. Riesce a completare lo spettacolo e da lontano vede la madre seduta in poltrona che le sorride. Sono gli ultimi momenti perché poi Nina si lascia cadere dal trespolo com’era previsto dallo spettacolo e mentre tutti la stanno acclamando muore su quel materasso nel quale era sprofondata anche durante le prove.

E’ un film a mio avviso di una tragicità senza pari ma che è diluita in maniera appropriata e coinvolgente nell’intera struttura della storia. Ci lascia con l’amaro in bocca, è vero ma siamo felicemente consapevoli che alla fine a vincere è la stessa Nina che, a scapito della sua vita e dopo un duro e lungo lavoro su di sé, è riuscita ad impersonificare una parte tanto difficoltosa come quella di Odile. Ottimo film.

LORENZO SPURIO

24-05-2011

Odio, vendetta, sangue e stragi nella Saga dei Nibelunghi

Nelle antiche leggende son narrate cose stupende

di guerrieri famosi imprese immense

di feste e di letizia, di lacrime e di pianto

di lotte d’audaci guerrieri, di ciò vedrete narrar meraviglie.

Questi sono i suggestivi versi d’apertura del poema tedesco Nibelungelied nei quali pur facendo riferimento a momenti felici (feste e letizia) s’inseriscono subito i temi negativi (lacrime, pianto, lotte) che adombrano la tranquillità e la pace dei pochi momenti felici.

La saga dei Nibelunghi è un’interessante lettura che va fatta per chi è appassionato di letteratura epica precristiana teutonica, assieme ai carmi dell’Edda poetica islandese e il Kalevala finlandese. Si tratta di un poema epico anonimo scritto in alto tedesco in un arco temporale che va dal 1190 al 1205.

Sono state fatte varie realizzazioni cinematografiche basate su questa opera tra cui il recente Ring of the Nibelungs (tradotto come La Saga dei Nibelunghi, regia di Uli Edel, paese: Germania, Italia, Gran Bretagna, Usa, anno: 2004).

Come ogni epica che si rispetti il cantar dei Nibelunghi presenta vicende di guerrieri eroici, storie di dame e intrighi di corte, imprese, duelli ed aspetti più chiaramente fantastici quali draghi e oggetti magici.

L’elemento del sogno premonitore come avvisaglia di eventi tragici imminenti è ampiamente presente nel testo. L’anticipazione è presente ma sempre in senso negativo: sogni premonitori, sortilegi, previsioni, eventi naturali interpretati come segni dell’imminente futuro hanno sempre una connotazione negativa, preannunciano la tragedia, le lotte, il sangue che verrà versato, i massacri, la morte. («No, mio Sigfrido! Io temo la tua morte, ho fatto un sogno infausto..», v.924.)

Nel testo si fa inoltre riferimento in più punti alla compresenza di cristianesimo e paganesimo elemento che ha permesso gli storici e i critici di considerare la probabile collocazione dell’opera.

Paganesimo e cristianesimo sembrano convivere pacificamente nella saga dei Nibelunghi («Alla sua corte cristiani e pagani vivevano in accordo», v. 1335) anche se ne vengono sottolineate le differenze nelle rispettive liturgie («Cristiani e pagani non cantavano messa nella stessa maniera», v. 1851). E’ impossibile analizzare il poema sia come una sorta di encomio al paganesimo germanico che come un continuo invocare provvidenzialmente un’entità superiore. Secondo alcuni critici Sigfrido (similmente a Beowulf nell’omonimo poema epico inglese) sarebbe immagine di Cristo. Secondo altri un’interpretazione di questo tipo è inaccettabile.

Il tema del destino, del germanico wyrd, pervade l’intera opera come avviene in tutte le narrazioni epiche. E’ viva e costante la consapevolezza nelle genti dei Nibelunghi che la vita non è altro che una serie di eventi casuali e che tutto è dominato da qualcuno di molto potente, il Fato contro il quale è difficile combattere o imporsi. Frasi come «Morirà chi è destinato: lasciamoli morire» (v. 150) abbondano nell’opera e sottolineano l’ineluttabilità del destino e al tempo stesso la sua spietatezza.

Sarebbe tremendamente noioso riportare nello specifico la serie di avventure, di vicende eroiche e amorose narrate nel poema dato che sono presenti numerosi personaggi e famiglie e spesso le loro sorti si intrecciano tra di loro mediante unioni, matrimoni, separazioni, tradimenti, odi, riscatti e vendette, stragi familiari. Tuttavia è possibile individuare, anche abbastanza facilmente, due grandi nuclei narrativi: le vicende di Sigfrido, re del Niederland e Crimilde che iniziano con l’innamoramento dei due e termina con l’uccisione di Sigfrido (vv. 1-1142) e la grande lotta tra Burgundi ed Unni che è trasformata leggendariamente in una faida familiare (vv. 1143-2379).

Vengono narrate le prodezze di Sigfrido, figlio del re dei Nibelunghi. In possesso della spada Balmung, Sigfrido parte per conoscere la bella Crimilde della quale si è innamorato seppur non l’abbia mai incontrata. Alla corte di re Gunther Sigfrido conosce Crimilde e la chiede in sposa a suo fratello ma Gunther, innamorato di Brunilde, regina d’Islanda (foto a destra), chiede a Sigfrido di aiutarlo a conquistare Brunilde. Se ci riuscirà gli lascerà sposare sua sorella. Con degli stratagemmi Sigfrido riesce a far superare a Gunther le prove che Brunilde aveva imposto per farsi sposare. Come da patti, Gunther acconsente a far sposare sua sorella con Sigfrido.

Sigfrido ottiene, dopo l’abdicazione del padre, la corona regale e dopo dieci anni di regno Crimilde dà alla luce un figlio che viene chiamato Gunther in onore dello zio. Nello stesso periodo Brunilde partorisce un figlio che viene chiamato Sigfrido.

Brunilde invita alla sua corte Sigfrido e Crimilde e in quella sede le due regine iniziano a litigare, a punzecchiarsi tra loro allora Crimilde rivela che era stato proprio suo marito Sigfrido, sotto mentite spoglie, a farle perdere la verginità e non suo marito Gunther. Brunilde comincerà a provare un grande odio verso Crimilde.

Intanto Hagen, un vassallo di Sigfrido, firma inconsapevolmente la condanna a morte del suo padrone rivelando qual’è  l’unico punto del corpo nel quale è vulnerabile. Sigfrido viene ucciso. La vedova, Crimilde, debole dal dolore e dal lutto ordisce la sua vendetta. Ulteriore dolore le viene dopo che viene rubato il tesoro dei Nibelunghi.

A questo punto Attila, re degli Unni chiede in sposa Crimilde e lei accetta con l’idea che Attila l’avrebbe aiutata a vendicarsi di Crimilde. La regina Crimilde ordisce l’inganno e invita nella corte i suoi fratelli, tra cui Gunther con la moglie. Hagen riesce ad uccidere Ortlieb, figlio di Attila e Crimilde e ha inizio la grande lotta tra Unni e Burgundi. Anche Gernot e Giselher, altri due fratelli di Crimilde, entrano nella lotta. Con la feroce strage dei Burgundi Crimilde vendicava la morte di suo marito Sigfrido. Alla fine venne incendiata la sala.

Gunther e Hagen vengono uccisi per volontà di Crimilde e anche Gernot e Giselher muiono nella lotta. I tre re dei Burgundi vengono annientati e con loro la loro stirpe.

Se da una parte l’incipit del poema introduceva al tema del bene e del male, alla compresenza di momenti di festa e di letizia a momenti di sangue e di vendetta, nel finale siamo consapevoli che a dominare siano proprio quest’ultimi. Dopo vari tradimenti, assassini, vendette e massacri a dominare, com’è giusto che sia in un poema epico (per altro germanico) è il sangue versato. Gli ultimi versi ci dicono:

Una grande potenza era annientata.

Tutte le genti avevano pena e tristezza. 

                      La festa di corte era finita nel lutto,                                                                           

 perché sempre la gioia si volge in dolore.

Io non vi so dire quel che accadde dopo

se non che si videro piangere donne e cavalieri,

i nobili scudieri, per la morte dei loro cari

              Qui finisce il racconto : questa è la rovina dei Nibelunghi        

           

LORENZO SPURIO

14-04-2011

Il fantasy contemporaneo

Il genere fantasy è uno dei maggiori coltivati nella letteratura a noi contemporanea. Allo stesso tempo è un genere molto apprezzato e stimato non solo da ragazzi e giovanissimi ma anche da gente matura che attraverso i meandri del fantastico e del meraviglioso riscopre mondi che fanno sognare ad occhi aperti. Noti a tutti sono le vicende di Alice nel paese delle Meraviglie, Peter Pan nei giardini di Kensington, Pinocchio o le varie fiabe dei fratelli Grimm. Al suo interno il genere fantasy si divide per l’eterogeneità dei temi in ulteriori sottogruppi: historic fantasy, science fantasy e urban fantasy. Frankenstein di Mary Shelley ad esempio è un romanzo fantastico che appartiene al science fantasy ponendo questioni importanti sullo studio della scienza in età vittoriana. Ha dei caratteri profondamente diversi dalle storie di Peter Pan o quelle di Alice che invece sono calate in una dimensione completamente magica e sovrannaturale.


In tempi a noi recenti le narrazioni fantastiche hanno preso la forma di trilogie o di serie di romanzi di uno stesso ciclo. Le più importanti opere in tal senso sono la serie di romanzi dello scrittore inglese Isaac Asimov che appartengono al Ciclo della Fondazione (science fantasy con particolare attenzione al mondo ultraterrestre e allo spazio), la trilogia del Signore degli Anelli di J.K. Tolkien (scrittore tra l’altro del famosissimo Lo Hobbit e studioso del poema epico inglese Beowulf), la serie di romanzi di C.S. Lewis incentrati sulle Cronache di Narnia ed ovviamente la saga di cinque libri della scrittrice britannica J.K. Rowling sulle vicende del maghetto di Hogwarts, Harry Potter.

Molti lettori si sono sorpresi nel trovarsi affascinati dalle vicende di Harry Potter e non hanno visto l’ora che i vari film tratti dai cinque romanzi uscissero nelle sale. In effetti il fantasy di Harry Potter ha avuto un successo senza precedenti. E’ un fantasy dove i caratteri principali sono il magico e il misterioso, la continua presenza del male e la lotta tra bene e male, la ricerca della verità. Non è altro che una fiaba molto lunga perché ha tutti gli elementi caratteristici della fiaba: l’eroe, l’aiutante dell’eroe, i nemici, i falsi amici, ambientazioni segrete, percorsi pericolosi, scenari gotici, inquietanti, la presenza di mostri, l’impiego della magia.

Un articolo apparso oggi sul quotidiano Corriere della Sera alla sezione cultura si chiedeva quali fossero le nuove vie del fantasy dato che da anni oramai Harry Potter ha esaurito le sue vicende. Il giornalista non guardava tanto agli autori stranieri ma alla letteratura nostrana. A Bologna in occasione della Fiera Internazionale del Libro per ragazzi si ritroveranno i rappresentati delle case editrici italiane che da anni pubblicano il genere fantasy oltre a critici, studiosi.

Maxime Chattam esordisce il prossimo 25 marzo nelle librerie italiane con Alterra (edizione Fazi), il primo volume di una trilogia: è la storia di sopravvissuti a una tempesta spaventosa che non può non ricordare alcune opere dei padri del fantasy. Secondo l’autore il fantasy è « un modo per sfuggire la durezza del quotidiano, ritrovare emozioni che avevamo quando eravamo adolescenti. È, in un certo senso, come il romanzo rosa. Permette di credere in qualcosa di grande: amore, amicizia, valori perduti. In fondo tutti abbiamo sognato, almeno una volta nella vita, di essere capaci di compiere atti eroici, di avere dei poteri, magari anche magici».

Melissa Marr invece con la sua serie Wicked Lovely propone una storia di fate malvagie e intriganti ma è presente anche il tema dell’amore che ha permesso a qualche critico di avvicinare le sue opere al romance.

Secondo Chattam un buon fantasy deve contenere degli elementi imprescindibili: l’epica, una buona storia che si sviluppa a più livelli, la magia, i riferimenti letterari, religiosi, scientifici. E’ un’opera complessa alla pari di un romanzo storico costruito da anni e anni di ricerca storiografica e studio sul campo.

Vampiri, orchi, uomini creati in laboratorio, streghe, maghi, principi falsamente cortesi, scienziati pazzi, creature malvagie, licantropi, draghi rimangono a tutt’oggi i personaggi preferiti di storie fantastiche e  meravigliose, capaci di interessare e coinvolgere grandi e piccoli.

LORENZO SPURIO

22-03-2011

Bruno e Michele, vittime dei padri

La prossima settimana la Mediaset trasmetterà un film particolarmente bello, Il bambino con il pigiama a righe. Si tratta di un film del 2008 il cui titolo originale è The Boy in the Striped Pyjamas, regia di Mark Herman e tratto dal romanzo omonimo dello scrittore John Boyne, pubblicato nel 2006.

Pur trattandosi di un film sulla seconda guerra mondiale, nel film non ci sono scene di bombardamenti, conflitti armati, scontri bellici, vita di trincea, sparatorie o quant’altro. E’ piuttosto una storia che mette al centro dei suoi temi l’innocenza, l’ingenuità e i buoni sentimenti di un bambino di otto anni. Tutti questi verranno pagati a caro prezzo a termine della storia.

Bruno, il bambino protagonista della storia, è il figlio di un’importante gerarca nazista. Per la sua giovane età non è in grado di capire quale siano gli incarichi che aspettano a suo padre e soprattutto come suo padre si adopera nel suo lavoro. A seguito di una promozione militare, il padre viene mandato a controllare un lager e la famiglia si trasferisce con lui in una residenza in campagna.

Annoiato dalla nuova casa, dall’assenza di amici, dalla freddezza dei genitori e dall’incapacità di comprendere ciò che sta realmente accadendo, Bruno fa una serie di esplorazioni attorno alla casa, la quale è sorvegliata da guardie naziste con cani lupi. Riuscendo a passare per una porta dietro la casa che comunica con l’esterno della proprietà Bruno prende a correre nel bosco fino ad arrivare in uno strano posto circondato da filo spinato. Si tratta di un lager. Lì fa conoscenza, attraverso il filo spinato, con Shmuel, un ragazzo ebreo rinchiuso in quel campo di concentramento. Bruno non sa cosa sia un lager, cosa siano gli ebrei e che cosa stanno facendo i nazisti e per lui, quel bambino della sua età che indossa la casacca a righe da carcerato, in realtà indossa un pigiama a righe.

Nel frattempo la sorella di Bruno, Gretel, di dodici anni, accetta in maniera entusiastica l’ideologia nazista e appende alle pareti della camera slogan nazisti, poster fascisti che inneggiano alla purezza della razza.  Nel corso della storia si capirà che il padre di Bruno è il comandante militare che si occupa di quel lager nel quale gli ebrei vengono uccisi con forni crematori o docce di gas mortali. La madre di Bruno invece nel corso della storia perde la sua forza e si scaglia più volte contro il marito per i crimini che commette.

Verso la fine della storia Shmuel è molto abbattuto perché è da vari giorni che nel lager non ritrova più suo padre e Bruno si offre di aiutarlo. Scava una buca in prossimità del filo spinato e, dopo aver indossato una casacca a righe come quella di Shumel, entra nel lager.

Intanto le operazioni naziste vanno avanti e improvvisamente un’intera area del campo di concentramento viene rinchiusa nella stanza delle docce. Tra loro c’è anche Shmuel e Bruno. Shumel, che ha sperimentato direttamente la vita del lager e conosce le nefandezze dei militari nazisti, probabilmente sa che tutta quella gente assieme a lui morirà, Bruno compreso. Bruno invece, che è sempre cresciuto al di fuori di quel contesto, che non sa che i nazisti uccidono gli ebrei e per quale motivo, rimane probabilmente inconsapevole della sua morte fino alla fine. Seppure la storia si chiude con la morte dei due ragazzi, una delle scene finali in cui sono rinchiusi nella stanza delle docce, i due si stringono la mano. Quasi a voler significare che l’amicizia, l’amore e i buoni sentimenti possono sopravvivere anche oltre la morte.

Ci sono una serie di piccoli elementi differenti tra il romanzo di Boyne e la realizzazione filmica: ad esempio nel film quando Bruno passa nel campo di concentramento è l’unico ad avere i capelli e li nasconde sotto un cappello a strisce mentre nel libro ha i capelli rasati perché aveva preso i pidocchi; il padre di Bruno nel film si chiama Ralf mentre nel libro Louis; nel film Bruno ha otto anni mentre nel libro nove e il tenente Kotler nel libro viene cacciato dalla casa perché prova simpatia verso la madre di Bruno mentre nel film perché suo padre, professore universitario di letteratura, ha rifiutato di giurare al nazismo e infine nel libro i familiari non scoprono subito la morte di Bruno.

Un film di questo tipo, in cui un bambino innocente che non conosce le macchinazioni di suo padre, i piani di sterminio degli ebrei e le crudeltà che suo padre commette in onore del nazismo, che fa amicizia con un altro bambino ebreo mi fa pensare a un altro film. Si tratta di un film italiano in cui un ragazzino anch’esso innocente e alieno dalle occupazioni criminali del padre mafioso, fa amicizia con un ragazzino che è stato rapito da suo padre per chiedere un riscatto alla famiglia.  Il film è Io non ho paura di Gabriele Salvatores (2003) tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti pubblicato nel 2001.

In questa storia non è il nazismo e la guerra a fungere da elemento di violenza e d’impostura tra diverse persone ma la mafia pugliese. Quando la polizia si stringerà attorno al cerchio di persone attorno al padre di Michele perché ha capito che sono responsabili del rapimento di Filippo, Michele non esiterà a correre dall’amico per cercare di salvarlo ma il padre di Michele nella notte cerca di sopprimere l’ostaggio. Spara, ma uccide suo figlio.  Anche in questo caso ci sono piccole differenze tra il film e il libro ma il senso profondo della storia rimane, chiaramente, inalterato.

Bruno (Il bambino con il pigiama a righe) e Michele (Io non ho paura) sono entrambi vittime del potere dei rispettivi padri, della loro corruzione e implicazione in organizzazioni criminali. Forse, solo con la morte dei rispettivi figli saranno in grado di riconsiderare le loro azioni passate sotto una nuova luce. Forse Ralf (padre di Bruno) rifletterà sui crimini che ha commesso contro gli ebrei e si convincerà delle astrusità del nazismo e forse Sergio (padre di Michele) sarà in grado di comprendere quanto la mafia sia qualcosa di deleterio per la società. Forse.

 

Lorenzo Spurio

28-01-2011

Multatuli, chi è costui?

Passeggiando per le varie stradine lungo canale e per i ponti che contraddistinguono il centro di Amsterdam, in prossimità del canale di Singel, ho attraversato il ponte Torensluis, particolarmente esteso e ho trovato una statua per niente convenzionale di un certo Multatuli.  La statua ritraeva il volto di un signore abbastanza anziano e la porzione superiore del suo corpo. Aveva dei capelli abbastanza lunghi e portati all’indietro, dei baffi curati ed era vestito in maniera distinta. Sembrava un uomo d’altri tempi. Un uomo del secolo passato.

Non seppi di chi si trattava ma ipotizzai che si trattasse di un personaggio rilevante, per lo meno per la cultura olandese poiché la statua era stata posta in una posizione particolare, mirando i canali dinanzi e, per la sua strana conformazione, attirava un gran numero di turisti che, al pari di me, cominciarono ad immortalarla.
L’iscrizione alla base della suddetta statua, in colore oro, recitava Multatuli, un nome abbastanza divertente e che non fu in grado di richiamare un gran che nella mia mente. Poteva trattarsi di un politico olandese ottocentesco, di un militare durante la seconda guerra mondiale o addirittura di un capo di una rivolta contadina.
Una volta a casa, cercai di documentarmi sul signore in questione.  La prima cosa che scoprii fu che il nome Multatuli non era altro che un soprannome che era stato dato a un certo Eduard Douwes Dekker, il tizio della statua per l’appunto. La dicitura Multatuli era di derivazione latina e significava “ho sopportato molte cose” o “molto soffersi” ed era un chiaro riferimento a un famoso passaggio dei Tristia di Ovidio.  Si trattava dunque di un personaggio remissivo che era stato costretto a sopportare situazioni gravose.
Eduard Douwes Dekker nacque ad Amsterdam nel 1820 e morì in Germania nel 1887. Fu un importante scrittore oltre ad essere funzionario governativo olandese. La sua opera maggiormente nota è il romanzo satirico Max Havelaar pubblicato nel 1860 nel quale denunciava gli aspetti negativi del colonialismo olandese che conobbe direttamente durante gli anni che trascorse in Indonesia (al tempo Indie Orientali olandesi) per il suo ruolo diplomatico.
Viene ricordato anche per il suo difficile rapporto con la gestione di denaro e ricchezze, per essere stato dedito al gioco d’azzardo, per i suoi ingenti debiti e per la frequentazione di numerose donne al di fuori del suo matrimonio.
Dunque una statua posta per celebrare non un eroe nazionale, un difensore del paese ma un letterato olandese che fu anche funzionario amministrativo in una colonia olandese nel corso dell’Ottocento. Un personaggio che denunciò i soprusi e le violenze sulle popolazioni indigene di una colonia formalmente di proprietà nederlandese.

13-01-2011
Lorenzo Spurio

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