GIUDIZIO:
di Lorenzo Spurio
a cura di Lorenzo Spurio
Da grande estimatore e studioso di Jane Eyre, romanzo vittoriano pubblicato nel lontano 1847 da Charlotte Brontë, non mi sono perso il nuovo adattamento cinematografico che ne è stato tratto. Il film porta l’omonimo titolo del romanzo ed è firmato dalla regia di Cary Fukunaga; tra gli attori principali figurano MiaWasikowska (Jane Eyre), Michael Fassbender (Mr. Rochester), Jamie Bell (St. John Rivers) e Judi Dench (Mrs. Fairfax).
La sala di proiezione era quasi totalmente desolata, al massimo dieci persone e l’età media di certo non era inferiore ai 60-65 anni. Non c’è da meravigliarsi. Quasi nessuno legge più il romanzo, figurarsi la gente che va a vedere un film tratto da una storia che non conosce. Inutile dire che vedendo il film il mio metro di giudizio, inconsciamente o forse no, è stato portato a raffrontare il film con l’altro adattamento cinematografico che ne venne tratto nel 1996 per la regia di Franco Zeffirelli. Dirò da subito che, tra i due, ho preferito la versione di Zeffirelli per vari motivi che cercherò di spiegare ma un giudizio di questo tipo è semplicistico. Si deve, infatti, considerare il nuovo film per quello che è e, magari, rapportarlo al romanzo e non a un film precedente.
Entrambi i film sono molto fedeli al romanzo della Brontë e quindi possono eventualmente essere impiegati come materiale didattico accessorio nel caso di una divulgazione o di uno studio attento sul romanzo. La novità del film di Fukunaga rispetto a quello di Zeffirelli è che non rispetta il normale svolgimento della storia e quindi il canonico susseguirsi degli spazi (Gateshead Hall, Lowood, Thornefield Hall, Moor House, Ferndean Manor). Il film si apre, infatti, con Jane, ormai grande, che scappa da Thornefield e corre, sola e sofferente, per la brughiera per arrivare poi, sfinita e piangente, a Moor House. Lì viene accudita e lentamente si riprende dal suo stato; St. John Rivers le offre di lavorare in una piccola scuola di villaggio per bambine. Tramite un sistema di retrospezioni, flashback e ricordi, veniamo a conoscenza del passato di Jane: prima la sua infanzia difficile a Gateshead con l’importane episodio della red room, poi Lowood (e l’amicizia con Helen Burns) e, infine, tutta la parte concernete gli episodi di Thornefield sino alla sua fuga nella brughiera che poi si ricollega alla storia ufficiale, con il rifiuto di Jane di seguire St. John Rivers in missione in India e il richiamo di Rochester. Fukunaga stravolge il canonico susseguirsi delle fasi di crescita interiore ed esteriore di Jane per creare una trama più avvolgente e intricata, in cui forse la comprensione può essere un pizzico più difficoltosa di quella del film di Zeffirelli dove lo spettatore segue, invece, progressivamente e secondo un principio fondato sulla cronologia, i vari episodi della vita della protagonista.
Alcune mie personali considerazioni:
– Di Jane Eyre nel romanzo si sottolinea spesso il fatto che non rappresenti una bellezza femminile particolarmente attraente, che è magra, mingherlina, dal viso pallido e dai capelli scuri, descrizione perfettamente in linea con l’immagine dell’allora giovanissima attrice francese Charlotte Gainsbourg che nel film di Zeffirelli interpretava Jane Eyre. Nel film di Fukunaga, invece, Jane, a mio modo di vedere, è una bellissima ragazza interpretata dall’attrice Mia Wasikowska (celebre anche per il personaggio di Alice in Alice nel paese nelle meraviglie per la regia di Tim Burton). L’attrice è bionda o, almeno, castano chiaro e ha gli occhi celesti, aspetto completamente diverso da quello di Jane nella Brontë. Di contro, Blanche Ingram che nel romanzo viene detto esser bionda (com’è anche nel film di Zeffirelli dove si sottolinea la frivolezza e l’ignoranza del personaggio) nel film di Fukunaga ha i capelli neri.
– Gli interni di Thornefield Hall nel film di Zeffirelli sembrano molto più sfarzosi e degni dell’aristocrazia inglese mentre Thornefield Hall nel film di Fukunaga sembra un po’ meno lussuoso tanto che la stessa Jane riconosce che la residenza della zia a Gateshead era di gran lunga più bella.
– Mancano nel film di Fukunaga i personaggi di Bessie, la governante di Jane (che viene solo nominata una volta) e della caritatevole Miss Temple, istitutrice a Lowood.
– Nel film di Fukunaga Mrs. Fairfax rivela a Jane che non sapeva niente dell’esistenza della prima moglie del signor Rochester, mentre nel romanzo la governante era a conoscenza di tutto.
– Nel finale del film di Fukunaga non è un anziano della zona, come nel romanzo, a rivelare a Jane che Thornefield Hall è andato a fuoco e che il padrone è rimasto ferito ma è lei stessa che entra nel castello ormai annerito e in macerie e trova Mrs. Fairfax forse lì giunta per recuperare qualcosa del vecchio castello.
– Nel film di Fukunaga, Mr. Rochester perde la vista ma non soffre l’amputazione di un arto a seguito del crollo del castello. Il film si chiude con la coppia che si scambia il proprio amore. Ferndean Manor, la nuova residenza, non viene mai nominata. Non vediamo la coppia avere dei figli, né tantomeno Rochester riacquistare la vista.
– I personaggi meglio costruiti e più fedeli alle descrizioni della Brontë sono Mrs. Fairfax, Helen Burns e Brocklehurst (al quale tuttavia viene dato più spazio nel film di Zeffirelli). Pochissima attenzione viene riservata invece a Grace Poole (personaggio molto importante) e a Bertha Mason. Quest’ultima viene mostrata solo una volta, nella scena in cui Rochester, dopo il matrimonio negato, fa vedere a Jane, al legale e al fratello di Bertha, chi è sua moglie. Bertha non ha sembianze animalesche (non fa dei versi) né tantomeno selvagge ed è, invece, raffigurata come una donna addirittura attraente. Poco spazio viene riservato però a questo personaggio, ad esempio l’episodio del velo nunziale rotto da parte di Bertha è completamente assente.
– Una signora seduta a vedere il film qualche fila dietro della mia quando ha visto Bertha ha detto ad alta voce “la matta” con un fare offensivo e denigratorio, per marchiarla o etichettarla come degenerata, perversa. Le avrei detto con molto piacere che l’origine della sua pazzia era proprio il signor Rochester e che lei era stata sradicata dalla sua terra, mercificata e tenuta in schiavitù. Avrei, insomma, cercato di farle capire che, forse, era errato e fuorviante vedere Bertha come il marchio del Male, come una sorta di Satana, solo perché il motivo dell’inghippo del matrimonio tra Rochester e Jane. Avrei voluto dirle di leggersi Il gran mare dei Sargassi della Rhys, tanto per farsene un’idea. In questo, nella creazione del personaggio di Bertha, in effetti, la Brontë è stata marcatamente etnocentrica, istituendo una significativa discriminazione razziale, come ho anche avuto modo di sottolineare nella mia raccolta di saggi: Jane Eyre, una rilettura contemporanea, Lulu Edizioni, 2011, pp. 101, ISBN: 9781447794325).
– Richard Mason, fratello di Bertha, che viene dalla Jamaica, contrariamente a quanto narra la Brontë (e contrariamente all’adattamento di Zeffirelli), non ha una carnagione scura in quanto esponente della componente creola dell’isola ma ha una carnagione molto chiara.
– St. John Rivers e le sue sorelle, che nel romanzo poi scoprono di essere cugini di Jane, nel film di Fukunaga rimangono suoi amici, senza vincoli di parentela, con i quali decide però di dividere equamente la sua eredità ottenuta con la morte dello zio John Eyre di Madeira.
Un buon film che consiglio a tutti coloro che conoscono il romanzo e ne apprezzano le qualità. La realizzazione di Zeffirelli resta, secondo me, la migliore in assoluto per una serie di elementi che ho cercato di tratteggiare e anche per la prestigiosa e azzeccatissima presenza di William Hurt nelle vesti di Rochester, che appare più interessante, più aristocratico, più austero e romantico, più inglese, più brontiano.
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La Caduta. Gli ultimi giorni di Hitler (2004)
Titolo originale: Der Untergang
Regia di Oliver Hirschbiegel
Paese: Germania
Il film affronta l’assedio dei russi a Berlino e gli ultimi momenti della vita di Hitler, prima di suicidarsi assieme a Eva Braun nel suo bunker berlinese. Le vicende messe in scena sono basate sul testo Inside Hitler’s Bunker: The Last Days of the Third Reich scritto dallo storiografo Joachim Fest (1926-2006).
Siamo nel 1945. Il film inizia con il racconto di una donna anziana, Traudl Junge, che fu la segretaria di Hitler, benché non fosse fervente nazionalsocialista. Traudl ripercorre a ritroso il suo arrivo a Berlino, la sua assunzione come collaboratrice di Hitler e il suo lavoro da segretaria nel bunker berlinese.
Berlino è attaccata dai russi che utilizzano l’artiglieria e bersagliano la porta di Brandeburgo e il Reichstag; i russi sono a soli dodici km di distanza dalla capitale.
Il Führer è malato, viene spesso inquadrata la sua mano che trema, forse per il morbo di Parkinson o più probabilmente per la sua schizofrenia e follia senile.
Alcuni gerarchi nazisti consigliano al Führer di lasciare Berlino, solo così potrebbe salvarsi ma Hitler si rifiuta. La caduta di Berlino è un episodio d’imminente accadimento. Anche Traudl glie lo consiglia. Il Führer è deciso: o rovescerà la scena o soccomberà, ma rigorosamente a Berlino.
Tra i vari gerarchi nazisti ci sono posizioni diverse, c’è chi vorrebbe che il Führer riparasse in un’altra città, chi ormai è certo che la guerra la Germania l’abbia persa, chi, al pari di Hitler, vuole portare avanti le azioni militari per la difesa di Berlino e per vincere la guerra.
Eva Braun, la compagna del Führer, è presentata sempre con il sorriso stampato in bocca, con i capelli ben sistemati e vestita in maniera raffinata.
Nel film organizza una serata di ballo nel bunker. La musica, la danza e l’aria di festa contrastano in maniera stridente con il clima di morte e di guerra diffuso in Germania e in tutta Europa. La compresenza di felicità e tristezza, di vita e morte è ben tratteggiata nel film: la musica e l’elettricità sono brevemente interrotte a causa dei bombardamenti e gli scoppi d’artiglieria.
Le complicazioni, gli insuccessi militari, l’assedio dei russi si sommano alle farneticazioni e alla malattia degenerante del Führer. Il Führer spera nell’operazione Steiner, ma i gerarchi gli fanno capire che Steiner non ha un contingente sufficiente per condurre un’azione militare di successo. A questo punto anche Hitler ha capito che la guerra è perduta ma non intende lasciare Berlino.
Hitler ha predisposto un aereo per mettere in salvo Traudl e altre donne che lo hanno servito nel bunker ma queste rifiutano di andarsene, vogliono continuare a rimare con il Führer.
La situazione degenera in poco tempo e Berlino è sottoposta a bombardamenti e scoppi; gli ospedali abbondano di feriti gravi ai quali vengono amputati arti, mentre fuori la battaglia infuoca le strade.
Hitler comincia a pensare all’idea di suicidarsi con delle pasticche. Eva scrive una lettera alla sorella prima di suicidarsi nella quale le dice che alla morte lei erediterà i suoi beni. In una delle ultime scene Hitler si fa scrivere dalla segretaria il suo testamento politico, che è un messaggio di profondo odio nei confronti della comunità giudaica.
Il Führer ed Eva Braun prima di suicidarsi decidono di sposarsi nel bunker. Intanto i russi stanno accerchiando Berlino e restringendo la loro presa. Il Führer rifiuta la capitolazione. Hitler chiede che una volta morto il suo corpo venga bruciato e scompaia dalla circolazione, non vuole che sia esposto al pubblico ludibrio ne imbalsamato per un museo.
E’ curiosa la scena in cui Eva si mette il rossetto allo specchio prima di andarsi a suicidare assieme a suo marito. Il Führer prende commiato dalla segretaria e dalle altre donne che lo avevano sempre servito poi assieme a Eva si chiude in una delle stanze del bunker, entrambi prendono delle pasticche (anche se questa scena non viene mostrata nel film) e il Führer si spara alle tempie (sul film si sente solo il suono dello sparo). Il Führer muore. I corpi del Führer e di sua moglie vengono bruciati, così come lui aveva richiesto.
Alcuni gerarchi vorrebbero firmare la capitolazione ma Joseph Goebbels, ministro e nuovo cancelliere del partito (a partire dalla morte del Führer) si rifiuta. Ormai la sorte di tutti è segnata. I vari gerarchi si suicidano, avvelenandosi o sparandosi. La signora Goebbels fa preparare una soluzione che fa bere a tutti i suoi figli dicendo che è una medicina, si tratta di una sostanza soporifera. Una volta addormentati inserisce a ciascuno una pasticca velenosa in bocca e muoiono all’istante. Il cancelliere fa dettare il suo testamento spirituale alla segretaria del Führer.
Il cancelliere Goebbels spara a sua moglie e poi si toglie la vita. I corpi vengono bruciati. Gli alti vertici del nazismo si sono autoeliminati.
I russi accerchiano il quartier generale dei nazisti. L’ex segretaria Traudl tenta di fuggire nelle file russe. I nazisti le consigliano di provare, magari i russi salveranno una povera donna.
Quando i russi accettano la resa, altri gerarchi nazisti si suicidano. Non possono sopportare di essere sopravvissuti al Führer e non intendono consegnarsi nelle mani dei russi.
L’ex segretaria del Führer riesce a salvarsi e sarà proprio lei, una volta anziana, a raccontare la storia. Verso la fine del film il regista ci fornisce una breve scheda dei gerarchi nazisti: il loro suicidio o la loro pena al processo di Norimberga. Alla fine Traudl, anziana, racconta di aver scoperto solo dopo che il regime aveva ucciso più di sei milioni di persone ma il suo ruolo di segretaria del Führer non c’entrava in nessun modo con quelle morti. Non venne condannata in quanto per il suo ruolo di “collaboratore giovanile” non le venivano riconosciute colpe.
LORENZO SPURIO
23-02-2011
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Rosa d’inverno di Jasmine Manari
Book Sprint Edizioni, 2011
Prefazione a cura di Lorenzo Spurio
Ho accolto con piacere la richiesta di Jasmine Manari, giovanissima poetessa abruzzese che esordisce il suo percorso letterario con un’ampia e interessante silloge poetica. Mi sono molto interpellato sul titolo, Rosa d’inverno, su quale potesse essere il significato che la Manari volesse abbracciare per le sue liriche. Mi è sembrato a prima vista enigmatico, ma questo non ha offuscato neppure minimamente la mia attenzione nei confronti di questa raccolta di poesie. L’ho interpretato, inizialmente, mediante una figura retorica, quella dell’ossimoro: una rosa, espressione di colore e della vita e l’inverno, espressione di toni grigi della malattia e della morte. Ho concluso così che le liriche avrebbero trattato principalmente di storie d’Amore e storie di morte, temi che spesso nella poesia sono speculari o che finiscono per costituire un tutt’uno.
La Manari ha utilizzato una variegata scelta di citazioni colte che esplicitano il suo Amore nei confronti della letteratura, di una letteratura che potremmo definire classica, fatta dai grandi. Ci sono varie citazioni in epigrafe tra cui una curiosa definizione del veggente/poeta maledetto Arthur Rimbaud, estratti di conversazioni di Ungaretti e Oscar Wilde e un frammento di Saffo. Questi riferimenti intertestuali iniziali non sono ridondanti e, anzi, incanalano il lettore verso l’oggetto di questa raccolta: l’Amore e le sue varie sfaccettature, i diversi modi di amare, il dolore e la sofferenza che dall’Amore scaturiscono.
E’ sufficiente la prima poesia della silloge per comprendere quale sia il senso che la Manari vuole trasmettere attraverso il suo titolo: la rosa, con le sue varie fasi di crescita (lo sbocciare, il crescere), non è altro che metafora di un Amore che, ugualmente, nasce e si sviluppa. Ma la rosa bianca della Manari non appassisce, non conosce fine e così dobbiamo interpretare che l’Amore, alla stessa maniera, non deperisce né si consuma ma rimane eterno.
La raccolta di poesie verte principalmente su alcuni temi dominanti: l’Amore, la felicità, la vita e la morte, il senso di abbandono e il ricordo di un’età ormai passata, l’infanzia. Nelle liriche della Manari si fa infatti spesso riferimento a un tempo passato che si evoca a volta con nostalgia come in “Bambina” mentre altre volte ci si domanda quali siano i limiti tra ricordo ed oblio. E’ un percorso difficile, questo che la poetessa affronta con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo altamente simbolico. L’infanzia è celebrata un po’ ovunque nella raccolta e in “Ci chiamiamo grandi” la poetessa osserva che gli adulti, in fondo, non sono altro che bambini che non fanno più cose spontanee come quelle di un bambino. La vita, dunque, sembra suggerire che è un’infanzia perenne. E in quel presente liquido e spesso difficile la poetessa ricava ricordi positivi di un passato andato ma che in un certo senso è ancora presente perché ricavato da frammenti di ricordi che si impongono nel “qui ed ora”, nella vita di tutti i giorni: «Somigli tanto a una bambina che conoscevo» in “Quale è il tuo nome”. La silloge celebra così i tempi passati, un’infanzia felice e spensierata che viene ricordata con nostalgia e alla quale, paradossalmente, si vorrebbe ritornare, annullando il normale corso del tempo.
La protagonista delle liriche, che intuitivamente mi viene da immaginare abbia un riferimento autobiografico nella stessa Manari, è una donna che sa soffrire ma che sa anche ribellarsi per non lasciarsi soggiogare, come nella brevissima lirica “Rivoluzionaria” che si chiude proprio con la volontà di fare della propria vita una battaglia. E’ una donna forte e decisa, che non manca di evocare idee discutibili e che la Chiesa definirebbe immorali, come il suicidio in “Osceno paradiso d’indolenza” per «chi, egoista con se stesso, non vuole più sperare». Parlare della vita significa innegabilmente trattare anche quegli aspetti meno belli che però fanno parte di essa: la vecchiaia, la malattia e la morte. Il ritratto complessivo che la Manari trasmette con questa opera è complesso ed articolato e non manca di trattare questi temi languidi, tristi e crepuscolari come nella brevissima poesia “Alzheimer” che va letta tutta d’un fiato e che condensa una serie di tragedie: la malattia, la sofferenza per un congiunto malato e incurabile e la decisione di porre fine a quelle sofferenze per liberarsi da entrambi i mali. La Manari non parla di eutanasia ma di matricidio. E’ questo a trasmettere una cupissima presenza su tutta la lirica, lasciando drammaticamente sorpresi per la vivezza e allo stesso tempo per il laconismo con il quale fotografa una realtà difficile e disperata. Il linguaggio è semplice e spesso usa immagini forti, come volesse suscitare un qualche effetto nel lettore. La poesia “Non appartengo a voi indecisi, sono un poeta maledetto” ha tutte le caratteristiche della poetica del bohemien, che si riallaccia alla citazione iniziale di Rimbaud. C’è in un certo senso anche un riferimento, consapevole o no non saprei dirlo, a Palazzeschi e alla sua poesia “E lasciatemi divertire” dove il poeta abbatteva i canoni poetici tradizionali riconoscendo una poetica tutta nuova, bizzarra e strampalata ma che almeno, lo lasciasse divertire. La Manari si auto considera un poeta maledetto, di quelli che non le mandano a dire e che non hanno paura di parlare di niente: « Se sono un verme che si dimena appeso a un amo, certo di durare meno e poco più».
Spesso prevalgono i toni grigi e cupi e un’amara analisi della vita come quando in “Il consigliere” scrive: «No figliuolo, le persone non vogliono la verità, loro non sanno che farsene: la odiano. È troppo pericolosa, meglio la menzogna… si può fare molto di più con la menzogna». Non si tratta però di un pessimismo fine a se stesso ma ricalca, in maniera quanto mai fedele, la società nella quale viviamo. Verso la conclusione della raccolta è presente un brano che abbandona il metro poetico per adattare i pensieri, quasi in maniera plastica, impiegando la prosa. In “La felicità in un palazzo di cristallo” la poetessa affronta temi difficili, le canoniche questioni dell’essere: cos’è la felicità e, se esiste, come si raggiunge? E la pace? Lo fa in maniera lucida e schietta ma è difficile non riconoscere un certo tono cupo ed esistenzialista che, per certi aspetti, richiama addirittura il poeta recanatese, Leopardi: «l’uomo vive tormentato ed è proprio la felicità la sua ossessione: egli non la possiede, eppure può renderla sua. Per questo la felicità non è nella morte e nemmeno nella pace». Ma la conclusione che la Manari trae non è altrettanto negativa, c’è possibilità di speranza: la felicità è intorno a noi, dobbiamo saper riconoscerla, è dietro l’angolo, dobbiamo saperla individuare: «Dipende dagli occhi di chi guarda: per questo la felicità è per chi di noi sa trovarla, per chi trova il punto dove guardare, non necessariamente il punto per eccellenza».
Una raccolta di liriche affascinante che va letta in profondità e che è arricchita nel suo ampio contenuto già altamente ricco simbolicamente da un sonetto di Shakespeare il quale, proprio come ha fatto la Manari, nelle sue poesie ha sempre parlato anche degli aspetti meno felici dell’Amore e della transitorietà del genere umano. Non avevo sbagliato di molto nella mia iniziale interpretazione del testo a riconoscere già nel titolo la presenza di un ossimoro di cui, in effetti, la silloge è strapiena: vita-morte, felicità-sofferenza, ricordo-oblio, miracolo-condanna, presente-passato, alba-tramonto e addirittura il titolo di una poesia, “Il buio bianco”. Non è un caso che la Manari citi Shakespeare, poeta neoplatonico che nelle sue liriche utilizzò spesso l’allegoria del chiaroscuro, che la poetessa nella sua opera sintetizza in maniera mirabolante in questo modo: «il sole c’è ma non si vede».
LORENZO SPURIO
05-07-2011
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Burke & Hare (Burke & Hare – Ladri di Cadaveri, 2010) è un film del regista John Landis basato sulla storia di William Burke e William Hare, due famelici killer di origini irlandesi documentati dalla storia.
1) Burke and Hare Murders: la storia
Gli omicidi di Burke e Hare, conosciuti anche come omicidi di West Port furono una serie di assassini che riguardarono la città di Edimburgo negli anni 1827-1828. Gli omicidi vennero attribuiti a William Burke[1] e William Hare[2], due immigrati di origini irlandesi che uccisero almeno diciassette persone per venderne poi i cadaveri al dottore Robert Knox per fini di studio e per lezioni di anatomia.
Prima del 1832 c’era scarsa disponibilità di cadaveri predisposti per lo studio dell’anatomia nelle scuole mediche inglesi, quali l’università di Edimburgo. Erano disponibili sono due o tre cadaveri all’anno per lo studio del corpo umano per un gran numero di studenti. Vari criminali si dedicarono ad omicidi ed assassini seriali (anatomy murders) e allo stesso tempo iniziarono a diffondersi casi di trafugo di cadaveri dai cimiteri.
Burke conobbbe Hare grazie alla comune conoscenza di Margaret Logue poi diventata moglie di Hare che disponeva di una locanda ad Edimburgo. Burke e Hare divennero grandi amici e assieme riuscirono a vendere una serie di cadaveri il primo dei quali fu un tenente che era morto per cause naturali. Invece di sotterrare il corpo, riempirono la bara con della terra e portarono il cadavere all’università di Edimburgo dove venne acquistato. Il cadavere venne venduto al dottor Robert Knox, anatomista per £7.10s.
La prima vera vittima di Burke e Hare fu un tenente malato, Joseph the Miller. Lo fecero ubriacare con del whisky e lo soffocarono. Lo stesso modus operandi venne utilizzato con le successive vittime e nei vari assassini cooperò anche Margaret Hare.

Tra le altre vittime ci furono un mendicante, un ritardato mentale, una donna con la figlia, alcune donne probabilmente prostitute e una vecchia assieme al nipote cieco. In quest’ultimo caso Hare utilizzò un’inaudita violenza contro il giovane avventandosi su di lui e spaccandogli l’osso del collo. Ciascuno corpo venne venduto per £8. I due killer utilizzarono un’efferata violenza nei loro assassini e operarono con estrema lucidità e freddezza tanto che potremmo elevarli al pari di Jack the Ripper, Sweeny Todd e Dracula l’Impalatore.
Uno degli ultimi omicidi destò preoccupazione ed interesse dei familiari della vittima e, velocemente il cerchio degli investigatori si ristrinse attorno a Hare e alla moglie. La confessione di Hare praticamente mandò alla morte il collega Burke che venne impiccato nel 1829 e poi dato all’università di Edimburgo per gli studi anatomici. Hare venne rilasciato nello stesso anno e secondo la leggenda popolare terminò la sua vita come mendicante cieco per le vie di Londra.
Nella letteratura c’è un riferimento a Burke e Hare nel racconto di Robert Louis Stevenson intitolato “The Body Snatcher” che ritrae due dottori responsabili dell’acquisto di cadaveri da dei killer.
Da queste due figure sono stati tratti vari film: The Body Snatcher (regia di Robert Wise, 1945), The Greed of William Hart (regia di Oswald Mitchell, 1948), The Flesh and the Fiends (regia di John Gilling, 1960), Dr. Jekyll and Sister Hyde (regia di Roy Ward Baker, 1971), Burke & Hare (regia di Vernon Sewell, 1972), Burke and Hare (regia di John Landis, 2010).
2) Burke and Hare (2010): il film
E’ il 1828. Il film si apre con i due uomini di origini irlandesi a Edimburgo, in Scozia. L’università di Edimburgo è considerata la più avanzata e importante per le materie medico-scientifiche. Il dottor Knox[3] si occupa di anatomia. C’è penuria di cadaveri da poter analizzare durante le lezioni d’anatomia per gli studenti universitari. Burke e Hare danno inizio ai loro affari basati sulla vendita di cadaveri. Inizialmente pensano di riesumare i corpi inumati al cimitero ma durante la notte dei membri della milizia si accorgono e sono costretti a fuggire. A questo punto decidono di facilitare i loro affari cominciando ad uccidere: uccidono un signore molto grasso mettendogli paura al buio all’interno della sua casa e un’anziana soffocandola e spaccandole un vaso in testa. Ogni cadavere che viene venduto al signor Knox viene pagato sui quattro-cinque sterline.
Il trafugo di cadaveri durante l’Ottocento era una pratica ampiamente utilizzata da balordi e criminali che, una volta de seppellito il cadavere, provvedevano a venderlo illegalmente a medici privati, come avviene nella storia di Burke e Hare. Nel racconto “The Premature Burial” di Edgard Allan Poe si fa riferimento alla pratica del trafugo di cadaveri:
Arrangements were easily effected with some of the numerous corps of body-snatchers, with which London abounds; and, upon the third night after the funeral, the supposed corpse was unearthed from a grave eight feet deep, and deposited in the opening chamber of one of the private hospitals.[4]
E’ curiosa una delle scene iniziali del film dove Hare, per poter partecipare ad una festa in un locale, si spaccia per Wordsworth e quando poi il vero Wordsworth accompagnato da Coleridge si presenta alla porta d’entrata della festa, le loro vere identità non vengono credute e vengono mandati via.
Il dottor Knox intende far bella figura con i suoi studi, le sue analisi e ricerche sul corpo umano dinanzi al re che fa visita a Edimburgo, soggiornando nella sua residenza di Holyrood Palace. Il professor Monro[5] si interessa anch’egli di scienza e del corpo umano ma appartiene ad una scuola di studio più tradizionale. Tra di lui e il dottor Knox c’è una continua lotta di potere per poter primeggiare in vista anche della visita del sovrano che riconoscerà l’uomo che si è maggiormente distinto nel suo campo scientifico dandogli il sigillo reale.
Nel film Burke viene inizialmente mostrato come quello meno propenso ad uccidere, più insicuro e dubbioso del loro ruolo di killer mentre Hare è più diretto, violento e risoluto. Nei loro traffici di cadaveri vengono aiutati e nascosti da Margaret, la moglie di Hare. Burke, d’altro canto, finanzia con i soldi che derivano dalla vendita dei cadaveri, l’allestimento dell’opera teatrale di una ragazza della quale si è innamorato, Jimmy Hawkins.
Il signor McTavish, il boss della città che controlla i vari traffici legali e illegali, ha fatto pedinare i due uomini cercando di capire da che attività guadagnassero i soldi. Ovviamente non glie lo rivelano. McTavish chiede loro il cinquanta per cento dei loro proventi in cambio di protezione ma loro rifiutano. Scoperti i loro traffici McTavish chiede loro di entrar a far parte dei loro affari di smercio di cadaveri ma Burke e Hare lo uccidono, consegnando poi il suo corpo al dottor Knox che lo seziona. Dato che McTavish è un uomo molto conosciuto, le milizie indagano su chi è stato a portare il cadavere al dottor Knox.
Il dottor Knox si presenta a Holyrood Palace per presentare il suo libro di immagini sul corpo umano, foto che ha scattato sui tanti cadaveri che ha analizzato. La milizia arriva al palazzo e interrompe Knox che si appresta a presentare il suo libro al re, accusandolo di aver ucciso decine di uomini per fare quel libro. Per la raccolta sono stati utilizzati sedici cadaveri. La milizia lo interroga chiedendogli chi gli ha fornito i sedici cadaveri e lui glie lo rivela. La milizia arresta Hare, sua moglie, Burke e Jimmy con l’accusa di omicidio. La notizia si sparge ad Edimburgo e il popolo chiede che i quattro vengano messi al capestro.
Lord Harrington chiede al capo della milizia di non mandare a processo Hare e Burke ne di ucciderli perché questo provocherebbe troppo clamore ad Edimburgo e rovinerebbe la fama della città come sede della più importante facoltà di medicina al mondo. Il capo della milizia pone una condizione a Hare e Burke: se uno dei due confesserà i delitti, l’altro potrà uscire di carcere. Burke confessa per salvare dal carcere Jimmy, la sua innamorata. Burke viene impiccato.
Alla fine William Hare apre un’agenzia di onoranze funebri che gestisce assieme alla moglie ed è l’unico ad ottenere il sigillo reale. Il corpo di Burke viene consegnato al dottor Monro che lo seziona dinanzi agli studenti. Il dottor Knox parte per il nuovo mondo. Jimmy diviene un’affermata attrice e anche il discepolo del professor Monro, un certo Charles Darwin, diviene popolare dopo aver venduto un gran numero di copie della sua opera, The Origin of Species.
Trattandosi di un film che si basa su una storia vera, documentata dalle cronache del tempo, tutti i personaggi sono realmente esistiti: non solo Burke e Hare ma anche il capo della milizia, Lord Harrington, il dottor Knox, il dottor Monro e personaggi rilevanti all’interno della letteratura: Charles Darwin, William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. Il re a cui si fa riferimento nel corso del film, non viene nominato con il suo nome ne tantomeno viene mostrato in scena, ma essendo la storia documentata nel 1828 si tratta di re Giorgio IV di Hannover (1762-1830).
Un film che ripercorre una storia interessante e al tempo stesso agghiacciante, facendolo in maniera abbastanza comica e che può essere sicuramente apprezzato da coloro che, guardando Sweeny Todd, hanno trovato la sua storia terribilmente curiosa e ricca di momenti di suspense.
LORENZO SPURIO
22-06-2011
[1] William Burke (1792-1829) dopo aver servitor l’esercito irlandese lasciò la sua famiglia ed emigrò in Scozia nel 1817 dove lavorò nella marina e poi come venditore di tessuti, fornaio e calzolaio.
[2] William Hare (1921-1804) come Burke emigrò dall’Irlanda verso la Scozia dove lavorò nella marina. Ad Edimburgo conobbe Mr. Logue che gli diede un tetto sotto al quale poter dormire e, alla morte dell’uomo si sposò con la sua vedova.
[3] Robert Knox (1791-1862) fu uno scienziato, anatomista e chirurgo scozzese. Fu una delle massime autorità nel suo campo medico-anatomico ad Edimburgo prima dello scandalo che lo coinvolse circa i crimini di Burke e Hare. Come il film evidenzia ebbe una serie di screzi con il professor Alexander Monro, anatomista dell’università di Edimburgo mentre lui lavorò come anatomista di una scuola privata.
[4] Edgard Allan Poe, “The Premature Burial”. Testo tradotto: «Fu loro facile intendersi con una delle tante associazioni di trafugatori di cadaveri che abbandonano Londra; e la terza note dopo il funerale il presunto cadavere venne esumato da una fossa profonda otto piedi e portato nella sala operatoria di una clinica privata», in Edgard Allan Poe, Racconti del terrore, Milano, Mondadori, 1992, p. 250. Come si evince dal testo citato la pratica del trafugo di cadaveri era diffusa anche a Londra oltre che ad Edimburgo.
[5] Alexander Monro tertius (1773-1859) fu professore di anatomia all’università di Edimburgo. A quel tempo l’università di Edimburgo era considerata la massima autorità in campo medico-anatomico al mondo ma la penuria di cadaveri da analizzare prima dell’Anatomy Act (1832) provocò gravi problemi negli studi. Uno dei frequentatori delle lezioni universitarie di Alexander Monro fu un giovanissimo Charles Dickens che seguì alcune lezioni, interessandosi poi e specializzandosi in altre branche scientifiche.
Il film narra una delle leggende meno note che concernono la storia papale e prende in considerazione l’elezione al soglio pontificio di una donna sotto mentite spoglie che, addirittura, rimane incinta e partorisce un figlio morto[1]. Il film è basato sul romanzo Pope Joan (1996) della scrittrice americana Donna Woolfolk Cross. Vediamo prima che cosa narra la leggenda e poi come la storia è stata trasposta nel recente film. La storiografia pontificia ha parlato dei vari papi, degli antipapi e anche dei doppi papi del periodo tradizionalmente noto come cattività Avignonese. In pochi si sono occupati della papessa Giovanni che, a tutt’oggi, viene considerata come una vera e propria leggenda popolare. Questo significa che non ci sono abbastanza elementi per considerare la storia vera. La leggenda narra che una volta scoperta la gravidanza della donna il popolo la ripudiò così come i vari vescovi romani. Venne fatta legare a un cavallo in corsa per le vie di Roma e poi lapidata dal popolo. Secondo altre varianti invece la papessa sarebbe morta durante il parto. Il nome che Giovanna utilizzò (Giovanni VIII) venne in seguito utilizzato da un altro papa.
Secondo la storiografia ufficiale papa Sergio II regnò dall’844 all’847 e fu seguito da papa Leone IV che regnò dall’847 all’855 e quest’ultimo da papa Benedetto III che regnò dall’855 all’858. Secondo la leggenda la papessa avrebbe regnato per un periodo di tempo che va dall’835 all’855, sostanzialmente improbabile se decidiamo di rifarci alla storiografia ufficiale. Ritorniamo al film. Giovanna (Johanna Wokalek) nasce a Ingelheim nel 814 d.C. da una famiglia molto povera. Il padre è austero, violento e cresce la famiglia secondo un severissimo insegnamento cristiano. Dopo la morte del primogenito è intenzionato a mandare il secondogenito a studiare nella scuola-cattedrale di Dorstadt ma questi sembra essere poco propenso mentre la sorella Giovanna è particolarmente adatta: ha imparato a leggere e scrivere segretamente da suo padre e conosce i testi sacri. Così entrambi riescono a entrare nella scuola-cattedrale; la gran parte dei nobili e dei religiosi che gravitano a Dorstadt vedono di cattivo occhio la presenza di una ragazza all’interno di quell’istituto religioso. Essendo ancora piccola e non essendoci spazi destinati alle donne nella scuola-cattedrale, Giovanna viene affidata alle cure del conte Gerold (David Wenham), un nobile alla corte del vescovo. Giovanna crescerà con lui e con la sua famiglia e dopo un’iniziale amicizia con Gerold la ragazza s’innamora del nobile. Intanto il conte Gerold deve lasciare il vescovado per la guerra di successione al trono di Carlo Magno e così i due si separano. A questo punto Giovanna decide di travestirsi da uomo, assumendo l’identità di fratello Johannes Anglicus (che in latino significa Giovanni l’Inglese) ed entra come monaco nell’abbazia di Fulda.
In seguito ad un viaggio-pellegrinaggio a Roma, Giovanna, considerato un monaco dalle doti quasi miracolose per aver guarito una donna dalla peste, viene chiamata per guarire papa Sergio II (John Goodman) che è malato. La prima immagine che abbiamo del pontefice è quella di un uomo violento, corrotto, solo intenzionato a bere vino e sempre sdraiato sul suo letto regale a causa della sua malattia. Giovanna stabilisce per lui una nuova alimentazione basata a verdure e acqua negando al Pontefice di continuare a bere il vino. Alla corte pontificia riesce a mantenere il segreto della sua identità. L’ambiente che circonda il Pontefice è ampiamente corrotto e degradato e il nomenclatore Anastasio (Anatole Taubman), una sorta di portavoce scelto, di fatto maneggia completamente questioni economiche secondo le sue volontà. Una volta resosi conto dello sbaglio di essersi fidato per troppo tempo di Anastasio, il papa affida a Giovanna l’incarico di nomenclatore. Intanto per Giovanna si presenta l’occasione per rincontrarsi con il conte Gerold e si abbandona a una notte d’amore con lui. Le condizioni del papa peggiorano o, più probabilmente come vuol far suggerire il film, il pontefice muore a seguito di uno dei tanti cavamenti di sangue che Giovanna non aveva mai approvato. L’elezione al soglio pontificio non avviene con un conclave, un’assemblea di cardinali che si riuniscono segretamente, come accade oramai da vari secoli ma in maniera aperta dinanzi al popolo. Qualche religioso propone un candidato esaltandone le capacità, le grandezze, le doti e il passato glorioso della sua stirpe e si continua così, per acclamazione, finché non si giunge a una decisione congiunta. In quella sede un religioso nomina come candidato Giovanni Anglicus, Giovanna, che alla fine viene eletto come nuovo pontefice.
Il pontificato di Giovanna si caratterizza per essere molto attento alle problematiche del popolo, con la concessione di varie delibere e la proposta d’istituzione di una scuola religiosa femminile. E’ un pontificato estremamente innovativo e progressivo che si caratterizza per una serie di innovazioni scarsamente apprezzate dalla cerchia di vescovi ancora troppo conservatori e tradizionalisti. Durante la processione di Pasqua, il conte Gerold, nominato da Giovanna capo del corpo armato papale, è impegnato a difendersi in una serie di scontri corpo a corpo con alcuni uomini probabilmente ingaggiati dal potente e cinico Anastasio. Mentre Gerold muore trafitto da una lama, la papessa Giovanna scende affannosamente dal suo cocchio papale accasciandosi a terra. Muore dissanguata a seguito di un aborto spontaneo o, se vogliamo essere più romantici, per la rottura del cuore dovuta alla morte del suo amante. L’ampia opera storiografica scritta da Anastasio su tutti i papi della storia e priva della scheda biografica della papessa Giovanna viene completata da una religiosa donna che, grazie all’aperture e alle innovazioni nella chiesa promosse da Giovanna, può finalmente mostrarsi senza travestimenti. Un’interessante e affascinante film che ci trasporta in scenari pre-medievali e in cui la chiesa papale non era ancora così strutturata ed organizzata come siamo soliti intenderla. I colori giocano un ruolo importante per l’intero film: il verde della brughiera e dei boschi che domina durante l’infanzia di Giovanna, il nero del mantello benedettino e poi l’oro, il verde acceso, il viola, l’arancione lucente delle vesti dei vescovi e di papa Sergio II fino alle vesti papali da lei indossate, il sangue del suo amante Gerold e il suo per la perdita del bambino.
http://www.cineasten.de/filme/die-paepstin.html
LORENZO SPURIO
15-06-2011
Al centro del recente film I ragazzi stanno bene (The Kids Are All Right, 2010) c’è una famiglia un po’ diversa rispetto a quella che solitamente siamo soliti immaginare. Due madri (Nic e Jules) e due figli (Joni e Laser), rispettivamente ciascuno figlio di una delle due donne che sono legate tra loro da una relazione omosessuale. Il film offre varie scene di questo amore saffico ma allo stesso tempo mostra nella prima parte la tranquillità e la spensieratezza della vita familiare. Tuttavia i problemi arriveranno nel momento in cui uno dei due figli, Laser (Josh Hutcherson), chiede a sua sorella diciottenne Joni (Mia Wasikowska), di fare per lui un’importante telefonata. Il ragazzo infatti è intenzionato a scoprire e a conoscere il genitore genetico che è lo stesso di quello di sua sorella. Così la sorella telefona alla Banca del seme e entrambi fanno tutto questo segretamente dalle due madri temendo che loro non ne siano d’accordo. Una volta conosciuto Paul (Mark Ruffalo), il padre genetico, questo entrerà a pieno nella vita dei due ragazzi i quali prenderanno a trascorrere molto del loro tempo libero con lui. Intanto Paul propone a Jules (Julianne Moore), che si occupa di decorazione paesaggistica, di occuparsi del suo giardino di casa che versa in pessime condizioni.
Così la donna comincia a lavorare nel giardino e ben presto anche lei rimarrà affascinata dall’uomo avendo vari rapporti sessuali con lui. Questo avviene tutto all’oscuro di Nic (Annette Benning), la quale nella coppia omosessuale rappresenta, se vogliamo, il principio maschile: è lei che siede a capotavola e che ricorda ai figli le “regole familiari”, è lei che impone divieti ed è con i soldi del suo lavoro (è una dottoressa) che la famiglia va avanti. Inoltre ha un debole per il buon vino rosso e spesso finisce per ubriacarsi. Quando intuisce che c’è qualcosa che non va e che l’arrivo di Paul nella vita della sua famiglia sta portando gravi disagi (la figlia, forte della sua maturità, si scontra verbalmente con lei, rifiutando di attenersi ai suoi divieti come quello di salire in moto; la compagna è sempre meno attenta nei suoi confronti) non manca di confrontarsi in maniera colorita con l’uomo, intenzionata a fargli capire che non è ben accetto nella famiglia e che lui non è parte di essa. Durante tutto il corso del film, Paul non viene mai chiamato dai figli “genetici” come padre ma sempre come ‘donatore di sperma’.
Il film, oltre a tratteggiare una relazione lesbica alle prese con vari problemi che sfociano in una vera e propria crisi tra le due madri, pone in risalto il contrasto tra genitore naturale (o genitore genetico) e genitore che cresce e dà affetto ai propri figli. Paul infatti, pur sentendosi progressivamente, sempre più parte di una famiglia, non può avanzare nessuna pretesa sui suoi figli in quanto questi sono stati concepiti non all’interno di un matrimonio ufficializzato o comunque da un’unione d’amore ma in virtù della semplice donazione di sperma. Quando Nic scopre che Jules l’ha tradita proprio con il donatore di sperma inizia la vera crisi del loro rapporto lesbico e le due prendono a dormire separatamente in casa. Ad un certo punto però Jules riconosce davanti all’intera famiglia di aver sbagliato, di non essere diventata etero e che ama, come sempre, Nic e lentamente le cose vanno risistemandosi. In un ultimo confronto tra Paul e Nic quest’ultima chiede all’uomo di star lontano dalla sua famiglia e Jules fa sapere a Paul che non intende andare avanti con la loro relazione clandestina perché ama Nic.
La situazione finale della famiglia dominata da felicità e dall’ unione ritrovata, si ricollega in maniera circolare a quella dipinto all’inizio del film prima dell’introduzione di Paul. Alla fine le due madri, assieme a Laser accompagnano Joni al college dove comincerà a frequentare l’università e la stretta di mano in auto tra le due donne sottolinea il perdono di Nic nei confronti di Jules e la ritrovata tranquillità e unità della coppia. Il film, a mio modo di vedere, tratta una serie di temi per niente semplici ma che sono di impressionante attualità. Storie del genere possono in effetti rispecchiare una serie di famiglie omosessuali nelle quali ci sono figli adottati o, come nel film, nati dall’inseminazione artificiale. E’ un film che, credo, sarebbe malvisto e criticato dalla Chiesa o da qualsiasi cattolico moderato ma che sottolinea sapientemente come un rapporto d’amore vero e duraturo possa esistere anche all’interno di una coppia che non sia necessariamente costituita da un uomo e una donna. Il rapporto lesbico, il matrimonio omosessuale, l’inseminazione artificiale, la famiglia con due madri e nessun padre non sono elementi che finiscono per essere delle mere trovate cinematografiche per rendere avvincente e innovativa la trama di questo film ma sono specchio diretto della complessità e della varietà dei rapporti e delle relazioni sessuali della nostra età, unite ai grandiosi progressi medico-scientifici per quanto concerne la fecondazione assistita.
Trailer in italiano:
Fonti:
Sito ufficiale del film: the_kids_are_all_right
Christopher John Farley, “The Kids Are All Right: Director Lisa Cholodenko on Her New Film”, Speakeasy, 7 July 2010.
Andrew O’Hehir, “Sundance, “The Kids Are All Right”: Scenes from a Lesbian Marriage”, Salon, 26 January 2010.
Steven Zeitchik, “Sundance 2010: The Kids Are All Right becomes a Sundance sensation”, Los Angeles Times, 26 January 2010.
LORENZO SPURIO
05-06-2011
Il cigno nero è un film sulla danza. Sulla difficoltà e l’equilibrio di questa arte, sulla grande competizione tra le ballerine per poter primeggiare in uno spettacolo e sull’atmosfera di corruzione di coloro che la dirigono. E’ un film di grande spessore, che si comprende nella sua interezza solo al termine dello stesso. E’ per questo che non appare noioso a coloro che considerano la danza di per sé monotona. E’ un thriller psicologico, un amaro dramma personale che scaturisce proprio dal desiderio di primeggiare nella danza. E’ un chiaro esempio di come a volte le passioni, gli hobby, i desideri arrivino a radicalizzarsi nella nostra vita in una maniera tale che perdiamo addirittura il filo della ragione. E’ ciò che accade a Nina nel film. Il suo è un percorso di crescita tutto all’incontrario che, piuttosto che portarla al successo e coronarla come ballerina professionista, la conduce alla depressione, alle allucinazioni e poi ad un finale tragico. Andiamo per gradi.
Il film ruota tutto attorno alla preparazione, alle prove e al debutto del balletto Il lago dei cigni che venne musicato dal russo Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893). Si tratta di un balletto in quattro atti. Nel primo atto viene presentato il compleanno del principe Siegfried e sua madre che lo esorta a trovarsi una ragazza. Nel parco appare uno stormo di cigni e l’atto si conclude con il principe che assieme agli amici si inoltra nella foresta per andare a caccia. Nel secondo atto abbiamo i cigni (in realtà delle fanciulle che si trasformano in persone solo alla notte) e la loro regina, Odette, narra al principe la loro storia. Ammaliato dalla bellezza di Odette il principe gli chiede di prendere parte alle danze e i due si giurano eterno amore ma all’alba si trasforma nuovamente in cigno. Nel terzo atto abbiamo la festa al castello alla quale si presenta anche Odile, figlia del mago Rothbart che grazie ai suoi incantesimi ha donato la figlia delle sembianze di Odette. La contrapposizione tra Odette e Odile (così come nel film è data dai colori delle loro vesti, Odette è vestita di bianco, è il cigno bianco mentre Odile è vestita di nero, è il cigno nero). Odile riesce a sedurre il principe ma al termine dell’atto il principe si rende conto dell’errore che ha fatto e parte alla ricerca della vera Odette. Mentre cerca di salvarla un potente temporale si abbatte sul lago ed entrambi si affogano nelle acque del lago. Come è facile da individuare il tema del balletto è già di per sé tragico ma vediamo ora qual è il contenuto del film.
Thomas Leroy (Vincent Cassel), maestro di danza, sta cercando una nuova ballerina che interpreti il cigno (bianco e nero) nello spettacolo Il lago dei cigni. Ci sono molte aspiranti ballerine ma il giudizio di Leroy è molto rigido e categorico. Tra di loro c’è l’affascinante Nina (Natalie Portman) e Lilly (Mila Kunis). Tra le varie ballerine c’è una grande animosità ed è forte la convinzione che quella che alla fine sceglierà Leroy probabilmente avrà ceduto a qualche avances del maestro. E’ ciò che accade a Nina subito dopo il responso di Leroy nel quale lei è stata scelta (alcune ballerine le scrivono con del rossetto rosso sul suo specchio di camerino Whore).
Leroy sottopone Nina a una serie di prove per la sua parte e, pur risultando molto brava per la parte del cigno bianco (Odette), risulta poco sensuale e poco adatta per la parte del cigno nero (Odile).
Il tema del sesso è uno dei principali del romanzo, come si vedrà in seguito. Leroy dice a Nina di essere più sciolta, cerca di baciarla e di avere un rapporto con lei ma lei si rifiuta. C’è un’ampia scena di sesso saffico e l’idea che ci facciamo di Leroy è che sia un sfruttatore della sua condizione lavorativa privilegiata.
Nina è costretta a fare un grande lavoro su di sé per cercar di tirar fuori il cigno nero che è in lei, la sensualità e la seduzione; su invito del maestro di balletto prende a masturbarsi e comincia a porsi in contrasto con la madre che cerca di proteggerla da tutto questo. La madre compare spesso nel film ma più spesso compare sotto forma di telefonate che fa a Nina per sapere dove si trova, cosa sta facendo e per dirle di ritornare a casa. In questo percorso la vera personalità di Nina soccomberà e la protagonista comincerà ad essere scontrosa e violenta con la madre e ad avere una serie di allucinazioni e visioni, frutto della sua ossessione della danza.
Arrivato il giorno del suo debutto si presenta al teatro dove Leroy, non avendola vista arrivare in tempo, l’ha già sostituita con Lilly ma Nina vuole la sua parte. Durante il primo atto in cui interpreta il cigno bianco è inquieta e sofferente, ha della allucinazioni e fa qualche errore. Finito il primo atto nel suo camerino compare Lilly la quale è già vestita da cigno nero e gli dice di abbandonare il palco e di lasciarlo a lei perché non è all’altezza. C’è una discussione e una colluttazione tra le due. Non sappiamo di tutta prima se sia vero o no, potrebbe essere l’ennesima allucinazione di Nina. In questo alterco Nina spinge Lilly verso uno specchio che si frantuma in numerosi pezzi e ne conficca uno di questi nel corpo di Lilly che poi muore.
Nasconde il cadavere nel bagno e carica della sua forza (ha ormai tutta la tempra per impersonificare il cigno nero) ritorna sul palcoscenico esibendosi in maniera sublime. Tornata in camerino scopriamo che a rimanere ferita nella colluttazione non era stata Lilly (il cui sangue dalla soglia della porta del bagno magicamente scompare, perché era un allucinazione) ma Nina stessa di cui l’abito bianco per impersonificare il cigno bianco si macchia di rosso. Ritorna sul palco e anche questa volta balla in maniera perfetta ottenendo una massiccia ovazione da parte del pubblico. Il suo volto è preoccupato e contrito dal dolore di quel vetro che prima le si era conficcato nel ventre. Riesce a completare lo spettacolo e da lontano vede la madre seduta in poltrona che le sorride. Sono gli ultimi momenti perché poi Nina si lascia cadere dal trespolo com’era previsto dallo spettacolo e mentre tutti la stanno acclamando muore su quel materasso nel quale era sprofondata anche durante le prove.
E’ un film a mio avviso di una tragicità senza pari ma che è diluita in maniera appropriata e coinvolgente nell’intera struttura della storia. Ci lascia con l’amaro in bocca, è vero ma siamo felicemente consapevoli che alla fine a vincere è la stessa Nina che, a scapito della sua vita e dopo un duro e lungo lavoro su di sé, è riuscita ad impersonificare una parte tanto difficoltosa come quella di Odile. Ottimo film.
LORENZO SPURIO
24-05-2011
Il film 20 Sigarette (regia di Aureliano Amadei, 2010) è tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Aureliano Amadei, scritto a quattro mani assieme a Francesco Trento, e concerne l’attacco terroristico contro il quartier generale italiano a Nassiriya avvenuto il 12 novembre 2003 e costato la vita a diciannove connazionali. Pur trattandosi di un fatto accaduto non molto tempo lontano da noi si tratta di un film storico perché dipinge un determinato avvenimento storico-politico di particolare importanza.
Prima di analizzare e di dare un’interpretazione del film sarà necessario ricordare i nomi dei vari militari e civili che in quel tremendo attacco persero la vita. Nell’attentato morirono dodici carabinieri: il maresciallo Massimiliano Bruno, il sottotenente Giovanni Cavallaro, il brigadiere Giuseppe Coletta, l’appuntato Andrea Filippa, il maresciallo luogotenente Enzo Fregosi, il maresciallo capo Daniele Ghione, l’appuntato Horacio Majorana, il brigadiere Ivan Ghitti, il vice brigadiere Domenico Intravaia, il sottotenente Filippo Merlino, il maresciallo Alfio Ragazzi, il maresciallo Alfonso Trincone; cinque militari dell’esercito: il capitano Massimo Ficuciello, il maresciallo capo Silvio Olla, il caporale Alessandro Carrisi, il caporal maggior Emanuele Ferraro e il caporal maggiore Pietro Petrucci, due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista. Nell’attacco morirono anche nove iracheni e rimasero feriti altri venti carabinieri.
Aureliano Amadei, civile italiano e aiutante del regista Stefano Rolla, fu l’unico a salvarsi delle persone presenti sullo spiazzo del quartier generale. La storia contenuta nel libro e trasposta nel film narra dunque l’attentato a Nassiriya dal suo punto di vista.
Il film si apre nel 2010. Aureliano Amadei si trova in Italia, sta passeggiando da solo per una strada aiutandosi con un bastone perché è claudicante. Si appoggia ad un muretto e si fuma una sigaretta. Le sigarette sono un leitmotiv importante all’interno di tutto il film, come richiama il titolo stesso.
Si lascia quella scena e si passa a raccontare cosa accadde sette anni prima, nel 2003 quando Aureliano aveva ventotto anni. Aureliano è un ragazzo d’ideologia comunista, simpatizzante per gli anarchici che ha come obiettivo principale quello di poter diventare un regista. È fidanzato con una ragazza brasiliana sebbene abbia una relazione sentimentale e sessuale con una sua amica di nome Claudia.
Un giorno si presenta l’occasione che Aureliano aspettava da tempo, quella di poter far l’aiuto regista in un film-documentario che verrà girato in Iraq. Aureliano è molto contento di poter far parte di questo progetto e di affiancare il regista Stefano Rolla anche se ha un po’ paura di recarsi in quel paese dilaniato da attacchi ribelli, kamikaze e conflitti armati.
La madre non vuole che il figlio vada in Iraq ed è molto preoccupata mentre il padre, in queste prime scene è completamente assente. La famiglia nella quale Aureliano vive è una famiglia dalla mentalità aperta. Quando la mamma si preoccupa per la sua partenza Aureliano le fa notare che quando era molto piccolo, quando aveva appena nove mesi, lei e suo padre l’avevano lasciato sotto il sole cocente dell’estate e aveva avuto un insolazione. Le fa capire che sarebbe stato più utile che lei e suo marito si fossero interessati e presi cura di lui da bambino piuttosto che ora che è saggio e maturo e se ne va di casa.
Nel suo viaggio è accompagnato da Stefano Rolla, il regista del film che gireranno lì. Per la sua sbadatezza dimentica addirittura di portare con se la macchina da presa. Quello che non dimentica di portare è il pacchetto di sigarette. Ogni volta che ne fuma una il protagonista ci dice che numero di sigaretta è e dunque ogni sigaretta fumata o offerta a qualcun altro viene a contrassegnare un momento della sua permanenza in Iraq. Il racconto della sua storia si snoda infatti lungo le venti sigarette fumate in Iraq. Una permanenza in Iraq durata quanto può durare un pacchetto di sigarette da venti.
Un giorno il convoglio in cui viaggia assieme a Stefano Rolla e alla scorta perde la strada e cosi decide di recarsi al quartier generale italiano a Nassiriya dove ci sono i carabinieri. L’immagine che viene data di Nassiriya è quella di una città fantasma, una terra desolata e dove si respira aria di morte: case rotte, macchine bruciate, bambini che giocano eludendo la povertà di quei luoghi e delle loro anime, calcinacci e polvere.
È il 12 novembre 2003. Il convoglio giunge al quartier generale italiano a Nassiriya dove Aureliano conosce alcuni carabinieri, tra cui Massimiliano Bruno, soprannominato da tutti Max. Improvvisamente un camion rosso si avventa a tutta velocità contro l’ingresso al quartier generale ed esplode. L’esplosione provoca l’incendio dello stesso e lo scoppio delle munizioni delle armi poste nel loro deposito. Lo scoppio è particolarmente forte e provoca un gran numero di vittime sul colpo. Aureliano rimane gravemente ferito. Ci sono in questa parte del film scene forti, piene di sangue e cariche di dolore che evidenziano bene quanto l’attacco fu dilaniante e tragico.
Alcuni abitanti locali aiutano i carabinieri feriti e Aureliano viene caricato su di una vettura e, completamente ricoperto di sangue, viene condotto all’ospedale americano. Quando si risveglia gli hanno piantato un tutore esterno alla gamba e gli comunicano che tutti i carabinieri con i quali stava parlando al momento dell’attacco sono morti. All’ospedale, assieme a una crocerossina, si concede l’ultima sigaretta. La fine del pacchetto significa la fine del suo viaggio in Iraq cosi come la prima aveva rappresentato l’esordio dello stesso.
Il 25 novembre 2003 con un volo militare viene riportato a Roma e spostato all’ospedale militare del Celio dove viene visitato dai familiari (stavolta vediamo anche il padre), l’amica Claudia, una folta schiera di militari, giornalisti, fotografi, religiosi e addirittura il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tra le varie visite c’è anche quella dei genitori di Massimiliano Bruno, morto nell’attacco kamikaze. Aureliano piange a dirotto e, paradossalmente, viene conformato dalla madre del militare scomparso.
Aureliano dice a Claudia che durante la sua permanenza in Iraq ha pensato molto a lei e che ha deciso di lasciare la sua ragazza brasiliana per dedicarsi direttamente a lei.
Nelle ultime scene siamo nuovamente al 2010: Aureliano parla del suo libro autobiografico che ha scritto ad alcuni compagni sinistroidi. Le sue idee politiche un tempo estremiste e anarchiche sono mutate chiaramente in seguito alla tragica esperienza vissuta.
L’ultima immagine che viene fornita nel film è quella di Aureliano che riprende Claudia, ora mamma, mentre sta dormendo e il loro figlio che piange. Aureliano lo prende in braccio e lo culla e il bambino richiama alla sua mente il bambino iracheno morto che durante il suo tragitto di spostamento verso l’ospedale aveva abbracciato invocando l’aiuto della gente e forse di Dio.
L’immagine ultima del film è dunque positiva: Aureliano è felice, si è sposato e ha costruito una famiglia, ma il suo corpo visibilmente menomato (il piede claudicante, la perdita di udito e le crisi di panico) e l’animo provato da un esperienza traumatizzante e incancellabile, quella della strage di Nassiriya, rimarranno sempre con lui.
Memoria ai caduti di Nassiriya e a tutti i caduti.
LORENZO SPURIO
15-05-2011
Pedro Almodóvar è sicuramente il regista spagnolo più innovativo e trasgressivo degli ultimi venti anni. Ha portato in scena personaggi e storie scomode: la transessualità di Todo sobre mi madre (1999) e in La mala educación (2004), l’eutanasia in Hable con ella (2002), la paraplegia in Carne trémula(1997).
I suoi film si caratterizzano per presentare molti personaggi le cui storie, le cui vite, giungono a intrecciarsi in maniera stupefacente durante vari piani temporali. Nella gran parte dei film di Almodóvar c’è infatti un prima e un dopo e spesso iniziano proprio dal dopo, dall’attualità, raccontando la storia com’è in quel momento e solo in un secondo momento con flashback, racconti e retrospezioni si passa a raccontare il passato, proprio come avviene in Hable con ella. Si tratta sempre di un passato difficile, dove domina una vita da emarginati, da reietti o dove più spesso si sono sviluppate vere e proprie tragedie familiari, lutti, assassini e crimini in piena regola. Non è un mondo felice quello che ci presenta Almodóvar ma è sicuramente molto verosimile ed attuale. Infondo, anche il mondo nel quale viviamo non è per niente felice.
In questi mesi, secondo quanto ha rivelato la stampa spagnola, il regista manchego sta girando le riprese dell’ultimo film che uscirà, probabilmente a Settembre di quest’anno. Si intitola La piel que habito; nella storia Almodóvar si è rifatto direttamente del romanzo Tárantula di Thierry Jonquet pubblicato nel 1995. Il regista ha dichiarato in un’intervista: «Es una historia durísima de venganza, con chicos y chicas y un personaje muy diabólico que me está costando ponerme en su piel». Staremo a vedere che tipo di film ha ideato questa volta il grande regista.
Intanto, visionando le sue meno recenti películas mi sono soffermato suCarne trémula, un film uscito nel 1997 e poco conosciuto in Italia. Il titolo è molto forte e la ‘carne’ a cui si fa riferimento nel titolo richiama la debolezza della carne, i peccati carnali dell’uomo. In tutto il film dominano infatti una serie di tradimenti che porteranno poi a delle vere e proprie tragedie.
La storia inizia nel gennaio del 1970 a Madrid quando una donna dà alla luce su un autobus in piena notte un bambino. Poi si cambia piano temporale e ci troviamo sempre a Madrid nel 1990 dove Victor (Liberto Rabal), il bambino che venti anni prima era nato proprio su un autobus si trova a vagare per la notte su di un autobus fino a che non scopre dove vive Helena (Francesca Neri), la ragazza con la quale ha avuto il suo primo rapporto sessuale in una discoteca. Victor sale in casa della donna la quale è particolarmente nervosa proprio perché è in astinenza dalla droga e chiede a Victor di andarsene. Tra di loro c’è un litigio e la donna spara un colpo di pistola che però non raggiunge Victor. Nel frattempo una vicina di casa dà l’allarme alla polizia. Sul posto giungono due poliziotti: Sancho (José Sancho), depresso perché consapevole che sua moglie lo tradisce e dedito all’alcool e David (Javier Bardem).
I poliziotti entrano nell’appartamento e Victor, per difendersi sebbene non abbia fatto niente, viene trovato con la pistola nella mano e quindi creduto colpevole. C’è uno scontro corpo a corpo tra Sancho e Victor mentre David riesce a mettere in salvo Helena. Dalla pistola di Sancho parte un colpo che colpisce il collega David. Victor viene arrestato e viene mandato in prigione mentre David a seguito di una lesione del midollo spinale causato dallo sparo sarà costretto a vivere per sempre su di una sedia a rotelle.
Quattro anni più tardi, nel 1994, Victor esce di prigione ereditando il denaro che la madre morendo gli ha lasciato. Si reca al cimitero per visitare sua madre e lì vede, non visto, Helena con David, oramai sposati, che stanno prendendo parte al funerale del padre di lei. Victor si avvicina a Helena a farle le condoglianze e lei lo riconosce ma di tutta prima non dice niente al marito. Intanto, al cimitero il ragazzo conosce Clara (Ángela Molina), una signora insoddisfatta dalla vita e che si innamorerà del giovane, iniziandolo al sesso.
Victor ora che è libero è deciso a ricostruire il suo rapporto con Helena e la cerca sul luogo di lavoro, un asilo per bambini maltrattati e lì, dopo iniziali asti, Helena lo assume come maestro per bambini. Quando il marito David viene a conoscenza del fatto si arrabbia molto e va a cercarlo nella sua casa malandata per metterlo in guardia a lasciar perdere sua moglie.
Intanto veniamo a sapere che Clara non è altro che la moglie del poliziotto Sancho e che la loro relazione è ormai agli sgoccioli. Lui sta tentando di ricostruire il legame ma Clara ormai gli si è allontanata troppo e lui è consapevole che lo tradisce. Lui è violento e la picchia. Capiamo che Sancho quella sera della sparatoria aveva premuto il grilletto contro David (anche se dello sparo era stato poi condannato Victor) perché sapeva che sua moglie lo tradiva con il collega David.
Clara si innamora di Victor ma lui gli dice che non deve farlo perché lui è interessato ad Helena e così la donna lascia casa sua molto abbattuta.
Si capisce che il matrimonio tra Helena e David più che dettato da vere motivazioni d’amore è stato dettato da un sentimento di compassione di Helena nei confronti di David che aveva perso l’uso delle gambe proprio a causa sua e, una sera si abbandona a una notte di sesso con Victor. Quando Helena rifiuta il marito dicendogli che è stanca perché ha fatto sesso tutta la notte con Victor l’uomo medita la vendetta. Si reca dal collega Sancho al quale mostra delle foto che ha fatto e in cui sua moglie si trovava in compagnia e in casa di Victor. David aizza Sancho a compiere un insano gesto nei confronti di Victor per liberarsi di lui. In questo modo, scoperto chi è l’uomo con il quale la moglie lo tradisce, Sancho si reca a casa di Victor. Lì trova Clara la quale ha appena terminato di scrive una lettera d’addio a Victor, prima di volersi suicidare. Le pistole compaiono un’altra volta. Clara punta una pistola contro Sancho e quest’ultimo la punta contro di lei. Clara ha ormai deciso di lasciarsi morire perché la sua vita non ha più senso e Sancho, abbattuto dai tradimenti della moglie, non ha più voglia di vivere così l’uno spara all’altro. Clara cade subito a terra morta mentre quando Victor torna a casa Sancho è ancora vivo. Sancho tenta di sparare verso Victor.
La storia termina con David che ha abbandonato la moglie alla quale scrive una lettera e con Victor ed Helena che sono finalmente uniti. L’ultima scena del film, di Helena che accompagnata da Victor su di un taxi sta partorendo, si ricollega alla scena iniziale del film. Un finale moderatamente dolce se si prende in considerazione la sequela di spari e tradimenti che si dispiegano lungo tutta la storia.
Un’affascinante storia di amore e morte, tipicamente almodovariana, in cui i destini dei personaggi si legano casualmente per formare un’intricata rappresentazione della vita nella quale non domina il bello e il semplice ma il peccato e la corruzione dell’animo umano.
Buona visione.
QUI E’ DISPONIBILE LA MIA RECENSIONE A “TACONES LEJANOS”, altro film di Pedro Almodovar.
LORENZO SPURIO
02-05-2011
Il film Doubt (Dubbio), regia e sceneggiatura di John Patrick Shanley, calato nell’America degli anni ’60 affronta un tema molto delicato e che in tempi a noi recenti ha avuto grande eco a seguito di numerosi casi veri e presunti che si sono manifestati e che hanno macchiato l’immagine della Chiesa Cattolica. Nel film infatti c’è una persistente convinzione nella sorella Aloysius che il parroco Flynn abbia intrattenuto strani rapporti con uno dei suoi chierichetti, il ragazzo nero Donald Miller. Tutto il film è improntato a condannare l’uomo, anche in mancanza di forti prove, a screditarlo, per farlo cedere e farlo confessare. Tuttavia non ci sarà nessuna confessione nella storia e tutti, compresi noi spettatori, rimaniamo con un grosso dubbio, impossibilitati a scoprire da che parte sia la realtà. Il chierichetto fu davvero oggetto di morbosi interessi da parte del prete o la suora Aloysius ha ingiustamente macchiato la sua figura in virtù dei suoi pregiudizi e delle sue intuizioni? Non lo sappiamo. Il dubbio, che viene richiamato nella predica iniziale del sacerdote domina su tutta la storia ed è proprio lì che risiede il vero significato dell’intero film. Siamo noi giudici degli eventi. Siamo noi chiamati a dare un’interpretazione. Siamo noi a chiudere la storia come crediamo.
Negli ultimi decenni la cronaca ha riportato (con ritardo) numerosi casi di preti pedofili e addirittura di vescovi ed alti prelati che per troppo tempo hanno coperto tali mostruosità. Uno studio commissionato dalla Conferenza Episcopale Americana nel 2004 ha sottolineato che il 4% di sacerdoti e diaconi americani nell’arco temporale dal 1950 al 2002 si sono resi responsabili di atti osceni per reati di ordine sessuali con minori[1]. Solamente una minima parte di questi cioè appena il 0,23% è stato condannato secondo le leggi previste dai rispettivi stati americani. Quest’esempio è eclatante di come le violenze di membri del clero oltre a non venire riconosciute, non vengono condannate e quindi non vengono ripagate dai carnefici. Lo stesso è avvenuto e avviene in tutti gli altri paesi del mondo più o meno nella stessa maniera (si ricordi i preti pedofili irlandesi e quelli americani di Los Angeles, Boston e Chicago dove in quest’ultimi casi anche gli alti ranghi del clero erano a conoscenza dei crimini ed hanno taciuto).
La Chiesa ha sempre cercato di minimizzare, divagare e spesso di negare anche dinanzi all’evidenza. Si trattano di pagine nere della storia e della nostra attualità che in molti casi hanno animato anche un sentimento di astio e di ripugnanza nei confronti della religione e della Chiesa in generale. Si è trattato ovviamente di reazioni esasperate, drammatiche e forse esagerate. Le uniche misure prese (non sempre) dai cardini della Chiesa nei confronti di preti colpevoli è stato quello di trasferirli da una parrocchia ad un’altra, da una diocesi ad un’altra. Misure come la scomunica e la revoca del mandato, dà sempre predilette dal Vaticano, sono state evitate.
La peculiarità del film in questione non è quella di affrontare questo tema difficile che credo sia stato già impiegato in maniere e forme diverse in altri film ma di calare la storia nell’America degli anni ’60, dominata da una morale ancora austera e che si sarebbe rinnovata solamente con i grandi fermenti giovanili, femministi, antimilitaristi del movimento giovanile del ’68. Vediamo più nel dettaglio che cosa succede nel film.
La severa suora Aloysius (Meryl Streep) è direttrice della scuola e ha metodi d’insegnamento molto austeri che prevedono anche punizioni corporali nei confronti degli alunni mentre la suora James (Amy Adams), più giovane, è molto buona e comprensiva nei confronti dei ragazzi. Tutto il film avviene in ambienti religiosi (la scuola retta dalle suore, la canonica e la chiesa).
La sorella James riporta alla superiora Aloysius di un comportamento strano del reverendo Flynn (Philip Seymour Hoffman) nei confronti di un alunno di colore, recentemente arrivato alla scuola, di nome Donald Miller (Joseph Foster). La suora evita di indagare sul reverendo che, secondo la gerarchia ecclesiastica ricopre un ruolo a lei superiore e convoca il reverendo del suo studio per affrontare la questione. Il parroco dà la sua personale versione dei fatti dicendo che il giovane Donald Miller aveva segretamente bevuto il vino delle ampolline per l’eucarestia e così lui l’aveva richiamato per ammonirlo ma affinchè il ragazzo non perdesse il suo incarico di celebrare messa (per aver bevuto alcool) la notizia non venne divulgata dal sacerdote e messa a tacere. La suora James capisce che ciò che aveva intuito era sbagliato ed è contenta nell’ascoltare quanto sia realmente accaduto per bocca del reverendo ma sorella Aloysius non è convinta della sua spiegazione e comincia a dubitare del parroco. Lo tiene sott’occhio, lo osserva, cerca di indagare. Per tutto il film le parole ‘pedofilia’, ‘abusi sessuali’ non vengono mai fatte ma ogni volta che nel discorso ci si riferisce ad esse si parla di attenzioni particolari del parroco nei confronti del ragazzo. Tutto il film è improntato alla ricerca della verità, della sicurezza che però non sarà mai trovata perché il dubbio domina su tutto non permettendo di giungere a una soluzione della questione. Singolare a proposito del dubbio è il sermone iniziale che il reverendo tiene durante una messa nel quale sostiene «Il dubbio può essere una grandissima forza unificante, al pari della certezza».
Il dubbio che aleggia attorno a tutta questa storia è l’impossibilità di avere certezze e sicurezze su quanto realmente sia successo. Tutto resta vago, possibile ed ambiguo. Mentre la sorella Aloysius nutre dubbi sul reverendo, la sorella James dall’altra parte non ne ha nessuno. Alla fine con uno stratagemma la sorella Aloysius riesce a far abbandonare il sacerdote la parrocchia ma la cosa più strana è che il vescovo lo affida ad un’altra parrocchia, elevandolo anche di grado e garantendogli anche la dirigenza della scuola parrocchiale[2].
Il dubbio che si crea rappresenta l’impossibilità di dividere il buono dal cattivo, il sano dal depravato, il vero dal falso ed è una continua corsa e lotta tra gli elementi che costituiscono queste antitesi. L’autore ci suggerisce che tra nero e bianco non c’è il vuoto ma c’è sempre uno spazio liminare indefinito, grigio, nebuloso che pur distanziando le due parti allo stesso tempo le mette in comunicazione. Il bianco e il nero ritornano ampiamente nel film: il bianco dell’innocenza e della verginità dei ragazzi, dell’ostia, simbolo del sacrificio di Cristo, dell’acqua in una delle ampolline dell’eucarestia e il nero del saio del reverendo ma anche quello delle vesti delle suore, il colore della pelle del ragazzo, l’ombra della chiesa, il cielo scuro e il nero del vino rosso in una delle ampolline per l’eucarestia. E’ un contrasto appariscente, quasi stridente. Colori e contrasti che ritroviamo nella copertina del dvd dove una grande croce nera su un campo bianco è impiegata per contenere il titolo, gli attori e tutte le informazioni di produzione del film. L’asta verticale della croce ha la forma del tetto di una chiesa mentre la lettera iniziale del titolo con un carattere antichizzato richiama un’atmosfera gotica. La croce e la Chiesa nella copertina sono colorate di nero mentre il titolo Doubt è riportato in bianco. Non credo sia una scelta dettata dal caso. Se immaginiamo il negativo della copertina siamo sicuri che la nostra interpretazione e simbologia data ai colori rimanga inalterata?
FONTI:
Manohla Dargis, “Between Heaven and Earth, Room for Ambiguity”, The New York Times, 12 December 2008
Jane Wheatley, “John Patrick Shanley’s Doubt: in the Church of Poisoned Minds”,The Sunday Times, 22 January 2009.
LORENZO SPURIO
29-04-2011
[1] Lo studio che fornisce questi dati è contenuto nel testo The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United States, meglio conosciuto come John Jay Report il cui testo completo può essere letto collegandosi al sito http://www.usccb.org/nrb/johnjaystudy/ .
[2] Questo atteggiamento degli alti livelli del clero non deve stupire in quanto anche nella realtà spesso vescovi e cardinali hanno utilizzato il trasferimento da una parrocchia all’altra di sacerdoti compromessi in vicende quali abusi sessuali. Ovviamente il trasferimento si configura sia nel film che nella realtà dei fatti una misura inefficace e insensata poiché le cronache riportano numerosi casi di sacerdoti che trasferiti di sede hanno perseverato nei loro abusi sui minori.
Oramai mancano pochi giorni per il matrimonio dell’anno, il tanto atteso royal wedding del principe William d’Inghilterra con la borghese Catherine Middleton, soprannominata dalla stampa Kate. I notiziari, le testate giornalistiche italiane (al pari quelle di ogni altro paese europeo) ci hanno bombardato negli ultimi mesi delle varie notizie, curiosità e spoilers di quello che è considerato il matrimonio regale che avrà il maggior numero di riflettori puntati su di sé. Le notizie che ci sono arrivate sulla coppia sono molto eterogenee: dalle ipotesi sulla sartoria che ha commissionato l’abito di Kate ai dubbi e perplessità sulla sua probabile anoressia, se William indosserà o no l’abito militare e addirittura questioni totalmente futili e che denotano il delirio monarchico degli inglesi: di che colore sarà il cappellino della sovrana? Il tempo permetterà di utilizzare per il corteo reale la carrozza scoperta?
E poi il recente acquisto di uno stemma nobiliare da parte della famiglia Middleton nel quale domina il colore d’oro in onore alla madre della sposa che di cognome fa Goldsmith e le tante voci che circolano per l’imbarazzo della famiglia reale per la presenza alla cerimonia di familiari di Kate rissosi e scomodi come il pluritatuato e donnaiolo zio materno o lo stesso fratello della sposa.

Intanto Londra prepara le sue misure per blindare la città, vietare lo spazio aereo, sigillare i tombini e cercare di prevenire le manifestazioni contro il governo che pure sono attese nel giorno più bello per la monarchia. Gran parte dei notiziari hanno spesso sottolineato la vicinanza tra Kate e la compianta Lady Diana, una somiglianza non tanto fisica ma di modi e di apprezzamento del pubblico. A mio modo di vedere si tratta di un parallelismo del tutto fuori luogo, montato ad arte, forzato. Le due donne non hanno niente in comune se si eccettua il comune affetto ed amore verso il principe William. Credo anzi, che oltre ad essere pretestuosi tali avvicinamenti tra due persone tanto diverse (per origini, per carisma, per ruolo, per impegno umanitario) finiscano invece per addebitare alla giovane neo-sposa e futura principessa di Galles un carico troppo pesante. Chi guarda lei crede di rivedere Diana ma nella realtà vede una persona totalmente diversa da lei. Kate dovrà dare una sua immagine personale e non rifarsi (come ha già abbondantemente fatto, forse casualmente, forse no) a quella che, se il fato non l’avesse voluto, oggi sarebbe stata sua nuora.
Alla vigilia del matrimonio reale la televisione italiana trasmette il film William e Kate, una favola moderna (William and Kate: A Modern Day Fairy Tale), del regista Mark Rosman. Il film che verrà trasmesso da Rai 1 mercoledì 27 Aprile in prima serata dipinge la relazione tra William e Kate sino all’ufficializzazione del loro fidanzamento. Si tratta, assieme a tazze con le foto degli sposini, gadget, bandiere con i loro volti, stendardi e poster di una delle tante manifestazioni dell’esaltazione della monarchia inglese che, chi non è inglese o non vive in uno stato retto da una monarchia, trova difficile da comprendere.
Nel film il principe William è interpretato da Nico Evers-Swindell, mentre Kate dall’attrice Camilla Luddington. Tra gli altri personaggi ci sono Ben Cross che interpreta il principe Carlo e Justin Hanlon che invece interpreta il principe Henry, fratello del principe William.
Per domani l’appuntamento con questa ricostruzione della relazione amorosa tra il principe William e la bella Kate e a venerdì il vero grande appuntamento con il matrimonio reale. Solo allora saremo in grado di fugare tutti i dubbi e di verificare le anticipazioni che in questi giorni hanno circolato ridondanti e contrastanti. La diretta da Londra sullo speciale Rai Uno dalle 11,30 (all’interno il tg1 delle ore 13,00) che proseguirà poi per tutto il pomeriggio. GOD SAVE THE QUEEN
LORENZO SPURIO
26-04-2011