“Il processo” di Franz Kafka, recensione di Fiorella Carcereri

Il processo di FRANZ KAFKA

Recensione a cura di FIORELLA CARCERERI

 

  

“Il processo”, uno dei capolavori di Kafka, viene pubblicato postumo ed incompiuto dall’amico Max Brod nel 1925. La prima edizione italiana del romanzo esce con Mondadori nel 1971.

Un banchiere, il signor K.,  si accorge di essere seguito a distanza, silenziosamente, tutti i giorni, da due individui sconosciuti  ed inquietanti. Ma lui non ha colpe. Così, la sua ansia sale.  E quando finalmente chiede spiegazioni, gli viene risposto: “Le nostre autorità non cercano la colpa nella popolazione ma sono attirate dalla colpa e devono mandare noi a fare i custodi”.

Il signor K. viene a trovarsi in una situazione a dir poco singolare: arrestato e, allo stesso tempo, libero di andare a lavorare e di svolgere le sue normali azioni quotidiane.

Neppure il cappellano del carcere, nel quale il protagonista spera di trovare aiuto e sistegno, è disposto a fornirgli una spiegazione, anzi, le sue parole lo confondono ancora di più. Il sacerdote confessa infatti di appartenere lui stesso al tribunale e all’ennesima domanda del signor K. risponde nuovamente in modo enigmatico: “Il tribunale non ti chiede nulla.  Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”.

Il sentimento dominante nelle opere di Kafka è l’angoscia. I personaggi lottano, ma poi si arrendono.

Le figure kafkiane dicono no all’esistenza, nel bene e nel male. Sono personaggi deboli, fragili, raggirati, che non si sentono mai all’altezza e provano vergogna. Sono personaggi che non hanno timore dell’ignoto, quanto piuttosto di essere ignoti, di risultare “trasparenti” al resto del mondo. 

Sono personaggi che vivono in un universo in cui incombe il caos governato da leggi quasi sempre incomprensibili. Il banchiere intuisce di essere perseguitato da un’organizzazione il cui scopo “consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata”.

Pochi come Kafka hanno saputo descrivere persone, eventi e situazioni con  precisione quasi chirurgica, con assoluta oggettività e profondo scetticismo.

Il signor K. viene prelevato a casa dai suoi aguzzini una sera, la vigilia del suo trentunesimo compleanno, senza che la visita fosse stata annunciata. “Loro dunque sono destinati a me?”, chiede con rassegnazione, già presagendo la risposta. I due uomini, cilindro nero tra le mani, annuiscono. Ed è tutto.

Il signor K. non reagisce neppure quando si rende conto di non avere più scampo: “L’unica cosa che posso fare è conservare fino alla fine il raziocinio che inquadra tutto con calma”.

Un attimo prima della fine, uno sconosciuto si affaccia di colpo alla finestra e tende le braccia: “Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? Dov’era il giudice? Dove il supremo tribunale?…”.

Un’ultima immagine e tante domande transitano nella sua mente, domande alle quali il signor K. non farà tempo a dare una risposta.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE IL TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Michele Nigro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini – Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti – Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Michele Nigro

 

Quale funzione potrebbero svolgere gli aforismi nella cultura del ventunesimo secolo? Noi, abitanti di quella grande rete, veloce e impaziente, chiamata Internet, eterni elemosinanti di tempo per fare migliaia di cose inutili travestite da necessità, alla ricerca di un’informazione liofilizzata e lampante, abbiamo perso l’istinto all’ozio creativo e alla riflessione edificante. In tale contesto l’aforisma, dal greco aphorismós, ‘definizione’, svolge una preziosa funzione di conservazione del patrimonio interiore dell’uomo pensante sotto forma di brevi sequenze testuali indipendenti e al tempo stesso di inseminazione dell’inner spacedel lettore: come una microscopica vita germinale, catturata e letta dall’occhio di un uomo nevrotico ma assetato di piccole verità, l’aforisma innesca nell’animo di chi lo riceve un’inattesa reazione filosofica che prende forza dal potere della brevità. Tra una fermata della metropolitana e la successiva, il tempo necessario per leggere, rileggere e assaporare intimamente un aforisma, è riposto il segreto per la salvezza del nostro pensiero anestetizzato.

Un segreto che Emanuele Marcuccio, autore della raccolta aforismatica intitolata Pensieri minimi e massime, dimostra di aver appreso perfettamente, sperimentando gli effetti di questa antica tecnica scritturale in prima persona, nella propria esistenza di poeta e di pensatore. Anche se ci troviamo dinnanzi a un pensatore non impegnato in sterili filosofismi accademici, i semplici aforismi di Marcuccio inducono il lettore, proprio facendo leva sulla loro struttura apparentemente innocua, alla riflessione, al voler ritornare più volte su frasi brevi, scarne, dirette, raramente articolate, non bisognose di esegesi acuminate, ma al tempo stesso “banalmente disarmanti” grazie a un meccanismo assiomatico che diviene catarsi.

L’Autore sembra quasi indicare ai suoi lettori un metodo di purificazione del pensiero, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo, anche se di origine privata, in cui non è difficile riconoscersi: un’operazione che diventa possibile perché Marcuccio adopera gli aforismi come se fossero simboli arcaici di una mappa interiore appartenente al genere umano. Aforismi che sottolineano necessità apparentemente scontate; aforismi da ripercorrere, per non lasciarsi ingannare dalla loro semplicità e dalla nostra distrazione di cittadini già saturi di segni sintetici provenienti dall’informosfera. Aforismi da vocalizzare interiormente, per farli propri, per assorbirli, come preghiere laiche che si distinguono dal flusso compatto della narrazione di grandi storie e c’invitano ad approdare su piccole isole di riflessione.

La ricercata “ingenuità” degli aforismi di Marcuccio conduce il lettore alla scoperta archeologica e al conseguente disseppellimento di un nucleo esistenziale incrostato dalla complessità di una vita tecnologicamente avanzata ma deprivata di senso.

Solo chi ha avuto il piacere, nel corso della propria vita, di assistere allo stillicidio diaristico e silenzioso dei propri pensieri sulla carta può comprendere profondamente l’operazione effettuata da Marcuccio: il bisogno di condensare l’esperienza esistenziale in leggi personali; per ricordare a noi stessi le regole che ci hanno aiutato ad andare nel mondo, interpretandolo; per definire ciò che appare indefinibile, fissandolo. Anche se non tutti i pensieri hanno la vocazione a diventare aforismi. Come scrive l’Autore nell’aforisma numero ottantotto, l’ultimo della raccolta: «Un fotografo coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola; bisogna saper scegliere quell’attimo tra mille, da qui si percepisce la sua arte.»

Stralci privati e quotidiani scelti con oculatezza, senza cedere a una sorta di solipsistico protagonismo; sprazzi di esigenze spirituali salvate dall’evaporazione mnemonica e dall’inutile corsa verso falsi impegni che umiliano il pensiero: solo le attività umane degne di questa definizione rientrano nella ricerca di Marcuccio. L’amore, il dolore, la gioia, l’importanza esistenziale della poesia e della scrittura, i rapporti sociali, la saggezza scoperta lungo il cammino, la vita…

I pensieri minimi riecheggiano in maniera autonoma nell’animo di ogni singolo lettore e, a seconda dell’importanza che assumono nel contesto dell’interiorità ricevente, diventano miracolosamente massime.

 

 

 

a cura di Michele Nigro

4 settembre 2012

 

 

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“Profumo di tigli in fiore” di Maristella Angeli, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Profumo di tigli in fiore (Poesie d’amore)
di Maristella Angeli
Rupe Mutevole Edizioni, 2012 – Collana: Sopra le righe
ISBN: 978-88-6591-220-1
Genere: Poesia
Prefazione e cura dell’opera: Emanuele Marcuccio
Prezzo: 10,00 €

 

 

PREFAZIONE

a cura di EMANUELE MARCUCCIO

 

Maristella Angeli, nota poetessa nel panorama letterario emergente, ci offre in questa sua ultima silloge, la settima per la precisione, un ampio squarcio di vita amorosa, con tutti i suoi dolci profumi e sapori che l’accompagnano, quasi palpabili, a partire dal titolo Profumo di tigli in fiore, come a denotare – ci rivela l’autrice nell’omonima lirica (incipit dell’intera raccolta) – una primavera d’amore, che si vorrebbe non finire mai.

Un’intera raccolta di poesie d’amore, in cui questo sentimento universale, come ben lo definisce la Angeli nella presentazione, viene affrontato in tutte le sue più ampie sfaccettature; dai sogni di bambina di “Amore ritrovato”, dove l’amore viene rappresentato come la concretizzazione di tutti i sogni “ricordi/ immagini di bambina/ […] fiori di campo/ ora trovo sul tavolo/ eterno amore/ ritrovato” al felice incontro amoroso di “Notte”, dove la premurosa presenza dell’amato è necessaria per non perdersi nel buio misterioso della notte: “mistero di un mondo onirico/ la tua mano stringe la mia/ dà conforto/ […] affinché non mi perda/ in quel buio”. Dall’idillio amoroso di “Boccioli di tenere rose”, dove nell’amplesso le categorie di spazio e di tempo sembrano per sempre smarrite “colgo l’attimo/ fermo l’orologio della vita/ entro nella goccia del tuo profumo/ assorbendomi in te” esprimendo così un amore incontaminato di due anime e di due corpi fusi indissolubilmente, all’ansia per la lontananza dell’amato in “Senza di te”: “così naturale è il vivere insieme/ la lontananza sembra impossibile./ Riguardo le nostre foto/ […] per non perdere neanche un attimo/ di noi”.

Non mancano, però, temi più giocosi, dolcemente ingenui e fanciulleschi, come in “Un mondo tutto per noi”, basta chiudere gli occhi per immaginare un mondo favoloso e incantato: “per tetto il cielo con stelle di meringa/ una luna di formaggio per te/ per coperta un manto/ di petali di petunia e rododendro/ […] la cucina costruita da gnomi pazienti/ odore di zenzero e canna da zucchero/ alle finestre tendine cucite con raggi di sole”. È evidente che la nostra autrice non ha mai smarrito lungo il cammino la bambina di un tempo, “quando i girasoli sembravano seguirmi”. Come scrisse il grande Pablo Neruda (1904-1973), “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé”.

Tra tutte si stende solitaria una lirica sulla delusione amorosa “La prima delusione d’amore”: “parvenza graziosa/ solo apparenza/ sentimento non era/ […] lui è con un’altra/ e giurava amore per te”.

Degni di nota sono i vari termini inglesi, adoperati sempre con grande delicatezza e musicalità, come in “Gli attimi vissuti con te”, “se il tempo esaudisse i desideri/ apporrei dei post chiedendo/ di afferrare gli attimi/ vissuti con te”; o come nelle interessanti metonimie di “Foto di vita”, “foto in versi descrittivi/ feed-back di ieri/ flash incorniciati di fiori.

Una raccolta che vi rapirà per la sua semplicità di espressione e profondità dei contenuti, per la musicalità abilmente impiegata e la fluidità del verso, dove i segni di interpunzione sono quasi del tutto assenti, raramente l’autrice vi ricorre e, quando lo fa, esclusivamente per esigenze di musicalità e di fluidità del verso. Un poetare maturo, che concorre a costruire una mirabile architettura di passioni e di emozioni, dove l’eloquio poetico non è dato dal significato delle parole o dai correlativi oggettivi utilizzati ma dall’abile e consumata disposizione e posizione sul verso.

 

EMANUELE MARCUCCIO

 

Palermo, 7 maggio 2012

 

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“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione di Paolo Ragni

Ritorno ad Ancona ed altre storie
di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi
Lettere Animate Editore, 2012
Recensione di PAOLO RAGNI

 
Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, qualche decennio di differenza tra i due, un centinaio di chilometri, tre racconti scritti insieme. Già questo incuriosisce.
Gli autori in che modo hanno collaborato? Si distinguono le parti di uno e dell’altra? Personalmente avremmo dovuto leggere tutto quel che hanno fatto singolarmente, prima di adesso, per sapere meglio chi ha fatto che cosa. Ma non ci pare che tale argomento, in astratto importante, abbia poi tanta rilevanza in riferimento ad un libro in cui i tre testi sembrano scritti realmente da una sola mano, in cui il tono è sorprendentemente omogeneo e in cui, casomai, si può intravedere solo una certa prevalenza di una componente femminile. Del resto, quando si gustano le opere scritte a più mani, ci viene sempre da pensare a Masolino ed a Masaccio, e a come ancor oggi la critica ragioni e discuta sull’apporto e dell’uno e sull’apporto dell’altro…
Ha scritto di più Sandra? No so, certo la sensibilità è più femminile, visto anche il ruolo importante che assumono i personaggi femminili: ma non si tratta di una narrativa in cui il genere acquista tanta importanza, e del resto l’immedesimazione degli autori nei personaggi e nelle storie sembra avere raggiunto un grande risultato in termini di coesione. Chiunque scrive, del resto, deve sapersi immedesimarsi nei personaggi, qualunque ne sia il sesso o l’età: chi non ha scritto almeno un racconto rovesciando pezzi di sé in ruoli e situazioni assai differenti? Magari poi scopriamo che l’interazione tra Spurio e Carresi è stata tale da superare la nostra immaginazione: come Eco che, parlando del Nome della rosa, osservò che originali erano le parti attribuite dalla critica ad Eco, e di Eco erano inserti creduti originali.
Si tratta di tre storie senz’altro quotidiane, delicate, storie prevalentemente di amore, di amori. Il tema non stanca mai, vista la bravura degli autori nel condurre le storie, anche quando in realtà non pare succedere niente che rovesci la vita dei protagonisti. In genere gli eventi sembrano destinati ad essere risucchiati nel vortice della vita quotidiana: così capita, ad esempio, proprio nel Ritorno ad Ancona, dove la circolarità di una storia estiva non permette che la straordinarietà dell’accaduto riesca a produrre Storia, come se gli incontri non fossero fondanti, ma mere increspature, belle, ma che non scavano.
Non sempre però è così. Ci sono eventi che riescono a cambiare i rapporti umani, c’è una eredità -lasciata da un padre colpevolmente distratto- che poi, in modo sapientemente verosimile, riesce a rimettere insieme pezzi di una storia cancellata o mai saputa. Ci sono tentativi lodevoli di fare qualche cosa di buono, tipo un’adozione, e poi scopriamo il fallimento di un matrimonio, il crollo della fiducia nella persona amata, ci troviamo davanti alla morte e non siamo mai pronti a sufficienza per accettarla. Quello che alla fine prevale è forse proprio questo sentimento di accondiscendenza, di accettazione, come se i protagonisti si sforzassero di ricavare sempre qualcosa di buono dalle loro storie. I personaggi, in realtà, sia che ci sia un lieto evento sia no, in fondo comprendono il senso di quel che accade. Forse la vita non può cambiare, il nostro modo di vederla lì. Il messaggio che rimane, che ci è rimasto, è che vale la pena impegnarci e conoscere situazioni e persone, anche se non sempre queste ci cambiano nel profondo: a qualcosa, misteriosamente, la vita con le sue giravolte serve, qualcosa ci insegna, non siamo più esattamente quelli di prima.
I temi trattati sono tratti da storie molto vicine a noi, di personaggi come noi, che mangiano come noi, ascoltano le canzoni come noi, si muovono etc.. L’attenzione alle piccole cose, al dettaglio, è senz’altro uno dei punti forti della narrazione, perché rende visibile ogni piccolo gesto al lettore, rende abbordabile il personaggio che si incontra, proprio come se lo conoscessimo o ne avessimo l’opportunità, come capita, ad esempio, coi colleghi di lavoro, che magari non sono amici ma buoni conoscenti.
Quello che si potrebbe osservare, come punto debole, è forse che proprio la grande attenzione al dettaglio e il procedere analitico, cronologicamente scansionato e concatenato, talvolta può levare
un po’ di fantasia: il procedere è disseminato di tracce assai circostanziate, sembra quasi di sapere tutto dei protagonisti perché l’analisi psicologica è sempre particolarmente approfondita. Sfugge invece, talvolta, la motivazione più profonda, quella che ti fa credere di non essere solo conoscente ma realmente amico dei personaggi, può saltare quella adesione emotiva, quella sospensione dell’incredulità che può rendere credibile l’incredibile. Qui è tutto realmente credibile, verosimile e ben spiegato, forse appena troppo spiegato. A noi piacerebbe una narrazione meno psicologica e assai più fatta, ad esempio, di dialoghi e di gesti che parlino da sé. Un po’ troppo si vuole dare la spiegazione di un comportamento, mediante una disamina dei perché che, alla fine, ottiene l’effetto di non lasciare molto margine di interpretazione al lettore. La chiarezza psicologica ad ogni costo toglie la sorpresa e non fa lavorare il lettore. Noi crediamo che il libro lo debbano fare in due, scrittore e lettore. Qui in tre (dato che gli scrittori sono due!).
Ecco, se ci fosse permesso dare un suggerimento, sarebbe proprio quello di insistere sulla visività dei personaggi, in maniera più dichiaratamente teatrale, che dia loro una vita propria anche senza le spiegazioni autoriali. Probabilmente questo bel libro non può in alcun modo prestarsi a questo tipo di intervento, perché così è nato e non è modificabile a tal punto senza rischiare di subirne uno snaturamento. E’ solo un invito a liberarsi un po’ dall’io narrante e far vivere con più libertà i protagonisti, che non sono oggetti o strumenti di racconti a tesi, né tanto meno uomini e donne misteriosi i cui gesti debbano essere spiegati: se sono come noi, tanto vale levare loro i binari e lasciarli muovere come meglio piaccia a loro stessi. Forse le storie si arricchiranno in termini di maggiore vivacità ed anche la lingua, molto piana e corrente, potrebbe avere quel surplus di ricchezza di cui alle volte si può sentire il bisogno.

PAOLO RAGNI

05/09/2012

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“Il mito nel Novecento letterario” a cura di Antonio Melillo, recensione di Lorenzo Spurio

Il mito nel Novecento letterario

di AA.VV.

a cura di Antonio Melillo

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012

ISNB: 978-88-95881-60-7

Pagine: 347

Costo: 22€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Il mito è un racconto. Ma cosa racconta? E’ il tentativo di raccontare il senso dell’esserci, è l’interpretazione dell’esistenza del vero che parla al singolo individuo (p. 10).

 

 

Questo libro è un testo di saggistica e di critica letteraria ricchissimo di contenuti che spazia dalla letteratura italiana contemporanea (Pavese, Brancati, Pasolini), alla letteratura inglese modernista (T.S. Eliot) sino al mondo classico (Ovidio, Platone) con numerosi incursioni nella poesia del nostro secolo (Pontiggia, Damiani, Marina Moretti). Il filo rosso del libro, come indica il titolo stesso, è il mito.

Nell’ampia nota di prefazione a cura di Antonio Melillo, il curatore dell’intero volume, traccia in via analitica l’origine, il significato, il valore e l’importanza che il mito ricopre oggi nella nostra società sottolineando da subito il fatto che il mito è una creazione umana, un qualcosa a cui crediamo e a cui non potremmo fare a meno ed è allo stesso tempo un qualcosa che ha sempre accompagnato l’uomo (si pensi l’antico mito della caverna descritto da Platone o il mito del buon selvaggio di Rousseau). Melillo dà le linee guida per riconoscere ciò che è un mito da ciò che non lo è. Il mito, infatti, non va confuso con la leggenda né tantomeno con la favola. La trascrizione e il racconto spesso fanno apparire somiglianze tra di loro, ma sono tre identità super-caratterizzate e ben definite.

Il mondo consumistico e dei mass media con il quale si identifica la nostra società super-sviluppata è un grande contenitore di miti (miti mitologici come quelli di Ovidio e miti contemporanei come Marilyn Monroe, Lady Diana o Batman) tanto che il processo di mitizzazione e di filiazione di miti è nell’attualità un qualcosa d’inarrestabile. Bisogna fare attenzione anche nel non confondere il mito con la storia: il primo è una sorta di aneddoto –non necessariamente vero o realistico- che ha influenzato o presenziato la storia, quest’ultima è il racconto delle nostre vite e quelle dei nostri antenati. Il mito è e allo stesso tempo non è un eroe. Batman, dunque è un eroe o un mito? Melillo offre una attenta chiave di lettura che ci aiuterà a far luce sulla questione. Il mito inoltre ha immancabili riferimenti e legami alla religione, alla filosofia, alla cosmologia e alla poesia perché in fondo –come più volte viene sottolineato- il linguaggio del mito è un linguaggio lirico, cadenzato, strofico e l’atmosfera che evoca lo è altrettanto. La prefazione di Melillo sfocia poi in un’ampia parte che più propriamente fa riferimento alla filosofia e all’epistemologia del mito che può risultare interessante agli studiosi di tali dottrine.

Il libro si compone di una buona quantità di saggi e studi critici di carattere monografico: Gianfranco Lauretano nel saggio dal titolo “Il mondo abitato del mito in alcune esperienze di poesia contemporanea italiana” affronta la poetica di alcuni poeti dei nostri giorni (Giancarlo Pontiggia, Claudio Damiani, Salvatore Ritrovato e Marina Moretti), procedimento impiegato anche da Anna Maria Tamburini con il saggio “Il mito nella letteratura del Novecento” che analizza alcuni aspetti dell’opera poetica di Cristina Campo, Agostino Venenazio Reali, Margherita Guidacci). Neil Novello arricchisce questo testo con il suo saggio dal titolo “Mitopoesia di Gesù. Pasolini-Vangelo secondo Matteo”.

Per chi è, invece, un grande affezionato del modernismo inglese si consiglia vivamente la lettura del saggio di Daniele Gigli, un’ampia ed eterogenea analisi fatta da più punti di vista sul poemetto filosofico The Waste Land (La terra desolata) del britannico Thomas Stearn Eliot dal titolo “The Waste Land. Dalla parola mitica alla parola incarnata”. Uno degli aspetti che contraddistinguono questa pietra miliare della letteratura contemporanea è il totalizzante uso dell’intertestualità per mezzo della citazione e il riferimento che T.S. Eliot fa ad altrettanti testi letterari, popolari e incluso la Bibbia tanto che il suo libro finisce per essere un mosaico di citazioni. Citare non è mai un processo completamente negativo perché è un mezzo per richiamare dell’altro o celebrare un grande autore del passato. Ovviamente la sovra-citazione non deve mai diventare sinonimo di mancanza di originalità, imitazione o addirittura plagio letterario. L’altra componente chiaramente caratteristica di The Waste Land è l’affollatissima presenza di personaggi vivi, morti, reali o mitici che tra le pagine del poemetto vengono descritti, uno tra tutti il profeta cieco Tiresia che in Ovidio è anche manifestazione dell’ermafroditismo e più in generale di metamorfosi.

Matteo Veronesi nel suo saggio “Dal Novecento agli antichi. Volti e riflessi del mito di Narciso” studia, invece, un mito arci-noto, quello di Narciso, del bel giovane aitante innamoratosi di sé che, per incapacità di guardarsi al di fuori di sé, finisce per morire annegato in un ruscello dove stava specchiandosi. Il narcisismo è un comportamento che in taluni casi può configurarsi come patologico e dunque provocare un vero e proprio problema psicotico come Freud sottolineava già nei Tre saggi sulla sessualità (1905). Parlare di Narciso porta indissolubilmente a parlare anche del mito di Eco al quale appunto Narciso è legato nella narrazione che Ovidio fa.  Veronesi analizza come il mito di Narciso e la stessa parola ‘narcisismo’ sono stati impiegati in letteratura nel corso del tempo; curioso è il riferimento ai poeti crepuscolari: “E, nei crepuscolari, il Narciso che si specchia è ormai un fiore pallido, esangue, estenuato. ‘Rassegnato come uno specchio,/ come un povero specchio melanconico’ (Corazzini), ‘Come uno specchio vano si moltiplica’ (Gozzano)” (p. 208).

Il libro ha un contenuto ricchissimo ed estremamente vario. Si prosegue con il saggio a cura di Giancarlo Micheli dal titolo “Thomas Mann, il nutritore. Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico”. Un grande omaggio alla letteratura spagnola è contenuto invece nel saggio a cura di Cinzia Demi dal titolo “Don Giovanni ripensa se stesso. Dal rovesciamento del grande mito moderno del Don Giovanni di Sicilia di  Brancati al Don Juan di Tirso de Molina al Dom Juan di Molière, al Dissoluto punito di Mozart-Da Ponte” nel quale il critico analizza mediante stralci tratti dalle varie opere – in prima persona- la differenza sostanziale che si respira tra i diversi libri che trattano di un’unica storia, quella di Don Giovanni, mettendo in luce come il processo di rivisitazione e di riscrittura –motivato da differenze geografiche, temporali, personali- sia determinante nella costruzione di varianti del mito.  Si passa così dal Don Giovanni “originario” di Tirso De Molina per arrivare a quello di Vitaliano Brancati nel quale il personaggio ha ormai perso gran parte delle caratteristiche tipiche del Don Giovanni (libertinaggio, spregiudicatezza, blasfemia, violenza) per diventare un personaggio semplice, forse un po’ troppo bonaccione ed inetto.

Il saggio di Andrea Muni si rivolge alla riscoperta della classicità del mito, un’indagine stessa sulla nascita di questa forme d’espressione e di modalità per rapportarsi/conoscere il mondo nel saggio dal titolo “Il mito come luogo della libertà. Edda Ducci e il mito della caverna di Platone” dove la critica, docente universitaria e filosofa, sottolinea l’importanza del mito della caverna da lei definito “filosofia dell’educazione” per poter comprendere attentamente l’intera filosofia platonica. Il mito della caverna viene analizzato da varie ipotesi interpretative e la Ducci al termine del saggio fornisce una serie di temi importanti (come quello della libertà o il tema della persona) che secondo lei scaturirebbero proprio da questi. Seguono poi altri saggi tra cui “Il mito classico nella poesia di Margherita Faustini” scritto da Rosa Elisa Giangoia che analizza l’ampia e instancabile opera poetica della poetessa genovese scomparsa nel 2009 e “Il mito come distanza. Una lettura pavesiana” di Antonio Melillo, il curatore dell’intero progetto.

 L’opera, come già detto, offre vedute multiple e variegate su un’ampia quantità di materiale letterario, poetico e filosofico per cercare di farci entrare a pieno nello studio del mito. Il mito e la mitologia non sono la stessa cosa come dichiara Antonio Melillo nella prefazione. Il processo di miticizzazione e l’importanza di miti classici nel nostro oggi può essere compreso a pieno solo se si fa un’attenta lettura a questo testo con ricchi apparati di bibliografia che offrono numerosi spunti per ulteriori analisi e studi sul tema.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

30/08/2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“Insidie” di Donatella Calzari, con un commento di Cinzia Tianetti

La poesia “Insidie” di Donatella Calzari è contenuta nella sua silloge Petali d’acciaio. Di seguito si riporta il testo con un commento critico a cura di Cinzia Tianetti.

La stessa silloge poetica è stata da me recensita ed è disponibile a questo link: https://blogletteratura.com/2012/02/07/recensione-a-petali-dacciaio-di-donatella-calzari-a-cura-di-lorenzo-spurio/

Qui, invece, è presente l’intervista che il poeta Emanuele Marcuccio ha fatto all’autrice:  https://blogletteratura.com/2012/01/15/intervista-a-donatella-calzari-a-cura-di-emanuele-marcuccio/

 

INSIDIE

(poesia di Donatella Calzari)

 

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

 

 

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Verità e realtà, quanto di più incerto dell’una, quanto di più certo, per ognuno di noi, dell’altra. Qualunque cosa vedano in noi gli altri, il modo in cui ci percepiamo, e il modo con cui prendiamo coscienza della nostra vita, implica, tra le tante cose, la realtà (con una sua verità o meno, non importa, ma che sia realtà) e di conseguenza, il sogno, ovvero il solo sogno, lì dove si sfugge alla realtà, che porta con sé la sua verità resa credibile con ogni cosa volutamente creduta.

La poesia viaggiatrice tra le ali della fantasia, del sogno, del simbolo, della metafora e della similitudine; che allude, che dice ma non dice, che guarda a sé e al mondo, è portatrice di un messaggio di coscienza, di realtà, la sua, vissuta, accettata, analizzata e, perché no, in certi casi ripudiata, oltre, naturalmente, della corale voce di ogni essere tendente a nascondere ciò che la poesia svela in una epifania drammatica o gioiosa vestita del “come” e del “come se”. Perché la poesia non afferma, dice; racconta; inscena.

 Nella poesia di Donatella Calzari ci troviamo in un sogno che inscena il “tutto sembra” ma che “non è come sembra” e nel gioco di parole si trova ciò che, a mio parere, racchiude il pensiero, l’espressione del sentito della poetessa; di un vissuto? Di un sentimento sentito? Lasciamo queste domande lì dove è giusto che giacciano, per raccogliere quel che appartiene a tutti: il dovere cedere all’evidenza che niente è com’è; appreso dalle stesse parole della poetessa: “Accanto a me /  una tenera, gentile piantina / all’improvviso / fagocita gli insetti / catturati dai suoi tentacoli.

Un vegetale carnivoro fagocita con tentacoli…quanto di meglio per esprimere, uscendo dalla classificazione del genere e della specie, l’ambiguità; per distinguere sovrapponendo la forma dall’essere; dove, pure, nei versi precedenti un anacardio scruta dal fondo di un giardino (fertile sé tra l’ignoto inconscio e l’Ignoto mondo in una natura non sempre benevola), ma non minaccia con la sua mole, con le sue attenzioni, invita, invece, ad assaporare le mandorle, il frutto del suo seno: amigdale, simbolo di fertilità e di vita che si rigenera, che adesso nel continuum dei rimandi dell’immaginario si contrappone all’immagine del fagocitare innocente, degli scuri tentacoli, all’azione del bramare, del divorare. La domanda che si fa sentire in bocca è: fidarsi di questo giardino che come una matriosca onirica fa ondeggiare i sentimenti nel dubbio?

I tentacoli avviluppano la preda così come i dubbi avviluppano il poeta-io che s’allontana.

Si sospetta di questa natura insidiosa, di questo luogo avvolto di natura dalle mille sfaccettature arcane benché attuali, dal passato/presente: luogo/altri? Luogo/mondo? Luogo del noi stessi? La matriosca onirica conduce ad una realtà, attraverso l’immaginazione e la metafora, che riguarda noi nel mondo, noi con noi stessi, noi con gli altri in una rete fittissima; in altre parole dell’immagine che si ha del tutto. E allora come l’io non corrisponde, così strutturato, esattamente al soggetto, il mondo non corrisponde esattamente a questa parola e, come ben esprime la poetessa, il giardino viene abbandonato trasfigurandosi, nello spazio mentale, in palude:

Avviluppata da un groviglio / di dubbi / mi allontano… / e ritorno alla mia palude…

Quella stessa palude che, per certi aspetti, è più accettabile, perché reale, perché sostanza proiettata in uno spazio, rappresentazione dello stato d’animo del poeta o coscienza senza fronzoli, né bugie.

E così, come chi di una moneta per mostrare il recto mostra prima il verso, Donatella Calzari, mostrando il panorama colorato e tragico del giardino incantato in cui s’assapora l’amara mandorla racchiusa nella tenera e gentile vita che fagocita altre vite (espressione hobbesiana di vite contro vite e del mondo che fagocita e si rigenera in un interminabile pasto luculliano) attraverso il canto del triste colore del migliarino disincantato, veste il suo verso del giusto scenario, per incastonare il preciso e netto volto dell’aspra immagine della palude in cui alla finzione si sostituisce il mistero.

Il mistero svelato della vita tra il reale e il sogno, dove il proprio vissuto si apprende in pensieri e sul volo triste del reale si sogna di risvegliarsi semplice fiore d’erba: “con il sogno / di risvegliarmi / vilucchio”.

 A cura di Cinzia Tianetti   

 

27 agosto 2012                                                   

 

LA POESIA ED IL COMMENTO VENGONO QUI PUBBLICATI SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELLE AUTRICI. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E IL COMMENTO QUI CONTENUTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELLE AUTRICI.

“Mille anni di preghiere” di Yiyun Li, recensione di Rita Barbieri

Il fatto che ci siamo incontrati e chiacchieriamo… sicuramente ci è voluto parecchio tempo di fervide preghiere per farci arrivare fin qui.”

Mille Anni di Preghiere” è una raccolta di dieci racconti brevi della scrittrice cinese Yiyun Li, che ha vinto nel 2005 il premio Frank O’Connor International Story Award.

Mille Anni di Preghiere, di Yiyun LiYiyun Li nasce a Pechino nel 1972 e risiede in Cina fino al 1996, anno in cui si trasferisce in America per specializzarsi in medicina. Della Cina di quegli anni ha vissuto e sperimentato tutto: come l’esperienza di un corso di rieducazione politica per tutti coloro che volevano iscriversi all’Università di Pechino, dopo i fatti di Piazza Tian’an men. Una volta laureata, emigra negli Stati Uniti ed è in questo nuovo contesto, padrona di una nuova lingua che sente come sua, che finalmente riesce a raccontare le storie del suo Paese di origine, scrivendole direttamente in inglese.

 

Per leggere l’intera recensione, vai qui: http://blog.chinaitaly.info/consigli/mille-anni-di-preghiere-di-yiyun-li/

“Haiti”, acrostico di Emanuele Marcuccio, con un commento di Lorenzo Spurio

HAITI

(di Emanuele Marcuccio)

(ACROSTICO)

Ha tremato la terra

agitata in orribile

in assordante rimbombo:

tremendo terremoto

in un cumulo… di macerie.

(20/1/2010)

 

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Altra poesia di Emanuele Marcuccio che a distanza di più di due anni viene tirata fuori dal cassetto. La lirica è breve a si contraddistingue per un linguaggio stringato e impetuoso, in linea con quanto va affrontando dal punto di vista tematico. Marcuccio ci fornisce un’istantanea dei secondi che si susseguirono al terremoto di Haiti nel 2010, suggestionato forse dalle tante immagini trasmesse in tv. In ogni dove domina la distruzione “un cumulo… di macerie”, segno che niente sarà mai più come prima. Non c’è spazio nella lirica di Marcuccio per intravedere un dopo-terremoto o di dar un messaggio di speranza. Dopo “l’assordante rimbombo” e “la tremenda scossa” nulla rimane. C’è il silenzio della morte e della paura. La Terra, che ha voluto al mondo ed ospitato l’umanità, di colpo si è macchiata di un assassinio inspiegabile. Disperazione, desolazione e angoscia sono i sentimenti che la lirica infonde che, ovviamente, può essendo inspirata al terremoto di Haiti, finisce per essere una immagine di martirio e di sconvolgimento uguale per ogni terremoto. Quando la Terra inghiotte i suoi uomini, ci si interroga ancor più profondamente sui motivi e i limiti dell’esistenza.

Jesi, 26 Agosto 2012

 

LA POESIA VIENE PUBBLICATA PER CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA O IL COMMENTO IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

 

“Vita di donne” di Su Tong, recensione di Rita Barbieri

“Vita di donne”

di Su Tong

Recensione a cura di Rita Barbieri

Quando esordisce, a metà degli anni ’80, Su Tong è inserito nella corrente letteraria dell’avanguardia, che sostiene l’autonomia della letteratura dalla realtà e dà la massima importanza alla libertà creativa dello scrittore e alle infinite possibilità dell’artificio. Non c’è più l’obbligo di rappresentare la realtà secondo i canoni del realismo socialista e, inoltre, gli scrittori avanguardisti sono anche biograficamente e psicologicamente svincolati dal peso della Rivoluzione Culturale.

Nonostante questo, Su Tong ambienta la maggior parte delle sue opere nel passato, definito come il ‘luogo principe dell’immaginario’. Infatti è indubbio che il passato gli conceda maggiore libertà espressiva, non costringendolo al confronto con il reale. Ed è anche indubbio che il passato possa fornire la chiave per la ricostruzione di un’identità culturale comune dopo il trauma della Rivoluzione Culturale e che serva anche a riscrivere la Storia, raddrizzandone i torti.

Vite di donne, di Su tong[…] L’edizione italiana di Vite di donnecomprende due racconti: Vite di donne(Funü Shenghuo) e Altre Vite di donne(Lingyi Zhong Funü Shenghuo).

Per leggere l’intera recensione vai a questo link:

 http://blog.chinaitaly.info/consigli/vite-di-donne-di-su-tong/ 

Recensione a cura di RITA BARBIERI

“Monica è musica”, acrostico di Monica Fantaci con un commento di Lorenzo Spurio

Monica è musica

(Acrostico)

 di MONICA FANTACI

 

Mano che si muove

organza di gesti

nuovi sempre

inizio di brindisi d’amore

casereccio e antico

al profumo di olio che

 è al momento

maneggiato vicino

ulivi ricchi di un caldo

sapore siciliano

insediato e apprezzato da

culture diverse

amanti del paesaggio.

 

Palermo 25 agosto 2012

Monica Fantaci

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Monica Fantaci, giovanissima poetessa palermitana, ha sempre espresso con le sue liriche una simbiosi di poesia e musica donando al lettore immagini armoniose, colorate e molto positive. In questo acrostico la poetessa si scopre agli occhi dell’attento lettore, come Musa incantatrice, emblema di Musica. Vari elementi in questo testo trasmettono l’ambientazione tipicamente quotidiana del suo poetare “brindisi d’amore/casareccio”, per sottolineare forse che è proprio nella semplicità, nei costumi e nella tradizione che si preservano ancor meglio i grandi valori, come l’amicizia appunto. Il brindisi è tradizionalmente un momento conviviale d’allegria, ma anche di affetto dato e ricambiato. L’impostazione modernista, la fascinazione per la cultura popolare e per la terra natia (“sapore siciliano”) è ben evidente in questa lirica che è sorretta, appunto, dalle lettere iniziali di ciascun verso che, presi tutti assieme, rendono il titolo della poesia: “Monica è musica”. E’ una poesia colorata e profumata, ricca e variegata, ma anche solidale, ottimistica e fraterna. Finché ci saranno persone con un animo talmente prelibato da scrivere poesie come questa e lettori attenti, critici ma costruttivamente, il compito della Cultura verrà portato a termine poiché le “culture diverse” non debbono essere pretesto per motivi di scontro, violenza, vendetta o recriminazione storica, ma solamente una realtà unanimamente riconosciuta come ricchezza.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE I TESTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

Emanuele Marcuccio aforista. Recensione a cura di Santina Russo a “Pensieri minimi e massime”

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €

Recensione a cura di Santina Russo

Non si può leggere una raccolta di aforismi in un solo attimo, né in un solo giorno. Nella loro caratteristica brevità, gli aforismi necessitano di un certo periodo di tempo per essere accolti dalla mente del lettore e fatti propri, condivisi o smentiti. Così, Pensieri minimi e massime di Emanuele Marcuccio è una raccolta di aforismi che si presta a una lettura nel tempo, costante e quotidiana. Basterebbe ogni mattina aprire il libro e soffermarsi a leggere uno degli aforismi, magari mentre si sorseggia un caffè, per poi memorizzare quelle poche parole e ripeterle a sé stessi durante il giorno, esaminarle, provare a identificarsi in essi oppure, al contrario, sentirsene in qualche modo distanti. L’aforisma di Emanuele Marcuccio ha una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri: lo definirei un aforisma poetico e non solo perché in molti di essi il concetto essenziale è la poesia, ma anche e soprattutto per la forma elegante, melodiosa di esprimere una pensiero contornandolo di lirismo. Negli ultimi anni la linea di demarcazione tra poesia e prosa diventa sempre meno netta, la prosa lirica e la poesia prosastica sono ormai tendenze in continua evoluzione ma gli scritti di Emanuele Marcuccio sono sempre propensi verso la classica melodiosità del verso lirico, siano essi poesie o pensieri in prosa. Emanuele Marcuccio è un poeta e, come tale, il suo pensiero non poteva non essere più volte rivolto alla poesia, alla figura del poeta e dell’artista, spesso in conflitto tra di loro con conseguenze disastrose per il bene della poesia stessa (N.67 Tra poeti, scrittori, drammaturghi, artisti in genere, è bene che si instauri un rapporto di rispetto e di stima reciproca, mai di concorrenza e senza nessuna presunzione di possedere la verità, purtroppo, oggigiorno è quasi un’utopia). Il poeta è colui che offre il suo sentire al prossimo, che dona agli altri i suoi versi e non esiste poeta se non attraverso i suoi lettori, così come una poesia rimane muta se non può parlare al cuore dell’uomo (N.49 Sono i suoi lettori che creano l’autore e, in particolare, il poeta; un poeta non esiste senza i suoi lettori, che si servono della sua poesia per emozionarsi ed emozionare altri lettori). “Pensieri minimi e massime” è un libro che non può mancare a chiunque si interroga ogni giorno sul significato della vita, sul valore dell’arte, sulla funzione sociale e culturale della letteratura. Dall’imprenditore all’artigiano, dall’impiegato alla casalinga, dallo studente allo sportivo tutti troveranno in questi pensieri uno spunto per una riflessione personale giornaliera, nutrendosi di arte e di saggezza. Un ultima osservazione: non è un libro da riporre sui vani polverosi di una libreria, ma un volume da tenere sempre a portata di mano per poter accogliere i pensieri dell’autore nei momenti più imprevedibili e impensabili della giornata di ognuno.

a cura di Santina Russo, 20 luglio 2012

 

Chi è l’autore?
EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Scrive poesie dal 1990, nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso l’Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli ‘47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.
Nel marzo 2009 è uscita la sua raccolta di poesie Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci.
Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010 Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.
Nel 2010 ha accettato la proposta di collaborare con una casa editrice per la scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e luglio 2011 ha presentato tre autori, riuscendo così a far pubblicare tre libri di poesie e, dal 2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.
Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.
Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012.
Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato membro di giuria nella prima edizione del concorso nazionale di poesia “L’arte in versi” (2012).
È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie.

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA QUI SU QUESTO SPAZIO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DEL LIBRO E DELL’AUTRICE DELLA RECENSIONE.

Anna Scarpetta: quando la poesia è testimonianza. Commento di Anna Maria Folchini-Stabile

Commento alle poesie di Anna Scarpetta

poesie contenute in “L’Universo degli Angeli” – Sentieri di Anime e Sogni – a cura di G. Ianuale per Accademia Internazionale Vesuviana – Marigliano (NA) – 2012

Commento critico a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa

 

 

“L’Universo degli Angeli” è l’antologia curata da Gianni Ianuale e pubblicata nel mese di luglio 2012  dall’Accademia Internazionale Vesuviana per raccogliere le liriche dei poeti che si sono ritrovati attorno all’ideale morale che “poetare significa muoversi e operare nell’armonia cosmica in cui l’essere e il bene puntualmente coincidono” (dalla premessa di Bernardo Silvestri, pag. 6).

Tra gli Artisti selezionati figura la poetessa Anna Scarpetta che presenta le sue liriche intitolate:

– Porto in giro per il mondo

– Alzati anima

– Forse gli Angeli

– Ho salito i gradini del mondo

– Vivere per non morire

 Questi cinque componimenti sono il proclama di ideali e linee guida di una vita dedicata a difendere  l’identità, i principi e i valori che rendono l’individuo persona unica e irripetibile; la poesia è il veicolo, il modo per comunicare al mondo la propria visione della vita che ha radici profonde nella memoria, nella famiglia, nelle tradizioni e negli affetti che legano alla propria terra.

La poetessa che ha ben conscio il suo ruolo di guida, non può non confrontarsi con la vita e con gli altri e non può, quindi, non cantare le risorse collettive, il coraggio di vivere, la ripresa dell’Uomo che ha ideali e mete importanti da raggiungere:

   “Destati, anima, dal frastuono fragoroso

    Che stordisce solamente e nulla dice” …

(da Alzati anima, pag. 371)

 

E non può esservi certezza di perseguire il fine destinato, senza la sicurezza interiore di una Guida superiore (“Forse gli Angeli”, pag. 372) di cui la poetessa ha piena coscienza, tanto che può dire:

 

   “Ho salito, con grande affanno, i gradini del mondo

     Rasentando i pericoli, passando lenta nel mezzo…

   … Con la mente imbevuta di forti pulsioni…

   … Con grande magia…

( da “Ho salito i gradini del mondo”, pag.373)

 

Ardore, affanno, salita…non un cammino semplice, non una strada pianeggiante, perché l’esistenza di ogni essere umano è cosparsa di prove, di difficoltà che temprano, fortificano e confermano, a consapevolezza e maturità raggiunte, che il dolore è parte del vivere.

La scelta è univoca: “Vivere per non morire” (pag. 374).

La vita, secondo la poetessa Anna Scarpetta, è una prova di coraggio, perciò va vissuta coraggiosamente, superando le quasi continue prove iniziatiche e guardando sempre al domani, perché il nuovo giorno è resurrezione e, se la sofferenza ci abbatte, la speranza ci accompagna.

 

Come sempre, anche in queste sue forti liriche, la poetessa esprime i suoi profondi pensieri in modo lineare, chiaro, universale e se vede se stessa come metro del tutto, riconosce nella sua esperienza tutta l’Umanità che le cammina a fianco e proprio per questo sa riconoscerla, abbracciarla e comprenderla.

 

 

Chi è l’autrice?

ANNA SCARPETTA è nata a Pozzuoli nel 1948, formatasi culturalmente a Napoli dove ha anche frequentato la Scuola di recitazione e spettacolo, è erede della grande famiglia che molto ha contribuito alla storia Artistica Napoletana e Italiana.

Poetessa ben nota ai circoli culturali e letterari Napoletani, ha poi vissuto a Milano e risiede attualmente a Novara.

Si ė sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica collaborando con numerose riviste culturali. 

Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti ed è membro “Vitae et honoris causae”  del Centro divulgazione rete e Poesia.

Tra le sue opere pubblicate ricordiamo:

– Poesia (ed. Gabrielli, 1985)

– Frantumi di tempo (ed. Lo Faro, 1991)

– L’altra dimensione della vita (ed. Libroitaliano Word, 2004)

– Le voci della memoria ( ed. ismecalibri, 2011)

Molte sue poesie sono raccolte in numerose antologie.

 

 Anna Maria Folchini Stabile

 

Angera, 24 agosto 2012

 

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