“Ingólf Arnarson” di Emanuele Marcuccio, breve introduzione a cura dell’autore

Ingólf Arnarson (*)

di Emanuele Marcuccio

dramma epico

 

Introduzione a cura dell’autore

La mia prossima pubblicazione sarà un dramma epico[1] in cinque atti ambientato in Islanda ai tempi della colonizzazione e sarà intitolato Ingólf Arnarson. Si tratta di un lavoro lungo, frutto di un’attenta ricerca storiografica, che sto seguendo dal 1990. Il poema, pur partendo da alcuni episodi storici documentati[2], sviluppa una trama che è prevalentemente fantastica e che non ha, dunque, nessuna pretesa di carattere cronachistico. Ingólf, personaggio da cui prende il nome l’intera opera, è un personaggio storico-leggendario del folklore islandese mentre gli altri sono frutto della mia invenzione. I loro nomi sono stati ricavati direttamente dall’onomastica islandese (lingua che non conosco ma sulla quale mi sono documentato).

Nel poema mi sono servito di una mia personale e astorica presenza in Islanda di popolazioni indigene di stirpe germanica, di credenza pagana e prossime alla conversione al cristianesimo, alle quali ho contrapposto i normanni (o vichinghi) ossia gli uomini del nord, i norvegesi che furono grandi colonizzatori del nord Europa, di fede pagana. Si tratta, ovviamente, di una mia scelta utilizzata per la caratterizzazione dei personaggi che non è motivata da fondamenti culturali-letterari né storici-documentatistici.

Nel poema definisco l’Islanda con l’antico nome di “Thule”, in riferimento al suo primo scopritore, l’esploratore, astronomo e geografo greco Pitea di Massalia  (380 – ca. 310 a.C.) che, secondo la tradizione, scoprì l’isola durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325 a.C. La decisione di ambientare un dramma epico in Islanda, genere letterario inedito nella mia produzione, è scaturita dalla fascinazione verso questo paese nata dalla visione di una brochure con meravigliosi paesaggi di quel paese. Mi sono documentato su quella realtà e ho letto l’interessante racconto ottocentesco Viaggio nell’interno dell’Islanda di Natale Nogaret. A partire dal 1990 ho iniziato la stesura del poema che, come ho già detto, è stata particolarmente lenta e difficoltosa Attualmente sono impegnato con il quinto ed ultimo atto e, benché in molti mi hanno espresso perplessità sulla difficoltà dell’opera sono estremamente contento che un caro amico compositore si è già gentilmente offerto di scrivere le musiche di scena per questo mio dramma. Il sito“freshwallpaper.eu” mi ha, inoltre, autorizzato a utilizzare una loro immagine come copertina del mio poema d’Islanda.[3] L’opera verrà pubblicata nel corso del 2012.

Per maggiori informazioni si rimanda ai contatti dell’autore:

Emanuele Marcuccio

e-mail: marcuccioemanuele@gmail.com

Blog: http://emanuele-marcuccio.blogspot.com/

Pagina Facebook: http://www.facebook.com/emanuelemarcuccio74

                         


(*) Come mi ha fatto notare il filologo Dario Giansanti, direttore e fondatore del progetto “Bifrost”, di cui ringrazio, ho preferito utilizzare la lezione onomastica dell’islandese antico “Ingólf”, piuttosto che il moderno “Ingólfur”.

[1] «In realtà, la collocazione in un genere letterario specifico, è in questo caso un’operazione quanto mai difficile e fuorviante. L’idea iniziale di Marcuccio, dopo una conversazione con il critico Luciano Domenighini, era che l’opera si trattasse di un poema drammatico. In realtà, partendo da un’analisi più attenta è evidente che l’opera ha poco del genere del poema ma condivide, invece, la struttura tipica di un’opera teatrale. L’elemento drammatico è presente, sebbene non possa essere definita una tragedia propriamente detta. Per il fatto che l’opera utilizza una serie di riferimenti e rimandi all’epica germanica, l’opera può esser anche definita come epica, sebbene Marcuccio inserisca anche numerosi elementi di sua invenzione. La catalogazione, dunque, dell’opera come dramma epico sembra a tutt’oggi essere quella più corretta» (dalla prefazione all’opera, curata da Lorenzo Spurio). L’autore ringrazia Lorenzo Spurio per i preziosi consigli nel redigere questa introduzione di presentazione al suo dramma epico e per essersi offerto di scrivere la prefazione.

[2] I riferimenti storici presenti nel poema sono: la colonizzazione dell’Islanda, con l’approdo all’attuale Reykjavík (870-874 d.C.);  l’insediamento eremitico dei Papar, monaci irlandesi (inizio del IX sec. d. C.) e la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa, per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l’edilizia.
[3] In merito a ciò, mi hanno risposto come segue: «Well you can use the image for your book cover for free, how you use it, it’s up to you. You can remove the watermark if you wish so (I prefer you won’t but it’s up to you). Good luck with your book».


 A CURA DI EMANUELE MARCUCCIO

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERO TESTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Vetrina delle Emozioni presenta la scrittrice Donatella Calzari con la silloge PETALI D’ACCIAO, Rupe Mutevole edizioni, 2011, inclusa nella collana Sopra le righe, curata da Emanuele Marcuccio

Terzo libro di poesie, pubblicato con la mia collaborazione editoriale, che uscirà a novembre 2011 e con la mia prefazione, ringrazio l’amica poetessa Gioia Lomasti, direttrice di collana per le sezioni Sopra le righe e Poesia e Vita , e l’editore:

Donatella Calzari, Petali d’acciaio, Rupe Mutevole Edizioni, 2011.

Questa è la lirica, a mio giudizio, più significativa dell’intera silloge.

INSIDIE

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

Prefazione

Donatella Calzari ha iniziato a scrivere poesie fin da bambina, dai tempi della scuola elementare, periodo in cui si occupava anche della scrittura di testi teatrali da mettere in scena con i suoi compagni di classe, in occasione delle feste di Carnevale.

Dopo una pausa durata parecchi anni, nei quali ha comunque mantenuto e sviluppato costantemente l’amore per la poesia e la letteratura in generale, nel 1988 ha ripreso a scrivere poesie e brevi racconti. Soltanto nel 1992, però, ha avuto l’audacia, come riferisce, di inviare una sua poesia al concorso “Alla scoperta dei poeti lodigiani”, col risultato che la poesia è stata pubblicata e, negli anni la cosa si è ripetuta con altre poesie, ricevendo premi e segnalazioni a concorsi nazionali e internazionali. Alla domanda su cosa significa al giorno d’oggi scrivere poesie, ecco come si è espressa l’autrice: «Personalmente sono convinta che la poesia abbia, oggi, una vera e propria funzione sociale. A prescindere dal valore artistico che la poesia possa avere, essa si riveste di una nuova identità, di una dignità propria. Smettendo del tutto i panni di stucchevole afflato dell’anima, che ancora in troppi le attribuiscono, riveste quelli di pregnante e, direi, vigorosa espressione del ricco mondo interiore del poeta, il quale trova il coraggio di aprire la “gabbia” lasciando che le sue parole si librino nell’aria e che si posino sul cuore di chi si ferma ad ascoltarle.».

Il poetare di Donatella è profondo, essenziale, è un poetare che preferisce fare a meno del predicato (in particolare del verbo essere) e posporre spesso il soggetto (per conferirgli un maggiore risalto) rispetto al complemento; come nella sua lirica “Visione”, in cui il soggetto è posposto e ripetuto più volte utilizzando così ben due figure retoriche, l’iperbato e l’epanalessi: “Distesa sconfinata di alberi / Il vento li tormenta / Il vento”, “Il vento strappa / Dilania / Conduce / Disperde / Il vento”. Un poetare intimo ma ricco di figure retoriche, di metafore, di sinestesie, di iperbati, di ellissi, di ossimori e correlativi oggettivi.

La cifra distintiva del suo dettato poetico e di questa sua prima raccolta è un continuo metaforizzare la vita nel suo risvolto doloroso, servendosi dei vari elementi della natura, come fauna, flora, condizioni atmosferiche, non facendo mai tracimare il tutto nel pessimismo e nella disperazione.

A questo proposito, esemplare è la sua lirica “Insidie”, visionaria, profonda, a tratti metafisica e dal respiro cosmico, che unisce in sé fauna e flora: un’immagine, un sogno, un rifugio; l’autrice si immagina migliarino, un piccolo uccello di palude, dal triste colore, che osserva una gentile piantina che, fagocita gli insetti testé catturati e, sogna di risvegliarsi vilucchio, una pianta rampicante, dai fiori bianchi.

Esemplare è anche “Oblò”, dove abbiamo un’immagine profondamente poetica: “Rubino prigioniero / di una conchiglia / il cuore / scorge bufere / nelle spire / di un eluso mare.”, il cuore (abilmente disposto in iperbato), come rubino, prigioniero di una conchiglia, scorge bufere nelle spire di un obliato dolore.

O come “Bassa marea”, in cui la vita è rappresentata in un alternarsi di gioie e di dolori, di alta e di bassa marea ma, solo la bassa marea “rivela meravigliose terre sommerse/ altrimenti celate allo sguardo.”, solo la conoscenza del dolore è in grado di rivelarci il senso della nostra vita, altrimenti perduto nell’euforia della gioia passeggera.

O come “Altalena”, in cui è presente un’altra immagine profondamente poetica: “Stanno gli alberi / come spade conficcate / nella bianca spuma / del cielo.

Un’opera prima che ha significativamente intitolato, Petali d’acciaio, un ossimoro che ben esprime il dualismo, il carattere di dolcezza e forza della sua poesia. Una raccolta da leggere e rileggere, soprattutto per le folgoranti chiuse, che invitano il lettore a sostare e a rileggere, per scoprire sempre nuove interpretazioni.

Proprio perché ogni vera poesia non è mai mera imitazione della realtà, non è mai sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro.

Ogni vera poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà, di sua ri-creazione e trasfigurazione, quindi, aperta a molteplici interpretazioni. E il grande poeta, scrittore e drammaturgo francese Victor Hugo (1802 – 1885) già scriveva che la poesia non appartiene al poeta, portando il concetto di interpretazione alle estreme conseguenze: «Fino a che punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? / La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò che la poesia finirà col dire.».

Anche dello stesso termine “poesia” non si potrà mai dare una definizione definitiva ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non conosce confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E, il famoso pittore Pablo Picasso (1881 – 1973), a proposito della pittura, ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni, e Donatella, in questa sua prima raccolta, ce lo dimostra ampiamente.

A cura di  Emanuele Marcuccio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA PREFAZIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Silele Edizioni, Gerenzano (Varese), 2009, pp. 63

ISBN: 9788890415916

Recensione di Lorenzo Spurio

Angeli caduti nella notte è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza mai distogliere gli occhi dal libro non tanto perché si tratta di un libricino sottile ma perché Carmine Rosano riesce a mantenere altissimo il livello di coinvolgimento nel lettore. Il narratore ci fornisce uno spaccato di vita domestica, quella di una coppia che si lascia, rintracciando a ritroso il momento della loro conoscenza. Così Sara inaugura una nuova vita innamorandosi di Davide, con il quale, presa da una sorta di colpo di fulmine, si abbandona ad un rapporto sessuale addirittura al primo appuntamento.

Rosano ci fa fare un viaggio interessante, un viaggio all’insegna della luce e dei colori; la luce del cielo e i colori della tavolozza che probabilmente aveva in mente durante la sua attenta scrittura. E proprio per questo i capitoletti portano titoli che si riferiscono alla luce, al tramonto e così via. E cosi l’incontro-amplesso amoroso tra Sara e Davide avviene alla calda luce di un tramonto rosa mentre Fabio, l’ex di Sara che non ha accettato la loro separazione e che continua ad ossessionarla con sms non è altro che un’ombra nera che ritorna, che la segue ad ogni spostamento e che non riesce ad allontanare da sé. In queste cornici temporali e cromatiche Rosano inserisce questa storia romantica con alcune punte d’erotismo che, lontanamente da sembrare inopportune o azzardate, trasmettono alla storia una grande vitalità e realismo. E così assistiamo al dolore e al senso di straniamento di Fabio che, ormai solo, crede che la vita per lui non abbia più valore, prendendo in considerazione anche il suicidio. Ma quello che Rosano dipinge in maniera particolarmente realistica è questo passaggio da amanti a conoscenti, da persone che hanno condiviso tutto a estranei, il passaggio dai baci sulla bocca ai casti e rispettosi baci sulle guance. Così, semplicemente per uno sbaglio, i destini di due persone cambiano in maniera irreversibile. Ed è dunque il destino, a mio parere, il vero padrone dell’intera storia. Tutti noi siamo delle semplici marionette e basta una cosa non detta, uno sbaglio, un incomprensione a cambiar le carte in tavola, a farci soffrire, a spingerci nel baratro o a descrivere nuovi scenari.

CARMINE ROSANO  è nato a Napoli nel 1977 e attualmente vive a Roma. Si è avvicinato alla scrittura da adolescente scegliendo come mezzo espressivo la poesia. Da allora ha sempre cercato attraverso quest’arte e attraverso la pittura di esprimere sentimenti e stati d’animo. Il suo primo libro, Le tre età dell’amore è stato pubblicato da Il Melograno nel 2007 e in una nuova edizione da 0111 edizioni nel 2008.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Pastorale Americana di Philip Roth

Pastorale Americana di PHILIP ROTH

Torino, Einaudi,  2005, pp. 425

ISBN:9788806174118

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Pastorale americanaRileggere Pastorale Americana. Dopo qualche anno. Ritrovare il capolavoro, il libro che contiene tutto. E’ stata una delle cose più belle che ho fatto in questi giorni, insieme al rito consueto di scendere al mare alla sera, col mio compagno. Pastorale Americana di Philip Roth è uscito l’anno scorso nei tascabili Einaudi, ed è attualmente disponibile su IBS, qui,  a 7 euro e 70. Niente. Un regalo. Già il libro è un regalo, poterlo avere a un prezzo simile è davvero un’occasione da non perdere. E’ la storia dello Svedese, Seymour Levov, ebreo, sportivo eccellente, ottimo imprenditore, tutto intriso del sogno americano, desideroso di farne parte, smussando gli angoli, eliminando ogni distonia, rifuggendo dalle sbavature, rispettoso, marito e padre felice. E’ la storia dello Svedese ma anche di tanti ebrei americani, e non solo ebrei, che hanno condiviso e creduto in quel sogno, che è stato anche il sogno di una vita carica di possibilità, priva di incertezze, di cadute, o costellata di quei piccoli errori ai quali è sempre possibile porre rimedio. Un sogno che, nel caso di Seymour Levov viene letteralmente “frantumato” da una bomba, da altre bombe. Una bomba reale, che la figlia amatissima (forse troppo amata) Merry, una volta adolescente, utilizza per far saltare un emporio e un ufficio postale, incollerita, devastata dalla Storia che non è, non lo è mai, solo ordine, prosperità, qualcosa di preciso e nitido, che si può governare, che scivola senza incrinature. Merry sarà la colossale distonia nella vita dello Svedese. E Roth ci racconta quest’epica che si allarga, che pagina dopo pagina diventa ora narrazione pura , ora inarrestabile flusso di coscienza, ora parodia incredibile (feroce ed esilarante la riunione degli ex compagni di scuola ormai vecchi), ora trattato filosofico, ora amara riflessione sulla vita, e ancora dramma, elegia, grottesco. Roth ricostruisce la Storia dell’ ex sportivo mitizzato da tutti gli amici, dell’abilissimo imprenditore, del marito orgoglioso di Miss New Jersey( la moglie Dawn, personaggio femminile indimenticabile, che alleva vacche, si fa un lifting a Ginevra, si fa scopare dall’amante china sul lavandino, rinnega il passato e la bella casa dove si era dipanata l’illusione di felicità), ricostruisce la Storia( e la maiuscola è d’obbligo essendo in realtà un puzzle di storie a comporre una Storia condivisa e condivisibile dove tutti, come in un gioco di specchi, ci riconosceremo, troveremo tratti , fisionomie, comportamenti, attese, mascheramenti e mistificazioni che conosciamo) con un meccanismo letterario di scomposizione e di evocazione. L’avvicinamento al tema, attraverso i ricordi e lo sport. Il baseball. Il basket. In qualche modo un topos fondamentale di ogni grande romanzo americano:”Lo svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball.Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono ( vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori- in gran parte poco istruiti ma molto carichi di preoccupazioni- veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa….Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese…L’assunzione di Levov Lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l’insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.” Questo lo leggiamo nelle primissime pagine. Non è un romanzo che richiede tempo o pazienza al lettore per entrare dentro davvero nella narrazione. Richiede coraggio. Il coraggio che richiedono i grandi libri, abbandonarsi, non sfuggire pagine che sembrano costeggiare o solo avvicinare il tema principale, pagine che paiono solo digressioni, ma sono funzionali e talvolta rivelatrici preziosissime della trama della storia e del suo intreccio che si disfa e si ricompone, continuamente,  ondulatorio, simile al procedere e arretrare delle onde ( fra schiuma, alghe e detriti),senza tregua, senza assoluzione, senza senso, molto spesso, o con un senso aleatorio, volatile, dai colori d’arcobaleno, un senso che, quando pensi di averlo afferrato è già volato via e ti lascia silenzioso e interdetto. C’è un’ironia straordinaria in queste pagine di Roth che richiama l’ironia dell’ Ulisse di Joyce, naturalmente con il timbro personalissimo dell’autore, filtrato come in altri romanzi dal suo alter ego letterario Nathan Zuckerman:” Ma lo spirito o l’ironia per un ragazzo come lo Svedese, sono solo intoppi al suo passo spedito: l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio. Oppure c’era tutto un lato della sua personalità che lo Svedese nascondeva, o questa cosa era ancora in embrione, o, più verosimilmente, mancava. Il suo distacco, la sua apparente passività come oggetto di desiderio di tutto questo amore asessuato, lo facevano apparire, se non divino, di molte spanne al di sopra della primordiale umanità di quasi tutti gli altri frequentatori della scuola. Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia…” E’ un libro carico di compassione, autentica compassione umana, non compassione idiota, che non vede, ma occhio e parole che vibrano di fronte alle debolezze umane. Straordinario il pezzo nella fabbrica dei guanti, quando lo Svedese racconta nei dettagli la storia delle concerie e di come suo padre prima e poi lui hanno saputo ingrandirsi, e lo racconta  a una sorta di “piccola carnefice”, a una persona che è l’interlocutrice completamente sbagliata, una delle maschere funebri che il destino indossa per far crollare le nostre certezze, le nostre passioni, la nostra dedizione, le basi che credevamo granitiche e che sono in realtà fangose e scricchiolanti della nostra personalità, di quell’illusione di “io ” stabile. Rileggetelo cogliendo l’occasione dell’edizione economica, ottima da tenere in borsa o in tasca. Oppure, se non l’avete mai letto, avvicinatevi a questo romanzo straordinario. “Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna., e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.” Roth è scrittore che vive appartato, che è consapevole delle rinunce che richiede il suo lavoro. Anche in questo caso si inserisce in una tradizione di scrittori americani che hanno scelto un volontario isolamento per dedicarsi al loro lavoro lontani dalle continue seduzioni mediatiche. Tutti i suoi lavori meritano attenzione,  in particolareLamento di Portnoy,  Zuckerman scatenato e Zuckerman incatenato, La controvita. In Pastorale americanaoltre a una narrazione che non riuscirete a dimenticare, troverete un’analisi dell’America, attualissima, sociologica ma anche psicologica che non si lascia sfuggire, pur focalizzandosi su un preciso momento storico, le pieghe, gli anfratti, i vicoli oscuri, le case borghesi, le stanche ritualità sociali che perpetuiamo per noia, le passioni incomprensibili, il lato oscuro. Ecco, il lato oscuro. Del singolo e della vita. Parla solo di questo, in fondo.

Philip Roth sul web(una piccolissima selezione)

http://orgs.tamu-commerce.edu/rothsoc/

http://www.zam.it/home.php?id_autore=80

http://www.dazereader.com/philiproth.htm

http://www.scaruffi.com/writers/roth.html

FRANCESCA MAZZUCATO

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE E’ SENZA PERMESSO DELL’AUTRICE E’ SEVERAMENTE VIETATA.

Jane Eyre, una rilettura contemporanea di Lorenzo Spurio, recensione a cura di Monica Fantaci

Jane Eyre. Una rilettura contemporanea

di LORENZO SPURIO

Lulu Edizioni, 2011, pp. 101

ISBN: 9781447794325

Recensione di Monica Fantaci

L’autore ha preso spunto dal noto romanzo Jane Eyre di Charlotte Brontë per fare un’analisi comparativa con gli altri romanzi che si sono ispirati allo stesso utilizzando riscritture, parodie, stravolgendo la caratteristica dei personaggi del testo madre, è per questo che, nelle prime pagine, sintetizza i quattro libri presi in esame. Spurio evidenzia le dinamiche comportamentali presenti in questi romanzi, focalizzando l’attenzione, in primis, sulla pazzia di Bertha Mason, identificata come appartenente al genere animale e legata al caldo e al fuoco, prosegue con l’analisi del tema coloniale e razziale, quindi l’emarginazione, la ribellione degli schiavi, che coincide con l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, che all’epoca era molto evidente, ricordando l’atteggiamento del marito (Rochester) nei confronti di Bertha. In seguito, l’autore passa dalla narrazione della vita di Bertha a quella della magia e della figura degli zombi e lo fa in maniera del tutto naturale, non stancando il lettore e facendo ruotare i temi in maniera chiara e discorsiva.

Nel capitolo successivo, Spurio fa un excursus ben preciso sulle tappe del romanzo, soffermandosi sulle argomentazioni dei cinque ambienti dove viene inserita la vicenda di Jane; il libro contiene anche un’intervista fatta dallo stesso Lorenzo Spurio all’autrice  Sherri Browning Erwin, che ha reso Jane un personaggio vampiresco. Infine, l’autore cita la tradizione letteraria contemporanea di Jane Eyre attraverso le riscritture di tutti i generi letterari, dal romanzo all’horror, dal fantasy all’erotico, per concludere menzionando le rappresentazioni del piccolo e grande schermo sulla protagonista del romanzo di C. Brontë. 

Nel saggio si intervallano le storie dei romanzi targati Jan Eyre: si parte dal testo madre della  Brontë, per poi proseguire con Il gran mare dei Sargassi di Jean Rhys, con Charlotte, l’ultimo viaggio di Jane Eyre di D. M. Thomas, con Jane Slayre di Sherri Browning Erwin ed infine con La bambinaia francese di Bianca Pitzorno. La scelta dello scrittore di usare questo ritmo, per analizzare le storie, dà la possibilità al lettore di estendere le prospettive e di percepire tale libro come un archivio dove si raccolgono e dove si raccontano le varie generazioni all’interno di ogni romanzo infatti, all’analisi comparata dei testi si affianca un breve racconto sul periodo storico degli autori che hanno scritto i vari romanzi su Jane Eyre, ciò è fondamentale per comprendere le varie vicissitudini all’interno di ogni racconto, un quadro vasto sul contesto socio-culturale rende consapevole il motivo della preferenza dei personaggi e delle ambientazioni. E’ un testo saggistico ad ampio raggio che risponde alle esigenze letterarie di ogni lettore, permettendogli di riflettere, di rapportare i vari romanzi, per dare una continuità storica dall’età vittoriana fino ad oggi, appurando le somiglianze e le differenze delle varie epoche, in un romanzo che non avrà mai fine.

Monica Fantaci

Palermo, 2 Settembre 2011

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATO PUBBLICARE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

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Le Perseidi, Odi e Poesie Varie di Andrea Gigante

Le Perseidi – Odi e Poesie Varie di Andrea Gigante

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011, pp. 186

ISBN: 9788863544387

Recensione di Lorenzo Spurio

Il libro d’esordio di Andrea Gigante, una ricchissima silloge poetica dal titolo Le Perseidi, è molto complesso e variegato, frutto di un ampio lavoro di analisi metrico e di studio particolareggiato della letteratura classica.  Il più grande merito che riconosco, a mio modesto parere nell’opera di Gigante, oltre a saper trattare temi tanto diversi e difficili che affondano nel sociale è quello della sua meticolosità stilistica e metrica, il suo amore per la forma, per le sonorità, per la sillabazione attenta. Così il classicismo di Gigante non è solo tematico e celebrativo di una poesia gloriosa appartenuta al passato ma anche e soprattutto stilistico e metrico.

Se dovessimo ipotizzare di che cosa tratta questa silloge, basandoci sul titolo allora dovremmo immaginare che si parla di Perseo, ritratto in copertina dopo aver decapitato Medusa nella famosa scultura del Cellini posta nella Loggia dei Lanzi a Firenze. Ma chi è Perseo? Che cosa rappresenta? Le Perseidi sono delle vestali di Perseo? E’ una possibile interpretazione ma dobbiamo tenere conto che è anche il nome di una costellazione e quindi possiamo intendere queste poesie come delle stelle che luccicano, affascinando l’uomo per la loro magia.

In “Alla lira” fuoriesce un’appassionante immagine del poeta: «Che cosa fare debbano i poeti si chiedono; / Devono fare quello cui da sempre provvedono: /       Cantar l’amore, il bello, il grande, il mondo, / Con la memoria vincere il cupo e tristo oblio, / Degli scuri misteri ridir lo sfolgorio / E scandagliare tutto fino in fondo». Curiose le odi “Il Risorgimento” in onore ai festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia e “I partigiani” in onore ai sessantacinque anni della liberazione d’Italia nella quale Gigante osserva: «I tiranni gettare vollero i dissidenti / In fosse e di atti vïolenti /          Inebriarsi, amando la morte».

La poesia di Gigante è una poesia dall’andamento lungo, quasi prosaico dal messaggio criptico, implicito, che va ricercato a fondo e che, come nella grande tradizione poetica, si caratterizza per una serie di inversioni di parole. Va letta attentamente se non si vuol perderne l’essenza. Gigante propone così temi, stili e linguaggi diversi che però non creano rottura all’interno della silloge, proponendo poesie filosofiche e poesie impegnate che trovano fondamento nella storia, nella memoria o in problemi sociali. Ma sa anche essere una poesia intima e personale come in “A te”. Insomma l’autore esordiente ci accompagna in un percorso variegato che è possibile percorrere prendendo vie diverse. E’ proprio questo, credo, che l’autore vuole favorire: un viaggio in spazi tanto diversi ma che riescono ad affascinare tutti.

Mi capita di leggere molte sillogi di poesia ma devo dire che questo è il primo esperimento che incontro di una poesia classica, sicuramente fuori dai tempi attuali che ha il desiderio di riprendere forme, stili e aspetti appartenenti a un’età di splendore della poesia. Non è però obsoleta né nostalgica perché se la forma è conservatrice, i contenuti sono molto aperti, attuali e condivisibili. Complimenti all’autore.

ANDREA GIGANTE è nato a Roma nel 1986. Si è laureato in Lettere Moderne all’Università “Roma Tre” con una tesi di letteratura francese su un’opera di Geroges Perec. Sta studiando per conseguire la Laurea Magistrale in Italianistica. Le Perseidi, Odi e poesie varie, è il testo d’esordio dell’autore che non cela la sua fascinazione per il mondo della letteratura classica.

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LORENZO SPURIO

Jesi, 17 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO TESTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE

Jane Eyre, una rilettura contemporanea di LORENZO SPURIO

Jane Eyre. Una rilettura contemporanea

di LORENZO SPURIO

Lulu Edizioni, 2011, pp. 101

ISBN: 9781447794325


Recensione di Anna Maria Folchini Stabile

Perché Jane Eyre è da ritenere un testo letterario tanto significativo nella storia della letteratura moderna da meritare ancora oggi una lettura attenta e meditata? Lorenzo Spurio nel suo saggio Jane Eyre. Una rilettura contemporanea ce ne fornisce la ragione spiegandone il perché: l’opera ha in sé tutti gli elementi narrativi atti a determinarne il valore di caposcuola del genere, tanto da essere punto di riferimento per tutte le opere letterarie che trattano il tema dell’orfano, i problemi razziali e coloniali, il tema del folle e della redenzione collettiva dei personaggi che tra tali argomenti prendono corpo e si muovono. Il saggio di Lorenzo Spurio nell’Introduzione motiva l’importanza e la novità del romanzo Jane Eyre  di Charlotte Brontë che, per la prima volta nel panorama letterario europeo e per il suo tempo, ha come protagonista una figura femminile marginale e sottovalutata nella società inglese di quel tempo: l’orfana povera che passando attraverso innumerevoli traversie personali, diventa istitutrice acquisendo indipendenza economica. Successivamente ella sale nella scala sociale, recuperando il proprio status e la propria ricchezza perduta, realizzando così anche il suo sogno d’amore. La donna con la Brontë assume nuova dignità sociale, tanto che Jane alla fine del suo percorso di crescita può affermare a pieno diritto: «Sono padrona di me stessa».

Ma Lorenzo Spurio supera l’analisi del testo in sé e sviluppa il suo saggio sull’analisi dei temi che concorrono tutti insieme all’originalità del testo della Brontë: la sofferenza di Jane che forgia un carattere forte superando incredibili angherie, la figura della pazza, presenza negata nel contesto delle vicende narrate eppure assolutamente determinante nello svolgimento delle stesse, il problema dei rapporti della società inglese con le colonie e con i coloni, condizionati dalle distanze e dagli stili di vita differenti dalla madrepatria. Ciò che interessa dell’opera di Spurio è il confronto comparativo del testo della Brontë con i sequel di Jean  Rhys, Wide Sargasso Sea (1966), di D.M.Thomas, Charlotte (2000), di  Sherri Browning Erri, Jane Slayre (2010) e di Bianca Pitzorno, La bambinaia francese (2004). In tutti questi romanzi i temi cari alla Brontë ritornano e ogni autore dà una sua personale interpretazione ai personaggi che la scrittrice traccia, spostando il punto di vista sulle colonie, come fa la Rhys che dà voce al sentire della comunità creola  di Giamaica, alle commistioni razziali, al disprezzo inglese per i creoli che invece si percepiscono inglesi, pienamente legati e   collegati all’Inghilterra di cui si sentono emanazione e parte viva, giustificando disagi e follie, condannando Rochester, l’uomo amato da Jane nel romanzo originale e qui rivisitato nelle vesti di un prepotente razzista insensibile, non vittima di un matrimonio artefatto, ma causa della pazzia delle moglie ormai folle che si consuma nella sua stanza. Lo stesso avviene per la Pitzorno che ripropone e sviluppa il tema dell’orfana, del rapporto con le comunità delle Indie occidentali, il problema della schiavitù e dell’abolizionismo. Il tema sociale è dominante. Nel testo Charlotte di D.M. Thomas il sequel ambienta la narrazione nel 2000, ma rimanda in continuo a vicende passate di cui la protagonista, studiosa di letteratura e del personaggio Jane Eyre, conosce  i particolari tanto che si immedesima in esse fino a riviverle in prima persona. Jane Slayre, crea un romanzo horror in cui non mancano vampiri e crudeltà di ogni genere e Jane trionfa, ma in qualità di assassina di vampiri, traslato di ingiustizie che percorrono tutta la narrazione.

Non mancano nel saggio di Lorenzo Spurio i riferimenti anche alla filmografia dell’opera che testimonia la validità e l’attualità del personaggio di cui si narra. Ciò che emerge dalla lettura è soprattutto l’attenzione che Spurio ha concentrato sull’analisi del testo e la conoscenza approfondita di esso e delle opere comparate. Significativa è, inoltre,  l’intervista a lui rilasciata da Sherri Browning Erri che inquadra la sua Jane Slayre come un omaggio alla Jane originale, ma usando i modi espressivi alla moda in questi nostri tempi  in cui i vampiri impersonano i cattivi e Jane, buona, trionfa uccidendoli. Perché Jane Eyre, in fondo, per tornare alla domanda iniziale, è il trionfo dell’happy end  e, forse, in questo sta il suo perdurante successo. Lorenzo Spurio ne è convinto.

 Anna Maria Folchini Stabile

Angera (Va), 15 agosto 2011


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Hai smesso i pantaloni corti di Mauro Biancaniello

di MAURO BIANCANIELLO

Recensione di Ida Verrei e Patrizia Poli

Sono molti e universali i temi che attraversano la raccolta di liriche “Hai smesso i pantaloni corti” di Mauro Biancaniello: l’amore, la memoria, la guerra, il dolore, il fulgore dell’estate, un eros fantasticato e represso in un legame concreto e maturo.

“Il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo”, recitava G. Pascoli. Ed è attraverso la rievocazione di un vissuto recente, attraverso quella facoltà affascinante e misteriosa che è la memoria, che Mauro Biancaniello ci regala nel verso un flusso d’immagini, quasi fotogrammi di un film a colori. Cattura frammenti di vita quotidiana e li trasfigura in messaggi poetici, ingenui e lievi, ma palpitanti di emozioni. E così si dispiega il filo dei ricordi: dalla visione onirica della nonna, che “sale le scale del paradiso”, all’immagine dolente della madre, insieme alla quale “non ha mai distolto lo sguardo”, dai balenii luminosi di un’adolescenza svanita, insieme ai pantaloni corti ormai smessi, ai sogni dell’incerto futuro di un’età adulta.

I ricordi, “l’adolescente ritorno”, appartengono a un giovane che da poco “ha smesso i pantaloni corti”, e sta ora osservando, stupito e fiero, il proprio divenire uomo. La giacca e il pantalone lungo, stesi sul letto, sembrano diventare “una persona, un adulto”.  In quel “sembrano” c’è tutta l’incertezza della crescita e il timore che la maturità porti con sé il “grigio” di un vivere senza più slanci. A questo proposito, torna più volte l’immagine dell’incrocio, del “crocevia infinito”, fatto di scelte temute e non ancora compiute, mentre certezze infantili crollano, ideali perdono consistenza, affiorano cinismo, egoismo e supponenza, per essere compresi, sublimati e rimossi, in un tempo che corre, “che non è infinito” perché “si è già dopo mai ora”.

C’è tutta la freschezza della giovane età nell’opera di questo sensibile artista, che riesce a cogliere nella realtà il segno dell’umana condizione, fatta  di istanti di gioia, ma anche di un tempo che “è solo attimo da mordere”, “lacrime piante senza vergogna”: non solo, quindi, dolci nostalgie, ma anche un tuffo nel dolore, forse vissuto e non solo intuito. D’altra parte, come dice Alda Merini, la poesia nasce anche dai graffi dell’anima.

Contraddistingue la poesia di Biancaniello un’estrema semplicità, che è limpidezza e purezza di parole, sgorgate dal cuore e dalla mente così come le si sente e le si pensa. Un esempio è quel “abbiamo visto tanto” rivolto alla madre, capace di racchiudere un’intera vita di amore e sofferenze patite. E ancora il dolce commiato dalla nonna, con la terra che cade sulla bara. È un linguaggio facile ma ricercato, quello del nostro poeta; il verso si fa mezzo dell’esigenza comunicativa, di voglia di narrarsi; il ricordare è un rivedere, un rivivere, un rivisitare attimi di vita, ma è anche approccio a temi universali.

Questo giovane uomo ha una speranza, una forza tutta sua. Sa che, quando “si riesce a oscurare il proprio io per dar luce a un’altra persona”, allora, davvero, “si può dire di amare.”

Patrizia Poli e Ida Verrei

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Per una strada di Emanuele Marcuccio, Recensione di Luciano Domenighini

Per una strada di EMANUELE MARCUCCIO

Sbc Edizioni, 2009, pp. 100

ISBN: 9788863470314

Recensione a cura di LUCIANO DOMENIGHINI 

La raccolta di poesie “Per una strada” di Emanuele Marcuccio, raccoglie il meglio della sua produzione poetica dal 1990 al 2006. In un arco di tempo così lungo è ravvisabile una evoluzione, soprattutto formale, nel senso della acquisizione di un linguaggio poetico più originale.

Lo stile:
Le poesie di Marcuccio, specie quelle dei primi anni, hanno uno stile composito, con vaghi richiami stilnovistici, epico-rinascimentali, neoclassici, leopardiani. Questo eclettismo, però, è privo di ostentazione; le citazioni e i modi sono sfiorati con leggerezza. Vale la pena, ad esempio, di osservare come il poeta ricorra, e frequentemente, all’elisione. Solitamente, l’elisione è motivata da urgenze metriche, mentre in Marcuccio il suo uso è assolutamente gratuito è un vezzo, una scelta fonetica puramente ornativa.

Le figure retoriche:
La poesia di Marcuccio, avendo, come detto, carattere eclettico ha una certa ricchezza di figure retoriche, anche se prevalgono nettamente figure di soppressione-sottrazione ( ellissizeugma), o di soppressione-accumulazione (asindeto) oppure di accumulazione, specie quelle reiterative (anaforaepistrofeparonomasia). Lo schema più frequente è il vocativo, seguito da asindeti o polisindeti multipli, pure associazioni di parole ad effetto “impressionista” in senso descrittivo o elegiaco. Le sequenze in asindeto, hanno effetto subentrante-perfettivo e sono composte da sostantivi, sostantivo-aggettivo, aggettivi o sequenze di verbi transitivi e intransitivi come nel bellissimo “vedi, vive, canta, sussurra.” L’impiego di queste figure di accumulazione può avere, come detto, effetto variante-specificante o descrittivo oppure più squisitamente oratorio-enfatizzante, realizzando una “gradatio” emotiva, un vero e proprio climax.

La metrica:
È un poetare libero, polimorfo, ma senza urgenze o scrupoli di ordine metrico. In qualche modo è un poetare istintivo, d’ispirazione, di prima mano. Anche quando l’eloquio poetico si coagula in disticiterzine o persino tetrastici riconoscibili e strutturati in rime o assonanze o paromeosi, sovente il computo delle sillabe, cresce o difetta e la disposizione degli accenti è disritmica. Il tentativo di rima dantesca (“Amor”) è sostanzialmente fallito. Altre volte invece il verso è di eccellente struttura metrica (cfr. gli endecasillabi ”dolce mi viene all’anima, /cantando” oppure “dell’universo immenso meraviglia”). Ma ciò, quando avviene, avviene per caso, o meglio non avviene intenzionalmente quasi che il poeta seguisse unicamente una sua musicalità del momento.

I contenuti:
Accanto alle numerose composizioni, di impronta prevalentemente moralistica, dedicate a personaggi storici o letterari (notevoli i quattro “omaggi” a Garcia Lorca) i temi prediletti da Marcuccio sono quello paesaggistico-descrittivo, quello amoroso e la poesia civile. Riguardo a quest’ultima merita di essere menzionata “Urlo”, dedicata alla tragica fine del giudice Falcone. Con toni rutilanti, epici e tribunizi, il poeta si abbandona sdegnato a una denuncia-condanna senza appello, ricorrendo a un’enfasi tragica quasi omerica, eppure mantenendo, nel messaggio, una chiarezza lampante e inequivocabile.

Conclusioni: 

Nella pressoché assoluta libertà di impiego di moduli stilistici e soluzioni lessicali, nel lasciarsi guidare dall’ispirazione e dallo spontaneo sgorgare della parola poetica; nel tendere l’orecchio insomma alla musicalità del verso come spontaneamente gli proviene dal cuore e dalla mente, e nel saperla tradurre in versi limpidi e carichi di emozione, sta la caratteristica principale di questo poeta, per conoscere il quale la raccolta “Per una strada”, opera prima, pur nella sua varietà stilistica e nella inevitabile impronta esperitiva, rappresenta una fonte preziosa ed esauriente.

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LUCIANO DOMENIGHINI

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DELLA SILLOGE DI POESIE E DEL RECENSIONISTA. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI

Origine e diffusione del vampirismo. Il doppio volto della donna: angelo o demone? di Serena Bono

Origine e diffusione del vampirismo – Il doppio volto della donna: angelo o demone? di Serena Bono

Roma, Albatros Editore, 2010, pp. 112

IBSN: 9788856727999

Recensione di Lorenzo Spurio

Il vampiro è un personaggio che ha sempre riscosso un grande successo in letteratura e nella cinematografia perché è avvolto da una serie di misteri che, a tutt’oggi, rendono difficile sviscerare completamente questa figura. Il vampiro è stato utilizzato ampiamente in racconti e romanzi che appartengono al filone gotico, così come in thriller e veri e proprio horror per quanto concerne il cinema. Recentemente mi è capitato di leggere una delle numerosissime riscritture (in americano le chiamano mash ups) di un grande classico, Jane Eyre, romanzo di Charlotte Brontë. Questo rewriting, a opera di una scrittrice americana di nome Sherri Browning Erwin, stravolge il plot di Jane Eyre cambiandone l’ambientazione e così Jane, ribattezzata nel romanzo Jane Slayre, finisce per essere un’assassina di vampiri che deve lottare anche contro zombi e lupi mannari. Sono proprio queste tre (il vampiro, lo zombi e il lupo mannaro)[1] le creature mostruose che più vengono impiegate nelle narrazioni o nella cinematografia con l’intenzione di generare suspense, paura e vero e proprio terrore nel ricevente. Si tratta di personaggi di cui è quanto mai difficile tracciare l’origine e il mito di fondazione. Se si pensa al lupo mannaro infatti non è che una delle tante forme di metamorfosi e di ibridismo di cui ci narrano gli antichi greci. La figura dello zombi, originaria nell’America centrale nel periodo della tratta dei neri, è un altro personaggio inquietante, misterioso, di cui sappiamo poco o troppo. Quando si sa poco di una certa cosa è difficile parlarne o dare dei giudizi ma quando si hanno troppe informazioni, diverse e contrastanti, allora è anche peggio ed è estremamente difficile dare un interpretazione oggettiva che possa essere il più possibile vicino alla realtà. Quello che accomuna questi tre personaggi, vampiri, lupi mannari e zombi, è il fatto che non appartengono all’umanità normale e che si contraddistinguono per inaudita violenza. In tutti e tre dunque è insita l’efferatezza, la spietatezza e la morte. Sono inoltre personaggi quanto mai indefiniti e fumosi: il vampiro spesso dispone di ali e si trasforma in un pipistrello, lo zombi può assumere qualsivoglia forma, il lupo mannaro assume quella sembianza mostruosa solo nelle notti di luna calante.

Serena Bono, con il suo saggio sul vampirismo, ci aiuta a comprendere la figura del vampiro, fornendoci un’interessante lettura sostenuta da studi critici e letterari sul tema. Si parte dall’analisi delle ipotesi di fondazione di questo mito del vampiro per poi descrivere quali sono gli elementi caratteristici di questa figura e il culto del sangue per poi concludersi con un’affascinante analisi letteraria di due figure vampire femminili in due romanzi inglesi: Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872) e il più noto Dracula di Bram Stoker (1897). La Bono utilizza un linguaggio appropriato e scorrevole, adatto alla forma e agli scopi del saggio e mostra al tempo stesso di aver fatto un fine studio sul tema, fornendoci al termine del saggio un’esauriente ed utile bibliografia.

Come la Bono sottolinea all’apertura del romanzo la figura del vampiro è polisemica, è difficile considerarla sotto un’unica interpretazione ed è dunque necessario allargare il campo d’indagine al mito, alla storia,alla tradizione popolare, alla letteratura, tutti ambiti nei quali la figura del vampiro è stata abbondantemente considerata. La grande fortuna di personaggi mostruosi quali vampiri, licantropi e zombi è forse motivata da questo senso d’indeterminatezza e di imperscrutabilità che li avvolge. Sono esseri che sappiamo non esistere e che non vorremmo incontrare mai, neppure nel sogno. Eppure, non dovremmo essere così sicuri nel mettere la mano sul fuoco che i vampiri non esistono. Recenti fatti di cronaca ci hanno infatti allarmato circa efferati gruppi satanici che utilizzavano il sangue delle vittime come rito d’iniziazione o addirittura come sacrificio umano. Così il Diavolo, Satana, esaltato da questi gruppi occulti è un dio del male, che combatte contro Dio. Ma anche il vampiro, secondo la tradizione popolare, è in continua lotta con Dio: l’acquasanta versata su di un vampiro ha per quest’ultimo degli effetti devastanti, quasi da riuscire ad ucciderlo. Sono dunque i satanisti e i cultori dell’occulto i moderni vampiri? E il vampiro è una manifestazione di Satana? Di quel Male onnipresente che minaccia il Bene? E’ di circa una settimana fa la notizia[2] che un uomo in India è stato arrestato poiché obbligava la moglie a farsi prelevare il sangue, che poi lui ingeriva per incrementare la sua potenza sessuale. In entrambi i casi è evidente l’associazione tra sangue-sesso-vampiri che la Bono pure tratteggia in più punti nel romanzo. In questo libro troverete tanti vampiri e, se per caso ne avete particolare paura, allora munitevi di spicchi d’aglio, crocefissi, acqua santa e specchi. Così riuscirete a tenerli lontani. Forse.

Lorenzo Spurio

4 Agosto 2011


[1] Il vampiro condivide molti aspetti con lo zombi (sia il vampiro che lo zombi quando attaccano una persona, questa diviene a sua volta zombi e vampiro e questo procedimento va avanti sempre così generando un’ondata di Male finché non sopraggiunge qualcuno in grado di sopraffarle e di distruggerle; entrambi, vampiro e zombi, sono delle persone morte che possiedono la facoltà di muoversi e di agire come fossero vive) ma il vampiro condivide anche molti aspetti con il licantropo (entrambi si presentano di notte, momento nel quale sono particolarmente forti: di giorno il vampiro rimane chiuso in una bara cercando di evitare la luce mentre di giorno il licantropo si ritrasforma e riassume la sua parvenza umana; il vampiro, oltre a trasformarsi in pipistrello, può inoltre trasformarsi anche in un lupo, proprio come il licantropo).

[2] “India, marito “vampiro” beveva il sangue della moglie”, Il Tempo, 18 Luglio 2011.

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Dies Natalis di Cinzia Luigia Cavallaro

Dies Natalis di Cinzia Luigi Cavallaro

Edizioni Il Foglio, Piombino (Livorno), 2010, pp. 44

ISBN: 9788876062636

 

Recensione di Lorenzo Spurio

Con questa breve ma ricca silloge poetica Cinzia Luigia Cavallaro scandaglia da varie prospettive due dei temi che hanno sempre ossessionato l’uomo: il tempo e la morte. Temi che in fondo finiscono per legarsi, contaminarsi, fondersi ed eguagliarsi. Quando moriamo, finisce il nostro tempo.  E’ una raccolta di poesie di lunghezza diversa che presenta un tono cupo, quasi esistenzialistico, dove è onnipresente il senso di morte espresso magistralmente nella poesia “Materia prima” nella quale la poetessa condensa in pochi versi il carattere transitorio del genere umano: «Siamo pane per/ i vermi/ e concime per/ i fiori/ liquame/ di dolori/ e stelle/ di sorrisi».

La poetessa si avvale spesso della natura (un giardino, un albero, dei fiori) per mettere in luce la caducità, il senso di finitezza, il passare del tempo e il sopraggiungere della morte. La Cavallaro ci fa riflettere sul rito di Thanatos impiegando prospettive che rifuggono dalla nostra quotidianità per costruire una poesia dal tono pacato e diretta, quasi scarnificata ed altamente evocativa.

LORENZO SPURIO

9 Agosto 2011

CINZIA LUIGIA CAVALLARO è nata a Milano nel 1961. Ha vinto e ricevuto segnalazioni; alcune sue poesie sono state inserite in antologie poetiche. Nel 1994 è stata premiata a La Spezia per il suo racconto Gita al porto. Ha pubblicato sillogi di poesie: Kairos (Giraldi Editore, 2008) e Dies Natalis (Il Foglio Edizioni, 2010) e un romanzo: Sogno amaranto (Joker Edizioni, 2010).


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Dalla vetrata incantata, di Sandra Carresi

Dalla vetrata incantata di Sandra Carresi

Lulu Edizioni, 2011, pp. 56

ISBN: 9781447794141

Prefazione all’opera, a cura di LORENZO SPURIO

Dalla vetrata incantataLa liriche proposte da Sandra Carresi in Dalla vetrata incantata, sua seconda silloge di poesie, trasmettono una poesia fresca, diretta, che non ama fronzoli formali né la retorica, preferendo focalizzarsi sulla semplicità dei temi. Semplicità che non è mai sinonimo di banalità ma, al contrario, di qualcosa di bello perché puro ed innocuo. La raccolta si caratterizza per affrontare immagini e tematiche diverse fra loro che però, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, non forniscono una visione disomogenea della silloge. La Carresi infatti, con la sua scrittura espressionistica, traccia pennellate di colore che il lettore ammira ed interpreta dalla sua prospettiva, riuscendo a coniugarle in un universo unico.

Curiosa e quanto mai verosimile l’immagine della donna che la Carresi tratteggia in “Donna” descrivendo appunto il genere femminile secondo una dimensione diacronica, nel tempo. La donna di ieri: messa a tacere, violata, dominata e quella di oggi, «dai tacchi alti», emancipata, progredita e compiuta. Ma il messaggio che la Carresi manda è doppio: nel passato troppe violenze si sono consumate nei confronti della donna ma anche nel presente si conservano forme d’imposizione, di diseguaglianza. Rispettare la donna, sembra suggerire la Carresi, è il modo più semplice per riconoscerci uomini, ossia esseri dotati di raziocinio. Ma l’universo femminile è onnipresente nella raccolta di poesie e lo ritroviamo nelle varie immagini della luna (la dea Artemide nella mitologia greca era associata alla luna e ad essa venivano offerti una serie di cerimoniali e complessi festivi; il ciclo mestruale è un ciclo lunare, la donna è dunque particolarmente legata alla luna), alla Terra concepita come Grande Madre, come Dea suprema e l’elogio alla primavera, stagione della rinascita, della fertilità e dell’avvio del ciclo vitale. Un affascinante omaggio a piazza Duomo di Firenze in un momento di festa è offerto in  “In piazza fra curiosità ed allegria”.

In questo piacevole viaggio che la Carresi ci fa fare ci sono anche ampi riferimenti al tema del tempo che passa, come il lento passare delle stagioni, e la suggestiva immagine di una persona che guarda il tempo ma ha perduto l’orologio (in “L’orologio”); importanti sono anche i temi della memoria e la rievocazione dei ricordi, che si configurano come una riappropriazione lucida dei tempi passati del nostro essere che solo nella nostra mente e nei nostri sogni prendono di nuovo forma nel “qui e ora”.

Non da ultimo, la Carresi si mostra un’attenta osservatrice del mondo che ci circonda e riesce a trasfondere con la sua maestria lirica alcune delle problematiche sociali che ci riguardano da vicini: il futuro del pianeta, l’immigrazione, la precaria identità dell’Europa e gli italiani che sono troppo diversi tra loro ancora, dopo centocinquanta anni d’unità d’Italia.

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Lorenzo Spurio

21 Luglio 2011


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