“Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Vetrina delle Emozioni presenta la scrittrice Donatella Calzari con la silloge PETALI D’ACCIAO, Rupe Mutevole edizioni, 2011, inclusa nella collana Sopra le righe, curata da Emanuele Marcuccio

Terzo libro di poesie, pubblicato con la mia collaborazione editoriale, che uscirà a novembre 2011 e con la mia prefazione, ringrazio l’amica poetessa Gioia Lomasti, direttrice di collana per le sezioni Sopra le righe e Poesia e Vita , e l’editore:

Donatella Calzari, Petali d’acciaio, Rupe Mutevole Edizioni, 2011.

Questa è la lirica, a mio giudizio, più significativa dell’intera silloge.

INSIDIE

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

Prefazione

Donatella Calzari ha iniziato a scrivere poesie fin da bambina, dai tempi della scuola elementare, periodo in cui si occupava anche della scrittura di testi teatrali da mettere in scena con i suoi compagni di classe, in occasione delle feste di Carnevale.

Dopo una pausa durata parecchi anni, nei quali ha comunque mantenuto e sviluppato costantemente l’amore per la poesia e la letteratura in generale, nel 1988 ha ripreso a scrivere poesie e brevi racconti. Soltanto nel 1992, però, ha avuto l’audacia, come riferisce, di inviare una sua poesia al concorso “Alla scoperta dei poeti lodigiani”, col risultato che la poesia è stata pubblicata e, negli anni la cosa si è ripetuta con altre poesie, ricevendo premi e segnalazioni a concorsi nazionali e internazionali. Alla domanda su cosa significa al giorno d’oggi scrivere poesie, ecco come si è espressa l’autrice: «Personalmente sono convinta che la poesia abbia, oggi, una vera e propria funzione sociale. A prescindere dal valore artistico che la poesia possa avere, essa si riveste di una nuova identità, di una dignità propria. Smettendo del tutto i panni di stucchevole afflato dell’anima, che ancora in troppi le attribuiscono, riveste quelli di pregnante e, direi, vigorosa espressione del ricco mondo interiore del poeta, il quale trova il coraggio di aprire la “gabbia” lasciando che le sue parole si librino nell’aria e che si posino sul cuore di chi si ferma ad ascoltarle.».

Il poetare di Donatella è profondo, essenziale, è un poetare che preferisce fare a meno del predicato (in particolare del verbo essere) e posporre spesso il soggetto (per conferirgli un maggiore risalto) rispetto al complemento; come nella sua lirica “Visione”, in cui il soggetto è posposto e ripetuto più volte utilizzando così ben due figure retoriche, l’iperbato e l’epanalessi: “Distesa sconfinata di alberi / Il vento li tormenta / Il vento”, “Il vento strappa / Dilania / Conduce / Disperde / Il vento”. Un poetare intimo ma ricco di figure retoriche, di metafore, di sinestesie, di iperbati, di ellissi, di ossimori e correlativi oggettivi.

La cifra distintiva del suo dettato poetico e di questa sua prima raccolta è un continuo metaforizzare la vita nel suo risvolto doloroso, servendosi dei vari elementi della natura, come fauna, flora, condizioni atmosferiche, non facendo mai tracimare il tutto nel pessimismo e nella disperazione.

A questo proposito, esemplare è la sua lirica “Insidie”, visionaria, profonda, a tratti metafisica e dal respiro cosmico, che unisce in sé fauna e flora: un’immagine, un sogno, un rifugio; l’autrice si immagina migliarino, un piccolo uccello di palude, dal triste colore, che osserva una gentile piantina che, fagocita gli insetti testé catturati e, sogna di risvegliarsi vilucchio, una pianta rampicante, dai fiori bianchi.

Esemplare è anche “Oblò”, dove abbiamo un’immagine profondamente poetica: “Rubino prigioniero / di una conchiglia / il cuore / scorge bufere / nelle spire / di un eluso mare.”, il cuore (abilmente disposto in iperbato), come rubino, prigioniero di una conchiglia, scorge bufere nelle spire di un obliato dolore.

O come “Bassa marea”, in cui la vita è rappresentata in un alternarsi di gioie e di dolori, di alta e di bassa marea ma, solo la bassa marea “rivela meravigliose terre sommerse/ altrimenti celate allo sguardo.”, solo la conoscenza del dolore è in grado di rivelarci il senso della nostra vita, altrimenti perduto nell’euforia della gioia passeggera.

O come “Altalena”, in cui è presente un’altra immagine profondamente poetica: “Stanno gli alberi / come spade conficcate / nella bianca spuma / del cielo.

Un’opera prima che ha significativamente intitolato, Petali d’acciaio, un ossimoro che ben esprime il dualismo, il carattere di dolcezza e forza della sua poesia. Una raccolta da leggere e rileggere, soprattutto per le folgoranti chiuse, che invitano il lettore a sostare e a rileggere, per scoprire sempre nuove interpretazioni.

Proprio perché ogni vera poesia non è mai mera imitazione della realtà, non è mai sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro.

Ogni vera poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà, di sua ri-creazione e trasfigurazione, quindi, aperta a molteplici interpretazioni. E il grande poeta, scrittore e drammaturgo francese Victor Hugo (1802 – 1885) già scriveva che la poesia non appartiene al poeta, portando il concetto di interpretazione alle estreme conseguenze: «Fino a che punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? / La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò che la poesia finirà col dire.».

Anche dello stesso termine “poesia” non si potrà mai dare una definizione definitiva ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non conosce confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E, il famoso pittore Pablo Picasso (1881 – 1973), a proposito della pittura, ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni, e Donatella, in questa sua prima raccolta, ce lo dimostra ampiamente.

A cura di  Emanuele Marcuccio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA PREFAZIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

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