“Insidie” di Donatella Calzari, con un commento di Cinzia Tianetti

La poesia “Insidie” di Donatella Calzari è contenuta nella sua silloge Petali d’acciaio. Di seguito si riporta il testo con un commento critico a cura di Cinzia Tianetti.

La stessa silloge poetica è stata da me recensita ed è disponibile a questo link: https://blogletteratura.com/2012/02/07/recensione-a-petali-dacciaio-di-donatella-calzari-a-cura-di-lorenzo-spurio/

Qui, invece, è presente l’intervista che il poeta Emanuele Marcuccio ha fatto all’autrice:  https://blogletteratura.com/2012/01/15/intervista-a-donatella-calzari-a-cura-di-emanuele-marcuccio/

 

INSIDIE

(poesia di Donatella Calzari)

 

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

 

 

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Verità e realtà, quanto di più incerto dell’una, quanto di più certo, per ognuno di noi, dell’altra. Qualunque cosa vedano in noi gli altri, il modo in cui ci percepiamo, e il modo con cui prendiamo coscienza della nostra vita, implica, tra le tante cose, la realtà (con una sua verità o meno, non importa, ma che sia realtà) e di conseguenza, il sogno, ovvero il solo sogno, lì dove si sfugge alla realtà, che porta con sé la sua verità resa credibile con ogni cosa volutamente creduta.

La poesia viaggiatrice tra le ali della fantasia, del sogno, del simbolo, della metafora e della similitudine; che allude, che dice ma non dice, che guarda a sé e al mondo, è portatrice di un messaggio di coscienza, di realtà, la sua, vissuta, accettata, analizzata e, perché no, in certi casi ripudiata, oltre, naturalmente, della corale voce di ogni essere tendente a nascondere ciò che la poesia svela in una epifania drammatica o gioiosa vestita del “come” e del “come se”. Perché la poesia non afferma, dice; racconta; inscena.

 Nella poesia di Donatella Calzari ci troviamo in un sogno che inscena il “tutto sembra” ma che “non è come sembra” e nel gioco di parole si trova ciò che, a mio parere, racchiude il pensiero, l’espressione del sentito della poetessa; di un vissuto? Di un sentimento sentito? Lasciamo queste domande lì dove è giusto che giacciano, per raccogliere quel che appartiene a tutti: il dovere cedere all’evidenza che niente è com’è; appreso dalle stesse parole della poetessa: “Accanto a me /  una tenera, gentile piantina / all’improvviso / fagocita gli insetti / catturati dai suoi tentacoli.

Un vegetale carnivoro fagocita con tentacoli…quanto di meglio per esprimere, uscendo dalla classificazione del genere e della specie, l’ambiguità; per distinguere sovrapponendo la forma dall’essere; dove, pure, nei versi precedenti un anacardio scruta dal fondo di un giardino (fertile sé tra l’ignoto inconscio e l’Ignoto mondo in una natura non sempre benevola), ma non minaccia con la sua mole, con le sue attenzioni, invita, invece, ad assaporare le mandorle, il frutto del suo seno: amigdale, simbolo di fertilità e di vita che si rigenera, che adesso nel continuum dei rimandi dell’immaginario si contrappone all’immagine del fagocitare innocente, degli scuri tentacoli, all’azione del bramare, del divorare. La domanda che si fa sentire in bocca è: fidarsi di questo giardino che come una matriosca onirica fa ondeggiare i sentimenti nel dubbio?

I tentacoli avviluppano la preda così come i dubbi avviluppano il poeta-io che s’allontana.

Si sospetta di questa natura insidiosa, di questo luogo avvolto di natura dalle mille sfaccettature arcane benché attuali, dal passato/presente: luogo/altri? Luogo/mondo? Luogo del noi stessi? La matriosca onirica conduce ad una realtà, attraverso l’immaginazione e la metafora, che riguarda noi nel mondo, noi con noi stessi, noi con gli altri in una rete fittissima; in altre parole dell’immagine che si ha del tutto. E allora come l’io non corrisponde, così strutturato, esattamente al soggetto, il mondo non corrisponde esattamente a questa parola e, come ben esprime la poetessa, il giardino viene abbandonato trasfigurandosi, nello spazio mentale, in palude:

Avviluppata da un groviglio / di dubbi / mi allontano… / e ritorno alla mia palude…

Quella stessa palude che, per certi aspetti, è più accettabile, perché reale, perché sostanza proiettata in uno spazio, rappresentazione dello stato d’animo del poeta o coscienza senza fronzoli, né bugie.

E così, come chi di una moneta per mostrare il recto mostra prima il verso, Donatella Calzari, mostrando il panorama colorato e tragico del giardino incantato in cui s’assapora l’amara mandorla racchiusa nella tenera e gentile vita che fagocita altre vite (espressione hobbesiana di vite contro vite e del mondo che fagocita e si rigenera in un interminabile pasto luculliano) attraverso il canto del triste colore del migliarino disincantato, veste il suo verso del giusto scenario, per incastonare il preciso e netto volto dell’aspra immagine della palude in cui alla finzione si sostituisce il mistero.

Il mistero svelato della vita tra il reale e il sogno, dove il proprio vissuto si apprende in pensieri e sul volo triste del reale si sogna di risvegliarsi semplice fiore d’erba: “con il sogno / di risvegliarmi / vilucchio”.

 A cura di Cinzia Tianetti   

 

27 agosto 2012                                                   

 

LA POESIA ED IL COMMENTO VENGONO QUI PUBBLICATI SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELLE AUTRICI. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E IL COMMENTO QUI CONTENUTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELLE AUTRICI.

Recensione a “Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, a cura di Lorenzo Spurio

Petali d’acciaio

di Donatella Calzari

con prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Rupe Mutevole Edizioni, Collana Sopralerighe

ISBN: 978-88-6591-103-7

Costo: 10,00 Euro

Pagg. 48

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ tagliente e ad effetto il titolo della prima silloge di poesie di Donatella Calzari, poetessa che ha già pubblicato alcune poesie su alcune antologie, partecipando tra l’altro a vari concorsi letterari. La prefazione, a cura di Emanuele Marcuccio, indirizza subito il lettore verso un certo tipo di lettura, che deve essere attenta, precisa e aperta a significati e interpretazioni multiple.

La poetica della Calzari è semplice ma mai banale, diretta, concisa nel numero delle parole ma altamente evocativa, chiara e lineare. La poetessa apre la raccolta con un’immagine di doppiezza, quella del clown che nel suo aspetto esteriore è divertente, comico, e fa ridere gli altri ma che dentro è invece triste: “in fondo al cuore/ una collana di tristezza/ da sgranare lentamente/ in solitudine…” (pag. 15). Sono frequenti le immagini antitetiche che la Calzari fornisce con le sue poesie quasi a testimoniare che una cosa, emozione, sensazione, condizione, esiste anche perché ne esiste il suo contrario, come avviene appunto nella figura del clown divertente ma triste, del mare caratterizzato da alta o bassa marea (pag. 17) e il binomio buio-luce in “Ricerca” (pag. 24). L’universo della Calzari è un mondo di doppi, di contrasti, di opposti che mai sono, però, connotati negativamente e che, invece, vengono delineati per esprimere l’eterogeneità delle possibilità.

Tutta la silloge presenta continui riferimenti al mondo naturale, soprattutto alla flora, e la Calzari istituisce spesso paragoni tra l’essere e il mondo vegetale per sottolineare non solo la precarietà dell’uomo ma anche il suo essere continuamente in balia di eventi e condizioni di dimensione e forza maggiore a quelli del genere umano. Un rimando ai giardini inquietanti di Buzzati è presente in “Insidie” dove, però, la poetessa auspica la sua metamorfosi in vilucchio, una pianta rampicante. La poesia della Calzari è naturalista, primitivista nel suo volersi rifare agli elementi naturali, alle piante, agli animali; importantissima è la presenza del vento richiamato in varie liriche, il mezzo che porta cambiamento, “dilania/ conduce/ disperde […] distrugge/ feconda” (pag. 26).

E mentre le poesie della Calzari sfuggono via pagina dopo pagina, così come gli innamorati che depennano i petali di una margherita nel famoso gioco d’illusione e di speranza, siamo consapevoli che, al termine del libro, il lettore ne esce arricchito e che quei petali d’acciaio, quelle schegge di lamine pungenti e luccicanti che il titolo evoca in realtà non sono che profumatissimi e soavi lembi di un qualche fiore che, solo nell’unità, ci consente di apprezzare il tutto, fatto, appunto, di tante parti che insieme costituiscono l’essenza delle cose.

Lorenzo Spurio

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“Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Vetrina delle Emozioni presenta la scrittrice Donatella Calzari con la silloge PETALI D’ACCIAO, Rupe Mutevole edizioni, 2011, inclusa nella collana Sopra le righe, curata da Emanuele Marcuccio

Terzo libro di poesie, pubblicato con la mia collaborazione editoriale, che uscirà a novembre 2011 e con la mia prefazione, ringrazio l’amica poetessa Gioia Lomasti, direttrice di collana per le sezioni Sopra le righe e Poesia e Vita , e l’editore:

Donatella Calzari, Petali d’acciaio, Rupe Mutevole Edizioni, 2011.

Questa è la lirica, a mio giudizio, più significativa dell’intera silloge.

INSIDIE

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

Prefazione

Donatella Calzari ha iniziato a scrivere poesie fin da bambina, dai tempi della scuola elementare, periodo in cui si occupava anche della scrittura di testi teatrali da mettere in scena con i suoi compagni di classe, in occasione delle feste di Carnevale.

Dopo una pausa durata parecchi anni, nei quali ha comunque mantenuto e sviluppato costantemente l’amore per la poesia e la letteratura in generale, nel 1988 ha ripreso a scrivere poesie e brevi racconti. Soltanto nel 1992, però, ha avuto l’audacia, come riferisce, di inviare una sua poesia al concorso “Alla scoperta dei poeti lodigiani”, col risultato che la poesia è stata pubblicata e, negli anni la cosa si è ripetuta con altre poesie, ricevendo premi e segnalazioni a concorsi nazionali e internazionali. Alla domanda su cosa significa al giorno d’oggi scrivere poesie, ecco come si è espressa l’autrice: «Personalmente sono convinta che la poesia abbia, oggi, una vera e propria funzione sociale. A prescindere dal valore artistico che la poesia possa avere, essa si riveste di una nuova identità, di una dignità propria. Smettendo del tutto i panni di stucchevole afflato dell’anima, che ancora in troppi le attribuiscono, riveste quelli di pregnante e, direi, vigorosa espressione del ricco mondo interiore del poeta, il quale trova il coraggio di aprire la “gabbia” lasciando che le sue parole si librino nell’aria e che si posino sul cuore di chi si ferma ad ascoltarle.».

Il poetare di Donatella è profondo, essenziale, è un poetare che preferisce fare a meno del predicato (in particolare del verbo essere) e posporre spesso il soggetto (per conferirgli un maggiore risalto) rispetto al complemento; come nella sua lirica “Visione”, in cui il soggetto è posposto e ripetuto più volte utilizzando così ben due figure retoriche, l’iperbato e l’epanalessi: “Distesa sconfinata di alberi / Il vento li tormenta / Il vento”, “Il vento strappa / Dilania / Conduce / Disperde / Il vento”. Un poetare intimo ma ricco di figure retoriche, di metafore, di sinestesie, di iperbati, di ellissi, di ossimori e correlativi oggettivi.

La cifra distintiva del suo dettato poetico e di questa sua prima raccolta è un continuo metaforizzare la vita nel suo risvolto doloroso, servendosi dei vari elementi della natura, come fauna, flora, condizioni atmosferiche, non facendo mai tracimare il tutto nel pessimismo e nella disperazione.

A questo proposito, esemplare è la sua lirica “Insidie”, visionaria, profonda, a tratti metafisica e dal respiro cosmico, che unisce in sé fauna e flora: un’immagine, un sogno, un rifugio; l’autrice si immagina migliarino, un piccolo uccello di palude, dal triste colore, che osserva una gentile piantina che, fagocita gli insetti testé catturati e, sogna di risvegliarsi vilucchio, una pianta rampicante, dai fiori bianchi.

Esemplare è anche “Oblò”, dove abbiamo un’immagine profondamente poetica: “Rubino prigioniero / di una conchiglia / il cuore / scorge bufere / nelle spire / di un eluso mare.”, il cuore (abilmente disposto in iperbato), come rubino, prigioniero di una conchiglia, scorge bufere nelle spire di un obliato dolore.

O come “Bassa marea”, in cui la vita è rappresentata in un alternarsi di gioie e di dolori, di alta e di bassa marea ma, solo la bassa marea “rivela meravigliose terre sommerse/ altrimenti celate allo sguardo.”, solo la conoscenza del dolore è in grado di rivelarci il senso della nostra vita, altrimenti perduto nell’euforia della gioia passeggera.

O come “Altalena”, in cui è presente un’altra immagine profondamente poetica: “Stanno gli alberi / come spade conficcate / nella bianca spuma / del cielo.

Un’opera prima che ha significativamente intitolato, Petali d’acciaio, un ossimoro che ben esprime il dualismo, il carattere di dolcezza e forza della sua poesia. Una raccolta da leggere e rileggere, soprattutto per le folgoranti chiuse, che invitano il lettore a sostare e a rileggere, per scoprire sempre nuove interpretazioni.

Proprio perché ogni vera poesia non è mai mera imitazione della realtà, non è mai sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro.

Ogni vera poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà, di sua ri-creazione e trasfigurazione, quindi, aperta a molteplici interpretazioni. E il grande poeta, scrittore e drammaturgo francese Victor Hugo (1802 – 1885) già scriveva che la poesia non appartiene al poeta, portando il concetto di interpretazione alle estreme conseguenze: «Fino a che punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? / La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò che la poesia finirà col dire.».

Anche dello stesso termine “poesia” non si potrà mai dare una definizione definitiva ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non conosce confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E, il famoso pittore Pablo Picasso (1881 – 1973), a proposito della pittura, ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni, e Donatella, in questa sua prima raccolta, ce lo dimostra ampiamente.

A cura di  Emanuele Marcuccio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA PREFAZIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.