La luna e i falòdi Cesare PaveseNewton & Compton, 2010ISBN: 9788854118911Numero di pagine: 143Costo: 10 €Recensione di Anna Maria Balzano
Non mi sembra un paradosso affermare che La luna e i falò di Cesare Pavese è un romanzo in bianco e nero. Scritto nel 1950, appartiene al miglior neorealismo italiano: si pensi a Roma città aperta di Rossellini (1945), Ladri di biciclette (1948) e Umberto D (1952) di De Sica. Nel romanzo di Pavese, però, non è la città, ma il mondo contadino che fa da sfondo ed è protagonista al tempo stesso della narrazione. Una prosa limpida rende la lettura immediata e scorrevole: la parola corrisponde esattamente al suo significato, senza alcun abbandono a metafore o allegorie, ma con qualche sporadica libertà dialettale.
La narrazione procede in prima persona, nella migliore tradizione autobiografica, che lascia il dubbio sulla perfetta coincidenza tra protagonista e autore; come sempre in questi casi, il racconto viene filtrato dal punto di vista del narratore. Qui la storia procede come un viaggio nella memoria di un giovane emigrato che torna al paese d’origine dopo aver fatto un po’ di fortuna. Ma è proprio sull’origine che si richiama immediatamente l’attenzione del lettore: del protagonista-narratore non ci viene detto neanche il nome, ma solo il soprannome Anguilla; di lui si sa però che è un bastardo, allevato da contadini con la prospettiva di disporre in futuro di braccia valide da impiegare nei lavori dei campi.
Radici fragili, dunque, quelle di Anguilla, radici superficiali come quelle delle viti piuttosto che profonde come quelle di altri frutti. Eppure l’esigenza di un ritorno alle origini è così naturale nell’uomo che Anguilla non esita a tornare nei luoghi dell’infanzia anche a costo di rinnovare umiliazioni e ferite sofferte; e il realismo descrittivo di Pavese suscita profumi e odori penetranti, crea immagini di corpi deformati dalla fatica dei campi, dipinge scene di coralità campestre, con una tecnica quasi cinematografica, dove la parola fa da supporto all’immagine e l’immagine dà significato alla parola.
I ritmi della vita contadina sono inevitabilmente legati al succedersi delle stagioni e alle credenze popolari: dunque la luna non è solo l’astro che diffonde il suo raggio luminoso accentuando il mistero nascosto tra le vigne delle Langhe, ma è il punto di riferimento per le attività contadine, così come i falò vengono accesi per evocare la pioggia con l’umidità evaporata dal terreno.
Il racconto di Pavese, però, non concede nulla all’idillio: la tragedia della guerra civile che dilania l’Italia degli anni quaranta, è in agguato nel racconto ed esploderà alla fine, come esplode la vita di chi, consumato da ritmi faticosi e stressanti, non regge alla durezza del lavoro quotidiano e compie una strage: è il caso di Valino, che lascia il piccolo storpio Cinto alle cure di Anguilla e Nuto.
L’amore stesso s’accompagna alla morte, come nel caso di Irene e Silvia le cui esistenze si concludono tragicamente: quasi un presagio nella storia personale di Pavese. E la più bella delle tre sorelle, Santa, non sfugge a un tragico destino. In cerca d’una felicità sempre negata, come le sue sorelle, si lascia andare ora all’uno ora all’altro, incurante se siano d’opposti schieramenti politici. Il suo corpo straziato dalla fucilazione verrà arso sul luogo stesso dell’esecuzione: da esso si alzerà il più crudele e macabro dei falò. Come a voler affermare che non c’è luogo, neanche il più lontano dalla lotta civile e politica, dove la pace possa regnare se essa non alberga nel cuore dell’uomo.
ANNA MARIA BALZANO
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Cinquanta sfumature di grigiodi E.L. JamesMondadori, Milano, 2012ISBN:9788804623236Pagine: 548Costo: 12€Recensione di Lorenzo Spurio
La sessualità di molti esseri umani di sesso maschile contiene un elemento di aggressività –un desiderio di dominare, che la biologia sembra mettere in relazione con la necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale con mezzi differenti dalla seduzione. Così il sadismo non sarebbe altro che una componente aggressiva dell’istinto sessuale divenuta indipendente ed esasperata, e che, spostandosi, ha usurpato la posizione di guida.
(Sigmund Freud, Tre Saggi sulla sessualità, 1905)
Non sono un appassionato del genere erotico, ma ho deciso di leggere Cinquanta sfumature di grigio perché se ne è parlato tanto negli ultimi tempi e, nel bene o nel male, è diventato uno dei più grandi best seller. Purtroppo, bisognerebbe aggiungere, almeno per una serie di motivi che cercherò di tratteggiare in questa recensione.
La storia contenuta nel romanzo, prima parte di una trilogia scritta dall’autrice nel corso di un anno è mezzo, è semplice al punto di apparire ripetitiva, poco originale e ridondante. La ventiquattrenne Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese che sta preparando una tesina su Tess dei d’Urbervilles, romanzo di Thomas Hardy con il quale l’autrice E.L. James credo abbia voluto costruire un rimando: la protagonista, Tess, viene stuprata dall’uomo del quale poi sarà costretta a sposare, un certo Alec, un’unione forzata che animerà nella mente di Tess l’omicidio e che la condurrà essa stessa all’esecuzione. Chi conosce la narrativa di Thomas Hardy sa che lo scrittore vittoriano ha sempre dato una grande peso alla concezione fatalistica della vita secondo la quale le cose succedono non perché conseguenza di altre o perché qualcuno le ha decise, ma semplicemente perché debbono accadere e dunque essere accettate così come si presentano, ineluttabilmente. E’ ciò che avviene alla giovane Tess che, ferita nell’onore e in condizioni disagiate dopo la morte del padre è costretta ad accettare di vivere con l’uomo che la violentò convertendosi in sua moglie, ma chi ben conosce il romanzo sa che questa situazione è impossibile da essere trasportata e genererà la tragedia. Eros e Thanatos che si incontrano.
Ritornando alle Cinquanta sfumature di grigio, l’altro personaggio centrale della narrazione è Christian Grey chiamato semplicemente Mr. Grey, un uomo spavaldo, egoista, che gestisce una grande azienda. I due personaggi non potrebbero essere più diversi: studiosa e in cerca di lavoro lei, ignorante e imprenditore lui, di modeste condizioni economiche lei, ricchissimo lui, sensibile e vergine lei e opportunista e perverso lui. L’occasione d’incontro dei due personaggi è il momento dell’intervista che Kate, l’amica di Anastasia, avrebbe dovuto fare a Mr. Grey ma che, a causa di un’influenza non può fare e per questo viene sostituita da Anastasia. L’intervista va bene, ma subito tra i due si crea un’attrazione particolare che porterà poi Mr. Grey a re-incontrare Anastasia, corteggiarla e riempirla di regali. C’è inizialmente una vera infatuazione di Anastasia nei suoi confronti: è allettata dai regali e dalle attenzioni di lui e affascinata dalla sua bellezza tanto che si lascia andare dagli eventi, convinta che quella è una occasione proprio da non lasciarsi perdere.
Ma le cose non tardano a mostrarsi essere diverse quando Mr. Grey, pur attratto ed interessato a lei, si mostra schivo e freddo, sprezzante e autoritario: Anastasia crede di poter “far l’amore con lui”, ma lui subito l’avverte che “non fa l’amore, ma fotte”. A partire da questo punto in Anastasia nasce una sorta di risentimento o dubbio che la logora: da una parte è attratta da quell’uomo e vorrebbe buttarsi a capofitto in quella storia, dall’altro lui è a tratti enigmatico, ha comportamenti bipolari, attuando a volte in maniera dolce altre in maniera sgarbata: “E’ un uomo così imprevedibile, sensuale, intelligente e spiritoso. Ma i suoi sbalzi d’umore… e la sua voglia di farmi del male. Dice che terrà conto delle mie riserve, ma mi fa paura lo stesso. Chiudo gli occhi. Cosa posso dire? Dentro di me, vorrei solo di più, più gesti affettuosi, più giocosità, più… amore” (cap. 20).
Alla fine Anastasia deciderà di accettare il suo brutto comportamento e tutto ciò che questo comporta accettando un po’ per amore un po’ per abnegazione le sue condizioni sebbene non arrivi mai a sottoscrivere il contratto che Mr. Grey ha preparato per lei. Il contratto è una scrittura preoccupante nella quale Mr. Grey ha previsto una serie di diritti-doveri delle parti che garantiranno il loro rapporto sessuale, un rapporto di tipo sadomasochistico tra Dominatore e Sottomessa. Lì, inoltre, sono previste le modalità, le tempistiche e l’elencazione delle pratiche che verranno portate avanti all’interno di questo perverso gioco. La Stanza Rossa o Stanza delle Torture sarà la stanza della casa di Mr. Grey appositamente dotata di bende, funi, divaricatori ed altri strumenti per queste pratiche devianti. Anastasia è affascinata e impaurita allo stesso tempo, galvanizzata e tormentata, eccitata e dibattuta, ma alla fine deciderà di accettare tutto questo un po’ alla volta, convertendosi in una serva silenziosa e pronta a tutto.
La narrazione, come si diceva, è abbastanza ripetitiva nelle scene che vengono fornite e, benché la varietà delle perversioni e degli atteggiamenti sessuali sia abbastanza eterogenea, nella lettura si ravvisa una certa piattezza nel tono. Il linguaggio, pure, è semplice e colloquiale –nel corso del romanzo i due protagonisti parlano spesso attraverso il linguaggio della posta elettronica- ma di certo consono per una storia di questo tipo: arcaismi o elementi retorici avrebbero di gran lunga appesantito la lettura che già di per sé è pesante. La scrittrice avrebbe benissimo potuto tagliare alcune parti –e quindi un’abbondante numero di pagine, se non di capitoli- senza mutare granché il senso del libro. Perché in fondo in un libro un senso c’è sempre, vero? E allora quale dovrebbe essere il significato di questo atlante delle perversioni sessuali? Non mi è chiaro.
In questo clima di profonda soggezione e tormento che provoca nella protagonista sensazioni completamente contrastanti c’è spazio per un momento di riflessione: l’utilizzo della violenza fisica in un rapporto bondage dà o sembra dare la convinzione alla protagonista che con quel mondo ha chiuso e che quindi ne verrà fuori a testa alta. Ma dato che il lettore sa che la storia non è che una trilogia siamo giustamente portati a pensare che la protagonista ricada in questo tunnel di sesso e violenza, apparentemente senza sbocco. C’è però uno spiraglio di luce in questa narrazione perversa: Anastasia, pur assoggettata completamente, è consapevole che l’ossessione per il sesso e per le pratiche BDSM di Christian sia segno di malattia, di un disturbo psichiatrico da fronteggiare ed è lei stessa che pensa di poter essere la sua ancora di salvezza: “Quest’uomo all’inizio mi sembrava un eroe romantico, un ardito cavaliere bianco dall’armatura scintillante, o un cavaliere nero, come dice lui. Invece non è un eroe; è un uomo con gravi, profonde lacune emotive, e mi sta trascinando nel buio. Non potrei, invece, essere io a guidare lui verso la luce?” (cap. 20).
Freud nei famosi “Tre saggi sulla sessualità” aveva avuto modo di parlare di come nascono le perversioni a partire dalla giovane età dal soggetto e da cosa sono animate o motivate. Parlando del sadomasochismo, oltre a definirne il peculiare atteggiamento di dominazione e sottomissione aveva osservato che spesso il sadomasochista ha come genesi del suo comportamento deviato un trauma pregresso e la stragrande maggioranza delle branche psicologiche che da essa dipartono sono di questo avviso: “Stoller ritiene che l’essenza della perversione sia la “conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai loro genitori. Il loro metodo di vendetta è quello di disumanizzare ed umiliare il loro partner durante la fantasia o l’atto perverso”.[1]
L’idea che si potrebbe azzardare è che l’accecante perversione di Mr. Grey, il suo cieco sadismo e la sua voglia indomabile di dominare sugli altri (al lavoro, come nella vita privata) non solo sia frutto di un atteggiamento narcisistico, ma ha chiaramente una genesi nel periodo infantile che, come l’autrice narra, è di certo stata difficile e traumatica: ha subito maltrattamenti dalla madre che era violenta e si ubriacava ed è stato poi dato in adozione ad un’altra famiglia, episodi che fanno dire a Christian “ho avuto una dura introduzione alla vita”.
Pure non è da sottovalutare il fatto che da ragazzo abbia avuto rapporti sessuali con una donna più grande di lui, una certa Mrs. Robinson, esperienza che probabilmente l’ha traumatizzato similmente a quanto avviene ai personaggi nei romanzi di John Irving. Si tratterebbe qui di capire se questo rapporto gerontofiliaco[2] (di differente età tra i partner) sia avvenuto consensualmente, ossia con il tacito e innocente consenso dell’allora ragazzo o se, invece, abbia presupposto una certa violenza e coercizione da parte della donna tanto da diventare un atteggiamento pedofilico come Anastasia nel romanzo pensa che sia stato.
A questo punto mi viene in mente una domanda che in un certo modo ha animato la mia intera lettura del romanzo. Ma ne avevamo realmente bisogno? C’è qualcuno che ha letto il libro che possa rispondere affermativamente per qualche ragione? Trovo pressocchè banale e semplice rispolverare De Sade con il mero scopo di “far parlare di sé”. Perché se questo romanzo è uno di quelli di cui “basta che se ne parli”, allora lo scopo è di sicuro stato raggiunto. Ma perché se ne parla? Semplicemente perché il proibito affascina, l’erotico esalta e fa risvegliare sogni latenti nell’immaginario dell’uomo. C’è da augurarsi, allora, che questo non avvenga, per la salvaguardia dell’umanità tutta e soprattutto dell’archetipo femminile ampiamente degradato con questa narrazione.
Berra, Ludovico, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999
De Sade, Donathien Alphonse, Le 120 giornate di Sodoma, qualsiasi edizione
Freud, Sigmund, Tre saggi sulla sessualità (1905), qualsiasi edizione
James, E.L., Cinquanta sfumature di grigio , Mondadori, Milano, 2012.
[1] Ludovico Berra, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999, p. 20.
[2] In realtà il termine è usato in maniera inappropriata perché la gerontofilia prevede che una persona giovane ricerchi il rapporto sessuale con un anziano e sarebbe proprio la presenza di caratteristiche senili del corpo quale malattie, affaticamento o scarsa mobilità gli elementi ricercati ed eroticamente eccitanti.
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Giovedì 24 Gennaio alle ore 17,30 lo scrittore senigalliese Luca Rachetta ha presentato il suo nuovo romanzo, “Le oscure presenze” edito recentemente da Edizioni Creativa. L’evento si è tenuto nella Sala Conferenze della Biblioteca Antonelliana di Senigallia. Ha introdotto la presentazione Mauro Pierfederici che pure ha letto degli estratti dal libro mentre Fabrizio Chiappetti ha condotto l’intervista all’autore.
Nel libro di Luca Rachetta il protagonista, Andrea Bardi, assume i tratti dell’uomo contemporaneo, in bilico tra sogno e pragmatismo, alle prese con dubbi, paure, sensi di colpa e allo stesso tempo animato da uno slancio vitale inestinguibile, che lo porta a misurarsi con le oscure presenze che lo circondano e lo inquietano per conquistarsi così la sua piccola oasi di serenità.
L’autore si è mostrato contento e disponibile di accogliere le domande da parte dei partecipanti e di autografare copie del suo nuovo libro.
Chi è l’autore?
Luca Rachetta, ha pubbliato il saggio “Vitaliano Brancati. La realtà svelata”, le raccolte di racconti “Dove sbiadisce il sentiero” e “La teoria dell’elastico”, il racconto lungo “La torre di Silvano”, i romanzi “La guerra degli Scipioni” e “La setta dei giovani vecchi” e l’ebook “La missione di San Silvestro”.
Il viaggio di Emiliadi Anna Maria BalzanoQulture Edizioni, 2011ISBN: 9788890587665Pagine: 88Costo: 11 €Recensione di Lorenzo Spurio
Tutto era cambiato. Ebbe nostalgia di quei pochissimi anni di cui aveva memoria che erano stati felici con la mamma e con il papà. Erano passati come un lampo. Tutto il resto era stato affanno e sofferenza… (76).
Quando nel passato si è sofferto molto, spesso ci risulta difficile convivere giornalmente con le foto o con gli oggetti che in sé hanno cristallizzato quei momenti. E’ per questo che Emilia, protagonista del romanzo Il viaggio di Emilia di Anna Maria Balzano si prepara a fare una cernita delle vecchie cose: cosa tenere e cosa buttare.
Siamo nella Napoli del 1978 e la protagonista prende a narrare la tormentata storia passata della sua famiglia suggestionata dalla visione di una vecchia foto: “Passò la mano sulla foto per eliminare un leggero strato di polvere che la rendeva più opaca e con i polpastrelli percorse i contorni e i piani del palazzetto, come se quel contatto fisico avesse il potere di rianimarlo e restituirgli quella vita che gli era appartenuta” (8). Da qui, come in un vero e proprio flusso di coscienza, partono i ricordi, le immagini, tutte dominate da una certa tristezza. La protagonista ricorda della morte del padre e del grande amore ricevuto dai nonni, piuttosto che dalla madre Anna che, invece, oltre ad essere spesso lontana da lei per motivi di lavoro si scopre presto attratta da un altro uomo. Il nuovo matrimonio della madre con un certo Renato, sconsigliato dai genitori della donna e malvisto dalla giovane Emilia, sembra inizialmente inaugurare una fase di spensieratezza e tranquillità per Anna, ma ben presto le cose cambiano. Renato non mancherà di mostrarsi violento e prepotente, interessato solo agli interessi dell’azienda della quale diviene il principale benefattore. La solitudine di Anna e l’indifferenza del marito nei suoi confronti la conducono a uno stato di apatia e il marito la farà ricoverare in una struttura psichiatrica. Emilia, la giovane protagonista, pur consapevole di ciò che succede sotto i suoi occhi, non è in grado di cambiare le cose e, pur volendo bene a sua madre, si trincera sempre dietro l’amore dei nonni che, però, malati ed anziani, nel giro di pochi anni vengono a mancare.
Ma in questa difficile storia familiare ambientata nel secondo dopoguerra, nel momento della ricostruzione, si innesta anche la storia di Giulia, figlia di un dipendente dell’azienda che era stata dei familiari di Emilia. Le due divengono amiche anche se poi un po’ per motivi di studio, un po’ per altre ragioni, finiscono per separarsi. Una serie di altri avvenimenti drammatici quali lo stupro di Giulia, l’uccisione del prepotente Renato e il processo contro Anna, ritenuta colpevole dell’omicidio si intrecceranno nel romanzo chiarendo solo nelle pagine finali i relativi collegamenti.
Niente è banale. Anna Maria Balzano costruisce un romanzo molto ricco dal punto di vista dei sentimenti, sottolineando quanto la gratuita crudeltà di un uomo possa rovinare la vita di varie persone. Un’acuta riflessione sul dolore che produciamo agli altri senza rendercene conto, un elogio del fatalismo e una considerazione sul senso tragico del vivere che, oggi come ieri, sempre caratterizza le nostre esistenze:
“Mi sono chiesta se fosse Dio che voleva questo. Ma se Dio è buono, Emilia, perché dovrebbe permettere che accadano queste cose?”
Emilia non sapeva rispondere a questa ingenua e semplice domanda di Giulia.
“Non lo so, Giulia. Non credo che ci siano cose giuste o ingiuste al mondo. Ci sono cose che accadono” (82).
Ralph piangeva la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy.
(Il signore delle mosche, di William Golding)
Che orrore! Che orrore!
(Cuore di tenebra, di Joseph Conrad)
Il signore delle mosche è un romanzo d’avventura, ma anche un’amara analisi sui rapporti umani che si sviluppa in maniera drammatica e sconvolgente a seguito della diffusione di ideologie contrastanti. E’ anche un romanzo politico, nel senso che mostra modi di pensare riferiti alla società estremamente diversi tra loro; Golding utilizza, infatti, molto spesso nel corso del romanzo un linguaggio specifico che è appunto quello politico: “adunata”, “assemblea”, “congresso”, “leggi”, “consensi”, “maggioranza”, “capo”, “elezioni” sono solo alcune delle parole che vengono impiegate. Da una parte c’è Ralph, il bambino della conchiglia, che istituisce assieme al Piggy l’assemblea e il congresso fondato sul turno di parola, un sistema quindi democratico, fondato sull’eguaglianza, la libertà e mirato alla coesione e alla pluralità delle idee; dall’altra parte c’è Jack Merridew, un bambino prepotente e sadico che si scinderà dal gruppo originario per dar vita a una sua tribù dominata dalla violenza, dalla spietatezza e dall’autoritarismo, nel quale non è difficile intravedere una sorta di politica dittatoriale, totalitaristica.
Il signore delle mosche è un romanzo estremamente complesso. Forse neppure Golding avrebbe voluto crearlo tanto complicato e denso, non nella trama che, invece, è abbastanza semplice e lineare, ma nella serie di temi che implicitamente sottendono nel tessuto dell’intera storia. Ma Il signore delle mosche è anche il segno di un imbarbarimento pericoloso, di un ritorno alle origini selvagge, primitive, è il ritorno a uno stato di natura che fa seguito a un abbattimento di ogni esplicitazione della cultura (l’educazione, l’insegnamento, la formazione, la morale, la religione, il buon senso). Il romanzo si presenta come un bildungsroman stravolto: i bambini della storia, soli superstiti di un incidente aereo, si ritrovano su un’isola disabitata del Pacifico e, dopo un’iniziale progetto democratico di organizzazione e di coesione, si abbandonano a screzi, litigi, rimproveri, minacce sino ad arrivare a vere e proprie violenze:
“Le leggi!” gridò Ralph. “Tu non rispetti le leggi!”“A chi gliene importa?”Ralph chiamò a raccolta tute le sue facoltà.“Ma le leggi sono l’unica cosa che abbiamo!”Ma Jack gli guardava in piena rivolta:“Chi se ne frega delle leggi!”
L’ideale democratico e populista che li aveva animati all’inizio, viene irrimediabilmente infranto e ben presto il gruppo dei ragazzi si divide in due: Jack, non riconoscendo più come capo Ralph, crea un suo gruppo al quale partecipano da subito la maggioranza dei bambini.
L’isola del Pacifico, unica location del romanzo, dalla vegetazione esotica e dai panorami mozzafiato, che poteva essere un ottimo setting di pace e tranquillità, luogo di divertimento e di svago, finisce per diventare, invece, il luogo del vizio, del peccato, dell’infanzia corrotta.
E’ Jack il capo del nuovo gruppetto di bambini che si scinde dal gruppo originario e quest’azione può essere interpretata a livello politico, come una sorta di atto ribelle volto alla determinazione di una minoranza, ma il modo con cui Jack lo fa non ha niente di democratico e di lecito e quindi deve essere visto come una sorta di spietata lotta di potere motivata da ragioni megalomani e personalistiche all’interno delle quali Jack, appunto, si auto-proclama nuovo capo. E’ un capo autoritario, violento, crudele, sempre pronto a dar ordini o a comandare a qualcuno di picchiare altri. E così, alle iniziali idee di adunata, congresso e assemblea, si sostituiscono ben presto una serie di azioni violente, minatorie e criminali del gruppo di Jack, rinominato “il signore delle mosche” contro il gruppo di Ralph che, munito della conchiglia, ex simbolo di unità e democrazia, insegue forse ancora un progetto unitario di uguaglianza basato su leggi e rispetto.
In molti (la maggioranza) non tardano a schierarsi con il nuovo capo che sembra tanto più forte, austero, deciso e prestigioso e anche in questo Golding è abile nel riferirsi, forse, a quante persone entusiasmate dai regimi della prima ora (vedi nazismo e fascismo), che con la loro retorica ridondante finiva per persuadere, decisero di appoggiare ideologie che poi si rivelarono come i peggiori crimini dell’umanità. Traspaiono così in chiave romanzata una serie di riferimenti storico-politico (che sono a loro volta quanto mai attuali) facilmente individuabili per dimostrare come l’assenza di genitori, adulti, leggi, centri di controllo piuttosto che essere vissuta positivamente, si risolve, invece, come motivo di astio, violenza ed esasperata lotta di potere.[1] Il romanzo dà così voce a un’infanzia degenerata che ha perduto per sempre l’innocenza e che è portata quasi meccanicamente ad attuare e reiterare atteggiamenti sadici e sconsiderati che appartengono al mondo degli adulti (vedi il riferimento alla seconda guerra mondiale nelle prime pagine del romanzo, momento nel quale è ambientata tutta la storia).
E’ Piggy, l’amico e consigliere di Ralph, che nelle prime pagine viene canzonato per la sua mole grassottella e per il suo parlare sempre riferendosi a sua zia, il personaggio più legato alla ragione, alle idee di libertà, rispetto e democrazia e, quando nelle ultime pagine del romanzo arriviamo a leggere della sua atroce morte, siamo ormai sicuri che la democrazia sull’isola sia ormai diventata un disegno utopico. Con la morte insensata di Piggy finiamo per solidarizzare ancor più con il gruppo dei “buoni”, Ralph e pochissimi altri, e temiamo che Golding nelle poche pagine che seguano finisca per far morire anche Ralph. Ma in questo modo avrebbe finito per aggravare il tono già particolarmente tragico e, forse, di essere troppo banale; ci consegna, invece, un finale diverso, inaspettato, che, però, ha il sapore di un eccesso di buonismo o di conciliatorismo giunto però ormai in extremis.
L’assurda e inspiegata convinzione dei ragazzi per gran parte del romanzo che l’isola sia infestata da una bestia violenta che li tenga continuamente sotto minaccia si configura, inoltre, da subito come una banale macchinazione della mente dei ragazzi che li porta però a dover trovare a tutti i costi quella bestia. La trovano, sì, ma all’interno del loro gruppo, per soddisfare, forse, quel desiderio di frustrazione di essere bambini e di volersi mostrare grandi, capaci di memorabili azioni e di utilizzare la violenza. Per Jack, il signore delle mosche, il violento, il capo tribù, il despota, il selvaggio, uccidere una persona sarà un’azione di poco conto, proprio come uccidere un maiale. Golding ci chiama direttamente a riflettere e ragionare su quanto l’animo umano sia capace di produrre nefandezze nel momento in cui dimentica ciò che sono la ragione, la coscienza e il rispetto delle leggi. E’ sempre Piggy a sottolineare, come una sorta di saggio “Grillo Parlante” che rimane però sempre poco ascoltato, le mancanze e i pericoli a cui il gruppo sull’isola va incontro se non si rispettano le leggi della conchiglia, ideate da Ralph e all’inizio accettate e condivise da tutti:
“Che cosa è meglio: essere una banda di negri, di primitivi come voi, o essere ragionevoli come Ralph?”“Che cosa è meglio: avere delle leggi e andare d’accordo, o andare a caccia e uccidere?”“Che cosa è meglio: la legge e la salvezza o la caccia e la barbarie?”
Non c’è nessuna forma di rinsavimento, di ripensamento, né di pentimento da parte di Jack e del suo gruppo nei confronti di Ralph, segno che la crudeltà si è radicalizzata e ha colonizzato ampiamente i loro cuori; il finale proposto da Golding, forse per smorzare un po’ l’esasperata tragicità dell’intera storia, non è però in grado di alleviare il senso di desolazione, di disprezzo e la paura che noi, così come Ralph, proviamo nei confronti di Jack, dei cattivi, dei violenti. L’isola di Golding non è un’isola che “rende famosi” come quella di un celebre reality televisivo ma è, al contrario, un posto che da edenico si trasforma in demoniaco a causa della crudeltà insita nell’uomo, in maniera analoga a quanto avviene nell’Africa nera nel romanzo Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1902) di Joseph Conrad dove il crudele Kurtz, al pari di Jack in Il signore delle mosche, non è altro che emblema del male atavico che sgorga dall’indifferenza nei confronti del dolore prodotto dalle proprie atrocità.
Lorenzo Spurio
Jesi, 22-11-2011
BIBLIOGRAFIA
Conrad, Joseph, Cuore di tenebra, Torino, Einaudi, 2005.
Golding, William, Il signore delle mosche, Milano, Mondadori, 2001.
McEwan, Ian, Il giardino di cemento, Torino, Einaudi, 2006.
Spurio, Lorenzo, “Comportamenti devianti e spazi claustrofobici nella scrittura di McEwan”, Tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne, Relatore: Prof.ssa Francesca Montesperelli, Correlatore: Prof.ssa Marinella Salari, a.a. 2010/2011.
[1] Ho avuto modo di studiare a fondo l’opera di Ian McEwan, uno dei maggiori scrittori britannici viventi, oggetto per altro della mia seconda tesi di laurea. La critica ha messo in luce che la storia contenuta nel suo primo romanzo, Il giardino di cemento (The Cement Garden), del 1978, è in parte inspirata da Il signore delle mosche di Golding, romanzo che McEwan conosceva molto bene e del quale era rimasto affascinato. L’idea di Il giardino di cemento, infatti, era, come ha sostenuto l’autore in varie interviste, quella di presentare le vicende di quattro fratelli minorenni che si trovano da soli a gestire tutte le incombenze e le mansioni della casa dopo la morte di entrambi i genitori. L’idea di vedere come dei bambini da soli, senza adulti o altre figure d’autorità, si comportino per ricreare un loro ordine che possa dar stabilità e coesione è ripreso da McEwan direttamente dal romanzo di Golding, poi riadattato in maniera diversa. In Il giardino di cemento, infatti, i bambini dopo un’iniziale organizzazione basata sulla coesione e la spartizione di compiti, finiscono per sprofondare nel caos all’interno del quale maturano atteggiamenti degenerati, preoccupanti e sessualmente deviati attuati, però, come strategie di autodifesa o come un modo per cercar di tener unita la famiglia, contravvenendo alla morale e alle leggi sociali.
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Domani andrò dal signor Martino Lelii, Mart’nuccio il tabaccaio, a comprarmi un quaderno e una matita: proverò a dare forma scritta ai miei sentimenti! Ne ho già accumulata una buona raccolta in questa terra sconosciuta e gentile, dove le donne hanno voci di flauto! (27)
Con questo libro Anna Maria Boselli Santoni ha di certo cercato di cristallizzare degli attimi del suo passato personale per renderli eterni. Molti scrittori, più o meno noti, hanno utilizzato la scrittura, cioè la letteratura, come mezzo terapeutico in presenza di stati patologici o di una dolorosa nostalgia dei tempi andati. Tracciare il proprio vissuto sulla carta significa in un certo senso volerlo ripercorrere tante volte quanto si desidera, riattualizzarlo sempre. Così non è un ricordo che si sfuma con il passare dei mesi o degli anni, è una realtà consolidata, un dato di fatto, nel quale ci si può sempre immergersi a fondo. E’ questa –credo di non sbagliare- l’intenzione di Anna Maria Boselli che con questa raffinata scrittura ci apre le porte della sua vita privata: dalla partenza dalla Lombardia con la madre per andare a Nereto per conoscere i futuri consuoceri fino al ritorno a Leno, nella sua città di origine, carica di ogni bene alimentare abruzzese e, soprattutto, di felici sensazioni che rimarranno per sempre con lei.
E in questo lungo viaggio dalla Lombardia a Nereto, in una città della provincia abruzzese, la protagonista respira e vive sulla sua pelle odori e colori mai vissuti prima tanto da portarla a dire: “Sento forte il richiamo della natura, in qualunque ambiente essa si espanda” (15). L’arrivo a Nereto a metà degli anni ’60 è una sorta di ritorno alle origini; lì, infatti, lo scenario che si presenta ai suoi occhi è leggermente regredito da un punto di vista industriale rispetto al nord dal quale ella proviene (questo non viene detto ma al lettore attento è facile individuarlo): “Avverto subito una notevole diversità rispetto al mio ambiente” (19), scrive. E di questo ambiente nuovo, profumato, naturale subito si innamorerà di tutto: “Subito resto affascinata da questo luogo e sento che, alla fine, mi apparterrà come un sogno, per sempre” (16).
Il libro è dedicato a Mammarosa, la suocera conosciuta durante il primo viaggio a Nereto, donna buona e dal dialetto molto marcato. La prima impressione che la protagonista ha di leio è questa: “Una donna picculitta coi capelli brizzolati raccolti in trecce fissate all’insù, una gonna al polpaccio, nera, una sobria camicia di seta color piombo e una parnanza di shantung con le tasche basse e vuote” (18).
Affascinante questo diario di viaggio fatto di incontri, amicizie nate velocemente, sorrisi e momenti di nostalgia, questo appassionato memoriale di Anna Maria Boselli Santoni dove si coniuga la nascita della storia d’amore con il suo Martino al tema del viaggio e alla conoscenza di terre, usi e costumi, modi di fare, cibi e dialetti diversi che risaltano in maniera variopinta da ciascuna pagina del romanzo. E’ un elogio alla semplicità, alla generosità e al grande carattere del popolo abruzzese. Nel viaggio di ritorno verso casa c’è tempo per una pausa a Loreto dove la protagonista viene letteralmente rapita dal misticismo mariano del posto. La Nereto che Anna Maria ha e porta nel cuore non è di certo quella di oggi, ma quella di vari anni fa che la folgorò soprattutto per la grande accoglienza dei parenti di suo futuro marito. Questo libro è anche un curioso documento storico di quell’età ormai perduta in cui la vita di campagna e l’unione familiare, unite all’insegnamento di Cristo, rappresentavano i pilastri fondanti del vivere comune.
Tsugumidi Banana YoshimotoFeltrinelli, Milano, 2002ISBN: 9788807812941Pagine: 158Costo: 6,20 €Recensione di Lorenzo Spurio
La vita è una recita, pensai. Anche se il significato è esattamente lo stesso, rispetto alla parola illusione mi sembrava che fosse più vicina (37).
Banana Yoshimito è una scrittrice giapponese la cui presenza ho sempre notato nelle librerie come pure tra gli scaffali dei libri di mia sorella. Una autrice alla quale, però, non ho mai dedicato troppo tempo, senza giungere mai ad aprire un suo libro con una certa convinzione. Ma siccome c’è un tempo per ciascuna cosa, finalmente sono riuscito a leggere qualcosa di lei. Non il romanzo d’esordio, Kitchen, che pure mi appresterò a leggere dopo questa prima lettura, ma Tsugumi. Si tratta del romanzo pubblicato nel 1989 e quello che, assieme a Kitchen, le garantì una certa notorietà. In Italia tutti i suoi libri sono stati tradotti da Feltrinelli.
Tsugumi, piuttosto che la storia del personaggio femminile di Tsugumi, è la storia di Maria, sua cugina, che ci racconta della sua adolescenza trascorsa in compagnia degli zii e delle cugine Tsugumi e Yoko in riva al mare nella provincia giapponese di Izu. In questo racconto è centrale il ricordo della cugina Tsugumi, del comportamento a tratti incomprensibile a tratti sgarbato, con la quale Maria riesce comunque a diventare amica, accettando il suo comportamento poco compiacente: “Tsugumi era cattiva, maleducata, sboccata, capricciosa, viziata, sleale. Godeva nel dire alle persone, senza mezzi termini, con dovizia di particolari e con un tempismo perfetto, quello che li faceva arrabbiare di più. Era proprio una serpe” (11).
La lettura fluida e il linguaggio semplice e pacato consentono di seguire la storia con tranquillità; non ci sono veri e propri momenti clou o epifanie, tanto che il ritmo è pressocchè sempre lo stesso, senza cadere mai nella noia o nel banale. Il tessuto di questo romanzo è costituito da un miscuglio di sentimenti quali l’amore per la propria terra, l’amicizia, l’amore e il ricordo che spesso viene evocato in maniera nostalgica, altre volte con più leggerezza tanto da fondersi al presente della storia. La stessa autrice in una nota al libro ha confessato: “Se per caso io o qualcuno della mia famiglia dovessimo perdere la memoria, ci basterebbe leggere questo libro per riuscire a ricordare quel luogo. Tsugumi sono io” (p.153). Ecco spiegato il motivo di questa narrativa dettagliata, visuale e al contempo molto olfattiva: stendere sulla carta quella storia –dai motivi chiaramente autobiografici per l’autrice- è sinonimo di un ricordo perenne, che mai verrà perso con il passare del tempo. Banana Yoshimoto cristallizza, così, momenti sulla carta per non dover temere di vederli un giorno sfumare dalla sua mente. E questo è ovviamente un procedimento che presuppone una sensibilità molto profonda, un forte attaccamento alle nostre esperienze –sia positive che negative-, una continua lotta con il tempo che, in ultima battuta, è l’unico sconfitto.
La protagonista, Maria, dopo un periodo trascorso con la madre a casa degli zii e delle cugine nella residenza di Yamamoto, si trasferisce con i suoi genitori a Tokyo dove si iscrive all’università. La capitale nipponica, che può essere visto come motivo di eccitazione e apertura a un nuovo mondo, è vissuto da Maria, almeno inizialmente, in maniera non molto semplice: è troppo forte il carico di emozioni che la lega ancora alla casa di Yamamoto e a quel contesto familiare allargato e il mare (in realtà l’oceano), che sempre ha caratterizzato le sue giornate, non c’è più. La mancanza della visione del mare per una persona che ha sempre vissuto a contatto con quell’ambiente può rivelarsi dura e traumatica, come è per Maria.
Di Tsugumi il lettore fa difficoltà a comprendere l’atteggiamento scostante, cinico e ribelle nei confronti di Maria e di tutta la famiglia. Maria inizialmente non la comprende e ci sta male, mentre gli altri hanno ormai imparato ad accettare Tsugumi per com’è anche se a volte può risultare irritante e fastidiosa. Ma tra le righe fa capolino anche l’ossessivo pensiero della morte che Tsugumi ha, motivato dalla sua malattia che l’ha sempre resa debole e cagionevole, sebbene non venga chiarita quale possa essere. Potrebbe trattarsi di anoressia o di un altro disturbo alimentare o di una qualsiasi altra malattia progressiva: al lettore non è dato sapere, ma potrebbe essere visto nel suo tortuoso pensiero di morire il motivo di tanta gratuita cattiveria: “Tsugumi era cresciuta con dei gravissimi problemi di salute, ma mai, nessuno per scherzo, aveva detto dove o quanto male provasse. Scaricava la propria rabbia chiudendosi in un silenzio assoluto oppure offendendo le persone” (51).
Bananna Yoshimoto ci fa respirare l’odore del mare, insegnandoci che esso è diverso a seconda di quale sia la stagione, ma soprattutto che muta con il mutare della sensibilità dei personaggi: Tsugumi dice che preferirebbe andare a Tokyo, mentre Maria è dubbiosa e dovendo lasciare quel posto dominato dalla presenza del mare, si sente come un’orfana: “E’ inevitabile perdere qualcosa, quando se ne ottiene un’altra. E tu ti lamenti proprio adesso che finalmente potrai vivere con i tuoi sotto lo stesso tetto? […] Cosa vuoi che sia il mare a confronto! Sei proprio una bambina” (27). La scrittrice narra della nostalgia del mare, sentimento che credo potrà essere meglio compreso da ciascun isolano o abitante di un città di una qualche costa. Il paese del Sol Levante, la cui cultura e letteratura conosciamo troppo poco, è vivo nei riferimenti alla cucina nipponica (sushi, tashimi, senbei), all’architettura della casa (fusuma) e ad altre terminologie che non permettono una sintetica traduzione dei lemmi nella nostra lingua se non una definizione descrittiva che nell’edizione in lingua italiana è presente nell’apparato finale a mo’ di glossario.
Miele di Ian McEwanEinaudi, Torino, 2012ISBN: 978806214055Pagine: 351Costo: 20€Recensione di Anna Maria Balzano
“Miele”, l’ultimo romanzo di Ian McEwan, è un’opera complessa che offre molti spunti per una discussione sulla funzione dell’arte in generale e dell’arte in relazione alla politica e alla ragion di stato in particolare.
La protagonista, Serena, figlia di un Vescovo, educata secondo i saldi principi borghesi, costretta a trascurare la sua predilezione per le lettere e a laurearsi in Matematica a Cambridge, ottiene un incarico presso l’MI5 : siamo negli anni settanta, l’Inghilterra è in piena crisi energetica, il movimento indipendentista nord-irlandese è molto attivo, si sviluppa e si estende la guerra fredda culturale.
La missione consiste nel dover reclutare scrittori e intellettuali che possano fare propaganda a favore dell’occidente, contro il blocco sovietico.
McEwan cela, dietro la forma della spy-story, una pesante critica di ciò che può essere l’arte dello scrittore laddove sia strumentalizzata a fini politici.
Già in Espiazione avevamo assistito alla mistificazione artistica creata dalla protagonista Briony, che tradiva un giudizio negativo dell’autore sull’arte come finzione. Qui questo giudizio appare in tutta la sua evidenza, non solo nella trama principale, ma anche in quei racconti, che ci vengono riportati come creazione del personaggio di Tom Haley, che possono essere considerati dei brevi romanzi nel romanzo, secondo la migliore tradizione inglese.
In ognuno di questi racconti, il protagonista, che sia il gemello che si sostituisce al fratello parroco, o l’individuo che viene preso da passione per un manichino, o il marito che ama più appassionatamente la moglie dopo essere venuto a conoscenza della sua disonestà, è la menzogna a trionfare. Ciascuno di questi racconti diventa simbolo e metafora del romanzo in cui è inserito.
La necessità dei Servizi Segreti di finanziare, senza svelare loro il vero fine dell’operazione definita Miele, autori perché scrivano opere che esaltino i valori del mondo occidentale, in contrasto con quelli rappresentati dal comunismo sovietico, ripropone la distinzione tra intellettuale tradizionale e intellettuale organico. È ovvio che l’intellettuale che si mette al servizio del potere, di qualunque segno esso sia, diventa organico a quello stesso potere. In questo romanzo si accenna all’opera di Orwell, sia al suo “La fattoria degli animali”, sia a “1984”. Con lui se ne citano altri. La necessità di tenere nascosta la finalità dell’operazione, riscatta in un certo senso una parte del mondo artistico, che, se consapevole, non avrebbe messo la sua opera al servizio del potere politico.
L’accenno all’inganno è esplicito in alcune frasi pronunciate dai protagonisti del romanzo: la creazione artistica vista come inganno è eredità della cultura puritana britannica, e risale al teatro elisabettiano.
Significativo è anche l’accenno esplicito a Mallarmé e alla sua teoria della “pagina bianca”, nelle parole di Haley. Diceva Mallarmé : “L’opera poetica è miracolosa come la creazione, ma al termine d’una faticosa ascesa non v’è che il nulla, la pagina bianca, il silenzio.” Un sogno di purezza, questo, e di distacco dal mondo, negazione della mistificazione artistica, che McEwan sembra palesemente condividere.
ANNA MARIA BALZANO
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Persecuzione di Alessandro PipernoMilano, Mondadori, 2010Pagine: 417Costo: 17 €Recensione di Anna Maria Balzano
“Persecuzione” di Alessandro Piperno è il primo volume di un’opera complessiva, che con evidente riferimento alla Recherche di Proust l’autore ha intitolato “Il fuoco amico dei ricordi”. D’altra parte ciò non può né deve stupire, dal momento che Piperno è uno straordinario studioso del grande scrittore francese con cui condivide l’origine ebraica. La funzione della memoria è, proprio in tale prospettiva, di grande importanza e offre lo spunto a numerose riflessioni e considerazioni.
La citazione dal De consolatione di Boezio “Sei rimasto in silenzio per la vergogna o per lo stupore?” posta prima dell’inizio del romanzo, pone subito il lettore di fronte a un enigma che lo accompagnerà fino alla fine del racconto.
Il celebre professore primario di oncologia pediatrica, Leo Pontecorvo, amato e stimato nell’ambiente di lavoro come tra le mura domestiche, si trova improvvisamente costretto a difendersi da un’accusa infamante avanzata contro di lui da una tredicenne, fidanzatina del figlio.
La personalità di Leo è delineata, all’inizio, a mio avviso, con intenzionale ambiguità, per lasciare nel lettore un certo dubbio sulla sua effettiva integrità morale.
Certamente Leo è l’opposto di Rachel, sua moglie, che è pura razionalità.
Anche lei di origine ebraica, ma di estrazione sociale assai più modesta, spesso rinfaccia al marito la sua appartenenza a quella ricca borghesia che s’era potuta permettere di risiedere in Svizzera negli agi, durante le persecuzioni naziste e fasciste. Leo e Rachel sembrano rappresentare i due opposti stereotipi dell’ebreo, uno remissivo e rassegnato di fronte ai soprusi, l’altra più aggressiva e determinata nel raggiungere e conservare i privilegi conquistati faticosamente.
Ed è in questa prospettiva che il personaggio di Rachel si delinea in tutta la sua ferocia e la sua negatività: senza esitare e senza neanche chiedersi se le accuse contro il marito abbiano un sia pur minimo fondamento, lo allontana dalla sua vita e dall’affetto dei figli, costringendolo a un isolamento fisico e spirituale, chiuso nel seminterrato della loro villa, da cui lui avrà della vita dei suoi cari solo una visione parziale e dal basso, sbirciando dalle finestre a livello terra.
Certo la descrizione del carattere di Leo suscita più di una volta il dubbio che la sua generosità sia piuttosto dabbenaggine, che la sua superficialità sia solo apparente e nasconda invece una forma di repressa consapevole perversione; tuttavia, l’evoluzione del personaggio che va perdendo ogni connotazione umana, fino a identificarsi con l’orrido scarafaggio di creazione kafkiana, induce ad amare considerazioni su quello che è tutto il mondo che lo circonda, dall’avvocato Herrera, al piccolo paziente salvato, Luchino, che ormai adulto ipocrita si è trasformato in un incubo ricorrente, all’assistente che lo accusa di strozzinaggio, dopo aver ricevuto da lui soldi in prestito senza interesse.
Ciò che sembra essere più devastante nella mente di Leo, però, è lo svanito rapporto con i figli, di cui ripercorre la vita dalla nascita, rivivendo con angoscia i momenti difficili e problematici.
E dunque la fine di Leo è segnata: è una fine squallida, come può esserla quella d’un insetto o d’un topo di fogna, anche se poco prima di morire si rivede sul grande letto matrimoniale dove trovano posto tutte le persone da lui amate, dalla madre, a Rachel, ai figli, in un tentativo immaginario di abbraccio consolatorio.
E dunque l’interrogativo iniziale si ripropone alla fine, rimanendo senza sicura risposta : “Sei rimasto in silenzio per la vergogna o per lo stupore?” .
ANNA MARIA BALZANO
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La sensualità dell’erbadi Iuri LombardiBiondi Editore, 2011ISBN: 978-88-904691-2-1Pagine: 154Costo: 15 €Recensione di Lorenzo Spurio
E’ soltanto un povero cristo, la cui passione è la notte, o meglio i ragazzi che lui incontra dopo il tramonto abbondante e saluta all’alba e in cui tramite loro, tramite quella loro inesorabile vigliaccheria, mediante il lasciarsi andare al sesso sembra narrare qualcosa di sé, mettere in discussione il suo essere, la storia, la vita, la trascendenza dell’universo (p. 9).
Quando si conosce –più o meno bene- un autore, è sempre difficile dare un giudizio critico su un libro che sia il più possibile obiettivo e fedele al reale effetto che questo ha avuto sul lettore. Cercherò di farlo con La sensualità dell’erba (Biondi Editore, 2011) di Iuri Lombardi, poeta e scrittore fiorentino, redattore della rivista di letteratura Segreti di Pulcinella e attivo all’interno del gruppo poetico-musicale denominato Poetikanten. Questo libro, come evidenzia subito la quarta di copertina, “è un libro sul sesso e sul potere”. Per semplificare, o forse per dare un messaggio chiaro ai lettori di questa recensione e ai futuri lettori del libro stesso, mi sento di dire che è un libro principalmente sul sesso. E il potere, che pure viene assunto da Lombardi come una delle tematiche del presente libro, può esso stesso essere considerato come un sotto-tema di quello del sesso.
La storia contenuta in questo libro è a tratti comica a tratti drammatica, specchio di una società a noi contemporanea in fremente cambiamento: il sesso che Lombardi narra, pur conservando una componente erotico-sensuale, non è un sesso “facile”, né “sano”. Al contrario è un sesso “cattivo”, se così può essere definito: si parla di sesso che avviene in relazioni adulterine, di sesso omosessuale, di transessualità e, più in generale, potremmo dire di un sesso vissuto in maniera combattuta dallo stesso protagonista che, come un contemporaneo Giano bifronte, ha una doppia vita: quella dell’uomo sposato e perbene e senza figli (Ernesto Malaspighi) e di notte quella di un insaziabile ricercatore d’amore, dal desiderio morboso di spingersi in nuovi territori (Jack Cane Randagio). La definizione di “sesso cattivo” è di sicuro vaga e imprecisa e adattabile, ma la stessa indefinibilità del termine e la sua mancata meticolosità sottolineano il fatto che si tratta di un qualcosa che tendenzialmente sfugge dalla regola e che si caratterizza principalmente per prendere le distanze del canonico binomio romantico di sesso-amore. Lo scrittore anglosassone Martin Amis in un articolo giornalistico ha osservato: «Non si può scrivere di buon sesso, come non si può scrivere di sogni. È un atto così personale, che narrare le eccentricità di un personaggio può farti perdere lettori». Si tratta di una valida constatazione sulla narrativa a noi contemporanea sulla scia dei grandi padri Updike e Philip Roth che Lombardi, forse inconsciamente, sembra aver fatto sua e concretizzato in questo libro.
La doppia personalità dell’autore Ernesto Malaspighi-Jack Cane Randagio ha comunque elementi in comune: tanto in una vita, come nell’altra il protagonista è un uomo cinico e spregiudicato, narcisista ed egoista, violento, pressappochista e crudele. Il romanzo si tinge di noir quando veniamo a conoscenza della morte per avvelenamento di Paola, il trans, dell’arresto di Delio e della presunta fuga di Ernesto. Non servono alcuni accadimenti come il ricevimento di vari avvisi di garanzia per la sua attività illegale, l’adulterio della moglie sotto gli occhi di tutti e poi il suicidio di questa a riscrivere la storia perché Ernesto è e resterà un uomo spietato che mai rinuncerà alle dure e criminali regole del mondo. Questo è quello che il lettore si e appresta ad interpretare leggendo il romanzo ma poi, nei capitoli finali, l’autore mischia le carte e riscrive la storia. L’egoismo, la cattiveria e la spregiudicatezza che sempre hanno caratterizzato Ernesto vengono messe da parte in nome di una nuova vita; il protagonista, infatti, decide di sposarsi con Fernanda che, pur essendo malata, è convinto di amare. Per sopprimere il vecchio “io” il protagonista riceve un battesimo laico che, come una sorta di atto di redenzione, gli dà nuova vita e lo rende un uomo nuovo: più consapevole di sé e dell’importanza della vita, indifferente ormai al potere e alle bramosie dello sprezzante borghese. Una vita nuova, semplice, sotto il nome di Placido il cui stesso nome sottolinea una nuova e più tranquilla propensione attitudinale a interpretare e vivere la vita.
Il romanzo di Lombardi riecheggia soprattutto nella parte finale il fatalismo della narrativa di Moravia, autore per il quale i poli semantici dell’amore e del potere rappresentano centrali nella narrativa, il tipo di scrittura fa pensare a Brancati e il tema di fondo, chiaramente trasposto e riadattato alla luce della sensibilità a noi contemporanea, rimanda a Pirandello e, più in generale, a tutta quella ampia letteratura che si è formata a partire dalla scissione dell’io.
Lorenzo Spurio
Jesi, 20-01-2013
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Pulp, una storia del XX secolo di Charles BukowskiTraduzione di Luigi SchenoniMilano, Feltrinelli, 2010, pp. 182ISBN: 9788807813641 Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Se qualcuno ci regalasse questo libro privato della copertina e quindi del nome dell’autore, non faremmo nessuna difficoltà, già a partire dalla prime pagine, a capire che lo scrittore è Charles Bukowski. Non tanto perché lo scrittore americano, uno dei più popolari e contestati degli ultimi trenta anni, sia facilmente individuabile per la presenza di una serie di topos che ricorrono nelle sue opere ma è la sua scrittura fredda, diretta, concisa, tagliente, sviluppata soprattutto al livello dell’oralità, del parlato, che ci rendono palese la paternità dell’opera.
Pulp (letteralmente “pasticcio”) è un romanzo pubblicato nel 1994. Si tratta di una narrazione un po’ diversa da quelle di Post Office (1971) o Factotum (1975), che potremmo definire più tipicamente bukowskiane per diversi motivi. Il protagonista non è il beone, burlone e spregiudicato Henry Chinaski, alter ego dell’autore presente nelle sue più grandi narrazioni ma un certo Nick Belane. Belane è un agente delle investigazioni segrete e, benché agli occhi di tutti sia un completo inetto, si definisce «il detective più dritto di Los Angeles e Hollywood» (32-33). Nel romanzo ci vengono descritte le varie peregrinazioni, appostamenti, incontri, che Belane fa su commissione da parte di tre clienti che lo chiamano in aiuto. Alla maldestrità del personaggio, al poco rispetto per le leggi, alle ubriacature e alla sua facilità di venire alle mani si sommano così tre microstorie che riguardano tre diverse investigazioni, tutte al limite del surreale: una donna che viene fatta seguire perché il marito teme che lo tradisca; un uomo disperato che chiede a Belane di dare alla caccia all’alieno donna che lo perseguita e le ricerche per un certo Passero Rosso. Tutte e tre le ricerche sembrano non portare a nessun risultato e Belane si troverà spesso alle prese con minacce, ricatti, tradimenti, estorsioni, imbrogli, vendette e veri e propri scenari violenti: scazzottate e sparatorie (si ricordi che l’edizione originaria del romanzo aveva in copertina raffigurata una pistola fumante). Lo stesso Belane, in quanto agente privato, dispone di una sua arma e sembra essere sempre troppo facile a sfoderarla per finir poi per subire i soprusi o gli inganni degli altri.
Belane è un inetto in tutto: ha alle spalle tre matrimoni che, a detta sua, sono finiti per semplici incomprensioni, ma nemmeno il ritorno sulla scena di una sua ex moglie sembra tirarlo fuori da quel clima di depressione e vittimismo che si è creato addosso, arrivando persino a considerare il suicidio. Non mancano le amate scommesse ai cavalli, marchio di fabbrica di Bukowski e i riferimenti al bere, all’ubriacarsi, all’alcolismo mentre il sesso, tema da sempre caro a Bukowski è sì presente, ma in forma diversa. Belane, infatti, non è un donnaiolo, non è uno ossessionato dal sesso, pronto a corteggiare una donna oppure a prendersela per sé con la forza. Riferimenti al sesso sono sparsi qua e là nel romanzo, ma Belane non è mai coinvolto in un amplesso amoroso. Neppure quando l’ex moglie gli propone, in cambio di 20 dollari, una prestazione orale lui accetta. Sotto questo punto di vista Belane è un Chinaski molto più cauto e meno ossessionato dal tema. Non mancano però riferimenti ad un sesso perverso quando l’autore, ricordando un episodio del passato con alcune prostitute, osserva: «Le avevo portate tutte a casa mia e una di loro aveva masturbato il mio cane» (16). Il sesso in questo romanzo, sembra suggerire Bukowski, riguarda gli altri, quelli che circondano il personaggio, ma non lui come quando osserva due mosche che stanno copulando.
Con molta difficoltà e con una serie di episodi altamente pericolosi, carichi di violenza, Belane riuscirà nelle sue tre investigazioni ma l’ultima, la più difficile, quella del Passero Rosso, gli costerà la vita. Ecco perché si diceva all’inizio della recensione che questo romanzo si distanzia da quelli tipicamente bukowskiani: abbiamo un personaggio poco legato al mondo del sesso, è un incapace, non riesce a far valere le sue ragioni, non predomina sugli altri e, al contrario, è un debole e finisce lui per esser sopraffatto. E’ Belane stesso a riconoscersi come «un investigatore privato che era dritto ma non risolveva niente» (52). Alla fine, come si è detto, riesce nei suoi scopi, ma al prezzo della sua propria vita. Non è un eroe né un martire, rimane un poveraccio qualsiasi, senza un soldo né un affetto. La sua morte, più che esser un fatto tragico, viene così ad essere una sorta di salvataggio di Belane da quel mondo degradato, triste, desolato e crudele del quale ha fatto parte.
E così Bukowski ci consegna, forse, uno dei romanzi più interessanti ed intrecciati, stanco forse dell’invincibile e sfrontato Chinaski per presentarci, invece, un uomo che, pur incapace, si dà da fare per riuscire in qualcosa e fronteggiare quel mondo dove domina violenza e logica del denaro. Non è forse un caso che Pulp sia l’ultimo romanzo dell’autore, pubblicato appena pochi mesi prima del sua decesso, quasi che l’autore abbia voluto scherzare con la propria morte. Lo scrittore ci consegna questo “pasticcio” curioso in cui, a certi livelli ha condensato tutti i temi a lui carichi costruendo una storia che è semplice ma, paradossalmente, allo stesso tempo complessa.