20 Sigarette, il film sull’attentato di Nassiriya

Il film 20 Sigarette (regia di Aureliano Amadei, 2010) è tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Aureliano Amadei, scritto a quattro mani assieme a Francesco Trento, e concerne l’attacco terroristico contro il quartier generale italiano a Nassiriya avvenuto il 12 novembre 2003 e costato la vita a diciannove connazionali. Pur trattandosi di un fatto accaduto non molto tempo lontano da noi si tratta di un film storico perché dipinge un determinato avvenimento storico-politico di particolare importanza.

Prima di analizzare e di dare un’interpretazione del film sarà necessario ricordare i nomi dei vari militari e civili che in quel tremendo attacco persero la vita. Nell’attentato morirono dodici carabinieri: il maresciallo Massimiliano Bruno, il sottotenente Giovanni Cavallaro, il brigadiere Giuseppe Coletta, l’appuntato Andrea Filippa, il maresciallo luogotenente Enzo Fregosi, il maresciallo capo Daniele Ghione, l’appuntato Horacio Majorana, il brigadiere Ivan Ghitti, il vice brigadiere Domenico Intravaia, il sottotenente Filippo Merlino, il maresciallo Alfio Ragazzi, il maresciallo Alfonso Trincone;  cinque militari dell’esercito: il capitano Massimo Ficuciello, il maresciallo capo Silvio Olla, il caporale Alessandro Carrisi, il caporal maggior Emanuele Ferraro e il caporal maggiore Pietro Petrucci, due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista. Nell’attacco morirono anche nove iracheni e rimasero feriti altri venti carabinieri.

Aureliano Amadei, civile italiano e aiutante del regista Stefano Rolla, fu l’unico a salvarsi delle persone presenti sullo spiazzo del quartier generale. La storia contenuta nel libro e trasposta nel film narra dunque l’attentato a Nassiriya dal suo punto di vista.

Il film si apre nel 2010. Aureliano Amadei si trova in Italia, sta passeggiando da solo per una strada aiutandosi con un bastone perché è claudicante. Si appoggia ad un muretto e si fuma una sigaretta. Le sigarette sono un leitmotiv importante all’interno di tutto il film, come richiama il titolo stesso.

Si lascia quella scena e si passa a raccontare cosa accadde sette anni prima, nel 2003 quando Aureliano aveva ventotto anni. Aureliano è un ragazzo d’ideologia comunista, simpatizzante per gli anarchici che ha come obiettivo principale quello di poter diventare un regista. È fidanzato con una ragazza brasiliana sebbene abbia una relazione sentimentale e sessuale con una sua amica di nome Claudia.

Un giorno si presenta l’occasione che Aureliano aspettava da tempo, quella di poter far l’aiuto regista in un film-documentario che verrà girato in Iraq. Aureliano è molto contento di poter far parte di questo progetto e di affiancare il regista Stefano Rolla anche se ha un po’ paura di recarsi in quel paese dilaniato da attacchi ribelli, kamikaze e conflitti armati.

La madre non vuole che il figlio vada in Iraq ed è molto preoccupata mentre il padre, in queste prime scene è completamente assente. La famiglia nella quale Aureliano vive è una famiglia dalla mentalità aperta. Quando la mamma si preoccupa per la sua partenza Aureliano le fa notare che quando era molto piccolo, quando aveva appena nove mesi, lei e suo padre l’avevano lasciato sotto il sole cocente dell’estate e aveva avuto un insolazione. Le fa capire che sarebbe stato più utile che lei e suo marito si fossero interessati e presi cura di lui da bambino piuttosto che ora che è saggio e maturo e se ne va di casa.

Nel suo viaggio è accompagnato da Stefano Rolla, il regista del film che gireranno lì. Per la sua sbadatezza dimentica addirittura di portare con se la macchina da presa. Quello che non dimentica di portare è il pacchetto di sigarette. Ogni volta che ne fuma una il protagonista ci dice che numero di sigaretta è e dunque ogni sigaretta fumata o offerta a qualcun altro viene a contrassegnare un momento della sua permanenza in Iraq. Il racconto della sua storia si snoda infatti lungo le venti sigarette fumate in Iraq. Una permanenza in Iraq durata quanto può durare un pacchetto di sigarette da venti.

Un giorno il convoglio in cui viaggia assieme a Stefano Rolla e alla scorta perde la strada e cosi decide di recarsi al quartier generale italiano a Nassiriya dove ci sono i carabinieri. L’immagine che viene data di Nassiriya è quella di una città fantasma, una terra desolata e dove si respira aria di morte: case rotte, macchine bruciate, bambini che giocano eludendo la povertà di quei luoghi e delle loro anime, calcinacci e polvere.

È il 12 novembre 2003. Il convoglio giunge al quartier generale italiano a Nassiriya dove Aureliano conosce alcuni carabinieri, tra cui Massimiliano Bruno, soprannominato da tutti Max. Improvvisamente un camion rosso si avventa a tutta velocità contro l’ingresso al quartier generale ed esplode. L’esplosione provoca l’incendio dello stesso e lo scoppio delle munizioni delle armi poste nel loro deposito. Lo scoppio è particolarmente forte e provoca un gran numero di vittime sul colpo. Aureliano rimane gravemente ferito. Ci sono in questa parte del film scene forti, piene di sangue e cariche di dolore che evidenziano bene quanto l’attacco fu dilaniante e tragico.

Alcuni abitanti locali aiutano i carabinieri feriti e Aureliano viene caricato su di una vettura e, completamente ricoperto di sangue, viene condotto all’ospedale americano. Quando si risveglia gli hanno piantato un tutore esterno alla gamba e gli comunicano che tutti i carabinieri con i quali stava parlando al momento dell’attacco sono morti. All’ospedale, assieme a una crocerossina, si concede l’ultima sigaretta. La fine del pacchetto significa la fine del suo viaggio in Iraq cosi come la prima aveva rappresentato l’esordio dello stesso.

Il 25 novembre 2003 con un volo militare viene riportato a Roma e spostato all’ospedale militare del Celio dove viene visitato dai familiari (stavolta vediamo anche il padre), l’amica Claudia, una folta schiera di militari, giornalisti, fotografi, religiosi e addirittura il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tra le varie visite c’è anche quella dei genitori di Massimiliano Bruno, morto nell’attacco kamikaze. Aureliano piange a dirotto e, paradossalmente, viene conformato dalla madre del militare scomparso.

Aureliano dice a Claudia che durante la sua permanenza in Iraq ha pensato molto a lei e che ha deciso di lasciare la sua ragazza brasiliana per dedicarsi direttamente a lei.

Nelle ultime scene siamo nuovamente al 2010: Aureliano parla del suo libro autobiografico che ha scritto ad alcuni compagni sinistroidi. Le sue idee politiche un tempo estremiste e anarchiche sono mutate chiaramente in seguito alla tragica esperienza vissuta.

L’ultima immagine che viene fornita nel film è quella di Aureliano che riprende Claudia, ora mamma, mentre sta dormendo e il loro figlio che piange. Aureliano lo prende in braccio e lo culla e il bambino richiama alla sua mente il bambino iracheno morto che durante il suo tragitto di spostamento verso l’ospedale aveva abbracciato invocando l’aiuto della gente e forse di Dio.

L’immagine ultima del film è dunque positiva: Aureliano è felice, si è sposato e ha costruito una famiglia, ma il suo corpo visibilmente menomato (il piede claudicante, la perdita di udito e le crisi di panico) e l’animo provato da un esperienza traumatizzante e incancellabile, quella della strage di Nassiriya, rimarranno sempre con lui.

Memoria ai caduti di Nassiriya e a tutti i caduti.

LORENZO SPURIO

15-05-2011

L’unità d’Italia. Ma esiste?

E’ bello vedere camminando in giro per le diverse città italiane i tricolori sventolare per celebrare il centocinquantesimo dell’unità d’Italia. Peccato che la festa non sia stata riconosciuta dal governo come festività annuale e che l’Italia possa festeggiare i suoi compleanni solo di cinquanta in cinquanta. Festeggiare cioè una volta a generazione. Più o meno. Bella la festa, le celebrazioni, le frecce tricolori e gli alzabandiera ma può uno stato festeggiare la sua unità e indipendenza dai popoli oppressori una volta ogni cinquanta anni? Che senso ha? Forse è proprio per questo motivo che sono nate le polemiche leghiste che, oltre a riconoscere uno sperpero monetario per le celebrazioni dell’evento, non vedono il motivo della festa. Suonare l’inno nazionale all’apertura delle sedute comunali e provinciali in questa circostanza finisce per risultare senza senso, quando non si è mai fatto per molti decenni.

Come ogni caso italiano anche le celebrazioni dell’unità d’Italia, che avrebbero dovuto vedere tutti gli italiani uniti, da Aosta fino a Caltanissetta, in realtà sono stati il luogo delle polemiche e delle critiche che hanno sottolineato, mai come in questo momento, problemi gravi. Il problema più grave è che, anche se l’Italia festeggia i suoi centocinquanta anni della sua unità in realtà non è unita per niente. Il divario tra Nord e Sud Italia, presente al momento dell’unificazione è ancora presente; la questione meridionale non è stata mai risolta e mai come oggi è cosi evidente e stridente nei confronti del Nord sovrasviluppato. Massimo D’Azeglio l’aveva detto al momento dell’unificazione “Fatta l’Italia, facciamo gli Italiani”. Toccherà ricordare che il re che aveva fatto l’Italia, utilizzava il francese per parlare in famiglia. Gli italiani non si sono ancora fatti, sebbene l’Italia esista. O, meglio, si sono fatti in più modi diversi. Veneti e campani sono entrambi italiani ma sono cosi culturalmente diversi che di fatto potrebbero dar vita a due stati separati (proprio come vorrebbero i fedeli di Bossi). L’unità d’Italia le tiene unite sotto un unico governo, sotto un’unica lingua e moneta, ma la cultura e i problemi sociali sono profondamente diversi. Si è lavorato poco allora in questi centocinquanta anni per formare gli italiani, per renderli coesi. O forse si è lavorato male.

I leghisti hanno fatto le loro decisioni in merito alla non partecipazione alle celebrazioni dimostrando, in un certo senso, di non mostrarsi cosi italiani come i romani o i torinesi dove nella loro città venne fondata la prima capitale dello stato italiano. Polemiche anche nella provincia autonoma di Bolzano dove il presidente, di origine sudtirolese, ha annunciato alcune settimane prima dell’evento che la provincia non avrebbe preso parte ai festeggiamenti in quando pur appartenendo allo stato italiano ha un’ampia popolazione di origine tedesca che non si riconosce nel popolo italiano e nella sua cultura. Oltretutto la minoranza tedesca ha sottolineato il fatto che Bolzano e il Trentino vennero annessi all’Italia solo a conclusione della prima guerra mondiale e che quindi nemmeno si poteva festeggiare i cento cinquanta anni d’unità. Bell’affronto per il presidente Napolitano e per l’Italia unita. In molti si sono vergognati del presidente della provincia di Bolzano, della sua arroganza e del fatto che, pur non festeggiando l’Italia riceva abbondanti fondi e soldi dal governo italiano.

Non da ultimo i monarchici hanno sottolineato che l’unità d’Italia si raggiunse sotto la monarchia sabauda, grazie anche alla figura di Re Vittorio Emanuele II. Nel 1861 non c’era la repubblica italiana ma la monarchia e dunque i Savoia hanno preso parte alla celebrazione al Pantheon dove il presidente Napolitano si è presentato per una visita la tomba di Re Vittorio Emanuele II. Alcune bandiere con lo scudo sabaudo sono riapparse sventolanti a qualche balcone o tenute a spalla da qualche nostalgico. L’Italia si fece con i Savoia ed è merito loro. Qualcuno smorza subito questo entusiasmo ricordando che i Savoia non hanno fatto altro che rovinare l’Italia con i loro comportamenti spregiudicati dando credito a Mussolini e firmando le leggi razziali e fuggendo dall’Italia nel momento in cui il popolo aveva più bisogno del proprio governante.  Se i Savoia hanno fatto l’Italia unita, si sono anche macchiati di gravi crimini proprio contro gli italiani. Ma questa è un’altra storia. Oppure no?

Difficile coniugare idee diverse e contrastanti, i leghisti che chiedono incessantemente il federalismo che pure era stato proposto a suo tempo da Carlo Cattaneo, i monarchici nostalgici e coloro che non si sentono italiani perché appartengono a una minoranza di lingua diversa. C’è da chiedersi se l’Italia sia veramente unita. Se ci rispondiamo che non lo è, allora che cosa stiamo festeggiando?

LORENZO SPURIO

18-03-2011

150 anni dell’unità d’Italia

Si potrebbe scrivere molto e ricordare varie eventi storici che hanno permesso la costituzione dello stato unitario italiano nel 1860. Si potrebbe parlare dei moti rivoluzionari che coinvolsero le città settentrionali, o dei vari tentativi di presa della città eterna, della spedizione dei Mille, dell’abbattimento del regno delle Due Sicilie o addirittura dei vari plebisciti a cui la gente venne chiamata ad esporsi circa l’annessione allo stato unito. Il blog festeggia i 150 anni dell’unità d’Italia attraverso una serie di foto di patrioti, politici e pensatori italiani che resero grande il nostro paese e permisero con i loro sforzi e le loro imprese di giungere all’unità d’Italia. Per ovvie ragioni vengono ricordati quelli più significativi ma è ovvio che ve ne sono numerosi altri che permisero questa grande impresa. Viva l’Italia! Buona festa dell’unità d’Italia!

GIUSEPPE GARIBALDI (1807-1882)

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GIUSEPPE MAZZINI (1805-1872)

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CAMILLO BENSO, Conte di Cavour (1810-1861)

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VITTORIO EMANUELE II, Re d’Italia (1820-1878)

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CARLO PISACANE (1818-1857)

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SILVIO PELLICO (1789-1854)

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AURELIO SAFFI (1819-1890)

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EMILIO BANDIERA (1818-1844) E ATTILIO BANDIERA (1810-1844)

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BENEDETTO CAIROLI (1825-1889)

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NINO BIXIO (1821-1873)

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LORENZO SPURIO

16-03-2011

Mafalda di Savoia. Il coraggio di una principessa (2006)

Il film Mafalda di Savoia. Il coraggio di una principessa (regia di Maurizio Zaccaro, paese: Italia, anno: 2006) narra la storia della principessa di casa Savoia, figlia di re Vittorio Emanuele III e della regina Elena che, considerata nemica del regime nazista, venne internata in un campo di concentramento dove trovò la morte. Il film non trasmette scene che riguardano la nascita della principessa, la sua infanzia e la sua adolescenza. Al contrario, si apre con il suo matrimonio assieme al Principe Filippo d’Assia che avvenne al castello di Racconigi il 23 Settembre 1925.

Velocemente scorrono le immagini della vacanza di nozze della coppia principesca e la nascita dei prime due bambini dopo di che l’azione si sposta dieci anni più tardi nel 1935.

Questa volta ci troviamo a Berlino dove il partito nazionalsocialista di Hitler si è giù costituito cosi come un’imponente milizia nazista. Il marito della principessa, il principe Filippo d’Assia è un membro dell’esercito tedesco, nazista convinto. Intanto in Germania e nelle varie città europee inizia la lotta contro gli ebrei: vengono distrutti i negozi ebraici e i tedeschi si accaniscono contro di loro. La principessa Mafalda si schiererà apertamente a favore degli ebrei che vengono vessati in una circostanza in cui i nazisti irrompono nei negozi degli ebrei. Questo episodio costituirà la sua condanna a morte dato che a partire da quel momento la principessa viene considerata cospirazionista contro il regime nazista.

Tra lei e il marito iniziano gli screzi: secondo il marito, in qualità di moglie di un ufficiale tedesco, deve condividere le sue idee e non mostrarsi in pubblico a favore dei nemici.

Il film fa un ulteriore balzo temporale e si sposta al 1942. Mafalda sta parlando con suo cugino, l’erede de re del Montenegro[1] che è stato deposto dai nazisti. Il regno del Montenegro non potrà essere restaurato perché i nazisti sono alle calcagna.

Allo stesso tempo la principessa viene continuamente tenuta sott’occhio dai nazisti che la considerano una traditrice nei confronti del regime. Per lo stesso motivo al principe Filippo viene revocato il suo incarico di governatore dell’Assia-Nassau e viene mandato a Francoforte sull’Oder dove sostanzialmente viene destituito dei vari incarichi militari.

Il 26 Agosto 1943 la principessa Mafalda torna in Italia dove il re suo padre gli comunica che teme per la sorte di un’altra sua figlia, Giovanna[2] perché suo marito, Re Boris III di Bulgaria (1894-1943) è stato avvelenato probabilmente dai nazisti. Mafalda non ci pensa due volte e decide di andare in Bulgaria a sostenere la sorella per la perdita del marito, sebbene la madre, la regina Elena glie lo scongiuri. La situazione in Europa è molto pericolosa.

La principessa Mafalda arriva a Sofia dove conforta la sorella Giovanna e partecipa assieme a lei al funerale di Re Boris III di Bulgaria. Terminata la sua visita alla sorella riparte in treno alla volta di Roma. Intanto l’8 Settembre 1943 re Vittorio Emanuele III firma l’armistizio con gli angloamericani, destituendo Mussolini; l’Italia passa a combattere a fianco di inglesi ed americani contro la Germania. Questo evento segnerà a morte il destino di Mafalda che, inconsapevole del cambio di strategie del re suo padre cadrà in mani nemiche. La regina Elena nel film è particolarmente critica nei confronti del marito al quale fa capire che con la firma dell’armistizio senza avvertire Mafalda l’ha praticamente esposta ad un grave pericolo. Il re e la regina abbandonano la capitale e si rifugiano a Brindisi.

Durante il viaggio in treno il convoglio viene fermato alla stazione di Sinaia per volere della regina Elena di Romania (1896-1982) la quale le scongiura di non andare in Italia perché la situazione è molto pericolosa. Mafalda continuerà il suo viaggio e riesce a giungere a Roma e a incontrare i quattro figli che stanno sotto la protezione del Vaticano.

Intanto i nazisti hanno interrotto i contatti tra la principessa Mafalda e suo marito che si trova in Germania e le dicono che se vuole comunicare con suo marito deve recarsi all’ambasciata. Con questo stratagemma i nazisti immobilizzano la principessa che viene condotta nel campo di concentramento di Bunchenwald. La principale accusa che le viene mossa è quella di essere una traditrice nei confronti del regime nazista e di essere stata a conoscenza dell’armistizio firmato da suo padre.

Al campo di concentramento fa conoscenza con alcune persone ma è estremamente afflitta e trascorre i primi giorni rifiutandosi di mangiare. Anche molti degli internati manifestano un atteggiamento astioso nei suoi confronti riconoscendo in lei la figlia dell’uomo che ha condotto gli italiani in guerra. Mafalda si scusa con loro per cose che lei non ha fatto facendo comprendere alla gente che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli.

All’interno del lager si mostra particolarmente coraggiosa come quando riesce a salvare una bambina strappata da una madre che i nazisti avevano appena assassinato. I deportati cominciano ad apprezzare la sua umanità, come il dottor Maggi il quale assieme ad altri uomini si sta occupando di scavare un tunnel per provare a fuggire dal campo.

Il principe Filippo d’Assia, destituito dei suoi incarichi e ormai considerato un traditore dai nazisti non può operarsi direttamente per mettere in salvo sua moglie. Nel film non viene mostrata la preoccupazione del re, della regina e dei membri della famiglia Savoia all’annuncio dell’internamento della figlia nel lager tedesco. I Savoia vengono mostrati come cinici, traditori nei confronti dell’ex alleato tedesco, pavidi e fuggitivi dal loro popolo. Nel film non fanno niente per cercare di salvare la principessa Mafalda.

Intanto iniziano i bombardamenti aerei e le esplosioni nel lager e un gran numero di deportati muoiono. I colori che più abbondano a partire da questo momento sono il rosso del sangue, il giallo degli scoppi e delle fiamme e il grigio del fango che ricopre tutta la superficie di terreno del campo.  Durante uno di questi scoppi la principessa viene colpita da uno scoppio di una granata ed è profondamente ferita. Il dottor Maggi cerca di salvarla operandole l’amputazione del braccio ma dopo poche ore la principessa muore.

Una lettera struggente e drammatica che ripercuote la permanenza di Mafalda al lager viene scritta da una donna rinchiusa nel lager e inviata ai figli di Mafalda. Nella missiva si sottolinea la bontà, la generosità della principessa e il suo pensiero fisso e costante verso la sua famiglia.

Il film si chiude con una scena che trasmette un senso di incompletezza e di dolore, l’immagine del marito il principe Filippo d’Assia assieme ai quattro figli seduti a tavola durante il pranzo e una sedia vuota che sottolinea la pesante assenza di Mafalda.

Prima dei titoli di coda, una frase riassume l’intera esistenza della principessa Mafalda:

Ricordatemi non come una principessa, ma come una vostra sorella italiana.

(Mafalda di Savoia 19/11/1902 – 28/08/1944).

Il film evidenzia come l’origine regale di Mafalda non serva a evitarle la stessa fine che fecero milioni di ebrei, omosessuali ed oppositori al regime nazista. Come la morte di molti italiani anche la sua fu dovuta alle tremende decisioni politiche prese dal re suo padre (l’affido del governo a Mussolini, la firma delle leggi razziali, l’alleanza con Hitler).

Tutta l’azione verte sul personaggio della principessa Mafalda e, a mio avviso, il contesto familiare attorno viene un po’ tralasciato. Non vengono mostrati i Savoia che fuggono da Roma, ne il malcontento che si crea in Italia a seguito della firma dell’Armistizio. Il re e la regina nel film non fanno niente per salvare la loro figlia e anzi, il re con le sue decisioni la pone continuamente in pericolo e in mano dei nazisti. L’immagine dei Savoia che ne esce da questo film non è per nulla positiva, come pure non lo è in quello che la storia ci racconta. C’è dalla loro parte un senso di cinismo e menefreghismo che non si esplica solo nei confronti del loro popolo (fuga da Roma) ma anche nei confronti di una loro familiare.

Per completare l’idea che con questo film ci facciamo di re Vittorio Emanuele III e della sua famiglia nei confronti della guerra, dell’armistizio, della fuga da Roma e della perdita di consenso della monarchia può essere utile vedere un altro film: Maria Josè, l’ultima regina (regia di: Carlo Lizzani, paese: Italia anno: 2001), dove viene narrata la storia della regina Maria Josè d’Italia che fu moglie di Re Umberto II di Savoia, fratello della principessa Mafalda.

LORENZO SPURIO

14-03-2011


[1] Va ricordato che la madre della principessa Mafalda, la regina Elena era una principessa appartenente alla famiglia Njegosh-Petrovic, alla famiglia reale del Montenegro. Il cugino erede del trono di Montenegro di cui si parla nel film è dunque un cugini per via materna.

[2] La principessa Giovanna nel film è interpretata dall’attrice francese Clotilde Coreau, moglie del principe Emanuele Filiberto di Savoia, nipote di Re Umberto II di Savoia che fu fratello delle principesse Giovanna, Mafalda, Jolanda e Maria.

Ricordando gli attentati dell’11-M

Oggi la Spagna celebra il ricordo per i sette anni trascorsi dai tragici attentati di Madrid dell’11 Marzo 2004. Ripercorriamo i tristi momenti di quella triste giornata che segnò irreversibilmente la vita di numerosi spagnoli.

Alla mattina di giovedì 11 Marzo 2004, tre giorni prima delle elezioni politiche nazionali, dieci zaini carichi di tritolo vennero fatti saltare in aria su quattro treni cercanías (breve distanza, una sorta di regionale italiano) di Madrid, in tre diverse stazioni ferroviarie. L’esplosioni avvennero nell’ora di punta, alle 7.40, nella stazione ferroviaria madrilena di Atocha dove esplosero tre bombe, alla stazione di El Pozo de Tío Raimundo dove esplosero due bombe e alla stazione di Santa Eugenia dove esplose un’altra bomba.

Negli attentati trovarono la morte 192 persone: 177 morirono sul colpo, le altre dopo i successivi ricoveri d’urgenza; i feriti furono 1800 e vennero trasportati nei vari ospedali di Madrid. Si trattò dell’attentato terroristico più grande che la Spagna democratica avesse mai conosciuto. L’Europa si strinse al cordoglio dei cugini spagnoli e subito incrementò le misure di sicurezza nei diversi paesi e nelle capitali. Dopo New York e Madrid, le capitali francese, inglese e italiana si aspettavano un imminente attacco.

Nei giorni che seguirono si diffusero varie idee circa la paternità degli attentati: secondo alcuni i mandanti delle stragi erano i capi dell’Eta mentre secondo altri gli attentati erano di origine fondamentalista islamica.

In primo luogo venne accreditata la tesi dell’Eta; il governo stesso puntò il dito contro l’organizzazione separatista basca, per varie ragioni: l’Eta aveva sempre minacciato il governo spagnolo di voler portare avanti un attentato a Madrid e il tipo degli esplosivi impiegati erano analoghi a quelli che solitamente utilizzava l’Eta. Dopo alcuni giorni la tesi dell’Eta si affievolì lentamente e venne scartata.

La seconda idea circa la paternità dell’attentato era quella del fondamentalismo islamico. Secondo la gente e l’informazione gli attentati erano il prezzo che gli spagnoli dovevano pagare per aver partecipato all’occupazione militare dell’Iraq assieme agli Usa.

Diversamente dall’Eta che è solita avvisare prima degli attentati, in questo caso non ci fu nessun messaggio d’anticipazione ne di avviso. Subito si capì che l’attentato rispondeva in maniera appropriata alle strategie terroristiche islamiche basate sullo scopo di produrre il maggior numero di vittime ponendo esplosivi in spazi aperti e particolarmente affollati. Brevemente la tesi di origine islamica degli attentati venne accreditata e si osservò che gli attentati, accaduti il 11 Marzo, cadevano perfettamente due anni e mezzo dopo degli attentati terroristici di New York. Il giorno 11 richiamava dunque un altro attentato di loro matrice.

Ben presto arrivò la rivendicazione dell’attentato per mezzo di un video in cui un uomo dall’accento marocchino proclamava la lotta di religione in Europa, riconosceva l’attentato e si proclamava portavoce di Al-Qaida in Europa.

La mobilitazione internazionale fu grande: gli Stati Uniti offrirono appoggio diretto alla lotta contro il terrorismo; Italia, Francia, Germania e Olanda issarono le bandiere nazionale a mezz’asta e l’economia soffrì un calo significativo delle borse.

In tutte le città spagnole la gente scese a manifestare, a Madrid manifestarono 2.300.000 persone stringendo tra le mani bandiere spagnole a lutto e cartelli con su scritto  “Todos íbamos en ese trén”,  “Nos estamos todos : faltan 200”, “España unida jamás será vencida”. Anche a Barcellona, Siviglia, Valencia, Valladolid e Oviedo la gente manifestò addolorata ed indignata.

Oggi Madrid ha ricordato le vittime di quegli atroci attentati.

 

11-03-2011 MADRID – Esperanza Aguirre (Presidenta de la Comunidad de Madrid), Alberto Ruiz-Gallardón  (Alcade de Madrid) e Mariano Rajoy (Presidente del PP) all’omaggio per gli attentati dell’11-M alla Puerta del Sol.

 

11-03-2011 MADRID – La celebrazione alla Puerta del Sol.

 

11-03-2011 MADRID – Manuel Cobo (vicealcade de Madrid), Mariano Rajoy (Presidente del PP), Alberto Ruiz-Gallardón (Alcade de Madrid) e Amparo Valcarce (Delegata del governo) durante la inaugurazione al monumento alla stazione di El Pozo.

 

11-03-2011 MADRID – Familiari delle vittime durante l’inaugurazione del monumento in memoria alle vittime alla stazione di El Pozo.

 

 

LORENZO SPURIO

11-03-2011

Todo el mundo al suelo, al grito del coronel Tejero

Sul quotidiano La Repubblica di oggi 21 febbraio 2011 è presente un breve articolo titolato “Un pensionato stanco in metrò. Il golpista Tejero, 30 anni dopo” e mostra due foto del colonnello spagnolo Antonio Tejero Molina (n. 1932). La prima lo ritrae nel 1981 quando, alla guida di una schiera di militari della Guardia Civil, tentò il golpe al Congreso, la camera alta del parlamento spagnolo mentre la seconda lo ritrae, ormai anziano e stanco (come ricorda il titolo dell’articolo) seduto su un sedile della metropolitana madrilena.

Chi è il colonnello Tejero?  Per prima cosa va ricordato che nel 1975, con la morte del dittatore Francisco Franco, il governo dittatoriale fino a quel momento in carica non decadde completamente e la transizione democratica, che traghettò la Spagna alla democrazia, si mise in atto solo nel 1976 e fu considerata ultimata nel 1978 con la nuova costituzione.

Il tentativo di colpo di stato del colonnello Tejero, nel 1981, a soli tre anni dall’instaurazione della democrazia gelò il sangue agli spagnoli che non poterono far altro di pensare alla dittatura appena lasciatesi alle spalle. Il colpo di stato guidato dal colonnello Tejero avvenne il 23 febbraio 1981 e la storiografia è solito ricordarlo come 23-F. Alla guida di duecento esponenti della Guardia Civil assaltò il Parlamento nel momento del giuramento del presidente del governo Leopoldo Calvo Sotelo (1926-2008), minacciò la sala parlamentare con una pistola, sequestrò i deputati presenti in quel momento urlando «Todo el mundo al suelo!».

Il giovane sovrano Juan Carlos I (n. 1938) apparve in un video alla nazione mostrando fermezza e risolutezza; il giorno successivo il colonnello Tejero si arrese e il golpe fu dichiarato fallito. Tejero venne arrestato e processato. Ha scontato la sua pena carceraria rimanendo detenuto sino al 1996.

Sulla vicenda del colpo di stato è stato girato un film 23-F, la película (regia di Chema de la Peña, paese: Spagna, 2011)  nella forma del thriller politico.  Il regista in un’intervista ha detto «Esiste un pubblico che visse direttamente quell’evento e lo ricorda e un pubblico ‘vergine’ e per esso sarà un film informativo di carattere documentario. […] Ci siamo attenuti alla storia reale ma allo stesso tempo abbiamo fato una forma alla storia affinché risultasse interessante per lo spettatore, la forma del thriller politico che faccia sì che il pubblico rimanga incollato alla poltrona.»[1]

Il film uscirà nelle sale spagnole il 23 febbraio 2011 in occasione del 30esimo anniversario del golpe del colonnello Tejero avvenuto il 23 febbraio 1981. Il film ritrae l’assalto al parlamento da parte dei militari, l’assedio del Congreso, la minaccia di Tejero e, congiuntamente, l’impegno del giovane re Juan Carlos I, fino alla rinuncia di Tejero e al fallimento del golpe. Tutto questo mentre l’intera nazione era collegata alla radio e alla tv per seguire gli sviluppi della vicenda, paventando il pericolo di una nuova dittatura.

Trail del film: 

La prima delle due foto che l’articolo di Elisabetta Rosaspina apparso oggi su La Repubblica propone è la foto storica del 1981, del momento del golpe. La foto che compare nei libri di storia e quella con la quale viene subito associato il colonnello Tejero. Nella seconda vediamo un uomo stanco e anziano, forse malato. Resta difficile pensare come un uomo che avrebbe potuto rovinare una nazione da poco ottenuta la democrazia, fomentare una guerra civile e instaurare una dittatura militare, oggi se ne vada tranquillo per la capitale, usufruendo della metropolitana, elemento di modernità e progresso possibile grazie al benessere spagnolo riacquisito dopo una lunga e sanguinaria dittatura. W la democrazia. W la Spagna.

 

LORENZO SPURIO

21-02-2011


[1] «Hay un público que vivió todo aquello y lo tiene en el recuerdo y otro público más ‘virgen’ que para ellos será una película informativo. […]  Nos atenemos a los acontecimientos pero también está el reto de darle una forma a la historia para que sea atractiva para el espectador, una estructura de thriller político que mantenga al público pegado a la butaca.», in Cristina San José, “El 23-F reúne todos los ingredientes para crear un buen thriller político”, El Mundo, 21 de Febrero de 2011.

Il genocidio rwandese (1994)

L’eccidio del Rwanda, avvenuto durante il 1994 nell’omonimo paese africano è una pagina nera della storia mondiale che è stata scarsamente oggetto d’interesse dell’opinione pubblica e che recentemente ha inspirato vari film a carattere documentario e cronachistico. Il Rwanda è un paese africano minuscolo che confina a ovest con la Repubblica Democratica del Congo, a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania e a sud con il Burundi. Nel paese si parla il francese, il kinyarwanda, l’inglese e lo swahili. La capitale è Kigali. Il paese è retto da una repubblica. Colonia del regno del Belgio, ottenne l’indipendenza nel 1962. La popolazione del Rwanda è costituita da due gruppi etnici distinti, i Tutsi (19 %) e gli Hutu (80 %).  I Tutsi sono i ricchi e rappresentano quindi una sorta di classe aristocratica mentre gli Hutu sono dediti al lavoro nei campi.

Per secoli le due tribù condivisero la stessa cultura, lingua e religione ma a seguito della dominazione del Belgio si creò un forte divario tra i due gruppi etnici. Il governo accordò ai Tutsi maggiori poteri rispetto agli Hutu che furono costretti a vivere in una situazione d’inferiorità. I Tutsi hanno dominato sempre sugli Hutu ma in tempi più recenti si sono avuti periodi d’alternanza in cui al potere stavano gli Hutu o i Tutsi. Una serie di contrasti e lotte tra le due etnie portò ai tragici massacri perpetuati nel 1993; l’Onu intervenne cercando di trovare una soluzione tra le parti ma la componente Hutu si rifiutò di accettare il trattato e cominciò una serie di violenze e genocidi sul popolo Tutsi.

Dal 6 aprile fino alla metà di luglio del 1994 per una durata di cento giorni vennero massacrate un gran numero di persone con fucilazioni sommarie, colpi di machete e sistemi di inaudita violenza. Le vittime furono prevalentemente appartenenti all’etnia Tutsi, la minoranza rispetto l’etnia Hutu. Le perdite ammontano alle 800.000 persone (il 20% di etnia Hutu, il restante di etnia Tutsi). L’Occidente e la comunità internazionale in generale non prese voce ai forti conflitti in atto in Rwanda e mostrò un atteggiamento freddo ed indifferente; Francia e Belgio inviarono dei contingenti militari con il solo fine di mettere al riparo i loro connazionali.

Le ragioni dei contrasti tra le due etnie derivano dalla dominazione belga che contribuì a differenziare le due etnie, dandogli differenti poteri e ruoli nella società e favorendo i Tutsi. Sebbene si fa riferimento al genocidio del Rwanda vennero coinvolti anche i paesi ad essa limitrofi, Burundi, Uganda e Tanzania.

Solamente quattro anni dopo il genocidio, nel 1998, vennero processate ventidue persone responsabili delle violenze perpetuate e colpevoli di genocidio. Nel 2000 è stato eletto il presidente Tutsi Paul Kagame che ha siglato nel 2002 una tregua con la Repubblica Democratica del Congo.

Nel 2005 vennero processati altri responsabili del genocidio e il presidente Kagame resta in carica tutt’ora, votato da percentuali bulgare. Il presidente ha soppresso i principali partiti d’opposizione e in molti parlano di brogli elettorali; nel paese non esistono mass media indipendenti e la comunità internazionale sembra non interessarsi della vicenda da vicino. Contrasti e asti tra le due etnie non sono scomparsi sebbene le violenze si siano attenuate.

Sui tragici eventi del genocidio del Rwanda sono stati scritti vari libri di carattere storico e cronachistico e racconti di memorie di chi ha sperimentato quelle violenze. Recentemente il tema è stato oggetto di un maggiore studio e interesse; questo ha permesso di conoscere meglio una realtà tragica della nostra attualità. Questo è stato reso possibile anche ad alcuni film che sono stati prodotti basandosi su questo tema. Tra i più noti e importanti vanno ricordati Sometimes in April (regia di Raoul Peck, paese: Usa/Francia/Rwanda, 2005) tradotto in italiano con Accadde in Aprile e Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Regno Unito/Sudafrica, 2004).

Il film Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Gran Bretagna/Sudafrica, 2004) tratta del tragico eccidio rwandese del 1994 focalizzandosi sulla storia di Paul Rusesabagina, direttore dell’Hotel des milles collines di Kigali, capitale del Rwanda. Paul trasforma l’hotel in un rifugio per entrambe le etnie Hutu e Tutsi di tendenza moderata e non cede alle insistenze di vari signori della guerra di abbracciare le loro idee oltranziste.

Nel film, una cassa di legno che cade rompendosi a terra celando il contenuto di varie decine di machete fa capire quali saranno le armi impiegate nell’eccidio. Nel frattempo iniziano a manifestarsi casi di violenza tra le due etnie; Paul riuscirà a salvare le persone asserragliate nel suo hotel ma perderà i suoi cognati. Anche il film da voce ad una verità fastidiosa e criminale: il disinteresse del mondo, dell’Occidente e degli Usa nei confronti della tragedia. Film assolutamente da non perdere.

 

La cantante romana Paola Turci ha scritto una canzone intitolata propria “Rwanda” ed inclusa nell’album Tra i fuochi in mezzo al cielo (2005). Il ritmo incalzante e minaccioso e la voce urlata e implorante della cantante si sposano con il suo testo asciutto e diretto che ha come ritornello «Quando il silenzio esploderà, questa terra sarà già deserto.. Quando la fine arriverà la storia non salderà il conto». La Turci individua il senso opprimente e doloroso del silenzio che deriva dalla mancanza di uomini a seguito dell’eccidio e ci presenta un mondo silente, perché gli uomini sono tutti morti. Tanta violenza, tanta morte e tante offese al genere umano, per la Turci, non troveranno mai un riscatto e non potranno mai essere dimenticate.

La Turci, cantante impegnata e già autrice di canzoni sociali (“Bambini”, “Il gigante”, “Un bel sorriso in faccia”) ci apre gli occhi su questa realtà tragica, dimenticata o più precisamente non ascoltata e non conosciuta. La canzone non è passata alla radio, forse perché poco radiofonica o più probabilmente – come ha rivelato la Turci in occasione di una serata a cui ha partecipato- perché presenta una realtà difficile, sconosciuta e della quale è difficile parlare. La canzone può non piacere a chi è attratto da melodie cadenzate, canzoni commerciali o strazianti canzoni d’amore (che oggi sembrano andare per la maggiore) o semplicemente a chi non gradisce la voce e il temperamento della Turci ma va comunque ascoltata per l’impronta del suo testo, oltre che per il motivo per la quale è stata scritta: per ricordare un evento «con i riflettori spenti» come ha detto la Turci.

 

LORENZO SPURIO

16-02-2011

The King’s Speech (Il discorso del re)

 

Il film The King’s Speech (Il discorso del re), recentemente uscito nelle sale italiane (regia di Tom Hooper, paese: Regno Unito/Australia) pone al centro della sua trama un aspetto poco conosciuto o che la storiografia tende a tralasciare. Ci narra la vita di re Giorgio VI d’Inghilterra non in termini cronachistici e biografici, nel senso che non ci descrive le diverse fasi della sua vita (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) ma si focalizza su un suo difetto di pronuncia, le balbuzie, che, una volta diventato re, lo mise di fronte a problemi molto importanti: l’impossibilità di comunicare degnamente alla nazione e la conseguente cattiva immagine del regnante agli occhi del suo popolo come “re debole” o addirittura “re silente”.

Le immagini che seguono si riferiscono a scene tratte dal film.

1. Re Giorgio VI

Il principe Albert (1895-1952) era il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra (1865-1936) e della Regina Mary di Teck (1867-1953). Come secondogenito del sovrano a Giorgio (soprannominato Bertie in famiglia[1]), venne affidato il titolo di Duca di York. Suo fratello maggiore, invece, il principe Edoardo (1894-1972) in qualità di principe ereditario ottenne il titolo di Principe di Galles.

Alla morte di Re Giorgio V, nel 1936, il regno passò al suo primogenito, il principe Edoardo, che venne incoronato come Re Edoardo VIII. Tuttavia la personalità del monarca fu molto discussa: non aveva ancora una moglie e questo non era una buona garanzia per il futuro della monarchia. Oltretutto era accompagnato con una signora americana, Wallis Simpson (1895-1986)[2], la quale aveva alle spalle due divorzi. La relazione era malvista dalla corte e addirittura dal popolo inglese. Alla fine re Edoardo VII dovette fare una scelta tra amore e trono e scelse di abdicare a favore di suo fratello. Nello stesso anno, al trono salì il principe Albert che, per dare una certa linea di continuità con il padre, assunse il nome di Re Giorgio VI.

Non ci interessa far riferimento alla vita familiare del re e alle sue azioni diplomatiche, basterà ricordare che il re prese direttamente voce all’interno dello scenario della seconda guerra mondiale, dichiarando, con il discorso del 1936, l’entrata in guerra degli inglesi contro il nazifascismo. Va inoltre ricordato che Re Giorgio VI si sposò con la contessa Elizabeth Bowes-Lyon (1900-2002) che con la sua unione divenne la Regina Elisabetta. Siamo soliti ricordarla come la Queen Mum, la Regina Madre, scomparsa nel 2002 alla veneranda età di 102 anni. L’attuale regina Elisabetta II non è che la figlia di Re Giorgio VI e della Regina Madre.[3]

2. Il film

Il film si apre nel 1925 con un discorso scritto dal re padre che il principe Albert sta leggendo per la chiusura dell’Empire Exhibition al Wembley Stadium di Londra. Il principe è impacciato, affaticato e soffre di balbuzie. Non riesce a leggere in maniera sciolta il discorso, che risulta essere asfittico e intermittente. La nazione apprende della deficienza del figlio del re.

L’intero film affronta i vari tentativi del logopedista Lionel Logue[4] nel cercare di migliorare le balbuzie del principe, facendogli fare ogni sorta di esercizi linguistici e fisici. Inizialmente queste prove non sembrano dare gli esiti sperati e il principe è deluso dall’ennesima terapia. Con un lavoro molto rigoroso e continuo il dottor Logue riuscirà a far forza sui problemi del principe e, pur non riuscendo a risolverne completamente le sue balbuzie, riesce a migliorare il suo disturbo. Il film non sembra darci risposte precise alle origini del disturbo del principe ma allude a varie cause: l’atteggiamento severo del re padre e la predilezione della tata per suo fratello.

Il film si basa dunque su una serie di sedute a cui il principe si sottopone ma non manca di rappresentare anche i momenti più cari alla nazione inglese: la morte di Re Giorgio V, l’intronizzazione del fratello, il Re Edoardo VIII e la sua abdicazione, fino all’intronizzazione del principe che diviene Re Giorgio VI.

Il film si conclude con il discorso che il re fa alla nazione in occasione dell’entrata in guerra dell’Inghilterra contro la Germania hitleriana. Dopo un’iniziale titubanza verbale il nuovo re riesce a leggere il suo discorso senza intoppi. E’ il segno che il lavoro del dottore Logue è andato a buon fine.

A conclusione del film, alcune frasi esplicative ricordano che da quel momento il dottor Logue fu sempre presente con il Re nei momenti dei discorsi alla nazione, che i due divennero grandi amici e che il Re lo nominò cavaliere del regno.

3. I discorsi del re

Sebbene il titolo del film faccia riferimento al “discorso del re” in realtà nel corso della storia i discorsi del re sono molti. Il titolo sottolinea ed enfatizza l’ultimo discorso del re, quello felice, quello in cui le balbuzie sembrano averlo abbandonato, che viene fatto nel 1939, in occasione dell’entrata in guerra dell’Inghilterra. Se decidiamo di leggere il film sulla base dei vari speeches ne possiamo analizzare molteplici: il discorso iniziale del principe Albert per celebrare la chiusura dell’ Empire Exhibition, i vari discorsi (o meglio, conversazioni) che il principe, inizialmente riluttante, scambia con il dottore, i discorsi con la sua famiglia (con l’anziano re padre, con il fratello libertino e con l’amorevole moglie), il discorso della cerimonia dell’intronizzazione nella cattedrale di Westminster (che tuttavia non viene riportato nel film) sino all’ultimo discorso, quello dell’entrata in guerra dell’Inghilterra. La vita di re Giorgio VI viene mostrata in questo film attraverso una serie di discorsi, attraverso un processo di riacquisto dell’indipendenza linguistica. La riabilitazione linguistica sotto questo punto di vista viene a significare che il re ha completamente accettato e si è impossessato del ruolo che deve ricoprire.

Un film interessante, che investiga un aspetto curioso e di debolezza di un grande della storia inglese. La morale che ne possiamo trarre è che, chiaramente, anche un re può soffrire di disturbi e avere deficienze. Non gli è tollerato però mostrarle in pubblico e deve necessariamente combatterle. La concezione dei due corpi del re di Ernst Kantorowicz[5] (il corpo fisico, mortale, deperibile e comune a tutti i mortali e il corpo regale, unto dal balsamo di Dio) ci suggerisce proprio che il re è un mortale come tutti noi, che soffre debolezze e mancanze anche se l’aurea di regalità ce lo fa immaginare divino, prescelto da Dio e superiore ai comuni mortali.

 

LORENZO SPURIO

10-02-2011

 


[1] Era diffusa al tempo l’attitudine di impiegare soprannomi per i membri della famiglia reale che però venivano utilizzati solo all’interno dell’ambito familiare. La principessa Elisabetta, attuale regina, era Lillibet, mentre sua sorella, la principessa Margaret era Margot.

[2] Wallis Simpson fu un personaggio chiaramente in rotta contro la casa reale: non aristocratica, con due divorzi alle spalle, dalla condotta eccentrica e dispendiosa e addirittura vicina ai regimi nazisti.

[3] Nel film la moglie del re è una presenza costante. E’ continuamente al fianco del marito, condivide con lui il suo problema e la sua sofferenza e gioisce al termine della storia quando capisce che suo marito ha vinto la battaglia. Nel film ci sono varie scene che riguardano anche le due figlie della coppia, le principesse Elisabetta e Margaret.

[4] Il logopedista Lionel Logue (1880-1953) fu un medico di origini australiane che visse a Londra. Sebbene nel film la terapia del dottor Logue inizi in un periodo prossimo al 1936 ossia alla morte di Re Giorgio V, nella realtà, il principe Albert fu in cura da lui dal 1926. Per quanto concerne le conversazioni tra il dottore e il principe Albert, la descrizione delle loro sedute e gli esercizi che Logue faceva fare al principe, il film si basa su fonti storiche molto attendibili: il libro che Mark, nipote di Logue, scrisse assieme a Peter Conradi sul rapporto tra suo nonno e il monarca: The King’s Speech: How One Man Saved the British Monarchy.

[5] Ernest Kantorowicz, The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology, Princeton, Princeton University Press, 1957.

10 Febbraio, il giorno della memoria: per non dimenticare le foibe

Oggi 10 Febbraio si celebra il ricordo per le vittime delle foibe.  Meno noti dei crimini del nazismo e del fascismo, l’internamento delle foibe fu un massacro e atto criminale d’inaudita violenza portato avanti dai comunisti fedeli al presidente jugoslavo Tito.  Non esistono stime attendibili delle reali perditi ma alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si aggirerebbero attorno ai 30.000 morti.

L’internamento nelle foibe (delle cave di pietra particolarmente pericolose e che si aprono nel sottofondo del suolo carsico, caratteristiche dell’Istria) riguardò una considerevole fetta della popolazione italiana delle zone dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia, durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale.

Le ragioni profonde dei massacri delle foibe risiedono nel nazionalismo italiano in Istria e nell’irredentismo che nacquero a seguito della perdita italiana di vari territori, a conclusione della prima guerra mondiale: l’Italia mantenne Zara e alcune isole ma perse l’intera regione della Dalmazia. La questione di Fiume venne risolta solo nel 1924 quando venne riannessa all’Italia.

Durante il ventennio fascista, il governo operò una vera e propria opera di italianizzazione dei territori balcanici nei quali convivevano varie minoranze etniche-religiose quali i croati e gli sloveni.  Nel 1941 l’Italia attaccò la Jugoslavia ed ottenne il dominio della Slovenia e della Dalmazia.

A seguito dell’armistizio italiano del’8 Settembre 1943, i comitati popolari di liberazione croati e slavi diedero vita a loro forme istituzionali, staccandosi dall’Italia prendendo vita alla Repubblica Indipendente di Croazia.

Le foibe erano dei baratri della roccia utilizzati per infossare e celare cadaveri degli oppositori politici e cittadini italiani che si opponevano alle idee politiche del partito comunista jugoslavo di Tito.

La questione delle foibe solo in tempi recenti è stata studiata con la debita attenzione. Mancano ancora delle stime accurate e precise sul reale numero delle vittime. Probabilmente non si riuscirà mai ad averlo dato che il governo jugoslavo si è sempre mostrato restio a collaborare in questo senso. Permangono atteggiamenti diversi e contrastanti ancora oggigiorno limitatamente alla questione delle foibe: sebbene l’interpretazione dominante sia quella che considera i comunisti jugoslavi e Tito i colpevoli, c’è qualcuno che tende ad adottare una tesi negazionista e, alcuni comunisti intransigenti, considerano il massacro delle foibe in maniera giustificazionista spiegandolo come conseguenza diretta dei crimini operati dai nazisti.  C’è dunque un continuo revisionismo storico su questi eventi tragici della storia europea.

Il tema è dunque di difficile trattazione, così come possono esserlo i crimini e le violenze naziste, staliniste e franchiste e ancora oggigiorno non permette di essere considerato sotto una luce unica. Che si tratti di crimini ideati e realizzati dall’ideologia comunista o che si tratti di crimini legittimati per rispondere alle violenze nazifasciste, le foibe restano una pagina nera della storia europea, che riguarda l’Italia molto da vicino.

Il giorno della memoria è stato pensato per ricordare chi soffrì, chi venne maltrattato, sfruttato, violentato, offeso nel corpo e nell’anima, minacciato, fucilato, assassinato e infoibato per la sua appartenenza geografica, religiosa e per la sua opposizione al regime. La giornata della memoria serve dunque a ricordare le vittime e non a riaprire contrasti tra ideologie opposte che non fanno altro che infamare doppiamente gli animi di chi vi trovò la morte.

 

Lorenzo Spurio

10-02-2011

Bruno e Michele, vittime dei padri

La prossima settimana la Mediaset trasmetterà un film particolarmente bello, Il bambino con il pigiama a righe. Si tratta di un film del 2008 il cui titolo originale è The Boy in the Striped Pyjamas, regia di Mark Herman e tratto dal romanzo omonimo dello scrittore John Boyne, pubblicato nel 2006.

Pur trattandosi di un film sulla seconda guerra mondiale, nel film non ci sono scene di bombardamenti, conflitti armati, scontri bellici, vita di trincea, sparatorie o quant’altro. E’ piuttosto una storia che mette al centro dei suoi temi l’innocenza, l’ingenuità e i buoni sentimenti di un bambino di otto anni. Tutti questi verranno pagati a caro prezzo a termine della storia.

Bruno, il bambino protagonista della storia, è il figlio di un’importante gerarca nazista. Per la sua giovane età non è in grado di capire quale siano gli incarichi che aspettano a suo padre e soprattutto come suo padre si adopera nel suo lavoro. A seguito di una promozione militare, il padre viene mandato a controllare un lager e la famiglia si trasferisce con lui in una residenza in campagna.

Annoiato dalla nuova casa, dall’assenza di amici, dalla freddezza dei genitori e dall’incapacità di comprendere ciò che sta realmente accadendo, Bruno fa una serie di esplorazioni attorno alla casa, la quale è sorvegliata da guardie naziste con cani lupi. Riuscendo a passare per una porta dietro la casa che comunica con l’esterno della proprietà Bruno prende a correre nel bosco fino ad arrivare in uno strano posto circondato da filo spinato. Si tratta di un lager. Lì fa conoscenza, attraverso il filo spinato, con Shmuel, un ragazzo ebreo rinchiuso in quel campo di concentramento. Bruno non sa cosa sia un lager, cosa siano gli ebrei e che cosa stanno facendo i nazisti e per lui, quel bambino della sua età che indossa la casacca a righe da carcerato, in realtà indossa un pigiama a righe.

Nel frattempo la sorella di Bruno, Gretel, di dodici anni, accetta in maniera entusiastica l’ideologia nazista e appende alle pareti della camera slogan nazisti, poster fascisti che inneggiano alla purezza della razza.  Nel corso della storia si capirà che il padre di Bruno è il comandante militare che si occupa di quel lager nel quale gli ebrei vengono uccisi con forni crematori o docce di gas mortali. La madre di Bruno invece nel corso della storia perde la sua forza e si scaglia più volte contro il marito per i crimini che commette.

Verso la fine della storia Shmuel è molto abbattuto perché è da vari giorni che nel lager non ritrova più suo padre e Bruno si offre di aiutarlo. Scava una buca in prossimità del filo spinato e, dopo aver indossato una casacca a righe come quella di Shumel, entra nel lager.

Intanto le operazioni naziste vanno avanti e improvvisamente un’intera area del campo di concentramento viene rinchiusa nella stanza delle docce. Tra loro c’è anche Shmuel e Bruno. Shumel, che ha sperimentato direttamente la vita del lager e conosce le nefandezze dei militari nazisti, probabilmente sa che tutta quella gente assieme a lui morirà, Bruno compreso. Bruno invece, che è sempre cresciuto al di fuori di quel contesto, che non sa che i nazisti uccidono gli ebrei e per quale motivo, rimane probabilmente inconsapevole della sua morte fino alla fine. Seppure la storia si chiude con la morte dei due ragazzi, una delle scene finali in cui sono rinchiusi nella stanza delle docce, i due si stringono la mano. Quasi a voler significare che l’amicizia, l’amore e i buoni sentimenti possono sopravvivere anche oltre la morte.

Ci sono una serie di piccoli elementi differenti tra il romanzo di Boyne e la realizzazione filmica: ad esempio nel film quando Bruno passa nel campo di concentramento è l’unico ad avere i capelli e li nasconde sotto un cappello a strisce mentre nel libro ha i capelli rasati perché aveva preso i pidocchi; il padre di Bruno nel film si chiama Ralf mentre nel libro Louis; nel film Bruno ha otto anni mentre nel libro nove e il tenente Kotler nel libro viene cacciato dalla casa perché prova simpatia verso la madre di Bruno mentre nel film perché suo padre, professore universitario di letteratura, ha rifiutato di giurare al nazismo e infine nel libro i familiari non scoprono subito la morte di Bruno.

Un film di questo tipo, in cui un bambino innocente che non conosce le macchinazioni di suo padre, i piani di sterminio degli ebrei e le crudeltà che suo padre commette in onore del nazismo, che fa amicizia con un altro bambino ebreo mi fa pensare a un altro film. Si tratta di un film italiano in cui un ragazzino anch’esso innocente e alieno dalle occupazioni criminali del padre mafioso, fa amicizia con un ragazzino che è stato rapito da suo padre per chiedere un riscatto alla famiglia.  Il film è Io non ho paura di Gabriele Salvatores (2003) tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti pubblicato nel 2001.

In questa storia non è il nazismo e la guerra a fungere da elemento di violenza e d’impostura tra diverse persone ma la mafia pugliese. Quando la polizia si stringerà attorno al cerchio di persone attorno al padre di Michele perché ha capito che sono responsabili del rapimento di Filippo, Michele non esiterà a correre dall’amico per cercare di salvarlo ma il padre di Michele nella notte cerca di sopprimere l’ostaggio. Spara, ma uccide suo figlio.  Anche in questo caso ci sono piccole differenze tra il film e il libro ma il senso profondo della storia rimane, chiaramente, inalterato.

Bruno (Il bambino con il pigiama a righe) e Michele (Io non ho paura) sono entrambi vittime del potere dei rispettivi padri, della loro corruzione e implicazione in organizzazioni criminali. Forse, solo con la morte dei rispettivi figli saranno in grado di riconsiderare le loro azioni passate sotto una nuova luce. Forse Ralf (padre di Bruno) rifletterà sui crimini che ha commesso contro gli ebrei e si convincerà delle astrusità del nazismo e forse Sergio (padre di Michele) sarà in grado di comprendere quanto la mafia sia qualcosa di deleterio per la società. Forse.

 

Lorenzo Spurio

28-01-2011

Shoah, il giorno della memoria

27 Gennaio 2011


Giorno della Shoah – Per non dimenticare


Sul sito internet del Corriere della sera è stato oggi riportata un’intervista in formato video della signora Liliana Segre che visse  i tragici eventi dell’occupazione e della violenza nazista e della deportazione in un lager tedesco. Si tratta di un frammento importante per ricordare questa giornata dedicata alla memoria e alla lotta all’oblio di intere pagine di storia europea e mondiale.

Link: http://video.corriere.it/liliana-segre-viaggio-auschwitz/81f4a1ae-2956-11e0-b732-00144f02aabc

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