XXV Concorso Nazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” – il bando

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 CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA “CITTA’ DI PORTO RECANATI”

XXV EDIZIONE – Anno 2014

In collaborazione con il fondatore Prof. Renato Pigliacampo, “il salotto degli artisti” e con il Patrocinio della Città di Porto Recanati e della Regione Marche

 

Art. 1 – Il Poeta invierà una sola poesia a tema libero.

L’organizzazione tuttavia consiglia di trattare tematiche sulla disabilità, sulla solitudine degli anziani, sui “nuovi poveri”, sugli extracomunitari, sugli eventi climatici ecc., affinché si rifletta sulla condizione esistenziale dell’uomo, ideazione che portò all’istituzione del Premio «Città di Porto Recanati» quasi 30 anni fa.

Comunque sia, il tema vuole essere solo indicativo.

La poesia inviata, che non dovrà superare i 35 versi, potrà anche essere stata edita, ma non vincitrice del primo premio in altri concorsi.

L’originale riporti: Nome e Cognome dell’autore, indirizzo e indicazione della eventuale e-mail e la dichiarazione: «Dichiaro di essere l’autore dell’opera inviata al concorso».

Art. 2 – La Giuria, composta da quattro elementi, sarà resa nota il giorno della premiazione; la medesima stilerà una graduatoria dei tre poeti vincitori dei premi in denaro e dei sette “segnalati dalla Giuria”.

La Giuria, a suo insindacabile giudizio, deciderà di premiare quei poeti che, con l’impegno culturale e la propria testimonianza di vita, hanno contribuito a superare una condizione esistenziale difficile, o rendendola addirittura fonte di ispirazione.

Art. 3 – I Premi in denaro sono:

1° Classificato € 500,00 (cinquecento/00) e Pergamena.

2° Classificato € 300,00 (trecento/00) e Pergamena.

3° Classificato € 200,00 (duecento/00) e Pergamena.

Dal 4° al 10° classificato verrà assegnata la targa “segnalato dalla Giuria”

Art. 4 – La poesia dovrà essere spedita entro il 15 luglio 2014 (farà fede il timbro postale di spedizione) in quattro copie, per posta ordinaria al seguente indirizzo: Prof. Renato Pigliacampo c/o Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», XXV Edizione 2014 – Casella Postale n. 61 – 62017 Porto Recanati (MC).

Solo la “copia originale” dovrà riportare i dati.

La poesia potrà essere inviata anche per e-mail a: pigliacampo@cheapnet.it

Quota di partecipazione € 20,00 (venti/00) (per rimborso dei costi sostenuti, non ultimo il monte-premi).

Da versare sul conto corrente postale n.ro: 29 68 76 21 intestato a Renato Pigliacampo c/o Casisma, o tramite altra modalità a scelta del partecipante.

La somma sarà impiegata per corrispondere il monte-premi.

 

Informazioni:

La premiazione avverrà a Porto Recanati, ed è prevista nella prima quindicina di agosto 2014.

I Vincitori riceveranno comunicazione scritta del giorno, dell’ora e del luogo della Cerimonia.

In occasione della premiazione si terrà un Recital durante il quale verranno lette le opere vincenti.

Del Recital verrà prodotto un video successivamente pubblicato in YouTube ed un DVD (per chi ne farà richiesta).

Dell’evento verrà data massima pubblicità tramite “Il Resto Del Carlino”, “Corriere Adriatico”, Radio Erre ed inoltre sarà realizzata una pagina nel sito  www.ilsalottodegliartisti.com

Si prega voler diffondere il Premio nei media e tra gli amici interessati.

Grazie.

“Le identità del cielo” di Michela Zanarella, recensione di Lorenzo Spurio

Le identità del cielo
di Michela Zanarella
Lepisma Edizioni, Roma, 2013
Pagine: 50
ISBN: 978-88-7537-203-3
Costo: 13 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

1395770_611477918910384_172609660_nNelle precedenti sillogi che ho avuto l’occasione di leggere, Michela Zanarella parlava dell’amore sotto le più varie sfumature e caratterizzazioni; i destinatari dell’amore erano l’amato, l’amico, il vicino, il mondo e la Natura. Una certa predisposizione a calare le sue intenzioni, credenze e vedute all’interno di una dimensione prettamente naturale si ravvisa qui in questa nuova raccolta dove ho notato che la parola “terra” ricorre continuamente quasi che queste liriche vengano a rappresentare un vero e proprio inno alla carica dirompente della natura. Tuttavia le liriche non hanno questa forma d’encomio o di celebrazione che potrebbe addirsi a una poetica di stampo naturalista o simbolico, ma vanno oltre. Continui e pertinenti anche i riferimenti alla luce e al sole che con le varie fasi luminose determinano i giorni, i mesi e tutto quello che è una schematizzazione temporale creata dall’uomo.

Non è un caso che la temporalità, espressa sotto varie forme, faccia capolino ora qui ora là attraverso queste poesie che sembrano adagiarsi in una dimensione sospesa, aerea, quasi illusoria, ma che illusoria non è. Le nuvole che padroneggiano in copertina, spumose e bianche inamidate, sono a testimonianza di un fotogramma che tenta di bloccare l’attimo, ma senza riuscirci. Se soffermiamo l’occhio su queste nuvole per alcuni secondi, infatti, abbiamo quasi l’impressione che esse si muovano, che scivolino via, danzando leggere per lasciare il posto, forse, a un cielo mite. La conformazione filamentosa e irregolare della nuvola può divenire nella poetica di Michela Zanarella un’immagine di quel contenitore fumoso e indistinto dell’animo umano. Ci si domanda, allora, perché il cielo abbia tante identità e non una sola, e questo quesito è interpretabile da varie angolazioni. Con “cielo” è evidente che la poetessa non intenda Dio o per lo meno non sempre, difatti in varie liriche si traccia anche un campo di possibilità futuribile e casuale dominato da quello che è il concetto di destino (termine presente dodici volte). La compresenza delle due entità, però, non è che una innocua commistione di riferimenti a quel cielo di possibilità che è la vita. Cielo che va letto, interpretato e vissuto; esso non solo è trasposizione del nostro animo, ma anche testamento dell’umanità: “Mi rattrista il silenzio/ dell’umanità tutta” (28).

La nuova poesia di Michela Zanarella è materica, nel senso che impiega una sintassi che fa riferimento a forme di materia ed è terrigna, perché nelle divagazioni la poetessa non può che istituire rapporti tra quel che fu, l’origine e la nascita, e quel che sarà, il tutto dominato sempre da una sovrastante in-conoscibilità dei fatti. Come un vate del silenzio, Michela Zanarella fonde nel canto più alto pensieri di palingenesi e costruzioni cosmologiche rapportate nella dimensione dell’uomo qualunque, portato a vivere “un’esistenza che si ripete” (7).

Il destino non ha corporeità propria, ma si dipana come ombra immaginiamo su un muro ed è la polvere a dare testimonianza di un passato che fu, quale elemento residuale di qualcosa che si è perso. Ma la polvere è anche origine e la fine dell’uomo, venendo dunque a rappresentare nella poetica di Michela Zanarella quasi un postmoderno arché del vivere e del saper interagire con la mente. Di contro a questa concretezza degli oggetti, dei luoghi e delle costruzioni, la poetessa sottolinea l’immaterialità e l’evanescenza del pensiero in “astratte sculture della mente” (15).

Non da ultimo va sottolineata l’ampia carica intertestuale del libro in oggetto dove non possiamo che complimentarci con l’autrice per la poesia in memoria ad Alda Merini, gli squarci paesaggistici del quartiere Monteverde di Pasolini, il “mondo antico” (7) immagine di quel “pianto antico” Carducciano, l’espressività del verde di marca lorchiana, il verso asciutto ed evocativo sino a una vera e propria critica sociale “Nel rapido inganno del potere/ mai nidifica chiarore” (42).

Michela Zanarella con questa silloge esprime la fenomenologia della polvere, per rintracciare sensi e significati in quelle nuvole alte che ci sovrastano e che giorno dopo giorno vivono con noi. Esse vorticano e spaziano tranquille, ma come ci insegna la poetessa, possono pure morire e per questo è necessario colloquiare con la Luna che, carica di mistero e sublime all’apparenza, resta l’unico punto fermo dal quale poter partire:

 

Ho capito perché la luna

è immobile.

Ci guarda inseguire

un tempo indimenticabile. (36)

 

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 26-12-2013

E’ uscito “Resta ancora un po’” di Federico Lorenzi

Resta ancora un po’
di Federico Lorenzi
You can print, 2013
Pagine: 160
Costo: €11

imageSinossi:
Veronica si trasferisce da Grosseto a Bologna per iniziare una nuova vita. Assieme a sua zia Clelia e sua cugina Alessandra scopre quanto può essere piacevole avere una vita normale senza i problemi che si è lasciata alle spalle. Ma grazie alla sua grande passione, il canto, Veronica riesce a recuperare se stessa e la sua giovinezza, inserendosi tra le allieve della DAMS.
In accademia incontrerà Andrea, un ragazzo affascinante e particolare fidanzato con  Amelia.
Tra amori, lezioni, e vita di scuola, Veronica si troverà a fare i conti con il proprio passato: tornare a Grosseto o restare a Bologna?
“Resta ancora un po’” è un romanzo accattivante che racconta le passioni dei giovani d’oggi viste attraverso gli occhi di Veronica.

Federico Lorenzi è nato a Grosseto il 21 luglio 1990. Attualmente collabora con “Sololibri.net”  e Fantasy Magazine, scrivendo recensioni online. Ha partecipato al corso di scrittura creativa presso la sede RAI di Roma.
 Tra i suoi autori preferiti spiccano C.R. Zafòn, e G. Musso.
Facebook: Federico Lorenzi – Autore (https://www.facebook.com/pages/Federico-
Lorenzi-Autore/246934308793516).

Federico Moccia ha scritto della storia: Veronica è una ragazza speciale, la sua energia è contagiosa, fa bene a tutti. Questo romanzo è come uno schiaffo inaspettato, uno di quelli che non si dimentica facilmente.

Renato Pigliacampo, il Maestro del Silenzio, presentato a Macerata lo scorso 20 dicembre

Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e saggista è professore di Psicopatologia del minorato sensoriale e di Laboratorio dei linguaggi per il sostegno nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’università di Macerata. Non udente dall’età di dodici anni a seguito di una grave forma di meningite, ha fatto della sua situazione di sordità una vera e propria battaglia personale e sociale. Formatosi nelle migliori scuole nazionali per non udenti, ha ricoperto varie volte incarichi di rappresentanza all’interno di enti e realtà provinciali e regionali legate al mondo audioleso. Attivissimo nel campo assistenziale con la fondazione di riviste specialistiche (Il Sordudente), circoli e nel campo letterario con un serio impegno rivolto nei riguardi dell’editoria e della partecipazione attiva per mezzo di incontri, dibattiti. Importantissimo il Premio di Poesia “Città di Porto Recanati” da lui stesso ideato e presieduto, uno dei maggiori della Regione.

Venerdì 20 dicembre alla Sala Castiglioni della Biblioteca Comunale di Macerata si è tenuta la presentazione di suoi due libri. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in sinergia con la rivista di letteratura “Euterpe” e il Patrocinio del Comune di Macerata. L’evento è stato condotto e presentato da me, assieme alla scrittrice e recensionista Susanna Polimanti. Hanno preso parte, inoltre, Donatella Del Medico (Interprete LIS) e Anna Menghi (Presidente ANMIC della provincia di Macerata).

 

 

L’evento si è svolto partendo da un breve excursus bio-bibliografico dell’autore per poi passare a soffermarsi con particolare attenzione su alcuni macro-temi che caratterizzano tutta la sua produzione letteraria. Il percorso è stato fatto ponendo l’importante produzione lirico-narrativa-critico-divulgativa di Pigliacampo all’interno di un preciso canone di riferimento, quello della letteratura italiana contemporanea, sottolineando come non solo la vasta produzione dell’autore sia interessante, pregevole e degna di essere divulgata, ma come abbia ricevuto nel corso della storia anche eminenti avalli letterari, risconti positivi e considerazioni critiche a firma di grandi autori del panorama letterario nazionale quali Diego Valeri, Cesare Zavattini o regionali quali Gian Mario Maulo, Rosa Berti Sabbieti, etc.

In Lettera ad una logopedista (pubblicato nel 1996, ma riproposto in una nuova edizione da Armando Editore nel 2012), Pigliacampo fonde con maestria generi letterari differenti (la lettera, il romanzo, l’autobiografia) e tratteggia il suo rapporto con il mondo del Silenzio a partire dalle prime traumatiche sedute dalla logopedista. Nel saggio l’autore non manca di osservare la mancata comprensione da parte della società nei confronti del disagio della sordità, la poca sensibilità del popolo, la condizione di emarginazione che conduce la conduce la comunità dei non udenti a rintanarsi in una sorta di nicchia dove il sentimento di solitudine non può che autoalimentarsi. Le pagine di Pigliacampo sono ricche di attestazioni di sdegno, di denuncia sociale e politica e tendono a rompere quell’aurea di buonismo e bieco pietismo che la massa costituzionalmente ha e mostra nei confronti di realtà che andrebbero invece avvicinate, coinvolte, integrate: “Vogliamo democrazia e valida gente./ Io la conosco nel mio mondo e/ voi dite “diversamente abile”./ Sono grandi persone/ vincitori di Dolore e Ostacoli/ combinati da voi per frenarli/ Non piegatevi fratelli”.

Vivida e continua, tanto nel saggio come nella raccolta di poesie Nel segno del mio andare, è la caratterizzazione dei luoghi dell’autore, di quella terra natia tanto amata alla quale, dopo viaggi per motivi di studio in cui si è definito “esiliato”, l’autore non può che riconoscere come nido, ma anche come tormento del suo colloquio intimo con il Silenzio.

Ed il monito che Pigliacampo trasmette con la sua poetica, con i suoi occhi vispi di un uomo che è sempre stato battagliero e che continuerà ad esserlo, è quello di “fare”, ma non con la semplice parola, bensì con i fatti, tenendo ben presente che non è tanto importante il tipo di linguaggio che utilizziamo nel rapportarci agli altri (verbale o non verbale, sonoro o visuale, della voce o della mani), ma il contenuto. Per dirla alla Pavese, dunque, “Le parole sono pietre”.

A volte, però, anche un semplice sguardo d’indifferenza, può esserlo.

 

Lorenzo Spurio

Emilio Mercatili su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
Di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Emilio Mercatili –poeta e recensionista-
 

cover_frontTengo a precisare che non sono un critico letterario, non lo sono mai stato, né penso di diventarlo nell’immediato futuro, il mio mestiere attualmente è ben altro, … mi ritengo solo un piccolo divoratore incallito a “part-time” di libri; diciamo che leggo di tutto, spazio dai classici della letteratura, ai quelli moderni underground, dal Capitale di Marx alle gesta di Tex Willer, dalle Confessioni di Sant’Agostino a Topolino, dagli scontrini fiscali fino agli annunci mortuari. Pertanto, non faccio recensioni su comando o su commissione, soprattutto non faccio recensioni a libri o raccolte di poemi che non mi attirano o non mi appassionano,…però in questo caso, l’eccezione diviene mera realtà, come è nel contenuto del libro dell’amico Lorenzo Spurio dal titolo “La cucina arancione”. Questo non lo dico per piaggeria nei confronti dell’autore medesimo o per onere intellettuale, lo affermo perché appena ho incominciato a leggere il libro in questione, mi trovavo in treno alle 6 e 45 come ogni mattina a San Benedetto del Tronto,…. talmente mi sono lasciato prendere dall’arcipelago della curiosità, che mi sono ritrovato alla stazione ferroviaria di Falconara Marittima, peccato che la mia tratta quotidiana avrebbe dovuto fermarsi due stazioni prima…bensì nel capoluogo di regione e cioè Ancona.

“La cucina arancione” è composta da ventiquattro racconti di media lunghezza, gli stessi si suddividono in episodi molteplici ed eterogenei, oserei dire uno spaccato a 360 gradi di reazioni psichiche ed umane vicissitudini quasi al limite del paradosso, ma che paradosso non è. La caratteristica saliente, “vulnus” del contendere, è la sintomatologia di ciò che è nascosto nell’animo delle persone; in sostanza aspetti di lucida verità che poi diviene parte integrante della nostra società e del nostro vivere. Tutto questo viene individuato, a mio modesto parere, laddove il cervello vede ed osserva e non gli occhi; verità inconfessabili, che cercano sempre attivamente di trovare un senso a tutto ciò che vive intorno, ascoltando Vasco Rossi mi viene spontaneo dire: “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha.”

Lorenzo rompe uno spazio e un equilibrio ipotetico di scrittura, uno schema letterario a volte anticonvenzionale, a volte perbenista, a volte ironico, a volte spregiudicato ma sempre vivo, acuto, lucido, lineare; alimentato e dettato da una minuziosa attenzione alle parole e ai fatti sia esogeni che endogeni del nostro quotidiano vivere. Un filo conduttore per ogni singolo episodio che collega il malessere e le contraddizioni, talvolta borderline, talvolta perniciose dell’ego mentale e del comportamento consequenziale dell’essere umano.

Turbamento e disagio hanno condizionato quasi da insidiare da sempre ogni scelta umana, nelle relazioni dei soggetti con il mondo, con gli altri soggetti, con l’insieme sociale. Il Versiliese Mario Tobino, noto Psichiatra e Scrittore contemporaneo diceva: “La letteratura ha sempre cercato di dar voce al dolore, all’infelicità, alla deviazione, alla rottura, all’assenza, all’impossibilità; ha sempre interrogato il senso del malessere psichico, anche in quelle forme estreme dalla nevrosi alla follia, che sono state oggetto di cura da parte della psichiatria moderna.”  Ma la storia dei giorni nostri ha altresì dimostrato che le mutazioni o cambiamenti sociali e culturali hanno incorporato concetti e schemi di normalità rispetto a quello che prima fosse ritenuto folle.

L’esperienza della “normale follia” – così l’ho anarchicamente definita senza vincoli di retorica – è vissuta da Lorenzo come esperienza creativa, come soggetto di ispirazione letteraria, come forma di vita estetica, come sorgente di fascinazione senza fine. In ogni caso, sono pensieri che non incrinano l’etica umana, e descrivono, quali valori, i significati anche creativi che si nascondano nella normale follia, e di quanto amore abbiano bisogno poi.

I “pazienti” di Lorenzo, conoscono il dolore della “normale follia”; sigillata sempre da una tenue fragilità e gentilezza: quella che rende poi la vita degna di essere vissuta anche nel dolore e nell’angoscia. I personaggi del libro, sono soprattutto persone normali, che vivono una normalità e questa normalità definita “anomala” è insita tra una realtà oggettiva e libera di forti emozioni privandoli di tutti i preconcetti lasciando spazio a pensieri al limite del grottesco, ma che mai sfiorano la deviazione nel senso lato della parola stessa. Le vicende narrate sono quasi sempre introdotte da brevi aforismi, da citazioni o riflessioni che fanno un po’ da apripista, facendo capire immediatamente al lettore quale sarà il tema trattato.

Molto divertenti e toccanti alcuni racconti, ne cito due per motivi di tempo, uno è l’episodio denominato GUTRON, che ci mostra con semplicità estrema come sia facile lasciarsi andare a luoghi comuni, ad esempio del divario tra Nord e Sud, in particolare nella funzionalità –“mutatis mutandis”- degli ospedali, dalla professionalità dei medici locali, dall’efficienza organizzativa burocratica…e così via. Tra l’altro, questo aspetto di dualismo tra nord e sud, lo si evince anche sui nomi degli ospedali, infatti troviamo: Policlinico, Ospedale Civile, Centro sanitario, Istituto di cura, Residenza sanitaria….mentre scendendo al sud troviamo l’elenco infinito dell’eletta schiera dei Santi o Beati quali: San Camillo, Giovanni XXII, San Gerardo, Sant’Orsola, Sant’Omero, Sant’Anna fino alla Casa della sofferenza di S. Pio.

L’altro capitolo, che prende il titolo omonimo del libro e cioè “La cucina arancione”, è interessante il modo descrittivo, quasi “NOIR”, che descrive la morte nei panni di una donna avvenente, una sorta di linguaggio intrigante, che ho apprezzato, in quanto in alcuni tratti mi ha ricordato uno dei poeti a me preferiti, Charles Bukowski, laddove Lorenzo scrive a pagina 117:

 

“Pensavo che la morte mi stesse corteggiando dolcemente per alleviare la mia fine. Poi mi raccontò di com’era giunta in America e della sua vita negli ultimi anni. Dai suoi discorsi capii che era una donna molto sola e incompresa. Per un attimo pensai che avrei dovuto aiutarla o diventare suo amico, ma poi l’idea che lei fosse l’incarnazione della morte mi metteva addosso una grande inquietudine. Era una donna inquietante e sola. Aveva un bel portamento e, soprattutto, aveva un bellissimo culo”.

 

Trasgressivo, ironico, lezioso, incompreso, rokkettaro, emotivo, erotico, bluesman, sessista; ed ancora: sensibile, umile, creativo, arrogante, new age, classista,…. insomma di tutto e di più, ma ciò che stupisce è la straordinaria “normalità” che Lorenzo riesce ad amalgamare nella più variegata intelligenza nel modellare pensieri e parole, merce assai rara in questo contesto culturale e editoriale, laddove il “ciarpame di scribacchini”, a volte, sovrasta “i migliori autori”, non a caso, giorni fa un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma dello scrittore Paolo Di Stefano, lo stesso affermava “tout court”: “E nel mercato si sa, la moneta cattiva scaccia quella buona, specie se la si vorrebbe far passare per moneta eccellente. Quando si dice che in Italia si pubblicano troppi libri, ci si dimentica dell’aggettivo brutti. Non che i belli e gli ottimi non escano, anzi, ma è come se non uscissero, travolti dalla moneta leggera”. Con minor enfasi potrei affermare che: ”Il talento non è qualcosa di dato, bensì è qualcosa che si conquista”.

Tutto questo, penso, che in qualsiasi altro libro potrebbe tra virgolette “disturbare”, qui invece sembra elargire il contrario perché questa è la normalità dell’essere umano, e tutto ciò traspare dalle pagine dell’opera di Lorenzo Spurio: “La cucina arancione”, sono pagine che si leggono quasi senza prendere fiato. Storie e situazioni intense ed impegnative, al cui termine non ci si può che complimentare con l’autore per il coraggio dimostrato nel raccontarsi così, senza veli, augurandogli di continuare a scrivere i questo modo poiché la sua scrittura rende, ad ogni dettaglio o routine della giornata, la giustizia di essere raccontata, di essere raccontata con il calore e il sentimento della sua penna che tende ad introdurci nell’onirico complesso, come diceva Lucio Battisti, della “mente e dei suoi tarli“.

 

Emilio Mercatili

 

23-11-2013

“La poesia è un itinerario complesso della vita”, di Ninnj Di Stefano Busà

 di Ninnj Di Stefano Busà 

 

La vita è fatta di poesia e la poesia è un itinerario complesso e variegato, una riflessione mnemonico-lirica, che tocca le corde del cuore e dell’intelletto, innesca il processo di scrittura che origina dal pensiero e si realizza nella sapienza del cuore che si nutre di essa in particolare.

Di fatto non si hanno dubbi. La poesia è per il poeta quello che per il medico è la malattia, fatti salvi: l’estro, l’immaginazione, la fantasia, il verbo, il poeta indaga nell’espressione poetica come lo sciamano coi suoi aruspici. Ogni esistenza si avvale della poesia, come un pianista, un musicista con le note dello spartito. In verità studiare o leggere un poeta e come indagare e indugiare sulle occasioni che una fulminea espressione imprime alla scrittura. Nessuna poesia è uguale all’altra, nessun poeta può essere simile ad un altro, e tutti colgono nel loro intimo concetto la realizzazione di un piano di scrittura, che collochi la poesia nello scavo privatissimo della parola, dell’emozione o dell’immagine che ogni individuo riformula al suo esterno.

La poesia è un atto di puro coraggio; è un voler far emergere in superficie ciò che rimarrebbe oscurato o retrocesso al ruolo di “ latebra del pensiero”.

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Il tentativo persistente di portare alla luce la percezione lirica che accompagna il mistero della parola, fatta luce essa stessa di una luce che trascende il mistero.

Poesia è ciò che ci pone ad auscultare con caparbia intuizione e capacità d’indagine il pensiero nelle sue estreme necessarie verità e, strenuamente, ne assolve, ne compone l’intellettualità che si pone a confronto della sua narrazione più intima e autentica. Scrivere poesia è come l’alba di un giorno nuovo su un terreno accidentato e sterile, da cui, come un astronauta su pianeti sconosciuti, deve estrarre il materiale che occorre per ritornare alla normalità della terra da cui proviene. Il terreno incolto e sconosciuto è battuto palmo a palmo nell’intenzione di poter capire o interpretare al meglio enigmi che lo oscurano.


E il frammento lirico è come l’estrazione di un nuovo minerale, di una nuova geofisica che gli impone una riflessione: saprà trovare la pietra filosofale? saprà individuare lungo il percorso terreno quella piccola, infinitesimale molecola di vita che l’esistenza propone? saprà capire l’universo invisibile? leggere in un libro scritto in una lingua sconosciuta? dare un senso alla storia? scoprirne i misteri del contingente.

La voce del poeta è forma immaginaria di un sistema di luci/ombre che scandaglia a 360° la realtà, spesso ai confini indefinibili tra il relativo e l’assoluto, con la consapevolezza di un linguaggio che aspira con tutto se stesso ad un’inconfondibile risorsa conoscitiva.

  NINNJ DI STEFANO BUSA’

 

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