Gabriella Pison su Ninnj Di Stefano Busà

STA PER USCIRE L’ENNESIMA MONOGRAFIA SULL’ ATTIVITA’ LETTERARIA DI UNA GRANDE SCRITTRICE: Ninnj Di Stefano Busà

UN ANTICIPO SULLA PERSONALITA’ ARTISTICA DI QUESTO PERSONAGGIO

di Gabriella Pison

Che dire? Non è una calma piatta quella che ci appressiamo a descrivere, è un vulcano di idee che rivoluzionano i canoni, è poeta, narratrice, giornalista, critico, aforista. Ninnj – E’ -, Ninnj sarà nella Storia del futuro. Di essa parleranno i libri di Letteratura…Non è più pensabile riferirsi a “Lei” alla maniera consueta con brevi recensioni, ma ormai giunta ad un livello tale da essere storicizzata, credo sia più opportuno parlare di lei in termini più semantici attraverso una critica che tutta la inglobi.
Non conosco di persona Ninnj Di Stefano Busà, ma solo attraverso gli scritti che ci scambiamo tramite i canali mediatici tipici della nostra epoca: il suo non è un nome nuovo data la sua vasta notorietà acquisita in campo artistico letterario, infatti ho percepito subito come si tratti dell’autentica personificazione-quasi di un mito, di un archetipo senza tempo, che porta con sé la voce del sapere umanistico, ispirata dalla musa della scrittura e della Poesia.

Ninnj Di Stefano Busà
Ninnj Di Stefano Busà

La sua figura è punto di riferimento e richiamo incessante ai più puri valori dell’arte poetica, sempre catarticamente ispirata e sostenuta da un prorompente coinvolgimento. I tratti aristocratici del suo essere comunicano sicuramente un’educazione d’altri tempi, caratterizzata da cultura e nobiltà d’animo e anche la sua tensione verso l’assoluto non può che considerarsi coerenza sia sul piano ontologico che su quello logico. Ninnj vive in una pregnante atmosfera metafisica, che le fa prefiggere di raggiungere e farci raggiungere a nostra volta la verità, conscia della sacralità della sua opera.
Rimane da chiedersi se la vocazione della scrittrice alla Bellezza, platonicamente intesa, non sia che un inevitabile cammino verso la dimensione superiore e la sua arte lo strumento con cui rafforza e vivifica la sua ricerca.
Senza esitazione colloco Ninnj D Stefano tra i grandi esegeti della nostra cultura chiamata a svolgere una funzione essenziale in questo mondo: ridare dignità alla Poesia, con la sua innata capacità di conferire pieno senso al proprio mondo, rielaborandolo con profonda riflessione e concretizzando l’elevazione, il significato metafisico dell’ascesa interiore, completando un percorso che si realizzi nel più puro ideale romantico essendo proprio tensione verso il bello e l’etica. Ideali che diventando atto di volontà hanno fatto grande la nostra Poetessa: il poeta è una via di mezzo tra il suo ego più permissivo e il suo riscatto dalla solitudine e dal dubbio, come ha scritto a proposito…la stessa autrice parlando di Giordano Bruno, riferendosi ad un filo conduttore tra il filosofo che aveva cercato di mettere ordine tra una teologia dilaniata ed in mano ai poteri forti, e la sua poetica che sembra un ammonimento a come l’uomo non impari mai la lezione dalla vita, persistendo nei suoi errori madornali, muovendosi tra il suo personale malessere e quello dei suoi simili con disinvolta disumanità, in un mondo che sembra diventato lo specchio della desertificazione delle coscienze, dell’annichilimento morale, della morte del pensiero libero e liberale nella corruzione della verità e di cui nessuno sembra accorgersene…

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo “Bilancio interiore”, a cura di Lorenzo Spurio

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro Bilancio interiore / Inner Balance

  

a cura di Lorenzo Spurio

  

Dal giorno in cui ho capito le linee della mia mano

ho cominciato a litigare con la vita (34)

 

Il mondo è come un bel libro

e il tempo è il migliore maestro:

volendo, si può imparare quasi tutto. (110)

 

A testimoniare il fatto che gli incontri migliori e che più ti arricchiscono sono sempre quelli che capitano casualmente, o comunque senza nessuna coincidenza prestabilita, vorrei parlare del mio incontro con Umeed Ali, un signore pakistano della regione del Punjab, nato nel 1961 e poi emigrato in Italia in cerca di un futuro migliore molti anni fa. Non è la sua una delle tantissime storie di emigrati che tentano solamente di approdare in quello che ai loro occhi può apparire come il paese di Bengodi dove lasciarsi alle spalle le sofferenze e la povertà, ma è la vicenda amara salda nella credenza religiosa di una persona dall’animo profondamente sensibile. La scrittura, il suo amore per la poesia e la riflessione nel mondo di carta, infatti, lo ha portato a stringere un profondo legame con la parola: le sue prime opere, scritte già durante la sua esistenza in India, vennero scritte negli idiomi locali tra cui l’Urdu, il Saraiki e il Punjabi.

1424191142Ho conosciuto Umeed Ali durate un ciclo di eventi culturali che ho co-organizzato a Palermo a metà Aprile 2015 ai quali lui, grande amante della cultura e frequentatore della Libreria Spazio Cultura dove si tenevano gli eventi si è presentato interessato. Alto, dai profondi occhi neri e dal viso di una serietà dolce e pacata, con una generosità d’animo difficile da trovare oggigiorno si è presentato facendoci leggere anche alcuni estratti apparsi su giornali nazionali e locali di prestigiosi nomi che l’avevano recensito o conosciuto. Mi ha raccontato che la sua vita non era mai stata facile e neppure ora, pur trovandosi a Palermo da amici, ma sempre alla ricerca di piccole donazioni per potersi sostenere e inviare soldi alla sua famiglia in India. Ciò che mi ha colpito è stata la sua voglia di parlare: di narrare di sé ma anche di saper ascoltare le vicende altrui, cosa che raramente un recente conosciuto è portato a fare.

Ho scoperto così che nella sua attività di vucumprà che ha contraddistinto la gran parte della sua vita una volta giunto in Italia, ha praticamente viaggiato in su e giù quasi tutta la Penisola e che conosceva città, monumenti, collegamenti stradali e orografia ancor meglio di un qualsiasi nativo. Di esser stato vari anni a Padova dove, anche se non ha amato molto la mentalità della gente adducendo alla loro freddezza e riluttanza, d’altro canto gli è stata propizia perché proprio nel Triveneto è stato appoggiato da associazioni, biblioteche ed enti locali che gli hanno fatto vendere un gran numero di copie del suo libro. Della mia Regione mi ha detto di esser stato a Jesi, Ancona, Falconara Marittima, cioè praticamente di conoscere il territorio abbastanza bene e, si sa, un vucumprà che è costretto a muoversi di continuo e sulle sue uniche gambe è il miglior “viaggiatore” e conoscitore degli spazi che ci possa essere sulla Terra. Il viaggio, che non è un divertimento, è funzionale al sostentamento ma al contempo gli permette di osservare il mondo nelle piccole cose e di conoscere le persone così come il fatto che alla freddezza caratteriale e alla ricchezza (dei sostegni) del Nord da lui sperimentato preferisse la calorosità e la parsimoniosa e reticente offerta della gente del sud Italia. Mi  ha raccontato che ha vissuto tanti anni a Perugia (nella quale ritornerà dopo questa sua permanenza a Palermo) della quale conserva un bel ricordo e insieme abbiamo ripercorso i vari ambienti della toponomastica cittadina che ben conosco perché vi ho studiato due anni. Negli anni in cui io studiavo alla Facoltà di Lettere lui abitava poco distante da Piazza Morlacchi dove, pure, nella nota Libreria-Casa editrice Morlacchi aveva dato alle stampe il suo libro di poesie. Io a quel tempo mi servivo nella stessa libreria per testi universitari e dispense.   

copDurante la serata del 18 aprile in cui alla Libreria Spazio Cultura avevamo organizzato il reading poetico dal titolo “Grandi e Dimenticati: la poesia che non muore”, Umeed ci ha letto tre sue poesie presenti nel libro o, meglio, le ha recitate a memoria in parte chiudendo gli occhi ma dandone sempre il massimo della forza espressiva nel suo italiano, perfetto, con lievi sentori di un difficile percorso di apprendimento. Ci ha spiegato che nelle lingue indiane da lui conosciute una stessa parola in base alla lettura, alla sonorità che ne scaturisce dalla pronuncia è possibile ricavarne significati differenti, completamente distanti tra di loro e che c’è una ricchezza lessicale stupefacente. La sua difficoltà nell’esprimersi nell’italiano, negli anni, non è stato il semplice saper tradurre da parola a parola, cosa meccanica e semplice come potremmo fare tra una lingua neolatina e l’altra, ma andare a vedere se nel relativo termine tradotto in italiano, in effetti, si mantenesse il significato originario del termine, nella lingua pakistana, come lui l’aveva inteso e creato. Un processo senz’altro difficile al quale la sua poetica, raccolta in questo volume bilingue italiano-inglese, si è dovuta piegare ma che, a ben vedere, non ne ha risentito in maniera troppo dura. Così scrive nella poesia intitolata “Dal giorno in cui ho iniziato a scrivere in italiano”: “È difficile riuscire a trasmettere i sentimenti/ in una lingua straniera,/ perciò mi manca sempre qualche parola giusta/ o qualche frase,/ ma quando finiscono queste lontananze, di lingua e colore,/ siamo tutti vicinissimi” (66).

Le poesie di Umeed Ali parlano di solitudini e lontananze, di indifferenze sociali e di disagi che si realizzano distanti dagli occhi dei più, sotto la luce del giorno. Sono parole che risentono dell’offesa subita, della mancanza di aiuto, dell’insensibilità e di una divinizzazione dell’uomo contemporaneo portata all’estremo. Una società in cui, parafrasando Orwell ma anche Sciascia delle Favole della dittatura esistono maiali (potenti) e i topi (vittime) dove i primi che, in cima alla scala piramidale gestiscono l’esistenza di tutti, non fanno altro che incamerare ricchezze, riempirsi la pancia e, cosa peggiore, infischiarsene di coloro ai quali per lo meno potrebbero dare briciole dei loro “pasti” da nababbi.

A Palermo nell'aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali
A Palermo nell’aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali

In questo Bilancio interiore che è il titolo della raccolta, Umeed si denuda sulla carta per raccontarci la durezza di una esistenza improntata alla continua ricerca nell’altro di comprensione, apertura, vicinanza e curiosità. Anche la semplice parola, il regalare una conversazione a una persona sola, depressa, malata o denigrata può significare per essa la salvezza e al contempo scopriremo che sarà stato un regalo anche per noi stessi.

Il libro si apre con la poesia “Per Dio Grandissimo” e il “Dio Grandissimo” di Umeed chiaramente è Allah anche se lui non lo nomina e, parlando con lui di religione, ho percepito la sua indignazione su quel viso scuro prima rilassato e di colpo compunto e un’espressione schifata quando abbiamo parlato della nuova e grave minaccia terroristica che riguarda il mondo tutto. La religione per questi fanatici è solo un pretesto per ambire a qualcosa di più alto con l’aiuto di ingaggi internazionali che forniscono armi e coperture. Li ha definiti con i peggiori epiteti che si possano udire e ogni volta che ne fuoriusciva uno dalla sua bocca percepivo la sofferenza di chi ha sperimentato sulla sua pelle la violenza, la coercizione, lo sfruttamento, l’abnegazione a sedicenti logiche di salvezza.

Umeed è il poeta del sentimento, un uomo che dinanzi a tante difficoltà è riuscito a prediligere il lato umano e il rapporto interpersonale su ciascuna cosa ed è proprio per questo che è in grado di scorgere la bellezza, nella donna o nella natura, quando forse sarebbe più istintivo trovare spazio nello sconforto di immagini fosche e deprimenti: “Tocca la mia fronte/ perché il profumo della tua mano/ possa cambiare il mio destino” (28). Ed anche se la durezza di una vita trascorsa tra difficoltà (“io faccio sempre una dura vitaccia”, 56) e lontananze dai suoi cari è pesante da sostenere ed Umeed ci parla dei suoi “problemi di tutti i giorni” (34) il messaggio finale non è mai cupo, non tende al pessimismo, né allo scoraggiamento poiché, come lui stesso sostiene in maniera lapalissiana,: “La vita è una gioia e pure un dolore/ la vita è un’offesa e pure un amore” (46).

Per un emigrato in un paese talmente diverso dal suo luogo di nascita e dalla sua cultura ci sarà sempre spazio al ricordo, più o meno mesto, di ciò che ha lasciato per altre terre. Trovo che nella poesia “Nostalgia” di Umeed sia contenuto questo sentimento di angoscia-ossessione che lo lega a un passato distante non solo in termini cronologici, ma spaziali, culturali e soprattutto affettivi: nella poesia “Nostalgia” leggiamo: “Mia cara nostalgia rimani con me/ non devi lasciarmi solo/ […]/ Se vuoi stasera andiamo insieme/ in qualche luogo particolarmente bello,/ […]/ e ti racconterò una bella poesia/ dedicata a te, mia cara nostalgia” (60).

Un libro-testamento che ci consegna pensieri sulla vita, sul senso della stessa e su come potremmo tutti vivere meglio se allontanassimo da noi il narcisismo che dilaga, se rifuggissimo l’invidia e abbattessimo l’indifferenza che costruisce giganti di roccia, monadi in sé chiuse e apparentemente autosufficienti. Nessuno è autosufficiente a sé stesso. Nessuna famiglia. Nessuna società. Ed è così che Umeed Ali ci interpella su riflessioni di questo tipo alle quali tutti i giorni non diamo troppo spazio impegnati nei tanti impicci quotidiani assorbiti da una ritualità che ci ha fatto automi: “Se tutti siamo figli di Eva e Adamo, / come mai fra noi così mal pensiamo” (54). Due versi linguisticamente semplici privi di retorica che non hanno la volontà di metter a giudizio nessuno, ma di aprire alla consapevolezza in unione con una contemplazione e profonda gratitudine verso il Dio creatore che dobbiamo pregare, invocare e sentire vicino a noi, come un grande amico a guidarci verso il bene mettendo fine a ciascuna idea che consacri la violenza e il sopruso tra gli uomini: “Vergognati egoista, hai sempre sete/ del sangue del tuo fratello innocente./ Non devi scordare che esiste un vero potete, grandissimo/ Di universale misericordioso” (64).

I versi di Umeed riguardano verità sacrosante che vanno scolpite sulla roccia e incise sui muri delle città affinché restino lì, perentorie a informarci quale può essere lo spauracchio che dilania la comunità per chi ne svia il percorso e s’imbatte in territori dove la moralità e il senso di rispetto sono stati relegati a categorie inutili. La forza della parola è altisonante e diventiamo amici di Umeed uomo-esule-vucumprà-poeta-cittadino di nessun luogo che con l’arma più potente e persuasiva ci permette di guardare dentro di noi con più convinzione e serietà. Il suo verso si fa ora canto, ora preghiera, ora denuncia ora sdegno e commento critico sul mondo e nel complesso ci consegna un compendio autentico e sofferto del suo arcobaleno emotivo che, a intervalli, riaffiora nel cielo dopo momenti di pioggia e oscurità: “Quanto è bello stare con se stessi,/ raccontarsi di cose profonde/ e anche ascoltare se stessi” (92).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 30-04-2015

 

Anna Scarpetta su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

NEOPLASIE CIVILI

Silloge poetica di  LORENZO SPURIO

 

Recensione di ANNA SCARPETTA (Poetessa e scrittrice)

 

             

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

 Neoplasie Civili di Lorenzo Spurio è il primo libro di poesie che ha incuriosito e continua a incuriosire non solo i critici ma anche il numeroso pubblico che  segue le costanti novità editoriali, fresche di stampa, del giovane scrittore e saggista.

               Il titolo di questa Silloge è incredibilmente mirato, abbastanza forte e preciso, per narrare, in versi, l’essenzialità di tutti quei malesseri oscuri di un mondo malato da troppi mali sociali, così profondi e gravi: taluni lasciati nella più completa indifferenza e degrado, altri, invece, rimasti come tracce di storia da ricordare. Tuttavia, sono sempre mali neoplastici, tra virgolette, del nostro pianeta. Invero, mali che deteriorano quei valori sani di una società costantemente offuscata  da troppe crudeli violenze, miste di terrori e soprusi così miserabili. Il libro è davvero profondo e risalta quei valori sociali che sembrano aver perso il giusto passo con la realtà, così come si può constatare in questa poesia, Polvere e Sangue: “ (…) Alla nuda  frontiera del mondo/ impavidi  cecchini sparavano, uccidendo soldati amici(…)”. pag. 35; o  ancora meglio specificato in questa lirica dal titolo Kalashnikov d’estate, in cui il poeta, con sottile stile sostanzioso, enuncia:”(…) Lì tra le torok di polvere e i chawaree di terra depressa/ morivano uomini./Un prepotente capotribù era saltato in aria/con figli, amici e sconosciuti/ poco lontano dal mercato (…)”.  pag. 24

               Invero, le liriche sono pregne di reali contenuti, inerenti ai mali che affliggono l’umanità dei nostri tempi che non appaiono mai così giusti e maturi abbastanza per guarire ogni crudele ferita inferta, quando ancora sanguina nella memoria della nostra storia, sia passata che presente. Mi piace, altresì, evidenziare taluni versi, assai forti, di Lorenzo inPolvere e sangue, in cui i mali sembrano raggiungere livelli impensabili, quando egli afferma: “Quelle pietre perfette/ assorbivano sangue, diventando tumori in metastasi. Un vecchio fumava/ stanco dell’oppio e mugugnava frasi d’odio. I bambini giocavano addolorati/fra le pozzanghere nere, senza fine. (…)” e di nuovo  ribattono i versi incalzanti, dicendo la verità: “(…) Non ho mai avuto tanto freddo;/ serravo i pugni con sovrumana forza/con la speranza di polverizzarmi (…)”. pag. 35

               La visione di questa poesia risulta perfetta come metafora, la bravura di Lorenzo Spurio riesce a descrivere la durezza delle pietre pregne di sangue, destinate nel tempo a divenire tumori in metastasi, proprio quando cala silenzioso il velo dell’indifferenza. Sicché, s’intuisce chiara la rassegnazione di un vecchio che fuma,  rimuginando, tra sé,  solo frasi di odio. Peraltro, mi risulta spontaneo citare altri versi significativi, in un dialogo, quasi intimo, ovvero, un lento interrogarsi continuo senza mai giungere a risposte giuste. In effetti l’autore si apre, dicendo in Colloquio: Ho guardato la terra  e le ho chiesto dove andasse/ usando un linguaggio di vergogna/ per ammazzare noiosi secondi” (…) pag. 52. Anche  la limpida e tenera lirica  A una madre, risulta inequivocabile quando recita: “(…) Le lacrime di un popolo scivolano copiose, per un momento; quelle di una madre/non trovano fine”. pag. 15

               Ebbene, tutto incentrato nel cuore malato del mondo, sin da subito, si rivela particolarmente interessante questo libro di poesie di Lorenzo Spurio. Mi piace aggiungere,è un modo assai singolare, di saper narrare, dialogando, con giusta misura, nelle succinte o aperte descrizioni di certune delicate tematiche. Invero, una silloge, di poesie così originali e impegnative, preparata in grande stile, che si presenta al pubblico, ben nutrita di particolari, mettendo in risalto, una molteplicità di eventi accaduti. In sintesi, i versi del poeta scandiscono con incisiva espressività un lento, continuo scorrere di accadimenti avvenuti, nel mondo, in una sequela  impressionante, davvero inquietante, in veste di delicati temi sociali, tutti avvolti da un alone inconfutabile di veridicità così intrigante. Poesie, peraltro, frutto di un costante lavoro assai minuzioso, che scorrono fluide come l’acqua di un fiume agli occhi di chi legge.

 

               In sintesi, l’ampia finestra, di questo libro, si apre generosa sul mondo per lasciare intravedere tanti minuziosi flash istantanei di quegli eventi, misti di orrende violenze, nonché, duri soprusi. Ma, tuttavia, evidenziano anche periodi di tanta tirannia e suicidi che abilmente  Lorenzo ha saputo catturare con la sua curiosità.  Difatti, i versi descrivono la brutale follia di uno scrittore francese, Dominique Venner, morto suicida il 21 Maggio del 2013 nella cattedrale di Parigi. Invero, anche in questo tragico avvenimento, i versi dell’autore risultano abbastanza incisivi in Notre-Dame De Paris: “(…) In cattedrale si suicida uno scrittore/per sdegnare il tormento/di gravosi e disoneste leggi/contro-natura, che spaccano la Sacra Famiglia (…)”. pag. 22.

              Dunque, accadimenti  importanti, che hanno comunque scosso il mondo per la tragica morte della principessa, Lady Diana. In realtà, nella lirica Verde per sempre, Lorenzo, inequivocabilmente, enuncia: “(…)Non era stata regina,/ ma principessa declassata di titoli, onori/e infangata da accuse e presunzioni” (…). pag. 20

               Leggendo con attenzione il libro, ebbene, non si può non lasciarsi coinvolgere da questi versi, marcati dalla durezza degli eventi che sembrano interrogarci con estrema inquietudine, in Non più favole, in cui Lorenzo dice chiaro: “Non era tempo per favole/e idiote freddure, quello./ Il sole riscaldava l’erba/l’aria e il cemento, ma non me” (…) pag. 34.  La minuziosa ricerca accurata, del poeta, va oltre alla visione di taluni tragici fatti, esaltando, in genuini versi, molte crudeltà consumate in paesi stranieri, come in Turchia, durante un clima di forte repressione nel giugno del 2013.

               I versi di Neoplasie civili, in concreto, raccontano dure verità, in una sequela  inaudita di squallori, misti di dolore e forte sofferenza di un popolo governato col pugno duro e autoritario, così come descrive Lorenzo Spurio in Non abbattete quegli alberi!: “Nelle strade tra polvere e odio/indignazione e difesa ecologica/la voglia di libertà/ stringeva alle mani/il verde futuro/ di una patria, affollata nelle preoccupazioni,/ massacrata nelle opposizioni,/ martoriata dalle aberrazioni,/ di un capo pur eletto/ ma non più amato.” (…) pag. 39.

               Infine, nella bella lirica: Alla piazza di sangue, Lorenzo risalta una speciale visione di un pubblico rumoroso che rimane affascinato dinanzi ad uno spettacolo di tori eroici nell’arena. Così gli estasiati versi immortalano certe scene abbastanza chiare:  “Un vecchio registrava affanni/e claudicante ricercava/ il suo posto all’ombra. |Holà! (…) Il clarino suonò dolciastro,/la folla estasiata si godeva quei terzi/nell’arena appiattita. |Aca toro! (…) Qualcuno avrebbe mangiato una coda/in una taverna della plaza./L’avrebbe condita con patate, come pregiatissime medaglie/di un bottino ritrovato. (…)”. pag.46/47

               In conclusione, la nuova poetica di Neoplasie civili s’impone con minuziosa accortezza e narra drammi umanitari sparsi nel mondo. La nuova silloge di poesie di Lorenzo Spurio sembra proprio  che c’inviti, in sintesi, a riflettere seriamente, con un bel suo pensiero, rivolto a tutti, indistintamente, ch’io racchiuderei così: “Benvenuti nel nostro mondo infernale, coi mali orrendi, coi suoi soprusi, coi suo contrasti accesi, coi risvolti di mille facce e sfaccettature, che ci tolgono il respiro. Tante sono state le vicissitudini che abbiano dovuto sopportare, con fatica, per dimenticare. Le abbiamo sopportate inermi, attoniti, fino a toglierci il piacere di una serenità che nessuno avrà mai più”. Ecco, mi piace concludere così questa doviziosa raccolta di liriche, così intensamente forti, vere. A mio dire, neppure un bravo reporter, in giro per il mondo con la sua macchina fotografica avrebbe potuto fotografare meglio tutto ciò che Lorenzo ci ha descritto, minuziosamente, in questi magnifici, reali, versi.

 

 

Novara, lì 26.04.2015                                                                        Anna Scarpetta

Francesca Luzzio su “L’opossum nell’armadio” di Lorenzo Spurio

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio

PoetiKanten Edizioni (2015)

 

Recensione di Francesca Luzzio

 

cover front opossumLa raccolta di racconti di Lorenzo Spurio presenta un titolo originale: L’Opossum nell’armadio  pertanto, a lettura ultimata, viene spontaneo chiedersi che relazione esista tra questo marsupiale e i racconti stessi, a maggior ragione poiché ogni racconto è preceduto da una sorta di frontespizio che mette in rilievo una qualità o un comportamento tipico di questo animale. Si è indotti a pensare che l’opossum sia metafora dell’inconscio umano che ognuno di noi tiene “nell’armadio-coscienza” e che i frontespizi, proponenti caratteristiche dell’opossum, rispecchino  aspetti dell’indole dei personaggi protagonisti dei racconti.

Orbene, talvolta il freudiano  Es sconfigge l’Io e il Super-io e s’impone dominante nell’agire, caratterizzandolo e trasfigurandolo, dandogli un iter o un esito che il pensiero dominante impone. Ma il pensiero che domina e dirige l’agire umano non è come in Leopardi l’amore, né la morte di cui parla insieme all’amore nel canto successivo del Ciclo di Aspasia  (Il pensiero dominante, Amore e morte).                             I pensieri dominanti  che invece caratterizzano i personaggi dei racconti di Lorenzo Spurio, determinandone sottotraccia l’agire, sono pensieri che esulano dall’astrattezza razionale che caratterizza i versi di Leopardi e si nutrono  dell’irrazionale e caotico Es, delle variegate risposte che esso dà  alla concreta e disfatta  realtà economica sociale e morale  che caratterizza i nostri tempi, quale estrema reazione e sfida alla negatività del mondo. Così il suicidio è espressione della disperazione che determina il licenziamento e la disoccupazione nel racconto, “Livello -1”; l’abbandono della propria famiglia borghese e benpensante in “L’ultimo compleanno” è desiderio di libertà, di fuga, dai formalismi sociali di oggi;  la rivalsa e l’affermazione dell’io contro l’umiliazione derivante da un lavoro e da ruoli accettati per disperazione perché “con una freschissima laurea di filosofia in mano” non si sa “dove sbattere la testa” è il tema che caratterizza il racconto, “Due parole sulla biodiversità” e  così via, in un prosieguo di situazioni e di casi apparentemente anomali, surreali, irregolari nella prassi di una coerente formalità  e corrente eticità del vivere quotidiano, di fatto reali, frequenti, giustificati dai protagonisti attraverso la correlazione, secondo la loro logica, tra causa scatenante ed effetto. Per questo Lorenzo Spurio descrive in modo approfondito e dettagliato la psicologia dei personaggi, facendone emergere l’essenza profonda  a cui è ascrivibile il comportamento che alla fine viene assunto.

L’uomo, “monade” secondo Leibniz, “senza finestre sul mondo”, chiuso nella solitudine del suo essere, in realtà  risente nelle sue rappresentazioni di ogni fatto, di ogni evento e nel suo interno si scinde in una miriade di emozioni e stati d’animo che acquistano forma e consistenza, d’istinti che nell’irrazionalità del loro emergere finiscono con il  determinare svolte decisive sia nella prosecuzione del percorso vitale, sia nello stabilirne la conclusione. Con uno stile piano, scorrevole, pregnante il narratore conduce il lettore nei meandri della coscienza umana e della variegata e critica realtà dei nostri tempi. Narratore esterno, non giudica, né esprime pareri, lascia al lettore l’ermeneusi dei testi, la cui significazione comunque emerge immediatamente, grazie alle qualità stilistico-formali di cui si è già detto.

 

FRANCESCA LUZZIO

 

Palermo, 2 aprile 2015

“Sussurri e silenzi (aforismi)” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

“Sussurri e silenzi”

Raccolta di aforismi di Emilio Rega

Prefazione di Lorenzo Spurio

 

sussurri-e-silenzi-emilio-rega-L-FRKGB5Gli aforismi di Emilio Rega contenuti in questo libro spaziano tra tematiche molto diverse tra loro: l’autore riflette sul senso e sui limiti dell’arte, soprattutto quella poetica, da’ insegnamenti esemplari partendo dalla constatazione di una società disturbata e minacciata dalla corruzione, fornisce analisi personali sulla natura del sé cosciente nel nostro periodo storico. Il percorso che il lettore è chiamato a intraprendere non è unico, ma molteplice: si potrà partire a leggere dall’ultimo aforisma per poi tornare indietro a leggere tutti gli altri, si potrà aprire il libro a caso e leggere oppure iniziare la lettura dalle prime pagine come canonicamente viene fatto. Perché un libro di aforismi, per quanto sia dotato di una struttura concettuale, è un testo sfuggevole, ispirato e denso di prospettive: gli aforismi non sono semplici sintagmi, né haiku dal verso rotto, tanto meno delle parole in libertà o dei ricercati sillogismi. O forse sarebbe opportuno dire che sono tutte queste cose allo stesso tempo, ma sono anche delle preghiere laiche, delle critiche taglienti, dei sassi scagliati, rapidi flussi di coscienza e tant’altro. Lo stesso autore in uno dei suoi aforismi scrive: Contrariamente a quel che si pensa in generale la scrittura di un aforisma efficace non è immediata: occorre  prima pensarne almeno altri due o tre privi di nerbo. Rega è sicuramente un autore che ha instaurato un certo rapporto amicale e confidenziale con questo genere poetico, se teniamo conto che questa raccolta di aforismi non è che la sesta nella sua ampia produzione; si ricordi, ad esempio, Oltre le stelle (Edizioni dell’Oleandro, 1997, con prefazione di Dante Maffia) e Ad libitium (Mario Baroni Editore, 1999).

In questo libro si parlerà delle ragione con le sue manifestazioni (scienza, conoscenza, empirismo) e dell’universo irrazionale (la religione, l’amore); curioso a questo riguardo l’aforisma che, laconico, recita: L’amore esalta lo spirito, la passione annichilisce l’anima.

Alcuni aforismi rasentano un’atmosfera comica che, però, proprio per la sua drammatica rispondenza alla scoraggiante situazione che viviamo, finiscono per mostrarsi altamente grotteschi e paurosi: Troppo intelligente? Licenziato! dove l’autore, dotato di grande sintetismo, ingloba un mesto colloquio a due voci fatto di domanda e risposta, una risposta che, con il punto esclamativo che la segue, ne sottolinea ancor più vivamente il senso alienante della condizione umana. In altre parole, forse meno “aforistiche”, Rega consacra sulla carta una sacrosanta verità: sono gli ignoranti, gli opportunisti o i raccomandati (a volte le tre sfaccettature, addirittura, sono presenti in un unico essere) ad andar sempre avanti e a vedersele tutte andare dritte. Idea questa che Rega ripropone anche in un altro aforisma, ancor più esplicito: Le migliori intuizioni le ha il cosiddetto idiota , non l’intelligente.

Quasi mosso da una forza avanguardistica (Il passato pesa come un macigno sulle nostre teste e nonostante ciò non possiamo non fare i conti con esso) , l’autore rintraccia nei segni degradati della nostra contemporaneità (fiction, vip, personaggi famosi, l’arrivista, il fascino perverso della celebrità) degli stereotipi vergognosi, il cui superamento è necessario per metter fine all’ilarità e gratuità dominante nel nostro comune vivere quasi a sottendere che la genuinità e quel sentire di purezza non possono essere rintracciati in persone che hanno fatto dell’esaltazione dell’ego la loro religione: L’egoismo acceca l’uomo e lo rende stupido, scrive Rega in un altro aforisma.

E in questa riflessione a tratti vorticosa a tratti amara neppure la religione viene risparmiata, l’autore scrive: Quel tarlo del dubbio che ti toglie il gusto della fede. Ma la domanda, spontanea e lecita, che mi pongo: può un tarlo, per quanto ossessivo e fastidioso possa essere, minare la ferma credenza di un cattolico? O di un credente in generale dato che qui non si parla propriamente di cristianità? Al lettore sta a decidere sulla questione.

Rega non risparmia proprio nessuno ed è chiaro il suo messaggio carico di disprezzo e di sfiducia nei confronti del nostro mondo: c’è gente che parla solo perché ha la bocca, sembra dire l’autore; ci sono megalomani, potenti, false dive, arroganti e so-tutto-io: tutti condividono una grande ignoranza di fondo, ignoranza che, offende la cultura e chi realmente opera per essa: L’Italia è un tale paese di ignoranti che basta avere una laurea o aver frequentato un Master per sentirsi chi sa chi (per non parlare dei rappresentanti del mondo accademico).

Emilio Rega è critico e a tratti polemico (Italiani: “brava gente” o gente furba?) con la gente che lo circonda, con la società e con i tempi in cui vive. Non è un provocatore, né un qualunquista, ma una persona dall’animo meditabondo a cui piace soffermarsi per guardare la realtà da fuori e cercare di interpretarla. Il grande Gozzano scriveva in una sua lirica che il mondo è “quella cosa tutta piena di quei cosi con due gambe che fanno tanta pena”. Qui, in questa opera, si respira quella stessa aria.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 21-04-2013

“Imago” di Antonella Troisi, prefazione di Lorenzo Spurio

“Imago” di Antonella Troisi

Prefazione di Lorenzo Spurio 

imago_600Antonella Troisi con Imago ci immette direttamente nel vortice dei suoi pensieri che traggono linfa dall’inquieto momento storico nel quale ci troviamo a vivere. Il lettore troverà poesie dal gusto nuovo la cui collocazione in un genere risulta difficoltosa, ma, come si sa, nel nostro secolo non è opportuno parlare di scuole, movimenti né generazioni. La gran parte delle liriche hanno come tema centrale l’amore, vissuto in maniera tormentata e con una malcelato senso di oppressione che deriva dall’impossibilità di sapere come esso evolverà nel futuro: se si conserverà, se, invece, perirà per una qualche ragione. La poetessa elabora versi dalla sintassi asciutta e dalla terminologia che fa spesso riferimento a vari campi (quello astronomico e quello della matematica o più propriamente della geometria).

In “Volti”, la lirica che il lettore troverà all’inizio di questa raccolta poetica, si respira una certa insoddisfazione per un amore assente la cui continua ricerca sembra depistare l’io lirico tanto da portarlo a domandarsi se realmente esso esista o se, invece, sia stata una desolante illusione. La poesia che segue e che dà il titolo all’opera, Imago, intesse la sua struttura su chiari riferimenti ovidiani alla sua opera magistrale, Le Metamorfosi, dove la poetessa, descrivendo la trasformazione da bozzo a farfalla, osserva: «m’incrisalido in un bozzolo/ non di seta». La parola ‘imago’, che in latino significa “immagine”, quasi a intendere una sorta di copia, ricorda l’immagine riflessa di Narciso nell’acqua del torrente e il mito di Eco che venne trasformata da Era in imago vocis e destinata a vivere solamente sotto forma della ripetizione dei suoni prodotti in natura, l’eco appunto.

L’istante è al centro anche della lirica “Momento” dove la poetessa utilizza un termine di ampio utilizzo nella biologia naturalistica, la simbiosi, qui impiegato come forma di vita unitaria a due, l’io lirico e l’amante, in uno scambio di continua, completa e perfetta parità. La matematica viene “presa in prestito” nella sua terminologia settoriale: ‘ellissi’, ‘iperboli’, ‘fuochi’, termini che, pure, fanno riferimento ai moti dei corpi celesti che la poetessa spesso chiama in causa. E’ curioso notare, poi, l’utilizzo che la Troisi fa della punteggiatura: essa sembra claudicante o volutamente mancante, tanto che la virgola sembra essere più rara di una pepita d’oro, preferendo utilizzare barre, comunemente avulse al genere poetico sia per spezzare il verso che per istituire un’antinomia di sostantivi: «cuore/ cervello»; «emozione/ ragione», ecc.

La difficoltà nel percepire in maniera lucida e razionale quali siano i limiti estremi di un amore è al centro della silloge dove l’amore si configura a tratti come un tormento, un desiderio, un pensiero ricorrente, un’illusione,  La poetessa, però, è altamente coscienziosa nel sapere che parlare di amore immancabilmente significa parlare anche del tempo che, imperterrito scorre:

Non lasciare che tutto svanisca

e diventi pulviscolo

non lasciare che i ricordi si frantumino

e i cocci diventino un mosaico scomposto.

Il messaggio è chiaro: la via della dimenticanza deve essere per forza rigettata, perché solo definendo noi stessi attraverso il nostro passato individuale, i nostri ricordi possiamo dare un senso  alla complessità del nostro presente, conoscerci e rapportarci all’altro. Un buon rapporto con il passato, sembra dirci la Troisi, è il salvacondotto per sperare di vivere l’amore in modo pacificato.

Lorenzo Spurio

Jesi, 29 Maggio 2013

0Uno scatto della presentazione del libro “Imago” avvenuta a Salerno nel 2014. Da sinistra Luigi Crescimbene (critico letterario), Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Antonella Troisi (poetessa) e Anna Maria Folchini Stabile (Presidente Ass. Culturale TraccePerLaMeta).

“Versi in-versi. (Affilati e taglienti)” di Ciro Imperato, nota critica di Lorenzo Spurio

“Versi in-versi” di Ciro Imperato

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

download (1)Siccome l’occhio critico –il mio, almeno- va sempre a porre attenzione su ciò che normalmente, per sbadataggine, mancanza di una particolare considerazione o frettolosità, non si va ad analizzare con profondità, devo dire che mi sono focalizzato sul sottotitolo di questo libro che recita “Affilati e taglienti”, piuttosto che sul titolo stesso dell’opera che, pure, offre un accostamento interessante degno di poter essere analizzato e interpretato (“Versi in-versi”). In questa carta d’identità del libro è già contenuto a-priori un chiaro messaggio di matrice quasi avanguardista con un vocabolario che rimanda principalmente alla distorsione e alla de-strutturazione (i versi scomposti, “in-versi”) e alla natura pungente/aguzza di un contenuto corposo e non complesso del “far poesia” il cui emblema può essere forse visto nell’immagine-simbolo della lama che troneggia nella poesia “Echi infiniti”. Una poesia affilata, dunque acuminata, dalla conformazione quasi filiforme capace di azionare nel complesso cognitivo dell’uomo una risposta di tipo impressionante (e non impressionistica)[1] che sconvolge il lettore per la sua capacità tagliente (si osservi dunque l’altra componente di questo titolo).

Queste sono le caratteristiche preponderanti di una porzione delle liriche contenute nel presente libro (mi soffermo su quelle che condividono un allarme dichiaratamente sociale e che riguardano il senso civico perché secondo me è questo il canto più alto del far poesia, nel dar voce alle vittime di quella “terra brulla/ e brulicante di esseri immondi”) e che, chi leggerà con il cuore piuttosto che con il cervello, sarà in grado di assaporare. Sono le liriche più dure, che partono da uno sconcerto doloroso dinanzi ai drammi più ignominiosi dell’oggi dove è il concetto di diversità, abusato e mal-interpretato, a dettare episodi ingiusti, drammatici (“Uomo,/ tu che prima abbracci/ e poi uccidi”), che soffocano l’anima e danno carbonella da ardere ai soli cuori che sanno infiammarsi. Che sanno accendersi, scaldarsi ed effondere calore e umanità proprio come il Nostro mostra di fare attraverso questo fitto e mai stinto collage di diapositive che si sovrappongono, si inframezzano intersecandosi ed è proprio dall’incrocio riuscito di queste diverse trame che il libro prende forma. La sua impalcatura denota uno studio preciso e meditato del verseggiare e una volontà di dipingere il mondo personale (l’io) e sociale (la Terra) nelle sue gioie e dolori (“il tuo ultimo/ e solitario/ doloroso tramonto”) denotando un’anima che osserva e si interpella, che non giudica ma descrive con un occhio vagliato dal ricordo (“io mi rispecchiavo nei tuoi [occhi]”), dall’emozione e dalla lucidità dell’età matura.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 25.06.2014

[1] Non è un caso che la cover sia affidata a una celebre composizione di uno degli artisti più poliedrici, complessi e che rappresentarono la pittura astrattista non figurativa, il genio di Kandiskij.

“I cristalli dell’alba” di Sandra Carresi, postfazione di Lorenzo Spurio

I cristalli dell’alba

di Sandra Carresi

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

A quell’Italia

che va via,

ma non viaggia,

si ammazza. 

 

imagesHo sempre letto con grande piacere e curiosità le raccolte poetiche dell’amica Sandra, perché a differenza di tanti poeti o pseudo tali che si riempiono la bocca di belle parole convinti di far poesia, ho sempre trovato in Sandra –sia nella sua poetica, che nella sua grande umanità- una grande ricchezza e generosità. Qualità queste che non si sposano bene con il tempo presente e che sembrano conoscere una continua messa alla berlina, ecco perché reputo che quando una persona ancora si emoziona visibilmente nel leggere le proprie poesie, significa che quella persona non solo le poesie le ha scritte e le ha vissute, ma le rivive e le sente sulla sua pelle come sensazioni che si rinnovano. Questa, oltre ad essere una cosa meravigliosa, è anche una manifestazione di come un’anima sensibile sia in grado di rapportarsi al mondo della scrittura, perché scrivere poesie, pubblicare sillogi e presentarle non è altro che il più piccolo tassello di quel grande mare magnum del “far letteratura”. La letteratura non è carta stampata, libri messi sulla scrivania e mai aperti, smaniose frequentazioni a concorsi per rincorrere l’ambito premio, ma è una riflessione sul mondo, un’analisi sul vissuto e su cosa rappresentiamo per noi, per i nostri cari e per l’intero tessuto sociale. Credo che se viene meno questa impostazione di fondo, non si potrebbe parlare di artisti che, invece, credono nella loro arte, alla quale apportano innovazioni arricchendola.

Ciò che mi piace poter sottolineare di questa nuovissima esperienza poetica di Sandra è l’attenzione alla dimensione sociale, ossia l’impegno attivo, etico e di denuncia che è possibile circoscrivere in numerose poesie della raccolta. La Nostra non è nuova, invece, a una poetica di carattere modernista, fatta di dolcezze, colori e esuberanti osservazioni della natura e del suo funzionamento con speziati aromi che derivano dagli ecosistemi più vari: poesie di questo tipo, colorate, quasi effervescenti, di compiacimento di fronte al bello e alla semplicità e al contempo del Creato abbondavano già nella raccolta La vetrata incantata del 2011 per la quale Sandra mi aveva inorgoglito chiedendomi un commento preliminare. Se decidiamo dunque di scantonare l’analisi critica da quelle poesie dal gusto sobrio ed elegante che hanno un taglio più marcatamente personale o intimista e ci concentriamo, invece, su quelle che compongono l’ampio corpus del poetare civile, ci sarebbero senz’altro molte cose da osservare e alle quali render merito.

Sandra parla di un presente difficile dove domina il narcisismo, i personalismi e le bieche leggi di mercato, un mondo dove la politica (dal greco “governo della città”) termina per essere garante del bene sociale, della giustizia e di preservare il destino del paese. Si allude di continuo alla difficoltà del tempo in cui viviamo, difficoltà che possiamo spiegare attraverso la precaria e preoccupante situazione economica che non permette futuro e che spesso porta a gesti autolesionistici, alla burocrazia tipica delle amministrazioni pubbliche del Belpaese che infastidisce, rallenta e grava pesantemente sugli uffici di qualsiasi tipo alimentando il disconcerto della popolazione. Viviamo in tempi feroci come recita il titolo di una delle poesie, e io aggiungerei anche maledetti, perché anche le più labili speranze giorno dopo giorno sembrano venir meno e dileguarsi incrementando l’alone di insofferenza e delusione.

La poesia sociale di Sandra non è pacata, ma intrisa di rabbia: è diretta, denuncia e graffia e il lettore non può che solidarizzare con convinzione di fronte agli abusi sociali ai quali gli uomini vengono sottoposti. Ricorre spesso il tema della giustizia come quando Sandra, in riferimento a uno dei tanti omicidi, immaginiamo per ragioni sentimentali, ma che possiamo anche leggere come delitti d’onore, delitti familiari che fanno seguito a raptus omicida osserva: “Dal vortice della follia/ la testa a volte/ rimane impunita”. Si nutre insoddisfazione di fronte a un sistema di leggi che non è realmente garante e patrocinatore della legalità come i tanti casi di cronaca spesso ci mettono al corrente. Ed è per questo che le povere ed inermi vittime di mani nefande muoiono spesso due volte, assassinate prima dall’omicida e poi dallo Stato che, pur caparbio nel rispetto di una legge che è sbagliata, inefficace, insultante, contribuisce a massacrare l’esistenza di familiari e amici che non possono far altro che immergersi nella preghiera fingendo di trovarsi sollevati o attuare e incrementare forme di giustizia privata.

Il linguaggio che Sandra utilizza per richiamare i casi di assassinio è chiaramente lirico ed evocativo: le vittime non sono i perdenti, i morti, coloro che di punto in bianco per qualche ragione hanno sofferto un’aggressione, una coltellata o una sparo ma sono semplicemente “qualcuno/ [che] diventa un angelo prima del tempo” come per l’appunto la giovanissima Fabiana Luzzi di Morano Calabro (CS) che la scorsa estate venne uccisa dal suo ragazzo e poi arsa ancor prima che avesse smesso di vivere. Sandra ha scritto e dedicato un’intera poesia a questa pagina amara della cronaca, su questo caso di femminicidio annunciato di fronte al quale non si può rimanere impassibili:

 

Potrò, forse,

un giorno perdonare,

ma, Tu,

dovrai pagare

tutto,

fino in fondo.

Lo devi

Al Mondo. 

 Ritorna qui il tema della pena che spesso Sandra utilizza quale espressione di giustizia che si riconnette a quanto già detto limitatamente all’inefficacia del sistema giudiziario italiano. La poetessa è riluttante di fronte alla possibilità di considerare il perdono dinanzi all’atrocità di un simile gesto e si mostra titubante nel valutare questa ipotesi, certa invece che è necessaria una condanna –la poetessa non dice di quale tipo- per riparare a quanto commesso. Chiaramente nessuna pena potrà mai ridare indietro la vita alla povera ragazza, ma la poetessa sottolinea quanto sia necessario che a dei fatti faccia seguito l’attribuzione di responsabilità e il riconoscimento di una pena, perché un’anima dannata che compie simili gesti non possa avere accesso in maniera libera e ingiudicata alla vita. “Dovrai pagare/tutto,/ fino in fondo”, pronuncia la poetessa con ribrezzo, costernazione, partecipazione empatica e un dolore che di fronte a simili aberrazioni deve essere di tutti ecco perché chiude “Lo devi/ al mondo”.

Il tema della giustizia e la necessarietà di una pena da scontare ritorna nella poesia ispirata al generale nazista Erich Priebke scomparso nel 2013. La figura di Priebke, uno dei militari del Reich che decise la strage delle Fosse Ardeatine nel 1944, la cui morte ha aperto in Italia e in Europa anche un aspro dibattito su quale dovesse essere il luogo della sua sepoltura, non può lasciare l’uomo contemporaneo indifferente o ignaro delle sue malefatte affinché venga ricordato non solo nelle scuole nelle ore in cui si studia la seconda guerra mondiale, ma perché sia di dominio comune per non cadere in angusti scantinati che conducono alle claustrofobiche stanze del negazionismo. Ancora una volta la poetessa, che non manca di osservare il suo animo cattolico –tendenzialmente propenso al perdono- mostra difficoltà e incomprensione di fronte a un gesto riparatore di questo tipo che per lei è inaccettabile e addirittura offensivo alle memoria dei tanti caduti:

 

Vorrei perdonare

Da donna cristiana,

ma, non riesco,

non oso

non posso. 

 Il perdono, che è l’anticamera della riappacificazione, non è possibile e non deve essere consentito perché significherebbe attuare un comportamento approssimativo e lascivo nei confronti della pesantezza della storia.

downloadLa Sandra Carresi poetessa di denuncia è una donna forte, che non ha paura a parlare e a denunciare i punti di sutura tra il Bene e il Male, di documentare dov’è che s’annida il tormento e l’angoscia. La società ne fuoriesce come un’accozzaglia di gente dove domina il potente, nei confronti del quale la Nostra non può che provare “disgusto/ per il cacciatore/ di poltrone”. Un animo pacato come quello di Sandra di fronte a queste situazioni endemiche di prevaricazione s’infiamma di colpo diventando sprezzante, indignato e addirittura ribelle, perché non si deve più essere disposti ad accettare e incrementare le ingiustizie dell’oggi. Il potente e lo spregiudicato (si veda la poesia ispirata a un triste episodio di furto in casa) sono entrambi espressione di una mentalità pericolosa, depravata e che acuisce la disperazione del povero Cristo, mettendolo in stato di ansia, facendolo sentire minacciato e compromettendo la sua naturale inclinazione alla vita. Ed è per questo che Sandra addita con precisione quali sono i mali sociali, le loro origini, i portatori di queste forme d’odio che si riproducono e si alimentano di se stesse in un clima che tende alla più cupa paranoia: “Non ci sarà/ esistenza/ […]/ in assenza di onestà”.

In un’altra poesia la Nostra dà un quadretto concreto del senso di disagio economico e morale nel quale siamo immersi descrivendo forse meglio di qualsiasi cronista o editorialista il presente: “Periodo storico di menti sapienti/ creatrici di numeri pronte a partorire tasse/ che non danno speranza all’uomo/ piegato da mille difficoltà e povertà”.

Con questa silloge trovo che Sandra abbia compiuto un azzeccato e lodevole passo in avanti nella sua poetica impiegando le tematiche del disagio, della povertà e della condanna a una poetica di disprezzo, di frustrazione e improntata a uno sfilacciamento delle ultime speranze con la quale anima le coscienze di tutti noi che, immersi nella gravità del presente, dobbiamo rimboccarci le maniche e batterci affinché ogni forma di giustizia sia veramente la nutrice della Legge:

Quando indignati

urleremo il

nostro NO

ai signori della morte

e al dio quattrino? 

La potenza lirica della poesia di Sandra si unisce a un impeto di ribellione che smuove e anima le coscienze e che ha la stessa forza incendiaria di una molotov scagliata contro un edificio. A tanto grigiore dovuto alla desolazione, all’impoverimento delle menti, alla sfiducia nella Ragione e alla crisi della morale, la poetessa trova però anche spiragli di luce regalandoci immagini evocative e che ci trasmettono calore, come l’impronta onirica della visuale sulla luna con la quale la poetessa intimamente colloquia:

 

Ho pensato

che tu avessi lassù

un corteggiatore

capace di farti arrossire.

 

Sei fortunata,

Luna! 

 

 Lorenzo Spurio 

Jesi, 21.02.2014

Luisa Bolleri e Sandra Carresi su “L’opossum nell’armadio” dello jesino Lorenzo Spurio

“L’opossum nell’armadio”

di LORENZO SPURIO

PoetiKanten Edizioni (2015) – raccolta di racconti

RECENSIONE DI LUISA BOLLERI
Un’interessante raccolta di racconti brevi che rivelano, di pari passo con le peculiari caratteristiche morfologiche e comportamentali dell’opossum, le relazioni familiari e sociali, i malesseri, le manie e le ossessioni dei protagonisti di ciascuna storia.
Personaggi dagli atteggiamenti curiosi, conflittuali e persino patologici, che potremmo incontrare almeno una volta nel corso della nostra vita, che l’autore analizza acutamente col metro dell’introspezione psicologica. Quindi un’ansia che pervade ogni storia, un’inquietudine che dilaga.
Un grande lavoro di ricerca nel profondo, per estrarre la verità dall’armadio, metafora di tutto quanto è celato alla visuale, nascosto nell’ombra, sia che rappresenti la motivazione recondita delle azioni compiute, dei desideri inconfessabili o dei sogni, sia esso lo scrigno di sofferenze, sentimenti o ricordi rimossi. 
Come il lettore sa bene, la forma narrativa del racconto ha bisogno di una capacità espressiva particolare, per brevità e incisività. Riuscire a suscitare emozioni in poche pagine è cosa più ardua di quanto si creda.
Lorenzo Spurio ottiene egregiamente non solo di catturare l’attenzione del lettore con una narrazione di indagine e scoperta in divenire, suscitando uno stato di tensione e interesse, ma soprattutto è capace di legare tutti questi racconti con un unico filo conduttore, che studia e scandaglia gli atteggiamenti strani, nevrotici o psicotici umani.
Questa lista di comportamenti soltanto apparentemente insoliti viene paragonata, in parallelo e capitolo per capitolo, alla vita dell’opossum, piccolo e simpatico marsupiale americano, premendo gradevolmente anche sul pedale dell’ironia. Perché l’uomo rimane pur sempre un animale e come tale ha bisogni, istinti, strategie di combattimento e difensive che lo ancorano alla sua natura più primitiva.

LUISA BOLLERI

cover front opossum
Lorenzo Spurio – “L’opossum nell’armadio”

RECENSIONE DI SANDRA CARRESI

Dallo scrigno bianco di Lorenzo Spurio 21 racconti custoditi gelosamente graffiano il foglio bianco mettendo a nudo le pieghe nascoste nei cassetti della mente raccontando fragilità, disagi, desideri silenziosi, godimenti nascosti, tutte componenti che fanno parte dell’essere umano. Entrando in punta di piedi in – un mondo – più o meno nascosto, qualche volta addirittura celato alla persona stessa, ma che esiste e spesso ha voglia di uscire e di agire.

Una penna ben appuntita quella di Lorenzo Spurio che sa muoversi con delicatezza fra le componenti meno nobile dell’animo umano, portandole alla luce con il coraggio di esternare turbamenti e comportamenti volutamente velati dal dubbio della anormalità. Pensieri e azioni uniti dallo stesso filo di fragile seta.

Lorenzo Spurio, col suo – L’opossum nell’armadio – non ci invita ad una lettura leggera, non si fanno voli di gabbiani in cieli azzurri sfiorando mari spumeggianti, piuttosto una riflessione alla buona conoscenza di tutte le sfaccettature della nostra mente proprio per averne un atteggiamento pronto a saper riconoscere i propri desideri, bisogni, fantasie inconfessabili, saper  gestire il tutto con ironia,  senza entrare nel vortice dell’angoscia, della disperazione, fronteggiando con la conoscenza, soluzioni, senza chiudersi in spaventosi silenzi per azioni a cui vanno mille interrogativi tardivi.  

La particolarità di una giornata, un odore, un mobile, la pioggia o il caldo afoso, potrebbero scatenare sensazioni imprevedibili e sconosciute, o dare una svolta positiva alla nostra vita, chissà…

SANDRA CARRESI

“Dipthycha”: il curioso e poliedrico progetto antologico di Emanuele Marcuccio

Dipthycha: Progetto poetico di dittici a due voci

Il 26 marzo 2013 il poeta e aforista, Emanuele Marcuccio, ha dato l’avvio al progetto di un Volume antologico di dittici poetici a due voci[1], «Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…»

Con questa non solita antologia, da lui ideata e che lo vede anche autore di ventuno poesie dei dittici poetici, insieme ad altri amici autori, per un totale di quarantadue liriche, non si è voluto scendere in nessun agone poetico, in nessuna gara. L’intento è l’amore per la poesia, nei suoi diversi stili ed espressioni, la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta.

Dipthycha, termine derivato dall’originale latino diptycha (-orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico, la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo, in chiave poetica. Come sottotitolo «Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…», parafrasando i versi finali della sua poesia “Telepresenza”, ispiratrice del primo dittico poetico intercorso con l’amica poetessa, Silvia Calzolari, nel maggio 2010. L’idea di questi dittici è nata su internet e davanti a un PC.

 

L’Antologia è stata pubblicata il 10 settembre 2013 con Photocity Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90.

ISBN: 978-88-6682-474-9

 

Dipthycha e Dipthycha 2

Il 22 luglio 2014 Marcuccio avvia il progetto di un secondo Volume, con la collaborazione del critico letterario e poeta, Luciano Domenighini, che redige le note critiche su ventinove dei trentatré dittici a due voci presenti. Marcuccio questa volta è presente con trenta poesie.

Scrive quest’ultimo in un suo aforisma del 2014: «Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico a due voci?

Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.»

 

L’Antologia è stata pubblicata il 7 gennaio 2015 con TraccePerLameta Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184.

ISBN: 978-88-98643-25-7

 

 

Progetto a cura di Emanuele Marcuccio

Introduzione: Emanuele Marcuccio

Prefazione I Vol: Cinzia Tianetti

Prefazione II Vol. e note critiche: Luciano Domenighini

Postfazione I Vol: Alessio Patti

Postfazione II Vol: Antonio Spagnuolo

Co-curatori I Vol: Gioia Lomasti e Francesco Arena

Original Cover Book I Vol: Emanuele Marcuccio

Editing Cover Images I Vol: Francesco Arena

Editing Cover Images II Vol: Laura e Stefano Dalzini

www.facebook.com/Dipthycha

 

 Gli Autori presenti nei rispettivi due Voll.

 

Emanuele Marcuccio

Silvia Calzolari

Donatella Calzari

Giorgia Catalano

Maria Rita Massetti

Raffaella Amoruso

Monica Fantaci

Rosa Cassese

Rosalba Di Vona

Lorenzo Spurio

Giovanna Nives Sinigaglia

Michela Tarquini

Francesco Arena

Ilaria Celestini

Ciro Imperato

Grazia Finocchiaro

Aldo Occhipinti

Marzia Carocci

Giusy Tolomeo

Grazia Tagliente

Daniela Ferraro

Antonino Natale

Anna Alessandrino

Teocleziano Degli Ugonotti

 

D’accordo con tutti gli autori presenti, l’intero ricavato delle vendite dei volumi è devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si procede però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro.

Contiamo sulla vostra collaborazione. Questi i link attraverso i quali potrete effettuare l’acquisto.

 

©Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015

ISBN: 9788898643257

tracceperlameta.org
libreriauniversitaria.it
webster.it
ibs.it
unilibro.it

 

 

©Dipthycha, Photocity Edizioni, 2013

ISBN: 9788866824749

tracceperlameta.org
photocity.it
libreriauniversitaria.it

unilibro.it
ibs.it
amazon.it

 

 

L’8 dicembre 2014, dopo aver dato il “Visto, si stampi!” per Dipthycha 2, Marcuccio avvia il progetto di un terzo Volume, sempre con la collaborazione critica di Luciano Domenighini. Dipthycha 3. Classica Litteraria Dipthycha: Questo terzo Volume accosterà voci in dittici dal tema simile, di poeti che hanno fatto la storia della letteratura. Un progetto ambizioso e certamente non di facile realizzazione, ci vorrà almeno un anno o anche più.

Come prima proposta, si accosterà Catullo a Foscolo: con traduzione dal latino di Luciano Domenighini, il Carme 101 di Catullo con “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, sono entrambi due omaggi funebri al proprio fratello. Il secondo, i due autoritratti: Alfieri-Foscolo. Un terzo, “Come le foglie”, che il critico ha già tradotto per Dipthycha 2, di Mimnermo, con “Soldati” di Ungaretti. Nel quarto si accosterà Virgilio a Pascoli. E poi si vedrà.

Tutti saranno seguiti da una nota critica di Luciano Domenighini.

 

 

[1] Dittico poetico a due voci, una composizione di due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Nell’agosto 2014 la composizione del dittico poetico a due voci, ideata da Marcuccio nel 2010, è stata accolta in seno al neo-nato movimento poetico-culturale dell’Empatismo, quale forma poetica di elezione.

Nazario Pardini su “Dipthycha 2”, volume poetico-antologico curato da Emanuele Marcuccio

Emanuele Marcuccio e AA. VV., Dipthycha 2[1]

TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende (VA), 2015, pp. 184

ISBN: 978-88-98643-25-7

  

Nota critica a cura di Nazario Pardini

  

Dipthycha 2_original_front_cover_900Opera interessante, polimorfica, parenetica, e plurale, questa, curata da Emanuele Marcuccio, che assembla vari Autori nell’intento di “rivalutare la poesia, come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo” (Manifesto dell’Empatismo). Condotta con tattica esplorativa, e con vèrve innovativa, riesce a sorprendere per la simbiotica dualità dei testi e per gli allunghi critici di valida soluzione autoptica di Luciano Domenighini, il quale afferma: “ho cercato, commentando, di privilegiare gli aspetti perifrastico ed ermeneutico rispetto a quello più strettamente analitico”. Vere explications du texte quelle del critico, e per affondi di acribia intuitiva e per inarcature d’energia perlustrativa, con cui riesce a sottolineare i giochi lessico-semantici e stilistici, puntualizzandone la natura estetica e filologica: un chiaro esempio di stesura recensiva; di come si deve condurre l’esegesi di una pièce, senza perdersi in vaghe e rocambolesche locuzioni, o in pleonastiche avventure linguistiche, stando coi piedi per terra e con l’occhio attento alla parola, ai suoi meccanismi, agli intrecci allusivi, e ai valori morfosintattici. Un manuale di accorgimenti tecnici, di applicazioni figurative, e di importanti significanti metrici. Il tutto garantito dalla inossidabile vis creativa di un poeta, quale Emanuele Marcuccio, che, facendo da primo attore in questa antologia, affianca, alternativamente, una sua poesia a quella di ogni Autore della raccolta: “Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza epatica” (da nota pp. 11 del testo). Il tutto per illustrare la poetica di un manifesto che riunisce attorno a sé diverse voci, esemplificandone i parenetici intenti propositivi con un titolo di per sé emblematico: “Manifesto dell’Empatismo”, che fa da prodromico ingresso al libro. Citarne quello che secondo me è l’articolo più attinente allo spirito generale dei fondatori è, di sicuro, fondamentale per percepire la pienezza paradigmatica dell’opera: “Noi vogliamo che tra i poeti empatisti e tutti i poeti e artisti in genere, ci sia rispetto e stima reciproca, senza nessuna presunzione di possedere la verità. Eleggiamo il dittico poetico a due voci[2] e il pluricanto[3], come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. Senza trascurare naturalmente tutti gli altri punti del programma che ne caratterizzano la grande valenza, considerando che il canto è soprattutto generosità emotiva, e ricerca verbale. Opera, quindi, di una plurivocità accattivante, i cui duetti canori fanno da controcanto a un tema di urgente resa artistica: quello di saper tradurre le nostre contaminazioni soggettive in cospirazioni universali; in slanci verso l’oltre, dacché l’arte è qualcosa di più dell’umano; sì, ne vuole tenere di conto, ma per farne un trampolino di lancio verso l’inarrivabile: è così che mantiene quel senso del mistero che la rende unica. Ciò che si percepisce dalle molteplici composizioni di Marcuccio, il quale, attraverso le sue espressioni si fa chiara esemplificazione del nerbo di quei dettami. Forza emotiva, ricerca semantica e sonora, contenuti che non tradiscono lo slancio romantico verso l’oltre, assenza di contaminazioni epigonistiche o pleonastiche. Un fluire semplice il suo che trae dalla vita e dai suoi perché i motivi della poesia. Tutte le questioni che hanno a che vedere col tempo, il luogo, il sogno, l’essere, l’esistere, e le inquietudini della nostra permanenza terrena. Interrogativi e insoddisfazioni esistenziali di memoria leopardiana, si è detto; ma io credo abbrivi e cospirazioni intime che chiedono slanci oltre quegli orizzonti che demarcano il nostro vivere. E che, al fin fine, tanto sono legati all’amor vitae di cui si nutre la poetica del Nostro. Molto ci sarebbe anche da dire sugli altri poeti di questa particolare Antologia. Della loro forza emotiva, del loro stile maturo e ricco di figure allegoriche; della loro metaforicità; e soprattutto della grande padronanza metrica che sa intonarsi con vigoria significante al denominatore comune delle pièces: “[E]mozionare con i nostri versi, pur rimanendo fedeli ognuno al personale modo di fare poesia.”[4]

Ne consigliamo la lettura a tutti coloro che ci seguono, dacché credo faccia loro piacere leggere una molteplicità di stili confluenti nel fiume chiaro dell’arte del dire e del sentire; come penso non sia disdicevole proporre una esemplificativa e indicativa pagina di questo innovativo testo:

 

  

ETERNITÀ

  

Ho vissuto tante eternità

nell’assoluta pienezza

di un attimo.

Ti ho cercato nel vento

e nell’acqua.

Ti ho trovato

e ti ho perso.

Con la morte e la vita

usavo lo stesso linguaggio

perché nelle note del tempo

arrivassi a me.

 

3 agosto 2003

Giusy Tolomeo

 

 

ETERNITÀ[5]

  

Oltre quel fumo,

oltre quella porta,

oltre il mare immenso,

oltre l’orizzonte sconfinato,

oltre le piogge di mezz’agosto

c’è una luce che io voglio attraversare,

c’è una soglia che io voglio varcare

in questa pioggia del mio vegetare,

in questo mare del mio non vivere.

 

10 marzo 2009

 

Emanuele Marcuccio

 

 

 Nota critica di Luciano Domenighini

 «In quattro strofe, tutte al passato, la prima e l’ultima meditative e le due centrali narrative, rivelatrici e brucianti nel succedersi di tre passati prossimi (“Ti ho cercato […] ti ho trovato/ e ti ho perso”), “Eternità” di Giusy Tolomeo è una poesia d’amore, è anche la narrazione di un amore, ma soprattutto parla del rapporto fra amore e tempo: un teorema, il cui enunciato è tutto nella prima strofa (“Ho vissuto tante eternità/ nell’assoluta pienezza/ di un attimo”) per dire che un istante di vero amore vale tutto il tempo di mille anni e molto più ancora, per dimostrare che l’amore può dare scacco al tempo.

Questa riflessione ha per la poetessa un valore immenso, il valore soggiogante di una rivelazione e conta per sé sola, assai più della cronaca quotidiana di una storia amorosa, del suo svolgersi e del suo esito stesso. Nella strofa finale, commovente, struggente, la poetessa, con afflato squisitamente romantico, allinea e omologa vita e morte, ponendole dinanzi al sentimento che solo può arricchire l’una e disperdere l’orrore dell’altra.

Di tutt’altro tono e ambito psicologico-concettuale si presenta lʼ “Eternità” di Emanuele Marcuccio, lirica metaforico-intimistica, spiccatamente esistenziale, di estrazione leopardiana, che ha per argomento il dolore per il tedio del non essere, il rincrescimento per il tempo della vita che trascorre invano. Marcuccio si dimostra abile nel disporre con ordine e simmetria non solo i suoi versi ma anche le figure simboliche. La composizione, di nove versi, presenta tre cellule iterative subentranti (vv. 1-5 “oltre”, 6-7 “c’è”, 8-9 “in questa/o”) ma il nucleo significativo portante è contenuto nella corrispondenza fra i vv. 3 e 5 e il distico ai vv. finali 8 e 9 realizzante un chiasmo “ritardato”, a distanza, nel quale, di fatto, si sdoppia il dettato poetico: allora abbiamo l’ “immenso mio non vivere” e il “mezz’agosto del mio vegetare”.» (p. 90)

 

 Nazario Pardini

 

Arena Metato (PI), 2 febbraio 2015

[1] Come da accordi, il ricavo delle vendite spettante agli autori partecipanti andrà a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla, così come si è già fatto con il ricavo di «Dipthycha» (Photocity Edizioni, 2013). [N.d.R.]

[2] Composizione poetica ideata dal degno poeta empatista, Emanuele Marcuccio, nel 2010. Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 2 al testo “Manifesto dell’Empatismo” in Emanuele Marcuccio e AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 11.) [N.d.R.]

[3] Composizione poetica ideata dalla fondatrice del nostro Movimento, Giusy Tolomeo. Una poesia composta da uno o più versi di poesie di vari poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, seguendo uno stesso tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 3 in ibidem, p. 12.) [N.d.R.]

[4] Da “Manifesto dell’Empatismo”, IX capoverso in ibidem.) [N.d.R.]

[5] Già edita in Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 17. [N.d.R.]

“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi: la postfazione del critico Lorenzo Spurio

 Un romanzo sulla devianza

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

  

Ma dove mi avrebbe portato questo viaggio? Dove? Più andavo avanti e più il viaggio pareva avere deviazioni, presentare come un albero mille diramazioni che a loro volta aprivano le porte ad altri inquietanti scenari.

 

"Il Cristo disubbidiente" di Iuri Lombardi
“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi

Un romanzo sulla deviazione, questo di Iuri Lombardi, espressa –come vedremo- a vari livelli. Il percorso scrittorio di un autore contemporaneo quale è Iuri Lombardi, nonché icona di un movimento fiorentino che ha nel sangue il sapore acre dell’avanguardia, è senz’altro curioso, quanto eclettico, se non addirittura bizzarro. Lo è non tanto nella struttura, in ciò che canonicamente possiamo circoscrivere all’interno dell’universo della forma e del genere, piuttosto per la tematica di fondo. L’autore non è nuovo a storie agrodolci dove il sesso (con le sue implicazioni e storture) assurge a vero e proprio motore nevralgico della storia, a personaggio potremmo dire, a narrazioni sui generis nelle quali l’autore strappa un riso lieve o altre in cui, lontano anni luci dal comico, getta il lettore in un mondo di paradossi, incongruenze, finte o elaborate agnizioni, scoperte epifaniche che riscrivono la storia. Non è infatti secondario l’elemento della riscrittura nelle produzioni letterarie di Lombardi: si pensi, tanto per citare il più recente, il dramma in versi sciolti dal titolo La Spogliazione con il quale l’autore ci consegna un’incresciosa e caricaturale rivisitazione di un personaggio biblico addirittura.

L’irriverenza è di fondo nelle opere di Lombardi ed è riscontrabile già nei titoli enigmatici, curiosi e ad effetto, dove è la semantica cristologico-religiosa (ribaltata o addirittura re-investita di una significazione lombardiana) a far da padrona. Questa riottosità dei personaggi delle opere di Lombardi è denuncia di un tempo irruento e improntato alla prevaricazione dove non manca di ergersi sovrano il rispetto per la libertà, dei costumi, dei modi di fare, delle propensioni sessuali e delle vedute su come intendere la vita. Lombardi adopera la caratterialità deviata e spregiudicata di personaggi difficili da paragonare a precedenti letterari proprio perché, come si è testé detto, presi in prestito dalla realtà sociale che l’autore vive sulla sua pelle ed essendo ogni uomo testimone del suo periodo storico, va da sé che il giudizio morale è l’unico elemento che il lettore deve dimenticare nel leggere queste sue opere. Una fascinazione per il metro narrativo è ben evidente nelle sue opere e per questo sarà forse più azzeccato parlare di eventuale impalcatura estetica o piuttosto delle argomentazioni filosofico-esistenziali (sempre presenti in Lombardi) che sorreggono l’opera e che solo con una lettura più approfondita forse si può osservare di aver recepito, o almeno intuito.

Ritorno, però, e con piacere, a trattare in questo mio commento preliminare una componente dell’azione di questa nuova opera letteraria sostenendo che è ben visibile lo sperimentalismo dell’autore dato che per la prima volta si dona a una materia nuova, meno intima-personalizzata del mondo caratteriale dei personaggi e più attenta alla socialità, al mondo civico, ossia a quel sentire multiplo di uomo in quanto parte di un aggregato sociale. Con Il Cristo disubbidiente Lombardi trasmette al lettore una storia intricata con un chiaro sfondo storico-sociale dove si parte da un fatto particolare (la morte del Colonnello) per poter poi andare a indagare quello che è il sistema (corrotto e deviato) che ne sta alla base che, come il Colonnello, ha fagocitato tante altre esistenze apparentemente irreprensibili in un sistema perverso fatto dalla bieca corruzione e da un’idolatria del mistero. Un thriller dunque, ma alquanto atipico; un giallo risolto e non risolto, del tipo Il giorno della civetta del celebre Sciascia del quale pure Lombardi apre l’opera con una dedica all’autore siciliano.

La pista investigativa sembra essere anch’essa impropria e gravata da alcuni pregiudizi tanto che al lettore viene da chiedersi se, in fondo, il carattere narrante-personaggio non è poi che un chiaro esempio di “narratore inaffidabile” alla maniera di qualche modernista inglese. Ma mi sentirei di dire che, se così è, di certo Lombardi non ha tratto questa peculiarità dalla narrativa inglese, ma piuttosto l’ha ri-creata e fatta sua, sempre in linea con quel processo di ri-visitazione e ri-creazione dell’opera di cui si stava parlando. Il detective (se così vogliamo definirlo, in virtù del fatto che è lui a portar avanti delle piste, delle indagini, per quanto possano essere infruttuose perché prive dei mezzi necessari) è poi amico dell’uomo che nelle prime righe scopriamo essere stato (forse) assassinato o che inspiegabilmente si è suicidato e quindi la sua autorità in quanto garante della verità viene in effetti un po’ meno. A contribuire ulteriormente la veridicità di quanto si sta dicendo c’è il fatto che il ragazzo, un poveraccio cameriere sempre squattrinato, non solo è (era) amico del Colonnello, ma addirittura il suo confidente, termine che all’interno di un sistema corrotto e malavitoso di potere deve richiamare immancabilmente un ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione mafiosa.

E’ questo detective sfortunato, questo giovane che però non accetta di sottomettersi a quella che sembra essere la verità più semplice, quella del pregiudizio e della deduzione schietta delle implicità nella vicenda del Colonnello, che permette la realizzazione di tutta la storia che poi (eccettuata la prima parte) non è che un grande tentativo di riconquistare il passato per capirne poi in che modo e a quale ragione ha prodotto il fatto crudele dell’incipit in questione. Il narratore, impacciato e sottomesso a un ruolo che sembra non padroneggiare, cerca di ricostruire la storia partendo da quelle minuzie irrilevanti in relazione al fatto culminante di violenza e per questo non fa che parlare di “aspetti marginali” come se volesse minimizzare le piccole scoperte o i modesti collegamenti che, ragionando, è capace di fare. Sono elementi apparentemente insignificanti che il nostro coglierà con attenzione (e direi anche con rispetto nei confronti della vittima) e che gli serviranno forse per completare il puzzle dei suoi pezzi mancanti.

Lombardi aggiunge con questa narrazione, alla ormai decennale attenzione spasmodica per l’universo sessuofilico delle sue storie una trama che è scandaglio della memoria collettiva, che graffia quella storia mai chiarita del tutto e che cerca di investigare a suo modo, chiaramente, dacché il lettore (anche se troverà nomi di politici) deve ben tenere a mente che è solo frutto di invenzione, prodotto di fiction e che non ha nessuna pretesa di carattere storico-documentaristico.

Per tessere le fila, concludo con un argomento a me caro, studiato e investigato in varie occasioni, quello della devianza. Mi sento di poter dire che questa opera può, a ragione, essere definita un romanzo sulla devianza. Devianza che si avverte e si riscontra a più livelli come il cauto lettore non mancherà di osservare nella sua lettura. La scena sconvolgente quanto macabra che apre il romanzo ci consegna un chiaro esempio di devianza di carattere psichiatrico e cioè nel rapporto sessuale distorto tra uomo ed animale ci troviamo di fronte a una manifestazione (forse gratuita) di bestialismo o di zooerastia che il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) localizza all’interno delle parafilie ossia di quei comportamenti sessualmente deviati perché a) prevedono la sofferenza o l’umiliazione di sé stessi e/o del partner; b) si instaurano tra persone non consenzienti (bambini, animali).

Questa metastasi della deviazione si amplifica nel corso dell’opera quando veniamo introdotti in una vicenda di mafia, di relazioni non chiarite, di personaggi loschi e dalla doppia faccia: ci troviamo nel cuore della storia, in quel fitto e intricato ammasso di fili (che sono le esistenze individuali) che si intersecano aggrovigliandosi e non permettendo al viluppo di scantonare i bandoli delle varie matasse. E’ in questo sistema di collusione, protettorato, confidenzialità, patti segreti, legami ferrei e inscindibili, sistemi di immunità, cosmologie massoniche che Lombardi consacra quale componente del nostro paese (“Italietta”, e non “Italia”, quasi dispregiativamente), una terra che sembra aver eretto l’egoismo, il denaro e la logica della convenienza a suo statuto etico tanto che il protagonista, che è colui che ben conosce la faccenda da più vicino, non manca di osservare, sfiduciato e perentorio: “siamo in Italia è niente è legale ed è tutto lecito”. Questo motiva la ricerca di una strada per la segretezza, una via alternativa a quella ufficiale, si parla così di mancato riconoscimento nei confronti dello Stato di diritto con conseguente creazione di un micro-stato (potremmo dirlo al plurale) che in realtà finiscono per rappresentare degli enti collaterali, che agiscono nella malavita facendo la guerra all’istituzione legale. Lombardi parla di eversione a tutto tondo non mancando di richiamare vari ambiti geopolitici: la loggia massonica P2, il fervente separatismo basco, l’età di piombo con il terrorismo rosso e quant’altro. Tutto ciò si concretizza attorno al nucleo tematico del libro che potremmo definire devianza socio-politica, riscontrabile in una eversione subdola, che agisce al buio e che ha mezzi capaci di arrivare ovunque.

Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia "L'arte in versi" a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria

E la realizzazione delle bieche e laide azioni del Colonnello (le quali alla fine poco riusciamo a comprendere del tutto) non possono che attecchire dopo aver messo a tacere la componente più debole (se vogliamo remissiva) dell’animo umano: il lato emotivo-affettivo del Colonnello ha dovuto piegarsi alle logiche eversive del suo impegno corrotto nel mondo, tanto da dichiarare la moglie pazza e farla rinchiudere in una struttura psichiatrica. E il tumore di Derna, poi, non è che un’altra forma di deviazione? Il tessuto neoplasico non è che un tessuto che ha una crescita e sviluppo veloce e incontrollato, distorto e pericoloso, che va ad intaccare gli organi vicini, minacciandoli, infettandoli, decretandone la morte.

La devianza, in ultima battuta, che è poi il filo rosso del libro, è una manifestazione degenerata di un qualcosa che sortisce in maniera non vista, taciuta, ma il cui sviluppo incontrollato è altamente tossico tanto da contaminare tutto ciò che ha nelle sue vicinanze, sia si tratti di una devianza psichiatrica (la zooerastia), socio-politica (la massoneria) che medico-sanitaria (l’oncologia). E’ così che il sistema malavitoso incarnato da una figura tanto perbene (apparentemente) come il Colonnello che Lombardi ci restituisce attraverso un intrico di probabili vicende investigate post mortem dallo sciagurato protagonista; una pagina amara di un fare le cose poco pulito dove democrazia, giustizia e meritocrazia sembrano essere parole ancora da inventare.

Uno scandaglio curioso di un’età buia attraverso un’apertura che perversamente chiama il lettore a serrare le fila attorno al protagonista, scanzonato e imprevedibile anch’esso, un po’ com’è nella natura solita del Lombardi autore e uomo.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 07.08.2014

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