Lutto a Macerata per la morte di Gian Mario Maulo

Gian Mario Maulo (Montecosaro, MC, 1943) , ex Sindaco della Città di Macerata e poeta finissimo, è venuto a mancare lo scorso 01.11.2014.

Qui la notizia diffusa sul Corriere Adriatico

L’uomo era solito inviare a me e ad altri contatti a mezzo mail le sue poesie che negli ultimi mesi erano marcatamente contraddistinte da un tono cupo e un senso vicino della morte. Ci ha lasciati ieri e l’ultima poesia mi è giunta per mezzo di un messaggio di Sua figlia che, pure, ne annunciava la dipartita.

Questa l’ultima poesia di una grande anima sensibile al prossimo, di un letterato lucido e dalle grandi doti umane e solidali.

 

La poesia che papà aveva deciso di inviarvi oggi.
I funerali si terranno lunedì alle 15 alla Chiesa Santa Madre di Dio. Non fiori, ma opere di bene.

braccia da orante e radici immense

ALBERO  DI  VITA
 
Non amo il vento in cima alla collina
e novembre gravido di nebbia nella tomba
né i crisantemi densi di paura
sbocciati ai vivi e subito recisi:
 
 
vorrei per manto di riposo un prato
e un albero di ulivo con le braccia
da orante e le radici immense;
 
 
non abito parole di bronzo
e loculi in cemento armato:
 
 
la mia casa è una lingua di fuoco
attinta al cero della pasqua
                              a primavera
quando la morte
non recide la vita ma la compie.

“Volo dell’anima – Poesie dell’ombra” di Augusta Tomassini, recensione di Lorenzo Spurio

VOLO NELL’ANIMA – POESIE DELL’OMBRA

DI AUGUSTA TOMASSINI

Commento di Lorenzo Spurio

 

 

downloadQuesta di Augusta Tomassini è una silloge poetica nata ed ispirata a una persona speciale per la Nostra, il marito scomparso che come lei riconosce all’interno del testo “ha saputo far volare la [sua] anima dall’ombra alla luce”.

Augusta è una donna impegnata attivamente nel sociale: ha parte attiva da varia anni all’interno della Commissione Pari Opportunità della Regione Marche e fa parte dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti di Pesaro.

Il libro è composto da una serie di liriche fortemente descrittive che rievocano il passato tra ricordi più o meno belli che la Nostra nutre e rivive ancora oggi al presente.

Le tematiche della silloge sono prevalentemente circoscrivibili attorno a due sfere concettuali:

  1. il contrasto tra il mondo di luce e il mondo di ombra
  2. la solitudine e il dolore per la perdita dell’amato

Tematiche che spesso finiscono per contaminarsi e congiungersi in quello che la Tomassini propone come un meticoloso percorso nel recupero della memoria. Alcune poesie celebrano e rendono immortali certi momenti vissuti dalla donna con grande partecipazione ed entusiasmo: la nascita di un figlio, le esortazioni a una nipote, bambina, ormai donna, a mantenersi sempre fedele alle leggi del proprio cuore,..

Quelle assenze assordanti, quei silenzi che fanno male, la desolazione e la solitudine che qua e là si respirano nella silloge sono in parte colmate da un grande fascino e amore verso la natura (numerose sono le descrizioni paesaggistiche, sia marine che campestri) con i suoi colori, rumori, gli abitanti della fauna e le varie espressioni vegetali. Augusta scrive: “Da tante cose belle/ sono circondata,/ la natura va amata” (92); in questa citazione ravvisiamo anche un monito ecologico. I colori, le tinte, la componente estetico-visuale degli elementi e degli ambienti è una caratteristica comune delle liriche di Augusta.

Vi sono liriche in cui la Nostra mostra difficoltà (è una difficoltà consapevole) nei confronti della distinzione tra un mondo reale e concreto nel quale è chiamata a vivere e uno illusorio, dominio del sogno e proiezione dell’inconscio. Mondi che si configurano distanti e in sé inconciliabili, forse, proprio perché dominati l’uno da una dimensione di ombra, l’altro di luce e dalla spensieratezza.

Augusta Tomassini ci parla di “ombre del silenzio” (55), di solitudini e di “pensieri [che] seguono percorsi sconosciuti,/ [che] imboccano vie deserte o affollate”, passando in rassegna ricordi indelebili nella mente come quello del ricordo della neve o di una giornata al mare, a quello del giorno del matrimonio o a quello meno felice della dipartita dell’amato.

C’è molta tristezza in queste liriche ma è una tristezza che non pesa, che non sfocia nella delusione né ammorba la nostra nella cupa depressione perché il dolore è vissuto e interpretato, contemplato e rimembrato, in un certo modo fronteggiato con forza, soprattutto in quelle liriche dove la nostra esalta la natura o colloquia con il suo amore.

Poesie d’amore, sul ricordo dell’amore e su un legame che si conserva contro spazio e tempo, contro le leggi della fisica, un sentimento puro che mai decresce e che anima la nostra ad andare avanti con la certezza che il colloquio intimo con l’altro sia non solo possibile ma fonte di protezione e custodia.

Riverberi, fasci di luce, bagliori, cromatismi accentuati o smorzati, ci insegna la Nostra, sono percepibili benissimo anche da chi, come Lei, non ha la facoltà di vedere il mondo che la circonda, poiché è nella profondità d’animo e nella ricchezza interiore e morale che la luce, come il sorgere e il calare del sole, può compiere i suoi intervalli di illuminazione e calore.

 

Lorenzo Spurio

 

Urbino, 08.10.2014

“Venere storpia” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio

Venere storpia
di Sunshine Faggio
Montedit, Milano, 2014
Pagine: 31
ISBN: 9788865874219
Costo: 6,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ma ancora la
poesia mi salverà
ancora
fino a
l’indugiata
morte. (16)

 

2433Dopo una prima silloge poetica dalle tematiche dure e acuminate dal titolo “Infezione”[1] nella quale Sunshine Faggio poneva l’attenzione sia su una serie di espressioni di violenza, tanto nel privato quanto nel pubblico, mediante il recupero di una lirica tagliente e viscerale, la poetessa ritorna con una plaquette dal titolo “Venere storpia”, pubblicata per i tipi della Montedit di Milano.

La costruzione oppositiva del titolo di questa nuova raccolta (Venere è comunemente assunta quale emblema di femminilità, bellezza e risorgenza, mentre qui viene detto che è storpia, dunque il risultato di un processo di violenza, malattia o comunque di una invalidità motoria) è accompagnata da una immagine a carboncino dove intravediamo una donna nuda, ad eccezione degli slip. Della donna non ci è dato conoscere il volto (si tratta di un bozzetto e non di una foto) e soprattutto il volto della ragazza è stato espressamente sezionato dalla Nostra tanto che non possiamo che scrutarne solo la porzione inferiore. Di questa si avverte una sorta di smorfia innaturale della bocca, pure spaventosa o implorante; ad aggravarne l’immagine di non-attrazione è l’evidente clavicola che sporge distintamente e che, più che donarle un fascino della secchezza che tanto è in voga, fa pensare a una denutrizione non sana, a un impoverimento della carne e dunque a uno stato di malattia.

Nella raccolta il lettore non farà difficoltà a ritrovare le suggestioni carnali che ha già incontrato in “Infezione” esacerbate qua e là da una meticolosità disarmante nella descrizione di spiacevoli dettagli o incomprensibili caratterizzazioni che, congiuntamente, finiscono per donarci una poetica tendenzialmente stringata, caparbia e tumultuosa nelle immagini, violenta (di una violenza che, però, non ferisce, semmai chiama in causa una riflessione), minimale anche se non completamente minimalista, una scrittura che nutre un piacere quasi macabro verso il deperimento, il sangue e la patologia.

La poetessa riflette sulla propria anima, quasi come se adoperasse una divisione corpo-anima e potesse vedersi in questa maniera, sotto le due varie sembianze: quella della forma e quella del contenuto. Curioso è il fatto che l’anima sia sottoforma di una “gelatina rosa” (5) e che questo momento di riflessione avvenga in una circostanza forse fortuita e veloce, non preventivata e oltretutto in una condizione scomoda che dimostra un senso di malcelata auto-sufficienza: “su uno sgabello senza una gamba” (5). E in effetti l’elemento anticipatorio ha il suo naturale decorso quando veniamo a conoscenza nella seconda strofa che nell’attimo di ricerca di sé, la Nostra è poi finita per perdere quell’equilibrio instabile e cadere a terra. Una caduta precipitosa che non porta dolore, ma che decreta la rottura degli arti, “sono morti” (5) ci confessa la nostra.

Nella seconda lirica della raccolta che porta il titolo di “Le gole dei nostri polsi erano gigli coraggiosi” è presente una citazione in esergo alla poetessa americana Sylvia Plath famosa per i suoi versi concentrati e di difficile comprensione che decise di darsi la morte giovanissima. Sunshine Faggio non è nuova a intessere rimandi e riferimenti a quella che può essere considerata a ragione una delle sue scrittrici preferite, dacché anche in “Infezione” (il cui titolo rimanda a una stessa lirica della Plath) erano presenti vari cameo ed omaggi alla poetessa americana. La Nostra utilizza l’elemento generazionale, la data di morte della Plath, per instituire una sorta di riflessione sulla sua esistenza: “A trenta tu sei morta/ Io rinata” (7). Incipit che sembra voler costruire in maniera antipodale i due destini: la giovinezza distrutta dal suicidio della Plath e la riscoperta del bello e la rinascita della Faggio, ma a complicare il tutto è il verso che segue in cui leggiamo: “Entrambe sepolte sotto la neve di Londra” (7). L’universo concettuale della sepoltura presuppone una morte, un decesso, al quale farà seguito il deperimento del corpo, la polverizzazione e l’estinzione. La lirica serve invece alla Faggio  per tracciare le caratteristiche di un “ritorno alla vita” e una più concreta riappropriazione della propria volontà di donna.

Il linguaggio, com’è comune nella poetessa trapiantata a Londra da vari anni, di fonda su terminologie dure e dolorose, tendenzialmente non concepibili figurativamente nell’universo poetico: aborti, sangue, muco, pipì,tumori e quant’altro. Elementi che la rendono una poesia drammaticamente concreta e realistica, pulsante e vitale con i suoi immancabili recessi nella malattia e nella degenerazione (“nani mongoloidi/ giganti deformi”, 12).

Qua e là non mancano pensieri sofferti, considerazioni amare, delusioni e punti di vista che sembrano distorti e allucinati, la solitudine (“Anche se la libellula che mi teneva compagnia è morta”, 8), contenuti meramente scatologici (“feci la pipì e svuotai il cervello”, 8), addii imprevisti e teatralmente impressionanti (“ti accomodai su di una barca a remi/ abbandonandoti alla corrente”, 9), azioni deleterie contro sé stessi (“legavi i capelli con dell’ortica”, 10), tragiche risultanze di un amore che, come una febbre da 40° lascia senza difese e molto spossati (“E dall’amore uscivo/ massacrata e afasica”, 17), amplessi dalla forza devastante (“Mi scavi./ Mi svuoti”, 22) e aporie di impossibile risoluzione: “Bianca ed azzurra/ ancora non so/ se eri la Madonna/ oppure la Fata Turchina” (10).

Una maggiore attenzione necessita la poesia che dà il titolo alla raccolta, la più incisiva e dissacrante, quella in cui si sente con più forza quell’energia propulsiva insita nella Sunshine donna e poetessa. E’ opportuno riportarla per intero per poi passare ad aggiungere un breve commento.

 

 

Venere storpia
 
Osso per osso
ve lo sputo a dosso
il vostro canone storpio,
quella femminilità di plexiglass tanfante
cucitami sul dorso a mo’ di buccia.
Affetta dalla malattia
di quest’universo ammalato
con le mie mani m’ammalo,
vomito l’opulenza che mi circonda.
Sfuggo alla vostra depravazione
facendomi del male.

 

Una poesia di violenza e dolore dove la Nostra si scaglia contro il fenomeno della moda che incita le ragazze ad osservare supposti canoni di bellezza in cui la femminilità viene degradata e offesa dall’eccessiva riduzione delle taglie, da una magrezza disarmante emblema di in-sanità. L’asciuttezza ossessiva del corpo, la sua resa filiforme, è rifiutata dalla nostra in quella “ossificazione” del corpo che perde carne e tessuti e mostra sempre più in vista (come abbiamo detto accade nella immagine di copertina) la conformazione spigolosa (ossuta) dell’apparato scheletrico. Questa ossessiva rincorsa alla magrezza e la mercificazione del corpo a un “canone storpio”, stupido e incosciente, brutto e degenerante  che trasforma la natura femminile in un surrogato banale, in un artificialità plasticosa che è addirittura “tanfante” perché puzza di morte e ha l’olezzo della putrefazione.

La Nostra non si esime dal denunciare con una profonda violenza e stanchezza dinanzi a una realtà indecorosa come questa e punta il dito sulla società che è essa stessa “ammalat[a]” e in quanto tale non è in grado di produrre niente di sano né di benefico. La Nostra rincara la dose nei confronti di un universo collettivo che ha eretto la depravazione dei costumi e l’emarginazione del corpo a sistemi di pensiero e con un linguaggio tagliente come una lama, rifiuta l’assoggettamento alla “norma” denunciandone la pericolosità: “vomito l’opulenza che mi circonda”. Un fervido atto d’accusa, sdegnato e ben reso, su una situazione logorante e insidiosa quale è l’offesa al corpo e il soggiogamento delle menti.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 09.10.2014

 

 

[1] La mia recensione a questo volume è presente al seguente link: https://blogletteratura.com/2012/12/14/infezione-la-nuova-silloge-di-poesie-di-sunshine-faggio/

“La battaglia si vince solo intentandola”. Manuela Marino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

“La battaglia si vince solo intentandola”

Commento di Manuela Marino a Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Edizioni Agemina, Firenze, 2014

 

Caro Lorenzo,

 

ti ho letto con molta partecipazione, concedendomi tutto il tempo prezioso per una lettura continua, direi ravvicinata e costante, di  una poesia dopo l’altra, come una full immersion nella tua poetica per me nuova, sia ragionando a livello tematico sia calandomi completamente nell’atmosfera fortemente evocata dai termini. Devo dirti che in questa raccolta c’è un bel continuum sia “ideologico” in senso positivo, sia di stile. Questo è importante e funziona anche nell’insieme, che risulta ben omogeneo, cosa non sempre facile con poesie scritte in periodi diversi e sulla spinta di eventi reali differenti. Eppure, molti sono i fatti, una la voce. Bravo.

Altra cosa che balza subito all’occhio è la concretezza ma non prosaica del tutto. Ciò che la parola divenendo poetica mostra e ben fonde, coniugando immagine e pensiero: non plastica descrizione fine a se stessa, non solo concetto o cerebralità.

Così il tuo cammino nel mondo, non da uomo insensibile né da intellettuale in cattedra, è quello del poeta civile nella sua vera accezione e, dovrei dire, spesso eccezione. Non c’è provincialismo, la terra che si “bacia” a partire dalla propria va ben oltre con l’universalità del messaggio poetico; Turchia, Egitto, Ucraina, ma anche Francia, Inghilterra, Venezuela etc., perché la cronaca, come accade alla propria biografia, possa essere testimoniata nell’impatto emotivo di chi la vive e rendercela in questa “visione parlata”e “sciolta” dei versi.  Che cos’è la poesia se non il tormento di una interpretazione sempre in cerca di oggettività, di universalità, anche e proprio se nulla è più soggettivo della parola poetica? Questo sentire che anela, talvolta contro se stesso, ad una verità: “Mi fingevo altro da me” e “Decisi di (…) darmi in pasto;/ m’abbeverai ad una fonte putrida” e, ancora, “ma ora ricerco una via unica”.

copertina-Lorenzo-Spurio-weQuesto piacere del vero o “dell’onestà”, per dirlo con Pirandello, che condivido e che ci accomuna, poiché il sentire anela sempre ad una verità, magari cruda, magari smascherata o sviscerata, eppure ancora esistente da qualche parte nel caos dentro l’uomo, o “nelle strade tra polvere e odio”… E per questo ancor più di vitale importanza, nel suo carattere universale.

Il poeta è forse per sua indole perennemente in una sorta di esilio, non di meno nella parola che lo rende continuamente funambolo su una eterna linea di mezzo o di confine, tra detto e non, tra potere evocativo e simbolico e istinto di significazione.

Io amo dire che ogni poeta è un po’ Cyrano di se stesso e fa continuamente la spola tra se e se, così come tra se e la realtà, per trovare la giusta espressione di ciò che sente…

In questa bella raccolta l’assalto condivisibile, (non confonda talvolta la musica melanconica che lo accompagna e che è un po’ il tuo “cor gentile”, la tua “educazione sentimentale”), l’attacco-difesa nei confronti di ciò che si vede e si vive, anche tentando lo straniamento, è la forza palpabile di questi versi, dove persino l’uso dell’imperfetto (che in genere io non prediligo) non precipita nella prosa dunque nella passività di qualcosa già accaduto, poiché l’uso pertinente dei vocaboli, la scelta di termini e di sofferta aggettivazione quasi “espressionista”, ne rende intatta la pulsazione come al presente.

Infine, ma si potrebbe continuare, che “strilli” pure l’inchiostro, che resti per fortuna “indomito” sempre contro il “non detto” (tema a me tanto caro), contro le “domande senza risposta”, le “occhiate ingannevoli”, o ancor peggio contro i “neuroni sfatti” e i “fantasmi purulenti” del nostro vivere così alterato, confuso in “specchi rotti”, costretto in “tenebre infamanti presto metaforizzate  in violenza”. Ma sì, certo, che parli la voce, pur rimettendosi sempre in discussione, non più silenzio, “non più favole”, non più “inciuci dorati all’ombra del Palazzo/ non lontano dai vicoli/ degli osti sguaiati./ Ipocrita cucina casereccia”. E dove si “de-moralizza” (si toglie anche etica) il “tragicomico della vita d’oggi, passando per la farsa e riducendo tutto in burletta”…

Ecco tutto ciò il poeta lo sa dire in versi senza farlo morire inesorabilmente. Sono versi di limpida potenza, scritti anche se “la caffeina” è ormai “pietrificata”, i vetri “appannati” come occhi di madri cui “il pianto non trova fine” o anime che sudano freddo. La pioggia è “solforica”, il fumo “canceroso”, l’intonaco è “fradicio della recente pioggia” e sembra “una spugna di sangue”, il fango si fa “cemento” e persino il sole non tramonta ma sembra oscurarsi lasciandosi andare,  “sviene” si dice. Ma noi siamo ancora sicuri che “la battaglia si vince solo intentandola” e portando all’occhiello il “fiore giallo” della poesia, che una volta colto emana la sua essenza esattamente come si esala un un ultimo nobile respiro, ma nella certezza che la parola poetica non sia mai vana né per chi la scrive né per chi la legge  e, riuscendo a sentirla, assorbendola, se ne nutre.

Già sai cosa penso della copertina, con questa bella idea del binario che finisce nel mare la sua corsa, il che non occorre spiegare, credo, parla veramente da se. Mentre un’ultima parola voglio spendere volentieri sul titolo, che trovo veramente appropriato, la sintesi perfetta di ciò che è all’interno. Occorre tagliare i rami secchi, come nella Bibbia si dice “Un fico che non porta frutto va tagliato” etc. mi pare Luca. Sono dolorosissime amputazioni, neoplasie addirittura di interi organi  o sistemi, divenuti cancrena della nostra società e della nostra esistenza, ma, lo sai bene, è proprio verso questo “appuntamento” non solo possibile ma immancabile che tende la “civile” arma della poesia.

Davvero complimenti.

 

Manuela Marino

Marzia Carocci su “Neoplasie civili”, silloge poetica d’esordio di Lorenzo Spurio

“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Agemina Edizioni, Firenze, 2014

Recensione a cura di Marzia Carocci

copertina-Lorenzo-Spurio-weNessun titolo, poteva essere più indicativo di questo: “neoplasie civili”, tumori e metastasi di una civiltà malata, contorta, deviante.
Lorenzo Spurio, attraverso questo suo itinerario poetico, mette in evidenza l’osmosi di un tempo dove l’umano è fautore dell’errore, del male, dell’ingiustizia.
Ogni sua lirica ci indica quelle piaghe che rendono il nostro modo di vivere, cicatrici di egoismi e di soprusi, di illegalità e di crudeltà.
Spurio non si allontana mai da una verità che al lettore può far male perché vera e vissuta come spettatori di un tempo fuorviante dove non c’è spazio per l’onestà, per la solidarietà e per la comprensione.
L’uomo si inerpica da sempre per predominare e da sempre si concentra su l’ egocentrismo dove mai da spazio al sentimento se questo non fa parte del proprio io, anzi schiaccia il debole, il dimenticato, l’emarginato.
Lorenzo Spurio sottolinea con pathos di forte coinvolgimento, gli eventi del nostro tempo facendone cronache/poetiche dove la parola ben scelta, avvalora ed esalta le particolarità, sia che si tratti di razzismo, di guerra, d’immigrazione, di violenza, di pedofilia, di mala/politica; egli non abbassa mai il proprio rammarico, anzi, lo urla, lo intensifica, lo evidenzia attraverso un linguaggio poetico dove la metafora porta in alto l’essenza di un pensiero ben ancorato che piano piano, attraverso un’attenta lettura, entra nel nostro stesso corpo dove la rabbia, l’impotenza e la vergogna ci fanno partecipi e spettatori di un mondo che ci appartiene e che si ritorce contro noi stessi attraverso quella freddezza che è ormai diventata parte del nostro vivere quotidiano. Le poesie di questa silloge, parlano e rigettano quelle neoplasie che si estendono a macchia d’olio dove l’uomo ha ormai deciso di sopraffare e di stuprare ogni bene, ogni giustizia, ogni buona causa; cancri maligni che bruciano ogni cellula di costruzione, di pace, di condivisioni sociali dove il potente decide e l’ultimo, il diverso, l’umile, si piega .
Lorenzo Spurio, non è solo un buon narratore ed un ottimo critico letterario, ma un poeta che dell’idioma coglie l’importanza e ne fa mezzo d’informazione mantenendo comunque, l’emozione e la sensibilità che è parte di un cammino letterario/ poetico stesso.
Una lettura che si fa riflessione, analisi e ragionamento dove la poesia parla, informa e diventa forza e stimolo ad un cambiamento, ad una rivoluzione pacifica ma allo stesso tempo incitazione a una ribellione di pensiero, di metamorfosi affinché vi sia positivo cambiamento e che ciò diventi cura dell’uomo e dei suoi mali dove ogni neoplasia si sciolga e si disperda per sempre! 

Marzia Carocci

 

Firenze, 21-09.2014

“Respiri violati” di Luana Fabiano, recensione di Lorenzo Spurio

Respiri violati
di Luana Fabiano
prefazione di Antonio Spagnuolo
Collezione Letteraria – puntoacapo Editrice, 2014
ISBN: 9788898224227
Pagine: 76
Costo: 10 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Oh, anime cieche
destatevi dal trono del sonno
e contro il governo dell’abulia insorgente. (33)
 

2014062418387359900Respiri violati è il titolo della seconda opera poetica di Luana Fabiano che nel 2013 aveva dato alle stampe una prima silloge dal titolo I covoni della speranza (Lepisma, Roma – con prefazione di Dante Maffia) e corrisponde a una serie di liriche che appartengono alla seconda parte della silloge, quelle che in maniera più centrata fanno riferimento a un universo di disperazione e soggiogamento dove la sopraffazione e la violenza sono i motivi principali.

Lo stile di questa raccolta è equilibrato, affezionato, cordiale e non scaturisce mai in forme estreme di trasposizioni del sentimento; le varie sensibilità che si possono intuire della poetessa attraverso i suoi testi poetici racchiudono uno spettro vasto di possibilità che va dall’attenzione meticolosa e compartecipata alla realtà del presente a un più vigoroso canto di denuncia contro il sopruso e l’endemicità di certe situazioni. Nulla di superficiale è contenuto nelle liriche della Fabiano dove, tutto ciò che è presente, sia l’evocazione di uno sprazzo di ricordo, che un’aggettivazione calzante volta a una resa concreta del vissuto, sono necessari per ragioni concettuali e interpretative.

Per quanto concerne una possibile pista ecdotica su questa silloge si farà bene ad osservare che la Fabiano parte da intuizioni differenti per arrivare a dare la sua visione, profondamente lirica e “magica” ai contesti dei quali ha deciso di occuparsi. In alcune poesie predomina un andamento leggermente prosaico, avvertibile dall’uso di una certa narratività; più in generale prevale un linguaggio personale, che la poetessa ha deciso di riscrivere secondo le sue intenzioni e necessità dove non raramente opera una contestualizzazione nuova del reale, una ri-definizione dei correlativi aggettivi con la conseguente creazione di uno spazio poetico inedito, un luogo della mente e del pensiero.

Curiosa è l’organizzazione dei sintagmi rotti dai vari versi dove però si pone particolare attenzione alla denotazione qualificativa o attributiva degli oggetti, sempre all’interno di questo processo di rivisitazione in chiave poetica. Ed ecco che l’utilizzo della partizione (a livello retorico delle figure della sineddoche e della sinestesia) finisce per fornire esiti interessanti ed incisivi come le “scorie di vita” (13), segno di un’esistenza ridottasi ormai a dissipazione e perdita di senso, ai “brandelli delle lingue” (16) in cui l’universo degli idiomi atti alla condivisione e all’interazione tra gruppi sociali non sono che “sfilacciamenti”, elementi residuali di un passato glorioso in cui la lingua era assunta a espressione di identità.

Ci sono poi una serie di avvicinamenti di termini che, più che creare stridore com’è tipico nell’ossimoro (figura retorica di solito facilmente identificabile), trasmettono a una prima vista un’immagine di distonia o incongruenza ma che, analizzati a livello analogico e simbolico, sono rivelatori di significati che la Fabiano ha concentrato e avviluppato in maniera egregia. Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma citerò i più interessanti: le “pozzanghere di indifferenza” (17) in cui l’indifferenza è ridefinita concretamente nell’entità di un liquido che, se versato, è in grado di diffondersi capillarmente, ma che in questo caso è isolato in pozze più o meno estese dove il fenomeno (l’attitudine all’indifferenza) sembra in qualche modo circoscritto, se non addirittura arginato. I “brandelli di respiri” (19) non è che una forma “di scarto” della condivisione di idee (nei respiri è da intendere non solo l’atto del respirare, ma anche un’attività collegata al cerebro) e il fatto che i respiri/idee si trovino a brandelli è motivato, ancora una volta, da questo processo di concretizzazione dell’astratto che l’autrice adopera. Per rimanere, poi, sul discorso acquoso/piovano la Poetessa parla di “piatti di pioggia” (24) quasi fosse questa una nuova unità di misura o di contenimento di un liquido; “sorsi di gelo” (24), istituendo qui un’antinomia tra acqua/liquido e gelo/solido, con uno stravolgimento delle fasi di condensazione/liquefazione e i “morsi di sole” (24), le “pergamene d’acqua” (35), i “grumi di lacrime” (37) in cui abbiamo, al contrario rispetto all’esempio precedente, un’improbabile sedimentazione del liquido lacrimale; le “virgole di felicità” (38) poiché esse cadenzano, dividono e danno il passo alla felicità e alla mancanza di felicità in un intervallo continuo del quale è fatto la nostra esistenza; i “vagoni delle anime” (43) in cui la corporeità (la fisicità del corpo) sembra ormai perduta e le anime, i loro spiriti, vagano su una locomotiva pesante e rumorosa; i “grappoli di rugiada” (45) in cui ancora una volta la Nostra istituisce un invertito passaggio tra gli stati di aggregazione della materia. Nei “lividi di assenza” (69) si evidenzia, invece, una sorta di ossimoro un po’ più criptico essendo il livido una traccia di un’aggressione e di contro l’assenza sinonimo di silenzio da intendere come annullamento della coscienza. Costruzioni, queste, da un punto di vista curiose e singolari, dall’altra che fanno pensare un po’ alla forma del kenning dell’epica germanica in cui un concetto (ad es. la nave) viene sostituita con una perifrasi (in questo caso “il legno del mare”). La funzione di queste costruzioni sulle quali s’impernia l’intera poetica di Luana Fabiano è forse –per citare ancora la Poetessa- quello di produrre un effetto simile a uno “squarcio di immagini mondane” (18) attraverso percorsi più o meno illuminati della nostra esistenza nel mondo e dove spesso è necessario inoltrarsi nei “sottoboschi dell’anima” (20) per poter comprendere meglio non solo noi, ma gli altri e i meccanismi che sembrano governare le leggi su cui si basa lo svolgimento delle attività umane.

La Poetessa parte spesso dall’esplicitazione di elementi nella loro quantità ridotta o residuale per garantire al lettore una considerazione sul contesto delle relative liriche; i concetti che pervadono le varie liriche sono pressoché due: da una parte il senso di (auto)sufficienza e il ricorso alla corrosività dell’organico (“ruderi di corpi”, 26), dall’altra la fobia per lo chiuso nelle varie accezioni (la clausura, lo scatolone, etc.) che, uniti assieme, descrivono l’idea di un universo ridotto, frammentato e asfissiante. 

La seconda parte della raccolta è quella che va sotto la definizione di “Respiri violati” e qui ci si discosta leggermente dalla tendenza della perifrasi che ha dominato nella prima parte per affrontare il mondo della violenza sessuale, della dominazione e della sofferenza psicologica che ne deriva equiparando le vittime a persone che hanno perso ormai le caratteristiche vitali (“scheletr[i] di terrore”, 52). Dura è la condanna –e senza riserve- nei confronti degli omertosi, degli insensibili,   di coloro che non si interessano e se ne fregano, in un mondo in cui “lo scafandro dei passanti fodera le urla” (58) e dall’altra parte, nel tormento delle vittime, “la bocca è incrostata dal silenzio” (60). Silenzio che nasconde una paura di discredito e un processo di vergogna per quei dolorosi episodi di “stupro della paura” (66).

Un insegnamento sul valore della poesia come arte e disciplina ci è offerto dalla lirica “Fame di bellezza” nella quale leggiamo: “la poesia,/ orcio vi verità e di armonia/ che tinteggia o affumica il mulino/ in un esercizio a morire/ nel suo letto di carne ed ossa/ alla ricerca di nuove labbra da medicare” (33).

Poesie in cui si avvertono lievi squarci di speranza e che non ci consentono, proprio per questa ragione, di parlare di una poetica tiepida, sostenuta dal riverbero e dal gioco delle parole, semmai di un verseggiare artificioso (nel senso di costruito, in linea con il significato stesso di “poesia” che sta per “costruire”), coscienzioso e concreto, attento a mettere fine una volta per tutte a quell’ “affanno che inciampa in una piramide di quiete” (30) affinché la Nostra e tutti coloro che ne condividono le prospettive, possano ergersi fieri al vertice della piramide. Una speranza che è bene nutrire per impedire che nel nostro oggi o nel futuro possano ripresentarsi le sconcertanti condizioni che traghettano l’uomo alla violenza e alla follia come ricordato in “Memoria”: “la vagina/ terra mitragliata da stivali di guerra” (75) e si comprenda –grazie a questo efficacissimo compendio poetico che tratta della vita- che: “Niente può sfamare il dolore/ di chi porta nel cuore/ persiane scardinate” (75).

 

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.09.2014

La speranza e l’amore in “Soltanto una vita” di Ninnj Di Stefano Busà – Recensione di L. Spurio

Soltanto una vita
di Ninnj Di Stefano Busà
Kairos Edizioni, Napoli, 2014
ISBN: 9788898029808
Pagine: 228
Costo: 14 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Un messaggio di rigogliosa apertura mentale e di speranza è quello che fuoriesce dalla nuova fatica letteraria di Ninnj Di Stefano Busà, celebre poetessa che vanta di un curriculum letterario di tutto rispetto. La poetessa ha deciso di dedicarsi stavolta alla narrativa e lo ha fatto con grande padronanza stilistica e concettuale tanto che Soltanto una vita, questo il titolo del romanzo edito quest’anno da Kairos, può a ragione essere collocato in quel filone del romanzo tradizionalista che ha dominato per decenni la letteratura nostrana del Dopoguerra. Inutile dirlo, si avverte di continuo il tono lirico e appassionato, il coinvolgimento della scrittrice che narra, più che la consequenzialità dei nuclei dell’azione, l’approfondimento dei caratteri e la resa dei relativi universi sensoriali e sentimentali. Un romanzo che copre un periodo di tempo abbastanza esteso e, proprio in ragione di questo, viene ad analizzare non tanto un personaggio calato nella sua dimensione sociale, lavorativa e affettiva, ma un’intera famiglia: come essa nasce dall’incontro accidentale immerso in uno scenario apocalittico di Julie e George, alla nascita della loro figlia che, poi, crescendo, darà origine a una sua famiglia.

Come si diceva, è il sentimento a dominare, l’esigenza di riscoprire la genuinità delle piccole cose, il ricorso necessario al colloquio, al confronto (ci sono molte parti dialogiche nel romanzo), l’intoccabile rispetto dell’altro, la fede in se stessi, la forza di volontà e il desiderio di accogliere l’esistenza come il bene più prezioso che va gioito, incarnato con ardore senza lasciarsi ammorbare dal buio che, pure, esiste.

La struttura del romanzo mi fa pensare a quei famosi “ribaltamenti di fortuna” dell’epica germanica (e poi anche delle fiabe grimmiane) dove a un periodo di tranquillità e felicità (l’incontro di Julie e George e il loro matrimonio) segue un evento infausto che obbliga le persone a rivedere la loro vita, a confessarsi con il Creato e il Creatore e a solidarizzare con la malattia (il tumore di Julie) o a soprassedere a una mancanza (la morte del primo bambino di Julie). E’ la forza di coraggio, l’amore, quel nutrimento fondamentale e necessario che va coltivato e non lasciato stemperare nel tempo né lasciato ammorbare dalla tragedia a permettere di volta in volta quella risalita (a volte lenta e difficoltosa) che consenta un nuovo rinascimento. L’amore ne fuoriesce ancora più forte e la famiglia ancor più rinsaldata.

Non mancano in questo itinerario generazionale che la scrittrice ci fa fare, momenti di vera e propria devianza psichica e sociale che la scrittrice tratta con puntigliosa attenzione: dallo schizofrenico e pericoloso ragazzo di Julie all’apertura del romanzo, alla gelosa e caparbia prima moglie di George, personaggi che, pur localizzandosi in un prima temporale della coppia Julie-George lasciano di certo nei singoli personaggi una certa insoddisfazione e incredulità, addirittura una dilemma scoraggiante come è per George che dovrà, dopo anni e anni in cui la meschinità della ex compagna non ha conosciuto mai un addolcimento, riconquistare la fiducia del figlio allontanatogli mediante stratagemmi infami e che di certo hanno causato dolore anche al ragazzo.

La vita è fatta di luce ed ombre sembra dirci la scrittrice, ossia di piacere e dolore, di entusiasmo e scoraggiamento, di felicità e tragedia, ma sta all’uomo sapersi rialzare proprio grazie al suo spirito vitale improntato alla scoperta e alla conservazione del bene e al rigetto del vittimismo, dell’incupimento e della noia. Non sempre è facile, chiaramente ed è pure giusto osservare che non sempre una malattia può essere vinta riportando la famiglia alla sua serenità caratteristica prima della diagnosi, ma il messaggio di Ninnj Di Stefano Busà va oltre a ciò, analizzando con uno spessore psicologico impressionante cosa accade nei rapporti interpersonali quando subentra la minaccia, la sofferenza per la malattia, il timore di un lutto. A tutto ciò si contrappone un messaggio di speranza e di fede in sé stessi (che non necessariamente implica una fede anche in Dio anche se, come chiosa la scrittrice in chiusura, è bene non lasciarsi invischiare da pensieri ineluttabili quali il fatalismo anima).

Gli scenari esotici descritti con meticolosità tanto nella loro componente arboricola e silvestre quanto nelle loro caratterizzazioni climatiche, rendono questa narrazione ulteriormente speziata permettendo al lettore di non fossilizzarsi e attaccarsi mai troppo agli eventi contingenti quali può essere una vita consuetudinaria vissuta nella quotidianità della propria dimora, e di farlo spaziare, mettere in gioco, inaugurare una nuova abitazione, viaggiare, farlo domandare e osservarlo da vicino come se fosse poi davvero un nostro parente con il quale soffriamo e gioiamo a seconda degli intervalli umorali che sono propri di quella esperienza sul mondo che la scrittrice condensa in quel “soltanto una vita” che poi, per ritornare alla vena poetica della Nostra, non è che un azzeccato ossimoro con il quale giocosamente e lucidamente ci consegna delle pagine di indubbia caratura letteraria e valore morale: “Viviamo l’amore! Non abbiamo molte vite, ce ne resta solo una, ed è molto breve!” (64).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 03.08.2014

 

Luciano Domenighini su “Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

“Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

 TraccePerLaMeta Edizioni, 2014

 

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI 

 

E’ un atto di coraggio, di soccorso, di difesa, prima ancora che una silloge poetica la recente raccolta di Ilaria Celestini “Memorie intrusive”.

L’argomento trattato, l’abuso a sfondo sessuale, è insolito per un’opera di poesia e questo non tanto perché i poeti non affrontino, di tanto in tanto, qualche argomento scabroso e “scomodo” che si discosta dal repertorio da loro più frequentato, quanto perché i poeti tendono a trattare i temi prescelti partendo da un punto di vista egocentrico, centripeto, ponendo se stessi e il proprio vissuto al centro del mondo o, se vogliamo, al centro del problema.

Anche se uno spunto autobiografico compare, tuttavia, in quest’opera la prospettiva è estensiva, altruistica, universalizzante.

Ilaria Celestini cover libroLa poetessa, più che dolersi di una condizione propria ed esclusiva, enfatizzandola, sembra voler dar voce al dolore di chi voce non ha più, divenendo testimone e apostolo di una religione che tutela le ragioni e i diritti di ogni vittima della violenza.

I mezzi letterari impiegati sono semplici assai:

si tratta di una prosa lirica “frammentata” in versi in modo spontaneo, istintivo e quasi casuale, senza preordinamenti strutturali di ordine retorico o metrico.

Nondimeno il dettato poetico ha grande limpidezza, spiccata valenza comunicativa e se a tratti cede all’enfasi sentimentale,  procede costantemente sull’ala di una sensibilità, di una misura, di un gusto tutt’altro che ordinari.

Queste qualità di equilibrio e di grazia, d’altra parte, sono necessarie e irrinunciabili in quanto l’autrice, trattando il tema dell’abuso e, per esteso, di ogni forma di prevaricazione, condizione che si riduce sempre a una dinamica diretta, interpersonale, pone l’argomento, non già come ci si aspetterebbe, sempre in un aprioristico e deliberato atteggiamento  di condanna e di deplorazione, ma, dimostrando grande coraggio e intelligenza, affrontandolo talora ( v. “Ci sono giorni”, “Finiscimi” oppure “Fino alla disperazione”) in un’ottica “borderline”, lungo quella linea di confine, ambigua e misteriosa, che sta tra vitalismo e incoscienza,  affidamento e dipendenza, bisogno affettivo e degradazione, scelta, più o meno conscia, e destino.

Relativismo quindi? E quindi “comprensione”, “giustificazione” della violenza, come componente inevitabile della natura umana, come “mistero naturale” immanente e necessario?

No certo, perché a fare da spartiacque fra libertà e crimine, fra sessualità e abominio, Ilaria pone, sacro e irrinunciabile, riservato non solo all’infanzia ma a tutte le età della vita, il concetto di un amore integrale, generoso, inteso soprattutto come tutela della dignità della persona amata.

 Quest’opera quindi non è solo un commosso e solidale tributo a tutte le vittime di ogni tipo di sopraffazione ma lo spirito che la sostiene e la alimenta è principalmente e profondamente etico  invocando quel “buon senso” che fra tutti i sensi umani, se non appare come il più esaltante sovente risulta , in definitiva, quello più opportuno e prezioso.

Alla delicatezza eufemizzante, tutta femminile, talora floreale, talaltra sognante, che  contrassegna la strofa conclusiva di alcune di queste liriche (v. “Questo cielo sommerso”, “Nascerà”, “Addio piccolo sogno”), alla sincera commozione e alla empatica condivisione del dolore, sovente si affiancano il coraggio e la speranza di riscatto e di rinascita, metafora della vita che non vuole finire, che non vuole arrendersi, che non vuole nascondersi e annullarsi nella vergogna e nella sconfitta.

I trenta titoli di questa raccolta sono in realtà un’unica, ininterrotta lirica, un discorso continuo sul bisogno d’amore, sulla sua forza ineluttabile, sui suoi martirii e sulle sue catarsi e trovano forse la loro sintesi e la loro realizzazione poetica più compiute nelle tre terzine, intense e struggenti, de’ “I miei ricordi”.

 “Memorie intrusive”, questa a un tempo disinibita e serena elegia  dell’innocenza tradita, al di là del suo valore strettamente letterario, è un’opera carica di tensione interiore, vera, autentica, che tocca il cuore.

 

 

 Luciano Domenighini

 

Travagliato, 9 giugno 2014

 

Lorenzo Spurio sulla raccolta poetica “Articolo 1. Una Repubblica AFfondata sul lavoro”

Articolo 1 – Una Repubblica AFfondata sul lavoro: un’amara indagine poetica della situazione occupazionale in Europa

 

A cura di LORENZO SPURIO

 

COP_500La radice del lessema “lavoro” (una delle parole che per ovvie ragioni ha la più alta incidenza di utilizzo nelle conversazioni e nei rapporti interpersonali da sempre) è di origine latina e ha la sua genesi in labor, termine che ci ricorda la celebre regola programmatica dei benedettini, ora et labora, i cui capisaldi della filosofia morale erano intessuti prevalentemente sull’impegno in una fervida preghiera e contemplazione, affiancata da una regolare applicazione di mansioni differenziate a seconda dei propri ambiti di interesse. C’era in effetti all’interno dell’universo monastico chi si dedicava all’orto e alla vendita dei prodotti, chi invece si occupava dei capi di allevamento, chi ancora si dedicava ai servizi connessi alla biblioteca e così via. Questo per dire che il concetto di lavoro è sempre stato connotato nella sua definizione quale campo esteso dalla strutturazione variegata di compiti e di competenze.

Se si effettua un’analisi di carattere più marcatamente filologico del termine in oggetto e prendiamo in considerazione le lingue “sorelle” dell’italiano, ossia le lingue romanze, si può vedere come nell’evoluzione delle lingue neolatine ci sia stato uno sdoppiamento lessicale a partire dal concetto di lavoro (cosa per nulla anomala in quanto fu un procedimento abbastanza comune e che si ebbe per numerosi altri termini). Il latino, infatti, contemplava due diverse forme per intendere il lavoro, con due accezioni leggermente differenti, ossia labor (con il senso di ‘fatica’) e tripalium (con il senso di ‘tortura’, ossia un lavoro visto e vissuto come forma di soggiogamento). Con l’evoluzione delle lingue neolatine i lessemi esprimenti il concetto di lavoro che si sono imposti e diffusi nelle varie aree geografiche sono stati differenti: in italiano si è deciso di partire dal lessema originario labor per derivare la parola “lavoro”, mentre nell’area franco-iberica si è data discendenza al vocabolo tripalium: travail (francese), trabajo (spagnolo); traball (catalano), traballo (galiziano) e travalho (portoghese).

Questa breve introduzione di carattere meramente epistemologico sulla tradizione di sviluppo della parola “lavoro” è funzionale per introdurre il tema di fondo che ha motivato la nascita di questo sapiente libro, un’antologia poetica organizzata dalla Rome’s Revolutionary Poets Brigade pubblicata da Albeggi Edizioni. Il volume, che porta il titolo di Articolo 1, fa immediatamente riferimento al punto primo della carta costituzionale italiana, che tutti ben dovrebbero conoscere, e che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Intitolare un libro con Articolo 1 presuppone necessariamente e doverosamente il riferimento diretto al contenuto dell’articolo e non è questo un qualcosa di banale, perché nel libro in oggetto, che è specchio diretto del clima di inquietudini e mancanza di speranze del nostro oggi, non è che una chiara attestazione di più voci della gravosa situazione politico-economica nella quale il nostro paese e l’Europa in generale è affondata da almeno cinque o sei anni. Compongono il libro una serie di poesie che parlano del lavoro, ma che lo fanno in maniera acuminata, fredda, dura e disperata e non potrebbe essere diversamente nel nostro hic et nuc dove tutte le statistiche decretano che il nostro Paese ha un tasso di disoccupazione pari al 12,7% e che quello giovanile arriva addirittura al deprimente 42,7%.

In questo libro si parla di lavoro o forse sarebbe meglio dire della mancanza di lavoro, della sua incertezza e difficoltà, della durezza e illeceità del lavoro (laddove le leggi impediscono una facile acquisizione del lavoro da parte del cittadino è chiaro che la sfiducia, l’insoddisfazione e la voglia di andar avanti motivino e incentivino forme di lavoro non legalizzate, che appartengono al mondo sommerso, che minacciano il lavoro legalmente riconosciuto).

Non c’è solo amarezza tra i versi che compongono questo libro, c’è vera e propria disperazione che motiva in certi punti un odio (che ci auguriamo resti sulla carta e non sia motivo di veicolo di programmi eversivi perché l’utilizzo della violenza va sempre rigettato) contro le istituzioni, contro chi, ricco perché i suoi commerci vanno bene, non riesce più a reprimere quel livore che giorno dopo giorno lo distrugge.

Ed ecco allora spiegato il senso di quel motto che una ragazza porta scritto sulla fronte nella foto in bianco e nero che troviamo nella cover, “Mortacci”, un chiaro atto d’indignazione verso il potere e le sue forme, contro la casta politica che è asettica ai problemi veri della gente, una blasfemia di popolo che giustamente rivendica i propri diritti (quelli per l’appunto dell’articolo 1) e che si dice indisposta a continuare nella logica del soggiogamento imposta dai padroni, “assassini che continuano/ a pisciare sui […] diritti negati/ sulle […] tombe dimenticate” (scrive Marco Cinque in “Morti bianche su orizzonti neri”, 21). Questo libro è un atto d’accusa, è un frullato di notizie di cronaca dove non mancano suicidi per licenziamento, depressione per la precarietà, insoddisfazione per il non vedersi riconosciuto il valore morale e culturale che ognuno di noi costituisce, è una preghiera laica che non solo intende smuovere le coscienze (cosa per altro abbastanza difficile nel mondo egocentrico e capitalistico dell’oggi votato al culto della personalità e del potere), ma denuncia senza mezzi termini, con forza e coraggio, le ingiustizie provate e perpetuate sulla propria pelle in un paese come il nostro dove regnano indiscussi il nepotismo, il collaborazionismo, il ricatto, il favoritismo, l’attaccamento alla poltrona, l’insensibilità, la spietatezza dei cuori e tutto ciò che possiamo circoscrivere all’interno di una logica antidemocratica, mafiosa e del malaffare.

E’ il popolo a farne le spese. A soffrire in silenzio, a riunirsi in piazza, a decretare l’insostenibilità della situazione. Questa contenuta nel libro è proprio la voce del popolo, urlata e che non vuol più essere messa a tacere, di quella gente che si incazza e che ha il coraggio di dirlo e di spiegarne il motivo. E’ una contestazione poetica per lo più pacifica, senz’altro argomentata e costruttiva, che reclama risposte che non siano parole di circostanza ma mettano in moto procedimenti concreti nel breve termine.

Nella poesia “Apocalypse Now” di Alessandra Bava dove allude al complesso industriale ILVA di Taranto, “il mostro [che] soffia aliti di morte” (9), si sottolinea proprio questo: l’esigenza che il cambiamento avvenga in tempi ragionevolmente brevi perché la situazione è oramai divenuta insostenibile. Alessandra Bava scrive “Di lavoro si muore” ed è questo un fatto che i mezzi di comunicazione giornalmente non fanno altro che attestare di continuo con una cruda e spietata veridicità: si muore sul lavoro per la mancanza di sistemi di protezione efficaci e a norma (soprattutto in quel lavoro in nero di cui si diceva dove l’uomo è costretto a rifugiarsi per guadagnare un minimo per garantire la sopravvivenza a se stesso e ai suoi cari a rischio della propria vita), si muore per il lavoro per l’aver maneggiato/respirato per anni sostanze inquinanti che decretano poi la comparsa di tumori e altre malattie inguaribili, si muore per la mancanza di lavoro, per l’angoscia che si nutre l’indomani del licenziamento, del fallimento della propria ditta, dell’incapacità economica di portar avanti un’impresa ammorbata da debiti che ne marciscono la speranza.

Il lavoro, che dovrebbe nobilitare l’uomo, renderlo fiero, dargli una sicurezza economica e morale nel mondo, è invece lì pronto per tormentarlo, fagocitarlo, deriderlo, minacciarlo, svilirlo e incitarlo al delirio, all’autolesionismo, a farla finita. E nei versi in cui Alessandra Bava scrive “l’orrore, l’orrore!” (9) non può non venir in mente le parole che Kurtz in Cuore di tenebra di Joseph Conrad, opera denuncia del colonialismo inglese, pronuncia in punto di morte. Quell’orrore sul quale la critica tanto ha dibattuto non è altro che il male che il personaggio (alter ego della classe dominante inglese di quegli anni) ha procurato sul popolo indigeno in Africa, sfruttandolo e denigrandone la dignità. Sembra che Alessandra Bava con questo cameo letterario voglia in un certo senso sottolineare la gravità e la disperazione del povero uomo disoccupato o di colui che si ammala gravemente per aver lavorato tanti anni a contatto con uno spazio inquinato mentre “lo Stato sta a guardare” (10). Una denuncia della politica nazionale e locale che, letta alla luce della citazione di Conrad in cui si condanna in extremis i mali dell’imperialismo, si inserisce nella critica al sistema economico di tipo capitalista votato alla sovrapproduzione al costo della salvaguardia della salute e della qualità della vita dell’uomo.

In “Dust Bowls” Alessandra Bava mitiga leggermente la speranza parlando di un tema attualissimo quale è l’emigrazione nei paesi dell’Ovest (gli USA ma soprattutto l’Australia e la Nuova Zelanda in testa metaforizzate quali “Californie lontane”, 12) dove sembra che le opportunità di lavoro siano senz’altro maggiori rispetto alla Vecchia Europa: “Si viaggia verso/ Ovest alla ricerca del lavoro/ come cercatori d’oro,/ in mano setacci/ di speranza” (11). La speranza oramai è qualcosa di utopico che si setaccia finemente e pazientemente alla ricerca fortuita, proprio come quella dell’oro in fiumi torbidi tanto improbabili quanto impossibili.

Ed è così che l’esistenza dell’uomo in questo presente di crisi, privazioni e disagi non è che un momento nel quale si preferirebbe chiudere gli occhi, serrarli e non riaprirli più dato che il mondo non offre altro che “[una] merda di futuro atipico” (Marco Cinque da “Morti bianche su orizzonti neri”, 21), concetto reso in maniera più ricercata da Marco Lupo nella poesia “Liquirizie” quando annota “facevo domande al futuro/ ma non trovavo posto nel sonno” (49). C’è da chiedersi allora perché ci sia tanta ingiustizia nel mondo e perché le leggi che i nostri padri costituenti e i legislatori continuano ad apportare per legittimare la società finiscano poi per essere inattuabili e tanto distanti dai reali bisogni della società e perché, sia nel lavoro che in ogni altro sistema di approvvigionamento (del cibo, del sapere, delle informazioni, delle possibilità, della garanzia delle libertà) ci siano squilibri schifosi e ingiustificabili che possiamo evocare con dei versi lapalissiani di Angelo Zabaglio & Andrea Coffami che nella lirica “Branzino” osservano: “tra sarte licenziate e attori direttori di fotografia strapagati mentre i produttori leccano i culi, ma sono i buchi dei culi sbagliati” (67).

Nessuna irriverenza, ma tanto odio dentro, che la poesia da arte suprema è in grado di tramandare con acmi d’intensità ineguagliabili per denunciare l’insolubile sopportazione.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 01.05.2014

 

Titolo: Articolo 1
Sottotitolo: Una Repubblica AFfondata sul lavoro
Autore: AA.VV.
Curatori: Alessandra Bava e Marco Cinque
Prefazione: Agneta Falk
Editore: Albeggi Edizioni, 2014
ISBN: 9788898795031
Pagine: 74
Costo: 10 €

La risalita possibile: dal dramma della bulimia e dal tentato suicidio, a nuova vita. Lorenzo Spurio sul romanzo di Alessia Michelon

Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo di Alessia Michelon

 

 Commento di Lorenzo Spurio

 Nella vita, a volte, ci si trova ad affrontare uragani e tempeste, ma dopo, puntuale, ogni mattina sorge il sole. Anche dopo la più buia e tenebrosa delle notti, il cielo viene rischiarato dall’alba… un’alba chiara e luminosa, che aiuta a superare e a vincere la paura del buio (237).

 Un romanzo affascinante e oserei dire “trainante” questo di Alessia Michelon, scrittrice di origini vicentine che già in passato ha avuto modo di misurarsi nella sua narrativa con tematiche che affrontano il disagio giovanile. Non da ultimo il suo bel racconto “La crisalide spezzata” che ha meritatamente vinto il 1° premio per la narrativa al 2° Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella”, un racconto che forniva uno spaccato di una storia amara dove la protagonista veniva a conoscere i recessi della malvagità dell’uomo sulla terra soffrendo una serie di soprusi.[1] Probabilmente il racconto in oggetto ha svolto per la brava e pacata Alessia Michelon una sorta di “banco di prova” per la stesura di quelle tematiche e dinamiche difficili da sviluppare che ha riproposto, in maniera più ampia, documentata e romanzata, qui nel romanzo dal titolo Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo.

Il romanzo è “affascinante” nella misura in cui è in grado di mantenere la presa sul lettore che si scopre pian piano a fagocitare questo libro con la speranza di poter arrivare a un punto cruciale che ponga fine all’acme della tristezza e del dolore vissuto dalla protagonista. Non mi sembra il caso opportuno di svelare troppo sulla storia che la Michelon ha sagacemente costruito nella sua narrazione con una meticolosità di dettagli e di riferimenti che si legano al mondo medico-sanitario e quello più dichiaratamente psicologico di chi vive sulla sua pelle un disturbo alimentare gravissimo quale è l’anoressia e/o la bulimia. Conosciamo oggi quale sia l’eziologia dei disturbi, caratteristici per le loro manifestazioni visibili, ma subdolamente considerati dal punto di vista psicologico, come Alessia Michelon non manca di osservare più volte nel corso della sua narrazione: “Anoressia non significa solo mancanza di appetito, ma è più che altro fame e sete di serenità interiore e di amore” (113); “I problemi di fondo da curare sono molti altri e riguardano la bassa autostima, il senso di inadeguatezza, la depressione, l’ansia, la comunicazione interpersonale, spesso difficile per le persone che soffrono di disturbi alimentari” (185); “Le persone che soffrono di disturbi alimentari devono fare un lavoro molto complesso sulla loro personalità, per cercare di recuperare la fiducia nelle loro capacità, perché la loro tendenza è quella di mettersi sempre in discussione o di essere eccessivamente critici nei confronti di se stessi. La tendenza al pessimismo e la volontà di tenere tutto sotto controllo sono alcuni tra i principali atteggiamenti che accomunano le ragazze anoressiche” (190).

Nel romanzo assistiamo così alla vita sofferta e psicologicamente degradata di una ragazza “fragile e insicura, con una sensibilità a volte eccessiva” (6), Celeste, che vive in una famiglia dove non si sente amata e considerata (soprattutto dalla madre, mentre il padre è quasi sempre assente e lei nutre continuamente un duro sentimento di paragone con la sorella, avvenente ed emancipata) che motiva una grande sfiducia nella ragazza, già debole di suo e priva dell’autostima necessaria che le consentirebbe di farsi forza e di convincersi che lei, di contro alle altre ragazze (quelle della sua classe o sua sorella che sono poi gli elementi di paragone), non ha nulla di meno. Se la madre ha dunque “una preferenza vergognosa per [la sorella]” (34) ed è “fredda e oppressiva, egoista e egocentrica” (43) va anche detto che è lo specchio il primo nemico della ragazza (e di tutte quelle ragazze affascinate dalla magrezza di modelle, star e veline) con il quale inizierà una prima, dura e lunga battaglia. Lo specchio, che ha avuto un amplissimo utilizzo come figura e metafora nella letteratura italiana ed europea (soprattutto a partire dal secolo scorso)[2] diviene qui elemento di contrasto, emblema d’antagonismo, riflesso della propria sconfitta, immagine distorta dell’io: “L’adolescenza è una fase terribile della crescita e tre quarti delle ragazze si guardano allo specchio e si vedono troppo grasse, brutte e inadeguate” (9).

165095_127580717405169_700394789_nE così che l’ansia e le complicate capacità relazionali si associano al disturbo chiaramente alimentare che si esplicita nel fascino per il magro e che condurrà la ragazza a minacciare il suo corpo, quasi come una sfida all’ultimo duello, con reiterate orge alimentari e poi rigettamenti compulsivi che da una parte gratificano la ragazza perché praticamente il cibo ingerito non verrà metabolizzato (“Mangiare e vomitare le dava un senso di liberazione dallo stress e dalla tristezza”, 43), ma che dall’altro produce effetti medici preoccupanti quali la progressiva chiusura dello stomaco, la corrosione dentale, la denutrizione, il rallentamento delle normali funzioni biologiche e la cessazione del ciclo mestruale (quello che la Michelon definisce come “metabolismo basale […] notevolmente rallentato”, 36). Nel frattempo la famiglia, che dovrebbe essere la prima componente umana ad accorgersi di ciò e della gravità degli effetti che ha sul corpo della ragazza, sembra leggermente indifferente e, anche se cerca di incentivare la ragazza a mangiare (durante la sua fase d’anoressia), lo fa blandamente, senza convinzione e consapevolezza del pericolo verso il quale sta andando. E la narratrice ad un certo punto sembra quasi parlare tramite la voce di un medico e chiosa: “I disturbi alimentari colpiscono spesso ragazze e ragazzi con una difficile realtà familiare e con un basso livello di autostima” (44)[3]: in ciò la Michelon condensa il difficile rapporto (più che complicato è inesistente) che ha con entrambi i genitori: la madre[4] algida, sembrerebbe anaffettiva, distante, sempre pronta a elogiare l’altra figlia e il padre assente, disattento, silenzioso, assoggettato al ben più forte comportamento della moglie. C’è come una sorta di sicurezza da parte della famiglia di Celeste (e oserei dire di molte delle famiglie che scoprono un figlio affetto da questo disturbo) a minimizzare la questione e a credere che un precipitante dimagrimento e apatia per il cibo non siano nulla di grave e che vadano risolti semplicemente incentivando la voglia di mangiare. Non è così perché, come si vedrà nella seconda parte del romanzo, quando Celeste verrà ingressata in una clinica per combattere i disturbi alimentari e comincerà a riacquisire un certo comportamento verso il mangiare, questo non corrisponderà automaticamente alla guarigione dal disturbo che, come già detto, è prima e soprattutto di carattere psicologico.

Ad accompagnare il percorso psicologico della malattia (l’anoressia e la bulimia sono disturbi che hanno una loro importante componente psicologica che va studiata e isolata anche da quelli che sono gli effetti più visibili della malattia) vi è l’amicizia con altre ragazze che si sono affidate alla logica del “Dio Kilo” e che hanno svilito la loro vita nella tormentata ricerca di dimagrire sensibilmente passando poi per pericolosi casi di autolesionismo, tentativi di suicidio e quant’altro. E’ il caso di Giulia che sembra esser sprofondata nel disturbo alimentare a seguito di un abuso sessuale che la porterà poi a un vero e proprio processo di autodistruzione con il suicidio che sugellerà la sua breve vita. E in un certo senso, oltre alla disattenzione familiare e alla scarsa autostima, è l’abuso sessuale (pedofilico o incestuoso) a figurare tra le varie cause del successivo sviluppo del disturbo alimentare: lo vediamo qui nella storia per Giulia, poi anche per David e Miriam (di cui si parlerà più avanti) e Celeste stessa ha un episodio traumatico vissuto durante la festa di Halloween durante la quale un ragazzo finisce per masturbarsi davanti a lei, scioccandola e umiliandola.

A mitigare il senso di solitudine/isolamento (autoindotto), una sorta di piacere claustrofilico[5], nel quale Celeste vive arroccata, non è sufficiente il tardivo gesto di pentimento e di avvicinamento della madre, né la breve permanenza a casa dell’amorevole nonna paterna, ed anzi questa sensazione di nullità si amplifica a dismisura, diventando totalizzante, quando la sua amica Silvia, anch’essa affetta da tempo di bulimia, si scopre essere affetta da un cancro alla trachea a seguito del reiterato rigettamento di cibo e acidi gastrici che ne hanno corroso le pareti tessutali.

Questo è uno dei momenti nodali all’interno del romanzo (ce ne saranno poi altri e si vedrà in seguito quali sono e perché rappresentano avvenimenti cruciali all’interno della narrazione). Il momento della morte di Silvia è l’apripista di un aggravamento della salute fisica e morale della ragazza che da una parte vorrebbe morire e, quindi suicidarsi, per raggiungere l’amica e mettere fine ai suoi tormenti, ma dall’altra funziona anche in maniera opposta come un lento riaccendersi di quel naturale “istinto alla vita” di cui l’uomo è dotato dalla nascita. Ci sarà così spazio a un tentativo di suicidio, a un vero e proprio svenamento che verrà, però, monitorato per tempo e la ragazza, dopo un periodo ospedaliero verrà mandata in una clinica dedita alla cura dei disturbi alimentari. La morte dell’amica Silvia, dunque, è vissuta dalla ragazza con un misto di sentimenti contrastanti che talvolta l’avvicinano alla morte (il voler morire, l’autolesionismo, lo svenamento)[6], altre volte innesca un meccanismo psicologico che fa dire alla ragazza di rifiutare la morte. Il tentato suicidio è altro pivotal moment o momento cruciale della narrazione poiché esso apre le porte a un evidente episodio di pre-morte[7] (scienza e religione negli ultimi tempi stanno dibattendo anche su queste forme esperitive dell’altro mondo) nel quale la protagonista incontra l’amica deceduta con la quale vorrebbe stare ma quest’ultima l’avverte che per lei “non è ancora ora”. Questa esperienza eccezionale motiva ancora una volta la protagonista della necessità e importanza nella guarigione dal suo disturbo che man mano si fa forte in lei una volta nella clinica Villa Serena dove è stata mandata per risolvere il suo disturbo. Lì, dopo una titubante ansia per il nuovo ambiente, sembra reagire bene alle terapie individuali e di gruppo alle quali viene sottoposta e soprattutto lentamente va eliminando da sé gli strascichi autolesionistici quando si innamora di un ragazzo, alla clinica come lei perché affetto da anoressia nervosa. David la colpisce perché il suo aspetto rimanda a quello di tendenza emo dei Tokio Hotel che la ragazza ama e scoprirà dopo vari incontri con lui, l’accadimento traumatico che ha una genesi in un deviato rapporto sessuale[8] che ha originato il suo disturbo alimentare. E in un certo senso il tema scioccante della prima esperienza sessuale, scioccante perché è un rapporto distorto (o considerato tale), lo si ritrova anche nel pregresso di Miriam, la ragazza con la quale Celeste divide la stanza che anni prima, affascinata dall’avvenenza di una ragazza in palestra, tentò nei suoi confronti un approccio saffico, per risultare poi clamorosamente rifiutata, oltraggiata e schernita e da “quel rifiuto […] la [sua] bulimia peggiorò ulteriormente” (209).

E se è vero che Celeste sembra recuperare molto grazie soprattutto alla fiducia nelle nuove terapie e all’amica Miriam e all’amore verso David (che di fatto le consentono di sentirsi parte di una piccola comunità e quindi non più sola ed emarginata) è anche vero che la malattia della quale è affetta è subdola e agisce in sordina e proprio nel momento in cui ci si convince che “[l]a salute di Celeste era migliorata notevolmente” (202) ecco che il tarlo fastidiosissimo  della malattia continua a bucherellare i pochi successi sinora ottenuti con impegno e convinzione come una sorta di demone tentatore: “Per un attimo le venne un irrefrenabile istinto di conficcarsi quella piccola lama sulla mano, provando ancora una volta, soltanto una volta ancora, quel piacere sottile e perverso che la inebriava quando la osservava, eccitata e spaventata allo stesso momento, il suo sangue colare giù dalle ferite che si infliggeva. Non lo fece. Sospirò e rimise il temperino nel cassetto della scrivania” (211).

Ma con un serio controllo medico e soprattutto in un ambiente accogliente e sensibile diverso da quello della sua famiglia, in effetti la ragazza sembra stare meglio al punto che, quando è giunto il momento di ritornare a casa perché i medici considerano che il suo miglioramento è apprezzabile e che da quel momento in poi potrà continuare a seguire una certa dieta con consapevolezza in casa propria, la ragazza si sente sfiduciata e depressa: non vuole ritornare a casa tra l’indifferenza della madre, la freddezza del padre e l’eterno antagonismo con la sorella da lei vissuto dolorosamente. Soprattutto non vuole abbandonare David del quale ormai è completamente infatuata e che, a differenza di lei, sembra non voler e non poter guarire dalla malattia che lo ammorba. Ovviamente andrebbe detto molto di più di questa seconda parte del romanzo dove ancora una volta assistiamo a tentennamenti di Celeste tra euforia (data dal sentire al telefono o il vedere di nascosto il suo ragazzo) e lancinante depressione (data dalle prescrizioni materne, dalla sua insensibilità e dalla inadeguatezza della ragazza dovuta anche a una sorta di bullismo scolastico tutto al femminile). E’ però indiscussa la convinzione che, dopo la morte di due sue amiche e tutto ciò che ha passato, che “non doveva darla vinta alla Bestia ancora una volta” (225). Ed è così che il lettore non può che simpatizzare (e solidarizzare) con la “nuova Celeste” ossia quella persona che sta facendosi da sola, cercando di ergersi sulle sue debolezze e facendosi valere (per la prima volta nella sua vita) nei rapporti con gli altri; ne consegue che questa maturazione psicologica ha buoni frutti per l’instabile salute della ragazza,  dacché, dopo un apprendistato alla malattia che l’ha deturpata nell’anima e nel corpo, Celeste “stava imparando ad accettarsi e a volersi bene e quello era un notevole passo avanti” (228). Ma è una pace personale molto labile questa dato che nel clima familiare difficile nel quale è costretta a vivere (una sorta di anti-eden se per eden vogliamo metaforizzare la clinica Villa Serena) e nella dolorosa e scoraggiante lontananza da David, il ragazzo del quale si è innamorata follemente, riaffiora nella profonda solitudine e mestizia di quei pomeriggi vissuti (o meglio sopravvissuti) nella segretezza della sua camera “il malsano pensiero di desiderare ancora la morte” (243).

Si arriva, però, a un nuovo punto cruciale della storia (che a mio modesto vedere è il più calzante all’interno delle dinamiche comportamentali che si creano in una famiglia che ha al suo interno un figlio affetto da disturbi alimentari) che è il litigio furioso dei due genitori in cui il tendenzialmente pacato e sottomesso Paolo (il padre) non riesce più ad accettare il comportamento egoistico, sprezzante e odioso della moglie nei confronti della madre (la nonna Teresa) e finisce per sbroccare tutto in una volta in una discussione accesissima nella quale non mancano porte sbattute, pianti e poi l’abbandono della moglie e del tetto coniugale. Sembrerebbe questo un episodio di poco conto nel tessuto doloroso degli eventi privati di Celeste che l’hanno condotta al suo grave disturbo, se non fosse che è Paolo che denuncia (in maniera però tardiva e oltretutto pretestuosa senonché vendicativa) che il disturbo di Celeste non è che conseguenza diretta dell’atteggiamento insensibile, poco materno ed egocentrico che ha sempre avuto nei suoi confronti: “[S]econdo me sei sempre stata tu, e soltanto tu, la causa principale dei problemi di salute di Celeste! L’hai fatta diventare anoressica e ha pure tentato di uccidersi…stronza! E’ tutta colpa tua, del tuo cinismo e della tua stupida preferenza per Eva… tu hai sempre considerato solo lei, Celeste viene sempre dopo” (252). Le accuse, spietate e infuocate, fanno tanto più male perché sono meritatamente vere, ma viene al lettore di chiedersi a questo punto perché, anche se Paolo è un uomo tendenzialmente silenzioso e appartato di carattere, non sia intervenuto prima, rompendo la falsa simbiosi con la moglie, per salvaguardare il benessere della figlia se questo era effettivamente minacciato dalla a-maternità affettiva della donna?

Ci incamminiamo a passi felpati verso il termine della storia dove non mancheranno altri elementi importanti per la riacquisizione dell’identità da parte di Celeste che la porterà a salvare la sua stima personale e pian piano a risolvere i suoi problemi con il cibo: primo fra tutti il riavvicinamento di un’amica che si era persa nel tempo a seguito di un episodio infelice, il colloquio e la vicinanza con la nonna, la saggia Teresa, l’unica all’interno del libro a parlare sempre con il cuore e non per convenienza o ipocrisia (come fa Lia, la madre di Celeste) con arroganza e superbia (come fa la sorella Eva) o come eco indistinta di ciò che gli altri dicono (come fa il padre). Ed è forse proprio il personaggio di Teresa, di una donna esemplare e retta, che ha apprezzato ad amare la vita anche dopo gravissime tragedie personali (la morte del marito, quella di sua figlia e la sua malattia mortale) che il romanzo –credo indirettamente- voglia celebrare di più, come donna emblema di moralità, metafora di amore e di costruzione (e sarà proprio lei, tramite il suo amore che non aveva mai fatto venir meno e che sua nuora aveva sempre snobbato e malinteso, a permettere la riunificazione della famiglia con la riscoperta dei buoni sentimenti, proprio in punto di morte).

Teresa è la capostipite di una famiglia che nel tempo assiste alla sua rottura in mille pezzi, tra odi, invidie, insoddisfazioni, incomprensioni, malignità e quant’altro, ma è anche quella che con la sua morte permette la rinascita della famiglia, come una sorta di immolazione personale per il benessere collettivo. Per questo, al di là della ricomparsa (o meglio, della nascita) dei buoni sentimenti nella livorosa Lia a cui poco riesco a credere (non perché sia un difetto della narrazione, ma perché per mia natura sono poco convinto dall’efficacia dei cambi repentini d’atteggiamento che fanno seguito a dubitabili pentimenti in-extremis[9]) e al di là del nuovo “ordine” familiare che viene a crearsi come un’edenica famiglia stereotipata l’indomani della colpa commessa, il messaggio più grande sta forse proprio nella profondità degli insegnamenti della cara nonna che Celeste non solo ha recepito, ma sembra aver fatto suoi per gettare le basi di quel cammino nuovo che si è scelta, che sembra avere tutti i prerequisiti per essere improntato alla felicità.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 25.04.2014

 

 

TITOLO: Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo

AUTRICE: Alessia Michelon

EDITORE: Youcanprint, 2013

ISBN: 978-88-91135-00-1

PAGINE: 330

COSTO: 16 €

[1] La Giuria del concorso motivò la sua decisione di conferirle il primo premio con questo commento: “Una storia di dolore, riflesso di tanti amari accadimenti del nostro triste oggi dove l’inconsapevolezza degli atti, la logica del potere e la soggiogazione della mente rappresentano dei pericolosi spauracchi. Una bambina che smette di essere tale solo per l’orrido gesto di un “uomo” che non merita tale appellativo, è forse una delle azioni più ignominiose e impossibile da commentare”.

[2] Per un approfondimento di questo argomento si legga il saggio di Rita Barbieri dal titolo “Disagio allo specchio tra riflessione e riflessi” contenuto in AA.VV., Disagio e Letteratura – Raccolta tematica reading Firenze, TraccePerLaMeta Edizioni, 2013, pp. 25-39.

[3] “Dopo quattro sedute di psicoterapia, era emerso che l’origine dei problemi di Celeste era il complicato rapporto che aveva sempre avuto con sua madre” (109).

[4] “Celeste avrebbe desiderato con tutto il cuore avere una mamma premurosa come lei” (56).

[5] “Sognava di essere intrappolata in una gabbia sospesa nel vuoto” (89); “avrebbe voluto chiudersi nella sua stanza e dormire indisturbata” (93).

[6] La scena del tentativo di suicidio è così descritta: “Chiuse gli occhi così forte che le fecero quasi male e premette la lama, fino a che un rivolo di sangue caldo e rosso vivo cominciò a colare dalla sua mano, imbrattando i pantaloni del pigiama e il parquet vicino ai suoi piedi. Sentì una sensazione di intenso bruciore e un formicolio diffuso, misto ad un familiare senso di torpore assoluto. In pochissimi minuti precipitò vorticosamente nell’oblio e nel nulla” (143-144).

[7][7] “Aveva vissuto un’esperienza straordinaria e sicuramente non si era trattato di un sogno” (146); “Entrai in un meraviglioso tunnel di luce” (189).

[8] “Il compagno di mia madre mi…mi…beh, ecco, mi molestava fin da quando ero poco più di un bambino […] [Il] lurido pedofilo […] continuò ad approfittarsi di me per molto tempo” (179).

[9] La stessa Celeste sembra riluttante a comprendere il perché e il come sua madre abbia fatto un cambio talmente lampante (complice sicuramente l’abbandono da parte del marito e il tentativo di espiare quella colpa costituita dall’odio e insofferenza verso la nuora che ha sempre avuto): “Celeste non avrebbe mai creduto che sua madre potesse cambiare così radicalmente, dalla notte al giorno, e soprattutto in modo così rapido” (319-320).

I selezionati per la raccolta antologica “Obsession” – Paranoie, deliri e tradimenti

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La selezione dei racconti per l’antologia “Obsession” dal tema “Paranoie, deliri e tradimenti” (qui il bando di partecipazione diffuso nell’Agosto 2013: https://blogletteratura.com/2013/08/02/selezione-di-racconti-per-obsession-paranoie-deliri-e-tradimenti/) è ultimata.

Di seguito si riportano gli autori selezionati che verranno pubblicati nell’antologia che sarà edita da TraccePerLaMeta Edizioni (www.tracceperlameta.org) nei prossimi mesi.

 

Come indicato nel bando di partecipazione si ricorda che “L’antologia avrà quale prezzo di copertina 12 €. A partire dalla seconda copia, il volume verrà venduto al prezzo di 10€. Si aggiungeranno 3€ per le spedizioni. Ogni autore selezionato è tenuto dunque all’acquisto di 2 antologie per un prezzo complessivo di 25€”.

 

E’ richiesto a tutti gli autori selezionati di inviare entro il 2 marzo p.v. all’indirizzo mail lorenzo.spurio@alice.it:

  1. la loro scheda bio-bibliografica in terza persona in formato Word di massimo 20 righe Times New Roman che verrà inclusa all’interno dell’antologia nella sezione dedicata a ciascun autore selezionato;
  2. la liberatoria compilata (in allegato) e la relativa attestazione di impegno di acquisto delle due copie

 

Informazioni sulle tempistiche e sulle modalità d’acquisto di detto volume verranno fornite tempestivamente a mezzo mail a tutti i selezionati presenti nel volume antologico.

 

Di seguito gli autori selezionati per il volume:

 

– ABBATANTUONO CHIARA

-AMOROSO ELISABETTA

-BONACCORSO GIUSEPPE

-CIANO MARTINO

-DANESE FABIOLA

-DINI MONICA

-FANOTTI LORELLA

-FILIDORO GIUSEPPE

-FILIPPI LIDIA

-GOBBI GIANNA

-LANTERNARI DIANA

-LAURENZA FLORIANA

-LAURIOLA SIMONA

-MANGIAPANE JACOPO LEONARDO

-MARINI MANUELE

-MARRA PIETRO

-MONTI ELENA

-PETRINO FRANCESCA

-PEZZOTTA GIACOMO

-STROPPIANA DALZINI ANNAMARIA

 

Si ringrazia per la massiccia partecipazione a questa seconda edizione dell’iniziativa Obsession e a tutti coloro che hanno dato il loro contributo per la realizzazione del progetto.

  Lorenzo Spurio

Curatore Antologia Obsession

 

Jesi, 19.02.2014

“La grazia di casa mia” di Julio Monteiro Martins, recensione di Lorenzo Spurio

La grazia di casa mia
Di Julio Monteiro Martins
Rediviva Edizioni, 2013
ISBN: 9788897908029
Pagine: 182
Costo: 14 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Sono il poeta
che ha deciso di non mentire.
Il poeta impopolare
a cui poco è rimasto
da dire.
Tre o quattro cose,
tutte cose tristi,
tutte cose vere. (79)

 

graziadicasamiaLo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins è recentemente uscito con una nuova pubblicazione, una raccolta di poesie dal titolo La grazia di casa mia (Rediviva Ediz., 2013), seconda silloge poetica nel percorso letterario del professore e saggista che contribuisce a ispessire il suo già ricchissimo curriculum letterario. Nell’opera, come è saggiamente osservato da Rosanna Morace che tempo fa ha dedicato una monografia all’opera dello scrittore, ci troviamo di fronte a un ampio spettro di tematiche: dal ricordo di momenti passati, alla memoria dolorosa di episodi di violenza subiti tanto familiari quanto sociali, il mondo degli affetti con una apprezzabile lirica dedicata agli amici e poi ai figli e alla donna amata, i quesiti sulla morte e sul decadimento dell’uomo che realizza la fugacità del tempo e la sua inclemenza. Il tutto è chiaramente sorretto da quel sempre presente amore e disincanto per la terra natia, il Brasile, che l’autore non può fare a meno di evocare, tener vivo ed esplicitare nei tanti riferimenti toponomastici, nell’utilizzo di lessemi in portoghese e in riferimenti che legano il passato dell’uomo a quella terra tanto amata.

Non è un caso che il titolo della raccolta sia La grazia di casa mia e la stessa Morace si domanda quale, in fondo, sia la casa di Julio Monteiro Martins, se il Brasile oppure Lucca, la Toscana dove vive da tanti anni. Ho inteso il concetto di “casa” del quale il poeta parla in almeno due maniere diverse. La casa è lo spazio in cui nasciamo, dove ci sentiamo protetti e dove ci identifichiamo, dove condividiamo esperienze con i nostri cari, scrigno della nostra introduzione nel mondo civile, baluardo di difesa e porto dove confidarci, amare e sentirci amati. La casa è uno spazio privato in cui l’uomo è l’unico padrone e dove gestisce la sua abitudinarietà come vuole, senza per forza di cose doversi uniformarsi alla comunità, da qui il detto “a casa sua ognuno fa quello che vuole”. Nelle poesie in cui l’autore cita la casa respiriamo frequentemente una certa desolazione, caratteristica di un animo inquieto, tormentato a causa di una lontananza fisica e temporale da quel nucleo di vita, da quel nido, quella identificazione dell’uomo con la sua terra/lingua/cultura. La graziosità (piacevolezza) e il ringraziare (l’attestazione di riconoscenza per un dono ricevuto) sono delle terminologie che discendono dal lessema di “grazia” e che danno man forte alla comprensione di questa silloge. La casa, il luogo custode dei nostri ricordi, della nostra infanzia e dei primi affetti è chiaramente un luogo piacevole, benevole, quasi una sorta di eden che amplifica la sua carica di bellezza/ricchezza/positività proprio per la lontananza da quello spazio che l’autore percepisce, soffre e con la quale convive ormai da “esiliato” in una terra non sua.

La tematica dell’espatrio, della lontananza della propria terra vissuta con dolore e nostalgia, con rimpianto e desolazione, centrale anche nella sua produzione in prosa è contenuta nella lirica “Vivere in esilio” che è il fiore all’occhiello dell’intera silloge. L’autore esordisce nella lirica con una sorta di analisi epistemologica delle parole osservando che “vivere in esilio” (95) non è altro che un ossimoro, ossia una costruzione del linguaggio composta da termini che portano un significato tra loro avverso, contrastante. Da qui capiamo che la vita dell’esiliato Julio Monteiro Martins (un esilio che, ricordiamo, esser frutto di una decisione dello stesso autore e  non una misura coercitiva subita da sistemi di potere) è sostanzialmente dura, difficile, tormentosa e per forza di cose dettata dalla nostalgia, dalla mancanza, dall’ossessione del ricordo e dalla vacuità delle memorie legate ad un posto lontano che non si sposa con il qui ed ora, come se appartenesse ormai ad un’altra esistenza. Pur essendo quello dell’esilio una decisione presa dallo stesso autore a seguito di una serie di episodi tanto familiari quanto sociali che lo riguardano e dei quali parla abbondantemente in alcuni estratti di e-mail riportati da Alessio Pardi nella postfazione, esso è connotato in maniera molto negativa quale espressione di soggiogamento, prigionia, reclusione e sottrazione della propria individualità (“Esilio,/ gabbia senza sbarre”, 96) proprio a voler rimarcare il fatto che esso è come una libertà surrogata, falsa, illusoria che non ha un ingabbiamento fisico e tangibile, ma emotivo, psicologico, sensoriale. Spostandoci verso la conclusione della lirica l’esilio diventa uno “squallido ballo/ senza musica” (97), ancora una volta manifestazione di una caricatura dell’esistenza, vissuto in un ballo che dovrebbe unire e far divertire e che, invece, privo di musica, si ripiega sulla monotonia, il silenzio e la privazione. La condizione di lontananza dall’amato Brasile, infine, diventa emblema di un non-vivere associabile alla funesta morte, “vivo l’esilio/ come funebre kermesse” che il Nostro non può che fronteggiare con il pensiero dolce e materno della “eternamente assente/ grazia di casa mia” (97).

 Sfogliando le pagine che compongono questo nutrito libro, ci rendiamo ben presto conto come questa “grazia di casa mia”, questo porto franco, enclave dal disordine e dall’angoscia, sia da intendere anche a livello non figurato nel necessario e immancabile ricorso all’arte poetica. Julio Monteiro Martins canta il Brasile attraverso la sua poesia e lo rimembra con particolare attenzione nelle forme di sopruso vissute dai suoi cari sulla loro pelle (la bisnonna massacrata di botte in un tentativo di furto a casa sua, la deplorevole condizione delle favelas, lo sterminio nella guerra dell’Araguaia). Dall’altra parte si arma di poesia (e di letteratura in genere) per divulgare le sue esperienze, le sue inquietudini, i suoi convincimenti. Lo scrittore, infatti, ha un curriculum letterario molto ampio dove primeggia soprattutto la produzione in prosa tra numerose pubblicazioni di racconti e di romanzi, sia in lingua italiana che in portoghese e nell’esperienza poetica, seppur sia inscindibile dal suo fare letteratura, non può non notarsi l’influsso della sua predilezione per la narrativa: a volte ci sono dei versi lunghi, si dà molta importanza all’aggettivazione, il linguaggio è spesso fatto a partire dall’utilizzo di terminologie che appartengono al mondo reale, concreto, pratico, piuttosto che terminologie utilizzate in analogie e metafore; l’autore ricorre spesso all’utilizzo di connettivi che solitamente si impiegano nella paratassi della narrazione o nell’argomentazione. La poesia “Roraima, Alaska” sembra addirittura una didascalia di un testo di geografia o la spiegazione di un bigliettino turistico, promozionale, dove è utilizzato un linguaggio prosastico, atto alla descrizione dei luoghi d’interesse del Nostro. Questo produce come conseguenza il fatto esplicito che lo stile poetico dell’autore è profondamente caratterizzato e il lirismo, piuttosto che da particolari stratagemmi metrici o fonici, è dettato da accostamenti bizzarri di parole dei quali pure ha modo di parlare in una lirica dal titolo chiarificatore “I paradigmi imprevisti”:

 

L’accostamento insolito,
sorprendente,
e a volte anche bizzarro
di due sostantivi, di due cose
che non dovrebbero mai
comparire insieme
come il tumore e il diamante,
il petalo e il piombo.
 
Ognuno di questi paradigmi
potrebbe causare
un breve e benevolo
cortocircuito mentale. (71)
 

Julio Monteiro Martins nella sua poesia parla spesso della poesia e di cosa intenda con questa parola: nell’età nella quale viviamo quando sentiamo pronunciare la parola di poesia non dobbiamo pensare unicamente a Dante, Petrarca e magari a Montale, ma tener presente che la nostra contemporaneità è ricca e pulsante di poeti, di anime profonde che hanno da dire delle cose. Julio Monteiro Martins è una di queste e non è semplicemente una persona che ha qualcosa da dire, ma che ha anche i mezzi necessari per farlo: le sue poesie, se non fosse per gli a capo, potrebbero essere lette tutte d’un fiato, come dei mini raccontini, delle analisi, degli appunti di pensieri buttati sulla carta, perché in effetti la sua poetica, piuttosto che distinguersi per il carattere istintuale e la momentaneità, si caratterizza per l’elucubrazione e la progressione. Molti poeti possono scrivere decine di versi solamente per ricordare ad esempio un momento del passato vissuto in compagnia del rumore delle onde, il Nostro, invece, da grande padre della narrazione, anche nella poesia predilige la consequenzialità degli eventi, la progressione di quanto si descrive. Nelle poesie Julio Monteiro Martins, uno dei più celebri e citati scrittori migranti nel nostro paese, c’è sempre una causa e un effetto (spesso anche la considerazione dei rimedi), c’è un attore e un ricevente, un prima e un dopo, quasi che l’autore non riesca ad affrancarsi da quelli che sono i capisaldi della narrazione. Ne fuoriesce una poesia che descrive, che ricorda anche i dettagli, che denuncia, che riflette e fa riflettere, che anima alla ricerca, che mette l’autore direttamente di fronte a uno specchio per consegnarci i tanti riflessi delle sue esperienze, dei suoi ricordi, delle sue idee. E’ per questo che la poesia che Julio Monteiro Martins fa e che in un certo modo difende quale esponente di una generazione poetica che si contraddistingue proprio per il non poter esser classificata, etichettata e standardizzata in una generazione (ma che bella parola!!) che per molti aspetti supera la poetica di ascendenza classicista, con i suoi orpelli e stratagemmi estetici, senza negarla, offenderla né annullarla, ma per dar voce al fatto che la poesia è di tutti e che come ogni forma d’arte deve rimanere nel tempo democratica e disponibile a tutti. Lo scrittore parla di “poesia sporca,/ stracciona,/ deforme e malandata” (9) ossia di una poetica da sobborgo, underground, che dà voce anche ai recessi dell’umanità, alle debolezze e alle sue nefandezze, dunque una poesia civile, di sdegno e di denuncia. Ed ecco perché all’appuntamento festoso che si richiama nella lirica d’apertura la poesia finisce per mostrarsi in abiti semplici, anzi sporchi e rotti, come mero residuo di un passato di splendore. Ma quando gli viene detto che avrebbe fatto meglio a non presentarsi in quelle condizioni, essa risponde “Non lo so”, sapendo in cuor suo che, anche in veste di stracci, la Poesia non teme giudizi ed è forte ed orgogliosa del suo verbo.

 

E dov’è la poesia, bè,
caro mio?
Eh bè,
tutto c’entra con tutto,
e la poesia è ovunque,
caro mio. (15)

 

La poesia è per l’autore sinonimo di sintesi della sua letteratura in prosa dove però è centrale la considerazione proprio sul far poesia, consapevole del fatto che essa nasca in maniera inconscia, imprevista e che è incontrollabile e al tempo stesso necessaria: “La poesia è senz’altro una cosa bella/ ed è una bella cosa scriverla” (17).

Ma c’è di più, il Nostro è un autore che ama giocare con le parole, invertirle, accostarle, interpellarle come fosse un ragazzino impegnato con delle Lego a combinare pezzi diversi per costruire oggetti, abitazioni e forme di senso compiuto, per poi dividere i pezzi, de-costruire il già fatto, rimodellare, ristrutturare e dar vita a nuove forme. L’autore interagisce a livello profondo con il nominalismo (il nome e il concetto) e con la semiotica del linguaggio (il significato e il significante) mettendo in luce che il procedimento che attua nel momento in cui scrive è complesso, non lineare, basato sul ragionamento, la ricerca, lo studio e la coordinazione di tutti questi elementi: “Che parola è parola/ e cosa è cosa,/ e che è molto pericoloso/ scambiare una per l’altra” (27). Considerazioni portate alle estreme conseguenze nella poesia “Palingenesi fasulla”, un misto di filastrocca stonata e un manifesto avanguardistico, dove per ogni strofa, come fosse una voce fuori scena, ci si stupisce delle parole utilizzate e dei loro accostamenti per assonanze o consonanze: “Dimmi un po’,/ quanto ti piacciono/ le parole?” (29) che mi fa pensare alla giocosità del linguaggio di un romanziere spagnolo, Juan José Millás, grande affabulatore e architetto nella gestione e comunicazione dello sterminato universo del lessico. Ciò che pensa il Nostro sull’utilizzo di questo linguaggio fatto di doppi, di ossimori, antitesi, contrasti e polarità è, in fondo, l’anima propulsiva del suo intendere la poesia: un processo di scrittura che dà voce all’intimo e al pubblico, che scandaglia e de-costruisce, dove anche la cosa all’apparenza più luminosa e preziosa, nella sua essenza non è che un qualcosa di comune e basilare, travisato e imbellettato a qualcos’altro:

 

I sostantivi canaglie
del secolo cortocircuito
sono sassi imprevisti,
sono puro fango mentale
mascherato
di diamanti retorici. (73)

 

 LORENZO SPURIO

 

Jesi, 20 Gennaio 2014

 

 

Link alla mia intervista all’autore

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