“Post sisma” di Alessandra Prospero, recensione di Lorenzo Spurio

P.S. Post sisma
Di Alessandra Prospero
Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2012
Pagine: 35
ISBN: 978-88-7351-551-7
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Nelle notti d’estate quasi m’illudo
che questo cielo non si stacchi cadendo
sulle nostre povere teste inermi
che questa terra non ci tradisca più (24).

 

untitledIl 6 aprile 2009 un potente terremoto colpì l’Aquila e la sua zona limitrofe. Nella tremenda scossa, che avvenne nel cuore della notte, molti edifici non ressero all’impeto della natura e caddero, si sfasciarono come strutture di cartapesta. Moltissimi i morti e i feriti; come non ricordare le giovani vittime della Casa dello Studente? La morte e il terrore si diffusero a macchia di leopardo tra gli aquilani e gli abruzzesi tutti che, anche nei giorni successivi, furono sottoposti ad altre scosse telluriche seppur di minore entità.

Quando si vede la morte con i propri occhi ci si domanda due cose. La prima è perché siamo stati risparmiati e la seconda è perché dobbiamo assistere alla morte degli altri. Chiaramente nessuna delle due domande può trovare una risposta, neppure se decidiamo di abbracciare una particolare religione. La Natura esiste ed è buona con l’uomo perché gli dà tutto: il calore, necessario per vivere, l’acqua, la fonte primaria di vita, il cibo e tutto il resto, ma essa sa anche essere cattiva come dimostrano appunto le calamità naturali. Ci si potrebbe chiedere allora perché ci sia costituzionalmente nella figura della Natura questa paradossale antinomia di bontà-cattiveria, dono-privazione, gioia-terrore, così come già molti anni fa si era domandato Leopardi. Sappiamo, però, che spesso i cataclismi e le cosiddette calamità naturali in fondo proprio “naturali” non sono o per lo meno non sono solo tali, nel senso che la sconsiderata azione umana dell’uomo sul territorio è con-causa determinante se non addirittura causa propulsiva di simili tragedie. Si pensi al disboscamento volto a una più ampia edificazione, alla cementificazione e a tutte le altre sfide che l’uomo pone di continuo alla natura, offendendola, sfruttandola e seviziandola. La Natura, poi, essendo un immenso vivente, vive la sua vita fatta di spostamenti tellurici tra placche, eruzioni vulcaniche, flussi oceanici e tanto altro: movimenti che sono naturali e che non possono essere né governati né pronosticati, sebbene una branca della sismologia crede di sì salvo non aver mai aiutato seriamente in questo senso. Ed ecco dunque che se una frana si presenta è causa dell’uomo che ha sfruttato quel territorio senza metterlo in sicurezza, ecco dunque che se la lava finisce per raggiungere delle abitazioni è causa dell’uomo che ha edificato (e speculato) in territori che, invece, sarebbero dovuti rimanere incontaminati proprio in virtù della vicinanza dal vulcano, ecco infine che se una casa, o una città non sopporta le spinte che vengono dalla Terra che l’uomo può/potrebbe avere delle responsabilità che non sono seconde a nessuno (si veda appunto il processo contro gli ingegneri della Casa dello Studente dell’Aquila).

E’ ovvio, però, che sia la Natura, la Terra, ad essere presa come capro espiatorio delle nostre malefatte perché essa è il mezzo con il quale si manifesta la tragedia che poteva essere evitata. E’ ciò che accade nelle liriche di Alessandra Prospero contenute in P.S. Post sisma. La poetessa, aquilana, ha visto con i propri occhi la sua città cadere come fosse di cartapesta, ha subito il trauma delle scosse e la violenza delle immagini che si sono prospettate dopo l’evento sismico. Tutta la silloge ha come fonte concettuale proprio l’esperienza traumatica e dolorosa del terremoto dell’Aquila; il libro si divide in due parti, una prima parte dove è la distruzione, il terrore e l’angoscia opprimente a dominare, dal titolo “Il dramma” e una seconda parte scritta con coscienza di causa, a posteriori dal tragico evento, con la consapevolezza della grande fortuna spettata a lei e ai suoi cari dal titolo “La speranza”. Andiamo per gradi.

La lirica che apre la raccolta è un pugno allo stomaco. Non esistono trasfigurazioni o ispirazioni a distanza, ma ciò che Alessandra Prospero mette sulla carta è la cronaca di cui lei fu spettatrice di quella atroce calamità. In quel momento è come se la vita si spaccasse e il tempo si bloccasse di colpo trasmettendo a tutti una sospensione invivibile e preoccupante (“quando un buio senza tempo/ diviene eterno”, 11). L’eternità a cui la poetessa si riferisce può avere una correlazione già di per sé all’idea di morte che la stessa può aver configurato nella sua mente nel momento in cui ha realizzato la gravità del momento e la difficoltà di salvarsi. C’è una fuga: si fugge dalla casa in potenziale pericolo di crollo, si fugge dalla notte, si fugge da se stessi per cercare una via di salvezza dove ci si auspica di trovare anche i propri cari (“ e fuggi verso la notte”, 11). Ma il dramma è assillante, la Natura mostra un temperamento sadico e ossessivo non permettendo una tregua, una calma da quella violenza: “il salto continuo/ il tremito perenne” (11). Tutto d’intorno è desolazione, paura, appello d’aiuto e preghiera accorata affinché la Natura smetta di “tradire” l’uomo.

C’è la consapevolezza, però, nella prima lirica della fortuna (o del destino positivo) o piuttosto della coincidenza che ci si è salvati. Si è attori della tragedia, è vero, ma non si è vittime e questo intensifica ancor di più l’attaccamento dell’uomo nei confronti della vita: “Respiro ancora,/ vedo ancora/ vivo ancora,/ palpitante” (11). Significativa è la reiterazione di “ancora” che sottolinea un certo stupore nell’esserci nel presente dopo quanto di drammatico accaduto.

I protagonisti della tragedia sono tutti: i bambini, gli adulti, gli anziani, gli animali, le case, la città e le coscienze della gente. Solo il bambino, inconsapevole di quanto è realmente accaduto, può conservare ancora un sorriso sulle sue labbra (“Il mio bambino biondo ride”, 12), mentre il luogo dove è accaduto il fatto è definito “una città fantasma/ gremita di spettri”, 12).

E’ la Morte la vera protagonista del dramma che si insidia nel privato delle famiglie, di soppiatto, traditrice e infingarda, a portare via corpi con una famelica ingordigia: “Ne potevo avvertire il fiato,/ ne ho udito i passi pesanti,/ potevo sentirla dietro di me/ senza per questo voltarmi”, 12). La Morte è un’onnipresenza concreta in quell’ambiente, temuta e aborrita, seppur invisibile.

Si domanda alla Terra il perché di quanto accaduto. Ci si appella di smettere, perché niente del genere può essere sostenuto ancora. Si prega, con poca convinzione, si piange, e si ringrazia, non senza stupore, un qualcuno che ha deciso di risparmiarli: “La nostra preghiera/ è un lamento,/ una paura,/ un ringraziamento” (13).

E così come si diceva poc’anzi cambia la fenomenologia del tempo, da categoria logica e da determinante dell’essere esso diventa vago, indistinto, non-catalogabile né definibile: il buio può esserci anche di giorno perché è il buio delle coscienze e del tormento; il giorno e la luce rimangono esistenze flebili che sembrano essere offuscate dal buio. Ci si attacca al passato, al ricordo, al vissuto (“E ieri diviene per sempre”, 14) anche se le case che costudiscono le memorie sono venute giù, distrutte e ora, più che essere custodi dell’intimo sono diventate rovine alla mercé di tutti (“La mia casa divenne/ un ossario di speranze”, p. 15). Il presente è un tempo senza-tempo, incalcolabile, sospeso, che viene vissuto nel tormento, nella paura che ciò che è accaduto, riaccada, che il Mostro tentacolare torni a reclamare altre vite (“E l’oggi non è mai domani”, 14).

E’ duro il commento della poetessa nei confronti di quanto accaduto e non potrebbe essere diversamente: rabbia e dolore si cementano in questo cuore scalfito dalla violenza degli accadimenti. Impossibile capire perché certe cose inutili e dolorose accadano: “Troppo presto vanno via le carezze, i sorrisi/ e i gesti accoglienti/ senza un perché umano/ che ci motivi questo abbandono” (16). La disperazione è tale che la poetessa nella lirica “Delusa” non può che abbandonarsi a una considerazione che dimostra lo sconforto nel credere che un domani potrà esserci: “Morta/ giace in un angolo/ la mia voglia di ricominciare” (18).

La seconda parte della silloge apre alla speranza e permette di intravedere la luce. Dopo aver conosciuto la Morte da vicino e dopo aver superato una grande prova con la propria coscienza, la poetessa è in grado di intravedere un futuro nella figura del bambino a cui è dedicata la lirica “Figlio” nella quale in chiusura scrive: “Figlio,/ di te vivo,/ gemma viva nella polvere,/ nenia di paradiso” (30). L’immagine del bambino, che sta ad indicare il futuro, la nuova generazione che cresce e che poi sostituirà quella precedente, è necessaria alla donna per ricevere un influsso positivo, “di te vivo”, del quale alimentarsi proprio come una gemma che, pur nella polvere, riesce a sbocciare a portare la vita. Non è un caso che in copertina ci sia un muro spaccato di una casa dove si vede la muratura e vicino un ramo di un arbusto con alcune foglie, simbolo della vita che incessante torna a rioccupare anche i territori morti come la poetessa aveva già consacrato in un’altra lirica della prima sezione: “L’edera freme e resiste strenua/ ai lati del mio cancello,/ a proteggere i miei ricordi/ come le bocche di Bonifacio” (15).

Un libro da leggere con il cuore e da fare proprio, dando il giusto peso a ciascuna parola, a ogni aggettivo e colore che Alessandra mette sulla carta. Non è una poesia da interpretare, Alessandra già fornisce tutto nei suoi versi lunghi, come una cronaca rimembrata e allo stesso tempo sempre attuale.

In questo libro c’è l’attaccamento per la propria terra e lo sgomento di chi vede i suoi simili sopraffatti dall’Ignoto.

In questo libro c’è l’amore, l’orgoglio, la speranza.

In questo libro c’è tutto.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-10-2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Solo ali di farfalla – Anima mia” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Solo ali di farfalla – Anima mia
di Katia Debora Melis
GDS Edizioni, 2012
Pagine: 61
ISBN: 978-88-97587-78-1
Costo: 8 €
 
Recensione di LORENZO SPURIO
 
 
 
Il poeta cammina
dentro una fiamma e pensa
ai vertici del male,
pensa alla pioggia e a voi. (38)
 

NZOSolo ali di farfalla (GDS, 2012) è una ricca raccolta di poesie della scrittrice Katia Debora Melis, che ha altre valide e premiate opere alle spalle. La raccolta è da me definita “ricca” sia per una giudizio meramente quantitativo solitamente avulso al critico (la raccolta conta cinquantacinque poesie), che per ragioni di carattere estetico, qualitativo e di forte carica espressiva. Le poesie qui presenti sono difficilmente contraddistinguibili in un genere sia per la tematica che per lo stile impiegato (la gran parte di esse sono molto corte tanto da non superare i dieci versi, ma ve ne sono alcune più lunghe e dal metro leggermente descrittivo).

Il linguaggio impiegato è spesso forte e denso di pregnanza di immagini incisive nella mente del lettore (“Il cuore a tempesta/ usa una scure disperata”, 7; “Come un ago nelle vene,/ nel cervello come un tarlo”, 8; “il caldo criminale”, 27, “omeri scoperti”, 52; “palpebre sgomente”, 52; etc.) che permette alla poetessa di dare al suo poetare una certa concretezza materica, addirittura plastica. Le immagini che Katia Debora Melis evoca e che consegna al lettore sono chiare, prive di offuscamenti e di zone d’ombra: la poetessa ci presenta il mondo che la circonda per come lo vede senza particolari formalismi aneddotici, vagliandolo dal suo sentire di donna e di persona coscienziosa.

Alcune poesie sono un tentativo di mettere sulla carta un ricordo, un evento del passato che si è perduto dal momento stesso in cui si è concluso e che è possibile rivivere solo con armandosi di speranza e fiducia:

 Su carta bianca
dilaga
la speranza
dell’introvabile via d’uscita
se cerco di vedere oltre il muro
uno dei miei tramonti persi. (12)

 

Chiaramente quel “tramonto perso” a cui la poetessa si rifà non è uno qualsiasi, ma corrisponde a un momento peculiare e cruciale del suo passato e della sua intera vita del quale non ci è dato sapere di più. Al lettore non viene chiarito il motivo della fissazione del ricordo proprio perché la poesia s’insinua in un tempo-senza tempo dove passato, presente e futuro possono coesistere. Ed è per questo che il sogno (proiezione inconscia dell’essere, non congetturabile) diventa qualcosa che può addirittura essere governato dalla razionalità: “Conosco le immagini dei miei sogni/ che abitano nel ricordo:/ posso tracciarne la cartografia” (15), ma che a volte perderanno la loro lucidità e vitalismo: “Quei sorrisi/ che rimarranno nei sogni/ e, purtroppo,/ sbiaditi” (26). Ci sono poi poesie più naturalistiche: un chiaro interesse nei confronti della natura animale è ravvisabile nel continuo riferirsi ad animali che appartengono ai vari livelli della catena alimentare, ma anche al paesaggio (il mare soprattutto) o il bosco, come in “Piromani”, dove la poetessa non può che denunciare, tra le righe, l’atto ignominioso di chi si è reso responsabile dell’appiccamento di un “fuoco famelico” (33).

Altre liriche danno spazio, invece, a un misto di apatia e insoddisfazione che aleggiano intorno a una tristezza più ampia dalla quale trasuda sofferenza per delle persone perdute e delle quali si cerca di rivivere l’amore attraverso il ricordo e il pensiero, a volta con scarsi risultati:

 

Cerco immerso nell’acqua
un volto perduto e
si affacciano limpide
lacrime indifferenti,
pioggia vuota dei sorrisi che non vi ho trovato (47).

 

Un messaggio di speranza, di pace e di apertura all’altro (“guizzo di lingue diverse”, 51) è contenuto nella lirica “La libertà delle emozioni” che dovrebbe essere presa come manifesto di un modo pratico di pensiero e di comportamento: “Ogni voce che non conosco in queste parole/ che non ho mai ascoltato/ è un momento per camminare insieme/ nella libertà delle emozioni”. (51)

E la raccolta è anche e soprattutto un fermare sulla carta, come se fosse un diario personale, momenti di vita, esperienze, incontri e attimi di quegli “anni verdeggianti” (13) che sono parte stessa della donna che Katia Debora Melis è oggi tanto da costruire in maniera meticolosa il suo percorso come in un’accurata e rigorosa “cartografia” (15). E questo procedimento di continuo ripensamento al passato, ai momenti che hanno segnato significativamente una svolta nella vita della scrittrice può essere colto in maniera egregia nei versi finali della poesia “La via dei fiori”:

 

[T]ornavo a quelle strade

cercando frammenti di luce. (21)

  

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 16-10-2013

 

KATIA DEBORA MELIS è nata a Milano nel 1973. Vive e lavora a Cagliari. Ha pubblicato saggistica, racconti e apprezzati libri di poesia tra cui: Penombra (2007), Oceano stretto (2008), Yggrasil (2010), Solo ali di farfalla (2012), Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013).

Ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per la sua attività ed è stata la vincitrice della XIII Edizione del prestigioso “Premio Letterario Gramsci”.

“Il buio, La Luce, L’amore” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

Il buio La Luce L’amore
di Rosaria Minosa
Albatros, Roma, 2012
Pagine: 112
Isbn: 978-88-567-6044-6
Costo: 12 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

   

Dio era stato troppo crudele con lei e non meritava tutto questo, davanti a lei si presentava una nuova vita che non voleva e che doveva invece accettare, era costretta a vivere questa nuova realtà. (93).

NZORosaria Minosa è una donna che lavora al CERRIS (Centro Riabilitativo di Ricerca e di Intervento Sociale) a Verona e che vede il disagio psichico e sociale ogni giorno e questo suo libro, “Il buio La Luce L’amore”, edito da Albatros nel 2012, ne è una chiara e vivida testimonianza. La narrazione, sostenuta da una scrittura fruibile a tutti e mai banale, accompagnerà il lettore in uno scenario domestico degradato non tanto perché la malattia (il tumore all’utero di una donna) e il vizio (quello dell’alcolismo di suo marito) ne minino quella che dovrebbe essere la comune calma quotidiana, ma perché l’amore è il grande assente. Per lo meno ciò accade nella prima parte della narrazione in cui Stefano, dedito al bere e quindi caratterizzato da una bipolarità (euforia-calma) del comportamento, arriverà a sminuire l’importanza della donna che ha sposato e quindi ad offenderla come quando nelle prime pagine si osserva: “Quella sera, quel corpo che ansimava su di lei le dava fastidio, le sembrava un estraneo, per la prima volta si rese conto che era solo suo marito che faceva l’amore” (25).

Il tormento per la malattia che inizialmente sembra debellata si ripropone con una nuova grave sfida con la vita per Patrizia che la porta a deprimersi e sentirsi molto sola, incompresa dal marito, delusa dal padre che, rimasto vedovo, pensa di rifarsi una nuova vita e drammaticamente macchiata dal tortuoso e onnipresente pensiero della morte: “La morte, così lontana dalla nostra mente ma allo stesso tempo così vicina, perché cammina accanto a noi, dal giorno che emettiamo il primo vagito, morte che ci accompagna aspettando il momento opportuno per succhiarsi la nostra vita in un secondo oppure lentamente, succhiando ogni giorno il nostro alito, la nostra anima” (19).

Ci sono inquietudine e tormento in queste pagine e il lettore vagheggia che il proseguo della storia non potrà che essere immancabilmente marcato dalla morte, dalla tragedia annunciata e dall’impossibilità di ritornare alla spensieratezza. Stefano, il marito, è un uomo poco sensibile, distante, sempre preso dalle sue cose e non è in grado di “accudire” con la dovuta perizia sua moglie che, oltre che “menomata” nel suo essere donna, soffre pesantemente dal punto di vista psicologico non vedendo speranza. Di lui Rosaria Minosa ci dice che “Non aveva amici, la sua unica compagnia era l’alcol, solo dopo aver bevuto si sentiva bene e rientrava a casa contento” (34).

Il libro scandaglia con accurata attenzione cosa può accadere in una dinamica di coppia inizialmente tranquilla e affiatata quando sopraggiungono eventi infausti che sviliscono il comportamento delle parti portandoli a una sorta di straniamento e annichilamento. La malattia sembra vanificare la vita e inscenare una lotta a duello con il poco tempo che rimane nel quale è necessario mantenere lucidità e forza d’animo per far fronte alle terapie e agli eventuali trattamenti per cercare di tenere sotto controllo la patologia. Ma è l’alcolismo, sembra dirci l’autrice, ad essere ancor più pericoloso della vera malattia perché non parte da un morbo fisico, naturale, congenito, ma da una distorta considerazione che l’uomo fa in relazione ai suoi bisogni e al suo desiderio di evasione. Ed è una realtà ancora più difficile da gestire perché spesso non le si attribuisce troppa attenzione pensando che l’alcolizzato, se vuole, riesca a smettere di bere quando vuole. E’ ciò che succede con Stefano i cui buoni propositi ben presto sprofondano nelle bevute al bar con gli amici, o da solo tanto che l’autrice non può non sottolineare anche la mancata comprensione di Patrizia nei confronti del marito: “Patrizia non si rendeva conto del disagio di suo marito, per lei era tutto nella norma” (39).

Ma questo libro non vuole in nessun modo essere un canto alla morte né una manifestazione lucida di come non si riesca a venire fuori da problemi gravi, quando questi si sono radicalizzati e hanno soppiantato anche i buoni sentimenti che una volta animavano un rapporto. Rosaria Minosa prevede un ravvicinamento tra i due personaggi attraverso un coupe de theatre che si realizza mediante l’introduzione di una terza persona nella coppia, quello che potrebbe diventare un amante di Patrizia ma che in realtà rimarrà nell’ombra ma sarà utile per il ravvicinamento di Patrizia e Stefano. Si può uscire dal baratro dell’alcolismo, ci dice l’autrice a chiare lettere nella nota finale al libro, ma bisogna lavorare su se stessi affinché il convincimento si faccia totalizzante: “Quando si entra in questo tunnel, l’individuo ne viene fuori, solo se è lui a volerlo, in lui deve scattare qualcosa che dica basta; a volte non è sufficiente l’amore delle persone, se non scatta quella molla” (110).

La malattia, pure insidiosa, verrà vinta da Patrizia, non senza difficoltà e traumi esistenziali –primo tra tutti quello di non poter avere un figlio-, anche se va pure tenuto conto che non sempre ciò accade. Ma non in questo caso come il titolo richiama: dal buio si passa alla luce e con essa si può procedere alla ricostruzione dell’amore, alla confidenza con sé e con il mondo, alla rinata consapevolezza della propria esistenza e alla gioia, seppur velata da un trascorso di vita amaro.

LORENZO SPURIO

10-09-2013

Tre poesie di Rosaria Minosa con un commento di Lorenzo Spurio

Tre poesie di ROSARIA MINOSA

con un commento di LORENZO SPURIO

   

NOTTE  STELLATA

di Rosaria Minosa

  

In questa notte stellata….
Non esiste confine…. tra cielo…. terra…. mare
In questa notte stellata….
Solo le lucciole sono regine,
mentre i pesci sono padroni del Mare.
In questa notte stellata,
gli alberi…. cullano il mondo con i loro rami e le loro foglie,
mentre i fiori chiudono i loro petali
per raccogliere i sogni degli uomini.
In questa notte stellata….
La Luna ….
Osserva ogni creatura di Dio…. per dare loro pace.
In questa notte stellata….
Il mio pensiero
oltrepassa il confine dell’infinito.
Chiudo gli occhi…. e il mio cuore si riempie d’amore….
Affinché il giorno dopo…. io riesco a “DONARLO”.

 

 

 

CIELO

di Rosaria Minosa

 

Cielo ….
avvolgimi nel tuo “IMMENSO INFINITO”,
avvolgimi nel tuo “INFINITO DIVINO”.
Fammi cullare….
dalle tue amiche nuvole.
Cielo ….
inebria la mia mente….
affinché per un attimo  dimentichi “ IL MONDO”.
Cielo….
abbracciami per un attimo….
perché quando aprirò gli occhi….
quell’attimo…. diventerà “UN’ETERNITA’”.

  

                                                            

LETTERA DI UNA MAMMA

di Rosaria Minosa

  

I nostri sogni, si sono fermati quel maledetto giorno.
Uno squillo di telefono.. una corsa in ospedale.. tu.. eri già in sala operatoria
all’improvviso per me e tuo padre, non c’era luce.. non c’era sole.. non c’erano parole.. ma solo buio..fitto .. nero.
L’inferno era dentro di noi. L’inferno era attorno a noi.
Da quel momento, i secondi.. i minuti.. le ore.. i giorni, tutto sembrava andare lentamente. Il tempo si era fermato.
Tutto era immobile.. le persone.. l’aria, tutto ciò che era attorno a noi.
Solo l’attesa.. era viva. Attesa così lunga.. amara.. dolorosa.
Ti avevano tagliato la strada, non avevano rispettato lo stop, a me e tuo padre non interessava,
era importante, solo il tuo respiro, sentire la tua voce, sentirsi chiamare “mamma e papà”.
All’improvviso, mano nella mano, io e tuo padre abbiamo iniziato a camminare in una nuova strada.
I nostri sogni “distrutti”.
Vederci invecchiare assieme, tra le grida gioiose dei nostri nipoti. Vederti davanti all’altare con la tua “sposa”.
Sogni lontani.. sogni svaniti. La porta della sala operatoria si è aperta. Tu eri vivo, respiravi
era come se io e tuo padre, ti avessimo partorito in quell’istante “UN NUOVO FIGLIO”.
Io e tuo padre, mano nella mano, piano piano abbiamo dovuto conoscerti.
Il nostro futuro, il tuo futuro,
non sarà più di schiamazzi di bambini o vederti soffrire per le tue prime cotte.
Il nostro futuro, è fatto e sarà di piccoli gesti guardarti negli occhi, e cercare di cogliere il tuo primo sorriso.
Non possiamo più camminare assieme, le tue gambe non potranno più muoversi,
le tue braccia non potranno più abbracciarci, la tua bocca non dirà più “MAMMA E PAPA’”.
La nostra vita, la tua vita, va’ nello stesso binario. Il nostro treno non corre, ma procede adagio,lento.
La strada non è più scura, ma io e tuo padre riusciamo a vedere ogni giorno, un piccolo spiraglio di Luce.
Luce che è presente, anche quando la sera tutto tace, e il buio e il silenzio prendono il sopravvento.
Perché è quella “Luce”, che ci dà la forza e il coraggio, di dire
“DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO”.

   

Commento di Lorenzo Spurio

 

E’ un compito difficile commentare tre poesie di un autore, soprattutto se a noi contemporaneo, se non si conosce il suo profilo umano e letterario e soprattutto, perché il commento potrebbe finire per risultare semplicistico o poco in linea con la sua reale poetica. Ad ogni modo tenterò di dare una mia interpretazione e lettura di tre poesie di Rosaria Minosa.

Delle tre liriche inviatemi mi sento di avvicinare le prime due “Cielo” e “Notte stellata” per la loro affinità concettuale che si evidenzia già dal titolo stesso: entrambe vedono l’io lirico con gli occhi puntati verso l’alto, verso il cielo. Nel primo caso non ci è data la determinazione temporale della giornata, non sappiamo se il cielo sia diurno o notturno (sembrerebbe diurno, perché si parla di nuvole), ma leggendo la lirica ci rendiamo ben presto conto che questo non ha molto senso ai fini del messaggio ivi contenuto.

In “Cielo” Rosaria Minosa utilizza una terminologia che oserei definire “panteistica” o addirittura “universalistica” in quanto fa riferimento a concetti/espressioni indefiniti: si parla, infatti, di ‘infinito’, ‘immenso’ ed ‘eternità’. Concetti che, se vogliamo, possiamo caratterizzare anche secondo una venatura religiosa in quanto ci si riferisce all’infinito chiamandolo “infinito divino”. C’è un senso di mistero e di sospensione in questa lirica in cui la poetessa sembra cercare nella natura sconfinata, soprattutto nella possenza dell’atmosfera, un abbraccio rincuorante (“Fammi cullare…/ dalle tue amiche nuvole”) che individua una velata fuga dalla realtà (le cui motivazioni, però, non vengono fornite al lettore). Il discorso lirico qui contenuto si realizza sul livello della temporalità impossibile da considerare e valutare perché imprecisa e sempre caratterizzata da un velo di infinito, ma dalla quale si evince il desiderio di trasformazione dell’attimo (il momento) in qualcosa di perpetuo (l’eternità).

Nella lirica “Notte stellata” si aggiungono i chiari segnali di una natura rigogliosa, presente e padrona del suo spazio (“Le lucciole sono regine”; “i pesci sono padroni del mare”) che sembra acquisire la sua autorevolezza indiscussa, però, solo di notte, quando le attività dell’uomo sono ferme. La lirica, maggiormente caratterizzata nella tinta cromatica delle immagini, ci fornisce un mondo che pensiamo essere buio (quello della notte) che, invece, è luminosissimo perché abitato dalla Luna, dalle stelle e addirittura dalle lucciole. Il sentimento universale che porta l’io lirico a riconoscersi e quasi a volersi liquefare nello scenario naturalistico dormiente, ma assai vivo, si chiarifica nel finale quando la poetessa appunta: “Chiudo gli occhi…e il mio cuore si riempie d’amore…/ Affinché il giorno dopo… io riesco a DONARLO”.

L’ultima poesia, “Lettera di una mamma” in realtà non è una vera poesia, ma una prosa, sebbene contenga elementi di alto lirismo dovuti all’andamento tragico ed empatico della vicenda in sé narrata (si osservi, infatti, il titolo in cui si dice “lettera”, genere che normalmente è di tendenza prosastica). Il contenuto è doloroso e struggente: una madre mette sulla carta la pena provata dal momento del grave incidente del figlio che da quel giorno sarà un vegetale e non potrà più muoversi né parlare. I sogni fatti e alimentati negli anni svaniscono come bolle di sapone e tutto si fa dolore: la speranza che il figlio si salvi da quell’incidente viene presto soppiantata dalla sua grave invalidità con la quale i genitori dovranno fare i conti giorno per giorno.

Dal giorno si passa alla notte, la luce si fa soffusa e sembra spegnersi per sempre facendo piombare il tutto nel buio se non fosse presente quel “piccolo spiraglio di Luce” che, forse, è figlio del baluardo della religione cattolica alla quale ci si può attaccare ancora di più in circostanze simili.

Il buio e il silenzio prendono il sopravvento”, ma la morte, immagine del buio e del silenzio totale, che viene allontanata dalla salvezza seppur a costo della grave invalidità, viene scalfita dai flebili bagliori di una speranza dolorosa, ma che va alimentata giorno per giorno: “Domani è un altro giorno” è la chiusa di questo strozzato canto d’amore e d’angoscia.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28 Agosto 2013

“Lettere mai lette” di Susanna Polimanti, recensione di Lorenzo Spurio

Lettere mai lette
di Susanna Polimanti
Kimerik, Patti (ME), 2010
Pagine: 71
ISBN: 978-88-6096-548-6
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

Ma la vita ti riserva grandi gioie e grandi dolori e per ogni momento felice che ci regala ce ne riserva altrettanti tristi. (p. 59)

 untitledSusanna Polimanti, amica, bibliofila e scrittrice, ha esordito nel mondo della letteratura attiva con la pubblicazione di “2 Cuori…una cuccia!!” (Lulu, 2009) ed ha pubblicato poi “Lettere mai lette” (Kimerik, 2010) e il romanzo ampiamente autobiografico “Penne d’aquila” (Kimerik, 2011).

“Lettere mai lette”, di cui mi occuperò in questa recensione, è un libro particolare nel senso che sembrerebbe un tentativo dell’autrice di rompere il legame tra privato e pubblico nel suo percorso di crescita. L’opera, infatti, si costituisce di una serie di lettere che Susanna ha scritto in diversi momenti della sua vita ed indirizzate a varie persone dalle quali traspaiono sentimenti, tormenti interiori, una profonda solitudine, ma anche l’amore per la vita, per la semplicità, per gli affetti sinceri. Chiaramente i destinatari non sono indicati espressamente, ma chi ha conosciuto da vicino Susanna non farà difficoltà a comprendere a chi erano dedicate queste missive.

La scrittura si configura –come lei stessa ha modo di osservare spesso nei suoi scritti- come una necessità dominante alla quale non si può sottrarre e questo si evince anche dalla presente raccolta epistolare che, appunto, dimostra quanto il legame tra Susanna e la penna non sia qualcosa di recente, ma di profondamente radicato già a partire dall’infanzia. Chi scrive qualcosa può avere in mente qualsiasi cosa, può trasporre il vero, cioè quello che ha realmente vissuto e sperimentato sulla sua pelle, può trasfiguralo o addirittura fingere, camuffare e inventare di sana pianta. Non è mai dato al lettore sapere quanto l’autore abbia lavorato di fantasia, quanto si sia dedicato alla costruzione di fiction piuttosto che incanalare tra le righe semplici esperienze realmente appartenutegli, dunque questo discorso vale anche per questa opera di Susanna. È senz’altro lecito chiedersi se la Susanna protagonista delle lettere che si caratterizza per grande attaccamento alla figura paterna, sincerità, animo profondamente generoso, adolescenza a tratti sprofondata in momenti di tormento e solitudine, sia manifestazione diretta della Susanna donna. È una questione che al lettore non deve importare più di tanto, ma ciò che deve tenere in considerazione, da subito, da quando cioè apre il libro e si tuffa in questa lettura interessante e senz’altro piacevole, è capire che queste lettere, come indica il titolo dell’opera, non sono mai state lette.

Perché? Perché il momento in cui la protagonista vive non si sente talmente coraggiosa di comunicare certi messaggi agli altri e quello che scrive rimane dunque muto? Perché spesso è preferibile sfogarsi con se stessi, stendere nero su bianco i propri tormenti, per ricavarne un lenitivo e fare pace con se stessi? Oppure non sono state lette nel senso che il messaggio recondito delle missive in realtà è stato mandato a quei destinatari, ma per un qualche motivo non è stato colto? Le possibilità qui evocate possono coesistere e, ad ogni modo, ciò che preme sottolineare è che queste lettere, mancando del destinatario, finiscono per essere delle pagine di un diario personale di cui l’autrice ci fa confessione.

Tra le varie lettere ritroviamo l’amore indiscusso per il padre, il dolore per la perdita dell’amica e anche per quella dell’amico a quattro zampe Strauss, a cui è dedicato interamente il primo libro di Susanna, alcuni episodi della vita universitaria e lettere d’amore, altre di rifiuto a proposte d’amore. Tra le righe si legge una grande devozione a Dio e la considerazione della famiglia quale ricchezza terrena e baluardo di difesa; l’amore e l’amicizia sono le torri imperscrutabili dell’universo di Susanna sulle quali si ergono due vessilli che sventolano con forza: la generosità e il vitalismo.

A questo punto chiedo al lettore di scusarmi se posso sembrare contraddittorio con quanto ho testé detto, ma posso assicurare che entrambi questi vessilli che sventolano alti in questo cielo metaforico non sono altro che due delle sfaccettature dell’animo di Susanna. È in quel cielo che a tratti sa essere terso, altre volte nebbioso o addirittura in rivolta, che la protagonista-autrice anela a perdersi: “Vorrei essere un’aquila per volare più in alto, per far piovere su di te la mia calda energia, piena di affetto per te” (47). E l’aquila, che pure ritroviamo –non a caso- nell’ultima produzione letteraria di Susanna, il romanzo dal titolo “Penne d’aquila” (Kimerik, 2011), è forse immagine-metafora della stessa autrice, una donna forte e dalla tempra battagliera, che è lì in alto, ad osservare imperscrutata, a volteggiare nel cielo godendosi la sua libertà.

L’operazione fatta da Susanna con la raccolta di missive è coraggiosa ed encomiabile, perché queste lettere, ripulite da nomi dei destinatari, riferimenti toponomastici e date, tornano a vivere e a trasmettere significati e sentimenti che sono universali.

Riaprire un cassetto e ripescare qualcosa del passato è sempre un’azione positiva. Il processo intellettivo della memoria, azionato da immagini e suggestioni, è in grado di far strada battuta al veloce carro delle emozioni.

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

  Jesi, 18 Agosto 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONFERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Da me a me” di Anthony M. Paglia, recensione di Lorenzo Spurio

Da me a me
di Anthony M. Paglia
Narcissus.me, 2013
Pagine: 162
ISBN: 9788867558179
Link diretto all’acquisto in formato e-book

 

Recensione di Lorenzo Spurio

41W8v4cRE+L__AA258_PIkin4,BottomRight,-31,22_AA280_SH20_OU29_E’ convinzione comune e per lo più errata che un bambino che  vive in stato di inaffettività genitoriale o sottoposto a singolare vicende durante l’infanzia, possa riportare durante il suo percorso di crescita delle problematiche psicologiche motivate da un certo trauma che ne minino la stabilità. Non è, però, quello che accade a Giacomo, il protagonista di questo romanzo di Anthony M. Paglia intitolato “Da me a me”. La storia contenuta in queste pagine non è facile perché si intesse su una serie di motivi difficili che fanno riferimento al trascorso affettivo del protagonista, un rispettabile uomo sessantenne senza figli a cui viene data in affido una ragazzina non ancora maggiorenne, figlia di un suo amico deceduto. Le immagini che contraddistinguono i vari episodi che l’autore narra si connotano per essere violente e l’autore quasi si domanda se Anthony M. Paglia non abbia in realtà calcato troppo la mano e voluto inserire troppe cose in questo romanzo.

La storia si apre con l’affido di Giulia, una ragazza che ha tentato il suicidio più volte e che è stata rinchiusa in una clinica dove, pure, i medici cercano di curarla dall’anoressia. Piano piano l’autore sviscera le ragioni del mal di vivere della ragazza rintracciandole nel grande amore verso il padre che, però, è venuto a mancare perché assassinato per la strada in circostanza mai chiarite, ma che lo vedono, forse coinvolto nella frequentazione di prostitute o legato a un sistema mafioso, e sua madre che, invece, non si è mai interessata a lei e che l’ha procreata semplicemente per adempiere a un impegno preso con il padre.

Anche la personalità di Giacomo è abbastanza complessa; è un sessantenne solo che ha avuto due grandi esperienze amorose alle spalle, entrambe finite, una a causa del ritiro della donna in un convento di clausura, l’altra a causa di suicidio assistito dopo la scoperta di un tumore. Giacomo ha trascorso la sua infanzia con il calore e l’amore deviato della sua balia con la quale, nel tentativo di ricercare l’affetto che la madre non era in grado di dargli, è finito per unirsi sessualmente. Del padre, al contrario, restano ricordi piuttosto positivi se ricordato da solo, senza la presenza della madre, alla quale era brutalmente assoggettato a livello mentale tanto da diventare una marionetta: “Mi ero convinto che quello di mia madre fosse un meccanismo perverso, dire una cosa e poi negarla, chiederne una e poi dire di non averlo mai fatto per confondere e sottomettere mio padre, rendendolo un fantoccio. Oppure semplicemente per litigarci, poter urlare, fare una scenata, dopo sembrava ricaricata, come se avesse assorbito le sue energie, succhiato la sua linfa vitale. Bastava guardarli. Lei pimpante e rilassata, la schiena dritta e lo sguardo altero, sicuro che guardava verso l’alto, la sua dimensione giusta. Lui con schiena ricurva, gli occhi verso il basso come se fosse lo straccio bagnato che si passa sul pavimento” (p. 52).

La distorsione dei rapporti che Giacomo è portato a sperimentare sulla sua pelle in un clima familiare dove dominano la sopraffazione e l’indifferenza lo porterà ad avere addirittura un rapporto sessuale con la madre quando lei, ormai, è diventata completamente pazza. Di questo il lettore ne verrà a conoscenza solo nelle ultime pagine del libro e nel racconto che fa a Giulia osserva: “Da piccolo mi mancò terribilmente una madre normale” (p. 65). Poi il doloroso e poco imprevedibile atto estremo del padre, il suicidio, l’unico mezzo con il quale riuscì a sottrarsi dalla donna che gli aveva rovinato la vita, gesto che Giacomo non è in grado di condannare, ma che condivide.

La cornice narrativa è quella dei dialoghi serrati che l’uomo ha con la ragazza che le viene data in affido e che si porta a casa con sé, all’interno dei quali si inseriscono i ricordi melanconici e tormentati del passato dell’uomo che, da subito, alla ragazza chiarifica la sua volontà: prenderla con sé nella sua casa per adempiere alla volontà del padre, adducendo che a livello sessuale non è attratto da bambine e, soprattutto, che è impotente. I due trascorreranno molte giornate insieme durante le quali si conosceranno e Giulia, seppur non lo riconoscerà mai verbalmente, comincerà a provare un vero affetto nei confronti di Giacomo. Ed è in questo modo che anche la ragazza racconta il disagio che ha vissuto sulla sua pelle e che l’ha portata in clinica: non solo l’esaurimento dovuto alla morte del padre, ma anche la relazione sessuale con un uomo molto maturo che, in virtù della sua bellezza, le aveva proposto di lavorare nel mondo della moda, forzandola però a dimagrire (“Scoprii di essere grassa, la mia 40 per loro era troppa roba”, p. 87).

L’anoressia, della quale al termine del romanzo, non ci è detto se la ragazza è guarita o no, quale disturbo alimentare non è che la risposta a una serie di condizioni alle quali è stata sottoposta che l’hanno ridotta a pesare cinquanta kili. Essa si lega a una serie di altre condizioni che evidenziano deficienze nell’utilizzo del proprio corpo quale l’impotenza di Giacomo alla quale si è accennato che, come il lettore poi scoprirà, non esiste. A livello sessuale la panoramica delle vicende che vengono raccontate è varia: si va dalla pedofilia (Giulia ha rapporti sessuali con l’uomo che la introdurrà nel mondo della moda quando non ha ancora diciotto anni), al lesbismo (di Giulia con una sua amica, osservato vouyeristicamente, non visto, da Giacomo), all’incesto (di Giacomo con sua madre) e addirittura a uno spiazzante coup de theatre che vedrebbe Giulia essere un ermafrodito.

Nel romanzo assistiamo a manifestazione inaudite di cattiveria e di violenza che possono far chiedere al lettore quale sia il reale intento dell’autore: se dipingere una realtà sociale ormai disfatta, rovinata dalle sue stesse mani o se, invece, far riflettere su quanto la vita a volte possa accanirsi con una sola persona. Suicidi, inaffettività, violenze psicologiche, episodi di pedofilia, drammi personali, amori persi e ritrovati dopo tanto, quando non c’è più tempo per poterli rivivere perché intanto la vita ha fatto il suo tempo e sono sopraggiunti mali incurabili come nella storia di Giacomo con Lucia, chiarificano al lettore quanto la vita umana sia spesso accidentata da episodi non voluti, arrivati per caso e ai quali l’uomo deve sottomettersi per cercare un futuro migliore, convivendo con essi e costruendo la sua personalità, giorno dopo giorno, su queste circostanze.

Quando la desolazione interiore per tanto male di vivere può attanagliare l’anima, la confessione dei propri tormenti a qualcuno può diventare un percorso salvifico ed è ciò che Giacomo fa nei racconti a Giulia nei quali in fondo finisce per parlare quasi sempre di lui, come il titolo del libro stesso evidenzia “Da me a me”. Il discorso è concentrato principalmente sul Giacomo di allora e il Giacomo di adesso, un rimbalzo di palla tra infanzia e maturità, dolori e privazioni che lo porterà, come si è detto ad attaccarsi a Giulia con un reale carico affettivo. Ci sarà tempo anche per un loro rapporto sessuale, è vero, ma come ricorda la ragazza, il sesso oramai nella nostra società e come siamo soliti intenderlo, non è che un gioco atto al puro divertimento: “Scopare non conta niente, importanti sono sole le parole, quelle vere e quelle finte ma comunque dette” (p. 157).

Sembra non esserci troppo spazio ai sentimenti nel personaggio di Giulia che, però, una volta che scopre l’assenza per sempre dell’uomo che ha imparato a conoscere e che con la sua terapia dialogica l’ha effettivamente curata, ne sentirà una profonda mancanza.

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 15-08-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Anna Scarpetta su “Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro

Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima
Poesie di Dulcinea – Annamaria Pecoraro –
Editrice Lettere Animate – Collana Poetica –

                                        

                imagesLa poesia, di Dulcinea Annamaria Pecoraro, Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima, Editrice Lettere Animate, vuole essere, essenzialmente, un dolce inno all’amore. A mio parere, tanti bei versi che parlano di veri, forti, sentimenti nei confronti della persona amata, verso cui ella rivolge molta fantasia e personale disponibilità, con un’apertura mentale davvero singolare. A dire il vero, ella,  dedica, con dedizione, il cuore e l’anima, con struggente, intensa, passione. Difatti nelle prime pagine del libro si legge,  con vivo piacere, nella poesia Amore: “Amore così grande ed indivisibile/che riesce a superar montagne/o a farle crollare. Amore infiamma, costruisce…/Amore s’incrocia per strani mezzi del destino. Amore dove mai avresti immaginato!”. (pag51).

                La poetessa, in effetti, riesce a definire l’amore in tanti modi, è un pregio per lei saperlo riconoscere o incrociare con il solo sguardo, intuendo, convinta, nella sua vita, un finale inaspettato, nella chiusura in un legame di vecchia data, avvenuto, forse, con effetto lacerante, come se ci fosse stato di mezzo lo zampino del destino. Ecco,  questo intende dirci, Annamaria, in tante diverse poesie, sia nello spirito che nei suoi reali contenuti,  anche se con lievi,  varie, sfumature. Sono certa che il grande tema di questo libro resta comunque l’amore come punto centrale di tutta la raccolta poetica. Ella ne dà una definizione molto più brillante e convincente in  Angelo caduto: “Sono qui, puoi sentire la mia voce/sono la tua luce e la tua oscurità./Ti sto aspettando…. Sei e sarai sempre /l’elisir della mia libertà”. (pag. 58).

                In sostanza, l’esaltazione di un amore, senza mai esagerare, che l’autrice  percepisce tra il buio del silenzio, o nella luce dei suoi giorni, resta così viva e presente nei sogni di ragazza, ancora fortemente innamorata. E, si sa, le ragazze di ogni società cercano, come nelle favole, di sognare il proprio amore con la loro fantasia, con le ali dell’immaginazione, cercando di volare in quei cieli e spazi che vanno oltre la normale realtà. La mia, minuziosa, osservazione m’induce a dire che l’intera raccolta poetica, di Annamaria Dulcinea, è particolarmente bella, e moltissimi versi intrecciano diverse visioni realistiche della vita, sia sul piano affettivo quanto espressivo. In concreto, poesie che sanno parlare di rose senza spine, quando gli occhi dell’amore non ne vedono; una particolarità a dir poco sorprendente, per chi, in passato,  ha dovuto conoscere cosa sia la vera sofferenza che lacera dentro costantemente. Ma, ella, nonostante tutto, riesce, in  taluni versi  ad essere anche un po’ ironica quanto cortese.

                Invero, nella  poesia Amor Cortese, ella, ha saputo plasmare congeniali versi  in una forma di respiro più incisivo, donando grazia e nobiltà all’immaginazione stessa, che s’apre  libera, luminosa di luce, come si legge in: “Messere mi accosto a voi/con virginale rossore/e quella sana dose di follia/che rende non vano il mio peregrinare/Terre deserte ed aride d’Amore/han percorso la mia anima/ e lo core leggiadro, nel sognare l’oasi, mira incantata Voi /Sentinella del mio errare/stella che guida ancora/e fa sperare/che lo destino abbia grandi progetti. Nonostante la stanchezza medito/come guerriera, attendo. Energizzo, nel dono del mio essere, la forza del coraggio, affondando con il sorriso, l’Alba.” (pag.65). A mio parere, questa magnifica poesia dice proprio tutto,  e non ha bisogno di alcun commento di come ella riesce a scrivere rime  col battito del cuore, attraverso i passi dell’anima.

            Non mi è stato difficile constatare che molte poesie parlano anche di altri temi sociali altrettanto interessanti, come: l’amicizia, la fraternità, l’amore per la patria e verso Cristo, nonché di marinai, di poeti. E, talune poesie, sono state già premiate in diversi autorevoli concorsi letterari e inserite in questa preziosa raccolta. Va osservato, tuttavia, che le rime del cuore della poetessa sembrano essere velate da una profonda tristezza e tanta amarezza, per un duro passato di sofferenza, probabilmente, al punto che, ella, fa fatica a superare, e  dimenticare. Ecco, dunque, che affiorano quei momenti che, inevitabilmente, impediscono al verso di essere più libero, per esprimere al meglio, con serenità, sentimenti altrettanto nuovi. A mio dire, sentimenti che potrebbero essere più inclini e congeniali di un talento, destinato a saper forgiare domani altri nuovi versi o novità in fatto di scrittura; probabilmente, con una  dialettica rinnovata più ricercata, mettendo a fuoco quella stessa forza di grandezza che ogni poeta nasconde dentro di sé.

                In effetti, in una sua speciale poesia: Milonga dell’Angel, ella asserisce con bravura:”… Il libero arbitrio, la lotta tra il il bene e male esplode/alla ricerca del suo applauso/Il finale è il resoconto del personale viaggio”(pag. 66)…” E’ vero, il male e il bene dentro di noi si combattono a vicenda in un afflato d’intenti, con troppe sfide continue, a volte avvincenti, travolgendo nell’insieme forti emozioni, che si plasmano con la sofferenza, ed è un arbitrio, visto sotto il profilo umano, e lo condivido, senza alcun dubbio. Va, comunque, un plauso alla poetessa che ha cercato di voler imprimere nei suoi versi questa reale sfaccettatura nella sua personale descrizione.  

                In conclusione, dopo un’attenta lettura, non sbaglierei dicendo che questo libro di Annamaria Dulcinea vuole essere un lungo cammino di chiarificazione dentro di sé, ovvero un processo liberatorio che adagio avanza gradualmente nell’inconscio della poetessa,  e che va delineandosi man mano per portare più luce e serenità nello spazio del suo immaginario, ma anche nella sua vita personale. Sicuramente, validi elementi necessari per poter guardare in avanti con più serenità, e scegliere così le varie opportunità, più vicine alle sue ambizioni, che siano in amore o in lavoro.

                La mia personale visione m’induce a valutare che l’autrice, in futuro, sia molto di più di questi versi forti e tenaci. Non risulta difficile, difatti, intravedere, in queste liriche, plasmate con fortezza e tenacità, un seguito di scelta più ampia, rispetto a quanto non abbia già dato o detto in precedenti sue novità, in fatto di scrittura. Mi viene di pensare, che a volte i suoi versi somigliano più a delle vere cordate di un alpinista tenace che spesso e volentieri si lancia a scalare una montagna. Io, personalmente, così intravedo l’inconscio di Annamaria, una vera forza instancabile, quasi inesauribile, pur di raggiungere una vetta o una mèta.

                Il suo animo, se pur ferito, in passato, io credo riuscirà ancora a percepire la grande spinta che va oltre l’innata sensibilità dei forti poeti, senza mai perdere di vista il punto luminoso del faro che sempre lampeggia di notte per orientare l’ingresso delle navi nel porto. In egual modo, credo, ella saprà farsi spazio e liberare la sua anima e portarla fuori dal magma di crudele sofferenza, per dedicasi ad altri nuovi versi diversi. Quel giorno sarà una ventata liberatoria, a differenza di quanto non stia già facendo, per tornare nuova, gioiosa della vita, amante dell’amore, dell’uomo che ama intensamente, con la voglia di ricominciare dalle ceneri del passato, per unire il suo canto alla Musa, che domani, dinanzi alla luce fresca dell’alba, le saprà ispirare tanti bei canti nobili e ammirevoli, così avvincenti, da sorprendere ancora i suoi fedeli lettori.

 

                                                                                                 Anna Scarpetta

 

 

LA PRESENTE RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ uscito “Il politico” di Pee Gee Daniel

SINOSSI

         IL POLITICO cop.fronte   Si tratta di un romanzo breve, dalle connotazioni fortemente attuali, scritto con quello che tecnicamente si potrebbe definire uno stile blanche. Privo di inserti didascalici o pedanterie moralistiche, esso delinea la “fortunosa costituzione” di un campione possibile della politica odierna. Il protagonista (che, in quanto sprovvisto di una personalità e di una psicologia vere e proprie, verrà indicato lungo l’intero corso del romanzo col pron. pers. m. lui, o, tutt’al più, da due nomignoli che gli verranno affibbiati nello svolgersi della storia), viene seguito sin dalla più tenera età. Lo pediniamo alle prese con i suoi disturbi sociopatici e comportamentali.

            Il romanzo, ad es., si apre sul protagonista che, alla più tenera età, strappa le ali ad una libellula per poi poterla osservare mentre viene divorata viva da un formicaio, senza che essa si possa più difendere in alcun modo. Su di lui graverà, pochi anni più tardi, anche il sospetto della morte, apparentemente accidentale, di un cuginetto, cascato giù da una rupe. Già più grande, lo seguiremo al suo ingresso in un movimento politico dalle forti tinte xenofobe, in cui si sbizzarrirà in risse gratuite e punizioni ad extracomunitari inermi. Compirà anche uno stupro, ai danni della moglie del proprio caposezione, ma nonostante tutto questo conoscerà un brillante quanto veloce inserimento nell’ambiente politico, che lo porterà, nella conclusione del racconto, all’elezione ad onorevole.

            I suoi gesti, tuttavia, sono capaci di disturbarci, ma non si rivelano così tanto eclatanti da fare di lui un vero mostro. È una mediocrità anche nel male. È vuoto. È, in una parola, un borderline. Ma – cosa stupefacente – riuscirà comunque, e neppure volendolo, a fare una carriera strutturata all’interno della società, che si aprirà, verso il finale, niente meno che all’elezione a rappresentante democratico della società civile. Il che ci vorrebbe implicitamente porre più di un rilievo critico circa l’inefficiente stato politico in cui versiamo, seppure, come dicevo, senza alcun tipo di indulgenza verso la trattatistica morale o predicozzi di sorta: questo resta il racconto, nudo e senza orpelli, della formazione di uno pseudo-individuo e della promozione di esso ai più elevati ranghi sociali. Lo stile (che va di pari passo con la nullità – sia dal punto di vista emotivo che da quello intellettuale – che si vede chiamato a descrivere) è sorvegliato, ma appositamente deprivato di qualsivoglia belluria ed erudizione: tende cioè a farsi trasparente a servizio del suo contenuto. È uno stile minimalista, insomma, scevro di ogni tentazione pedagogica o affabulatoria. A tal punto che anche un’eventuale luce ironica che si dovesse riscontrare all’interno del testo, affiorerebbe, per così dire, da sé sola: senza, o quasi interventi da parte dell’autore.

 

 LINK DIRETTO ALLA VENDITA:  http://www.qulture.it/narrativa-qulture/32-il-politico.html

“Poesie come dialoghi” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie come dialoghi

Di Francesca Luzzio

Recensione di Lorenzo Spurio

  

Il mondo è grigio
Quasi mai blu:
la luce della luna
piange nuda la verità.
(da “Altro cielo”, p. 49)

poesie_come_dialoghiHo avuto l’occasione di conoscere Franceca Luzzio, poetessa e saggista palermitana, pochi mesi fa nel corso di un reading poetico sul disagio psichico e sociale organizzato dalla rivista Euterpe che dirigo. In quella occasione, la poetessa mi ha fatto dono di uno dei suoi libri, Poesie come dialoghi (Thule, 2008), che raccoglie un’ampia produzione poetica che la stessa ha voluto divisa in due parti: una prima parte sotto il titolo di “io e…” e una seconda parte “il mondo”. La silloge si apre con una propedeutica e approfondita analisi alle tematiche che la poetessa sviscera nel libro scritta da Franca Alaimo, altra poetessa palermitana.

Della raccolta mi hanno attratto in maniera particolare le liriche che appartengono alla seconda parte, quelle riferite al mondo, che danno uno sguardo per lo più amaro ma fortemente coscienzioso sulla presenza dell’uomo nel mondo, sui rapporti sociali, sugli accadimenti che mettono gli uomini l’uno contro l’altro. In poche parole questa sezione del libro affronta tematiche di chiaro interesse civile quali la guerra, la prepotenza e il potere dei pochi, la corruzione dei politici, la mancanza di sicurezze per il futuro e si configura, dunque, come un chiaro bozzetto della situazione socio-politica nella quale ci troviamo a vivere.

Numerosi i riferimenti alla società massificata (l’email, la tv, la New Economy) quali elementi necessari e imprescindibili nella vita frenetica e indifferenziata dell’uomo d’oggi, immerso nella sua città quale luogo-non-luogo, spersonalizzante e ormai lontano dalla sua mugnificenza storico-artistica.

Qui, in questa parte del libro, prevale il tono duro, pulito e scarnificato, un linguaggio semplice che trasuda violenza e stilla lacrime e sangue come quando in “Guardando la tivù”, la Poetessa non può fare a meno di impressionarsi (cosa che oggigiorno capita sempre con più rarità) dinanzi alle immagini di corpi trucidati: “Premi il pulsante, guarda là:/ i morti giacciono nel letame/ neanche una litania li sta a consolare” (p. 47). La televisione che è rappresentazione del mondo di fuori è portavoce in diretta di deliri, abomini e nefandezze che nel mondo si compiono di continuo. La crudeltà e l’efferatezza assurgono a programmi di un palinsesto deviato e che genera angoscia, ma che è immagine di quel mondo che uccide, violenta e perseguita il diverso e che porta la Nostra ad osservare con versi lapidari: “Il male è nei cuori, è nella mente nera” (p. 47).

Ed il mondo dei potenti e dei soprusi che la Nostra tratteggia si ritrova, molto probabilmente, all’interno della nostra stessa società, bianca, europea ed occidentale in generale che da sempre è stata caratterizzata come la storia insegna per essere fautrice di una serie di comportamenti quali la persecuzione, la deportazione, la sottomissione, la violenza, la lotta etc. E quelle “verità” pronunciate dai politici, che sono poi le voci che sentiamo alla tivù nei vari notiziari, non sono che parole che coprono bugie e travestono la reale condizione delle cose, tanto che Francesca Luzzio con un intento che oserei dire “velatamente polemico”, non può esimersi dall’osservare con lucidità e forse un po’ di disprezzo: “Fammi ubriacare di menzogne occidentali” (p. 47) e in un’altra lirica: “Roma uccide ancora/ e chiama civilizzazione/ l’arroganza, il potere, la presunzione” (p. 52).

Ma se nel mondo la cattiveria esiste, questo è dovuto solo e solamente dagli uomini, quella che la poetessa definisce “sciocca umanità” (p. 57): dal loro imbarbarimento culturale, dalla loro insensibilità e mancanza di consapevolezza, dall’allontanamento dalla religione, dalla spregiudicatezza e da tanto altro. Nel Mondo esiste il Male, perché ci sono gli uomini ad essere cattivi e a rendere l’umanità tutta una spregevole caricatura di rapporti sghembi, storpiati che non si assoggettano alle leggi di libertà del singolo: “Non incontri rondini, né uomo: solo parvenze, fantasmi smuovati/ manichini abbruttiti da grandi ferite” (p. 52). La ferita del manichino, dell’uomo non più uomo che si autolesiona, è espressione di quella malignità e indifferenza che l’uomo ha adottato come sua religione unica.

Nella prima parte della silloge, invece, troviamo delle liriche che si caratterizzano per un più ampio respiro, pur essendo allo stesso tempo particolarmente intimiste. Con un linguaggio a volte tecnico e che richiama la filosofia, Francesca Luzzio dà espressione a quelle che sono le sue idee e timori sul percorso dell’uomo nel mondo (il tempo che fugge, la morte) e lo fa con una poetica dai toni spesso grigiastri che mi rammenta lo stile crepuscolare, ma che si differenzia da quest’ultimo anche per la capacità di saper cogliere il cromatismo, soprattutto quello del verde, che viene richiamato nelle figure dell’albero e dell’arancio (“Le arance incastonano i rami/ l’azzurro cielo nel verde traspare”, p. 13). Anche qui ritorna il tema dell’impostura, anche se trasfigurato come fosse una favoletta di Esopo: “L’effetto della gara con i lupi:/ conseguenza naturale/ di normale darwinismo sociale”, p. 26).

Interessante la lirica “Rivelazione” nella quale la Nostra prende direttamente voce su una questione che a tutti noi sta molto a cuore: la poesia, il suo significato nel mondo d’oggi e la sua ricezione. La poetessa sembra essere abbastanza pessimista circa il potere effettivo della poesia su di noi: “La poesia? Nessuno l’ascolta./ Le sue voci sono effimere orme/ passi calcati su sabbiosi deserti/ senza sentieri” (p. 28). Permane l’idea che la Poetessa sia una persona stanca delle incongruenze, delle falsità e delle perplessità che l’oggi produce, ma al contempo si evidenzia con inaudita foggia la sua mai pretestuosa analisi alla critica realtà dell’oggi, dove la brama di potere, la superiorità e la bugia sembrano essere le uniche logiche che permettono all’uomo di avere un futuro. Una certa apatia e indolenzimento fanno sì che anche nel buio più pesto ci sentiamo incapaci di cogliere quella fioca luce che potrebbe aprirci a un mondo d’evasione e spensieratezza e Francesca Luzzio liricizza questo concetto in questo modo:

 Nessuno vuol più cercare

vacue scintille

intrappolate nell’oscurità”.

(in “Attesa vana”, p. 68)

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Poesie come dialoghi
Di Francesca Luzzio
Prefazione di Franca Alaimo
Thule, Palermo, 2008
Pagine: 70
ISBN: 978-88-903717-0-7
Costo: 10€

 

FRANCESCA LUZZIO è nata a Montemaggiore Belsito (PA) e vive a Palermo, dove ha insegnato Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro”.

Ha pubblicato varie sillogi di poesia tra cui “Cielo grigio” (Cultura Duemila Editrice, 1994), “Ripercussioni esistenziali” (Thule, 2005) e “Poesie come dialoghi” (Thule, 2008). Intensa anche la sua attività di saggista (si ricorda il saggio “La funzione del poeta nella letteratura del ‘900 ed oltre) e di narratrice: ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti  “Liceali” (Genesi Editrice, 2013). Sulla sua produzione hanno scritto numerosi critici e scrittori di ampia caratura.

Ha partecipato a numerosi concorsi letterari riscotendo ottime segnalazioni.

Suoi testi sono presenti in numerose opere antologiche.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Casa di mare aperto” di Felice Serino, recensione di Lorenzo Spurio

Casa di mare aperto

di Felice Serino

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

imagesE’ una poesia dotta, filosofica e ricca di rimandi alla letteratura europea quella di Felice Serino contenuta nella sua ultima raccolta dal titolo enigmatico “Casa di mare aperto”. Ed è un po’ tutta la poetica di Serino ad essere attraversata da un certo ermetismo che si realizza in un criticismo del linguaggio, in una frantumazione dell’identità e in numerosi squarci visionari e addirittura onirici. Serino parte dal mondo che lo circonda, ma non è quello il suo interesse nell’arte della scrittura, perché l’intenzione è altra. La poetica si trasfonde a un livello più alto, a tratti irraggiungibile a tratti difficile da capire, ma l’artifizio della poesia sta anche in questo: nel dire e nel non dire, nell’utilizzare un concetto per elevarlo a qualcosa d’altro, metafisico, che non può aver concretezza proprio perché ha a che fare con la coscienza dell’uomo.

Importanti e degni di rispetto le poesie d’impianto civile, che nascono cioè dal voler ricordare alcuni personaggi centrali nel processo di crescita e progresso storico com’è la lirica dedicata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nella quale Serino utilizza l’isotopia del sangue e della violenza per tratteggiare il clima d’odio, repressione e vendetta nei confronti della statista appartenente all’opposizione: “Dal suo sangue si leva alto/ il grido d’innocenza/ a confondere intrighi di potenti” (p. 20). La condanna alla tirannia, alla democrazia messa a tacere è evidente anche se il linguaggio di Serino evita la durezza e si contraddistingue sempre per una certa armonia e levità, anche quando parla di drammi in piena regola. Ma ci sono anche poesie in cui il poeta mette allo scoperto terminazioni nervose dolorose dal punto di vista sociale, come è il caso della poesia “A ritroso” ispirata al fenomeno poco noto degli hikikomori in Giappone che riguarda dei giovani che si auto-recludono letteralmente in casa evitando una vera vita sociale.

Centrale anche il tema della morte che ritorna in varie liriche come pensiero spesso assillante, altre volte come semplice dato di fatto dal quale bisogna partire con consapevolezza nell’impostazione del proprio progetto di vita. L’interesse per il mondo, per la socialità, la vicinanza all’altro e la riflessione sulla nostra esistenza fatta di giorni che sembrerebbero identici ma che non lo sono, trova ampiezza in una lirica in particolare, “In questo riflesso dell’eterno” dove il poeta con sagacia e freddezza verga la carta scrivendo: “imbrigliati noi siamo in un tempo/ rallentato/ noi spugne del tempo/ assediati da passioni sanguigne” (p. 61) in cui si ritrovano molti temi/aspetti che contraddistinguono la vita dell’uomo d’oggi: il tempo che scorre in maniera rallentata, troppo lenta, forse perché  non è più in grado di vivere i momenti che riceve in maniera autentica, ma forse perché l’uomo senza lavoro, precario, disoccupato o immigrato che sia, senza una occupazione non può che vedere il suo tempo scorrere in maniera lenta, dolorosa e oziosa; l’uomo è una spugna nel senso che riceve dal mondo, ma è sempre meno in grado di dare; che assorbe, si assoggetta, accetta e che, al contrario, non fa, non dà, non propone. Il mondo frenetico e alienante che propone una società sempre più efficiente, veloce e altamente tecnologizzata in realtà provoca un certo indolenzimento che si ravvisa nel sonnambulismo etico e pratico dell’uomo. Infine gli uomini sono “assediati da passioni sanguigne”: amore e sesso che, come si sa, non sono la stessa cosa e che spesso possono portare alla follia, al delirio, allo spargimento di sangue, in un doloroso banchetto in cui Eros e Thanatos giocano beffardi ignari di cosa stanno combinando. In “L’alba che sa di nuovo” Serino esordisce con versi acuminati: “la si vive nel sangue la nottata” (p. 89).

Numerosissimi i riferimenti e le citazioni a numerosi padri della letteratura europea, tra cui Mallarmé, Ungaretti, Zanzotto, Pessoa  che, oltre a sviscerare il grande amore di Serino nei confronti della letteratura e la sua profonda conoscenza, rendono l’opera un gradevole e profumato percorso in altre storie, tempi e luoghi.

Lascio ai lettori di questa recensione un’ultima lirica del Nostro nella quale si respira un senso d’incertezza e un sentimento di sospensione che non è dato all’uomo capire; il serpente presente quale immagine di fondo della lirica alla quale si tende analogicamente (si richiama il verde e il serpeggiare), rimanda ancora una volta all’immagine del peccato, dell’avvelenamento e dunque della morte. Ma la cosa curiosa è che in questo caso non vi sono vittime, se non la serpe stessa:

 

Di un altrove (p. 78)

di un altrove

d’un altrove

striscia

di luce verde la mente

l’interrogarsi serpeggia

si morde la coda

 Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 1 Agosto 2013

 

Casa di mare aperto

di Felice Serino

Prefazione di Marco Nuzzo

Centro Studi Tindari, Patti (ME)

Pagine: 90

ISBN: 9-788896-539859

Costo: 10€

 

FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta, vive a Torino.

Ha pubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “Cospirazioni di Altrove” (2011).

Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici.

E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “Imago” di Antonella Troisi

“IMAGO” DI ANTONELLA TROISI

 COMUNICATO STAMPA

  

imago_600E’ uscito da pochi giorni Imago di Antonella Troisi. Si tratta di una raccolta di poesie edita da TraceePerLaMeta Edizioni. Questo libro rappresenta l’opera prima di Antonella Troisi, poetessa campana residente a Salerno.

Dalla prefazione curata da Lorenzo Spurio si legge: «Il lettore troverà poesie dal gusto nuovo la cui collocazione in un genere risulta difficoltosa, ma, come si sa, nel nostro secolo non è opportuno parlare di scuole, movimenti né generazioni. […]La difficoltà nel percepire in maniera lucida e razionale quali siano i limiti estremi di un amore è al centro della silloge dove l’amore si configura a tratti come un tormento, un desiderio, un pensiero ricorrente, un’illusione. La poetessa, però, è altamente coscienziosa nel sapere che parlare di amore immancabilmente significa parlare anche del tempo che, imperterrito scorre».

Il libro può essere ordinato ed acquistato tramite lo shop di TraccePerLaMeta Edizioni o tramite ogni altra libreria online.

 

                        

TITOLO: Imago
AUTORE: Antonella Troisi
EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni
PAGINE: 56
ISBN: 978-88-907190-7-3
COSTO: 9€

Info:

info@tracceperlameta.org

www.tracceperlameta.org

“Errando tra le vie del cuore” di Lucio Iuliano, recensione di Lorenzo Spurio

Errando tra le vie del cuore
di Lucio Iuliano
prefazione di Sara Rota
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012
ISBN: 978-88-95881-79-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

imagesCome osserva puntigliosamente Sara Rota nella prefazione, questo è un libro in cui si parla d’amore. L’amore viene analizzato sotto varie prospettive e dell’amore l’autore ci fornisce sfaccettature diverse, a tratti anche contrastanti: c’è l’amore inteso come felice condivisione di progetti e come atto di fedeltà nei confronti dell’altro, c’è l’amore inteso come doloroso, fonte di sospiri e di inquietudini (da avvicinare, dunque, alla poetica degli stilnovisti come quando Iuliano scrive: «il lamento di un cuore che grida senza voce», 7), c’è l’amore filiale e c’è l’amore ossessivo, fondato sul possesso e su una cieca visione dei rapporti tra gli amanti motivata da un effervescente narcisismo.

Nella lirica d’apertura, “Fino all’ultimo”, Iuliano affronta la difficoltà dell’uomo nel saper gestire la propria esistenza tra quel presente liquido e difficile nel quale vive e il gravoso passato che addirittura viene stigmatizzato come «maledetto» (5). Il passato è visto quale presenza violenta, che si manifesta in maniera irruente e sadica riappropriandosi in maniera inaudita del tempo, rovinando la normalità del hic et nunc: «questo passato che graffia e/ ferisce il presente, questo passato che spazza via/ ogni attimo di illusoria felicità» (5). Nella lirica successiva, invece, il lettore è chiamato a condividere l’interpretazione di un amore vissuto come forma di imposizione e sinonimo di morbosità; l’io lirico, infatti, riconosce di essere «[l’] egoista che approfitta delle tue debolezze» (6). Un amore malato, dunque, maniacale e che si nutre dell’egoismo e dalla supposta superiorità dell’io lirico; anche il linguaggio è abbastanza violento (‘sevizia’, ‘abbandona’, ‘incatena’, ‘diavolo’, ‘aguzzino’, ‘uomo senza cuore’). E le immagini di violenza –non gratuita, ma quale elemento iperbolico per sottolineare un amore difficile, osteggiato, deludente o totalizzante- pervadono tutta l’opera dove l’isotopia del sangue si ripete in varie liriche: «E incisi nel petto il tuo nome/ E tatuai nell’anima il tuo viso/ E trafissi il cuore di te…» (11). Il rosso che domina da questa silloge di Iuliano non è, infatti, quello del cuore, ma quello del sanguinamento, da intendere metaforicamente come conseguenza di un atto doloroso: «Dipinsi il sorriso di un attimo/ lo sguardo fugace che trafigge il cuore e/ sanguina… sanguina amore» (11). L’isotopia si nutre, inoltre, di immagini che arricchiscono questa sfera semantica quale il cuore, i battiti, la ferita (che è il segno evidente di un processo lesivo, contundente, violento) e la cicatrice (anch’esso segno evidente di un atto doloroso avvenuto in passato e che, pur rimarginato, rimarrà a perpetua memoria).

 

E Vorrei strapparti il cuore dal petto per vedere se

nei suoi battiti c’è ancora un mio riflesso.

E Vorrei graffiarti l’anima con queste mani

per poi sanarne le ferite solo con le labbra. (9)

 

Degna di nota è la lirica intitolata “Lettera” e dedicata alla figlia del poeta dove l’io lirico si cela nei tortuosi tormenti della psiche che immaginano un futuro per il quale il padre dovrà chiedere scusa alla figlia per la sua non presenza; la lirica offre vari punti di alta intensità e trova la sua “risoluzione” nei versi finali dove l’io lirico osserva: «Nessuno mai ci ridarà/ questo tempo» (15) evidenziando, quindi, una chiara volontà a non gettare il tempo che poi nel futuro non potrà ripetersi né essere rivissuto. In “Addio”, invece, ci troviamo dinanzi all’epilogo di un amore, di una storia vissuta al capolinea, anche se il poeta non ne chiarisce il motivo. Negli «occhi che si chiudono e trattengono lacrime che annegano/ i sogni» (27) possiamo intuire che l’abbandono tra gli amati sia stato motivato non tanto da una vera e propria scelta, ma da motivazioni superiori quali, forse, la dipartita dell’amato, perché, come Iuliano osserva in un’altra lirica, il Male –in cui possiamo vedere la malattia o addirittura la morte- circonda la Vita: «cercherei di proteggerti dal male che avvelena la vita» (19).

Iuliano tratteggia l’amore quale processo disturbativo e quale momento epifanico che cambierà la natura dell’uomo nel corso della sua vita. Per la sua potenza ed esclusività esso viene descritto con un linguaggio potente e incisivo per denotare al lettore quanto il pensiero, la convinzione, l’assillo o addirittura la mania amorosa siano e diventino totalizzanti. Il sanguinamento che si produce tra i vari versi di queste liriche non è di sangue, ma d’amore.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 29 Maggio 2013

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