“Errando tra le vie del cuore” di Lucio Iuliano, recensione di Lorenzo Spurio

Errando tra le vie del cuore
di Lucio Iuliano
prefazione di Sara Rota
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012
ISBN: 978-88-95881-79-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

imagesCome osserva puntigliosamente Sara Rota nella prefazione, questo è un libro in cui si parla d’amore. L’amore viene analizzato sotto varie prospettive e dell’amore l’autore ci fornisce sfaccettature diverse, a tratti anche contrastanti: c’è l’amore inteso come felice condivisione di progetti e come atto di fedeltà nei confronti dell’altro, c’è l’amore inteso come doloroso, fonte di sospiri e di inquietudini (da avvicinare, dunque, alla poetica degli stilnovisti come quando Iuliano scrive: «il lamento di un cuore che grida senza voce», 7), c’è l’amore filiale e c’è l’amore ossessivo, fondato sul possesso e su una cieca visione dei rapporti tra gli amanti motivata da un effervescente narcisismo.

Nella lirica d’apertura, “Fino all’ultimo”, Iuliano affronta la difficoltà dell’uomo nel saper gestire la propria esistenza tra quel presente liquido e difficile nel quale vive e il gravoso passato che addirittura viene stigmatizzato come «maledetto» (5). Il passato è visto quale presenza violenta, che si manifesta in maniera irruente e sadica riappropriandosi in maniera inaudita del tempo, rovinando la normalità del hic et nunc: «questo passato che graffia e/ ferisce il presente, questo passato che spazza via/ ogni attimo di illusoria felicità» (5). Nella lirica successiva, invece, il lettore è chiamato a condividere l’interpretazione di un amore vissuto come forma di imposizione e sinonimo di morbosità; l’io lirico, infatti, riconosce di essere «[l’] egoista che approfitta delle tue debolezze» (6). Un amore malato, dunque, maniacale e che si nutre dell’egoismo e dalla supposta superiorità dell’io lirico; anche il linguaggio è abbastanza violento (‘sevizia’, ‘abbandona’, ‘incatena’, ‘diavolo’, ‘aguzzino’, ‘uomo senza cuore’). E le immagini di violenza –non gratuita, ma quale elemento iperbolico per sottolineare un amore difficile, osteggiato, deludente o totalizzante- pervadono tutta l’opera dove l’isotopia del sangue si ripete in varie liriche: «E incisi nel petto il tuo nome/ E tatuai nell’anima il tuo viso/ E trafissi il cuore di te…» (11). Il rosso che domina da questa silloge di Iuliano non è, infatti, quello del cuore, ma quello del sanguinamento, da intendere metaforicamente come conseguenza di un atto doloroso: «Dipinsi il sorriso di un attimo/ lo sguardo fugace che trafigge il cuore e/ sanguina… sanguina amore» (11). L’isotopia si nutre, inoltre, di immagini che arricchiscono questa sfera semantica quale il cuore, i battiti, la ferita (che è il segno evidente di un processo lesivo, contundente, violento) e la cicatrice (anch’esso segno evidente di un atto doloroso avvenuto in passato e che, pur rimarginato, rimarrà a perpetua memoria).

 

E Vorrei strapparti il cuore dal petto per vedere se

nei suoi battiti c’è ancora un mio riflesso.

E Vorrei graffiarti l’anima con queste mani

per poi sanarne le ferite solo con le labbra. (9)

 

Degna di nota è la lirica intitolata “Lettera” e dedicata alla figlia del poeta dove l’io lirico si cela nei tortuosi tormenti della psiche che immaginano un futuro per il quale il padre dovrà chiedere scusa alla figlia per la sua non presenza; la lirica offre vari punti di alta intensità e trova la sua “risoluzione” nei versi finali dove l’io lirico osserva: «Nessuno mai ci ridarà/ questo tempo» (15) evidenziando, quindi, una chiara volontà a non gettare il tempo che poi nel futuro non potrà ripetersi né essere rivissuto. In “Addio”, invece, ci troviamo dinanzi all’epilogo di un amore, di una storia vissuta al capolinea, anche se il poeta non ne chiarisce il motivo. Negli «occhi che si chiudono e trattengono lacrime che annegano/ i sogni» (27) possiamo intuire che l’abbandono tra gli amati sia stato motivato non tanto da una vera e propria scelta, ma da motivazioni superiori quali, forse, la dipartita dell’amato, perché, come Iuliano osserva in un’altra lirica, il Male –in cui possiamo vedere la malattia o addirittura la morte- circonda la Vita: «cercherei di proteggerti dal male che avvelena la vita» (19).

Iuliano tratteggia l’amore quale processo disturbativo e quale momento epifanico che cambierà la natura dell’uomo nel corso della sua vita. Per la sua potenza ed esclusività esso viene descritto con un linguaggio potente e incisivo per denotare al lettore quanto il pensiero, la convinzione, l’assillo o addirittura la mania amorosa siano e diventino totalizzanti. Il sanguinamento che si produce tra i vari versi di queste liriche non è di sangue, ma d’amore.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 29 Maggio 2013

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