“Solo un salto. E la ragione diventa follia” di Stefania Laurora, Recensione di Lorenzo Spurio

Solo un salto. E la ragione diventa follia di Stefania Laurora

Books & Company, Livorno, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La malattia mentale affonda le radici nel disagio esistenziale. (54)

downloadIl libro di Stefania Laurora, Solo un salto. E la ragione diventa follia pone il lettore dinanzi alla fruizione di una sorta di diario della protagonista. Diario nel quale la Nostra non appunta solamente episodi e momenti centrali della sua vita (il matrimonio e la nascita della figlia, per citare i più rilevanti) ma anche la carica emotiva che la investe in ogni circostanza (come avviene nella attenzione che mostra nel dipingere un tiepido rapporto con la figura materna causa, forse, di alcuni problemi psicologici che poi sorgeranno in lei) e le avvisaglie, i prodromi o le reazioni sintomatiche del deterioramento del suo stato di salute psichica.

Perché il romanzo tratta proprio di ciò: del labile e mai indovinabile confine che separa la razionalità dalla follia ossia dalla comunità ritenuta normale e alla quale abbiamo sempre creduto di far parte, da quella compagine emarginata della società, perché attrice di comportamenti insani o assurdi.

La prima parte del romanzo, che porta il sottotitolo di “La diaspora dei pezzi”, ben apre al tema della corruttibilità della ragione e dei limiti della coscienza nel momento in cui nella narrazione diaristica e a presa diretta della Nostra ben recepiamo il messaggio che intende darci: il pezzo, la partizione è un elemento minuscolo o un aspetto minuzioso delle realtà dalle caratteristiche talmente minute e ridotte da poter sembrare insignificante ma che ha un suo significato solo e soltanto nel momento in cui è riferito e, dunque, collegato alla parte, un po’ come avviene nel primo capitolo, denso di spirito gotico che, fugacemente, ci ricorda dell’assassinio del Presidente Kennedy soffermandosi non tanto sull’elemento contingente dell’agguato ma proprio su quel “pezzo di calotta cranica”, quel “frammento di testa” (13) dell’assassinato. Entriamo così a piedi pari nella fenomenologia di questo libro, che potrà sembrare perversa o priva di una logica contenutistica o narratoriale, se facciamo l’errore di non dare il giusto peso a questa narrazione inserita a mo’ di prologo. La frantumazione della materia cerebrale va, dunque, percepita per ciò che è: una frammentazione, una partizione dovuta a un evento traumatico della massa cognitiva, dunque razionale, deputata al ragionamento e all’invio degli impulsi ad ogni settore del corpo.  Stefania Laurora con questo romanzo ci parla proprio di una vicenda in cui una donna, apparentemente debole e dall’atteggiamento fiero e contrastante, subisce una frammentazione dell’apparato neuronale: ciò ovviamente in termini simbolici. È lei stessa, dopo il racconto surreale dell’amicizia instaurata con un piccione morto, che ci chiarifica meglio lo status da cui muove l’intera narrazione: “De-composizione come alterazione disarmonica delle reciproche posizioni delle parti” (17).

Questa “disarmonia” (17), de-strutturazione e dunque anomalia nella normale fisionomia di intendere il complesso razionale come entità in sé autonoma e compatta avviene nella nostra protagonista per mezzo di una profonda crisi della consapevolezza: a partire da uno stato spossante di alienazione che produce disturbo e a tratti investe anche le capacità relazionali, la Nostra ci narrerà dello sviluppo di una vita non in una evoluzione edenica di crescita, idilliaca costruzione familiare, maturità e vecchiaia ma per mezzo dell’insorgenza di debolezze croniche, incongruenze della psiche, veri e propri stati ansiogeni, atteggiamenti bipolari e forme autolesionistiche sino alle più preoccupanti manifestazioni di delirio.

È questo, allora, il diario di una mente pazzoide, ma ciò che va detto con attenzione è che osserviamo la protagonista nello sviluppo della malattia e nel peggioramento, fatti che cerchiamo in un certo senso di poter spiegare o legare a determinati eventi traumatici nella prima fase della sua vita, episodi spiacevoli o tendenze aggressive connaturate alla sua persona. Per chi ama la psiche, e ancor meglio la psichiatria come scienza che eziologicamente cerca di costruire schemi di disturbi e patologie per cercare di individuare cause, forme tipiche ed atipiche e possibili rimedi, questo romanzo può essere un buon punto di indagine. Questo soprattutto perché l’autrice, con la sua prosa semplice e spigliata improntata alla resa di immagini centrali in ciò che narra con una predisposizione sintetica e quasi a frammenti, ben fa risaltare il fatto che soggetti di questo tipo possono convivere con dati disturbi in maniera latente, tra fasi di angoscia e ripresa, depressione e quiete emotiva.

Dall’iniziale discorso sulla partizione assistiamo a una vera e propria fascinazione feticista nella nostra protagonista sempre interessata alla partizione/particolarità piuttosto che all’oggetto/persona in senso completo: si tratta di un procedimento a sineddoche dove la parte, più che definire il tutto, lo annuncia o lo richiama, con la strenua convinzione che è sempre meglio guardare il mondo sezionandolo che con uno sguardo totalizzante che non può che essere utopico e spesso ipocrita.

Il dramma esistenziale della protagonista la porterà all’assunzione di atteggiamenti autolesionistici assai gravi, come quello di spegnersi le sigarette addosso e, quasi contemporaneamente, anche la sfera alimentare si vedrà investita di cattivi attitudini quali il picacismo ossia l’attitudine di ingerire piccoli pezzetti di un materiale solitamente non commestibile (terra, gomma, gesso, etc.). Da un punto di vista psicodinamico entrambe le forme deviate potrebbero essere dei meccanismi indotti di risposta a un dato problema personale, dunque degli automatismi che, se si radicalizzassero, diventerebbero assai nocivi e pericolosi.

L’inserzione in un gruppo allargato di quelli che potremmo definire in maniera grossolana “gruppi di recupero” non sembra aiutare di molto la nostra anche se allo stesso tempo la protagonista, che probabilmente è quella meno malata degli altri, è sempre in grado di descrivere con parsimonioso realismo i casi umani che la circondano in quel dato ambiente. Entrano così in gioco parole come ‘depressione’, ‘TSO’, ‘maniacale’, ‘psicofarmaci’, ‘ricoveri’, ‘Centro di Salute Mentale’ e via discorrendo a far capire che il percorso che d’ora in poi interesserà la Nostra sarà fatto di una condizione esistenziale frammentata e lancinante dove abulia, autolesionismo, picacismo, segnali di fissazione, automatismi ed altro motiveranno una più ravvicinata esigenza di uno psichiatra che possa occuparsi di lei. Ciò si rende necessario soprattutto nel momento in cui intervengono anche le allucinazioni uditive (le voci) e visive (le presenze) che la porteranno ad affermare di vedere, ad esempio, Eva Peron aggirarsi per le stanze della sua casa. Parimenti l’atteggiamento di vittima, di colui che è oggetto di una attitudine ossessiva-pedinatoria, se non proprio stalking, contribuirà ad accrescere il problema tanto che il lettore non saprà più se restare fedele alla protagonista e credere ai suoi barlumi di razionalità di tanto in tanto o se classificarla già, e a ragione, come una pazza furiosa che necessita l’internamento. Non è possibile infatti accettare per vero tutto ciò che lei ci racconta sia perché a volte ciò che narra sembra architettato e dunque prodotto di un ragionamento fantasioso, sia perché si è già compresa la sua propensione alla divagazione, al dettaglio, all’astrusità e, di contro, la poca adesione a una visione pratica e spontaneamente organica.

La nascita della bambina potrebbe esser vista come un fatto rilevante nell’allontanare la donna dallo sprofondamento nelle sue turbe nervose sempre più preoccupanti per occuparsi con amore e devozione al nascituro, ma così non avviene. La figlia viene da subito percepita con invidia e con un sentimento pregno d’acredine (“un’altra femmina, mia complice e mia rivale”, 39), come una estranea alla quale fa difficoltà ad avvicinarsi come dovrebbe decretando all’interno della sua psiche già dissestata un’ulteriore crepa nella coscienza dovuta proprio alla crisi post-partum. Una crisi che non è solo dovuta dal senso di inadeguatezza della donna di essere madre in termini concreti ma, come si è detto, motivata anche da una malcelata assenza di sentimento che la porta a vivere la nuova condizione venuta a crearsi come una vera e propria sfida.

È intuitivo credere, allora, che la possibilità del suicidio, quale mezzo estremo ma risolutivo, venga ponderata varie volte dalla donna: “chiedo se valga la pena di vivere così […] o se piuttosto non sia il caso di congedarsi, ammettendo una buona volta che tutto ciò, per quanto seducente […] non è per me” (46). In tale circostanza matura l’esigenza del diario, di un confidente silente ma fedele al quale poter confessare le tribolazioni, il tormento e il senso di svuotamento che la donna vive sulla sua pelle combattuta tra angosce e farneticazioni della mente che non le danno scampo. Per questo non le resta che far passare come tendenzialmente normale il sentire le voci sostenendo: “Credo, in verità, che ciascuno di noi abbia un privatissimo coro che gli sussurra nelle orecchie, e che lo assiste nei pensieri e nelle azioni” (51). Come sappiamo, infatti, il sentire le voci non è un fatto che appartiene alla normalità propriamente detta o un qualcosa che appartenga a persone, pure normali, dotate di una maggiore sensibilità o propensione creativa: mi viene in mente Virginia Woolf (citata anche nel romanzo) che nel suo diario più volte annotò di sentire queste voci. Ben sappiamo che la donna era pazza e che quelle voci alla fine, nell’eco indistinto della sua mente vessata, la portarono a trovare la morte affogandosi in un fiume.

Le terminologie che la Nostra impiega per meglio descrivere le condizioni psichiche della protagonista sono precise e fanno riferimento al mondo della bipolarità, della crisi e al piano terapeutico fatto di psicofarmaci, sostanze che hanno la capacità di agire in maniera attiva o inibendo certi meccanismi a livello cognitivo. Ed è proprio negli ipotetici stati di salute o di alleggerimento della crisi che matura nella protagonista, come in molti affetti da problematiche psichiche di questo tipo, la volontà di abbandonare i farmaci. Quando la persona riconosce un lieve miglioramento della salute, allora crede di essere guarito e, non amando la classificazione come ‘malato’ o ‘pazzo’, prende subito le distanze dicendo che degli psicofarmaci può farne a meno non intuendo che quel lieve stato di miglioramento (o meglio, di stazionarietà) è dovuto proprio all’assunzione dei farmaci che, se venissero di colpo sospesi, provocherebbero danni ben più gravi come uno psichiatra non manca di farle osservare: “Senza le medicine lei rischia la vita” (54).

Importante la nota che viene fatta nel momento in cui si parla della correlazione che può esistere tra creatività e follia ad intendere, come spesso viene fatto in campo culturale, quel collegamento tra la pazzia di un artista (Van Gogh, Alda Merini, Dino Campana, Sylvia Plath o la stessa Anne Sexton citata dalla Nostra) e la manifestazione di genialità. Il dottore, che interviene su queste considerazioni, sostiene che nel caso del pazzo, questo può essere caratterizzato da una genialità o dallo sviluppo di particolari doti artistico/comunicative ma che, in quel caso, si tratterebbe di “folgorazioni” piuttosto che di vero genio. Discorso assai interessante che meriterebbe una trattazione a parte più approfondita.

Il delirio visivo di cui si parlava ad un certo punto si fa massiccio e la stessa percezione di dati colori, forme, oggetti viene a descrivere una deformazione della realtà: chi guarda vede a suo modo, in maniera distorta e sghemba e non secondo un normale procedimento visivo (vengono in mente, allora, anche gli orologi che si liquefanno di Dalì, segno di una distorsione della realtà percepita). L’epilogo di questa allucinazione che conduce alla percezione viziata del mondo che diviene uno scenario psicotico e stordito si ha nel momento in cui la nostra è convinta di vedere oggetti che prendono vita o uomini nelle sembianze di macchine, in un delirio percettivo assordante e pericoloso alla sopravvivenza nella società. In questo clima ansiogeno ritorna, così, e non poteva essere diversamente, l’ossessione di essere perseguitata, la psicosi di uno stalking che in effetti non esiste, condizioni che rendono ormai difficile l’autonomia e la gestione della sua persona tanto da necessitare il ricovero. Il tempo a partire da questo momento sarà segnato da periodi di ricovero, nei quali è tenuta sotto controllo, monitorata ed inserita in una compagine di pazzi a vario titolo, momenti in cui le viene concesso il ritorno a casa. Chiaramente –ciò non viene detto dato che la narrazione avviene in prima persona- intuiamo che lo psichiatra abbia nel frattempo instaurato un rapporto con il marito della donna non solo per renderlo consapevole dell’effettivo stato della donna ma anche per capire se l’uomo, la sua famiglia e la sua casa rispondano alle esigenze di supervisione continua, tutela della donna, sorveglianza e custodia. Pur tuttavia non è la presenza di una famiglia amorosa e vicina che può consentire il recupero (anzi, a volte può addirittura osteggiarlo) e i periodi di crisi della donna vanno infittendosi e si fanno sempre più preoccupanti come quando viene sottoposta a un TSO (“varie volte mi legarono”, 74) dopo aver tentato, nuovamente, di uccidersi, questa volta con tentativi di asfissia. Il risultato della sedazione è quello di avere una donna più pacata (non più lucida) ma al contempo maggiormente stordita, che vive in un torpore comunicativo e in una angoscia che la rendono una sorta di alieno privo degli sconvolgimenti intellettivi che prima la interessavano. Assieme ai farmaci vengono attuate la musicoterapia, la psicoterapia di gruppo mentre sembrano ravvisarsi nella donna accenni a una scatologia comunicativa abbastanza comune in alcuni folli.

Si diceva di quanto la famiglia possa essere importante nella gestione di un caso come questo ma va anche detto che la supervisione continua e il trattamento di un paziente con simili disturbi diventano un compito assai arduo e impegnativo che, se venisse assunto con completa dovizia ed impegno, potrebbe assorbire l’intero tempo ed energie di una altra persona. Ed è un po’ per questo motivo, ossia dell’inefficacia nel sorvegliare continuativamente un malato del genere, che la protagonista finirà per abusare delle pasticche tanto da rischiare la morte per intossicazione. Il lettore non dovrebbe mostrare a questo punto troppo stupore perché, in fin dei conti, sarebbe l’epilogo più intuitivo a una storia tormentata come questa.

A partire da questo momento si apre la parte finale del libro dal titolo “Il salto” che si caratterizza per essere maggiormente disorganica, fatta di frammenti, note appuntate sul diario in maniera veloce, senza un ragionamento né considerazioni aggiuntive che permettano di contestualizzarle. La protagonista parla di “distacco dalla realtà” e sembra di vederla ormai concreta nell’attuare un gesto estremo dopo i tanti trascorsi che hanno svilito la sua autocoscienza riducendola a una persona svuotata di attività cerebrali. È questo il momento in cui il mondo delle ombre, delle voci intricate e roboanti nella testa, sembra aver vinto in maniera indissolubile. Non ci sono farmaci talmente potenti da poter sovvertire la lotta con la ragione, da poter instillare il bene in un sistema cognitivo dove la disorganicità, l’impulso e l’automatismo hanno fatto irruenza.

Credo di osservare che sia trascorso un ampio periodo di tempo tra la parte finale del libro e la stesura della postfazione, fatta dalla protagonista in un età nella quale, se non può dirsi per certo di aver sconfitto la malattia, senz’altro l’ha recuperata abbastanza bene. Manca, dunque, anche dal punto meramente narrativo questa parte intermedia vertente sul racconto delle sue giornate del suo periodo più buio: è ragionevole credere che la donna in quel periodo non abbia scritto nulla o che, facendo una cernita dei materiali nel momento in cui ha organizzato l’intera storia, ha preferito fare una operazione di ellissi.

Nel finale, infatti, veniamo a conoscenza di una donna maggiormente critica e consapevole di se stessa (“ho capito che al mondo posseggo tutto quel che desidero”, 115) che sembra aver riallacciato il giusto rapporto con la società (“godo della compagnia delle persone”, 116), normalizzato la sua alimentazione (“godo del cibo”, 116) sebbene non abbia risolto quello che, forse, era stato uno dei motivi a decretare il suo dramma esistenziale (“Il mio rapporto con le donne rimase irrisolto”, 114).

Un salto solo rimandato, allora, o perennemente scongiurato?

Lorenzo Spurio

22-10-2015

Obsession 3 – Incubi, allucinazioni e omicidi. Si chiude la trilogia di racconti a tema a cura di Lorenzo Spurio

PREFAZIONE al volume Obsession 3

a cura di Lorenzo Spurio

PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2015

Il terzo e ultimo volume della raccolta Obsession

Il terzo e ultimo volume della raccolta Obsession

Quasi senza accorgermene è volato il tempo e siamo giunti alla terza ed ultima pubblicazione dell’antologia di racconti Obsession, da me ideata e voluta.

L’iniziativa era nata nel corso dell’estate 2011 con il sottotitolo che poi venne dato al primo volume “Manie, fobie e perversioni” felicemente accolta dalla casa editrice Limina Mentis che poi ne curò l’edizione. Questa prima raccolta mi trasmise una grande soddisfazione e cioè che nel mondo della letteratura tematiche cariche all’interesse sociale con particolare scrupolo alla psicologia, al mondo della devianza, fossero sentite da un gran numero di autori. Per questa ragione, mentre si cercava di organizzare una prima presentazione di questo volume dall’idea concettuale profondamente innovativa e al contempo necessaria all’interno di una pianificazione letteraria improntata alle mere logiche del marketing, progetto che poi per una serie di variabili contingenti fallì, decisi che non sarebbe restato un volume unico, una antologia atipica e in sé chiusa a rappresentare una iniziativa letteraria nata, cresciuta e poi morta (e forse dimenticata), ma che sarebbe diventato un progetto più ampio.

Obsession 1

Obsession 1

Nacque così il secondo volume della trilogia, quello che in particolare venne dedicato all’attenzione dello scandaglio di vicende dominate da “Paranoie, deliri e tradimenti”. L’iniziativa confermò nuovamente il suo successo con un gran numero di partecipanti e, di conseguenza, una lunga, meticolosa e complicata operazione di selezione da parte mia. Esso venne pubblicato nel 2014 dall’editoria collegata alla Associazione Culturale TraccePerLaMeta con la quale allora collaboravo attivamente e ricoprivo l’incarico di direttore delle collane.

Obsession 2

Obsession 2

Il progetto non era ancora concluso e decisi di dedicargli un nuovo volume, il terzo, che è questo che il lettore ha tra le mani per chiudere la trilogia di raccolte di racconti di autori contemporanei le cui opere erano ispirate in questo volume a una dimensione maggiormente legata al thriller e horror con il sottotitolo di riferimento che recita “Incubi, allucinazioni ed omicidi”. In particolare si è visto come il tema dell’omicidio nel nostro presente sia spessissimo collegato a casi di femminicidio e di violenza domestica, come alcuni dei racconti qui presenti danno traccia permettendo a questo terzo ed ultimo volume di riconnettersi ancor più compattamente agli altri due incentrati su manie e fobie (il 1°) e i tradimenti (il 2°).

A suggellare un progetto del quale mi sento orgoglioso di aver curato in ogni minimo dettaglio: dalla stesura del bando di partecipazione, al rapporto con gli autori partecipanti, alla scelta dei materiali, alla impaginazione e costruzione dell’antologia, a conclusione di questo ampio volume ho deciso di riportare la lista completa di tutti gli autori partecipanti al progetto e i testi critici da me prodotti che hanno corredato i primi due volumi.

In questa terza antologia sono presenti racconti di Alessandra Prospero, Alice Antonelli, Andreina Moretti, Antonio Merola,  Diana Lanternari, Elisabetta Amoroso, Floriana Laurenza, Francesca Santucci, Gabriele Di Ciriaco, Gabriele Prunai, Gianna Gobbi, Giovanna Casapollo, Lucia Paganini, Lucio Versino, Michael Gaddini, Giuseppe Leardini, Andrea Amico, Giuliana Montorsi, Sandra Carresi, Cristian Sotgiu, Umberto Masiello, Veronica Cani, Daniele Coccia, Eleonora Mangiapelo, Manuele Marini, Stefano Rizzi, Giuliana Corsetti, Mimì Burzo, Damiano Col, Simona Lauriola, Cosimo Pezzotta, Luana Trapè.

Ringrazio di cuore quanti vi hanno preso parte con curiosità e attenzione, rinnovando ancora una volta la stima nei confronti dei loro nutriti curriculum letterari e per la sensibilità dinanzi a determinate realtà.

Lorenzo Spurio

Jesi, 31-03-2015

LISTA COMPLETA DEGLI AUTORI PARTECIPANTI AL PROGETTO OBSESSION (ai tre volumi) 

ABBATANTUONO Chiara con “Il vicolo cieco” * OBS2

AMICO Andrea con “Il miracolo dell’inganno” * OBS3

AMOROSO Elisabetta con “D.O.C.” * OBS2

AMOROSO Elisabetta con “Gemelli identici” * OBS1

AMOROSO Elisabetta con “La dolce morte” * OBS3

ANTONELLI Alice con “Follia liquida” * OBS3

ARECCHI Alberto con “Estate in città” * OBS1

BISSON Elisabetta con “Zero” * OBS1

BLU Andrea con “Resurrezione della carne” * OBS1

BONACCORSO Giuseppe con “Esercizi di vedovanza” * OBS2

BURZO Mimì con “Il varco” * OBS3

CANI Veronica con “Tutto quello che tocco muore” * OBS3

CARCERERI Fiorella con “Giulia, coraggio”  * OBS1

CARRESI Sandra con “Sesso e morte” * OBS3

CASAPOLLO Giovanna con “S’acabbadora” * OBS3

CIANO Martino con “Il canto di Elisa” * OBS1

CIANO Martino con “Resurrezione” * OBS2

CITTÀ Massimiliano con “Spifferi” * OBS2

COCCIA Daniele con “L’Archivio” * OBS3

COL  Damiano con “Morte di uno scarafaggio” * OBS3

CORSETTI Giuliana con “Io non ricordo” * OBS3

CRESCENTINI Lorenzo con “Per i miei occhi” * OBS1

DANESE Fabiola con “Quello che (non) so di te” * OBS2

DEIURI LUISA con “Irina” * OBS1

DI CIRIACO Gabriele con “Odori” * OBS3

DINI Monica con “Amore” * OBS2

DINI Monica con “L’odore sta sotto la coda” * OBS1

FANOTTI Lorella con “Effetti collaterali” * OBS2

FILIDORO Giuseppe con “Sono un errore della natura” * OBS2

FILIPPI Lidia con “Profumo di mandorle amare” * OBS2

FRANCHETTO Daisy con “Ragnatele” * OBS1

GADDINI Michael con “La casa del silenzio” * OBS3

GOBBI Gianna con “La ragnatela” * OBS3

GOBBI Gianna con “Un pensiero unico” * OBS2

GOBBO Serena con “Non si può dire” * OBS1

LANTERNARI Diana con “La luna sul viale” * OBS3

LANTERNARI Diana con “Se mio nonno avesse le ali” * OBS2

LAURENZA Floriana con “La casa numero 66” * OBS2

LAURENZA Floriana con “La maledizione” * OBS3

LAURIOLA Simona con “Due” * OBS3

LAURIOLA Simona con “Il treno passa una sola volta” * OBS2

LEARDINI Giuseppe con “Libra necis” * OBS3

MANGIAPANE Leonardo Jacopo con “L’Orbite Furiose” * OBS2

MANGIAPELO Eleonora con “La voce di Cinthia” * OBS3

MARINI Manuele con “Il martirio di Ofelia” * OBS3

MARINI Manuele con “La corriera di Elsa corre verso il nulla” * OBS2

MARRA Pietro con “Il pigiama rosa” * OBS2

MASIELLO Umberto con “Il tizio in cantina” * OBS3

MEROLA Antonio con “L’Immortale Re Peter” * OBS3

MONTI Elena con “La macchina del tempo” * OBS2

MONTORSI Giuliana con “Le troppe attenzioni” * OBS3

MORETTI Andreina con “Malamore” * OBS3

ORLANDI Sandro con “La lettera” * OBS1

PAGANINI Lucia con “Come cerchi sull’acqua” * OBS3

PEDRETTA Alessandro con “Squame” * OBS1

PETRINO Francesca con “Battuta di caccia” * OBS2

PEZZOTTA Giacomo con “Perché i gatti cadono sempre in piedi” * OBS3

PEZZOTTA Giacomo con “Un’origine” * OBS2

PROSPERO Alessandra con “I due volti di Berenice” * OBS3

PRUNAI Gabriele con “È tutto sporco” * OBS3

RIZZI Stefano con “Caligine” * OBS3

RIZZI Stefano con “Paranoico” * OBS1

SANTUCCI Francesca con “Passione” * OBS3

SOTGIU Cristian con “Vedute psichiatriche” * OBS3

STROPPIANA DALZINI Annamaria con “Vittima” * OBS2

TRAPÈ Luana con “E da quel momento furono felici” OBS3

VERSINO Lucio con “Anime e fantasmi” * OBS3

Iuri Lombardi su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

        La cucina arancione: quando la de-costruzione diventa un atto di verità

Di IURI LOMBARDI

 

 

cover_frontLa cucina arancione, la raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita nel 2013 da Tracce per la meta edizioni, oltre ad essere un libro interessante, pieno di spunti e di riferimenti, oltre ad essere una netta e chiara (inequivocabile) indagine di un mondo minuto, emarginato, nascosto, che alberga in noi oltre che ai margini prestabiliti dal sociale, è sopratutto un’opera post-moderna in cui Lorenzo (anche in questo caso chiamo per nome lo scrittore perché gli sono amico) si colloca a pieno in un filone preciso della letteratura contemporanea (a mio avviso l’unica possibile): quella del post-moderno. Filone che se in apparenza un critico può nutrire perplessità nel definirlo, ha tuttavia dei connotati precisi che di seguito vorrei esprimere in termini storiografici.

In primo luogo, la caratteristica principale del post-moderno è sicuramente la de-costruzione di ogni classica funzione che per secoli ha avuto la letteratura. E in primo piano, la de-costruzione del classico (de-mode e anti-storico) mette in luce non solo un mutamento di rotta sulla lingua (non più conservatrice), non solo nello stile, che diventa per forza di cose un catalizzatore di eventi linguistici e ipertestuali, ma compie una rivoluzione – e consentitemi di affermare gobettiana- nel porre come protagonista della propria storia l’emarginato, il prossimo del quotidiano, volendo l’uomo medio gonfio di solitudine e di paranoie, di paure e di fobie.

Questa è in primo luogo la caratteristica della Cucina arancione. Un libro rivoluzionario – in termini, ripeto, gobettiani della parola- che mai come adesso nel panorama editoriale italiano s’era visto. Infatti, in luce di quanto sostenuto sino ad ora, l’opera di Spurio è una indagine diretta, quasi un punto di osservazione continuo, una sequenza di storie apparentemente lontane dalla normalità che quasi al lettore medio creano scandalo.

Lorenzo si cala nei panni di un viaggiatore di un mondo sconosciuto, da noi tutto saputo ma celato per timore del pregiudizio, in cui lui stesso da scrittore è costretto, vuoi per piacere della scrittura, vuoi perché curioso, a narrarci questa realtà costituita solo da muri, da alte saracinesche di paure e fobie, di paranoie e di ripetizioni. Ripetizioni di gesti, di riti quotidiani che andando ad oggettivare la materia d’indagine diventano interessanti spunti su di un contesto o più contesti sommersi alla maggioranza delle persone. E la ripetizione dei gesti, delle paure che si rinnovano regolarmente in un tempo x sono parte integrante di una nostra forma mentis che il più delle volte allontaniamo da noi per paura. L’indagine di Spurio (notevole critico letterario e studioso di un certo tipo di letteratura psicologica) fonda sulla ripetizione la propria poetica, quasi avesse assorbito in pieno e in modo positivo e costruttivo la lezione dei funzionalisti francesi, in particolare di Deleuze e Derrida. Infatti tra le righe della cucina arancione si possono cogliere una serie di spunti che legano, volente o non, la narrativa alla questione del linguaggio psicanalitico. E questo viene fuori, emerge come un relitto dalle acque profonde del mare, quasi portato a galla dalle correnti di una volontà remota, non solo nei contenuti (in cui il protagonista è l’anti-eroe), ma in particolare nella lingua.

Una lingua che nell’atto della descrizione si fa distante e riesce ad oggettivare la cosa narrata quasi come se l’autore non volesse intaccare l’oggetto conferito con la propria emozione o personalità. Esperimento questo che somiglia molto alla lezione del romanzo scientifico dei naturalisti francesi, del Verga e del Capuana per un contesto agreste e italiano, per il teatro somigliante all’epicità di Brecht.

In altre parole, si tratta di una lingua diretta, senza inflessioni emotive, che racconta il narrato con scientificità e rigore assoluto, dando al lettore la possibilità di interagire all’interno della storia come figura protagonista. Figura che ha il compito di ultimare il racconto attraverso una riflessione che trova con l’ipertestualità del testo una propria alchimia. E questo è tipico del post-moderno.

 

Altro aspetto, direi non marginale, è il discorso dello spazio/tempo come nel racconto Jonny, in cui una realtà cela e si sovrappone ad un altra, per cui il tempo e lo spazio diventano un disegno teatrale, drammatico della nostra vita. Spazio/ tempo che si annida e si esplicita in più tempi e in più spazi attraverso riti quotidiani, paure, cose non dette. Questo aspetto svela in Spurio una cultura sociologica del vedere la letteratura, nello specifico la narrativa, in cui il pensiero di Durkheim[1] e di Debord[2] trapela come interrogativo mai risolto sul nostro tempo.

Quel senso di morte (fisica e simbolica) che si respira in Durkheim pare lambire, albergare nei personaggi della Cucina arancione, come se la vita di questi si alimentasse di uno spazio/tempo proprio, fosse costellata di suicidi violenti sia verbali che fisici. Si tratta in sostanza, di attentati verso il proprio essere continui che pare non trovino soluzione.

In secondo luogo, il contesto calato in un contesto altrettanto drammatico, allude o può ricordare la famosa società dello spettacolo di Debord, in cui l’idea dell’altro e della propria persona è minacciata dall’equivoco costante e continuo dei giornali e delle immagini. Ed eccoci al punto: la cucina arancione, pur essendo un libro di racconti, è una sequenza di scene drammatiche in cui la realtà di noi tutti trova il suo naturale palcoscenico. Si tratta di una scena dolorosa, piena di traumi e paure, di muri invalicabili, in cui l’osceno non avendo più pudore di sorta (e dico in termini letterari giustamente) balza in primo piano facendo dell’opera un teatro alla Artaud[3]. Si tratta della narrativa del crudele: dello svelamento della verità. Di una verità dolorosa, antipatica, sofferente che alberga nell’uomo, ad ogni livello o estrazione sociale, che fa della vita una esistenza ferita[4].

 

27.02.2014

                                                                                   Iuri Lombardi


[1]Durkheim, Il suicidio, Bur, 2013

[2]Debord, la società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, 2011

[3]Artaud, il teatro e il suo doppio, Einaudi, 2000

[4]Moravia, l’esistenza ferita, Feltrinelli, 1999

Firenze, sabato 15 febbraio 2014: l’incontro con il “Disagio & Letteratura”

Locandina dell evento-page-001

 

Allegato 1 - Programma dell evento-page-002

Luisa Bolleri su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

LA CUCINA ARANCIONE di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Recensione di LUISA BOLLERI

 

cover_front “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio – raccolta di racconti che prende il titolo proprio da un racconto – è un libro che apprezzo molto, per aver voluto scavare con chirurgica determinazione nell’animo umano di chi viene considerato borderline, offrendoci un viaggio attraverso multiformi realtà parallele a quelle consuete, considerate nel loro insieme ‘disagio psichico’ ma che spaziano dall’innocua introversione all’omicidio. Un percorso interessante compiuto dentro labirinti mentali ignoti ai più ma anche utile ad esorcizzare certe paure che popolano i sogni di ciascuno di noi. 

In cosa si differenzia l’uomo dagli animali? Qual è il meccanismo che ha portato l’umanità, attraverso una lunga e aspra selezione, a diventare l’essere sociale e organizzato che vive oggi le nostre metropoli? La risposta sta nell’aver creato delle regole da rispettare, che non sono necessariamente le stesse in ogni luogo del pianeta. Leggi e consuetudini basate sull’esperienza collettiva, su avvenimenti storici, sulle necessità, sulla religione, a volte solo sul buon senso. Regole. A volte sbagliate, di parte, fatte dai maschi per i maschi, create a favore dei potenti, contro gli stranieri, contro chi è diverso, contro chi non si omologa al pensiero comune. A difesa delle quali si erge una barriera di istituzioni e di enti morali o etici. Rigide regole.

Ma qual è la linea di demarcazione tra il giusto, il legale, il tollerato e la libertà dell’individuo?

Generalmente nelle società più evolute ciò che non nuoce all’altro viene tollerato, si concede ampia libertà al singolo, purtroppo non sempre si riescono a evitare le forme più subdole di anormalità, nascoste tra le mura domestiche, addirittura tra le pieghe dei più intimi pensieri. Basti pensare alle forme di razzismo, omofobia, estremismo politico, bullismo, pedofilia che spesso non sono conclamate e potrebbero rimanere allo stato embrionale in eterno. Poi un avvenimento fortuito li sviluppa, facendole evolvere in forme attive di violenza. L’aggressività, gradualmente o di colpo, si muta in intolleranza, prepotenza, sopraffazione. Dilagano a macchia d’olio i maltrattamenti in famiglia, in contesti in cui difetta il rispetto dell’altro e in genere per i più deboli. Dove gli esempi del rispetto altrui sono carenti, dove l’amore è considerato possesso, dominio, proprietà, e può sfociare facilmente in stalking, o in femminicidio o in altri crimini contro la persona. Dove si può picchiare un bambino o una donna o un anziano, senza provare il minimo rimorso. Lì, dove l’embrione è cresciuto, la linea è stata oltrepassata.

Si definisce allora ciò che è normale. Chi è una persona normale e chi non lo è. Si stigmatizzano le forme di comportamento e gli atteggiamenti conformi, approvati, adeguati al vivere civile. Per diventare una persona normale si viene educati fin da bambini a rispettare le regole comuni per divenire un adulto regolare. Ma talvolta, pur in una raggiunta normalità, anche la persona apparentemente più adattata, perfino quella che non aveva mai rivelato neanche a se stessa certe inclinazioni, diventa qualcosa di diverso da sé o da quel che appariva. Quante volte si sente ripetere la frase: “Sembrava una brava persona… Non ci posso credere, aveva dei modi così per bene…”. E’ proprio da quell’apparenza fuorviante che nasce l’incapacità a comprendere che hanno i buoni verso i cattivi, l’impossibilità ad afferrare i motivi e le cause di quelle anormalità, e quindi la loro prevedibilità.

Il lettore di questo libro si troverà al cospetto di tante storie in cui la normalità comportamentale avrà deviato in forme diverse e particolari. Anomalie, stranezze, patologie, ossessioni che avvolgono il personaggio di turno in una afflizione sottile o in un’angoscia insostenibile.

Ma ciò che coglie nel segno, di questi variegati racconti, è che ciascuno di essi ci fa abitare le emozioni e i pensieri del protagonista, raccontandoceli passo passo, spiegandoci cosa provi. E attraverso le parole, le riflessioni o semplicemente i suoi comportamenti istintivi, ci mettiamo nei  suoi panni.

Un modo di raccontare teso a far comprendere come possano nascere certe situazioni. Un procedimento che scava anche nel torbido, senza voler giustificare né giudicare ma semplicemente riferendo i fatti, quasi come in una cronaca diretta.

L’autore non interviene mai con i suoi giudizi espliciti. Sarà il lettore a riflettere e, se vuole, a giudicare. 

 

LUISA BOLLERI

 

11-09-2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Francesca Luzzio su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Francesca Luzzio 

cover_frontLa  Cucina arancione di Lorenzo Spurio  è una raccolta di racconti insolita e apparentemente strana perché non propone al lettore la narrazione di fatti veri o verosimili che trovino nella razionalità la molla operativa dell’intreccio, ma lo immerge nella surreale realtà ( nessun ossimoro può essere altrettanto lecito) dei meandri nascosti della mente. Non domina , se vogliamo adoperare il linguaggio freudiano l’io, né il super-io, ma l’es, l’incognito inconscio che emerge non solo a livello  onirico, ma anche nella concretezza del vivere quotidiano, acquisendo ragione d’essere e perciò realtà comportamentale.

Il super-io razionale e pensante non crea un giusto equilibrio tra le altre due sfere, componenti della psiche, ma è come se giustificasse e desse ragione d’essere all’irrazionalità dell’inconscio ed ai comportamenti maniacali dei protagonisti delle narrazioni. I personaggi della produzione letteraria di Pirandello, hanno consapevolezza  dell’inesistenza dell’identità e l’assurdo del loro agire nasce da una convinzione filosofica per cui, secondo loro, sono anomali i normali  e normali i consapevoli del relativismo gnoseologico che, annullando il vero,legittima la pluralità di verità dei singoli individui e di conseguenza il non senso dell’essere, invece i personaggi dei racconti di Spurio,  presentano una condizione mentale anomala e ad essa rapportano il loro agire, insomma sono fissati in una forma, in una maschera che però non è quella che la società e le sue convenzioni impongono,ma è una forma alienata, estranea alla cosiddetta normalità e riconducibile ad un inconscio malato, che normalizza l’irrazionale.

Essi propongono  il loro modo di essere e di agire senza spiegare perché pensano ed agiscono in quel modo, quindi apparentemente manca una ragione di fondo che giustifichi l’anomalia,ma di fatto il lettore, proprio perché i personaggi non la propongono è indotto a chiedersi quale movente determini la non sanità mentale e simili comportamenti fobici ed ossessivi, perché lo scrittore lo immerga in questo  poliedrico mondo in cui, al massimo, solo l’istinto talvolta giustifica situazioni e comportamenti . Tuttavia in qualche racconto compare anche il quid epifanico che fa uscire dal labirinto tortuoso che veniva  considerato normalità, così, ad esempio, accade al protagonista di La mezza vita , per il quale il ritorno alla normalità è conseguente alla visita medica, o al ragazzo de L’alfabeto numerico, per il quale lo strappo del quaderno  assume la medesima funzione. Ma ciò costituisce l’eccezione, di solito i personaggi restano irretiti nella loro condizione anomala, sia essa la perdita d’identità, come in L’ordigno imploso o in La regina rossa, sia il mostro mentale che condiziona la loro esistenza. Il risultato finale per il lettore è sempre comunque umoristico: si piange e si ride nello stesso tempo e, come già si è detto, s’interroga sui motivi che possono avere indotto L. Spurio a raccontarci questa persistente follia , tipica di ospedale psichiatrico piuttosto che della comune realtà che ci circonda. Novello Benjamin, il narratore ci propone un’allegoria vuota, cioè vuole denunciare l’indecifrabilità e l’ insignificatezza dell’esistenza contemporanea. Mentre l’allegorismo tradizionale muove da una verità generale, condivisa dalla società, l’allegorismo moderno assume forme vuote che dichiarano la resa al non senso e alla crisi che caratterizza i nostri tempi. Le menti malate che popolano la raccolta di Lorenzo Spurio esprimono appieno la follia del mondo attuale, caratterizzata da un lato da solitudini egotistiche, chiuse nella virtuale apparenza mediatica, oppure arroccate nei privilegi che la ricchezza esagerata offre, dall’altra la solitudine della miseria economica o morale che  dirompono travolgenti e trascinano ad atti folli tanta gente. Vichiano ricorso storico: come in epoca barocca,come nel primo Novecento , pur con le specificità contestuali che caratterizzano ogni epoca, viviamo la morte del senso della vita e dei valori.                                                                                      

Lo stile dell’opera è scorrevole, chiaro, sintatticamente normativo; la posizione del narratore a volte è omodiegetica, tal’altra eterodiegetica, secondo la distanza che il narratore ama stabilire tra sé e il protagonista. La tecnica narrativa è varia: monologhi, flash-back, dialoghi descrizioni rendono ulteriormente fruibile  la lettura.

 FRANCESCA LUZZIO

 

Palermo, 29-08-2013

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE SENZA IL SUO PERMESSO.

IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SVOLTASI A FIRENZE IL 20-09-2013

“La cucina arancione”, il nuovo libro di Lorenzo Spurio

Un viaggio tra le pieghe disturbate dell’io

La cucina arancione: il nuovo libro di LORENZO SPURIO

 

Comunicato Stampa

 cover_frontLa cucina arancione è la nuova raccolta di racconti dello scrittore marchigiano Lorenzo Spurio che nel 2012 ha esordito con Ritorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate Editore) scritto a quattro mani assieme a Sandra Carresi. Dopo essersi dedicato ampiamente alla critica letteraria, l’autore ritrova con questa silloge la sua forma letteraria espressiva più congeniale: il racconto breve.

La cucina arancione si compone di ventiquattro racconti di diversa lunghezza e il filo rosso della raccolta è l’analisi di “casi umani”, di personalità fragili o disturbate, personaggi apparentemente sani che, invece, celano al loro interno delle inquietanti verità o problematiche che restano latenti. Nella silloge si parlerà di violenza e solitudine, ma anche di pedofilia, ossessioni adolescenziali e tanto altro. Nella prefazione firmata da Marzia Carocci si legge: «Amori non ricambiati, nonne ricordate, morti improvvise, viaggi di speranza, pulsioni devianti, magie e luoghi incantati, occasioni perdute… Un’appassionante raccolta fantasiosa, dove l’autore con immaginazione, intelligenza e acutezza, propone al lettore vicende realistiche e chimeriche di una mente che va oltre il consueto, sottolineando, però, in questo percorso d’indagine psicologica anche pregi e difetti dell’umanità».

L’opera è edita da TraccePerLaMeta Edizioni, casa editrice dell’omonima Associazione Culturale all’interno della quale Spurio è socio fondatore. Il libro può essere acquistato mediante lo Shop Online dell’Associazione TraccePerLaMeta e a partire dalla prossima settimana su qualsiasi vetrina online di libri (Ibs, Dea Store, Libreria Universitaria,..) o mediante ordinazione in qualsiasi libreria.

 

LORENZO SPURIO è nato a Jesi (An) nel 1985. Ha conseguito la Laurea in Lingue e Letterature Straniere e si è dedicato alla scrittura di racconti e di saggi di critica letteraria. Ha collaborato con prestigiose riviste di letteratura italiana tra le quali Sagarana, Silarus ed El Ghibli. Per la narrativa ha pubblicato “Ritorno ad Ancona e altre storie” (Lettere Animate, 2012), scritto assieme a Sandra Carresi; per la saggistica ha pubblicato “Ian McEwan: sesso e perversione” (Photocity, 2013), “Flyte e Tallis” (Photocity, 2012), “La metafora del giardino in letteratura” (Faligi, 2011), scritto assieme a Massimo Acciai e “Jane Eyre, una rilettura contemporanea” (Lulu, 2011).

Ha curato, inoltre, l’antologia di racconti a tema manie, fobie e perversioni “Obsession” (Limina Mentis, 2013).

Nel 2011 ha fondato assieme a Massimo Acciai e a Monica Fantaci la rivista di letteratura online “Euterpe” che dirige e con la quale organizza eventi letterari su tutto il territorio nazionale.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

                

Titolo: La cucina arancione

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione di Marzia Carocci

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2013

Collana: Oltremare (narrativa)

ISBN: 978-88-907190-8-0

Pagine: 237

Costo: 10 €

 

 

Info:

info@tracceperlameta.org –  lorenzo.spurio@alice.it

“La follia omicida dell’oggi”, poesia di Sandra Carresi

La follia omicida dell’oggi
POESIA DI SANDRA CARRESI
 
Lascerò leccare
le tue ferite
ai mie cani,
 
se le avrai.
 
Io, non lo posso
fare.
 
Potrò forse,
un giorno perdonare,
 
ma, Tu,
 
dovrai pagare
tutto,
fino in fondo.
 
Lo devi,
al Mondo.
 
 
Commento a cura di LORENZO SPURIO
imagesCANGDJLJIn questi giorni dolorosi in cui l’opinione pubblica non fa altro che parlare della povera FABIANA, la ragazza sedicenne di Corigliano che è stata massacrata dal fidanzatino e poi data alla fiamme, la poetessa fiorentina Sandra Carresi, da sempre attenta al sociale e anima delle debolezze e perplessità che nel mondo sono purtroppo talmente comuni, ha solidarizzato con la Poesia. Affinché i poeti siano richiamati a un più alto e valido impegno nelle questioni di carattere sociale, questa poesia, oltre ad essere drammatica e al contempo cronica del nefando in cui dipinge l’inaudita violenza della tragedia, può essere assunta anche come un valido proclama del nuovo impegno civico del Poeta nei confronti del malessere dell’attualità.
 
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.