“Bambini” di Anna Vincitorio, recensione di Francesca Luzzio

Anna Vincitorio, Bambini, Blu di Prussia, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

 

AAA IMMA....pngIl titolo della plaquette di Anna Vincitorio, Bambini, induce il lettore a sorridere perché naturalmente si è portati a pensare a delle poesie ricolme di tenerezza e affetto, ma  basta  volgere lo sguardo all’immagine del bimbo in copertina, al suo sguardo perso nel vuoto, alle sue labbra inarcate per sospettare che la discrasia presente tra titolo e immagine nasconda qualcosa.  Infatti già il titolo della prima lirica, “Bambino in guerra”, spegne ogni illusione di vivere liete emozioni.  La  drammatica bellezza dei versi anzi accresce progressivamente la sofferenza di chi, dotato di sensibilità e di sani principi etico-morali, legge di tanta glaciale indifferenza  degli adulti di fronte ai deboli, ai piccoli che non possono, né sanno  difendersi.

Dopo la poesia sui bambini-soldato, l’autrice volge lo sguardo ai bambini del terzo mondo, malati di AIDS, invisibili agli occhi dell’opulento mondo occidentale che, sordo alle immagini, si limita a “interrompere il video/e spegnere la luce” e “tutto torna normale” (in “Bambini invisibili”, pag.18). Ma la poetessa non demorde e continua nella sua amara denuncia per cercare di scuotere le coscienze, così utilizza la sua sapienza versificatrice per esprimere la sua profonda pietà nei confronti dei bambini abbandonati, abusati dai pedofili, dei bimbi migranti che vedono le loro umili tende, i loro rifugi distrutti, o ancora vittime di cruenti riti tribali. Forse il colore della pelle è indice d’inferiorità? Forse Gesù aveva gli occhi azzurri? E Maria Maddalena che Gesù perdonò non aveva i capelli neri?                                          

Una denuncia forte, lancinante che, se da un lato ci pone di fronte alla profonda umanità e sensibilità della poetessa, dall’altro fa emergere l’insensibilità, i vizi di tantissimi adulti che abusando dell’innocenza, uccidono il futuro dell’umanità.

La poetessa ci pone di fronte ad una realtà ossimorica: infanzia sinonimo di gioia, tenerezza, sogno e amore, quale di fatto dovrebbe essere; infanzia sinonimo di violenza, abbandono, privazione, quale di fatto è per molti bambini.  Così  indirettamente evidenzia anche la drammatica condizione socio-economica del mondo che, oggi come ieri, vede le nazioni divise in ricche e povere, in sfruttatrici e sfruttate, condannando comunque, sempre e in ogni luogo, i poveri e i diseredati a un perenne sfruttamento e alla miseria.

La poetessa nella sua commossa e partecipe denunzia si serve di versi liberi, pur non mancando assonanze: “…compimento/….mistero” (in “Cronaca”, pag.25) o consonanze  e quasi rime: “…silente/ …radiante” (idem), anche tra versi lontani fra loro, quale l’urgere del suo sentire progressivamente le ha suggerito;  adopera ora un linguaggio schietto, semanticamente pregnante, al di fuori di ogni allusività, quasi a voler mettere il lettore di fronte al fatto, quale esso realmente è: “l’ascia vibra/ e pesante colpisce/ per abbattere tutto./ Alberga ancora/in alcuno pietà?”(in “White Christmas a Coccaglio”, pag.23); tal’altra un linguaggio metaforico che trova spesso nella natura e nei suoi elementi il correlativo intuitivo-alogico che meglio ne rende la pienezza semantica, così gli eserciti dei bambini-soldato sono “campagna coltivata a grano./Ancora non maturo il tempo/per la sua chioma d’oro” o ancora “girasoli [che] hanno reclinato/la testa” (in “Bambino in guerra”, pag.13) .

A volere ulteriormente rimarcare la gravità e la persistente attualità del drammatico argomento, si potrebbe citare molta della produzione saggistica e narrativa che nel tempo lo ha affrontato, ma in fondo basta concludere sostenendo quanto diceva Dostoevskij: “offendere un bambino è il peccato più grave di cui un adulto si possa macchiare”.

Francesca Luzzio

 

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

“L’orecchio delle dèe” di Giorgia Spurio, recensione di Lorenzo Spurio

Giorgia Spurio, L’orecchio delle dèe, Macabor, Francavilla M.ma, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

spurio.jpgCompiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il libro non è un innalzamento dell’età classica, piuttosto un sapiente e riuscito sistema di rimando continuo tra l’antichità leggendaria della narrazione mitologica e il mondo concreto della quotidianità. Si instaura una sorta di confronto, che non è un parallelismo, ma che ha più la forma di un raffronto dotto e mirato tra mito e realtà, tra antichità e contemporaneità, tra tragicità (il mito è spesso tragico) e crudeltà (figlia del male d’oggi). Unico denominatore comune sono le ambientazioni che sono quelle marine, dove si compiono condanne, premonizioni, spergiuri, lotte e metamorfosi forzate che in altri termini sono attualizzate al mare nostrum fucina di vittime di migranti che anelano alla libertà e al diritto alla speranza. Il Mediterraneo diviene acqua dei numi tutelari ma anche mezzo di congiunzione tra sponde spaventosamente distanti, disgiunte da recessi profondi e perigliosi.

Giorgia Spurio, com’era avvenuto per le sue precedenti raccolte poetiche, sempre mosse da intenzioni di denuncia sociale e motivate da sdegno e riprovazione verso le politiche comunitarie (Quando l’Est mi rubò gli occhi del 2012, Dove bussa il mare del 2013 e Le ninne nanne degli Šar del 2015) torna con questa raccolta ad occuparsi, in chiave forse più ricercata, delle gravose  situazioni del mondo dove dominano la sventura e la caduta, la disperazione e il tomento, la lotta e l’odio, nonché il male nella forma della morte violenta. L’attenzione è rivolta in primis all’universo infantile. Da convinta ed orgogliosa insegnante nella scuola, l’autrice è particolarmente attaccata e coinvolta a tutto ciò che ha a che vedere con i bisogni e le problematiche dei meno grandi. Con premura e amore filiale la Nostra sente dentro di sé montare la rabbia per gli accadimenti infausti che più recentemente hanno campeggiato sulle pagine della cronaca internazionale: l’annosa questione dei barconi fagocitati nel Mediterraneo (di cui percepiamo indirettamente anche un richiamo alla disattenzione pubblica e al pervasivo menefreghismo dell’Europa che tanto discute e poco agisce); Giorgia ci parla di “fantasmi imprigionati/ nei relitti affondati” (23).

La poetessa allude ai bombardamenti in Siria con particolare attenzione all’attacco aereo a Manbij con un vasto numero di morti civili, tra cui bambini. La sofferenza per le morti degli infanti viene trasmessa per mezzo delle urla delle madri, che intuiamo essere sgraziate e senza fine. Un dolore titanico che spezza famiglie, annulla il ciclo della vita, stronca ciascuna speranza: “ha solo un aspetto, il potere:/ che ha l’odore di una lacrima” (37). Si parla di bambini morti e di donne che cessano di colpo di essere madri, ma anche di orfani, di bambini che, come nella più atroce fiaba, perdono il calore e la sicurezza dei genitori dovendo affrontare, soli, tutte le battaglie che la vita gli porrà innanzi.

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La poetessa ascolana Giorgia Spurio durante una premiazione di un concorso letterario nel quale è risultata vincitrice.

Nonostante la trattazione di simili tematiche, sebbene non vengano mai sviscerate in maniera palese, il linguaggio adoperato non è mai acuminato e graffiante, tendente a svelare un mondo in disfacimento dove l’aguzzino è sempre pronto a sottomettere la sua vittima. Giorgia Spurio utilizza un verso tendenzialmente breve e piano, pulito e chiaro, con una predilezione verso le immagini nitidi e rivelatrici delle azioni umane, avendo compiuto la saggia scelta di non insozzare di sangue e metallo il candore di versi che hanno il richiamo del mito. Non ci si pone – neppure lontanamente, né con intenti polemici – la questione del motivo del male, delle ragioni della violenza né c’è intenzione di localizzare, in maniera più o meno chiara, i fautori delle sciagure. L’orecchio delle dèe esprime il punto di vista di Giorgia Spurio, indagatrice attenta delle indicibili sofferenze umane in un’età in cui gli accadimenti più spregevoli e luttuosi non risparmiano neppure i bambini. Risulta doveroso ricordare allora anche il recente bombardamento con armi chimiche (fosforo bianco) avvenuto in Siria, nella provincia di Idlib, ad aprile di quest’anno, che ha portato alla morte per inalazione di sostanze altamente tossiche di decine di ragazzi.

La tradizione popolare ci ha consegnato le favole quali narrazioni di intrattenimento non fine a se stesso, ma spesso volto a enucleare un intendimento morale, studiato poi anche in termini pedagogici. Pur avendo molti elementi che rendono questi testi adatti per i giovanissimi (la presenza spesso di animali parlanti, la centralità di un personaggio che si batte per la giustizia inseguendo le leggi del suo cuore, le finalità ludiche e morali) essi non mancano di essere assai violenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’abbandono di Pollicino e dei suoi fratelli ad opera dei genitori che, a causa di problemi economici, decidono di lasciarli in balia di sé stessi nel bosco similmente a quanto avviene ad Hansel e Gretel; la perfidia delle due sorellastre verso la sventurata Cenerentola e  la Sirenetta che, per amare il suo uomo, acquista una pozione con la quale la sua pinna si trasforma in gambe umane, ma in cambio le viene tolto il canto con il taglio della lingua.

Ecco allora che nella poesia “La Balena Bianca di nessun romanzo” Giorgia Spurio ci fornisce una risposta dinanzi all’impiego di questo genere che, come riassunto, ha i sui pro e contro, mettendoci al corrente del rifiuto del finale della narrazione: “Ogni notte le madri rimboccavano le coperte/ ai figli, piccoli, senza raccontare la fine/ di quelle leggende/ mai che la morte potesse toccare i loro visi/ Mai” (27-28). Dinanzi a una società che si è omologata al male e che non è neppure in grado di preservare le nuove generazioni è meglio impiegare la più semplice mistificazione: non è possibile narrare di morte in un mondo dove essa è già all’ordine del giorno. La cronaca che si sostituisce alla favola. Il mondo spensierato e ludico che viene sopraffatto dalla nefandezza delle azioni umane che hanno amplificazione dappertutto.

C’è un’ultima importante sezione nel libro che ha il titolo di “Resurrezioni” e che vuole permettere un respiro diverso, fomentare una possibilità di redenzione e di ravvedimento da parte dell’uomo che possa redimerlo e condurlo a una dimensione di quiete sociale. Non si tratta, a mio avviso, di un comparto scontato o forzato, questo, piuttosto, necessario se davvero è nostra intenzione accettare l’idea che al male possa opporsi il bene, evitando la facile rassegnazione o, ancor peggio, la mera indifferenza. Ecco allora che quel processo mimetico e metamorfico che Giorgia aveva impiegato con riferimento alle divinità dell’antica Grecia e alle loro non felici storie ritorna qui, nelle poesie più marcatamente pregne di vita reale, di disagio sociale, di impellente trattazione. La poesia “Boccioli” canta l’avanzata di una primavera solidale e allargata, il rifiorire del buono come pure la giusta preservazione dell’istituto dell’infanzia. Questa poesia ha il tono di un testo tra il liturgico e il salmodico, l’idea di un mondo di pace non ha la forma illusoria di un’ipotetica utopia ma della saggia convinzione, di un rinnovamento salvifico pronosticabile e raggiungibile. Da un mondo di polvere ed urla, di case abbattute e dove la luna, unica regina del cielo ha deciso di rimettere il suo diadema regale e caracollare a terra come tutti gli uomini, Giorgia Spurio traccia il presagio del bene: i bambini ritorneranno ad abbracciare le proprie madri, i demoni diventeranno angeli, la luce riaffiorerà ed anche la luna, dimentica del suo passato inglorioso e della sua abdicazione, tornerà indomita e lucente a regnare nei cieli in ogni angolo del pianeta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

In uscita “Un perfetto idiota” di Frank Iodice

copertina-low-2Uscirà nel mese di Febbraio il nuovo romanzo di Frank Iodice, Un perfetto idiota.  

Frank Iodice è uno scrittore e giornalista freelance, collabora con diversi giornali e riviste e insegna italiano presso la Florida State University. È autore di Anne et Anne, lanciato sulla rivista Nuova Antologia da Massimo Carlotto. 10000 copie del suo Breve dialogo sulla felicità con Pepe Mujica sono state distribuite gratuitamente nelle scuole.

SINOSSI:

Marsiglia, un gruppo di minori affidato a un custode notturno, totalmente inesperto; sua moglie, che resta sveglia ogni notte ad aspettarlo; una bambina di sei anni, che si affeziona a lui e farà di tutto per restargli accanto; una giovane educatrice, che decide di cambiare vita e si lascia coinvolgere in un riciclaggio di denaro e azioni bancarie; e una vecchia prostituta argentina, che rivive la sua storia d’amore con il suo primo fidanzato, nel frattempo diventato parroco. Un romanzo sul peso del giudizio: una storia d’amore tra un uomo, una donna e una bambina.

ESTRATTO:

“Lo zainetto di Odette era uno zainetto da grandi, non c’erano dinosauri, balene, né tutta quella roba per bambini, e lei lo sapeva perché lo trattava come una donna adulta tratta la sua borsa, con la noia verso qualcosa da trascinarsi sempre addosso e la devozione per un oggetto magico che contiene tutti i suoi segreti. Era bianco, si chiudeva con un laccio, quindi dovevi anche saper fare il nodo, e non un nodo qualsiasi che si impara a cinque anni, con le due farfalline che si incrociano, ma uno abbastanza forte da allacciare e slacciare tutte le volte che ti pare senza che si ingarbugli. E comunque, anche quando si ingarbugliava e si creavano più nodi uno dentro l’altro, Odette aveva la sua tecnica per scioglierli tutti. A me, non l’ha mai spiegata.”

Info/Contatti:

www.frankiodice.it –  frankiodice@hotmail.com 

“Una lettera speciale” di Alessandra Montali, prefazione di Lorenzo Spurio

Una lettera speciale di Alessandra Montali

Illustrazioni di Manuela Testaferri – Ilari Edizioni, 2016

Prefazione di Lorenzo Spurio 

La particolarità dei racconti per l’infanzia risiede nella possibilità che il meraviglioso si realizzi. Si tratta di una potenzialità che spesso è in grado di allettare anche le menti dei meno giovani, permettendo loro di fare un bel salto dalla terra alla quale, per abitudine e noia, sono fortemente ancorati. Nella storia proposta da Alessandra Montali il meraviglioso prende forma attraverso un Babbo Natale che –a differenza delle canoniche e variegate richieste di bambini- si vede recapitare un messaggio anomalo. L’anomalia della comunicazione che il nonnino più buono di tutto il mondo riceve non risiede tanto nella richiesta –pure rivelatrice dell’esigenza di un approfondimento del significato religioso della Natività- ma nell’identità del richiedente. S’innesta, così, una sorta di colloquio intertestuale tra una tradizione assai nota e di derivazione pagana, quella appunto della figura di Babbo Natale, con una tradizione dogmatica, biblica, confessionale che ci parla di Cristo e della sua nascita.

15055815_1305045412880404_3943279718845370162_nCome ogni domanda o lettera che Babbo Natale riceve, anche questo messaggio avrà una risposta. Concretamente il vegliardo nonnino –avvalendosi della tecnologia 2.0- riuscirà a dar compimento al desiderio espresso in maniera sì appassionata e convinta da un desolato mittente, deluso dall’attualità rombante priva di virtù. Non un regalo costoso. Neppure un animale da compagnia. L’invito prontamente recepito si tramuta in un messaggio dai toni rivelatori e salvifici, dall’impronta corale che, nella profondità del suo nucleo, parla di amore e di fede. Ambiti che permeano la natura umana e consentono all’essere vivente di definirsi uomo, per mezzo di una inclinazione che fanno dell’autocoscienza e del rispetto immutato verso gli altri, i suoi principi cardine.

Lorenzo Spurio

16-10-2016

“Le regole del controdolore” di Valentina Meloni, recensione di Lorenzo Spurio

nanita (pseudonimo Valentina Meloni), Le regole del controdolore, Temperino rosso edizioni, Brescia, 2016

Recensione di Lorenzo Spurio  

 

Tutte le parole

sono scivolate fuori

dalle tasche (27)

downloadComplicato approcciarsi in termini critici a un libro come questo recente di Valentina Meloni, la poetessa di origini romane oggi naturalizzata umbra, che ha dato alle stampe Le regole del controdolore (Temperino rosso edizioni, 2016) sotto eteronimo di “nanita” come è piuttosto nota nel web. Lo è non tanto per la vastità delle ambientazioni intime investigate o le tematiche che sottendono ai vari componimenti,ma proprio per un motivo basico, che si ravvisa alle fondamenta e che obbliga a una domanda di fondo: perché un libro come questo?

L’autrice in nota di apertura ci informa che forse questo non è neppure un libro di poesie quando, in realtà, esso lo è eccome. La poesia non si riconosce solo visivamente dall’organizzazione in versi che spezzano frasi ma dall’intensità del linguaggio che i contenuti evocano.

Le regole del controdolore è un libro divertente e giocoso, intimo e fanciullesco, scanzonato e proiettato verso il mito dell’infanzia, ma al contempo riflessivo, denso di immagini e pillole che consentono al lettore di riflettere e di riscoprire la sua componente meno razionale. Al suo interno il lavoro è stato diviso in numerosi raggruppamenti che non possiamo definire con esattezza vere e proprie sillogi ma che si configurano, piuttosto, come livelli progressivi di un gioco a fasi, intervalli di esperienze e approcci al mondo, raffronti riavvicinati con la propria genialità repressa che fuoriescono e che la Nostra ci consente di percorrere con soavità, privi di quell’aurea pesante e seriosa che spesso i lavori poetici impongono.

Dell’autrice c’è molto: l’amore forte e la profonda preparazione sugli aspetti fondanti a quella che –forse impropriamente ma in maniera generalizzata- possiamo definire la letteratura dell’infanzia (a renderlo palese una citazione della scrittrice Vivian Lamarque), ma anche di una letteratura che ha in qualche modo posto l’interesse sulla necessità di rompere il disincanto per allietare ed affabulare, arricchire in senso positivo e gioioso, sottolineando in maniera rimarchevole quanto un approccio di tipo ludico e spensierato dinanzi all’esistenza possa spesso costituire, se non la risoluzione pratica ed efficace ai problemi, di certo un lenitivo significativo.

Inevitabile il riferimento al “controdolore” del geniale Palazzeschi, esponente di spicco dell’avanguardia italiana ed europea che in quel manifesto audace e strampalato, di certo irriverente e pretestuoso, aveva stilato un programma –dai tratti anche macabri- di purificazione e ringiovanimento della società mediante il riso. Attraverso la riscoperta del divertimento e del ridere, anche dinanzi a situazioni sconvenienti e nelle quali il riso non sarebbe di certo la risposta più spontanea e riguardevole.

Palazzeschi, per gran parte della sua esistenza letteraria, è stato uno di quegli autori  ardimentosi che forse hanno tirato un po’ troppo la corda ma di certo ha operato a livello delle coscienze umane in maniera notevole: le estremizzazioni più repellenti di cui dava sfogo nel celebre manifesto erano invocazioni provocatorie, biechi tentativi di far rinascere autostima e motivare una risposta di sdegno e appropriazione di coscienza come, appunto, la società del periodo necessitava.

Il fatto che Valentina riprenda un autore come Palazzeschi è cosa assai curiosa; l’intero suo volume è in fondo un validissimo strumento avanguardistico dove con impulsività la voce più forte che si sente è quella dell’impavido ragazzino alle prese con scorribande o a salire grandi alberi nonché a stupirsi dinanzi alle stelle e alla morfologia delle nuvole. Ad accompagnare le varie riflessioni poetiche della Valentina bambina sono una serie di raffigurazioni grafiche a matita che completano il percorso che al lettore è consentito di fare tra cui un paio di disegni formati da tessuto sintattico che tanto fanno pensare alle celebri poesie visive di un altro avanguardista, Corrado Govoni.

La traiettoria principale di questo libro è forse quella di non avere nessuna traiettoria. Non vi sono binari che conducono in maniera ordinata e lineare un percorso tra le varie emozioni del narrato. In questo recondito mare di assenza di certezze e determinazioni –che è poi il setting ideale della fiaba o delle narrazioni per bambini- l’io poetico si perde e con esso anche il lettore si dimena in un bosco di difficile fuga (vien quasi da pensare, a tratti ad Alice di Carroll o a Pinocchio disperato che fugge i suoi spazi domestici per trovarsi poi, sbadatamente e colpevolmente, in situazioni di precarietà), vivendo un disorientamento che è dolce perché vivifica il tempo ormai annullato, quello della memoria dell’infanzia.

Queste poesie fuggono dal foglio nel momento in cui le leggiamo, si nascondono, prendono vita in oggetti animati, in presenze indistinguibili, popolano la nostra stanza. Ci accompagnano e ritornano: ad intervalli ritornano nella nostra abitualità, altre volte riaffiorano d’impeto e ci terrorizzano.

Le parole si intrecciano e scorrono veloci, si mischiano in maniera convulsa, si sciolgono e si dilatano, s’infiammano ed esplodono, si rincorrono e poi ancora, nel momento in cui avevamo creduto di afferrarle e farle nostre, ci sfuggono librandosi nel cielo, in forma di stella o diventano polvere.

Bisogna saper/ ridere/anche del dolore” appunta la Nostra in apertura a una delle liriche dall’aspetto filiforme, chiosando il già citato Palazzeschi. Non hanno, però, i suoi versi intenti arroganti e sconsiderati –come potevano apparire le enunciazioni del Palazzeschi del manifesto-, piuttosto racchiudono l’esigenza di una riscoperta, la voglia di ritrovare il cantuccio dell’infanzia, di poter credere che quella spensieratezza e gioia incontaminata degli anni verdi possano in qualche modo continuare nel presente spesso fosco di problemi e preoccupazioni. Il mito dell’eterna infanzia di cui Barrie in Peter Pan ci parla non è allora una scriteriata utopia, un progetto imbelle di inapplicabile forma, ma desiderio stesso di vivere la vita con il pennello in mano per colorare ogni cosa con le tinte più luminose e ridenti.

In questo modo quella “bambina/ -prigioniera-/ chiusa in un corpo/ di donna” (65) uscirà da una reclusione dolorosa e privativa del suo inderogabile diritto di essere. La chiusa del libro si apre con una citazione del Baudelaire dei nefasti e marci Fiori del male che, per una volta, ci dà un messaggio di apertura: “Felice chi […] comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”. La Nostra, con il dono che le è proprio, con la sua genetica predisposizione al canto e all’osservazione, alla maliosa fuga dal reale, alla simbiosi vegetale e all’affratellamento al regno degli alberi, sembra esser una fata che comprende meglio di ciascun botanico il linguaggio della natura, tutta impegnata ad abbracciare bruchi e far il solletico ai variopinti funghi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-09-2016

“Le ninne nanne degli Šar” di Giorgia Spurio: presentazione il 17 settembre

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COMUNICATO STAMPA

Giorgia Spurio, giovane scrittrice ascolana pluripremiata e con vari libri di poesia pubblicati, continua i suoi incontri con i lettori e con gli amanti della scrittura e della poesia. Sabato 17 settembre ore 18, il suo nuovo libro “Le ninne nanne degli Šar” farà tappa al Centro Commerciale Città delle Stelle (presso lo spazio adibito, spazio Fuoriluogo) a Castel di Lama (AP), in collaborazione con la libreria Mondadori.
A moderare l’incontro saranno Maria Grazia Isolini e Matteo Giorgi.
Un incontro immerso nella magia del verso e di un viaggio, quello del bambino protagonista che con la sua famiglia dovrà lasciare la Macedonia per arrivare in Italia.
Il libro, definito “romanzo di formazione in versi”, sarà un viaggio per piccoli e grandi. Sarà un viaggio “reale” con dettagli geografici dai monti Šar, al confine tra Kosovo e Macedonia, fino alle coste d’Italia. Sarà un viaggio interiore, ricco di dettagli pedagogici.
Un viaggio che solo i libri riescono realmente a creare.”