La terra che trema è sempre la mia terra. La poesia di Gianni Palazzesi nell’opera d’esordio “Frammenti d’incertezza”

a cura di Lorenzo Spurio 

La poesia di Gianni Palazzesi è intrisa di terra e ci parla di emozioni dolci, di preoccupazioni e di aneliti di speranza. La terra è presente nelle sue varie sfaccettature, a partire dalla sua realtà geografica, vale a dire dall’ambiente in cui è radicato, ai legami familiari tra antecedenti e discendenti, seguendo con amore e orgoglio le radici genealogiche. Cari che il nostro ricorda con affetto e nostalgia, come la figura paterna, al centro di numerose liriche di questa sua opera prima, ma anche la madre, ormai anziana e chiusa in un mondo tutto suo che osserva, al di là della finestra, il giorno che nasce e che muore. Versi la cui semplicità delle immagini consente di enfatizzare il carico sensoriale del poeta, trasmettendo in maniera efficace al lettore il forte rapporto che lo lega alla sua famiglia, come pure al contesto ambientale della Provincia maceratese. Le poesie non difettano, infatti, di elementi che permettono di circoscrivere l’ambiente prettamente di campagna di cui la terra è mezzo primario ma Palazzesi non disdegna neppure l’immagine archetipica dell’acqua: le onde del mare che si frangono sugli scogli ma anche la neve, acqua nella sua forma cristallina, che il poeta invoca come felice immagine dell’infanzia e motivo di stupore.

Il poeta sembra calarsi quale narratore onnisciente, esimendosi di prendere parte attiva sulla scena preferendo, invece, situarsi in un cantuccio per osservare meglio, a distanza e non visto, ciò che accade. Non si tratta di un voyeuristico origliare, piuttosto di un’esigenza di guardare oltre: non solo ciò che prende forma, ma ciò che esso trasmette e significa. Proprio come l’immagine del padre affaticato per l’età o, più verosimilmente, per il duro lavoro nei campi: “guardo mio padre falciare/ grondante di sudore”. Risalta la figura dell’uomo laborioso, del contadino operoso e attento, scaltro nel suo lavoro, taciturno e perseverante con il quale la critica ha tratteggiato la tempra del marchigiano, del saldo uomo di provincia, amante della sua terra e di essa depositario e custode. Le immagini così fulgide di vedute del padre nella sua attività agricola danno modo di pensare e di sperare a occhi aperti che possa tornare a rivederlo: “Cammino da solo… rassegnato/ […] credo ancora/ di incontrare mio padre, di trovare fiori”. La malinconia che il poeta sente nei confronti del padre ormai lontano dal tempo dei fiori (della felicità, della completezza) sono resi con una terminologia piana, senza retoricismi né bovarismi di sorta: l’effetto che il poeta produce è forte e indiscutibile. Dolore per l’assenza della figura del padre, una sensazione di stordimento e incomprensione: lo scenario agreste, quella terra ricca e rigogliosa a seconda dei cicli di crescita e raccolta, non è la stessa di quando il padre ne era parte integrante e operativa. Se la mancanza è percepita in maniera pressante e costante, d’altro canto il poeta sembra convivere con una certezza, consolatoria se non del tutto pacificante, di una qualche interazione – pur indiretta – da parte del padre: “Ascolti ancora/ i miei silenzi/ padre oltre la fine”.

17264117_1900802980195819_9110590028767135151_n
Il poeta Gianni Palazzesi

Nativo di Treia e residente ad Appignano dal 1964, il poeta si configura territorialmente e identitariamente con la provincia maceratese, spazio localizzato nel centro della Regione dove, secondo gli studiosi, dal punto di vista linguistico (dialettale) sarebbe da ascrivere la natura più propria e distintiva di un ideale vernacolo marchigiano. Definizione, questa, assai ampia e pertanto imprecisa essendo la nostra terra plurima per influssi, caratteri e tendenze e dunque anche dal punto di vista linguistico. Non è interesse diretto del poeta quello del dialetto ma senz’altro verso l’amore per la sua terra che, anche nei componimenti che hanno un destinatario palesemente amoroso per una donna, non manca di essere definita, allusa, abbozzata. Il “picchio scrupoloso” è immagine di questa terra mediana in cui proprio tale pennuto è identificativo della regione, un tempo definita Picenum, da picus, appunto, che significa ‘picchio’.[1] Alcuni stralci paesaggistici, uniti a un approfondimento esistenziale, possono essere rintracciati in maniera chiarificatrice nella poesia “Antica terra mia” (una delle tre datate 1976):

La mia terra,

come un intreccio d’edera

un amore, la mia vita

la mia esistenza, il mio avvenire

tutto nella mia amata terra.

C’è poi la terra nel suo subbuglio, nelle onde telluriche che sconvolgono le placche, fanno sussultare persone, cadere case, inquinare di tormento l’anima dei fanciulli. La nostra regione – purtroppo – non è affatto nuova a episodi sismici: nel 1997 forti scosse interessarono le zone di confine tra Marche ed Umbria nei pressi di Colfiorito-Gualdo-Foligno[2] e, più recentemente, nel 2016 il tremendo terremoto che colpì l’alto reatino (Accumuli, Amatrice, Illica, etc.) diede vita a un lungo sciame sismico (ad oggi ancora attivo) che ha interessato in maniera assai significativa le Marche meridionali con particolare attenzione ad alcune aree del Maceratese. La poesia “Non scapperanno” è proprio dedicata ai terribili momenti che hanno interessato il nostro territorio e che ha distrutto interi centri quali Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, a poche decine di km dai luoghi abitati dal nostro.

Palazzesi non chiama l’origine dello sfacelo col suo nome, ce lo descrive, invece, mediante il suo dato sonoro e tramite i gravosi effetti che esso ha prodotto: “un boato lo annuncia/ sotto una nuvola di polvere/ tutto è crollato”. Dalla visuale sull’ambiente urbano sprofondato su se stesso, il grandangolo si concentra sulle disagiate condizione delle genti, miracolosamente illese, che, pur private di ogni cosa – forti nella loro spartana semplicità e austera dignità – non lasceranno la loro terra, le proprie origini, i loro monti, le strade, quell’ambiente che li ha visti nascere e crescere: “persone ancorate alla terra natia/ alle macerie/ fondamenta per il nuovo domani”. La terra – che immaginiamo colorata e in pace con sé stessa – è ormai sostituita da rottami di cemento e altri materiali, ferri torti, travi scheggiate, materiali che in sé trasmettono il segno e la gravità dell’accaduto ma che – nella necessaria speranza che s’intravvede – sarà materiale di risulta per una ricostruzione degli spazi, delle case, del centro abitato, della vita sociale. Apprezzabile e non per nulla scontato questo messaggio di fioca luce che è necessario per poter risalire la china di una depressione delle genti a seguito delle scosse che li ha privati delle proprie case, quando non della propria vita o di quella dei propri cari.

Questo mostro tumultuoso che tutto scrolla ritorna anche in altre liriche, scritte nel lontano 1976, nelle quali Palazzesi, allora in servizio militare a Pordenone, avvertì distintamente le scosse del terremoto del Friuli (prima scossa maggio 1976 e recidive nel settembre dello stesso anno per un totale di 900 morti circa); nella poesia “Li ho visti” il ricordo indelebile dei soccorritori che nella frenesia del momento diedero anche la loro vita al servizio degli altri: “Ho sentito la terra tremare ancora/ e dal loro lavoro… solo macerie”. Angoscia che il poeta ha rivissuto recentemente e che ha tratteggiato in “Attimi infiniti”, poesia il cui sottotitolo recita “Sei tornato”. Quasi un rapporto confidenziale con qualcuno che si è conosciuto già (a Gemona, per l’appunto) e che ora, di soppiatto fa capolino nuovamente gettando nell’angoscia e alimentando quell’incredulità di esserci nel domani. “Sei tornato ancora/ spaventoso e devastante” al punto da rimembrare la traumatica esperienza vissuta in Friuli: “Sei tornato/ a fine estate/ come allora,/ come nel ’76 a Gemona/ aprendomi ferite mai guarite”. L’avvento della forza della terra è capace di rivitalizzare e rinvigorire un dolore passato e, forse, mai del tutto metabolizzato. Lo scuotere della terra, delle fondamenta della propria casa, e l’insicurezza che, come un velo gelato, ammanta il poeta e le sue genti rattrappendone gli arti e ostacolandone le funzioni vitali. Sospensione e angoscia in cui la minaccia della magnitudo e delle scosse di assestamento non consentono di riprendere quella parte della propria esistenza, dei propri desideri e di sé stessi che prima dell’evento infausto rappresentavano la normalità. Palazzesi, anche negli istanti più dolorosi e nevralgici, mantiene un tono contenuto nel quale non si percepisce mai più di una desolazione disarmante; la stizza e lo sconforto – pure possibili e concreti in tali circostanze – non prendono mai il sopravvento. Il verso tiepido e improntato alla resa di immagini desolanti che ben conosciamo vive nell’intenzione mai doma di omaggiare e baciare quella terra mitica e arcaica che fu dei suoi avi e delle sue genti e che, “come un intreccio d’edera” non ha da essere sgrovigliato né divelto. 

14390843_1809195769356541_7350612758266942154_n
Uno scorcio suggestivo della campagna maceratese  al tramonto.

La doverosa attenzione va anche posta sul titolo di questa raccolta che costituisce – al di là di varie singole poesie pubblicate in antologie e riviste – la prima pubblicazione organica. La parola ‘frammenti’ sembrerebbe richiamare quella tendenza poetica inaugurata agli inizi del secolo scorso e definita per l’appunto “tecnica del frammento”; si trattava di un genere destrutturato e innovativo di comunicare concetti in cui non era ben definibile una demarcazione netta tra la poesia propriamente detta e ciò che in seguito sarebbe stata definita prosa poetica. La poesia di Palazzesi, che non ha nessun carattere proprio della prosa, viene proposta quale summa di frammenti, vale a dire di appunti, di schegge, un mosaico fatto da elementi che si caratterizzano per la loro esiguità e frammentarietà. Frammenti che, uniti in un contesto concettuale com’è proprio quello della raccolta (il tema della terra, come detto) si connotano ancor meglio nella loro compatta consequenzialità e legame. Una raccolta di idee e disegni lirici, di brandelli emozionali, di tessere di uno schema ben più ampio e complesso. La buona poesia, in fondo, dovrebbe sempre essere sotto forma di un frammento, auspicando la trattazione di determinati momenti, episodi o stati emotivi concepiti nel loro tempo/spazio nei quali si sono originati, sviluppati e diffusi. Il fatto che questi ‘frammenti’ siano collegati alla ‘incredulità’ costituisce, invece, un assioma curioso, ben difficile da sviscerare direttamente. Incredulo è colui che è refrattario a fidarsi o a credere; sulle ragioni che possono determinare tale situazione non è possibile mappare il vasto spettro delle possibilità ma basterà dire che una incredulità può derivare da una debole auto-stima, da una mancata comprensione del mondo o dell’altro, da un temperamento inflessibile con sé stessi o, ancor più, dalla mancanza effettiva di quegli arnesi conoscitivi atti a porre l’individuo nelle condizioni propizie per maturare una responsabile sicurezza e convinzione. Qui, nell’opera di Palazzesi, sembrerebbe che quell’incredulità ha più a che vedere con un misto di stupore per la natura e di scoramento per gli sconvolgimenti sismici che tanto spesso hanno lambito l’esistenza del nostro, in luoghi ed età diverse. Incredulità quale forma di meraviglia e gaudio ma anche come incapacità di convincersi dell’impossibilità di rivivere i momenti felici del passato. Occhi bagnati da lacrime che sono amare per il senso di nostalgia e mancanza ma anche di commozione e pienezza per il presente che è foriero e scrigno di gioie e ricchezze emotive.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 17-11-2017

 

[1] I piceni storicamente furono stanziati tra il IX e il III secolo a.C. in un’ampia fascia di terra rispecchiante sull’Adriatico compresa grosso modo tra il corso dei fiumi Foglia (che nasce in Toscana sul Monte Sovara e poi attraversa Pesaro sfociando nel suo mare) e il fiume Aterno (che nasce dal monte della Laga, passa nell’Aquilano unendosi poi al Pescara e sfociando nel mare dinanzi al capoluogo abruzzese). I piceni avevano conquistato dunque un ampio territorio che comprendeva le Marche e parte dell’Abruzzo. Al nord delle Marche, invece, erano stanziati i Galli.

[2] La scossa più distinta fu il 26 settembre 1997 in una frazione di Foligno. Ad essa ne seguirono numerose altre e lo sciame sismico durò per circa un anno. Il numero complessivo delle vittime fu di circa dieci vittime ma produsse circa lo sfollamento di 80.000 case. La navata principale della Basilica di San Francesco ad Assisi crollò uccidendo alcune persone.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Poesia marchigiana al femminile: gli incontri con Michela Tombi, Jessica Vesprini e Rita Marchegiani

Immagine

Con piacere segnalo alcuni degli eventi culturali che nei prossimi giorni interesseranno alcune voci poetiche al femminile della nostra amata Regione che proporranno al pubblico le loro recenti pubblicazioni.

Sabato 21 ottobre alle ore 17:00 presso la Sala Conferenze della Biblioteca Diocesana “Cardinale Petrucci” di Jesi (AN) verrà presentato il libro “Dentro il mio vento” della poetessa pesarese Michela Tombi. Altra valida poetessa delle Marche settentrionali che approda alla Diocesana di Jesi al ciclo di eventi “Incontri con l’autore” della Associazione Culturale Euterpe di Jesi dopo la presentazione di “Il canto di Cecilia e altre poesie” della poetessa pesarese Laura Corraducci (tenutasi lo scorso 7 ottobre). La nuova opera della Tombi si apre con una nota critica di Lorenzo Spurio posta quale prefazione nella quale traccia il percorso poetico della Tombi iscrivendolo a ragione all’interno dell’ampio scenario poetico marchigiano sottolineandone alcuni caratteri precipui al sentimento di marchigianità di antogniniana memoria. Poesia incantata e nutrita di lucore silvano, quella della Tombi, con versi che si metamorfizzano nell’ambiente naturale e di essi respirano: leggiadra ninfa e amazzone pacifica, la poesia della Tombi è canto d’anima, effluvio inarrestabile di sentimenti in cui è l’empatia con il mezzo vegetale a individuarsi distintamente. Poetessa degli alberi, ma anche della campagna e del mare, di quegli ecosistemi a lei familiari che caratterizzano indelebilmente la nostra terra di provincia che è capace di esaltare con orgoglio. Pennellate variopinte di una natura che non è scenario silente delle sole azioni dell’uomo ma attenta scrutatrice, amica sodale, presenza tacita ma confortante. Nel volume è anche presente una breve nota del poeta di Sassoferrato Antonio Cerquarelli, accademico, pluripremiato e autore di “Un fremito di verdeluna”.

 

 

L’autrice è nata a Pesaro nel 1973, città nella quale vive e lavora. Prima di dare alle stampe “Dentro il mio vento” ha pubblicato le raccolte poetiche (auto-prodotte): “Dedica al mistero” (2013), “Lo scrigno dell’anima” (2014) e “Con gli occhi della luna” (2015). Suoi testi sono presenti in volumi antologici tra cui “L’amore al tempo dell’integrazione” (a cura di L.Spurio, S.Vignaroli e A.Montali) curato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi nel 2016 a sostegno dell’Istituto Oncologico Marchigiano (IOM).

All’evento, organizzato dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi e Patrocinato dal Comune di Jesi e dalla Provincia di Ancona, parteciperanno il poeta senigalliese Elvio Angeletti e il collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe” Stefano Bardi. Il critico letterario prof. Vincenzo Prediletto rivolgerà un’intervista all’autrice relativamente alla sua predisposizione poetica e alle tematiche da lei normalmente poste al centro della sua attenzione.

tombi-page-001.jpg

 

Domenica 22 ottobre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Urbisaglia (MC) si terrà la presentazione al pubblico della raccolta di componimenti poetici di Jessica Vesprini dal titolo “De-Sidus”. L’evento, organizzato dalla locale Associazione Culturale Socialmente con il patrocinio del Comune di Urbisaglia, vedrà la partecipazione del prof. Alberto Scocco nel ruolo di moderatore.

Jessica Vesprini è nata a Fermo nel 1975, vive a Civitanova Marche (MC). Ha collaborato con la rivista “UT” e recentemente la sua poesia “Mezzavalle” è stata selezionata per l’antologia benefica “Adriatico. Emozioni d’onde e sentimenti” della Associazione Culturale Euterpe di Jesi (curata da S.Vignaroli, L.Spurio e B.Trivak) di prossima pubblicazione.

Il volume della Vesprini è dotato di un apparato critico del dott. Ubaldo Sagripanti, noto psichiatra civitanovese nonché scrittore, pittore e membro della Associazione Dantesca di Civitanova Marche. In esso si legge: “È un’opera impregnata di desiderio e inevitabilmente di mancanza in cui l’incontro, la ricerca e la perdita di Amore sono offerti con immediatezza fotografica autentica, appassionata e vissuta senza sconti. Ognuno dei componimenti illumina un preciso istante di tempo attraversato e che attraversa, di quella presenza a sé stessi che si fa poesia nel momento in cui, la parola che si è imposta all’autrice, viene restituita e trasformata nel segno irreversibile di quel tempo fatto di attimi che è l’unica porta del mistero nudo, sensuale e purissimo della vita che a ognuno di noi è dato di vivere, se lo scegliamo, una parte più e meno altrove”.

Quella della Vesprini è una poesia d’amore e di lontananze, di complicità perdute e di ricordi, che riflette e ha a che vedere con la solitudine imperniata sulla lacerante considerazione che spesso “non basta l’amore/ per avere ragione”; il linguaggio sembra piano e modellato su scelte lessicali non particolarmente elaborate, sebbene non di rado facciano capolino espressioni cariche di criticità, allarme sociale e foschi pensieri come quando, nella poesia “Vita”, parla di un tempo in cui “l’amore gioca con lo stupro”.

22491488_1643323355690691_5853071642860992161_n

 

Sabato 28 ottobre alle ore 17:30 presso il Palazzo dei Priori di Montecassiano (MC) si terrà la presentazione del nuovo libro di poesie di Rita Marchegiani intitolato “Gli anni dell’incanto”. Libro dedicato ai ricordi di un’età passata eppure ancora così presenti e vividi nel presente della Nostra: l’esile raccolta poetica è una summa di episodi che, pur nella loro ritualità, hanno rappresentato inscindibili momenti che hanno scritto la vicenda umana della poetessa. Si riflette su ciò che è passato e su ciò che il tempo ha tramutato. La resa finale non è negativa seppur gravata da densa malinconia e da strali di una sofferenza lucida. Rincorrono le immagini pluri-semantiche del silenzio, dell’incanto perduto, della lontananza e del sentire l’assenza.

Rita Marchegiani è nata a Montecassiano (MC) nel 1959. Si è laureata in Medicina e Chirurgia e svolge la professione di medico. Ha pubblicato i libri di poesia “I colori della vita” (1983), “La stagione dei desideri” (1998) e “Madeleine” (2004). È redattrice della testata libera di informazione «Ftnews» nella quale scrive per l’angolo del poeta. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la poesia e la narrativa in vari concorsi letterari.

La presentazione sarà condotta dai relatori prof.ssa Elvira Pensa del Politecnico di Milano nonché responsabile della casa editrice APE di Terni che ha pubblicato il libro e dal dott. Lorenzo Spurio, scrittore, poeta e critico letterario, Presidente della Ass. Culturale Euterpe. L’evento sarà arricchito dalla presenza dell’ospite Noemi Romiti (cantautrice); altri interventi verranno fatti dal prof. Maurizio Boldrini (Direttore del Minimo Teatro) e dal dott. Amerigo Sbriccoli (Presidente dell’Ordine dei Medici di Macerata). L’evento è organizzato dal Comune di Montecassiano con il patrocinio e sostegno dell’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra.

22528234_10214236789257044_4166570211934332167_n.jpg

La Jesi rinascimentale rivive con il nuovo romanzo di Stefano Vignaroli

A Jesi venerdì 21 Luglio alle ore 21 la presentazione del nuovo romanzo di Stefano Vignaroli, “La corona bronzea”.

Avatar di assculturaleeuterpeAssociazione Culturale Euterpe

cover.jpgCompleta immersione nella Jesi rinascimentale venerdì 21 Luglio con la presentazione al pubblico della nuova creatura letteraria dello scrittore e amante di storia Stefano Vignaroli. L’autore, dopo varie esperienze di pubblicazione e il romanzo “Lo Stampatore – L’ombra del campanile” (autoprodotto), felicemente presentato in più occasioni, farà conoscere al pubblico il suo seguito raccolto sotto il titolo de “La corona bronzea” con esplicito riferimento a uno dei principali e intramontabili emblemi della città.

L’evento, organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe di cui Vignaroli è socio fondatore e Consigliere e con il Patrocinio del Comune di Jesi, si terrà il 21 Luglio alle 21 nella piazzetta Ghislieri, dinanzi il Caffè Pergolesi, e sarà condotta dallo scrittore e storico Marco Torcoletti.

Le letture saranno affidate, invece, a Luigi Ramini e Patrizia Giardini. L’accompagnamento musicale sarà a cura di Sara Bonci.

Lo stesso autore, che durante la serata farà conoscere i principali protagonisti della…

View original post 134 altre parole

“Sciarade” vol. 1 – Caduta del fanese Raffaele Rovinelli

Sciarade vol. 1 – La caduta di Raffaele Rovinelli

Montedit, Milano, 2017, ISBN: 9788865877579

Questo libro di poesie è un progetto nel quale l’autore ha cominciato a cimentarsi nel 2013. Esso narra di molteplici illuminazioni vissute in prima persona. Una penna può dimostrarsi letale, ma talmente tanto da essere in grado di ferire ancor più della lama di un’affilata spada, certe volte…

L’autore, saggiamente, ha preferito spogliarsi, farsi a brandelli di fronte ad un foglio bianco, piuttosto che fare a brandelli. Ogni poesia rappresenta poeticamente un muscolo, un legamento, una nocca, etc di se stesso. Ma anche un enigma da risolvere.

L’autore:

E’ nato nel 1988 a Fano (PU). Sin da piccolo ha dimostrato un certo tipo di sensibilità, oltre alla necessità di solitudine in svariati momenti delle sue giornate; per questo motivo le persone, specialmente in ambito scolastico, non lo hanno mai compreso, ma addirittura rigettato e pesantemente discriminato in tantissime occasioni della sua vita. Da tale disprezzo, cominciò ad accendersi ed autoalimentarsi una spropositata voglia di riscatto. Da alcuni anni aveva cominciato a praticare l’arte urbana della break dance, ma per quanto nobile i risultati ottenuti in tal contesto hanno soddisfatto l’autore solo in parte. Nel febbraio 2009, la morte del suo caro bisnonno Mario lo porta, giorno dopo giorno, a capire che la letteratura può aiutarlo ad esprimersi al meglio, pertanto riuscendo, attraverso questo potentissimo mezzo di comunicazione, a farsi comprendere meglio da chi lo circonda. Nel 2011 riesce ad idealizzare il suo primo romanzo urban fantasy, tuttora non venuto alla luce. Nonostante ciò, pian piano Raffaele riesce a costruirsi un suo particolare stile di scrittura attraverso il quale si amplia poliedricamente, cominciando in seguito a dedicarsi alla poesia, agli aforismi, ai racconti brevi e a qualsiasi altro stile di scrittura esistente. Nel 2013 è stato scelto come autore emergente per poter offrire visibilità a sette sue composizioni poetiche, attraverso la sua prima partecipazione al un concorso poetico web nazionale, grazie alla sua opera in rima “Sofferenza”. In seguito nel luglio del 2014 ha partecipato per la prima volta, con un estratto inedito di racconto lungo 150 parole, al concorso “Getloub” creato dallo scrittore Giuseppe Carta, arrivando tra i finalisti in sesta posizione su venticinque racconti inediti. Nel gennaio del 2015, grazie alla partecipazione al concorso Nazionale “Premio Ponte Vecchio” di Firenze con un saggio breve inerente alla celebre opera pirandelliana “La patente”, viene segnalato. Quasi in contemporanea, gli vengono segnalate due poesie inviate al concorso nazionale “Scrivendo Poesie” organizzato da Fiera Libro Romagna. Nel 2015 prende parte al corso di sceneggiatura con il docente Alessandro Forlani, presso la sede ell’associazione “Arte M.” Dall’inizio del 2016 prende parte al corso intensivo di scrittura drammaturgica e si dedica ai casting, con l’aspirazione di potersi inserire saldamente nel mondo del cinema e della cultura, inizialmente collaborando ai progetti artistici come soggettista/co-sceneggiatore.

Estratti dal libro

 

 

“Conformarsi”

 

L’imbrunire del tempo,
l’ingiallire
e il distaccarmi
malgrado uno spiffero,
che disegna nell’aria
la mia storia
fino a ricadere
su di una pozza sporca,
lurida
che mi rende medesimo
alla massa informe
di foglie,
di cui l’immonda è cosparsa;
esse si rispecchiano
su un sovrannumero di galassie
così eccelse,
e pianeti dai colori bruni,
che popolano l’infinità del cosmo spento,
di per sé
già preesistente
sin dai primordiali pleniluni.

 

 

“Scostumatezza”

 

Turpitudine nell’ingordigia,
smanioso è il nutrirsi
senza abbassarsi,
mentre il cibo si sfregia;
esso va in rovina,
disgustati son gli ospiti,
sono intrisi i loro abiti
come il verme dentro una sozza latrina.

“Matrimonio siriano” di Laura Tangherlini: il lodevole progetto della giornalista di Rainews24 in sostegno dei profughi siriani

copertina L matrimonio.jpgCon “Matrimonio siriano”, il nuovo libro+DVD, la giornalista di Rainews 24 Laura Tangherlini, racconta in parole, immagini e musica il suo viaggio da neo-sposa, durante il quale ha portato, assieme al marito, aiuti concreti a centocinquanta piccoli profughi siriani. Questo suo reportage in parole e video sul dramma siriano (un diario di viaggio e, soprattutto, una raccolta di voci e testimonianze dei tanti profughi incontrati) rappresenta una differente e importante finestra di verità aperta su un mondo che i nostri media ci fanno ignorare. L’intenzione è quella di provvedere a sensibilizzare per favorire la donazione dei diritti d’autore derivanti dalle vendite del libro, aiutare ancora di più attraverso i progetti in primis di Terre des Hommes.

Il progetto, ultima tappa di un percorso di sensibilizzazione che la nota giornalista di natali jesini porta avanti da anni sul tema dei profughi siriani, vuole dare voce alle tante persone incontrate nei due viaggi in Libano e Turchia a ridosso del suo matrimonio. Un matrimonio benefico, nell’organizzare il quale ha voluto destinare aiuti concreti e qualche ora di svago a tanti piccoli profughi siriani, per lo più orfani. In particolare, prima delle nozze ha destinato soldi per un sostegno a distanza per Momen, piccolo profugo siriano orfano di padre che ora vive in Libano con la madre e due dei cinque fratelli, affetto da problemi comportamentali dovuti alla perdita del padre e al trauma
della guerra. Il sostegno è volto a permettergli gli studi e ad aiutare anche i fratelli. La Tangherlini lo ha conosciuto volando in Libano per trascorrere una giornata con lui.
Le partecipazioni, solidali con Terre des Hommes, -rivela Laura Tangherlini- hanno contribuito a realizzare in partenariato con la Uisp un complesso sportivo nel nord del
Libano per profughi siriani e comunità libanese ospitante. Le fedi solidali con Aibi Amici dei Bambini hanno contribuito a un altro loro progetto destinato ai piccoli siriani. 

laura-tangherlini-giornalista-di-rai-news-24Laura Tangherlina è nata a Jesi (AN). Giornalista e conduttrice di Rainews24, muove i primi passi nel mondo del giornalismo nel 1998 presso la redazione di Ancona de “Il Resto del Carlino”, ottenendo presto il tesserino da giornalista pubblicista. Ha conseguito la laurea in Scienze della comunicazione presso l’Università La Sapienza di Roma. In seguito si è specializzata presso la scuola SGRT di Perugia, per poi essere assunta ad “Enel TV”. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio 2007, è stata assunta in Rai, venendo assegnata alla redazione del canale all-news RaiNews24, dove, inizialmente, è stata inviata al Parlamento per il programma “Il Transatlantico”; dal 2008 conduce i notiziari del canale all news Rai ed è membro della redazione Esteri. Studiosa di lingua e cultura araba, nel suo lavoro si è più volte occupata della situazione nel Medio Oriente, in merito alla quale ha già scritto due libri dedicati al dramma dei profughi e sfollati siriani: “Siria in fuga” nel 2013 (premio Fiuggi Storia come miglior Opera Prima) e “Libano nel baratro della crisi siriana” nel 2014, coautore Matteo Bressan (premio Cerruglio 2015 come miglior saggio).

 

Il LINK  della campagna di raccolta fondi online: https://www.becrowdy.com/matrimonio-siriano 

“Nelle navi di cemento e amianto” di Vincenzo Monfregola: come sostenere il progetto di crowfunding

Nelle navi di cemento e amianto di Vincenzo Monfregola

Silloge di prossima pubblicazione – libri dal basso/crowfunding con Marotta & Cafiero Editore, Napoli 

17474573_10212819350469428_135616267_n«In questo libro c’è il racconto dei miei anni, percorro con i lettori il tempo che mi ha portato alla scelta del “chi” diventare da grande, chi esser per me stesso sui principi educativi che mi sono stati trasmessi. É un esperimento, un progetto che ho sviluppato nel tempo, è un percorso che mi ha portato alla consapevolezza di quanto io abbia vissuto in assoluta armonia grazie alla mia famiglia».

Nelle navi di cemento e amianto è un doppio libro, le poesie si alternano col raccontarsi del poeta. È l’autore che si sveste e regala l’anima ai lettori.

«Guardarsi riflesso nello specchio del tempo, là dove l’infanzia viene rubata.

Nelle navi di cemento e amianto esiste un solo colore, di grigio si veste un bambino ma trova il sorriso dove i fiori sembrano avere i petali tinti di nero».

 

Come sostenere il progetto?

Leggere sulla pagina della casa editrice dedicata a questo progetto editoriale cliccando qui.

 

Chi è l’autore?

Vincenzo Monfregola nasce a Napoli nel 1976, frequenta l’istituto tecnico conseguendo il diploma in elettronica nonostante le sue attitudini per le materie umanistiche, per riscattare la sua passione inizia a intraprendere attività culturali, partecipa a numerosi Concorsi Letterari classificandosi egregiamente. Tra gli ultimi gli viene conferita la Targa di Merito al Premio Internazionale di Poesia “Alda Merini”, il Premio alla Carriera  per la Letteratura  al Gala di Poesia di Rende e nel 2016 viene proclamato vincitore assoluto al Premio “Renato Pigliacampo” nella Capitale Europea della poesia Porto Recanati. Pubblica alcune opere in antologie scolastiche e segue la sua prima silloge “Nel tempo dei girasoli” nel 2001; dinamiche personali portano l’autore ad abbandonare le parole in versi per undici anni, solo nel 2012 torna con la silloge “Follia” e la raccolta “Ruvido inchiostro”, nel maggio 2013 pubblica “Maschera”.

 

“Roma mi somiglia” di Serena Maffia. Recensione di Lorenzo Spurio

Serena Maffia, Roma mi somiglia, Passigli, Firenze, 2017

Recensione di Lorenzo Spurio 

Non ci si ferma ad osservare la Capitale, la città nella quale Serena Maffia, di natali calabresi, vive da molti anni, nel suo nuovo libro. In Roma mi somiglia (Passigli, 2017) la poetessa, nota per una serie di iniziative e realtà culturali e poetiche che presiede e nelle quali è coinvolta in prima linea, ci fa respirare odori speziati e vedere attraverso prospettive diverse, come se le visive che qui vengono proposte fossero filtrate di volta in volta da una sorta di griglia al di là della quale il lettore viene chiamato a posizionarsi. Di Roma c’è l’antichità e il sublime, la ricchezza architettonica ed il mito, i fasti e il barocco, ma anche l’indefinitezza e il caos, la vastità e un senso di mancanza,  il sintomo di un’antinomia che si realizza e viene vissuta tra il contesto ambientale e il mondo introspettivo. Particolarmente meritorie di attenzione sono quelle liriche nelle quali si dà traccia di scavi psicologici, letture emotive ed attestazioni di amore; un amore che non di rado è vissuto nella forma della mancanza, vale a dire in quella sensazione di famelica sete che amplifica il desiderio ma spesso fiacca il quotidiano. Sicché l’unione fisica, il rapporto coronato, l’esplicitazione di una gioia concreta e duratura sembrano latitare nei versi che si susseguono per dar spazio, invece, all’amore ricreato per mezzo della memoria (quello dei bei momenti vissuti, ormai lontani dal qui ed ora) e metabolizzato proprio per mezzo dell’atto poetico: la trascrizione dell’assenza non è annunciatrice di una condizione perentoria ed asfittica ma dà modo, proprio grazie alla forza maieutica del canto lirico, di fugare la sofferenza, la rabbia, il disincanto che potrebbero degenerare in cupo scoramento.

la scrittrice italiana Serena Maffia
Serena Maffia

Il libro spazia nella toponomastica e nella geografia locale; esso non contiene solo liriche d’amore ma anche grandangoli favolosi, cartoline pittoresche di città del nostro Belpaese nelle quali la natura si fonde all’architettura, la scienza all’antichità, il sentimento alla voglia di indagare. Lo sguardo verso queste piazze (quelle di Firenze, Napoli e Palermo, solo per citarne alcune) è così puntuale ed esteso da produrre un effetto di autofagia che rincorre un desiderio della totalità: Roma è diluita negli scorci, è presente nell’aria, è introiettata nel modo di vivere, per divenire un denominatore comune, una costante che è però in grado di ravvedersi e mutare. Serena Maffia, nei tanti rimandi al Tevere, alle sue anse, ai ponti, alle rive di quel bacino dalle acque “aspre” fa della Città Eterna una città d’acqua: non solo una “metropoli scoperta”, ma una sorta di golfo equoreo, un villaggio dove “piove mare”, nel quale si odono sciabordii e flessuosità. Lo sguardo, è quello ammaliato e dubitativo, circospetto e passionale di una donna che osserva il mondo, il suo uomo, ciò che la rende donna e completa: “ti guardavo come si guarda l’acqua/quando è immobile”.

Nel grand tour di alcuni dei maggiori capoluoghi del nostro paese si sovrappongono trame di immagini dove il ricordo è la carta copiativa e i tracciati vergati sono gli itinerari percorsi. Vie in qualche modo irraggiungibili e impraticabili al presente alle quali si ripensa; nell’atto del riaffiorare alla memoria esse vivono di vita propria, come un prolungamento temporale, ma è una vacua  sospensione.

Il libro è ricco di immagini positive e lucenti ma non è restio neppure alle zone di buio, quegli antri in cui ci si rintana in maniera illusoria e che, al contrario, esacerbano dolori, mancanze, incomprensioni, difficoltà con le quali dover convivere incluso quelle preoccupazione di matrice esistenziale, rovelli psicologici che incalzano inquinando pensieri: “ora che so di essere nessuna/ nessuno è un bambino al buio”. Una silloge apparentemente inclinata a guardare il mondo di fuori, ciò che ci circonda, dove agiamo, lo spazio che ci vede crescere ma che in realtà è un almanacco di fatti privati trasposti in pensieri nei quali si nota in maniera distinta l’influente carico del vissuto, l’evocatrice forza espressiva, la liquidità dei momenti nei quali Serena, lunatica e stanca, con un procedimento mimetico, si è disciolta. La sua acqua è verbo dell’anima.

Lorenzo Spurio

Jesi, 14-03-2017

“Jesi ieri” di Marco Bordini. La presentazione a Jesi domenica 26 marzo

 

locandina jesi ieri-page-001.jpg

La Associazione Culturale Euterpe di Jesi di cui il poeta dialettale Marco Bordini è Socio Onorario ha organizzato per domenica 26 marzo un evento declinato alla popolarità e al rimestare felice della memoria con un incontro speciale con il poeta vernacolare Marco Bordini, l’ultimo, dopo Lello Longhi, Martin Calandra e Livio Cirilli, vero ed autentico depositario e monumento della fiera jesinità.

L’incontro culturale, patrocinato dal Comune di Jesi, si terrà presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni. Condurrà l’evento il dott. Lorenzo Spurio, Presidente della Associazione Euterpe nonché poeta e critico letterario. Si presenterà alla cittadinanza il nuovo lungo e faticoso lavoro di Bordini, il volume Jesi ieri (Le Mezzelane, 2016) che contiene il dizionario, la grammatica, gli usi idiomatici e poesie dialogate, il tutto curato attentamente da Bordini.

Prenderanno parte all’evento Stefano Bardi, cultore locale e collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe” e Rita Angelelli, responsabile della Casa editrice Le Mezzelane di Santa Maria Nuova che a novembre scorso ha dato alle stampe il ricco libro.

La serata sarà arricchita da letture di brani poetici di cui Bordini, fiero sanpietrino, è autore, incalcolabile vanto della nostra letteratura locale.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963

“I giardini incantati”, silloge di Stefano Labbia

I giardini incantati di Stefano Labbia

Talos Edizioni, 2017, ISBN: 978-88-98838-72-1

Sinossi:

L’autore si confida con noi, aprendo le porte del suo mondo, del suo vissuto: all’interno de “I Giardini Incantati” troviamo poesie centrate su una cifra stilistica originale e su una I Giardini Incantati.jpgdimensione espressiva che si confronta con temi esistenziali, mantenendo la forza simbolica e la carica emotiva del testo. Sono testi efficaci, quelli del poeta romano, classe 1984, che, oltre a possedere una certa originalità di impostazione, elaborano un linguaggio vivo, moderno e coinvolgente, valorizzando efficacemente l’itinerario espressivo e i contenuti in una chiave personale e significativa, di grande essenzialità. Il Labbia insomma riesce a coniugare l’aspetto lirico (proprio della poesia) con quello di canto attuale, moderno in un volume davvero significativo nel panorama poetico letterario italiano. I suoi versi sono sottolineati da belle immagini, sono incisivi e tutto l’impianto d’insieme è bene architettato, composto con avvedutezza e curato stilisticamente tanto da sembrare anche di poter cogliere un accoramento esistenziale che è sicura prova di genuinità espressiva dell’autore.

L’autore:

Stefano Labbia Manfredi, classe 1984, è un giovane autore italiano di origine brasiliana. Nato nella Capitale, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Gli Orari del Cuore nel 2016 per Casa Editrice Leonida. Al lavoro sulla sua prima serie televisiva originale inglese di stampo teen drama, dal titolo “Fear”, di cui è unico ideatore e sceneggiatore, nel 2017 vedrà la luce la sua seconda silloge poetica, I Giardini Incantati per Talos Edizioni. Vive tra Roma e Londra. Collabora dal 2016 con le testate 2Duerighe.com (nella sezione spettacolo (cinema e teatro)), MyReviews (cinema – cultura), The Freak (autore – poeta) ed Oubliette Magazine (cinema, arte, teatro e musica). Ha inoltre collaborato alla stesura e all’ideazione di “Rivka” (Serie Italiana – 2016), “Boh” (Sitcom – finalista all’Infinity Film Festival di Mediaset 2016 – Ideazione, regia e sceneggiatura), “Butterfly Lies” (2015 / 2016 idea, soggetto e sceneggiatura), “Safe” (Soggetto e sceneggiatura – Tv Show USA – 2015), “Life Goes On – La Vita Va Avanti” (Soggetto e sceneggiatura – Film – 2015), “American Inn” (soggetto e sceneggiatura – Sitcom – USA – 2015).

Link al volume sul sito della casa editrice

“Ritorno al bosco: sinestesie morali” di Francesco Ganzetti

Ritorno al bosco: sinestesie morali di Francesco Ganzetti

SEGNALAZIONE VOLUME

Sinossi:

uIn questo saggio morale si riprende il tema della waldgang Jungeriana e si cerca di declinarla secondo gli attuali temi ecologici e della sostenibilità.
L’autore prima ci accompagna attraverso le sue esperienze sinestetiche per ciascuna essenza arborea, cercando di fonderle agli elementi del mito classico 
e nordico da un lato, alle evidenze scientifiche dall’altro, per ricongiungersi al rapporto morale che l’uomo intrattiene con gli alberi nella vita economica e sociale. 
Si affronta poi il tema del bosco tout court come luogo altro, dove è la comunità a guidare l’individuo, ed il tempo circolare prevale su quello lineare delle religioni monoteiste da un lato,  e della nostra civiltà dei combustibili fossili dall’altro. Nella ultima parte, a maggiore ortodossia filosofica, si riprende la figura del dio dei boschi per eccellenza, Pan,  ripercorrendone la svalutazione cristiana nella figura di un Diavolo sofferente.L’orizzonte poi si allarga sulla teoria di Gaia, ormai evidenza scientifica da una trentina di anni,  come corroborazione della necessità di una morale di comunità che guidi, e quando necessario sovrasti, le necessità di una morale basata precipuamente sull’individuo,  su cui si imperniano tanto i monoteismi che la dottrina liberale classica. Il saggio termina con l’invito sinestetico ad accompagnarci, durante la nostra esplorazione del bosco, con famose composizioni sinfoniche sulle ninfe:  quando intuiremo la presenza di Pan saremo certi di aver intrapreso la giusta via morale.
Alcuni estratti:
“Mi capitò di sedermi dove le piante secche e spinose a fine estate, tipiche della fascia sub-mediterranea,  erano meno frequenti, e di riposare lo sguardo  verso un piccolo pertugio sulla città. Mi fu impossibile non abbandonare ogni tensione alla danza acustica delle tachinidae, piccole mosche a loro modo danzanti, e contemporaneamente, fatto questo sì che mi sorprese, riconoscere fisicamente l’effetto doppler nei loro percorsi erratici: la matematica ci aiuta a spezzettare bellezze troppo complesse per essere colte intere in pezzettini alla nostra misura, visto che le scale fisiche e soprattutto temporali, i tempi lunghissimi dell’evoluzione, non sono immediatamente alla portata della nostra comprensione. “
“Qual è il prezzo che i monaci devono pagare e che ci hanno fatto poi pagare? É difficile resistere alla bellezza del bosco: “il bosco ha orecchie”, come diceva il clero francese, ed è facile invece essere assaliti dalla paura di perdersi nella bellezza diffusa nel bosco: è il così detto attacco di panico, perché Pan, il signore dei satiri e rappresentazione della forza vitale spermogonia, spaventerà così profondamente i primi evangelizzatori nelle foreste, da prenderlo a modello per la rappresentazione del Diavolo, con le corna e le gambe caprine tipici fin dall’iconografia pre-ellenistica. “

“Ti porterò con me” di Silvana Stremiz, recensione di Lorenzo Spurio

Silvana Stemiz, Ti porterò con me / Te llevaré conmigo, Intermedia, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

 Siamo attimi contorti

che s’intrecciano

in un unico sospiro. (84)

download-1
Silvana Stremiz

Il percorso poetico di Silvana Stremiz, poetessa di origini friulane nata in Canada, è ormai consolidato da anni di pubblicazioni, partecipazioni a concorsi con lodevoli riconoscimenti nonché dalla organizzazione di iniziative antologiche con fini umanitari, tra cui un volume di poesie che raccoglie ben trentasette autori pubblicato nel 2012 e curato assieme a Barbara Brussa, volto a sostenere i terremotati del sisma dell’Emilia Romagna. Ha esordito nel 2007 con il volume La vita con i miei occhi (Aletti) e da lì l’itinerario della poetessa si è fatto capillare tanto da divenire instancabile, cesellato da una buona risma di commenti critici, interpretazioni ai suoi testi e conferimenti di premi per le sue innate doti creative. Il volume più recente, a circa dieci anni di distanza dal suo esordio come poetessa sulla carta stampata, s’intitola Ti porterò con me e contiene un cospicuo numero di liriche d’amore proposte in doppia lingua: in italiano e, a fronte, in spagnolo. Le traduzioni di Te llevaré conmigo, questo il titolo del libro in castigliano, sono state curate da validi esponenti della scena contemporanea tra cui Marisa Zedda, Monica Sturza, Raquel Ferrer Capella e la stimata poetessa naturalizzata madrilena Elisabetta Bagli, autrice dei volumi poetici Dietro lo sguardo (2013) e Voce (2015).

Nelle note critiche di apertura al volume, firmate da Matteo Tuveri e Isabella Gambini, responsabile di Intermedia Edizioni, casa editrice umbra che ha dato pubblicazione al libro della Stremiz, alcune parole chiave richiamano l’attenzione del lettore e veicolano già una data lettura nonché l’incamminamento ermeneutico del testo.

downloadCi troviamo dinanzi a poesie d’amore, pregne di sensualità e dove l’istintualità, ovvero il gesto spicciolo, autentico e non premeditato, domina sull’azione degli amanti. Le poesie si mostrano nella forma di attestazioni esplicite d’amore, invito ad abbattere le distanze e ad annullare i tempi, dichiarazioni di vivido trasporto, nonché esternazioni di sogni, incursioni nell’inconscio e addirittura nel proibito. La poetessa si svela verso dopo verso mettendosi in mostra come una donna profonda e romantica, che ha eretto l’Amore come legge morale, l’unica possibile al cuore.

Isabella Gambini pone, giustamente, l’attenzione su quegli “amori imperfetti” frequentemente richiamati dalla Stremiz in varie liriche ad intendere un amore totalizzante e radicato, viscerale e incommensurabile che si staglia al di là di problematiche, possibili differenze nonché evidenza di difetti, tanto da richiamare alcune immagini distinte e arcinote dei Sonetti shakesperiani.

L’amore, da concreto e carnale com’è in alcune liriche, viene allora a sublimarsi per diventare aereoso, metafisico, impalpabile in maniera concreta ma a suo modo universale e onnipresente. Si tratta di un sentimento che la Stremiz descrive con dolcezza e prestanza di linguaggio, a trasmettere con vivacità ed energia un vibrato sensuale che, pur discostandosi volutamente dall’erotico, ha comunque una buona componente di spasmo d’unione, aneliti di dominazione e spiriti d’offrirsi che fanno della sua poesia un atto di libertà e coscienza.

La partecipazione all’atto d’amore, ora sussurrato, ora esplicitato, si fa talvolta altisonante al punto da richiedere il ricorso a un linguaggio più concreto e di forma anti-lirica ad accentuare il desiderio d’unione e la necessità di completezza.

L’amore non è solo motivo originante delle poesie qui contenuto ma anche oggetto e finalità, a descrivere un tracciato sinusoidale di ampio chilometraggio dove anche la dimensione ludica di questo sentimento viene presa in considerazione.  

In questo canzoniere d’amore a unica voce, dove abbiamo, cioè, attestazione dell’amore da una delle due parti della coppia, il lettore potrà percepire un velato senso di estraneità dinanzi alla confessione di un universo talmente intimo. Questo non cozza con la volontà della donna che ha fatto dell’arte, del linguaggio poetico, la sua compagna più fedele ed efficace per dichiarare l’amore, lodare l’amato, riconoscere sé stessa in un amore che dà linfa ai giorni e fa raccogliere le stelle.  Un canto che, se può sembrare monocorde e a tratti possibile solo platonicamente, è in grado di tessere un inno alla vita, cogliendo i raggi più luminosi di un cuore raggiante che emana gioia e acuisce il desiderio dell’altro, a testimonianza di un amore che si vive e si crea in quell’alternanza e connubio irrazionale d’intenti taciuti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

“Ci basterà il mare” di Maria Luisa Mazzarini, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Luisa Mazzarini, Ci basterà il mare, EEE, Moncalieri, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Ancora una volta la poetessa pescarese Maria Luisa Mazzarini ci consegna un prezioso libro sulla natura. Non una mera elencazione di spazi, più o meno vagheggiati o vissuti, ma una continua altalena di simbiosi panteistiche, richiami evocativi a uno spazio illibato, canti di riconoscenza al creato. Continua, cioè, con questa nuova silloge dal titolo Ci basterà il mare un percorso che ha intrapreso da anni e che ho seguito con piacere e vivo interesse nel corso delle varie pubblicazioni che ne sono fuoriuscite.

ci-bastera-il-mare.jpg
La silloge poetica Ci basterà il mare (2016) della poetessa abruzzese Maria Luisa Mazzarini 

Il titolo del nuovo lavoro sembra avere la forma di un’attestazione di modestia ma, in realtà, viene proposto in maniera così diametralmente concentrica ad intendere tutt’altro. Quasi a dire, “ci basterà l’infinito”. Una sorta di venatura ossimorica presiede, dunque, a questo volume dove la Nostra ci fa respirare i palpiti della natura, percepire l’arrossamento dei petali nonché sentire il calore di un raggio che lambisce l’ambiente. La componente floreale, dalla Nostra richiamata con puntualità, con attenzione nei confronti delle varie specie è una costante che arricchisce questo tragitto sognante in uno spazio dove il rigoglio, il calore e la spontaneità dominano.

La natura è a sua volta sfumatura di un rimando costante al tema amoroso che è anticipato da un frammento di Saffo nel quale si richiama l’atemporalità e l’aspazialità del sentimento umano.

Come già sottolineato in una precedente recensione risulta a suo modo estremamente importante anche l’aspetto visivo della poesia, vale a dire come il testo steso sulla carta si presenta: i versi sono intercalati spesso da spazi più ampi di una semplice “a capo” quasi da voler intendere una lettura lenta e suadente, termini in maiuscolo o in corsivo impiegano queste forme grafiche per evidenziare d’istinto quelle che sono le parole chiave della poesia o comunque i fili conduttori di un pensiero che ci viene fornito. Il verso si spezza non solo con il tipico “a capo” ma anche in dimensione orizzontale, vale a dire i versi sembrano ondeggiare su più piani, fornire una composizione intrecciata, creando degli interstizi comunicanti di significato, di reversibilità di contenuti. C’è in questa singolare stesura di materiale poetico sulla pagina quasi un invito che viene fatto al lettore: quello di cogliere i collegamenti più stretti e nevralgici, di individuare un nesso di continuità con elementi fisicamente distanti per tracciare una mappa concettuale unica e da essa trarne in termini di sintesi il messaggio o l’intento comunicativo dell’autrice.

L’opera è composta da varie sottosezioni come quella intitolata “Ci basterà il mare” che fornisce il titolo all’intera raccolta. Nella poesia capostipite di questa sezione come non stupirsi dinanzi al delfino rosa, in un’immagine di vertigine ludica e di compresenza empatica in un gioco d’acqua sofisticato e al contempo coinvolgente. Nella stessa sezione troviamo una lirica dedicata al maledetto Baudelaire nella quale la Nostra riflette sulla figura del cosiddetto poeta capace di librarsi dalla materialità asettica e privativa di creazione.

La fenomenologia dell’universo equoreo ritorna con palesi esempi in varie liriche della raccolta (“acqua/ che scorre liquida/ tra radici d’alberi/ e meduse trasparenti”), quale spazio galleggiante carico di fascino e dove accadono cose incantate, distanti dal margine indistinto della terra da dove guardiano e, spesso, ci fermiamo a riflettere in un ritornello costante di rapporto con la divinità dell’acqua: “Il tempo/ di toccare la riva/ con un dito/ e l’acqua si ritrae”.

Il lettore prova un leggero capogiro nel continuare nella lettura che gli è dato dallo stordimento che prova per gli effluvi carichi di aromi, per le tipicità olfattive di una flora ridente e assai generosa: agave, lavanda e mirto ed il “profumo sottile/ delle tamerici” che sembra amplificarsi. Arbusti e realtà vegetale che non solo decorano la realtà emozionale della nostra, ma la dettano e la motivano.

Della natura la Nostra ci descrive l’amore e lo stupore, l’attaccamento e l’insopprimibile esigenza, ci fa conoscere l’alfabeto dell’acqua e ci indottrina sulle rune della terra, omaggiandoci con versi carichi di luci e bagliori che evidenziano una grande resa descrittiva delle percezioni vissute ed elaborate. Ogni luogo s’identifica grazie ai suoi specifici abitanti vegetali e i suoi profumi, tanto da connaturarlo come uno spazio preciso, dagli echi mitici e dai sentori nei quali è possibile ravvisare anche un insegnamento provvidenziale nonché un messaggio profetico. In questo testamento spirituale che contiene la lode meravigliata verso il Creato, la Nostra si sente sicura e protetta perché, per mezzo di una scheggia di memoria, è capace di ritrovare sé stessa e scrivere, al presente, la sua storia d’amore: “Io sono tornata/ a piedi nudi sulla riva/ e Tu eri già lì,/ dov’è/ la nostra spiaggia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 20-01-2017

 

Un sito WordPress.com.

Su ↑