Dopo i due libri di poesie Rose d’amore (2014) e Viole di passione (2015) Patrizia Pierandrei ha recentemente pubblicato una silloge di quindici poesie, intitolata Poesie per la pace, all’interno del volume collettivo Brise edito da Aletti. Come spiegato nella nota di prefazione, il volume è stato organizzato dalla casa editrice con la volontà di acuire la dimensione dialogica e di scambio tra poeti contemporanei diversi tra loro per età, appartenenza geografica, erudizione e tematiche poetiche.
In particolare la jesina Patrizia Pierandrei sembra aver recepito in maniera assai evidente la linea in qualche modo tracciata da questo progetto editoriale fondato, appunto, sull’esigenza di una comunicazione più concreta ed efficace tra le persone, una rinnovata consapevolezza improntata al recupero di quella convivialità autentica e di tutte quelle manifestazioni di dialogo, di confronto e di condivisione.
La parola brise, dal francese “spostamento del vento che dà sollievo alla calura estiva e che dal mare va verso la terra, come ci viene ricordato nella prefazione di Giuseppe Aletti, sembra sposarsi egregiamente con l’immagine che campeggia in copertina, uno scatto privo di sofisticate correzioni od effetti visivi, che immortala la Torre Eiffel. Inaugurata nel corso della Esposizione Universale del 1899, la Torre Eiffel che ben presto si convertì come immagine simbolo di Parigi e della Francia, venne eretta per celebrare il centenario della celebre rivoluzione francese. Nelle varie tonnellate di materiale di cui è fatta e nella sua costruzione ascensionale vertiginosamente filiforme celebrava la forza inventiva ed il progresso dell’uomo, ossia il raggiungimento di un periodo di prosperità economica dovuta all’applicazione concreta degli sviluppi della tecnica e dunque dell’attività di ricerca dell’uomo. In tempi a noi più recenti, se guardiamo direttamente alle aspre vicende geopolitiche che macchiano di sangue le cronache dei giornali, la Torre Eiffel non può che non rimandare l’attenzione alle varie stragi compiute dai fondamentalisti islamici che negli ultimi tempi hanno colpito, appunto, la capitale sulla Senna. Il lutto che la Francia ha sperimentato e che soffre è un lutto che coinvolge anche noi cugini d’Oltralpe e l’Europa tutta che si è vista obbligata, a seguito del clima di terrore instauratosi e alla paranoia sociale, a intervenire attivamente non solo con una partecipazione solidale verso i francesi ma richiamando l’esigenza di politiche estere e di difesa più scrupolose, a salvaguardia del bene collettivo.
Le poesie di Patrizia Pierandrei, come recita il titolo della sua silloge, vogliono ed intendono essere lette come “poesie di pace” cioè non come mere composizioni liriche con le quali la Nostra riflette sul suo stato o ci dà una sua particolare riflessione emotiva su quanto accade nel suo intimo e nel pubblico, piuttosto richiedono una lettura in sé compartecipativa, affinché ciascun lettore possa in qualche modo farle sue condividendone i messaggi speranzosi ed ottimisti di fondo, spesso intessuti su di un evidente sentimento cattolico.
La poetessa allora non parla solo di amori che ritrova nel ricordo e che vorrebbe rivivere al presente, fisicamente, cercando di annullare quello spazio temporale tra il passato e il presente sconsolato fatto, appunto, di memorie, ma anche dell’importanza del sentimento dell’amicizia e dell’esigenza, fondamentale, per i nostri ragazzi di poter contare su buoni insegnanti poiché l’istruzione, il rispetto e il senso di giustizia si apprendono da bambini. Non è possibile pensare un mondo migliore privo di ingiustizie, emarginazioni e nefandezze di vario tipo se non ci si preoccupa di istruire le nuove generazioni al rispetto dell’altro, all’ascolto, alla fede nella parola, all’esigenza del vero (“il mio sentimento di pronunciare/ le parole, che dicano il vero”, 84).
Patrizia Pierandrei autrice della sillogi Poesie per la pace inserita nell’antologica Brise di Aletti Editore (2015)
In “Sentimenti nostalgici” la Pierandrei ci parla del suo grande sogno che vela un’esigenza impellente di poter “ritornare nel giardino”: al giardino dell’infanzia, alle abitudini dell’adolescenza e comunque di un’esistenza spensierata e compiuta, ad una età felice e rigogliosa dove la noia e le preoccupazioni non avevano ancora fatto capolino. Il desiderio di raggiungere tale giardino, tale spazio mitico-illusorio, nonché di riappropriarsi con una consapevolezza forse immatura ma incontaminata, in termini pratici sembra sposarsi con quel rigetto delle difficoltà dell’oggi, con l’esigenza assai sentita di poter chiudere gli occhi e dimenticare quanto di nefando accade come il fenomeno pandemico della fame che lei traccia nella poesia “Il pane della verità”. Ricercare un giardino in cui rinverdire la propria età e ricollegarsi a quel passato reale tanto splendidamente revocato e assai importante è allora sia motivo di ricerca di sé stessi e volontà in parte di rinchiudersi nel proprio cantuccio di esperienze e persone conosciute, in un antro tutto personale del quale si conoscono alla perfezione tutte le procedure di funzionamento. Un po’ come la Mary ragazzina nel celebre Il giardino segreto che, una volta scoperto quello spazio irreale e rassicurante, non potrà più farne a meno. D’altro canto –e meno incline a una dimensione fantastico-possibilista- la Pierandrei identifica in quel giardino dell’esperienza passata un motivo d’evasione in uno spazio incontaminato e vivibile, sempre fresco e profumato, dove la presenza del male e la violenza delle immagini non sono capaci di incrinarne il fascino primigenio.
Una nota di riflessione va riservata in particolar modo alla poesia “Comunione” nella quale la poetessa jesina sottolinea con il suo verseggiare tipicamente allitterativo per mezzo di rime baciate ed altri sistemi fonici a fine verso la centralità della parola come atto comunicativo ed elemento aggluttinante, solidificante, aggregante della società. La Nostra focalizza assai bene quale sia uno dei maggiori problemi dell’oggi ossia la mancanza di comunicazione. La società è, infatti, immersa in un grave e assordante inquinamento acustico dove non è la comunicazione sana e rispettosa degli interlocutori a dominare, piuttosto le grida, le minacce, i lamenti, gli sfottò, i pianti acuti, le denigrazioni e i comandi. La Pierandrei, con i suoi versi dalla chiarezza disarmante, è capace di riflettere e predisporre il lettore a una maggiore concentrazione su questo fenomeno del quale sottolinea l’aridità dell’universo comunicativo, la penuria di parole volte alla costruzione e il dominio, invece, dei pochi che parlano e urlano comandando sugli altri che, sottacendo alle minacce, avallano la loro inferiorità acconsentendo a futuri e maggiori castighi.
“Comunicare ci insegna a conoscere/ nuove prospettive per migliorare il vivere,/ perché ci si possono scoprire/ freschi progetti per l’avvenire” (95), scrive. Il dialogo e il confronto, anche laddove avvenga su posizioni ideologiche differenti, deve mantenere sempre un rispetto per l’interlocutore e, soprattutto, non degenerare nell’adozione di comportamenti concreti, di natura fisica, che denigrino l’alto potenziale del verbo.
Nella giornata della memoria, pubblichiamo una poesia della poetessa calabrese Daniela Ferraro ispirata alla deplorevole carneficina della seconda guerra mondiale con un commento del critico Lorenzo Spurio a continuazione.
S’apre, improvvisa, in mezzo al verde e l’erba stinge e cessa il vol d’uccelli e odi il vento che macera le ceneri dei dannati immolati al Dio umano bifronte.
La lirica, costituita da versi lapidari e assai visivi, ci immette in uno scenario di profonda ambiguità e di desolazione nella quale le tinte cromatiche hanno subito un processo di slavatura. Non sono, però, i colori ad aver subito questa operazione di illanguidimento da rendere le tinte vane e difficilmente identificabili, ma sono gli oggetti, la materialità concreta, indicata nell’ “erba” ad essere interessata così non è che leggendo la lirica immaginiamo una erba-non erba cioè a un’entità che ne descriva la sua assenza, piuttosto la Nostra il quell’ “Erba stinge” sembra quasi di vedere i fili d’erba che perdono il colore, che vengono deprivati di una delle loro caratteristiche che l’uomo percepisce per mezzo dell’utilizzo empirico dei sensi. Ma non è l’erba che effettivamente stinge, piuttosto è la vista allucinata dell’uomo, stordita dal disprezzo e vituperata dall’odio che lo porta all’adozione della bieca violenza a non permettergli, quasi come una dura condanna adoperata dalla Natura che dinanzi a ciò è completamente inerme, a distinguere nettamente la tempra cromatica dell’erba, a percepirne con distinzione tale qualità visiva. Nell’abulia dei colori (essi sono assenti non in quanto tali, ma a seguito dell’incapacità dell’uomo di identificarli) si sposa la pesantezza dell’immobilità: gli uccelli, proprio come il verde perso dell’erba, hanno cessato di produrre versi, abiurando alle leggi della loro esistenza nel mondo. Esistono come parvenze, ma anch’essi sembrano aver perso l’anima dinanzi a tanta tribolazione e degrado delle coscienze. Il vento, che la Nostra richiama, e che potrebbe servire a rivitalizzare l’ambiente, a far uscire dal torpore nel quale la natura tutta si è stretta serrando gli occhi sperando in un epilogo veloce delle vessazioni, non è richiamato quale presenza benigna, bensì assume il nefasto carico di morte che aleggia nel campo di lavoro. E’ un vento di morte, putrido e annullante, perversamente pesante e doloroso, la sua aria contiene gli ultimi sospiri della gente a cui è stata data la morte, gli afflati emozionali, gli ansimi di tormento. E’ un vento-miscela, assai più denso e visibile di qualsiasi spostamento d’aria. La percezione dello stesso è motivo d’ulteriore afflizione nella certezza di una condanna atroce da scontare senza aver commesso peccati. La chiusa della poesia, serrata e assai perentoria, nella figura ambigua e difficile di un “Dio umano bifronte”, si riallaccia a quella natura che ha assunto gli elementi del Male, quasi per trasfusione dalle malvagità dell’uomo che in quel luogo opera senza commiserazione e improntato ad una legge snaturata. Il Dio che la Ferraro descrive non è solo “bifronte”, che osserva maledettamente il genere umano con una doppiezza di prospettive, ma si è fatto “umano”, risiedendo nelle carni ormai cenere di ciascun disgraziato che ora vaga in quel vento di morte che soffia con raffiche taglienti come asce. Si faccia silenzio per ascoltare quei fiotti di tormento e allontanarli per sempre.
Il rosso della lotta partigiana contro la barbarie nazifascista.
Il rosso del sangue che si versa e non quello dell’amore che si promette.
È il colore che il poeta fermano Franco Matacotta impiegò nel titolo di uno dei suoi lavori più noti, Fisarmonica rossa[1], una densa e dolorosa silloge di poesia dove il poeta vergò sulla carta la dolorosa esperienza della guerra. Lo fece quasi sempre con un linguaggio duro, tagliente, aspro e senza possibilità di redenzione. Le immagini, icastiche e pregne di una desolazione morale vergognosa, si trasmettono al lettore come vere e proprie pugnalate capaci di inasprire il tormento di chi, imbevuto di lotte civili e amico dell’intera umanità, sente ancora oggi sulla sua pelle –sebbene non abbia vissuto direttamente le vicende- l’ingiuria subita da un popolo che significò lo svilimento della coscienza, la mortificazione delle carni, l’autodistruzione del genere umano.
Franco Matacotta (Fermo, 1916- Nervi, 1978)
Matacotta nacque nella città marchigiana di Fermo nel 1916 ma visse la gran parte della sua tribolata esistenza altrove: prima nella Capitale dove frequentò la Facoltà di Lettere e prese parte alla vita intellettuale degli ambienti romani e poi altrove. Una serie di viaggi e spostamenti di varia natura lo portarono in giro per l’Italia, tra Capri, Milano e altre mete. Ogni spostamento fu, dal punto di vista culturale, assai propizio per il Nostro e gli permise l’approfondimento morale, la crescita e di connettersi a un novero di intellettuali significativi quale ad esempio Filippo Tommaso Marinetti, padre dell’avanguardia, che ideologicamente sposerà una filosofia di vita assai distante dal fermano. Matacotta stringerà relazioni anche con il perugino Sandro Penna (per altro abbastanza dimenticato), il padre indiscusso del romanzo italiano, Alberto Moravia, che avrebbe dato il meglio di sé, però, negli anni a seguire e Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, in qualche modo legata alla stessa regione del Nostro perché lì si trasferì da ragazza assieme alla famiglia (in maniera precisa a Civitanova Marche come narra nel romano autobiografico Una donna) e dove si sposò in prime nozze. Matacotta resta noto più come uno degli amanti della donna che, purtroppo, per la sua attività culturale, per la sua figura di poeta.
Sono gli anni del Secondo Conflitto Mondiale e sembra che la poesia e la letteratura in generale abbiano poco a che vedere con la dura realtà fatta di violenze, rappresaglie, proclami, città militarizzate e caccie al nemico. Ma gli intellettuali non si esimono dal parlare, vogliono credere di vivere in un società dove la minaccia del bavaglio, la censura e le persecuzioni non li riguardino. Si illudono, forse. Di certo non intendono in nessun modo venire meno al loro patto d’amore con la parola, alla loro affinità con la lirica, alla loro esigenza di un canto mite e soave. Ma la guerra incombe e con sé porta una sequela di massacri, distruzione, annulla le poche piccole certezze di uomini, dilania la vita quotidiana, spezza la famiglia ed incrina la società, acuisce gli odi ed amplia il divario allarmante tra le classi sociali. Matacotta in Fisarmonica rossa, opera che venne pubblicata nel 1945 dall’editore Darsena di Roma, ci narra la sua esperienza concreta di partigiano nella provincia marchigiana a contatto con la morte e a rischio della propria vita.
A conflitto mondiale ultimato, nel 1947 Matacotta prese ad insegnare a Civitavecchia chiedendo poi di poter essere trasferito nella sua Fermo dove, presso l’Istituto Tecnico Industriale, insegnò sino al 1950 ritornando, però, negli anni successivi a seguire programmi didattici nel Lazio (Lido di Roma, Subiaco, Tivoli). Lo spostamento successivo sarà quello verso il nord Italia, a Milano, dove resterà sino al 1962. Farà ritorno nelle Marche ma per un breve periodo, l’ultima sua presenza a Fermo, prima di stabilirsi definitivamente nel Genovese, a Nervi, dove nel 1978 morì. L’eredità poetica del Nostro, indebitamente poco coltivata, è assai notevole; contenuta in una serie di lavori poetici tra cui figurano Ubbidiamo alla terra (1949), Canzoniere di libertà (1953), Gli orti marchigiani (1959), La peste di Milano ed altri poemetti (1975), Canzoniere d’amore (1977) nonché la summenzionata opera Fisarmonica rossa interesse di questo saggio.
Fisarmonica rossa (1945) di Franco Matacotta
Nella poesia “Ottobre 1942” il Nostro mostra la prevaricante stanchezza e derelizione dinanzi a una condizione snervante e dolorosa che si protrae con la guerra. “Ce ne stiamo rigidi e murati/ Con le cataratte sugli occhi./ Il vento s’è messo a urlare,/ E buio, tenebra sul mondo”. Il poeta ci fornisce immagini dove è l’asfissia del colore, l’annullamento della vita, il buio a dominare, l’uomo è descritto nel suo stato di spersonalizzazione, come fosse una cosa ed avesse perso la sua identità e con essa anche le facoltà tipiche dell’uomo: non parla, non guarda (ha le cataratte agli occhi), non si muove (il suo corpo è “rigido” e “murato”). Nella desolazione di una condizione di atroce fissità, di vero annichilimento, è il vento a portare il suo messaggio: non un canto né un sibilo, non una sinfonia né un’eco, ma delle urla che intuiamo (e percepiamo) sgraziate, fastidiose e roboanti. Matacotta in pochi versi fotografa con disarmante espressività il baratro di dolore nel quale l’Europa è sprofondata: il buio che non si rischiara con una nuova alba, che ha sprofondato la società in una lugubre assenza di luce e di speranza.
“Nessun organo vuole più muoversi” annota qualche verso dopo servendosi di una sineddoche fisiologica dove gli organi che non si muovono non sono altro che il cuore che, impietrito e affranto, sembra aver perso il suo battito, la sua vitalità e con esso anche i polmoni, induriti e pietrificati. L’uomo è una statua di gesso. Un pezzo unico, senza movimento né percezioni sensoriali ma, come il gesso, è assai corruttibile e friabile agli eventi bellici del contesto nel quale vive.
La predilezione in Matacotta per un linguaggio prettamente materico, con ampia frequenza di materiali, tanto naturali che dell’edilizia, sembra essere una costante: si tratta di materiali che si caratterizzano per essere freddi, inermi, pesanti, fastidiosi al contatto con l’uomo di carne ed ossa: il Nostro parla di “polvere e piombo nel cervello” ad intendere forse, nella polvere la vacuità del senso della ragione, la perdita irrecuperabile della coscienza e nel piombo l’esposizione alle mitraglie e alle armi del conflitto.
La visione del dolore e la vicinanza alla morte non sono ambiti che, col perdurare, possano permettere all’uomo che li vive di abituarsi, di soprassedere alle logiche nefande e proprio per questo il poeta fermano non può che impiegare la lirica come mezzo di riflessione, come interrogatorio esistenziale: le domande che pone non vengono risposte (e forse non possono avere una risposta congrua a completare il senso del quesito) e finiscono per essere dei dilemmi irrisolvibili che palesano la criticità del momento storico, la drammaticità degli eventi e la vulnerabilità mista alla disillusione del Nostro che così annota:
Che cosa abbiamo da dire,
Che cosa c’è più da confessare?
Chi ci ridarà le membra mutilate
Per la resurrezione della carne?
In “La rossa grandine” lo scenario di un tessuto civile dilaniato ed esposto a continue e peggiori tribolazioni prende la forma di una precipitazione impregnata di sangue: “Fischia il coltello della morte e dal cielo/ scroscia la rossa grandine d’acciaio”.
Alcune poesie della presente raccolta forniscono, sembrerebbe in presa diretta, i dettagli e le modalità di come, sulle basi di un’ideologia perversa, sia possibile debellare l’opposizione attuando nefandi sistemi di morte. Non è solo l’impressionante resa agghiacciante della morte che, spavalda, fa la sua comparsa nelle varie liriche a destare un sommovimento agli intestini, un senso di vero fastidio, ma la gratuità degli atti persecutori e l’efferatezza delle torture che spesso si associano a forme di spregio e vilipendio dei cadaveri.
Nel celebre “Canto del patriota marchigiano” assistiamo all’intenso ritorno di un patriota nella sua Regione per “riabbracciare i cani di una volta”. La parola ‘cane’ non è usata qui in senso spregiativo a denigrare la popolazione marchigiana bensì a voler sottolineare nel popolo rimasto ancora in vita la sua condizione di randagismo, povertà, denutrizione nonché solitudine. Il ritorno nella sua terra, sebbene la guerra sia ancora in atto, potrebbe esser vissuto con una rinnovata speranza ma così non succede ed è, invece, dominato da una profonda desolazione interiore segno che la guerra sta operando ferocemente un’azione distruttrice anche nelle coscienze delle persone e, sfiduciato, dice: “Ah più non credo, più non spero in nulla”. Roma, la Capitale di uno stato canaglia, luogo del potere e della legalizzazione del male, è una “vacca rognosa” (capace di infettare e spargere il suo male a macchia d’olio dove il male è chiaramente l’ideologia superomistica del fascismo), “culla d’angeli neri e rosse prostitute”.
Nell’allontanamento dal luogo di sopruso e il ricongiungimento al luogo d’infanzia e dei cari il partigiano non ha risollevato il suo animo perché trova una terra assai diversa da come l’aveva lasciata, piena di dolore e distruzione, dove anche la casa familiare è “vuota e sola”. La desolazione della casa e la s-personalizzazione che l’uomo vive, quella di non aver più un luogo caro nel quale identificarsi, viene fornita dal poeta assieme a immagini nette nel loro carico di violenza, sintomaticamente fedeli a proiettare una genia che ha perso la sua ritualità e dove la natura stessa sembra rivoltarsi tanto da proporci immagini disgustose ma assai reali come quella di un “cane magro e nero (che)/ su una chiazza di sangue a lungo lecca”. Il sangue, che è vita, e che con il dissanguamento ha prodotto la morte, può ancora essere importante a qualcuno nel salvare un’esistenza anch’essa destinata al decesso.
Ma la guerra non è ancora finita e ben presto si sente il rumore della mitraglia che colpisce poco distante da lì. L’accostamento di immagini in sé stridenti come quella di “un ragazzo col capo dentro il petto/ (che) sanguina in mezzo al fango e alla paglia” e “la succosa nipote del curato (che)/ sta alla finestra per rifarsi i riccioli” acuiscono la vertigine del lettore dinanzi a uno scenario tanto maligno e aspro. La commistione di persone che al contempo muoiono trucidate e che invece paciosamente si aggiustano la chioma contribuisce ad esasperare la sfinimento. La banale azione rituale contrasta duramente, ma in maniera assai struggente e scevra da ridicolezze, con quella di un povero cristo dilaniato.
Nel ferro e nel fuoco che polverizza la campagna, la città, la Capitale e l’Europa tutta anche la più basilare e arcaica legge di natura, quella dell’attaccamento e dell’affezionamento incondizionato, vengono infangate nella bieca azione carica di sprezzo e di viltà: “L’amico sputa fuoco sull’amico”. Non è fuoco metaforico di menzogna, basato su una maligna attitudine dell’uomo che lo porta all’acquisizione di un atteggiamento doppio e ingiurioso, è un fuoco reale, divampante e infernale, dove chi prima era amico, sul campo di lotta può diventare oppositore e dunque bersaglio contro il quale battersi. Per queste ragioni “il fratello è in agguato del vicino”: la guerra spezza quell’universo prismatico di rapporti sociali preesistenti e consolidatisi nel tempo che divengono merce di poco conto, legami che il conflitto e il sistema di odi nullifica sotto un cielo costernato dalla consacrazione della stagione di un lutto perenne.
Un partigiano caduto
Credo che si possa sintetizzare al meglio la forte potenza visiva delle immagini che il Nostro trasmette e il pathos di trasalimento affossato in un antro cupo con la plumbea chiusa della poesia “Canto popolare del patriota marchigiano” che sembra serrare il lettore alla gola in maniera assai pressante da stordirlo; così recita: “Siamo accecati d’odio e di dolore./ Mordiamo a sangue l’aria dura e avara./ Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,/ O Italia, cagna nera, patria cara!”. Matacotta, dopo aver puntellato la lirica sui concetti chiave che esemplificano la dimensione del conflitto armato (di qualsiasi guerra), ossia quelli dell’odio che produce schieramenti, violenze intestine, incomprensioni e dunque una spaccatura netta all’interno del gruppo sociale e quello del dolore che fa seguito, nelle varie sprezzanti forme, al sentimento d’odio, ricollega il tutto al motivo della vista accecata, dell’offuscamento, della pronunciata cecità e dunque di una incapacità generalizzata nell’atto visivo. Nello straniamento che l’uomo vive, del quale difficilmente riesce a capacitarsi, e nell’obnubilamento indotto della propria memoria (la campagna dilaniata, la casa familiare vuota, il vicino massacrato) l’io lirico non trova altra forza (non è una vendetta) che mordere a sangue “l’aria dura e avara” consapevole che in quella “cagna nera” dell’Italia ogni cosa, anche quella invisibile ed astratta, se minacciata e colpita, ha il suo sangue da versare.
Forte è il messaggio che Matacotta nelle varie liriche annuncia, in una maniera che ha poco del retorico e celebrativo per la libertà e la democrazia alla quale spera il Paese possa arrivare. Il monito di speranza, seppur a volte velato ed altre sottaciuto, è vivo invece in alcune attestazioni nelle quali il Poeta denuncia la gravità della morte inflitta dagli uomini e la nullità delle ragioni che in qualche modo la motivano: “Non vogliamo morire col rossore sugli occhi/ d’una causa funesta e insincera”. La guerra, appunto, non è vista come conseguenza di una situazione venutasi a creare che ha imposto al governo l’adozione della decisione bellica ma è una causa. Essa è la causa del disprezzo e della solitudine, della sofferenza e della disperazione, del disagio esistenziale e della perdita di coscienza così come il motivo che rinsalda e fomenta l’odio, la violenza, l’adozione di un metro emarginante e privo di equità sociale.
Poesie cupe dove è l’angoscia della vita a fare da padrona, ansimi di tormento che il Poeta cerca di fronteggiare mediante una riflessione e un domandarsi continuo proprio mentre la guerra è in atto e spazza via le poche certezze che nel tempo si sono costruire, costringendo a vivere in quel “sacco d’ombra” che il sole non riesce a penetrare, lambiti da quel freddo “vento di morte” che non accenna ad affievolire le sue raffiche mentre sul volto scendono copiose e inarrestabili “lacrime di catrame”.
Franco Matacotta (Fermo, 1916- Nervi, 1978)
La fisiologia del corpo umano è deteriorata a sostanze residuali e inerti come la polvere; gli organi umani sono intorpiditi al punto di aver cessato le loro funzioni, come in uno stato di letargia pronti a poter azionarsi per riprendere il ciclo della vita. Dentro, nell’interiorità, tutto è morto. Flussi vitali, circolazioni, impulsi nervosi come pure i fasci di ricordi, le emozioni vissute, le sensibilità, le caratterialità distintive, la guerra tutto ha cancellato inesorabilmente al punto che “se un coltello ci aprisse/ troverebbe polvere nel nostro cuore”. L’evento traumatico di portata universale, difficile da recuperare a livello psicologico, deriva dall’alienazione e annullamento della propria identità precedente al conflitto che porta ad esempio il giovane partigiano ad osservare, come in balia di una profonda amnesia, “Non riconosco più mio padre e mia madre/ non ricordo più il mio nome/ […]/ Non m’importa cosa son stato” al punto estremo di rifiutare la realtà: “Non m’importa se ho caldo o freddo”.
In “Parole di sangue dette ad un ragazzo massacrato dai fascisti presso il fiume Tenna”, poesia dal titolo inequivocabilmente puntuale e fotografico al contempo, Matacotta ci fornisce la truce cronica di una fucilazione sommaria avvenuta nella campagna marchigiana. L’efferatezza della violenza è inaudibile: l’uomo cade profondamente ferito a seguito del proiettile che lo ha colpito alla “bocca d’ombra” e da lì ci narra, come avvenisse una vera de-personalizzazione dal momento che lo crediamo già morto, descrivendo esternamente le circostanze della sua dolorosa fine:
M’hanno spogliato come un rospo nero
Nero di fame, di paura e follia
M’hanno steso sul sentiero come un pezzo di biancheria.
Parla! Parla! Ma la mia bocca di marmo,
di marmo il cielo, il sole nella mia bocca,
nuca contro la pietra, sangue nella mia gola di marmo
Se avessi parlato non m’avrebbero capito.
Allora mi strapparono i peli
Come si strappano spine dalle rose,
cercavano le mie parole, ma le mie parole erano sangue,
E il mio petto un campo di trifogli rossi.
Allora non potendo trovare le mie parole
Cercarono i miei pensieri e mi strapparono gli occhi,
coi coltelli mi frugarono nel cervello
E l’avvoltoio del buio calò su me dal cielo.
Il partigiano muore nei pressi del Tenna perché, di fede ideologica avversa a chi lo ha detenuto, ha rifiutato strenuamente di confessare o di rivelare informazioni appetibili per i nemici. La sua integrità morale e la battaglia in difesa di un mondo fondato sul riconoscimento dei diritti e della democrazia periscono dinanzi all’adozione della violenza e gli ideali partigiani, che costituirono le file della Resistenza non violenta, affogano nel clima d’odio e di vendette in quelle parole che si tingono di sangue. La lingua, da organo della comunicazione, diviene simbolo del martirio, della negazione della vita, dell’annullamento del dialogo e su di essa rimane forgiata una “scrittura di sangue” mentre il corpo martoriato del pover uomo è lasciato alla terra che nella decomposizione lo farà ritornare in essa sottraendolo allo spregio che ora lo vede straziato e circondato di “mosche, morte [e] cecità”.
[1] Le citazioni sono tratte da questa edizione del testo Franco Matacotta, Fisarmonica rossa, a cura di Alfredo Luzi, Edizioni Quattroventi, Urbino, 1980.
La prima particolarità del libro di poesie di Pinella Gambino è che i versi si aprono sulla carta già dalla copertina del libro dove, appunto, campeggiano frammenti di poesie scritte a mano dalla Nostra lasciando, invece, in bianco la parte centrale dove comunemente ci aspetteremmo di trovare il nome dell’autore ed il titolo. Aprendo il volume capiamo ben presto la ragione di questa sceltissima impostazione grafica che fa riferimento alla necessità della donna di aprire sostanzialmente a tutti i potenziali lettori lo “scrigno” delle sue emozioni personali che nel tempo ha vergato sulla carta.
Per ogni lirica contenuta nella plaquette, splendidamente prefata dal critico Michele Miano che ne sottolinea con un lucido acume i punti di forza, la Nostra ha deciso di associare una foto di Miranda Gibilisco. Le immagini, nelle quali le poesie si inseriscono e si riflettono, sono assai importanti perché in taluni casi sembrano avere la capacità assai imprevista e gradevole, di continuare le stesse come se il verso finale delle liriche in realtà non si chiudesse con un punto definitivo e lasciasse alle foto, invece, quel potere di continuità, di proiettare immagini ed esperienze ben fuori dal tessuto grafico per renderlo maggiormente fruibile, più visivo e concreto, come una azione durativa che, in effetti, ha una sua continuità nel presente. Per tale ragioni Michele Miano parla, a ragione, di fotografia “iperrealista” a cui io mi sento di aggiungere la pronunciata plasticità delle liriche della poetessa catanese.
Pinella Gambino, autrice del libro
Analizzando l’opera da un punto di vista prettamente tematico, andando, cioè, a rintracciare quelle che sono le fisionomie ambientali, le isotopie, le ricorrenze nelle immagini, sembra piuttosto evidente la predilezione nella Nostra nel ricorrere agli ambienti naturali nei quali non di rado l’intera lirica è completamente iscritta, così come avviene nella poesia d’apertura, “L’onda… e poi” con la quale Pinella Gambino costruisce una marina in qualche modo atipica: la finalità non è tanto quella di celebrare la grandezza del mare, di registrare lo splendore delle acque in subbuglio nella forma dell’onda, piuttosto di tendere un parallelismo giusto ed efficace con la vita dell’uomo che non è altro che un alternarsi turbolento di ascese e discese, di climax e affossamenti.
L’elemento acqua domina in maniera assai preponderante sull’intero corpus poetico e ce ne rendiamo ben conto osservando le tante foto di scorci paesaggistici di scene marine. L’immensità del mare permette alla Nostra di instaurare con esso un serrato ed intimo colloquio ed è in effetti come se la Poetessa con i suoi versi si trovasse faccia a faccia con il mare e lo stesse interpellando. Ma più che interpellarlo, la poetessa non è alla ricerca di risposte vere e proprie, di attestazioni né di prove relative allo stato dei suoi dilemmi, piuttosto il confronto con l’entità marina è un espediente di confessione, di riappacificazione con se stessa, di maggior comprensione delle vicende tanto intime che sociali. I versi si susseguono, così, in maniera tumultuosa come un’onda che scarica la sua forza sulla battigia prima di essere fagocitata da un’altra.
Tra le attese e le riflessioni della Nostra si stagliano componimenti poetici condensati il cui tono è particolarmente intimo tanto da apparire, come avviene con la lirica “Ti amerei”, nella forma di vere e proprie lettere d’amore, delle missive che attestano in maniera assai esauriente lo stato di una necessità impellente e al contempo richiamano l’altro all’accoglimento dell’invito.
Ricorrono più volte le immagini che descrivono uno stato di assenza, solitudine e di silenzio, condizioni che la Nostra non vive, però, in maniera desolante come delle punizioni inflitte, ma che è in grado di rinvigorire con la spiccata natura solare a occasioni di riflessione, approfondimento, ricerca di sé.
A completare la raccolta sono una serie di poesie che la Nostra ha espressamente dedicato a persone a lei care quali sua figlia, suo nipote e alla sua amata terra, l’infuocata Sicilia, che “come tra le spine/ di dolci fichi d’india/ sa viver di ogni dì/ croce e delizia”. Una Sicilia autentica fatta di colori forti, di immagini evocative e assai piacevoli, di presenze illuminanti e sagge (Pirandello) e di antri naturali che hanno del paradisiaco. Non una Sicilia negletta e spaccata, soggiogata alle leggi del malaffare come la dipinse Sciascia né complicata e infingarda come è per il Commissario Montalbano, ma una terra ricca e speziata, un’isola con una identità intramontabile ed un fascino speciale da tutti invidiato.
Il lettore deve giungere all’ultima poesia del libro per comprendere a pieno il significato del titolo della silloge che, appunto, è quella del testo conclusivo, “Per diventare la donna che sono”, un testo particolareggiato molto personale con il quale Pinella Gambino è come se si specchiasse e, sulla scorta dell’immagine che vede riflessa, è portata a fare un’autoanalisi di sé stessa come donna, madre, nonna, cittadina del mondo. La poesia prende la forma di una confessione spontanea del passato della donna tra gioie e dolori, vittorie e delusioni, felicità e insoddisfazioni con la consapevolezza che “Per essere ciò che [è]” ha dovuto assistere a vicende emozionali di varia natura nelle quali ha sempre avuto la forza di fronteggiare “ricostru[endo] ponti”, facendo cioè, sempre di tutto per riparare alle situazioni di disagio, assenza e dolore per mezzo del costruire, ossia del creare nuovamente per poter edificare qualcosa di più forte.
Se la luna è stata nel suo passato una presenza tacita alla quale nascondere la verità, il mare è sempre stato il maggior confidente al quale “urlare” il proprio animo tormentato o solitario. La Poetessa rintraccia in un percorso non facile il traguardo della maturità, dell’appagata consapevolezza di donna e del senso di compiutezza che oggi fanno di lei la persona che è, aperta e solidale al mondo (a costruire ponti) e con un incanto e uno stupore che sempre l’accompagnano (“Trattengo ogni notte un sogno…/ e attendo che faccia giorno!”).
Etimologicamente la parola ‘seduzione’ ha come ampiezza di significato quella che si iscrive all’interno delle due parti di cui il lemma è composto. Il prefisso ‘se’ indicherebbe un atto di separazione mentre il ‘ducere’ latino non è altro che il “condurre”, “menare”. Così analizzato il termine seduzione ha a che vedere con quell’atteggiamento che si caratterizza per una separazione dal bene, un condurre fuori dal retto cammino, nonché una distorsione dalla dimensione di bontà. Ciò viene fatto con lusinga ed astuzia. Chiaramente non è propriamente questa l’accezione che normalmente attribuiamo al termine che, infatti, sta ad indicare una forma relazionale piuttosto disinibita dove l’ostentazione dell’avvenenza, della prestanza e dunque di una certa predisposizione all’altro si fa palese tanto da divenire messaggio subliminale che l’interlocutore è in grado di cogliere, non di rado anche grazie alla presenza di un linguaggio non verbale fatto di accenni, mimica facciale o gestualità dal significato piuttosto chiaro.
Numerosi potrebbero essere gli episodi letterari, più o meno noti, che sarebbe possibile evocare per cercare di condurre un discorso tematico di questo tipo. Universalmente noto è il richiamo narcotizzante delle Sirene per Ulisse e i suoi compagni, quest’ultimi sedotti piuttosto facilmente dalla Maga Circe e tramutati in animali di varia razza. Viene poi a mente, così, senza un particolare logicismo, anche la ritrosia della bella Elisa di Rivombrosa nel concedersi al padrone il Principe Filippo Ristori, sebbene questa sia una storia nata inizialmente per una resa cinematografica e non propriamente letteraria, legata però alla celebre Pamela del narratore inglese Samuel Richardson. Rimandi anche a Tess d’Uberville di Thomas Hardy sono vieppiù necessari ed evidenti sebbene qui il sesso assuma la forma poi di un atto di dominazione nel momento in cui Alexander adopera l’arma dello stupro. Charles Bukowski, a suo modo, ci parla, anche in maniera abbastanza colorita, del sovvertimento emozionale che la vista di donne, ora prosperose, ora sbarazzine e quasi bambine, suscita in lui, ricevendo dunque una folgorazione netta, dettata proprio dal potere seducente (la malia) della donna. Sono, questi, forse degli esempi non così pregnanti per poter parlare del fenomeno che, infatti, è assai capillare e prospettico nel senso di assumere, all’interno di ciascuna narrazione, una sua peculiarità distintiva nel rapporto che si viene a istaurare tra il seduttore e il sedotto. Chiaramente l’elemento seducente non è sempre e solo una donna, ma può essere un uomo per una donna o ancor più un uomo per un altro uomo. Si ricordi ad esempio il rapporto intimo e arcadico dei due giovani cowboy in I segreti di Brokeback Mountain di Annie Proulx reso celebre dal film o l’autobiografico io narrante di Orlando, portavoce di un fascino incantato verso la donna-non donna oggetto dei suoi desideri, una pacata dichiarazione d’amore dinanzi a un essere tanto ammaliante e persuasivo, la cara amica Vita Sackville-West in un’esemplare formulazione di amore saffico. Si tenga a mente anche la spasmodica e virulenta seduzione verso gli adolescenti intesa come insaziabile sete di vita nel maledetto Dario Bellezza, nel libertario Pasolini e nel più disincantato Sandro Penna o, per guardare ancora oltre Oceano, verso Lolita, l’innocua ragazzina che diviene la compagna del protagonista, in Nabokov. In questi ultimi casi (qui avvicinati in maniera assai veloce e che necessiterebbero una maggiore trattazione) la seduzione sembra in un certo qual modo essere spogliata di quel suo velame sontuoso e romantico, di ricerca mitica e di rimandi –un po’ come in Bukowski- per delegare una più succinta e spietata ricerca dell’amplesso volta al sovvertimento della pietosa condizione d’isolamento e di disagio e l’esaudimento completo di quel senso di mancanza. Il più truce dei seduttori è senz’altro il Conte Vlad che, nella sua dimora diroccata e polverosa, seduce giovani inglesi tramite la sua spiccata avvenenza con il fine di dissetarsi del loro sangue infettandole del suo morbo. Si tratta, però, di un fascino tenebroso che viene esercitato non per il vero ottenimento di un piacere sessuale (la deflorazione della vergine, la penetrazione) ma per una necessità fisiologica (l’abbeveramento da sangue) tanto che Dracula è proiettato verso una sessualità collegata alla bocca quale zona erogena e non all’apparato genitale.
Va anche detto che parlare di seduzione non necessariamente implica parlare di sesso sebbene l’immagine della donna civettuola, avvenente, disponibile e “di piacere”, ossia la prostituta, (mi vengono in mente Fanny Hill e Lady Roxana sebbene queste due narrazioni avessero una dimensione di denuncia sociale) permette di argomentare un denso capitolo all’interno dei rapporti umorali (e poco emozionali) tra l’avvenenza e la ricerca di godimento.
L’atto del ‘seducere’, ossia del catturare magneticamente l’attenzione dell’altro, rende palese la duplicità costitutiva del genere umano dinanzi a detto atteggiamento. Da una parte chi sa di essere stimato, seguito, amato, ricercato perché ha in sé un qualcosa di invidiabile che l’altro ricerca, dall’altra chi si lascia incantare, chi percepisce la sensazione delle farfalle nello stomaco, chi è talmente assuefatto dall’avvenenza fisica, dalla profondità mentale, dalla ricchezza umana dell’altro. La seduzione, dunque, è forse una insopprimibile interrelazione non verbale che ha in sé i dettami della democrazia. Nel senso che coinvolge tutti indistintamente: uomini e donne, bambini ed anziani, ricchi e poveri, bianchi e neri, etc. ed è il discrimine di un’esigenza sentita propria: ciò che rappresenta il complesso della seduzione (la serie degli elementi che consentono la persona di sentirsi sedotta) non è mai solamente sessuale, volta cioè al suo avvicinamento, conquista fisica dell’altro e godimento vero e proprio, ma ha delle ragioni di carattere psicologico che risiedono in una sorta di empatia sentita, in un sistema difficilmente spiegabile in termini razionali fatto di soggezioni e timori, affetti ed apprensioni, ricerca di attestazioni e necessità insopprimibili di credere che quel legame seduttore-sedotto esista perché punto fermo ed inderogabile sul quale scrivere e motivare la propria esistenza.
Per arginare il discorso sulla seduzione, che necessiterebbe una trattazione più adeguata e capillare per meglio poter considerare le opere citate e le tante altre che, per motivi più o meno evidenti, possono essere portate come modelli, ho deciso di dedicare maggiore attenzione alla figura di Don Giovanni, divenuta mitologica tanto che, come per ogni mito, è possibile rintracciare un’eredità considerevole in opere letterarie, musicali, recitative e quant’altro che sviluppano delle varianti partendo dalla storia cardine, il complesso delle invarianti.
Don Giovanni, assieme a Casanova, è probabilmente il più grande seduttore che la letteratura e, di converso, l’opinione pubblica ricordi ed evochi. Non è un caso che nel parlar comune sono frequenti espressioni idiomatiche quale “è un dongiovanni” o “è un Casanova” spesso impiegate in maniera sinonimica sebbene abbiano alle loro spalle un retroterra di motivi differenti tra i due caratteri. La prima cosa che va detta è che Don Giovanni non è un seduttore propriamente detto, sebbene ci si riferisca spesso, per semplificare, a lui con questa terminologia. Non lo è per il semplice motivo che nelle sue avventure non è mosso dal desiderio di conquistare le donne per motivi sentimentali ma di conquistarle con l’inganno, prendendosi gioco di loro. L’arma che Don Giovanni impiega nelle sue avventure, a differenza di Casanova, non è quella della seduzione, dell’autodichiarazione dell’amore, ma quella dell’inganno ed è lui stesso a dichiararlo in più punti nel corso dell’opera come quando al servo Catalinón dice “Burlar/ es hábito antiguo mío”[1] o, alcuni versi più avanti, quando rende il concetto in maniera ancora più diretta:
Don Juan: Sevilla a voces me llama
el Burlador, y el mayor
gusto que en mí puede haber
es burlar una mujer
y dejalla sin honor. (112)
Don Giovanni impiega due modalità per ingannare le donne: il travisamento dell’identità attraverso l’utilizzo di abiti di altri personaggi e l’ipocrita adulazione e promessa di matrimonio. L’uomo è talmente furbo da aver sperimentato che è necessario adoperare un progetto arguto nel cercare di sedurre donne appartenenti all’alta classe sociale e proprio con Isabela ed Ana adopererà lo scambio di identità indossando dei particolari distintivi dei rispettivi amanti. Se riesce abbastanza facilmente a gozar Isabela (ci troviamo all’apertura dell’opera quando l’amplesso è già avvenuto), con Doña Ana non riesce perché lei è in grado di riconoscere che non si tratta del suo amante e sventa l’inganno. Per quanto concerne le donne popolane (la pescatrice Tisbea e la contadina Aminta) Don Giovanni mette in atto l’espediente del corteggiamento esasperato, dell’adulazione delle grazie della donna con la quale vuol far trasparire il completo innamoramento che nutre verso di esse. Entrambe le donne, che si mostrano lusingate dalle sue attenzioni e belle parole, prima di lasciarsi andare chiedono perentoriamente all’uomo se sta facendo sul serio e Don Giovanni, oltre a rassicurarle, non manca di illuderle promettendo di sposarle. Questo tipo di approccio porta a una facile persuasione nella donna che le parole dell’uomo siano vere e dunque sentite e dall’altra enfatizzano ancor più il loro coinvolgimento ed amore verso di lui da divenire palese:
Tisbea: El rato que sin ti
estoy ajena de mí. (91)
Quando a Don Giovanni è chiaro che l’operazione dialettica del corteggiamento è stata efficace e che è ben riuscito a circuire la donna, non fa mancare la sua dichiarazione di impegno verso la stessa che in termini pratici viene a suggellare il loro rapporto d’amore da vivere nel piacere delle carni:
Don Juan: […] te prometo de ser
tu esposo. (92)
A questo punto non c’è più spazio per la componente comunicativa tra Don Giovanni e la donna e si realizza il fine ultimo del Nostro ossia riesce finalmente a godere del rapporto sessuale che Tirso de Molina non descrive ma che lascia intuire. Pochi versi dopo, il lettore accoglie con nessuna sorpresa la scena in cui la donna, scopertasi burlata, si dispera e inveisce contro l’uomo che vigliaccamente l’ha circuita per il soddisfacimento del suo piacere, disonorandola:
Tisbea: ¡Ah, falso huésped, que dejas
una mujer deshonrada!
[…] Engañóme el caballero
debajo de fe y palabra
de marido, y profanó
mi honestidad y mi cama. (95-96)
Esemplare è la presenza del catalogo, elemento importantissimo nella configurazione mitica di Don Giovanni quasi a rappresentare una invariante dello stesso, un denominatore comune delle varie versioni che dall’opera originale di Tirso de Molina nel tempo si sono succedute. Il catalogo rappresenta la quantificazione numerica in chiave iperbolica delle prodezze sessuali di Don Giovanni che spesso vengono rievocate (citando i nomi delle donne, il luogo della burla e l’inganno adoperato) dal suo fido servo Catalinón. Esso, da testamento concreto degli episodi ingannatori di Don Giovanni, funge da elemento simbolico con una funzione ulteriormente accrescitiva della grandezza dell’uomo secondo l’equazione banale e stereotipata: più donne si sono possedute, più si è valoroso.
Don Giovanni potrebbe essere un conquistatore ardito, un nobile da invidiare se le sue azioni non producessero delle risposte indignate e dei procedimenti contro di lui per l’offesa al codice dell’onore tanto importante nella società spagnola. Il re, che nel corso dell’opera sembra apparire come uno dei personaggi più deboli, nonostante decida per gli altri ed emetta ordini, finisce al termine della vicenda per essere burlato anche lui da Don Giovanni. Quando Aminta, Tisbea ed Isabela, che sono le tre donne effettivamente ingannate nel corso dell’opera[2], reclamano giustizia per aver perso il loro onore in maniera ingannevole a causa di Don Giovanni, il re emette la condanna a morte per il dissoluto, ma essa non ha nessuna efficacia perché il libertino è già morto, senza che lui l’abbia saputo.
L’uomo è rimasto ucciso nella scena finale, quella del contro-invito nella tomba del Commendatore[3] che, tempo prima, lui stesso aveva ucciso a duello dopo aver tentato di abusare della figlia Ana. Don Giovanni assiste senza nessun timore (a differenza del servo Catalinón) all’astrusità del morto che ritorna per vendicare non tanto il suo atto spregevole (o, meglio, la sua intenzione) contro la figlia, ma per essersi mostrato irriverente nei confronti della morte e della religione. Nella scena della cena, dove la statua del Commendatore offre vipere e scorpioni, il Commendatore chiede la mano a Don Giovanni e con una presa infuocata lo trascina agli Inferi, sotto lo sguardo allucinato di Catalinón.
Il motivo della mano (di chiedere la stretta) è assai importante all’interno dell’opera ed è il mezzo pratico con il quale si compie l’inganno. Don Giovanni, infatti, nelle sue varie conquiste ingannevoli di cui si rende protagonista spesso chiede la mano alle rispettive donne come atto estremo d’amore e rispetto e impegno di matrimonio. Significativo è il fatto che Don Gonzalo attui la condanna celeste proprio per mezzo del gesto della mano a castigo irreversibile delle sue tante beffe. Si veda di seguito l’uso del tema della mano che viene fatto nell’opera:
Don Juan: Ahora bien; dame esa mano,
y esta voluntad confirma
con ella.
Aminta: ¿Que no me engañas?
Don Juan: Mío el engaño sería.
Aminta: Pues jura que complirás
la palabra prometida.
Don Juan: Juro a esta mano, señora,
infierno de nieve fría,
de cumplirte la palabra.
[…]
Aminta: Pues con ese juramento
soy tu esposa. (148-149)
E di seguito la richiesta della mano che la statua del Commendatore (il morto) fa durante la cena nel suo sepolcro:
Don Gonzalo: Dame esa mano;
no temas, la mano dame.
Don Juan: ¿Eso dices? ¿Yo temor?
¡Qué me abraso! ¡No me abrases
con tu fuego!
[…] ¡Que me abraso! ¡No me aprietes!
[…] ¡Que me quemo! ¡Que me abraso!
¡Muerto soy! (Cae muerto) (179)
Tirso de Molina, autore del libro El burlador de Sevilla y convidado de piedra
La punizione che il re prevede per Don Giovanni, per la sua condotta debosciata e libertina, è dunque inattuabile perché egli è già morto per volere di una giustizia divina, celeste, soprannaturale e non secondo la giustizia terrena che lui rappresenta. A nulla valgono il tentativo di duellare con la spada di Don Giovanni contro il morto, la rassicurazione di non aver compromesso sua figlia e la richiesta di pentimento perché quest’ultima non è sincera e giunge in extremis senza convincimento. Sebbene Don Giovanni nell’opinione comune sia il libertino per antonomasia, colui che ha molte donne perché ha gli stratagemmi che gli permettono di conquistarle, egli è anche e soprattutto l’empio che irride la morte, l’irriverente che si burla e nega l’importanza di una dimensione celeste. L’autore dell’opera, il frate Tirso de Molina, da religioso aveva ben a cuore questo secondo nucleo tematico volendo sottolineare con evidenza che il pentimento non può esserci per chi ha eretto la propria vita sul materialismo, su una condotta frivola fatta di esuberanze o che non può essere concesso in extremis, in maniera miracolistica, perché esso può essere il mezzo di salvezza solo per anime redente, che hanno preso consapevolezza del male perpetuato e intrapreso con serietà un percorso di remissione.
Tra le varie versioni successive[4] del mito del Don Giovanni quelle maggiormente note e studiate risultano essere quella di Moliére (1665), quella di Mozart con libretto di Lorenzo Da Ponte (1787) e in periodo romantico, sempre in ambito spagnolo, l’opera di José Zorrilla intitolata Don Juan Tenorio (1844).[5] In quest’ultima opera l’intercessione di Ines nella scena finale permette la salvezza di Don Giovanni che, assieme al personaggio femminile, sale in Cielo. Zorrilla prevede ugualmente la morte del corpo fisico dell’uomo, ma non la dannazione della sua anima come avviene in Tirso de Molina. L’epilogo dell’opera originale del frate andaluso è consegnata dalle parole del Re che riconosce che è stata fatta giustizia (sebbene non la sua, politica, ma quella celeste, del divino) e che, venuto meno l’elemento di disturbo, si può procedere alla consacrazione legittima delle coppie preesistenti:
[1] Tirso de Molina, El burlador de Sevilla, Castalia Didáctica, Madrid, 1997, p. 90. Tutte le citazioni sono tratte da questa edizione in lingua originale commentata.
[2] Don Giovanni tenta di ingannare anche Doña Ana promessa in sposa al Marchese de la Mota, ma non ci riesce perché lei lo riconosce, sebbene sotto mentite spoglie e prende ad urlare.
[3] Si tratta di Don Gonzalo de Ulloa, Commendatore dell’Ordine di Calatrava.
[4] Tra le altre numerosissime versioni dell’opera vanno citate The Libertine (1676) di Thomas Shadwell, Don Giovanni ossia il dissoluto (1736) di Carlo Goldoni, il poemetto Don Juan (1819) di Lord Gordon Byron, Il convitato di pietra (1869) di Puskin, Las galas del difunto (1926) di Ramón Maria del Valle-Inclán, El hermano Juan o el mundo es teatro di Miguel de Unamuno (1929), Don Giovanni in Sicilia (1941) di Vitaliano Brancati. Il primo Don Giovanni italiano, Il convitato di pietra (1671) di Giacinto Andrea Cicognini, sviluppa in particolar modo il secondo nucleo tematico quello del rapporto con la divinità (il morto che ritorna).
[5] Secondo un profilo cronologico a metà tra l’opera di Tirso de Molina (1630) appartenente al periodo barocco e quella di José Zorilla (1844) di epoca romantica si situa l’opera No hay plazo que no se cumpla ni deuda que no se pague y convidado de piedra (1713) di Antonio de Zamora che prevede per Don Giovanni il pentimento in extremis. L’opera di Zorrilla, che delle tre è la più elaborata scenicamente da apparire inverosimile, è confacente agli stilemi della nuova sensibilità romantica che acuisce l’interesse per il mistero e il senso di sorpresa. Non è un caso, infatti, che il sottotitolo dell’opera di Zorrilla riporti Drama religioso-fantástico-romántico.
Questo saggio è apparso per la prima volta sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n° 18, Gennaio 2016, pp. 85-90, consultabile online e scaricabile in formato pdf.
Le poesie di Michele Paoletti, com’era avvenuto per la raccolta Come fosse giovedì, sono sempre piuttosto succinte e condensate tanto che, a livello di versi, sono piuttosto brevi e contenute. Tematicamente la brevità non si sposa alla trasposizione di immagini fugaci né al dipinto di emozioni secondo modelli complicati che si arroccano sulla figura retorica del caso. Il Nostro, piuttosto, con l’abilità di un verso sillabicamente lungo ma che rigetta la tendenza alla prosa è capace di avviluppare il lettore all’interno di micro-spazi privi di artificiosità e densi, invece, di prese d’atto emozionali.
Interessante e ben posta la nota critica d’apertura della poetessa pesarese Lella De Marchi che, richiamando alcuni dei versi a suo vedere pregnanti al fine della sua dissertazione, puntualizza il discorso interpretativo della silloge di Paoletti attorno al tema della linearità. Di fatti più che un tema, la “linearità” alla quale il Nostro allude e si protende non è un vero tema né un elemento aggluttinante l’intera sua poetica, piuttosto parlerei di “linearità” come sentimento dell’assenza e ricerca, appunto, di tale dimensionalità concreta, stabile ed organizzata.
In quella che potrebbe essere una “marina” postmoderna, il focus si sposta dall’elemento mare alle suggestioni intricate e difficilmente sviscerabili dell’io che si metamorfizza in pesce quasi a provarne gli spasmi delle asperità della vita da anfibio. Sembra esser contenuta, meglio che in ogni altra lirica, l’essenza stessa dei componimenti che è da indagare, a mio vedere, in una frenetica ed ellittica ricerca di una trasposizione del sé nella vita concreta. Ciò che, in altri termini, Lella De Marchi definisce “una possibile liberazione-redenzione”. Ne sono vive testimonianze gli sdoppiamenti “in presa diretta” (potremmo dire per sottolineare anche la caratteristica fortemente mimico-gestuale-teatrale della sua poetica) del “mezzo uomo e mezza donna”, ma anche “il calore del sasso” trasmette quel senso di travaso nel fenomeno empirico del tattilismo da un’inversione curiosa tra incorporeo e materico, tra inerme e vivo, tra un sasso appunto e qualcosa che produce e conserva calore.
La nettezza visiva che fuoriesce dalle immagini che il Nostro partorisce grazie a una padronanza invidiabile nella costruzione del verso si sposa egregiamente con le tante foto opera di Andrea Cesarini che accompagnano il lettore con piacevolezza durante la lettura delle poesie. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di fotografie che ritraggono il particolare e non tanto lo scenario ambientale che lo contiene. Paoletti in campo poetico sembra attuare spesso la stessa prospettiva di indagine partendo da pochi piccoli elementi, spesso disorganicamente legati tra loro, per giungere poi a una visione complessiva dello stato ambientale, sociale ed emotivo al quale intende rifarsi.
Il lettore, come sempre, deve fare la sua parte nella lettura di un libro, deve cioè compartecipare, o partecipare attivamente, non tanto alla costruzione dei significati, che l’autore in qualche modo già propone in maniera più o meno palese, ma alla loro applicazione al senso reale, alla loro interpretazione tenendo conto delle multiformi variabili.
La fascinazione verso il mondo del teatro è evidente anche per mezzo dell’impiego di una terminologia che richiama spesso tanto l’universo circense (il trapezio, l’equilibrio) che quello vero e proprio drammaturgico dove l’io poeta da cantore di uno stato emozionale diviene protagonista concreto delle sue vicende esistenziali. Per queste ragioni la poesia di Paoletti è talmente concreta e palpabile, ricca di contenuti e compatta proprio perché coniuga il lato interiore (l’esistenza) con quello esteriore (la rappresentazione).
Pieghe fosche all’interno di queste riflessioni sull’esistenza sono ravvisabili nel libro quando il Nostro fa riferimento a una solitudine spossante o a una condizione di disagio piuttosto pesante (“il mio ottuso male”, “la muffa del mio male”), condizioni che l’io poetico vive con malcelata apprensione e che, pur rasentando il vittimismo, lo pongono in una situazione di conflitto interiore, pure tortuoso, che è possibile grazie all’ampiezza dei ragionamenti e la profondità della contemplazione. Se “non h[a] parti di [sé] da offrire/ o segreti da incatenare ad una pietra” egli è alla vorticosa e mai paga ricerca di quella “linea che da stanza a stanza/ compie il percorso/ tra [sé] e il rimorso”.
Frequenti le immagini nelle quali il Nostro con parsimoniosa attenzione impiega correlativi oggettivi che denotano in maniera chiara e determinante una serie di elementi ai quali si appiglia nel suo fare poesia. Gli oggetti si caratterizzano molto spesso non per il loro colore o la loro forma, né per le caratteristiche che comunemente ci si aspetterebbe venissero identificate da un punto di vista estetico-qualitativo. Il Nostro antepone l’esigenza di descrivere il mondo per mezzo del trascorrere del tempo, mediante l’usura e il deperimento dei materiali, ci parla infatti di “strade scorticate” come se fossero strati di pelle umana che si lacerano e si assottigliano in maniera dolorosa, di “assi scheggiate” dove le schegge trasmettono l’idea di qualcosa di acuminato e sottile, di imprevedibile e lacerante, di “scatole dal doppio fondo scassato” nelle quali è evidente l’azione di sabotaggio e depredamento, di invasione della dimensione privata e dell’oltraggio e poi ancora di “forchett[e] arrugginit[e]”, cioè vecchie e non usate da tempo, corrose dall’ossido, inutilizzabili e testimoni silenziose di un tempo che cambia e si consuma nonché di “far[i] capovolt[i]”, immagini quest’ultime che amplificano quella insopprimibile assenza della linearità propriamente detta ossia l’anelito pressante nel Nostro verso una compiutezza ed organicità nei meccanismi esistenziali.
In questo percorso tra elementi che marciscono, presenze vacue e pensieri grevi, la convivenza con uno stato di desolazione interiore finisce per mostrarsi assai accentuata e le poche immagini lievi e pregne di colore qua e là nel corso dell’opera non sembrano capaci del tutto nel risollevare l’amarezza di fondo. Amarezza che non è un presagio di un dolore che ottenebra la mente ma una lucida considerazione sulla finitudine e l’ambiguità dell’essere umano ingabbiato da sempre nella sua corporeità e nei pensieri ad essa relativi che spesso non concedono del tutto a quella “luce dell’inganno” che caparbia vela ogni cosa di esser messa fuori gioco. Come in una lunga partita a scacchi nella quale, dopo lunghi minuti di contemplazione per la miglior tattica, riusciamo a salvare il Re pur dovendo assistere alla morte della Regina.
L’Associazione Culturale PoetiKanten in unione con la rivista di letteratura Euterpe, il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi, bandisce la V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” alla quale collaborano le Associazioni Culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Verbumlandi-Art” di Galatone (LE).
Il concorso è articolato in tre sezioni:
Sez. A – poesia in lingua italiana a tema libero
Sez. B – poesia in dialetto a tema libero (accompagnata da relativa traduzione in italiano)
Sez. C – haiku
I testi potranno essere editi o inediti, ma non dovranno aver ottenuto un 1°, 2° o 3° premio in un precedente concorso.
Per le sezioni A e B si partecipa con un massimo di 3 poesie per ciascuna sezione che non dovranno superare il limite di 30 versi ciascuna. Per la sezione C si partecipa con un massimo di 3 haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana.
Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 10€ a sezione. È possibile partecipare a due sezioni corrispondendo la quota di 20€ o a tutte e tre corrispondendo la quota di 30€. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 6 del bando.
Il partecipante deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 15 maggio 2016 alla mail arteinversi@gmail.comle poesie con le quali intende concorrere (rigorosamente in formato Word), il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento. Eventuale curriculum letterario o scheda biobibliografica è gradita, ma non obbligatoria.
In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo, mediante posta ordinaria, e dovrà essere inviato a:
V Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
c/o Dott. Lorenzo Spurio
Via Toscana 3
60035 – Jesi (AN)
Per l’invio mediante posta tradizionale farà fede la data del timbro postale.
Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:
Bollettino postale: CC n° 001029344650
Intestato ad Associazione PoetiKanten
Causale: V Premio di Poesia “L’arte in versi”
Bonifico: IBAN: IT19N0760102800001029344650
Intestato ad Associazione PoetiKanten
Causale: V Premio di Poesia “L’arte in versi”.
Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti all’interno del plico di invio.
Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.
La Commissione di Giuria è composta da esponenti dell’ambiente letterario: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin, Alessandra Prospero, Stefano Baldinu, Emanuele Marcuccio, Cinzia Franceschelli e Luigi Pio Carmina. Il giudizio della Giuria ha valore ultimo e definitivo ed è insindacabile.
Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. I premi consisteranno in:
Primo premio: targa, diploma con motivazione della giuria e 200€
Secondo premio: targa, diploma con motivazione della giuria e 100€
Terzo premio: targa, diploma con motivazione della giuria e libri.
La Giuria procederà a individuare ulteriori premi che saranno indicati quali “Menzione d’Onore” e “Segnalati dalla Giuria”.
La Giuria attribuirà i seguenti Premi Speciali: Premio Speciale del Presidente di Giuria, Trofeo “Euterpe”, Premio Speciale Associazione “Le Ragunanze”, Premio Speciale “Verbumlandi-Art”, Premio alla Carriera Poetica e Premio alla Memoria.
Nel caso in cui non saranno pervenuti una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per particolari opere, l’organizzazione si riserva di non attribuire determinati premi.
La cerimonia di premiazione si terrà in un fine settimana di novembre a Jesi (AN). A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la premiazione.
I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di impossibilità, i premi potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, eccettuati i premi in denaro che debbono essere ritirati tassativamente il giorno della Premiazione dal legittimo vincitore. Parimenti, la targa in oro messa a disposizione dalla Universum Academy – Switzerland dovrà essere necessariamente ritirata il giorno della Premiazione dal vincitore o suo delegato.
Tutti i testi dei vincitori, dei menzionati e dei segnalati dalla Giuria verranno pubblicati nel volume antologico dotato di codice ISBN che sarà presentato nel corso della premiazione e disponibile alla vendita poi attraverso le librerie online.
Il Premio di Poesia “L’arte in versi”, da sempre sensibile alle tematiche sociali, devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie a una realtà di emarginazione o bisogno, impegnandosi a comunicare ai partecipanti del Premio della relativa donazione. Gli organizzatori del Premio si impegnano a darne comunicazione ai partecipanti a mezzo mail e mediante pubblicazione della notizia sui rispettivi spazi internet.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.
□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) allo scopo del Concorso in oggetto e per iniziative letterarie organizzate dalla rivista di letteratura “Euterpe”.
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Il secondo volume della iniziativa della rivista di letteratura “Euterpe”
All’insegna della riscoperta dei geni della letteratura italiana, quegli esponenti che spesso vengono studiati in maniera semplicistica alla scuola dell’obbligo riducendone la reale cifra letteraria, la rivista di letteratura “Euterpe” ha organizzato il secondo volume della iniziativa letteraria “Stile Euterpe” dedicato quest’anno alla riscoperta e allo studio attento del poliedrico Aldo Palazzeschi. Il volume, dal titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista e l’ironico, è curato da Lorenzo Spurio, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina e pubblicato dalla casa editrice fiorentina PoetiKanten Edizioni (pagg. 228, Costo: 10 €, ISBN: 9788899325275).
Dopo la nota critica introduttiva scritta da uno dei curatori, il siciliano Luigi Pio Carmina, si susseguono testi poetici ispirati all’impetuosità lirica del Palazzeschi poeta-funambolo o a lui dedicati. Tra di essi figurano opere di Lucia Bonanni (San Piero a Sieve/Scarperia – FI), Corrado Calabrò (Roma), Luigi Pio Carmina (Palermo), Maria Salvatrice Chiarello (Palermo), Osvaldo Crotti (Almenno S. Bartolomeo – BG), Rosanna Di Iorio (Cepagatti – PE), Valentina Giua (S. Pietro Clarenza – CT), Emanuele Marcuccio (Palermo), Francesco Mazzitelli (Policoro – MT), Patrizia Pierandrei (Jesi – AN), Margherita Pizzeghello (Rosolina – RO), Sebastiano Plutino (Messina), Enrica Santoni (Schorndorf – Germania), Francesca Santucci (Dalmine – BG), Antonio Spagnuolo (Napoli), Teresa Spera (Ruvo del Monte – PZ), Rodolfo Vettorello (Milano), Michela Zanarella (Roma), Marta Zirulia (Quartu Sant’Elena –CA).
Aldo Palazzeschi
Per la sezione narrativa breve l’antologia contiene i racconti di Luisa Bolleri (Empoli – FI), Francesco Paolo Catanzaro (Palermo), Cristina Giuntini (Prato), Gianluca Guillaume (Moncalieri – TO), Samuele Mazzotti (Cesena) ed Antonio Merola (Roma).
Un’ultima, importante, sezione del volume è costituita dalla saggistica e contiene articoli, saggi e critiche letterarie che numerosi studiosi, critici ed amanti della letteratura hanno voluto dedicare ad Aldo Palazzeschi. In questa sezione sono presenti i saggi “Palazzeschi: Vita Vs Letteratura” di Angelo Ariemma (Roma), “Palazzeschi, incendiario assennato” di Marco Ausili (Ancona), “Prospettive storiche per un umorismo… mancato” di Raffaele Guadagnin (Feltre –BL), “Palazzeschi il sovversivo: il corpo come rivoluzione e rimozione del “ di Iuri Lombardi (Firenze), “Palazzeschi: Chi sono?” di Francesco Martillotto (Lago – CS), “Luce alla lanterna” di Antonio Melillo (Almese – TO), “Stasi e dinamismo ne ‘I cavalli bianchi’ di Aldo Palazzeschi” di Valentina Panarella (Aversa – CE), “Il ‘buffo’ e l’umorismo: l’indagine sulla vita di Aldo Palazzeschi” di Luca Rachetta (Senigallia – AN), “Il tiepido grigiore e il fuoco incandescente: Aldo Palazzeschi” di Lorenzo Spurio (Jesi – AN).
A chiudere il volume sono uno scritto del professore e critico d’arte Armando Ginesi (San Marcello – AN) dal titolo “Internazionalità del futurismo delle arti visive” che dedica particolare attenzione all’avanguardia futurista letta all’interno delle arti figurative e la nota di postfazione firmata dal poeta e critico Antonio Spagnuolo.
Il volume è disponibile alla vendita sul portale IBS e le altre librerie online. Può essere richiesto anche alla Casa editrice scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com
La poesia di Rosanna Di Iorio muove da una profonda consapevolezza del tempo che, imperituro, cambia le cose, matura le persone e trasforma situazioni. Non è affatto un caso che molte liriche che la poetessa ha raccolto nella pubblicazione dal titolo Arianna e il filo riportino, in esergo, una citazione ai suoi cari dei quali l’orma assordante del tempo ha privato la Nostra. Si respira tra le righe una grande compartecipazione con i meccanismi e gli arcani della natura nonché l’esigenza della Nostra di ricorrere all’elemento ambientale quale pausa o motivo di maggiore comprensione di sé stessa e del mondo che la circonda. In questa corposa silloge Rosanna Di Iorio dispiega i tanti bandoli di matasse che rappresentano le esistenze, a seconda del caso o di una logica in qualche modo scritta e già individuata nel mito della Creazione, con le quali veniamo a contatto: genitori e familiari, amici e coetanei, amanti, figli e nipoti in una costruzione dei rapporti sociali assai ramificata, vorticante e al tempo inscindibile. Sono i fili di quelle esperienze dove il sentimento ha albergato e continua a vivere tra i recessi di memorie, sempre più difficili da cogliere e ri-vivere a causa di un tempo infingardo che non ha clemenza per nessuno.
Curiosa ed assai evocativa la definizione che la Nostra ha posto quale sottotitolo della silloge, “Geografia di sentimenti” ad intendere l’immensità di quello spazio geografico, che è uno spazio prettamente temporale, vissuto in funzione di istanti e memorie ritrovate, una sorta di planisfero dove, invece di nazioni, golfi e capitali, la Nostra ha individuato, mappandole, esperienze determinanti per il suo vissuto, amori e scoperte, rivelazioni e momenti d’evasione e dove la Capitale, il punto nodale di queste esperienze arricchenti l’animo e pregnanti per una crescita etico-civile, non è altro che il Cuore rappresentato dalle uniche leggi che esso conosce: l’ascolto e il rispetto dell’altro.
Scendendo in maniera più attenta all’interno dei versi della Nostra non si farà difficoltà a rendersi conto di quanto la poetica da lei utilizzata e che ne contraddistingue la sua cifra stilistica, sia imbevuta di squarci introspettivi, escursioni emozionali che si realizzano proprio a partire –spesso- dall’esigenza della donna di allontanarsi –seppur temporaneamente- dalla frenesia del mondo di fuori per ricercare nella calma e nel silenzio quella contemplazione e rilassatezza che le permettono una maggiore appropriazione dei quesiti esistenziali, delle realtà di indagine speculativa che l’uomo, spesso, tratta con superficialità delegando al suo mondo razionale di esigenze concrete.
Ne “Dalla coppetta dell’aperitivo” la Nostra c’immette in una scena estemporanea densa, però, di un velame rituale e dunque appartenente a una consuetudine dove, dopo alcune serrate osservazioni verso i Navigli, conclude in maniera assertiva e convinta che “La routine non ci sorprende più” (13) segno di una noia che si fa preponderante dinanzi alla concretizzazione di un mondo fatto di gestualità e comportamenti standardizzati che hanno perso quell’esuberanza che –forse- avevano una volta, quello sprizzo di curiosità o un più articolato legame con l’altra metà.
Una cospicua parte delle liriche si riallaccia al mito dell’infanzia, secondo le più varie sfaccettature. Da una parte la Nostra, molto attenta nei confronti del sociale, affronta il tema dell’infanzia negata dei tanti ragazzini che per le ragioni più disparate nei tanti angoli del mondo si vedono costretti a crescere in fretta dinanzi alle dure contingenze vedendosi risparmiati di vivere la fase più bella della loro esistenza. Sinceramente appassionata, perché coinvolta, a quelle realtà di disagio e di emarginazione alle quali Rosanna Di Iorio spesso allude e dinanzi alle quali il nostro comportamento è spesso disattento od omertoso, indifferente e sprezzante.
Se da una parte, come si diceva, a volte la donna reputa necessario trovare una condizione di silenzio e di vero e proprio isolamento intorno a lei, d’altro canto l’assenza più evidente e percepita, la più dolorosa e vissuta, è quella della figura materna alla quale varie liriche sono dedicate o in qualche modo ispirate. Mi riferisco in primis al bel canto della lirica “Eccomi, torno a te” nella quale l’io poetico auspica una sorta di ricongiungimento alla madre, questa volta la Madre intesa come la Vergine, in un testo dall’altissima empatia emozionale. La rassicurazione che la donna cerca mediante l’atto linguistico della prece è al contempo una attestazione amara della condizione dei tempi attuali dove sono “L’ombra del dubbio, l’ingenerosità,/ La paura di credere. L’ignavia” (19) a far da padroni in un mondo che ha smarrito il suo reale scopo, quello della pacifica convivenza e del mutuo soccorso. In “Madre, com’è difficile salire” echeggia il lamento accorato a un percorso congiunto dove il senso di protezione e l’affido vengono invocati come unica possibile rassicurazione: “Dammi la/ tua forza, madre. Non lasciarmi sola” (22).
All’interno di pieghe liriche che fanno della memorialistica e il disincanto della nostalgia a dominare, la Nostra non manca di mostrare particolare attenzione anche al mondo di fuori, al contesto locale, all’ambiente sociale che la circonda. Comprensibilmente critica nonché frustrata da un mezzo di comunicazione divenuto mercé del vizio e dove debutta mai declassato il male, in tutte le sue forme, così la Nostra si espone sul fenomeno televisivo: “Le nostre case/ [con] schermi a tutto spiano rimbombanti/ di storie di miserie e rumorose./ E dove le parole si parlano da sole” (20). Colpisce il frastuono indistinto delle notizie che aggiornano sulle sciagure e i massacri, gli atti nefandi dell’uomo imbastardito in un complesso di relazioni che è svilito e deturpato del sentire umano tanto che tutto si fa assordante e silente, altisonante e vacuo, autoreferenziale e dannatamente virale.
Rosanna Di Iorio, autrice del libro
Struggente per il magma emozionale ivi contenuto è “Lasciatemi sola”, una lirica-manifesto, di impatto eppure assai intima, quasi come venisse recitata lentamente, con un tono flebile. Il tono impiegato, annunciatorio e senza possibilità di replica, mostra un atteggiamento perentorio nell’esigenza compassata della donna di poter trovare e ritrovare se stessa, lontano da schiamazzi o ritualità, avvolta dall’abbraccio del silenzio nel quale “[si] sent[e] padrona/ di tutto” (27). In quello che potrebbe apparire come un gravame d’accoglimento e un senso di una spersonalizzante nullità, la Nostra è in grado di fronteggiare le idiosincrasie del vissuto (“l’amore e l’amaro”, 27) ma di svelare anche a se stessa che “Vivere è un sonno atteso” (28).
Solenni e capaci di trasmettere con ardore la sensazione di precarietà dell’esistenza sono i canti lirici “Prima un boato”, memoria del tragico terremoto che colpì l’Abruzzo nel 2009, “Fiori di Bucarest” che ci parla dell’infanzia negata di ragazzini costretti a convivere nel “nonsenso di un crudele inganno” (55), il canto straziante dedicato alla piccola Sarah Scazzi, protagonista di una delle vicende più nere della cronaca nazionale. La Nostra ha titolato la lirica “Impazzite le rondini nel cielo” a dimostrazione di una Natura che, allibita dinanzi a quanto accaduto, cerca la fuga anelando uno spazio libero ed incontaminato finendo, però, per sviarsi e perdersi nel cielo. Uno stormo di rondini impazzite è forse una delle metafore più ricche e sostanziose di questo libro di Rosanna Di Iorio, una di quelle immagini che più restano indelebili della sua poetica.
Può succedere a volta a chi si affida
a un’ombra incerta che nasconde ambigui
tormenti. (63)
Nel doloroso carme civile percepiamo l’animo affranto della Nostra, assai partecipe al lutto della ragazzina, alla dissacrazione dell’infanzia, all’abbattimento delle speranze. “Non trovo le parole per cantarti,/ ora che sei partita” (63) scrive in apertura alla terza strofa, ma in realtà così non è perché nei venticinque versi è assai capace di trasmetterci il dolore, l’indolenza della coscienza, il senso di smarrimento e la rabbia atavica di chi, proprio come lei, nutre un sentimento di sprezzo nei confronti di chi minaccia il senso di comunità.
Con questo linguaggio dove spesso la mestizia è di fondo ed i toni non di rado si fanno grigi, la Di Iorio mostra una società che sembra essere anacronistica: dotata di ogni bene e sistema di sviluppo ma ancora ingabbiata in forme di pensiero errate e deviate, come l’adozione della violenza sulla donna o, ancor più, la pandemica cancrenizzazione di drammi quali fame e guerra che sviliscono il genere umano. Siamo tutti “in marcia verso/ sconosciuti futuri o inesistenti” (98) chiosa la Nostra in una delle liriche più dolci ed avvolgenti; ai pensieri di questa portata si legano gli squarci della cronaca che riporta sempre desolanti notizie come l’immagine insostenibile degli “occhi dei bambini/ piegati dal dolore” (124). Difficile non leggere il senso di fastidio della Nostra verso comportamenti lascivi, passivi, omertosi, indifferenti, disinteressati verso realtà che necessiterebbero ascolto e vicinanza. In un mondo che spesso non perde tempo a dare il peggio di sé e dove ogni azione, dalla meno responsabile alla più pesante, avrà di certo un suo effetto:
Nella letteratura postmoderna o addirittura post-post-moderna (esistono in effetti vari sistemi di organizzare la temporalità che segue la lunga “era” moderna), non è più accettabile e anzi è insultante proporre una scrittura classicista, che abbia in sé una riproposizione di strutture, forme e tematiche di cui ci si è già occupati, proposti e riproposti con scadente originalità e mancanza di una chiara finalità se non quella meramente utilitaristica della scrittura votata al pulcioso intrattenimento.
E’ una fortuna che esistano nel nostro oggi persone come Iuri Lombardi, un intellettuale complesso, fortemente poliedrico e di un’inesauribile cultura, che rifiutano di mettersi in-cathedra per insegnare ma che si pongono ai margini della realtà sociale, per interagire con essa e colloquiarci. Il sistema culturale di Iuri Lombardi, il suo bagaglio di conoscenze da cui attinge e costruisce richiami e parallelismi, è una cultura che non è tanto il risultato di una “accademiacizzazione” sui classici e gli intramontabili (che pure conosce egregiamente), ma è fatta a partire da autori che potremmo definire di serie C se non di serie Z. E si badi subito bene che questa definizione non risponde a un cliché meramente estetico-qualitativo, responso dei più, ma è una considerazione indotta, pure dolorosa, che va fatta come chiara critica nei confronti di marchi editoriali, più o meno noti, che non hanno dato spazio né continuano a darlo (né sembra che lo daranno in un futuro prossimo) ad autori che non furono di nicchia (questa è la spiegazione stupida che qualcuno tende a dare) né di bassa lega, ma che, per sconclusionate e schifose leggi di mercato, si sono visti tagliare le gambe. E’ grazie a Iuri Lombardi che ho potuto conoscere autori come Giorgio Saviane, Pier Vittorio Tondelli e riscoprire Dario Bellezza (solo per citarne alcuni). Tutto questo per dire che la letteratura che fa Iuri Lombardi è una letteratura militante (non inteso in senso politico), di battaglia, fondata sull’intertesto e necessariamente collocata nello spazio iper-urbano, s-personalizzante, alienante, rombate, dove gli uomini sembrano perdere la loro identità per diventare semplici frammenti di un grande automa pre-programmato.
La letteratura di Iuri Lombardi è una continua analisi sull’esistenza, un mettere in crisi la Ragione, è spogliare il mondo del visibile per percepire l’invisibile, è una lotta con se stesso, è una apologia del camaleontico, è un flusso di coscienza ripudiata, è un coltello appuntito che fende la materia facendola sanguinare. Questa prerogativa è sicuramente avulsa da uno scrittore che non tratta di gialli, di morti misteriose, inquisizioni, ricatti e pedinamenti, ma semplicemente della vita che si maschera a commedia. Nelle narrazioni recenti di Iuri Lombardi, infatti, assistiamo a un mondo che sembra essere arrivato al capolinea, dove le normali leggi della normalità e della convenzione sono state messe alla berlina, dove gli atteggiamenti dei protagonisti sembrano essere enigmatici, paradossali, privi di concretezza nel reale.
E’ chiaro che in questo procedimento organizzativo che Iuri Lombardi fa, che la teatralità degli eventi e degli stessi personaggi sia lampante, addirittura non voluta, ma in grado di consegnarci personaggi che in realtà sono chiaramente degli attori. Parvenze che assurgono a un ruolo, marionette che vengono mosse perché così è stato stabilito dal regista di scena che lo stesso autore è. Ne abbiamo avuto abbondantemente prova con lo scanzonato e ultra-riflessivo Iuri dei Miracoli dell’omonima opera, chiaro riflesso dell’autore-attore che si cela non visto con un’attenzione smaniosa dietro il damasco delle tende del sipario.
Ritorna in questa nuova opera l’aspetto mimico-pratico, gestuale, quello della rappresentazione scenica e non è un caso, infatti, che l’autore abbia deciso di scrivere per la sua prima volta un “dramma in versi liberi”. Pur non essendo un drammaturgo, Iuri Lombardi si cimenta con un genere letterario, quello del dramma, che ha una sua amplissima tradizione e strutturazione e mostra con maestria di saper essere in grado di mantenere la presa nel lettore. Interessanti e direi assolutamente pertinenti anche i vari squarci lirici presenti qua e là nel corso dell’opera e che sottolineano ancora una volta la grande versatilità dell’autore nel sapersi destreggiare con forme diverse di scrittura.
Il Iuri Lombardi persona trasuda da ogni verso contenuto in questo dramma che in effetti può essere considerata come ulteriore attestazione pratica del suo modo di intendere la vita dell’uomo. La Spogliazione, assieme al racconto-manifesto Iuri dei Miracoli, rappresenta di certo l’anima pensante dell’autore su una serie di questioni di rilevante importanza. Ciò per cui si batte Iuri Lombardi è l’ascesa della novità, il bisogno di proporre modelli nuovi, mai sperimentati e da sperimentare per la prima volta, abbattere le categorie e tutti i sistemi pre-costituiti per organizzare il pensiero. E’ così che la normalità intesa in senso lato deve essere rifiutata e riscritta in nome di una nuova normalità che, contravvenendo alla normalità socialmente costituita, non potrà che essere considerata dai più come un’a-normalità, una distorsione, una perversione, una blasfemia.
Iuri Lombardi, autore del libro
Il discorso che Iuri fa sagacemente con queste pagine che il lettore si appresta a leggere è proprio questo: dal rifiuto della letteratura della casalinga di Voghera, Lombardi si proietta verso il normale innalzamento della cosiddetta denigrata low literature. La scrittura di Lombardi, infatti, propone la rivalutazione attenta del già detto mediante la rivisitazione, la ri-narrazione adottando la sensibilità della postmodernità nella quale il fenomeno del re-writing rappresenta uno dei poco curati affluenti torrenziali che conducono poi al grande fiume.
La Spogliazione non è che una riscrittura del personaggio biblico di San Giovanni Battista che viene a trovarsi nella nostra attualità. Del Battista originario c’è poco (la sua comunione con le acque, il suo essere esponente di rispetto all’interno dei testi dei Padri della Chiesa, la sua aurea di religiosità) ed esso in effetti è un punto di partenza pretestuoso per Lombardi che sviluppa una storia singolare, drammatica, che fa riflettere o che addirittura può far inalberare qualcuno. Perché in questa attualizzazione del Battista, Lombardi non può far altro che adoperare un abbassamento del personaggio (o addirittura abbruttimento) che corrisponde direttamente a una progressiva perdita della sacralità per le sue malefatte: l’essersi reso responsabile (e non colpevole, si badi bene!) a un atto di sodomia, l’aver fornicato, l’aver adottato atteggiamenti e frequentazioni poco consoni a un esponente del Clero. Tutto questo fa del contemporaneo San Giovanni un eretico, un sodomita, un maledetto, un perverso, uno schifoso e un folle. Ma in effetti il nuovo Battista, costretto a battezzare nuove anime nelle putride acque dei Navigli è espressione secondo Iuri Lombardi di nuove esigenze, di nuove forme d’espressione, dell’abbattimento di ferrei limiti, di tabù retrogradi e pericolosi.
Sul palcoscenico predomina quindi la perversione, l’atto sessuale descritto spesso da Lombardi come “l’atto del darsi” (che contestualmente presuppone l’atto del ricevere in una logica di duplice scambio), la nefandezza del pensiero pusillanime che trova compimento nella realtà, il Verbo che si fa Carne. Le domande che il lettore potrebbe farsi al termine della lettura sono in effetti tante e di sicuro ci sarà chi considererà questo scritto blasfemo, addirittura indegno, preoccupante e indecoroso nei confronti di una religione che si fonda su insegnamenti morali, civili e sociali per mezzo di parabole e vicende della Sacra Bibbia. Si potrà vedere una certa pretestuosità nel trattare dunque la religione e nel sapere che il Battista è diventato un sodomita, poi un travestito, un evangelizzatore da due soldi costretto a riposarsi in un alberghetto dappoco e in ultima battuta, tormentato dal “crimine” delle sue malefatte, della sua condotta libertina –della quale però non si sente di pentirsi- costretto a fuggire e a riparare in uno sgabuzzino dietro il palco di un teatro.
E’ un San Giovanni che diventa Don Giovanni e che come quest’ultimo cerca, invano, un avvicinamento alla cosiddetta normalità mal-rappresentata da Don Luca della Cipria (la parola “cipria” richiama il trucco e quindi un mondo falso e di finzione). Non ci sarà nessuna espiazione, proprio perché il Battista new age ha operato nella SUA normalità, senza contravvenire alle leggi del suo cuore, ai suoi bisogni e alle sue volontà. A differenza del Don Giovanni, però, che tenta fino all’ultimo di ottenere un pentimento da parte di Dio, il Battista, che è dotato della sua sacralità, decide di fare i conti da solo, scegliendosi la sua stessa fine. Fine che immaginiamo sarà l’atto ultimo dei suoi tormenti, a meno che il nostro affabulato narratore non abbia già in mente un ritorno sulle scene di San Giovanni, o di suo figlio, data la rottura del condom con la donna che ha posseduto. Condom che, rompendosi, avrà di certo riversato il suo contenuto nel liquido mare-magnum della donna, proliferando il seme della follia che rinascerà come un’acqua sorgiva il cui flusso non conoscerà mai fine.
Dal materiale spermatico di San Giovanni Battista rinascerà la Vita e il ciclo delle Acque, così, si ravviverà nel tempo, pur nell’inganno e nell’incredulità dei più.
Lorenzo Spurio intervista Idolo Hoxhvogli, autore del libro Introduzione al mondo (2015)
Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?
Il titolo Introduzione al mondo non indica la volontà di descrivere il mondo in tutte le sue componenti o nelle sue strutture essenziali. Esaurire il mondo in un libro è un compito impossibile e perciò utopico. Il compito dell’autore e dell’arte è trascendere il fatto bruto per elevarlo a una dimensione superiore rispetto al puro resoconto. Il titolo indica l’esperienza che ognuno di noi fa di alcuni aspetti della realtà. Fare esperienza è questo: introdursi al mondo e alle sue dinamiche. Il libro è suddiviso in tre parti: La città dell’allegria, Civiltà della conversazione, Fiaba per adulti. Queste tre parti sviluppano una forma di introduzione al mondo. La città dell’allegria introduce ad alcune patologie della società contemporanea. Civiltà della conversazione introduce alle contraddizioni della vuota conversazione che opprime i nostri giorni. Fiaba per adulti è l’ingresso tragico di una bambina al mondo attraverso l’orribile esperienza della pedofilia. Il percorso dell’introduzione è questo: società, cittadini, individuo.
L’opera
Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? La letteratura è un modo efficace per raccontare la Storia?
Nego riferimenti diretti alla mia vita, ma in ogni libro c’è anche il suo autore. Quantificare l’elemento autobiografico non è utile, ed è arduo. La vita dell’autore non conta. Quello che conta, nell’opera d’arte, è che il messaggio superi le vicende personali per raggiungere una dimensione collettiva. La letteratura – l’arte in generale – non è solo un modo per raccontare la storia degli altri e di sé: è l’unico modo. Non ci sono alternative, l’arte trasforma una vicenda personale in una vicenda universale, mostra nel volto di un personaggio i volti di un popolo, di una civiltà, di un’epoca: estrae l’universale dal particolare, ricava la Storia dalle storie.
Il processo di scrittura, oltre a inglobare motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche utilizzate precedentemente da altri scrittori. Ci sono, dietro ad alcune immagini di Introduzione al mondo, riferimenti alla letteratura colta. Alcune prose – La legge in città, Rovesciando, L’impianto del porco – riprendono un materiale letterario del passato, lo rivisitano e manipolano secondo diverse prospettive e intendimenti.
In Introduzione al mondo la componente ipertestuale è presente. I testi che compongono il libro si citano l’un l’altro, hanno un filo conduttore (allegria, conversazione, pedofilia), sono collegati come i nodi di una rete. Come indicato nella Nota, tre testi sono frutto di una riscrittura attualizzante. Ho utilizzato materiali differenti, è presente – tra i vari piani di cui si compone il testo – anche un pastiche stilistico e concettuale. Pensa a Introduzione al mondo come a una strada. In una strada sono possibili i più svariati incontri e convivono le più marcate differenze. Da qui la coesistenza di testi tra loro diversissimi, ma accomunati dal fatto di essere parte di un intero.
Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti e i generi letterari che più ti affascinano?
I miei autori preferiti sono l’Universo e l’Uomo. Autori che hanno contribuito a formare il mio stile sono la strada, il viaggio, la solitudine, i ristoranti con un menù inferiore ai venti euro, la prosa scritta sul ring dai pugni di Marvin Hagler. Le tendenze determinanti sono quella verso la vita e quella verso la morte. La corrente che mi ha più influenzato è quella del Golfo, non tollero invece gli spifferi. Il genere letterario per eccellenza è l’incisione paleolitica. Il miglior libro è la vita: non stanca mai, è piena di colpi di scena e possiamo scriverne qualche pagina.
Hai mai collaborato con altri nel processo di scrittura?
Non ho mai collaborato con altri. Ma la scrittura collettiva è un’operazione interessante e con esiti significativi dal punto di vista editoriale e artistico. È un’occasione di confronto, senza il quale la scrittura si atrofizza e si avvita su se stessa.
Cosa pensi dell’editoria italiana?
Il tema è complesso e la risposta può essere solo abbozzata. Per quanto riguarda l’editoria digitale, credo che l’ebook debba necessariamente essere il futuro per i periodici (non ha senso pubblicare in cartaceo un giornale che il giorno dopo deve essere buttato), per le opere di consultazione (non ha senso pubblicare in cartaceo opere che devono essere continuamente aggiornate) e per i prodotti editoriali che non hanno la necessità di diventare libro. Non credo che il libro possa essere soppiantato in toto, perché il libro e il file rimangono due cose diverse. Per quanto riguarda l’editoria cartacea: l’editoria è un’industria, non solo un’arte, e come tale è regolata dalle leggi del mercato. Tutti gli editori dovrebbero concentrarsi sul catalogo, sviluppando un’offerta editoriale capace di resistere nel tempo.
L’autore del libro, Idolo Hoxhvogli
Premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa sono importanti per la formazione dello scrittore?
I premi non sono utili per la formazione dello scrittore. Contano solo due cose: la vita e la lettura. Senza la vita, i libri non hanno sostanza; senza la lettura, l’autore non ha le parole. I premi sono utili per farsi conoscere dal pubblico. Non amo i corsi di scrittura. Non credo che al mondo vi sia una scuola di scrittura migliore della lettura. Sfido qualunque docente di scrittura creativa ad essere più utile della lettura di Bukowski, Henry Miller, Robert Walser, Flaiano, Calvino, Gadda o Bolaño. Un aspetto deteriore delle scuole di scrittura è l’omologazione stilistica e tematica.
A quali lettori è adatta la tua opera?
Ai lettori capaci di intendere l’ironia di Antonio Delfini: «Questo autore ignoto che vi si presenta è quasi certamente un imbecille. Però voi non ne siete sicuri. Prendetevi la soddisfazione di dare dell’imbecille a uno sconosciuto con documenti alla mano. Acquistate le mie pubblicazioni». Ai lettori capaci di comprendere le intime ragioni del feroce pessimismo di Emile Cioran: «Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca». Ai lettori capaci di mantenere la speranza, nonostante la speranza sia, dice Baltasar Gracián, «la più grande falsificatrice della verità».
Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo, OXP, Napoli 2015.
Esattamente due anni fa ebbi l’occasione di conoscere la scrittura di Ilaria Celestini che, fresca della sua prima pubblicazione, una raccolta di poesie dal titolo Parole a mezza voce nella sera (Aletti), mi inviò una copia del suo libro. Quello che potei constatare immergendomi nella lettura di questo testo, e che poi ebbi a verificare in una più approfondita conoscenza dell’autrice-donna, era che Ilaria Celestini fosse per natura, inclinazione e peculiarità personale una donna umanamente molto ricca e per la quale i valori rappresentassero ancora delle pepite d’inestimabile valore da conservare strenuamente nel proprio scrigno. Una persona, cioè, da sempre impegnata con tenacia in campo sociale e portatrice degli ideali in difesa del diverso, dell’emarginato, di quello che comunemente sottovalutiamo. Ma si faccia attenzione che una simile attestazione non deve essere considerata meramente come qualificativa della personalità della poetessa che Ilaria Celestini è, ma caratteristica della sua stessa persona.
Già nella prima silloge erano presenti i germi di tematiche (la solitudine, l’alienazione, l’alone di mistero sulla vita) che la poetessa affronta, amplifica e sviscera qui in Memorie intrusive. Il titolo, curioso e incisivo al tempo stesso, è l’eccelsa sintesi degli ambiti concettuali che il libro affronta con un linguaggio asettico, a tratti freddo e dal quale traspare la durezza (spietatezza) degli eventi descritti e rimembrati che hanno prodotto un doloroso trauma nella vita presente. Ma si analizzi il titolo con la debita attenzione che esso merita: le “memorie” di cui Ilaria parla non sono tanto da intendere come memorie di carattere collettivo, legate cioè al passato della sua regione o del suo paese né propriamente a quello della sua famiglia, ma sono frammenti[1] di episodi personali, taciuti, censurati, tenuti a bada dalla vergogna e dall’indifferenza e che ad una prima vista sembrerebbero essersi calcificati e sedimentati continuando a produrre un dolore fluido, inarrestabile, e sempre attuale. Ad aiutare il lettore nella comprensione del titolo è l’aggettivo che segue la parola “memorie”, “intrusive”: questi ricordi, questi eventi accaduti nel passato, non solo sono personali, introspettivi, privati, ma sono intrusivi, cioè sono totalizzanti, potenti, graffianti, onnipresenti, rinnovabili e addirittura coercitivi se teniamo presente che la parola “intruso” (dal latino intrúsus) significa “Che si caccia in affari altrui senza averne il diritto”. Questo libro è la summa di pensieri e ricordi dolorosi che, se anche si vive la consapevolezza che sono legati a un passato ormai lontano cronologicamente e psicologicamente, sono impossibili da annullare, da metterci una pietra sopra e far finta che non siano accaduti, perché la traccia che hanno lasciato nella sensibilità della donna è indelebile.
Centrale nella recente produzione di Ilaria Celestini è l’esplicitazione di due o più piani temporali che si possono sinteticamente analizzare in questa maniera: 1. Il passato (quale sperimentazione del dolore), 2. Il presente (quale distanziazione dal dolore, ma re-vivificazione dello stesso), 3. Il futuro (quale temporalità in cui viene nutrita la speranza che il dolore verrà finalmente risparmiato). Si parta dall’analisi della sperimentazione del dolore, ossia dall’evento in sé traumatico, e si osservi come esso venga prodotto sulla ragazzina, che in virtù della sua giovane età, non è in grado di comprendere le intenzioni dell’altro né è nella condizione di farne parola agli altri. Gli studiosi della materia sono concordi nel sottolineare che la gran parte degli abusi sessuali sui minori rimangano impuniti poiché il bambino che ha un rapporto di fiducia ed amicizia con quello che non sa essere il suo aguzzino, è incapace di rendersi cosciente della gravità dell’accaduto, tace e persiste nell’alone di mutismo nei confronti della realtà sociale sana che, invece, potrebbe aiutarlo sensibilmente. Ed ecco che tra le varie liriche che compongono la raccolta non possiamo non provare vergogna e aberrazione di fronte al trauma di una “bambina inerme/ e disperata” che ne minerà per sempre l’esistenza proprio perché la sua “innocenza [viene] tradita”. La normale spensieratezza dell’infanzia che dovrebbe lasciar posto alla fase adolescenziale è invece macchiata da un evento irreparabile che, di fatto, obbliga la ragazza a vivere un acceleramento spiacevole e spaventoso nella fase di crescita. Si passa, così, dai leggiadri e beati giochi dell’infanzia al ripiegamento su se stessi, alla desolazione, allo sviluppo di uno stato di disagio caratterizzato da un male di vivere del quale si finisce per sentirsi compartecipi o addirittura attori. In queste condizioni l’animo umano può adottare meccanismi di difesa che sono in realtà pseudo-meccanismi di difesa, prediligere l’isolamento o piuttosto autopunirsi per un qualcosa che in età infantile non si è riusciti/non si è tentato di evitare e immancabilmente il difficile percorso di crescita, accidentato dalla nefandezza di quanto accaduto, non può che concretizzare il pensiero, giorno dopo giorno, che quello che si sta vivendo non è altro che una “vita infame” caratterizzata non da gioie e dolori, ma residuata a meri “brandelli di esistenza”.
Ilaria Celestini, autrice del libro
In questo universo di degrado umano e di disagio impenetrabile, tutto si fa più pesante perché viene meno anche la confidenza ed il colloquio e ogni cosa si copre di silenzio (il silenzio di chi subisce, il silenzio di chi sa ma non vuole implicarsi, il tempo che passa e che sembra s-lavare le coscienze e operare un’azione obliante). Ma il silenzio, come si sa, è motivo esso stesso di dolore del quale si alimenta e si accresce proprio come l’apatia e la noncuranza (sembrerebbe quasi di leggere un ribrezzo) della madre nei confronti della figlia: “lunghi giorni/ solitari/ dell’infanzia”. E lo stesso silenzio è il mezzo impiegato dall’orco nei suoi progetti meschini e perversi con una ragazzina quando le dice che quello che accadrà rimarrà un segreto (e si tenga presente quanto sia importante per i bambini nelle prime fasi di crescita l’universo concettuale che si dipana attorno alle parole segreto-mistero-silenzio con un pedissequo impegno e convinzione dell’infante nel mantenere fede a quella promessa, a patto, magari, di un qualche gioco o ricompensa): “non lo saprà nessuno/ resterà/ un segreto/ tra noi”. In questo modo si minaccia e si distrugge il mito dell’infanzia più volte e da qualsiasi direzione possibile.
Il carico di quei ricordi è difficile da sopportare e si badi che non sono solo le cose fatte a far male, ma anche e soprattutto le cose dette (ricevute), gli sguardi o le cose non fatte, poiché nella silloge si delinea una duplicità caratteriale tra chi fa e chi riceve, tra chi attua e chi subisce, tra chi domina e chi è dominato come avviene in maniera lampante in “Le parole del carnefice” in cui leggiamo “metti qui/ la manina e fai quello/ che ti dico”. Nella poesia “Dominator ac imperator” è di scena il monologo interiore di una persona psicologicamente instabile che nutre nella sua mente un piano di conquista di una giovane non tanto per amarla, ma per soggiogarla, renderla vittima, a lui inferiore, violentarla e poi, da dominatore, fare di lei qualunque cosa lui voglia, recludendola in casa come un “usignolo/ in gabbia”.
La violenza, l’abuso psicologico e il soggiogamento della mente è talmente forte che in taluni casi c’è una risposta autolesionistica, addirittura omicidiaria da parte della stessa vittima come quando leggiamo il suo anelito di disprezzo e di sfinimento (“priva di forze”) che la porta a confessare, quasi con un filo di voce, “Finiscimi”.
Se del passato si ha paura perché esso è attualizzato di continuo al presente e dunque è quanto mai concreto e reale, nelle poesie di Ilaria si nutre anche una lieve speranza nel futuro e non ci si affonda mai nel cupo pessimismo. La poetessa, come era stato già nella precedente raccolta, evidenzia che una luce può esserci sempre e in fondo sta proprio a noi saperla intravedere e percorrere la strada verso di essa. Ed ecco dunque alcuni esempi che, posti in maniera contrastiva, possono servire al lettore ad interpretare la poetica secondo la prospettiva in oggetto: “Ho paura/ […]/ dei ricordi/ che sono/ in me” e “un giorno magari anche per me/ tornerà a schiudersi il cielo”; “ogni sogno è perduto ormai” e “ma se/ mi tenderai/ ancora/ la mano/ io saprò/ che il paradiso/ anche nell’inferno/ è possibile”.
Non c’è nelle liriche di Ilaria Celestini un intento di demonizzare, infamare né denigrare quello che è l’orco, l’aguzzino o comunque il fautore del dolore, né tanto meno di sottolinearne la brutalità spicciola (la brutalità è descritta nelle conseguenze delle azioni, piuttosto che nelle azioni stesse). Non vi sono neppure condanne, reprimende, messaggi d’odio o intenzioni di vendetta e quanto la poetessa mette su carta non è che una raffigurazione episodica di turpitudini completamente reali (e non solo realistiche) che purtroppo avvengono con gratuita normalità, spesso senza parlarne o senza darne la giusta diffusione, più di quanto siamo consapevoli di credere.
La silloge non è solo una chiara denuncia sociale di ciò che spesso accade nel mondo, nel nostro paese o nella casa dei nostri vicini, ma di quanto sia importante e imprescindibile denunciare questi fatti affinché si impedisca a queste persone malate di perpetuare le proprie devianze e si metta al bando una volta per tutte la falsa e denigrante definizione di “sesso debole”.
“Anche una donna/ sa fare del male” scrive Ilaria Celestini in una lirica, lontano anni luce da qualsiasi intenzione di rivalsa sull’uomo, ma come segno tangibile che in una società civile nessuno deve essere più disposto a propugnare, difendere o incentivare forme di ineguaglianza tra i sessi.
LORENZO SPURIO
Jesi, 8 dicembre 2013
[1] Frequente è l’utilizzo di termini come “frammenti” o “brandelli” che delineano una realtà residuale, difficile da cogliere nella sua integrità e che, pur manifestandosi quale scoria, quale elemento parziale di un tutto, mantiene la stessa forza emotiva, dolorosa, traumatica riscontrabile nella sperimentazione dell’evento in sé.