“Memorie intrusive” di Ilaria Celestini. Prefazione di Lorenzo Spurio

 

Mi hanno strappato le ali

gettandomi in un tugurio

di lacrime e orrore.

 

Brava bambina fai la conta

Più punti a chi non si vergogna

Giochiamo a mosca cieca

Che zio ti porta in montagna.

(Carmen Consoli, “Mio zio”)

 

Esattamente due anni fa ebbi l’occasione di conoscere la scrittura di Ilaria Celestini che, fresca della sua prima pubblicazione, una raccolta di  poesie dal titolo Parole a mezza voce nella sera (Aletti), mi inviò una copia del suo libro. Quello che potei constatare immergendomi nella lettura di questo testo, e che poi ebbi a verificare in una più approfondita conoscenza dell’autrice-donna, era che Ilaria Celestini fosse per natura, inclinazione e peculiarità personale una donna umanamente molto ricca e per la quale i valori rappresentassero ancora delle pepite d’inestimabile valore da conservare strenuamente nel proprio scrigno. Una persona, cioè, da sempre impegnata con tenacia in campo sociale e portatrice degli ideali in difesa del diverso, dell’emarginato, di quello che comunemente sottovalutiamo. Ma si faccia attenzione che una simile attestazione non deve essere considerata meramente come qualificativa della personalità della poetessa che Ilaria Celestini è, ma caratteristica della sua stessa persona.

119_memorie_intrusive_ilaria_celestini900Già nella prima silloge erano presenti i germi di tematiche (la solitudine, l’alienazione, l’alone di mistero sulla vita) che la poetessa affronta, amplifica e sviscera qui in Memorie intrusive. Il titolo, curioso e incisivo al tempo stesso, è l’eccelsa sintesi degli ambiti concettuali che il libro affronta con un linguaggio asettico, a tratti freddo e dal quale traspare la durezza (spietatezza) degli eventi descritti e rimembrati che hanno prodotto un doloroso trauma nella vita presente. Ma si analizzi il titolo con la debita attenzione che esso merita: le “memorie” di cui Ilaria parla non sono tanto da intendere come memorie di carattere collettivo, legate cioè al passato della sua regione o del suo paese né propriamente a quello della sua famiglia, ma sono frammenti[1] di episodi personali, taciuti, censurati, tenuti a bada dalla vergogna e dall’indifferenza e che ad una prima vista sembrerebbero essersi calcificati e sedimentati continuando a produrre un dolore fluido, inarrestabile, e sempre attuale. Ad aiutare il lettore nella comprensione del titolo è l’aggettivo che segue la parola “memorie”, “intrusive”: questi ricordi, questi eventi accaduti nel passato, non solo sono personali, introspettivi, privati, ma sono intrusivi, cioè sono totalizzanti, potenti, graffianti, onnipresenti, rinnovabili e addirittura coercitivi se teniamo presente che la parola “intruso” (dal latino intrúsus) significa “Che si caccia in affari altrui senza averne il diritto”. Questo libro è la summa di pensieri e ricordi dolorosi che, se anche si vive la consapevolezza che sono legati a un passato ormai lontano cronologicamente e psicologicamente, sono impossibili da annullare, da metterci una pietra sopra e far finta che non siano accaduti, perché la traccia che hanno lasciato nella sensibilità della donna è indelebile.

Centrale nella recente produzione di Ilaria Celestini è l’esplicitazione di due o più piani temporali che si possono sinteticamente analizzare in questa maniera: 1. Il passato (quale sperimentazione del dolore), 2. Il presente (quale distanziazione dal dolore, ma re-vivificazione dello stesso), 3. Il futuro (quale temporalità in cui viene nutrita la speranza che il dolore verrà finalmente risparmiato). Si parta dall’analisi della sperimentazione del dolore, ossia dall’evento in sé traumatico, e si osservi come esso venga prodotto sulla ragazzina, che in virtù della sua giovane età, non è in grado di comprendere le intenzioni dell’altro né è nella condizione di farne parola agli altri. Gli studiosi della materia sono concordi nel sottolineare che la gran parte degli abusi sessuali sui minori rimangano impuniti poiché il bambino che ha un rapporto di fiducia ed amicizia con quello che non sa essere il suo aguzzino, è incapace di rendersi cosciente della gravità dell’accaduto, tace e persiste nell’alone di mutismo nei confronti della realtà sociale sana che, invece, potrebbe aiutarlo sensibilmente. Ed ecco che tra le varie liriche che compongono la raccolta non possiamo non provare vergogna e aberrazione di fronte al trauma di una “bambina inerme/ e disperata”  che ne minerà per sempre l’esistenza proprio perché la sua “innocenza [viene] tradita”. La normale spensieratezza dell’infanzia che dovrebbe lasciar posto alla fase adolescenziale è invece macchiata da un evento irreparabile che, di fatto, obbliga la ragazza a vivere un acceleramento spiacevole e spaventoso nella fase di crescita. Si passa, così, dai leggiadri e beati giochi dell’infanzia al ripiegamento su se stessi, alla desolazione, allo sviluppo di uno stato di disagio caratterizzato da un male di vivere del quale si finisce per sentirsi compartecipi o addirittura attori. In queste condizioni l’animo umano può adottare meccanismi di difesa che sono in realtà pseudo-meccanismi di difesa, prediligere l’isolamento o piuttosto autopunirsi per un qualcosa che in età infantile non si è riusciti/non si è tentato di evitare e immancabilmente il difficile percorso di crescita, accidentato dalla nefandezza di quanto accaduto, non può che concretizzare il pensiero, giorno dopo giorno, che quello che si sta vivendo non è altro che una “vita infame” caratterizzata non da gioie e dolori, ma residuata a meri “brandelli di esistenza”.

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Ilaria Celestini, autrice del libro

In questo universo di degrado umano e di disagio impenetrabile, tutto si fa più pesante perché viene meno anche la confidenza ed il colloquio e ogni cosa si copre di silenzio (il silenzio di chi subisce, il silenzio di chi sa ma non vuole implicarsi, il tempo che passa e che sembra s-lavare le coscienze e operare un’azione obliante). Ma il silenzio, come si sa, è motivo esso stesso di dolore del quale si alimenta e si accresce proprio come l’apatia e la noncuranza (sembrerebbe quasi di leggere un ribrezzo) della madre nei confronti della figlia: “lunghi giorni/ solitari/ dell’infanzia”. E lo stesso silenzio è il mezzo impiegato dall’orco nei suoi progetti meschini e perversi con una ragazzina quando le dice che quello che accadrà rimarrà un segreto (e si tenga presente quanto sia importante per i bambini nelle prime fasi di crescita l’universo concettuale che si dipana attorno alle parole segreto-mistero-silenzio con un pedissequo impegno e convinzione dell’infante nel mantenere fede a quella promessa, a patto, magari, di un qualche gioco o ricompensa): “non lo saprà nessuno/ resterà/ un segreto/ tra noi”. In questo modo si minaccia e si distrugge il mito dell’infanzia più volte e da qualsiasi direzione possibile.

Il carico di quei ricordi è difficile da sopportare e si badi che non sono solo le cose fatte a far male, ma anche e soprattutto le cose dette (ricevute), gli sguardi o le cose non fatte, poiché nella silloge si delinea una duplicità caratteriale tra chi fa e chi riceve, tra chi attua e chi subisce, tra chi domina e chi è dominato come avviene in maniera lampante in “Le parole del carnefice” in cui leggiamo “metti qui/ la manina e fai quello/ che ti dico”. Nella poesia “Dominator ac imperator” è di scena il monologo interiore di una persona psicologicamente instabile che nutre nella sua mente un piano di conquista di una giovane non tanto per amarla, ma per soggiogarla, renderla vittima, a lui inferiore, violentarla e poi, da dominatore, fare di lei qualunque cosa lui voglia, recludendola in casa come un “usignolo/ in gabbia”.

La violenza, l’abuso psicologico e il soggiogamento della mente è talmente forte che in taluni casi c’è una risposta autolesionistica, addirittura omicidiaria da parte della stessa vittima come quando leggiamo il suo anelito di disprezzo e di sfinimento (“priva di forze”) che la porta a confessare, quasi con un filo di voce, “Finiscimi”.

Se del passato si ha paura perché esso è attualizzato di continuo al presente e dunque è quanto mai concreto e reale, nelle poesie di Ilaria si nutre anche una lieve speranza nel futuro e non ci si affonda mai nel cupo pessimismo. La poetessa, come era stato già nella precedente raccolta, evidenzia che una luce può esserci sempre e in fondo sta proprio a noi saperla intravedere e percorrere la strada verso di essa. Ed ecco dunque alcuni esempi che, posti in maniera contrastiva, possono servire al lettore ad interpretare la poetica secondo la prospettiva in oggetto: “Ho paura/ […]/ dei ricordi/ che sono/ in me” e “un giorno magari anche per me/ tornerà a schiudersi il cielo”; “ogni sogno è perduto ormai” e “ma se/ mi tenderai/ ancora/ la mano/ io saprò/ che il paradiso/ anche nell’inferno/ è possibile”.

Non c’è nelle liriche di Ilaria Celestini un intento di demonizzare, infamare né denigrare quello che è l’orco, l’aguzzino o comunque il fautore del dolore, né tanto meno di sottolinearne la brutalità spicciola (la brutalità è descritta nelle conseguenze delle azioni, piuttosto che nelle azioni stesse). Non vi sono neppure condanne, reprimende, messaggi d’odio o intenzioni di vendetta e quanto la poetessa mette su carta non è che una raffigurazione episodica di turpitudini completamente reali (e non solo realistiche) che purtroppo avvengono con gratuita normalità, spesso senza parlarne o senza darne la giusta diffusione, più di quanto siamo consapevoli di credere.

La silloge non è solo una chiara denuncia sociale di ciò che spesso accade nel mondo, nel nostro paese o nella casa dei nostri vicini, ma di quanto sia importante e imprescindibile denunciare questi fatti affinché si impedisca a queste persone malate di perpetuare le proprie devianze e si metta al bando una volta per tutte la falsa e denigrante definizione di “sesso debole”.

Anche una donna/ sa fare del male” scrive Ilaria Celestini in una lirica, lontano anni luce da qualsiasi intenzione di rivalsa sull’uomo, ma come segno tangibile che in una società civile nessuno deve essere più disposto a propugnare, difendere o incentivare forme di ineguaglianza tra i sessi.

LORENZO SPURIO

Jesi, 8 dicembre 2013

 

[1] Frequente è l’utilizzo di termini come “frammenti” o “brandelli” che delineano una realtà residuale, difficile da cogliere nella sua integrità e che, pur manifestandosi quale scoria, quale elemento parziale di un tutto, mantiene la stessa forza emotiva, dolorosa, traumatica riscontrabile nella sperimentazione dell’evento in sé.

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