Il partigiano annientato in “Fisarmonica rossa” di Franco Matacotta, a cura di Lorenzo Spurio

Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossa di Franco Matacotta

di Lorenzo Spurio 

 

Il rosso dell’impeto e non dell’ardore.

Il rosso dello svenamento e non della passione.

Il rosso della lotta partigiana contro la barbarie nazifascista.

Il rosso del sangue che si versa e non quello dell’amore che si promette.

È il colore che il poeta fermano Franco Matacotta impiegò nel titolo di uno dei suoi lavori più noti, Fisarmonica rossa[1], una densa e dolorosa silloge di poesia dove il poeta vergò sulla carta la dolorosa esperienza della guerra. Lo fece quasi sempre con un linguaggio duro, tagliente, aspro e senza possibilità di redenzione. Le immagini, icastiche e pregne di una desolazione morale vergognosa, si trasmettono al lettore come vere e proprie pugnalate capaci di inasprire il tormento di chi, imbevuto di lotte civili e amico dell’intera umanità, sente ancora oggi sulla sua pelle –sebbene non abbia vissuto direttamente le vicende- l’ingiuria subita da un popolo che significò lo svilimento della coscienza, la mortificazione delle carni, l’autodistruzione del genere umano.

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Franco Matacotta (Fermo, 1916- Nervi, 1978)

Matacotta nacque nella città marchigiana di Fermo nel 1916 ma visse la gran parte della sua tribolata esistenza altrove: prima nella Capitale dove frequentò la Facoltà di Lettere e prese parte alla vita intellettuale degli ambienti romani e poi altrove. Una serie di viaggi e spostamenti di varia natura lo portarono in giro per l’Italia, tra Capri, Milano e altre mete. Ogni spostamento fu, dal punto di vista culturale, assai propizio per il Nostro e gli permise l’approfondimento morale, la crescita e di connettersi a un novero di intellettuali significativi quale ad esempio Filippo Tommaso Marinetti, padre dell’avanguardia, che ideologicamente sposerà una filosofia di vita assai distante dal fermano. Matacotta stringerà relazioni anche con il perugino Sandro Penna (per altro abbastanza dimenticato), il padre indiscusso del romanzo italiano, Alberto Moravia, che avrebbe dato il meglio di sé, però, negli anni a seguire e Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, in qualche modo legata alla stessa regione del Nostro perché lì si trasferì da ragazza assieme alla famiglia (in maniera precisa a Civitanova Marche come narra nel romano autobiografico Una donna) e dove si sposò in prime nozze. Matacotta resta noto più come uno degli amanti della donna che, purtroppo, per la sua attività culturale, per la sua figura di poeta.

Sono gli anni del Secondo Conflitto Mondiale e sembra che la poesia e la letteratura in generale abbiano poco a che vedere con la dura realtà fatta di violenze, rappresaglie, proclami, città militarizzate e caccie al nemico. Ma gli intellettuali non si esimono dal parlare, vogliono credere di vivere in un società dove la minaccia del bavaglio, la censura e le persecuzioni non li riguardino. Si illudono, forse. Di certo non intendono in nessun modo venire meno al loro patto d’amore con la parola, alla loro affinità con la lirica, alla loro esigenza di un canto mite e soave. Ma la guerra incombe e con sé porta una sequela di massacri, distruzione, annulla le poche piccole certezze di uomini, dilania la vita quotidiana, spezza la famiglia ed incrina la società, acuisce gli odi ed amplia il divario allarmante tra le classi sociali. Matacotta in Fisarmonica rossa, opera che venne pubblicata nel 1945 dall’editore Darsena di Roma, ci narra la sua esperienza concreta di partigiano nella provincia marchigiana a contatto con la morte e a rischio della propria vita.

A conflitto mondiale ultimato, nel 1947 Matacotta prese ad insegnare a Civitavecchia chiedendo poi di poter essere trasferito nella sua Fermo dove, presso l’Istituto Tecnico Industriale, insegnò sino al 1950 ritornando, però, negli anni successivi a seguire programmi didattici nel Lazio (Lido di Roma, Subiaco, Tivoli). Lo spostamento successivo sarà quello verso il nord Italia, a Milano, dove resterà sino al 1962. Farà ritorno nelle Marche ma per un breve periodo, l’ultima sua presenza a Fermo, prima di stabilirsi definitivamente nel Genovese, a Nervi, dove nel 1978 morì. L’eredità poetica del Nostro, indebitamente poco coltivata, è assai notevole; contenuta in una serie di lavori poetici tra cui figurano Ubbidiamo alla terra (1949), Canzoniere di libertà (1953), Gli orti marchigiani (1959), La peste di Milano ed altri poemetti (1975), Canzoniere d’amore (1977) nonché la summenzionata opera Fisarmonica rossa interesse di questo saggio.

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Fisarmonica rossa (1945) di Franco Matacotta

Nella poesia “Ottobre 1942” il Nostro mostra la prevaricante stanchezza e derelizione dinanzi a una condizione snervante e dolorosa che si protrae con la guerra. “Ce ne stiamo rigidi e murati/ Con le cataratte sugli occhi./ Il vento s’è messo a urlare,/ E buio, tenebra sul mondo”. Il poeta ci fornisce immagini dove è l’asfissia del colore, l’annullamento della vita, il buio a dominare, l’uomo è descritto nel suo stato di spersonalizzazione, come fosse una cosa ed avesse perso la sua identità e con essa anche le facoltà tipiche dell’uomo: non parla, non guarda (ha le cataratte agli occhi), non si muove (il suo corpo è “rigido” e “murato”). Nella desolazione di una condizione di atroce fissità, di vero annichilimento, è il vento a portare il suo messaggio: non un canto né un sibilo, non una sinfonia né un’eco, ma delle urla che intuiamo (e percepiamo) sgraziate, fastidiose e roboanti. Matacotta in pochi versi fotografa con disarmante espressività il baratro di dolore nel quale l’Europa è sprofondata: il buio che non si rischiara con una nuova alba, che ha sprofondato la società in una lugubre assenza di luce e di speranza.

Nessun organo vuole più muoversi” annota qualche verso dopo servendosi di una sineddoche fisiologica dove gli organi che non si muovono non sono altro che il cuore che, impietrito e affranto, sembra aver perso il suo battito, la sua vitalità e con esso anche i polmoni, induriti e pietrificati. L’uomo è una statua di gesso. Un pezzo unico, senza movimento né percezioni sensoriali ma, come il gesso, è assai corruttibile e friabile agli eventi bellici del contesto nel quale vive.

La predilezione in Matacotta per un linguaggio prettamente materico, con ampia frequenza di materiali, tanto naturali che dell’edilizia, sembra essere una costante: si tratta di materiali che si caratterizzano per essere freddi, inermi, pesanti, fastidiosi al contatto con l’uomo di carne ed ossa: il Nostro parla di “polvere e piombo nel cervello” ad intendere forse, nella polvere la vacuità del senso della ragione, la perdita irrecuperabile della coscienza e nel piombo l’esposizione alle mitraglie e alle armi del conflitto.

La visione del dolore e la vicinanza alla morte non sono ambiti che, col perdurare, possano permettere all’uomo che li vive di abituarsi, di soprassedere alle logiche nefande e proprio per questo il poeta fermano non può che impiegare la lirica come mezzo di riflessione, come interrogatorio esistenziale: le domande che pone non vengono risposte (e forse non possono avere una risposta congrua a completare il senso del quesito) e finiscono per essere dei dilemmi irrisolvibili che palesano la criticità del momento storico, la drammaticità degli eventi e la vulnerabilità mista alla disillusione del Nostro che così annota:

Che cosa abbiamo da dire,

Che cosa c’è più da confessare?

Chi ci ridarà le membra mutilate

Per la resurrezione della carne?

In “La rossa grandine” lo scenario di un tessuto civile dilaniato ed esposto a continue e peggiori tribolazioni prende la forma di una precipitazione impregnata di sangue: “Fischia il coltello della morte e dal cielo/ scroscia la rossa grandine d’acciaio”.

Alcune poesie della presente raccolta forniscono, sembrerebbe in presa diretta, i dettagli e le modalità di come, sulle basi di un’ideologia perversa, sia possibile debellare l’opposizione attuando nefandi sistemi di morte. Non è solo l’impressionante resa agghiacciante della morte che, spavalda, fa la sua comparsa nelle varie liriche a destare un sommovimento agli intestini, un senso di vero fastidio, ma la gratuità degli atti persecutori e l’efferatezza delle torture che spesso si associano a forme di spregio e vilipendio dei cadaveri.

Nel celebre “Canto del patriota marchigiano” assistiamo all’intenso ritorno di un patriota nella sua Regione per “riabbracciare i cani di una volta”. La parola ‘cane’ non è usata qui in senso spregiativo a denigrare la popolazione marchigiana bensì a voler sottolineare nel popolo rimasto ancora in vita la sua condizione di randagismo, povertà, denutrizione nonché solitudine. Il ritorno nella sua terra, sebbene la guerra sia ancora in atto, potrebbe esser vissuto con una rinnovata speranza ma così non succede ed è, invece, dominato da una profonda desolazione interiore segno che la guerra sta operando ferocemente un’azione distruttrice anche nelle coscienze delle persone e, sfiduciato, dice: “Ah più non credo, più non spero in nulla”. Roma, la Capitale di uno stato canaglia, luogo del potere e della legalizzazione del male, è una “vacca rognosa” (capace di infettare e spargere il suo male a macchia d’olio dove il male è chiaramente l’ideologia superomistica del fascismo), “culla d’angeli neri e rosse prostitute”.

Nell’allontanamento dal luogo di sopruso e il ricongiungimento al luogo d’infanzia e dei cari il partigiano non ha risollevato il suo animo perché trova una terra assai diversa da come l’aveva lasciata, piena di dolore e distruzione, dove anche la casa familiare è “vuota e sola”. La desolazione della casa e la s-personalizzazione che l’uomo vive, quella di non aver più un luogo caro nel quale identificarsi, viene fornita dal poeta assieme a immagini nette nel loro carico di violenza, sintomaticamente fedeli a proiettare una genia che ha perso la sua ritualità e dove la natura stessa sembra rivoltarsi tanto da proporci immagini disgustose ma assai reali come quella di un “cane magro e nero (che)/ su una chiazza di sangue a lungo lecca”. Il sangue, che è vita, e che con il dissanguamento ha prodotto la morte, può ancora essere importante a qualcuno nel salvare un’esistenza anch’essa destinata al decesso.

Ma la guerra non è ancora finita e ben presto si sente il rumore della mitraglia che colpisce poco distante da lì. L’accostamento di immagini in sé stridenti come quella di “un ragazzo col capo dentro il petto/ (che) sanguina in mezzo al fango e alla paglia” e “la succosa nipote del curato (che)/ sta alla finestra per rifarsi i riccioli” acuiscono la vertigine del lettore dinanzi a uno scenario tanto maligno e aspro. La commistione di persone che al contempo muoiono trucidate e che invece paciosamente si aggiustano la chioma contribuisce ad esasperare la sfinimento. La banale azione rituale contrasta duramente, ma in maniera assai struggente e scevra da ridicolezze, con quella di un povero cristo dilaniato.

Nel ferro e nel fuoco che polverizza la campagna, la città, la Capitale e l’Europa tutta anche la più basilare e arcaica legge di natura, quella dell’attaccamento e dell’affezionamento incondizionato, vengono infangate nella bieca azione carica di sprezzo e di viltà: “L’amico sputa fuoco sull’amico”. Non è fuoco metaforico di menzogna, basato su una maligna attitudine dell’uomo che lo porta all’acquisizione di un atteggiamento doppio e ingiurioso, è un fuoco reale, divampante e infernale, dove chi prima era amico, sul campo di lotta può diventare oppositore e dunque bersaglio contro il quale battersi. Per queste ragioni “il fratello è in agguato del vicino”: la guerra spezza quell’universo prismatico di rapporti sociali preesistenti e consolidatisi nel tempo che divengono merce di poco conto, legami che il conflitto e il sistema di odi nullifica sotto un cielo costernato dalla consacrazione della stagione di un lutto perenne.

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Un partigiano caduto

Credo che si possa sintetizzare al meglio la forte potenza visiva delle immagini che il Nostro trasmette e il pathos di trasalimento affossato in un antro cupo con la plumbea chiusa della poesia “Canto popolare del patriota marchigiano” che sembra serrare il lettore alla gola in maniera assai pressante da stordirlo; così recita: “Siamo accecati d’odio e di dolore./ Mordiamo a sangue l’aria dura e avara./ Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,/ O Italia, cagna nera, patria cara!”. Matacotta, dopo aver puntellato la lirica sui concetti chiave che esemplificano la dimensione del conflitto armato (di qualsiasi guerra), ossia quelli dell’odio che produce schieramenti, violenze intestine, incomprensioni e dunque una spaccatura netta all’interno del gruppo sociale e quello del dolore che fa seguito, nelle varie sprezzanti forme, al sentimento d’odio, ricollega il tutto al motivo della vista accecata, dell’offuscamento, della pronunciata cecità e dunque di una incapacità generalizzata nell’atto visivo. Nello straniamento che l’uomo vive, del quale difficilmente riesce a capacitarsi, e nell’obnubilamento indotto della propria memoria (la campagna dilaniata, la casa familiare vuota, il vicino massacrato) l’io lirico non trova altra forza (non è una vendetta) che mordere a sangue “l’aria dura e avara” consapevole che in quella “cagna nera” dell’Italia ogni cosa, anche quella invisibile ed astratta, se minacciata e colpita, ha il suo sangue da versare.

Forte è il messaggio che Matacotta nelle varie liriche annuncia, in una maniera che ha poco del retorico e celebrativo per la libertà e la democrazia alla quale spera il Paese possa arrivare. Il monito di speranza, seppur a volte velato ed altre sottaciuto, è vivo invece in alcune attestazioni nelle quali il Poeta denuncia la gravità della morte inflitta dagli uomini e la nullità delle ragioni che in qualche modo la motivano: “Non vogliamo morire col rossore sugli occhi/ d’una causa funesta e insincera”. La guerra, appunto, non è vista come conseguenza di una situazione venutasi a creare che ha imposto al governo l’adozione della decisione bellica ma è una causa. Essa è la causa del disprezzo e della solitudine, della sofferenza e della disperazione, del disagio esistenziale e della perdita di coscienza così come il motivo che rinsalda e fomenta l’odio, la violenza, l’adozione di un metro emarginante e privo di equità sociale.

Poesie cupe dove è l’angoscia della vita a fare da padrona, ansimi di tormento che il Poeta cerca di fronteggiare mediante una riflessione e un domandarsi continuo proprio mentre la guerra è in atto e spazza via le poche certezze che nel tempo si sono costruire, costringendo a vivere in quel “sacco d’ombra” che il sole non riesce a penetrare, lambiti da quel freddo “vento di morte” che non accenna ad affievolire le sue raffiche mentre sul volto scendono copiose e inarrestabili “lacrime di catrame”.

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Franco Matacotta (Fermo, 1916- Nervi, 1978)

La fisiologia del corpo umano è deteriorata a sostanze residuali e inerti come la polvere; gli organi umani sono intorpiditi al punto di aver cessato le loro funzioni, come in uno stato di letargia pronti a poter azionarsi per riprendere il ciclo della vita. Dentro, nell’interiorità, tutto è morto. Flussi vitali, circolazioni, impulsi nervosi come pure i fasci di ricordi, le emozioni vissute, le sensibilità, le caratterialità distintive, la guerra tutto ha cancellato inesorabilmente al punto che “se un coltello ci aprisse/ troverebbe polvere nel nostro cuore”. L’evento traumatico di portata universale, difficile da recuperare a livello psicologico, deriva dall’alienazione e annullamento della propria identità precedente al conflitto che porta ad esempio il giovane partigiano ad osservare, come in balia di una profonda amnesia, “Non riconosco più mio padre e mia madre/ non ricordo più il mio nome/ […]/ Non m’importa cosa son stato” al punto estremo di rifiutare la realtà: “Non m’importa se ho caldo o freddo”.

In “Parole di sangue dette ad un ragazzo massacrato dai fascisti presso il fiume Tenna”, poesia dal titolo inequivocabilmente puntuale e fotografico al contempo, Matacotta ci fornisce la truce cronica di una fucilazione sommaria  avvenuta nella campagna marchigiana. L’efferatezza della violenza è inaudibile: l’uomo cade profondamente ferito a seguito del proiettile che lo ha colpito alla “bocca d’ombra” e da lì ci narra, come avvenisse una vera de-personalizzazione dal momento che lo crediamo già morto, descrivendo esternamente le circostanze della sua dolorosa fine:

M’hanno spogliato come un rospo nero

Nero di fame, di paura e follia

M’hanno steso sul sentiero come un pezzo di biancheria.

 Parla! Parla! Ma la mia bocca di marmo,

di marmo il cielo, il sole nella mia bocca,

nuca contro la pietra, sangue nella mia gola di marmo

 Se avessi parlato non m’avrebbero capito.

 Allora mi strapparono i peli

Come si strappano spine dalle rose,

cercavano le mie parole, ma le mie parole erano sangue,

 E il mio petto un campo di trifogli rossi.

 Allora non potendo trovare le mie parole

Cercarono i miei pensieri e mi strapparono gli occhi,

coi coltelli mi frugarono nel cervello

E l’avvoltoio del buio calò su me dal cielo.

Il partigiano muore nei pressi del Tenna perché, di fede ideologica avversa a chi lo ha detenuto, ha rifiutato strenuamente di confessare o di rivelare informazioni appetibili per i nemici. La sua integrità morale e la battaglia in difesa di un mondo fondato sul riconoscimento dei diritti e della democrazia periscono dinanzi all’adozione della violenza e gli ideali partigiani, che costituirono le file della Resistenza non violenta, affogano nel clima d’odio e di vendette in quelle parole che si tingono di sangue. La lingua, da organo della comunicazione, diviene simbolo del martirio, della negazione della vita, dell’annullamento del dialogo e su di essa rimane forgiata una “scrittura di sangue” mentre il corpo martoriato del pover uomo è lasciato alla terra che nella decomposizione lo farà ritornare in essa sottraendolo allo spregio che ora lo vede straziato e circondato di  “mosche, morte [e] cecità”.

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 24-01-2016

[1] Le citazioni sono tratte da questa edizione del testo Franco Matacotta, Fisarmonica rossa, a cura di Alfredo Luzi, Edizioni Quattroventi, Urbino, 1980.

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