Sabato 31 ott. la presentazione dei libri in dialetto senigalliese di Edda Baioni Iacussi

Sabato 31 ottobre a partire dalle ore 17:15 si terrà presso il Centro Sciale Adriatico sito in Via Garibaldi 14/A  di Marzocca di Senigallia (AN) la presentazione dei tre volumi poetici in dialetto senigalliese della poetessa Edda Baioni Iacussi.

I commenti e le critiche dell’opera saranno curate dal prof. Vincenzo Prediletto (critico letterario, recensionista presso la rivista “Sestante”) e dal dott. Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario).

La serata, che prevede degli interventi musicali, sarà condotta da Donatella Angeletti e Paolo Baldini.

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L’autrice della serata:

Edda Baioni Iacussi (Senigallia, 1931) per la poesia in vernacolo senigalliese ha pubblicato ‘Na manciata d’calco’: cento e una poesia in dialetto senigalliese, Prefazione di Renata Sellani e di Giuseppe Orciari, con disegni di Giò Fiorenzi, Tipografia Commerciale, Marzocca, 1998, Ch.l mors d’mela, con disegni di Giò Fiorenzi, Arti Grafiche Esposto, Polverigi, 2008  e L’ regul, Tipografia Commerciale, Marzocca, 2014. Varie sue poesie sono presenti nell’antologia Voci nostre dedicata ai poeti e scrittori marchigiani e nella collettanea in vernacolo senigalliese I Poeti Dialettali di Senigallia, a cura di Domenico Pergolesi, LaFenice, Senigallia, 2012.  Fa parte della compagnia teatrale “La Sciabica” di Marzocca.

“Solo un salto. E la ragione diventa follia” di Stefania Laurora, Recensione di Lorenzo Spurio

Solo un salto. E la ragione diventa follia di Stefania Laurora

Books & Company, Livorno, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La malattia mentale affonda le radici nel disagio esistenziale. (54)

downloadIl libro di Stefania Laurora, Solo un salto. E la ragione diventa follia pone il lettore dinanzi alla fruizione di una sorta di diario della protagonista. Diario nel quale la Nostra non appunta solamente episodi e momenti centrali della sua vita (il matrimonio e la nascita della figlia, per citare i più rilevanti) ma anche la carica emotiva che la investe in ogni circostanza (come avviene nella attenzione che mostra nel dipingere un tiepido rapporto con la figura materna causa, forse, di alcuni problemi psicologici che poi sorgeranno in lei) e le avvisaglie, i prodromi o le reazioni sintomatiche del deterioramento del suo stato di salute psichica.

Perché il romanzo tratta proprio di ciò: del labile e mai indovinabile confine che separa la razionalità dalla follia ossia dalla comunità ritenuta normale e alla quale abbiamo sempre creduto di far parte, da quella compagine emarginata della società, perché attrice di comportamenti insani o assurdi.

La prima parte del romanzo, che porta il sottotitolo di “La diaspora dei pezzi”, ben apre al tema della corruttibilità della ragione e dei limiti della coscienza nel momento in cui nella narrazione diaristica e a presa diretta della Nostra ben recepiamo il messaggio che intende darci: il pezzo, la partizione è un elemento minuscolo o un aspetto minuzioso delle realtà dalle caratteristiche talmente minute e ridotte da poter sembrare insignificante ma che ha un suo significato solo e soltanto nel momento in cui è riferito e, dunque, collegato alla parte, un po’ come avviene nel primo capitolo, denso di spirito gotico che, fugacemente, ci ricorda dell’assassinio del Presidente Kennedy soffermandosi non tanto sull’elemento contingente dell’agguato ma proprio su quel “pezzo di calotta cranica”, quel “frammento di testa” (13) dell’assassinato. Entriamo così a piedi pari nella fenomenologia di questo libro, che potrà sembrare perversa o priva di una logica contenutistica o narratoriale, se facciamo l’errore di non dare il giusto peso a questa narrazione inserita a mo’ di prologo. La frantumazione della materia cerebrale va, dunque, percepita per ciò che è: una frammentazione, una partizione dovuta a un evento traumatico della massa cognitiva, dunque razionale, deputata al ragionamento e all’invio degli impulsi ad ogni settore del corpo.  Stefania Laurora con questo romanzo ci parla proprio di una vicenda in cui una donna, apparentemente debole e dall’atteggiamento fiero e contrastante, subisce una frammentazione dell’apparato neuronale: ciò ovviamente in termini simbolici. È lei stessa, dopo il racconto surreale dell’amicizia instaurata con un piccione morto, che ci chiarifica meglio lo status da cui muove l’intera narrazione: “De-composizione come alterazione disarmonica delle reciproche posizioni delle parti” (17).

Questa “disarmonia” (17), de-strutturazione e dunque anomalia nella normale fisionomia di intendere il complesso razionale come entità in sé autonoma e compatta avviene nella nostra protagonista per mezzo di una profonda crisi della consapevolezza: a partire da uno stato spossante di alienazione che produce disturbo e a tratti investe anche le capacità relazionali, la Nostra ci narrerà dello sviluppo di una vita non in una evoluzione edenica di crescita, idilliaca costruzione familiare, maturità e vecchiaia ma per mezzo dell’insorgenza di debolezze croniche, incongruenze della psiche, veri e propri stati ansiogeni, atteggiamenti bipolari e forme autolesionistiche sino alle più preoccupanti manifestazioni di delirio.

È questo, allora, il diario di una mente pazzoide, ma ciò che va detto con attenzione è che osserviamo la protagonista nello sviluppo della malattia e nel peggioramento, fatti che cerchiamo in un certo senso di poter spiegare o legare a determinati eventi traumatici nella prima fase della sua vita, episodi spiacevoli o tendenze aggressive connaturate alla sua persona. Per chi ama la psiche, e ancor meglio la psichiatria come scienza che eziologicamente cerca di costruire schemi di disturbi e patologie per cercare di individuare cause, forme tipiche ed atipiche e possibili rimedi, questo romanzo può essere un buon punto di indagine. Questo soprattutto perché l’autrice, con la sua prosa semplice e spigliata improntata alla resa di immagini centrali in ciò che narra con una predisposizione sintetica e quasi a frammenti, ben fa risaltare il fatto che soggetti di questo tipo possono convivere con dati disturbi in maniera latente, tra fasi di angoscia e ripresa, depressione e quiete emotiva.

Dall’iniziale discorso sulla partizione assistiamo a una vera e propria fascinazione feticista nella nostra protagonista sempre interessata alla partizione/particolarità piuttosto che all’oggetto/persona in senso completo: si tratta di un procedimento a sineddoche dove la parte, più che definire il tutto, lo annuncia o lo richiama, con la strenua convinzione che è sempre meglio guardare il mondo sezionandolo che con uno sguardo totalizzante che non può che essere utopico e spesso ipocrita.

Il dramma esistenziale della protagonista la porterà all’assunzione di atteggiamenti autolesionistici assai gravi, come quello di spegnersi le sigarette addosso e, quasi contemporaneamente, anche la sfera alimentare si vedrà investita di cattivi attitudini quali il picacismo ossia l’attitudine di ingerire piccoli pezzetti di un materiale solitamente non commestibile (terra, gomma, gesso, etc.). Da un punto di vista psicodinamico entrambe le forme deviate potrebbero essere dei meccanismi indotti di risposta a un dato problema personale, dunque degli automatismi che, se si radicalizzassero, diventerebbero assai nocivi e pericolosi.

L’inserzione in un gruppo allargato di quelli che potremmo definire in maniera grossolana “gruppi di recupero” non sembra aiutare di molto la nostra anche se allo stesso tempo la protagonista, che probabilmente è quella meno malata degli altri, è sempre in grado di descrivere con parsimonioso realismo i casi umani che la circondano in quel dato ambiente. Entrano così in gioco parole come ‘depressione’, ‘TSO’, ‘maniacale’, ‘psicofarmaci’, ‘ricoveri’, ‘Centro di Salute Mentale’ e via discorrendo a far capire che il percorso che d’ora in poi interesserà la Nostra sarà fatto di una condizione esistenziale frammentata e lancinante dove abulia, autolesionismo, picacismo, segnali di fissazione, automatismi ed altro motiveranno una più ravvicinata esigenza di uno psichiatra che possa occuparsi di lei. Ciò si rende necessario soprattutto nel momento in cui intervengono anche le allucinazioni uditive (le voci) e visive (le presenze) che la porteranno ad affermare di vedere, ad esempio, Eva Peron aggirarsi per le stanze della sua casa. Parimenti l’atteggiamento di vittima, di colui che è oggetto di una attitudine ossessiva-pedinatoria, se non proprio stalking, contribuirà ad accrescere il problema tanto che il lettore non saprà più se restare fedele alla protagonista e credere ai suoi barlumi di razionalità di tanto in tanto o se classificarla già, e a ragione, come una pazza furiosa che necessita l’internamento. Non è possibile infatti accettare per vero tutto ciò che lei ci racconta sia perché a volte ciò che narra sembra architettato e dunque prodotto di un ragionamento fantasioso, sia perché si è già compresa la sua propensione alla divagazione, al dettaglio, all’astrusità e, di contro, la poca adesione a una visione pratica e spontaneamente organica.

La nascita della bambina potrebbe esser vista come un fatto rilevante nell’allontanare la donna dallo sprofondamento nelle sue turbe nervose sempre più preoccupanti per occuparsi con amore e devozione al nascituro, ma così non avviene. La figlia viene da subito percepita con invidia e con un sentimento pregno d’acredine (“un’altra femmina, mia complice e mia rivale”, 39), come una estranea alla quale fa difficoltà ad avvicinarsi come dovrebbe decretando all’interno della sua psiche già dissestata un’ulteriore crepa nella coscienza dovuta proprio alla crisi post-partum. Una crisi che non è solo dovuta dal senso di inadeguatezza della donna di essere madre in termini concreti ma, come si è detto, motivata anche da una malcelata assenza di sentimento che la porta a vivere la nuova condizione venuta a crearsi come una vera e propria sfida.

È intuitivo credere, allora, che la possibilità del suicidio, quale mezzo estremo ma risolutivo, venga ponderata varie volte dalla donna: “chiedo se valga la pena di vivere così […] o se piuttosto non sia il caso di congedarsi, ammettendo una buona volta che tutto ciò, per quanto seducente […] non è per me” (46). In tale circostanza matura l’esigenza del diario, di un confidente silente ma fedele al quale poter confessare le tribolazioni, il tormento e il senso di svuotamento che la donna vive sulla sua pelle combattuta tra angosce e farneticazioni della mente che non le danno scampo. Per questo non le resta che far passare come tendenzialmente normale il sentire le voci sostenendo: “Credo, in verità, che ciascuno di noi abbia un privatissimo coro che gli sussurra nelle orecchie, e che lo assiste nei pensieri e nelle azioni” (51). Come sappiamo, infatti, il sentire le voci non è un fatto che appartiene alla normalità propriamente detta o un qualcosa che appartenga a persone, pure normali, dotate di una maggiore sensibilità o propensione creativa: mi viene in mente Virginia Woolf (citata anche nel romanzo) che nel suo diario più volte annotò di sentire queste voci. Ben sappiamo che la donna era pazza e che quelle voci alla fine, nell’eco indistinto della sua mente vessata, la portarono a trovare la morte affogandosi in un fiume.

Le terminologie che la Nostra impiega per meglio descrivere le condizioni psichiche della protagonista sono precise e fanno riferimento al mondo della bipolarità, della crisi e al piano terapeutico fatto di psicofarmaci, sostanze che hanno la capacità di agire in maniera attiva o inibendo certi meccanismi a livello cognitivo. Ed è proprio negli ipotetici stati di salute o di alleggerimento della crisi che matura nella protagonista, come in molti affetti da problematiche psichiche di questo tipo, la volontà di abbandonare i farmaci. Quando la persona riconosce un lieve miglioramento della salute, allora crede di essere guarito e, non amando la classificazione come ‘malato’ o ‘pazzo’, prende subito le distanze dicendo che degli psicofarmaci può farne a meno non intuendo che quel lieve stato di miglioramento (o meglio, di stazionarietà) è dovuto proprio all’assunzione dei farmaci che, se venissero di colpo sospesi, provocherebbero danni ben più gravi come uno psichiatra non manca di farle osservare: “Senza le medicine lei rischia la vita” (54).

Importante la nota che viene fatta nel momento in cui si parla della correlazione che può esistere tra creatività e follia ad intendere, come spesso viene fatto in campo culturale, quel collegamento tra la pazzia di un artista (Van Gogh, Alda Merini, Dino Campana, Sylvia Plath o la stessa Anne Sexton citata dalla Nostra) e la manifestazione di genialità. Il dottore, che interviene su queste considerazioni, sostiene che nel caso del pazzo, questo può essere caratterizzato da una genialità o dallo sviluppo di particolari doti artistico/comunicative ma che, in quel caso, si tratterebbe di “folgorazioni” piuttosto che di vero genio. Discorso assai interessante che meriterebbe una trattazione a parte più approfondita.

Il delirio visivo di cui si parlava ad un certo punto si fa massiccio e la stessa percezione di dati colori, forme, oggetti viene a descrivere una deformazione della realtà: chi guarda vede a suo modo, in maniera distorta e sghemba e non secondo un normale procedimento visivo (vengono in mente, allora, anche gli orologi che si liquefanno di Dalì, segno di una distorsione della realtà percepita). L’epilogo di questa allucinazione che conduce alla percezione viziata del mondo che diviene uno scenario psicotico e stordito si ha nel momento in cui la nostra è convinta di vedere oggetti che prendono vita o uomini nelle sembianze di macchine, in un delirio percettivo assordante e pericoloso alla sopravvivenza nella società. In questo clima ansiogeno ritorna, così, e non poteva essere diversamente, l’ossessione di essere perseguitata, la psicosi di uno stalking che in effetti non esiste, condizioni che rendono ormai difficile l’autonomia e la gestione della sua persona tanto da necessitare il ricovero. Il tempo a partire da questo momento sarà segnato da periodi di ricovero, nei quali è tenuta sotto controllo, monitorata ed inserita in una compagine di pazzi a vario titolo, momenti in cui le viene concesso il ritorno a casa. Chiaramente –ciò non viene detto dato che la narrazione avviene in prima persona- intuiamo che lo psichiatra abbia nel frattempo instaurato un rapporto con il marito della donna non solo per renderlo consapevole dell’effettivo stato della donna ma anche per capire se l’uomo, la sua famiglia e la sua casa rispondano alle esigenze di supervisione continua, tutela della donna, sorveglianza e custodia. Pur tuttavia non è la presenza di una famiglia amorosa e vicina che può consentire il recupero (anzi, a volte può addirittura osteggiarlo) e i periodi di crisi della donna vanno infittendosi e si fanno sempre più preoccupanti come quando viene sottoposta a un TSO (“varie volte mi legarono”, 74) dopo aver tentato, nuovamente, di uccidersi, questa volta con tentativi di asfissia. Il risultato della sedazione è quello di avere una donna più pacata (non più lucida) ma al contempo maggiormente stordita, che vive in un torpore comunicativo e in una angoscia che la rendono una sorta di alieno privo degli sconvolgimenti intellettivi che prima la interessavano. Assieme ai farmaci vengono attuate la musicoterapia, la psicoterapia di gruppo mentre sembrano ravvisarsi nella donna accenni a una scatologia comunicativa abbastanza comune in alcuni folli.

Si diceva di quanto la famiglia possa essere importante nella gestione di un caso come questo ma va anche detto che la supervisione continua e il trattamento di un paziente con simili disturbi diventano un compito assai arduo e impegnativo che, se venisse assunto con completa dovizia ed impegno, potrebbe assorbire l’intero tempo ed energie di una altra persona. Ed è un po’ per questo motivo, ossia dell’inefficacia nel sorvegliare continuativamente un malato del genere, che la protagonista finirà per abusare delle pasticche tanto da rischiare la morte per intossicazione. Il lettore non dovrebbe mostrare a questo punto troppo stupore perché, in fin dei conti, sarebbe l’epilogo più intuitivo a una storia tormentata come questa.

A partire da questo momento si apre la parte finale del libro dal titolo “Il salto” che si caratterizza per essere maggiormente disorganica, fatta di frammenti, note appuntate sul diario in maniera veloce, senza un ragionamento né considerazioni aggiuntive che permettano di contestualizzarle. La protagonista parla di “distacco dalla realtà” e sembra di vederla ormai concreta nell’attuare un gesto estremo dopo i tanti trascorsi che hanno svilito la sua autocoscienza riducendola a una persona svuotata di attività cerebrali. È questo il momento in cui il mondo delle ombre, delle voci intricate e roboanti nella testa, sembra aver vinto in maniera indissolubile. Non ci sono farmaci talmente potenti da poter sovvertire la lotta con la ragione, da poter instillare il bene in un sistema cognitivo dove la disorganicità, l’impulso e l’automatismo hanno fatto irruenza.

Credo di osservare che sia trascorso un ampio periodo di tempo tra la parte finale del libro e la stesura della postfazione, fatta dalla protagonista in un età nella quale, se non può dirsi per certo di aver sconfitto la malattia, senz’altro l’ha recuperata abbastanza bene. Manca, dunque, anche dal punto meramente narrativo questa parte intermedia vertente sul racconto delle sue giornate del suo periodo più buio: è ragionevole credere che la donna in quel periodo non abbia scritto nulla o che, facendo una cernita dei materiali nel momento in cui ha organizzato l’intera storia, ha preferito fare una operazione di ellissi.

Nel finale, infatti, veniamo a conoscenza di una donna maggiormente critica e consapevole di se stessa (“ho capito che al mondo posseggo tutto quel che desidero”, 115) che sembra aver riallacciato il giusto rapporto con la società (“godo della compagnia delle persone”, 116), normalizzato la sua alimentazione (“godo del cibo”, 116) sebbene non abbia risolto quello che, forse, era stato uno dei motivi a decretare il suo dramma esistenziale (“Il mio rapporto con le donne rimase irrisolto”, 114).

Un salto solo rimandato, allora, o perennemente scongiurato?

Lorenzo Spurio

22-10-2015

A Firenze l’evento per ricordare Mario Luzi, uomo sensibile e profondamente gentile

11845226_10207555137899936_1541324816320678888_oSabato 17 ottobre nel pomeriggio a Firenze presso la Sede Provinciale dell’ARCI si è svolto l’evento in memoria del poeta Mario Luzi ideato e voluto da Marzia Carocci e Lorenzo Spurio. L’evento, patrocinato dalla Regione Toscana, dalla Città Metropolitana di Firenze e dal Quartiere 1, si è svolto nel seguente modo: una prima parte dedicata a una conferenza sul Maestro Luzi, quale uomo, nella quale hanno parlato Caterina Trombetti (docente, poetessa, amica di Mario Luzi e sua segretaria negli ultimi anni), Ernesto Piccolo (pittore, già docente dell’Accademia di Belle arti, amico di Mario Luzi) e Michele Miano (poeta e curatore editoriale, figlio di Guido Miano -editore milanese- che conobbe e collaborò con Luzi). Nei tre interventi i relatori hanno condiviso aneddoti e piccole esperienze vissute assieme a Mario Luzi dai quali sono risaltate le caratteristiche di un uomo sincero, apparentemente schivo e profondamente attento alla società, riflessivo, cortese ed estremamente disponibile, con un altissima considerazione dei rapporti umani.

A seguire si è tenuto un recital poetico nel quale una serie di poeti provenienti da varie parti d’Italia hanno letto le loro poesie ispirate o dedicate al Maestro con intermezzi musicali di Alberto Gamannossi e un brano cantato da Francesca Monami (Alchimia).

I poeti intervenuti alla serata sono stati: Daniele Berto, Giancarlo Bianchi, Lucia Bonanni, Sandra Carresi, Francesca Facoetti, Tiziana Gabrielli, Pinella Gambino, Sonia Giovannetti, Francesca Luzzio, Cinzia Manetti, Candido Meardi, Antonio Merola, Liliana Moreal, Claudia Piccini, Ilaria Spes, Luciano Valentini, Laura Mionetto, Nino Nemo.

Tutti i testi letti durante la serata confluiranno in un volume antologico che sarà pubblicato da PoetiKanten Edizioni nei prossimi mesi a testimonianza del pomeriggio di condivisione culturale in ricordo del Maestro Luzi. Nel volume figureranno anche poesie ed interventi di autori che hanno partecipato ma che non sono stati presenti alla serata: Andrea Aterini, Bartolomeo Bellanova, Anna Maria Benone, Serena Ferrara, Lucia Lascialfari, Carmine Liccardi, Lina Luraschi, Francesco Martillotto, Antonella Monti, Margherita Pizzeghello, Simone Sanseverinati, Maria Luisa Seghi, Michela Zanarella, Marco Ausili, Fabio Grimaldi.

A seguire il video integrale dell’evento:

A seguire alcune foto dell’evento (Foto di Francesco Fois):

Domenica 18 ottobre a Firenze la presentazione di “Risvegli”, un’antologia di poesia civile

RISVEGLI: IL PENSIERO E LA COSCIENZA

L’antologia di poesia civile  il 18 ottobre a Villa Arrivabene (FIRENZE)

cover frontDomenica 18 ottobre a partire dalle ore 16:30 si svolgerà presso la Sala Beghi di Villa Arrivabene (sede del Consiglio di Quartiere 2) a FIRENZE la prima presentazione della antologia poetica “Risvegli: il pensiero e la coscienza. Tracciati lirici di impegno civile”, curata da Marzia Carocci, Iuri Lombardi e Lorenzo Spurio. Il volume, pubblicato da PoetiKanten Edizioni, contiene i testi poetici risultati selezionati dai tre curatori che i partecipanti, poeti di tutta Italia, hanno voluto inviare per questa iniziativa antologico a tema socio-civile. Le tematiche affrontate dai vari poeti nei loro componimenti spaziano dai disagi psichici e relazionali, da drammi di cronaca familiare, omicidi, casi di emarginazione, immigrazione, infanzia negata, prostituzione e tanto altro ancora. A tenere uniti i tanti “tracciati lirici” di settanta poeti italiani, tra più o meno conosciuti, è stato il filo rosso che vede nell’impegno sociale del poeta che è chiamato a denunciare le realtà nelle quali nota storture, idiosincrasie, espressioni di forza ed odio al fine di salvaguardare lo stesso senso civico a garanzia del comune ben vivere.

L’opera si apre con gli interventi critici dei tre curatori nei quali ci si sofferma sulle caratteristiche fondanti di questo componimento di denuncia, di lamentazione consapevole e di critica sociale, seguito da un nutrito apparato introduttivo opera del professore Raffaele Taddeo.

Nel volume sono presenti poesie di Bruno Agosti, Carla Abbondi, Rina Accardo, Velia Aiello, Franco Andreone, Elvio Angeletti, Lucia Bonanni, Mimì Burzo, Vincenzo Calò, Silvia Calzolari, Graziella Cappelli, Marzia Carocci, Sandra Carresi, Francesco Paolo Catanzaro, Laura Cecchetti Manao, Maria Chiarello,  Giovanni Rosario Conte, Floriana Coppola, Mario De Rosa, Gianni Di Giorgio, Maria Rosaria Di Domenico, Rosanna Di Iorio, Antonio Di Lena, Francesco Di Ruggiero, Alberto Diamanti, Franca Donà, Alfredo Faetti, Sara Favotto, Elisabetta Freddi, Giuseppe Gambini, Valentina Giua, Rossana Guerra, Sebastiano Impalà, Iuri Lombardi, Francesca Luzzio, Claudia Magnasco, Michela Manente, Maria Teresa Manta, Donatella Marchese, Emanuele Marcuccio, Michele Miano, Emidio Montini, Giuliana Montorsi, Andreina Moretti, Daniela Nazzaro, Maria Rita Orlando, Gianni Palazzesi, Luigi Paternoster, Antonino Pedone, Stefania Pellegrini, Claudia Piccini, Patrizia Pierandrei, Maria Teresa Pieri, Paolo Pietrini, Lorenzo Poggi, Antonella Proietti, Massimiliano Rendina, Maddalena Rotolo, Irene Sabetta, Rita Salamon, Anna Scarpetta, Tania Scavolini, Carla Spinella, Lorenzo Spurio, Marco Squarcia, Cristina Tonelli, Paolo Tulelli, Vincenzo Turba, Cristina Vascon.

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Per info sull’evento o acquisto del libro: poetikantenedizioni@gmail.com

Il video della presentazione:

Alcuni scatti della serata:

Venerdì 27 nov. a Rimini la presentazione de “I poeti e la crisi” a cura di Giovanni Dino

Fara Editore in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Rimini

Presenta il ciclo di incontri con narratori, poeti e…

“Il verso della trama”

nella splendida Sala degli Arazzi del Museo della Città

via L. Tonini, 1

ogni trama ha almeno un verso e i versi più di una trama

venerdì 27 novembre 2015 alle ore 17.00

Giovanni Dino presenta l’antologia

I poeti e la crisi (Fondazione Thule Cultura)

saluto dell’Assessore alla Cultura Massimo Pulini

interventi di alcuni autori (Anna Maria Tamburini, Alessandro Ramberti, Ardea Montebelli, Caterina Camporesi, Lorenzo Spurio e altri)

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“Poeti per il sociale”, il volume poetico curato da Annalisa Soddu a difesa dell’impegno civile

POETI PER IL SOCIALE a cura di Annalisa Soddu

Facebook 5 settembre – 5 ottobre 2015


Annalisa Soddu, poetessa e scrittrice di origini sarde, ha voluto lanciare circa un mese fFILE CONCLUSIVO POETI PER IL SOCIALE (1)-page-001a una iniziativa poetica nel Social più frequentato, Facebook. Creando un semplice evento dal titolo “Poeti per il sociale” la Nostra ha dato un mese di tempo, a partire dal 5 settembre u.s. per inviare un massimo di due testi poetici a testa con una nota personale stringata da pubblicare sulla bacheca dell’evento. Denominatore comune è stato quello di ispirarsi o dedicare i propri versi a episodi che concernono la cronaca sociale, ossia a quegli episodi storico-politici, geopolitici e disagi che l’uomo contemporaneo incontra nel relazionarsi al senso di comunità. I poeti hanno risposto con entusiasmo alla iniziativa, totalmente gratuita e volta alla creazione di una antologia virtuale contenente tutti i testi presentati occupandosi di tematiche quali l’immigrazione e la sciagura per mare di molte persone che arrischiano la propria esistenza col pensiero di attraccare in una terra di speranza, l’infanzia negata, gli abusi, la follia o la patologia che porta a perdere la memoria, scontri con una burocrazia artefatta e asfissiante, casi di suicidio per bullismo, la violenza di genere, l’interesse ecologico e la criminalità organizzata. Sono solo alcune delle tematiche toccate in forma lirica dai tantissimi poeti, appartenenti a varie regioni d’Italia (qualcuno anche residente all’estero) che hanno dato il loro contributo per la posa di questo primo e fondamentale mattone per la costruzione di un qualcosa più solido che faccia breccia nelle coscienze di tutti.

L’opera si apre con una prefazione da me curata e si chiude con la postfazione scritta da Mariuccia Gattu Soddu, madre della curatrice e poetessa sarda.

Nell’antologia sono presenti poesie di Alessandro Grimaldi; Anna Carella; Anna Intorcia; Anna Maria Dall’Olio; Anna Maria Folchini Stabile; Annalisa Soddu; Carla Spinella; Carlo Zanutto; Carmelo Loddo; Carmen De Vito; Carmine Montella; Catello di Somma; Clara Raffaele; Claudio Macchi; Crescenza Caradonna; Cristina Lania; Dora Farina; Emanuele Marcuccio; Emanuele Schemmari; Ernesto Ruggiero; Felice Serino; Francesca Capriglione; Francesca Luzzio; Francesco Fucarino; Francesco Paolo Catanzaro; Gaetano Napolitano ( Sendero Luminoso), Gianna Occhipinti; Giovanni Croce; Giovanni Sollima; Giulio Sacchetti; Giuseppe Tavormina; Giuseppina Carta; Graziella Cappelli; Graziella De Chiara; Gustavo Tempesta; Ileana Zara; Immacolata Cassalia; Irene Molli (C. G.) ; Laura Vivi; Lilla Omobono; Lorenzo Spurio; Lucia Manna; Luisa Casamassima; Manuela Magi; Marco Parisi; Maria Antonietta Doglio; Maria Chiarello; Maria Ronca; Maria Rosa Lancini Costantini; Marzia Carocci; Oscar Sartarelli; Paola (Damiana) Pintus; Paola Alba Maria Mannetta; Paola Surano; Paolo Landrelli; Patrizia Pierandrei; Renato Fedi; Rino Marciano; Rolando Attanasio; Rosa Mannetta; Rosa Maria Chiarello; Rosa Ruggiero; Rosa Surico; Salvatore D’Aprano; Salvatore Famiglietti; Sandra Mirabella; Saverio Chiti; Silvana Galia; Valentina Meloni; Valerio Vescovi; Vincenza Davino; Vincenzo Lagrotteria; Vito Adamo.

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Lorenzo Spurio sul fenomeno della micro-editoria italiana

E’ apparso oggi un mio articolo sul fenomeno della micro-editoria in Italia pubblicato sulla Rivista Contaminata “Diwali” del quale riporto la parte introduttiva:

imagesRicevo con vivo piacere l’invito a poter intervenire qui, su questo spazio, in merito all’universo sterminato riguardante le attività della micro-editoria nella nostra realtà quotidiana, sul quale molto ci sarebbe da dire per affrontare questioni anche molto differenti e distanti tra di loro ma che debbono essere tenute da conto quando ci si approssima a considerare la micro-editoria come fenomeno in sé stesso. Direi che è necessario partire da quella che può sembrare una semplificazione ma che può servire a chiarire alcune cose. In Italia (mi limiterò a parlare del nostro Paese che è ciò che più ci interessa, anche perché non dispongo di conoscenze altrettanto specifiche in merito ad altri stati europei o extra-europei) l’editoria è in mano a tre fasce diversificate di editori: 1) i grandi editori, quelli che si contraddistinguono con dei veri e propri marchi e che sono di dominio pubblico (per intenderci ciascuno di noi avrà a casa propria almeno un testo pubblicato da queste grandi catene editoriali, senza dover far nomi che contribuirebbero ad ulteriore promozione che qui non intendo fare), 2) i marchi medi ovverosia quelle compagini editoriali che, pur avendo alle spalle una attività editoriale seria e duratura, documentata e stimata ed organizzati in varie collane a garantire la possibilità variegata delle espressioni, non hanno ancora (e forse non ce l’avranno mai) la potenza e l’impronta inscalfibile dei primi e nemmanco possono dirsi privi di peso sul panorama culturale; 3) la micro-editoria: si tratta, e lo si vedrà meglio nel corso di questo intervento, di quella realtà dilagante, propulsivamente diffusa con una crescita che potremmo definire algoritmica, quasi inarrestabile che contempla al suo interno la massa multiforme e difficilmente mappabile delle attività editoriali svolte in piccolo (come il nome indica) cioè nate, ad esempio, da centri di cultura, associazioni, onlus, e tutte quelle compagini associative che non nascono primariamente con lo scopo di fare editoria (cioè pubblicare libri) ma che lo possono fare perché previsto dai rispettivi statuti. Non solo:…

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Svoltasi ieri la premiazione del XXVI Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”

Ieri sera nella Sala Biagetti del Castello Svevo di Porto Recanati si è tenuta la premiazione della XXVI edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” fondato trent’anni fa dal professore Renato Pigliacampo.

Per volontà dello stesso Pigliacampo, poeta, scrittore, saggista e professore universitario sordo dall’età di dodici anni, il Premio si è caratterizzato negli anni all’interno del panorama dei concorsi poetici in Regione per dar particolare attenzione nei confronti sociali facendo parlare persone che vivono o che hanno avuto esperienza  di discapacità sensoriali, disabilità fisiche, emarginazione, solitudine o che hanno a cuore le tematiche civili della nostra contemporaneità.

Il professor Pigliacampo, che ci ha lasciato nei mesi scorsi, è stato esempio encomiabile del serio impegno a difesa dell’universo dei diversamente abili e di tutte quelle classi disagiate ed emarginate che necessitano di maggiore ascolto, aiuto e coinvolgimento nella nostra società. La sua storia personale che l’ha condotto a diventare paladino in numerose battaglie sociali volte all’equiparazione dei diritti, strenuo difensore della LIS e ad impegnarsi anche in campo assistenziale, hanno fatto di lui un animo ribelle e convinto, dal pensiero forte e lungimirante, uomo dalla complessità tipica di un intellettuale d’altri tempi, profeta della parola e vate della poesia, un esponente della cultura che ha cantato con foga le sue Marche contribuendo ad ispessirne immagini e metafore di questa terra connotata al plurale.

La Giuria del Concorso in questa edizione era composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Lella De Marchi ed Elvio Angeletti con Marco Pigliacampo, figlio del Professore, quale Segretario del Premio.

Le letture delle poesie vincitrici e segnalate sono state fatte prevalentemente da Tiziana Bonifazi e Giuseppe Russo del Salotto degli Artisti; l’interprete della Lis è stata Sara Magistro.

La Commissione di Giuria: da sinistra Marco Piglacampo (segretario), Lella De Marchi, Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti ed Elvio Angeletti.
La Commissione di Giuria: da sinistra Marco Piglacampo (segretario), Lella De Marchi, Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti ed Elvio Angeletti.

In questa ventiseiesima edizione l’organizzazione ha deciso di dedicare una prima parte al ricordo del professore Pigliacampo con l’attribuzione del Premio Speciale “Renato Pigliacampo” a Rita Muscardin di Savona con la poesia “Il Guerriero del Silenzio” come appunto il Professore era noto. A seguire si è avuta la consegna di diplomi speciali alla memoria di Renato Pigliacampo tra cui quello a Pietro Carenza di Turi (BA) con la poesia “I segni della LIS”.

Franca Bernabei, referente dell’Istituto di Riabilitazione S. Stefano di Porto Potenza Picena ha ritirato una targa conferita ai numerosi concorrenti del Centro nel quale lavora che per una sopraggiunta impossibilità dell’ultima ora non sono potuti intervenire direttamente.

Il professor Guido Garufi di Macerata ha tenuto un suo intervento vertente su alcune caratteristiche fondamentali della poetica di Pigliacampo che conosceva da tantissimi anni essendo stato lui stesso in Giuria del premio in passate edizioni.  In particolare ha parlato dell’intimità della poesia da intendere come fatto prettamente personale e, ricordando i libri di Pigliacampo, non ha mancato di sottolineare la componente polemica-di denuncia, spesso tumultuosa e accecante, di cui i versi di Pigliacampo sono pieni e di cui tutta la vera poesia dovrebbe partire: da un atto violento, da un urlo, da una dichiarazione difficile fatta con coscienza.

A seguire la lettura di Lorenzo Spurio (Presidente di  Giuria) della poesia scritta e dedicata al Professore dal titolo “Idioma visuomanuale” vertente appunto sul linguaggio gestuale-iconico della Lingua dei Segni della quale Pigliacampo fu insegnante e fiero difensore.

Il 1° Premio conferito a Rosanna Giovanditto. Nella foto da sx: Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Delfina Pigliacampo, Rosanna Giovanditto e Marco e Luca Pigliacampo
Il 1° Premio conferito a Rosanna Giovanditto. Nella foto da sx: Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Delfina Pigliacampo, Rosanna Giovanditto e Marco e Luca Pigliacampo

Nella seconda parte della Premiazione si sono conferiti attestati di merito ai poeti presenti Marina  Montagnini, Patrizia Portoghese, Rosanna Spina e Maria Pia Silvestrini e le targhe a Michele Izzo (4° Premio), Gaetano Catalani (5° Premio – assente),  Sandro Orlandi (6° Premio –assente), Flavia Buldrini (7° Premio – assente), Francesca Costantini (8° Premio), Maria Carmela Dettori (9° Premio – assente) e Vito Sorrenti (10° Premio – assente).

Sul podio i poeti Rosanna Giovanditto di Spoltore (PE) con la poesia “Notte e Sole” (1° Premio) letta da Tiziana Bonifazi e segnata nel linguaggio della LIS dalla vincitrice; Carmelo Loddo di Reggio Calabria con la poesia “Sola andata” (2° Premio), lirica sugli immigrati che varcano il mare con grande speranza ma privi di certezze e Cesarina Castignani Piazza di Monte S. Vito (AN) con la poesia “I giorni dell’odio” (3° Premio) ispirata a un caso di abuso sessuale in una situazione di guerra.

In sala presente la famiglia Pigliacampo: i figli Marco e Luca Pigliacampo e la signora Delfina, gli ex sindaci di Porto Recanati dott.ssa Rosalba Ubaldi e l’avv. Sabrina Montali intervenuti a premiare alcuni dei vincitori.

In sala un nutrito pubblico che ha seguito con interesse e partecipazione l’intera premiazione, ripresa dall’emittente tv locale Tv Centro Marche.

A seguire le motivazioni della Giuria per il conferimento dei primi tre premi e del Premio Speciale.

 

1° Premio – “Notte e Sole” di Rosanna Giovanditto

Rosanna Giovanditto in questa lirica commemorativa in ricordo di Renato Pigliacampo condensa in maniera stupefacente e assai riuscita una serie di immagini cariche al prof. Pigliacampo e in campo poetico e in campo umano. Come non notare il riferimento alla toponomastica locale alla quale Renato sempre faceva riferimento oserei dire con meticolosità (le “contrade di Recanati”) e il Leopardi citato è il suo intramontabile amico, maestro e confidente. Il “segreto di Giacomo/ che mai sarà svelato” e che appartiene, ora, anche a Renato ha di certo a che vedere con una dimensione mitico-conoscitiva, direi gnoseologica, ma anche allegorica e d’impostazione religiosa. In trentuno versi spigliati, tanto da creare immagini visive se non addirittura iconiche, la Nostra è come se passasse in rassegne l’esistenza di Renato descrivendolo, dunque, nel suo incedere dal giorno alla notte rappresentata da quegli accoglienti “siderei cieli” che si stagliano ora sulla “collina di Montecassiano” dove riposa. Impareggiabile è anche l’inserzione nella lirica di strascichi civici delle battaglie di Renato a favore delle minoranze sensoriali da leggere in quei “figli di un dio minore” per i quali sempre combatté con foga ed orgoglio. Con grande sensibilità artistica e profonda espressione, la poetessa ha interpretato un complicato percorso di vita di un uomo nonché amico speciale, condividendone lo stesso ascolto dell’anima, superando i vincoli di una differente normalità. Il disagio uditivo diviene pura condivisione di emozioni e d’intenti. Anche dal punto di vista stilistico è possibile osservare che la lirica ha adottato alcune delle tecniche formali della poetica matura di Pigliacampo: la ‘e’ in corsivo a fine verso quasi dovesse essere allungata nella lettura o sospirata, l’uso del corsivo che visivamente marca in maniera ragguardevole parole chiave, l’impiego di maiuscole all’interno del verso per morfemi sui quali Renato aveva eretto il suo mondo creativo (la Speranza, la Luce) ed ancora l’impiego di puntini sospensivi che di fatto rimpiazzano un verso ellittico che si è deciso di risparmiare al lettore. Rosanna Giovanditto con la sua poesia non solo parla di Renato e ci permette, dunque, di ricordarlo, ma fa parlare lui stesso da quella indomita isola di Silenzio dalla quale lui, ancora oggi, è tutto indaffarato e smanioso nel segnare la realtà, segni in ardente attesa della nostra comprensione.

2° Premio – “Sola andata” di Carmelo Loddo

Nel canto accorato e dolce di Carmelo Loddo respiriamo la drammaticità degli eventi della cronaca di questi giorni, settimane e mesi: il fenomeno migratorio. Il poeta non utilizza il mezzo poetico per lanciare manifesti messaggi di denuncia, sebbene essa sia connaturatamente presente essendo questa una poesia civile. L’autore tenta di rintracciare nella cupa mestizia il sistema di corrispondenze nell’esperienza esistenziale della donna: dalla terra natale emblema del passato e ormai lontana e la terra che si anela, nuova e profumata, se solo si riuscisse ad approdarvi. Ciò che risalta con nettezza è l’acme di disperazione che si alimenta del silenzio e l’indifferenza generalizzata alla vita; tra immagini comuni come quella dei cani, lacerti di vita e di un mondo che non c’è più. Dalla conscia scelta di dipartire e lasciare la propria terra, all’avventura della speranza dettata da quella “ricerca del futuro”, il tutto macchiato da un’unica grande e invalicabile infamia: “non c’è spazio nel cuore di nessuno” che ne marca ancor più strettamente il doloroso sentimento di estraniamento e derelizione.

3° Premio – “I giorni dell’odio” di Cesarina Castignani Piazza

Un vile episodio della compagine dolorosa dei momenti di guerra: lo stupro delle donne operato in periodi, appunto, di conflitto quale sistema di violenza. Cesarina Castignani Piazza costruisce attorno a questo tema delicato e oserei dire assolutamente non-canonico all’interno della poesia civile, un travalicante canto d’angoscia che al contempo raggruma una concreta voglia di espiazione. La poesia si presenta come una lettera scritta da madre a figlio, testimonianza certa di un padre incerto, vale a dire il frutto di una violenza subita. Ed è così che la Nostra totalizza nei versi centrali del componimento le sensazioni di impotenza, disgusto, inclemenza e un preponderante desiderio di abluzione dell’anima. È allora la rugiada, quale acqua condensata a rappresentare una purità naturale e al tempo universale ad essere invocata quale possibile repellente all’onta del “seme” del conquistatore. Sono questi, i “giorni dell’odio” ossia i momenti del tormento che investono la donna, che la straziano infiammandole l’anima e che la portano, in una chiusa di intensa commozione, ad arrovellarsi sull’aporia ultima: crescere il futuro che nasce dall’odio (ma che può essere mitigato in bene) o darsi la morte per metter fine al vilipendio della carne.

Premio Speciale “Renato Pigliacampo” – “Il Guerriero del Silenzio” di Rita Muscardin

Una testimonianza in versi di un intenso valore umano per una struttura ritmica e fluida, che predilige passaggi morbidi da un simbolo all’altro, con affettuosa ricerca della chiave di quella porta, dietro cui viene accentuato il già palese omaggio alla memoria di un uomo stimato. Attraverso le potenti immagini di un mondo senza suoni, la lirica è in grado di evocare immediate sensazioni di disorientamento, vacuità, assenza e oppressione, che fondono gli echi del silenzio con la misteriosa e infinita soddisfazione a cui l’uomo, anche inconsapevolmente, anela: una vita migliore in un altrove. Un inno alla reale sostanza di vita e sentimenti dove da sempre è prevalso il solo sguardo di una tangibile poetica, che non ha necessità di essere compensata con il senso dell’udito, poiché appartenente all’unico e vero silenzio, tra le pieghe del cuore, che non conosce disparità. Mancate speranze e intrecci di ghirigori si annullano nella commovente chiusa, ove un nuovo orizzonte restituisce voce alle più amare battaglie di un’esistenza incompleta. Un grido finale “per raccontare stagioni mai sbocciate” che abbraccia la memoria di quanti al contrario rimangono i veri “diversi”.

E’ uscita l’antologia “I poeti e la crisi” a cura di Giovanni Dino

I poeti e la crisi

a cura di Giovanni Dino – Introduzione di Rita Cedrini

Fondazione Thule Cultura, Palermo, 2015

Lettera di GIOVANNI DINO

COP_poeti_crisi SETTEMBRE 2015-page-001La poesia in quanto arte può contribuire a fare qualcosa contro la crisi economica?  I poeti, come comuni mortali ma anche come uomini dotati di estro e di particolare sensibilità, possono fare qualcosa contro la crisi?    Questi sono le domande che mi pongo da alcuni anni e che solo da alcuni mesi mi hanno spinto a proporre una nuova antologia d’impegno civile.    Credo che mai come adesso sia il momento di dare la parola all’anima dei poeti perché esprimano, al riguardo, la propria visione.    Da tempo è in corso, in lentissimo e quasi invisibile stillicidio, un processo inteso a svuotarci di quegli elementi di certezza ai quali fino, fino ad ora, avevamo fatto sicuro riferimento, a principiare dal posto di lavoro a da quella, anche piccola, sicurezza economia che ne deriva e che ogni singola persona o le famiglie avevano avuto modo di procurarsi. Lo stillicidio è stato così perfettamente studiato e con raffinato acume che risulta quasi difficile credere che tutto sia stato teorizzato più di 30 anni fa da  menti diaboliche, con dottrine truccate di virtù, trovando terreno fertile in Europa e in certe politiche comunitarie. Alcuni studiosi (filosofi, economisti e ricercatori vari) dispongono di  dati e di nomi di fautori di questo piano, ma anche di nomi di politici che hanno segretamente appoggiato questa colossale truffa.    Mentre solo ora, a distanza di quasi venti anni dall’avvento dell’Euro,  è agli occhi di tutti che si siano scesi parecchi gradini all’indietro, che non se ne sia avvantaggiata la dignità dell’uomo,  che sia stato favorito l’impoverimento economico sia individuale che familiare. Fino a pochi anni fa appariva difficile accorgersi del percorso a passo di gambero che era iniziato e che ancora continua, verso lo svuotamento e l’impoverimento. Oggi è tutto leggibile da chiunque: è  vita quotidiana. Nessuno deve spiegarci che le grandi schiere di lavoratori e di pensionati, le masse  popolari, le braccia che spingono la ruota della grande macchina economica, i settori primari e secondari delle attività produttive, si trovano in ginocchio e non certo per pregare. Solo oggi ci si accorge che  un lavoratore con il suo normalissimo stipendio (di bidello, di guardia giurata, di poliziotto, di operaio edile o di fabbrica etc.),  che  fino a metà degli anni ’90 riusciva a mantenere dignitosamente la propria famiglia (con affitto o mutuo da pagare e tutto quello che potesse occorrere per il fabbisogno di una casa), oggi non riesce ad arrivare a fine mese, vivendo con la febbricitante angoscia di non farcela.     Può immaginarsi quale possa essere la situazione di quelle famiglie in cui non esiste un reddito sicuro, come uno stipendio. Si pensi ai cassintegrati, in mobilità, che stanno “come foglie in autunno sull’albero”,  pronti a perdere lavoro, buonuscite, liquidazioni. Quante sono in Italia le famiglie che vivono al limite della povertà? Mi riferisco a quelle persone e famiglie che non sono state mai povere, perché hanno potuto avvalersi di un lavoro col quale dignitosamente gestire il proprio bilancio familiare; queste, fino a meno di quindici anni fa, non avevano alcun problema poiché su quel lavoro era puntata la loro esistenza, mentre ora fanno parte del lungo elenco degli impoveriti. Quante sono in Italia le persone che vivono nello squallore più terribile percependo  modesti sussidi di povertà?    Forse non è compito del poeta occuparsi di crisi, essendo piuttosto il politico  deputato ad essere garante, portavoce e intermediario dei bisogni del popolo. Ma se il politico sonnecchia o segretamente porta al suo mulino chiare  fresche dolci acque, gli intellettuali che fanno? Forse le problematiche della crisi vanno combattute con le grida della contestazione, con petizioni  o con i ragionamenti filosofici o con i colori, con la musica, con il cinema, con i quali si riesce meglio a coinvolgere e istruire meglio le masse. Se nessuno fa qualcosa di concreto contro la crisi è meglio per il poeta tacere o intervenire? E allora è meglio “esprimersi e morire, vivere o rimanere inespressi” (prendo in prestito una famosa frase di Pier Paolo Pasolini). Di sicuro non  sarà la poesia a debellare la corruzione, il ladrocinio cannibale dei nostri politici ed amministratori o a fermare le grandi potenze internazionali che hanno stravolto e corrotto gli equilibri dell’economia mondiale e della nostra Nazione,  ma è certo che la voce del poeta,  attraverso il suo intervento anche di  pochi versi,  non sarà del tutto inutile.    Concepisco quest’antologia d’impegno civile come un implicito manifesto di protesta, ma anche e soprattutto come un messaggio di speranza per il cambiamento Una lotta  fatta con una pacifica e democratica ribellione, un documento di denuncia, una coraggiosa testimonianza di civiltà, di  democrazia e di cultura, in cui vengono rivendicati i diritti  a una vita vivibile  a misura umana, secondo categoria d’appartenenza e delle leggi della democrazia e del buon vivere.  Un’operazione culturale per poeti desti e coraggiosi, che possa intervenire significativamente, con l’incisività dell’espressione artistica, per suggerire possibili soluzioni ai così gravi  problemi del presente.

Poeti antologizzati: Ennio Abate, Massimo Acciai, Nino Agnello,  Domenico Alvino, Filippo  Amadei,  Giovanni Amodio, Brandisio  Andolfi,  Amedeo  Anelli,  Sandro  Angelucci, Cristina  Annino,  Lucianna  Argentino, Vincenzo  Arnone,   Andrea   Barbazza,  Antonella   Barina,  Arnaldo  Baroffio,   Maurizio Barracano,  Mariella Bettarini,  Gabriella  Bianchi,  Donatella Bisutti,  Rino Bizzarro, Silvana  Blandino,  Paola  Bonetti,  Anna Maria Bonfiglio, Marisa Brecciaroli, Lia  Bronzi,   Ferruccio Brugnaro,  Luigi Bufalino, Franco  Campegiani,  Caterina   Camporesi,  Maria  Cannarella,  Domenico Cara,   Maria Licia Cardillo in Di Prima,  Mariella Caruso, Franco Casadei,  Maria Gisella  Catuogno,   Augusto  Cavadi,  Viviane   Ciampi,  Grazia  Cianetti, Domenico  Cipriano,   Pietro Civitareale,  Carmelo Consoli,  Anna Maria  Curci,   Salvatore D’Ambrosio,   Antonio  De Marchi Gherini, Jole  de Pinto, Luigi De Rosa,  Marco Ignazio de Santis,  Adele  Desideri,   Rosaria  Di Donato,  Felice  Di Giacomo,    Carmelo Di Stefano,  Emilio  Diedo,  Giovanni Dino, Angela  Donna, Antonella Doria,  Gianfranco  Draghi,  Germana Duca, Pasquale Emanuele,  Gio  Ferri,  Giovanni  Fighera,   Luigi Fioravanti,  Zaccaria  Gallo,  Sonia  Gardini,  Serenella Gatti Linares, Daniele  Giancane,  Mariateresa Giani, Eugenio Giannone, Filippo Giordano, Agnese  Girlanda, Elio Giunta, Enza Giurdanella, Grazia  Godio,   Eugenio  Grandinetti, Maria Luisa  Gravina,   Francesco Graziano, Diego Guadagnino, Gianni  Ianuale   Alfio  Inserra,   Carmine   Iossa,   Gianfranco Isetta, Giuseppe  La Delfa, Stefania La Via,  Giuliano Ladolfi,   Alessio  Laterza,  Enrico Mario  Lazzarin,  Maria Grazia Lenisa, Maria Lenti, Aldino  Leoni,  Giacomo Leronni,  Salvatore Li Bassi, Nicola  Licciardello,  Stefano Lo Cicero, Gianmario Lucini,  Francesca  Luzzio,  Mauro  Macario,  Annalisa  Macchia, Marco Giovanni Mario  Maggi, Roberto Maggiani,  Gabriella  Maleti,  Angelo  Manitta,  Nunzio  Marotti,  Sara  Martello,  Viviana  Mattiussi, Vito Mauro, Senzio Mazza,  Anita Menegozzo, Alda Merini, Giancarlo Micheli, Alena Milesi, Ester  Monachino,  Marina  Montagnini, Ardea Montebelli, Alberto Mori, Maria Pia Moschini, Lorenzo Mullon, Antonio  Nesci, Clara Nistri,  Sergio Notario, Guido Oldani, Claudio Pagelli,  Giacomo Panicucci, Nazario  Pardini, Ezio Partesana,  Guido Passini, Edoardo Penoncini, Guglielmo Peralta, Rosanna Perozzo, Mariacristina Pianta,  Andrea Piccinelli, Laura Pierdicchi, Domenico Pisana, Marina Pizzi, Giorgia Pollastri, Paolo Polvani, Davide  Puccini,  Paolo Ragni, Alessandro Ramberti, Enzo Rega, Gianni Rescigno,  Flora Restivo, Alain Rivière, Nicola Romano, Mario Rondi, Angelo Rosato, Ottavio Rossani, Ciro Rossi, Pietro Roversi, Stefano Rovinetti Brazzi, Marcella Saggese, Anna Santoliquido, Loredana Savelli, Marco Scalabrino, Maria Teresa Santalucia Scibona, Antonio Scommegna, Liliana Semilia, Giancarlo Serafino, Luciano Somma, Italo Spada,  Antonio Spagnuolo, Santino Spartà, Marzia Spinelli, Lorenzo Spurio, Fausta Squatriti, Gian Piero Stefanoni, Anna Maria Tamburini, Luigi Tribaudino, Carmela Tuccari, Luca Tumminello, Adam Vaccaro, Mario Varesi, Anna Ventura,  Emanuele Verdura, Anna  Vincitorio, Ciro Vitiello,  Fabrizio Zaccarini, Carla Zancanaro, Adalgisa Zanotto,  Guido Zavanone,  Lucio Zinna

Per info e ordini del volume, si forniscono i seguenti contatti

Giovanni Dino

Mail: giovannidino@alice.it

Tel. 3409378202

2° Premio Letterario “Città di Fermo”: il bando per partecipare

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  1. Il Premio letterario è articolato nelle seguenti sezioni:

Sezione A – Poesia in lingua italiana a tema libero

Sezione B – Poesia in lingua italiana a tema religioso

Sezione C – Poesia in dialetto (con relativa traduzione in italiano)

Sezione D – Racconto in lingua italiana a tema libero

I testi presentati alla data di partecipazione al concorso devono essere INEDITI.

  1. Per le sezioni Poesia (A,B,C) si potrà partecipare inviando un unico testo poetico munito di titolo, che non dovrà superare i 35 versi di lunghezza (senza conteggiare le spaziature tra strofe).
  1. Per la sezione Racconto (D) si potrà partecipare inviando un unico testo narrativo munito di titolo che non dovrà superare le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute spazi inclusi).
  1. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di

– 10 € per partecipare ad un’unica sezione

– 15 € per partecipare a due sezioni

– 20 € per partecipare a tre sezioni

– 25 € per partecipare a tutte le sezioni

Il pagamento dovrà avvenire secondo una delle modalità descritte al punto 6 del presente bando.

  1. Il partecipante dovrà inviare il testo che propone al concorso in 6 copie cartacee, tutte rigorosamente anonime, assieme alla ricevuta del pagamento e la scheda contenente i propri dati personali per via cartacea entro la scadenza del 31 dicembre 2015 all’indirizzo del Presidente di Giuria, indicando quale indirizzo il seguente:
 

Premio Letterario “Città di Fermo”

c/o Dott. Lorenzo Spurio 

Via Toscana 3

60035 –  Jesi (AN)

  1. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Postepay Numero tessera: 4023 6006 6599 3632

Intestata a Nunzia Luciani      –        CF: LCNNNZ54H48G920P

Causale:  II PREMIO LETTERARIO “CITTÀ DI FERMO”

Bonifico bancario – IBAN: IT24X0538769660000000553815

Intestato a Armonica-Mente

Causale: II PREMIO LETTERARIO “CITTÀ DI FERMO”

In via alternativa sarà possibile inviare la quota in contanti ben occultata nel plico assieme agli altri materiali richiesti. Alla ricezione dei materiali verrà inviata una mail di conferma alla mail indicata nella scheda dei dati.

  1. Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.
  1. La Commissione di giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario regionale e nazionale:

Sez. A: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Cinzia Franceschelli, Stefania Pasquali, Michela Zanarella.

Sez. B: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Mons. Mario Lusek, Stefania Pasquali, Anna Scarpetta.

Sez. C: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Stefania Pasquali, Riccardo Manzini.

Sez. D: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Marco Rotunno, Filippo Massacci, Luana Trapè.

Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

  1. I Premi saranno stabiliti come di seguito indicato.

Sezioni A, C, D – 1° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e 150€; 2° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e libri, 3° premio: targa e diploma con motivazione della giuria

Sezione B – 1° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e opera d’arte a motivo religioso; 2° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e libri, 3° premio: targa e diploma con motivazione della giuria

La Giuria inoltre procederà ad attribuire Menzioni d’Onore e Segnalazioni a vario titolo quali ulteriori premi, a discrezione del proprio attento giudizio.

  1. I premiati saranno contatti a mezzo mail e telefonico ai riferimenti che gli stessi avranno fornito al momento della partecipazione nella relativa scheda con i dati personali.
  1. La cerimonia di premiazione si terrà a Fermo (in un luogo che verrà indicato con precisione in un secondo momento) in un fine settimana entro Maggio 2016. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.
  1. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, il premio (Targa e diploma) potrà essere spedito a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dall’Associazione per future edizioni del Premio.
  1. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.
  1. L’Associazione Armonica-Mente destinerà parte dei proventi derivanti dalle partecipazioni al concorso alla Associazione “Il Ponte Onlus” di Fermo che si occupa di volontariato e nella fattispecie “opera per combattere il disagio sociale e la povertà, cercando di dare una risposta ai bisogni essenziali delle persone e delle famiglie” (come da Statuto).
  1. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

Nunzia Luciani – Presidente Ass. Armonica-Mente

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

                               Info:

premiocittadifermo@gmail.com

 

 

Scheda di Partecipazione al Concorso

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura per posta entro il 31-12-2015.

Nome/Cognome _________________________________________________________________________________

Nato/a ___________________________________________ il ___________________________________________

Residente in via _________________________________________________________________________________

Città__________________________________________ Cap __________________ Prov. _____________________

Tel. _____________________________________________Cell.___________________________________________

E-mail ________________________________________________Sito _____________________________________

Partecipo alla/e sezione/i (indicare vicino il titolo del testo proposto):

□ A –Poesia in italiano a tema libero __________________________________________________________________

_______________________________________________________________________________________________

□ B –Poesia in italiano a tema religioso ________________________________________________________________

________________________________________________________________________________________________

□ C –Poesia in dialetto _____________________________________________________________________________

________________________________________________________________________________________________□ D – Racconto ___________________________________________________________________________________

________________________________________________________________________________________________

Data___________________________________________ Firma ________________________________________

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

Data__________________________________ Firma _________________________________

IV Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” – il verbale di Giuria

logo 4edizione arte in versi

IV Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” – Verbale di Giuria

Il Presidente del Premio e il Presidente di Giuria della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” riunitisi in data 5 Settembre 2015, dopo lunga analisi e discussione sui dati raccolti della Commissione di Giuria inerenti alle 749 poesie in lingua italiana e 90 poesie in dialetto pervenute, stilano il seguente verbale. 

La Commissione di Giuria, il cui giudizio è ultimo e definitivo, era composta da Susanna Polimanti (Presidente), Lorenzo Spurio, Elvio Angeletti, Iuri Lombardi, Lella De Marchi, Marzia Carocci, Martino Ciano, Emanuele Marcuccio, Salvuccio Barravecchia, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Valentina Meloni e Giuseppe Guidolin.

SEZIONE A – POESIA IN LINGUA ITALIANA

Vincitori Assoluti

1° Premio – ALDO TEI (Latina) con la poesia “Il grido della libertà”

2° Premio – ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Pensiero della sera”

3° Premio – MAURIZIO BACCONI (Roma) con la poesia “Dentro una raccolta di poesie”

Menzioni d’Onore

CATERINA CELLOTTI (Ragusa) con la poesia “Raccontami una volta ancora”

SERGIO D’ANGELO (Chiaramonte Gulfi – RG) con la poesia “Cemento e carta (Epilessia)”

FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con la poesia “Un’estate da vivere”

ALBA GNAZI (Cerveteri – RM) con la poesia “Fadwa”

CLAUDIA MAGNASCO (Sassari) con la poesia “A conti fatti”

GIOVANNI MARIOTTI (Chiaravalle – AN) con la poesia “La dinamica dell’essere”

STEFANIA PELLEGRINI (Nus – AO) con la poesia “Ditemi!”

MARCO PICCIONI (Cerveteri – RM) con la poesia “Cinqueterre (Memorie di una scogliera)”

MASSIMILIANO PRICOCO (Augusta – SR) con la poesia “Sotto il cielo d’arancio”

FELICE SERINO (Torino) con la poesia “Voli a solcare l’indaco”

Segnalati dalla Giuria

NERINA ARDIZZONI (Renazzo – FE) con la poesia “Canto di una bambina affetta da autismo”

LUCIA BONANNI (S. Piero a Sieve/Scarperia – FI) con la poesia “Fermare il tempo”

PAOLA CARMIGNANI (Altopascio – LU) con la poesia “Lucciole di stelle”

ASSUNTA DE MAGLIE (Cingoli – MC) con la poesia “Sei il mio rifugio”

ANGELA DIPASQUALE (Chiaramonte Gulfi – RG) con la poesia “Imbrunire”

THERRY FERRARI (Castellarano – RE) con la poesia “Filastrocca malatina”

DANIELA FERRARO (Locri – RC) con la poesia “ A Ferruzzano superiore”

NADIA ENRICA MARIA GHIDETTI (Fabriano – AN) con la poesia “Notte di San Lorenzo”

MARZIA LORETELLI (Monte Porzio Catone – RM) con la poesia “Per un abbraccio”

MANUELA MAGI (Tolentino – MC) con la poesia “Il lento scivolare”

ELISABETTA MATTIOLI (Pianoro – BO) con la poesia “Percepire”

LAURA PUGLIA (Parma) con la poesia “La cariatide”

ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “Quei volti di papavero”

ANNA SERIO (Napoli) con la poesia “Pensiero fossile”

COSTANTINO TURCHI (Civitanova Marche – MC) con la poesia “L’edera”

VERUSKA VERTUANI (Aprilia – LT) con la poesia “La casa intorno al vaso”

 

SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO

Vincitori Assoluti

1° Premio Assoluto – GAETANO CATALANI (Ardore – RC) con la poesia “Piccirigliu meu”

2° Premio Assoluto – ANNA MARIA RAGNI (Osimo – AN) con la poesia “L’onda del Conero”

3° Premio Assoluto – MASSIMO VICO (Ancona) con la poesia “Legna da àrde”

Menzioni d’Onore

GRAZIA GODIO (Segrate – MI) con la poesia “Autin”

LENA MALTEMPI (Falconara M.ma – AN) con la poesia “L’sapore de’ ncontadino”

FIORINA PIERGIGLI (Senigallia – AN) con la poesia “Le legge sua”

FRANCO PONSEGGI (Bagnacavallo – RA) con la poesia “U j’è”

ANDREINA SOLARI (Leivi – GE) con la poesia “Una famiggia”

Segnalati dalla Giuria

CESARINA CASTIGNANI PIAZZA (Monte S. Vito – AN) con la poesia “La puesia”

GABRIELE DI GIORGIO (Città S. Angelo – PE) con la poesia “Stùpida lùne!”

DANIELA GREGORINI (Ponte Sasso di Fano – PU) con la poesia “L’odor del mar”

FRANCESCO FERRANTE (Terrasini – PA) con la poesia “Innu”

LEDA MARAZZOTTI MARINI (Ancona) con la poesia “La pupa del birocio”

AMILCARE MIONE (Olgiate Comasco – CO) con la poesia “I guladik”

NATALE PORRITIELLO (Sant’Agata dei Goti – BN) con la poesia “Napule tu si’”

ROBERTO RICCI (Fano – PU) con la poesia “Do vechiarin”

CLAUDIO SPERA (Urbino) con la poesia “Tramonti”

ALESSANDRO ZAPPALÀ (San Gregorio di Catania – CT) con la poesia “L’amuri”

PREMI SPECIALI

Premio Speciale del Presidente di Giuria

FRANCO PATONICO (Senigallia – AN) con la poesia “Quando si è persa l’anima”

Targa Universum Academy Switzerland

ANDREA PERGOLINI (Fossombrone – PU) con la poesia “Ritorneranno a fiorire i tulipani”

Trofeo “Euterpe”

GABRIELE GALDELLI (Castelbellino – AN) con la poesia “Prologo, nonché epilogo”

Premio alla Carriera Poetica

MARISA PROVENZANO (Catanzaro)

 

Premio alla Memoria

BRUNO EPIFANI (Lecce)

NOVELLA TORREGIANI (Porto Recanati – MC)


Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione i premi (di entrambe le sezioni) consisteranno in:

1° Premio Assoluto: Targa, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione e 200 €

2° Premio Assoluto: Targa, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione e 100 €

3° Premio Assoluto: Targa, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione e libri

Menzione d’Onore: Coppa, diploma, pubblicazione in antologia

Segnalati dalla Giuria: Attestato, pubblicazione in antologia

Targa Universum Academy Switzerland: Targa in oro 24k offerta dalla Universum Academy Switzerland, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione

Trofeo “Euterpe”: Targa vitrea, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione

Premio alla Carriera Poetica: Targa, diploma, pubblicazione in antologia di una scelta di testi con motivazione e 200 €

Premio alla Memoria: Targa, diploma, pubblicazione in antologia di una scelta di testi con motivazione

Informazioni sulla Premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà sabato 14 novembre 2015 a JESI (AN) presso il Palazzo dei Convegni sito in Corso Matteotti 19 (Centro storico della città) a partire dalle ore 17:30.

Tutti i premiati, a vario titolo, sono invitati a presenziare alla premiazione dove daranno lettura alle proprie poesie.

Come da bando di concorso, si ricorda che i premi in denaro verranno consegnati solo in presenza del vincitore. Nel caso gli stessi non vengano ritirati, l’organizzazione si riserverà di adoperare le relative quote non consegnate per future edizioni del premio.

Tutti gli altri premi (con eccezione della Targa Universum Academy Switzerland che va ritirata dal vincitore) nel caso della mancanza del legittimo vincitore potranno essere ritirati da un delegato in possesso di delega scritta alla C.A. del Presidente del Premio e a lui consegnata prima dell’inizio della cerimonia  o potranno essere inviati per posta raccomandata a domicilio, previo pagamento delle relative spese di spedizione comunicate a mezzo mail.

Antologia del Premio

Tutti i vincitori sono pregati di inviare la loro nota biografica in Word, corpo 12, massimo 7 righe all’indirizzo arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 10 ottobre 2015 che verrà pubblicata nell’antologia del Premio assieme al proprio componimento.

L’opera antologica, pubblicata da PoetiKanten Edizioni e dotata di regolare codice ISBN, sarà disponibile alla vendita il giorno della Premiazione e a partire da quella data in vendita online sulle maggiori vetrine di libri (Ibs, Deastore, Libreria Universitaria,…). Il ricavato della vendita della stessa, detratto il costo di stampa, verrà donato alla Fondazione Salesi Onlus di Ancona (www.fondazioneospedalesalesi.it) che si occupa di problematiche relative al bambino ospedalizzato e verrà data comunicazione del versamento a tutti i partecipanti a mezzo mail.

Si richiede la conferma di presenza alla cerimonia di premiazione o, diversamente, comunicazione dell’impossibilità ad intervenire entro il 5 novembre 2015 da effettuarsi a mezzo mail a arteinversi@gmail.com al Presidente del Premio.

      Lorenzo Spurio                                                                                         Susanna Polimanti

Presidente del Premio                                                                                   Presidente di Giuria

 Porto San Giorgio (FM), lì 5 Settembre 2015

“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio. Lettura critica di Lucia Bonanni

DIPTHYCHA 2 di Emanuele Marcuccio

Lettura critica di Lucia Bonanni

«L’amicizia virtuale

non ha distanze né frontiere.

Ha un viso sconosciuto

immaginario

si occupa di te

si confida con te

condivide con te tue scoperte.

La sera viene a portarti

la buona notte

e a dirti… “A domani”.

È un’amicizia che senti… reale

benché virtuale.»

                           (dal web)

«Coronata di viole, Saffo,

dolcemente sorride fra le Fanciulle

illustre poetessa, Donna pienamente.»

Saffo, Frammenti

Dipthycha 2_original_front_cover_600Sempre a te stretta non tener l’idea, ma lascia che il tuo pensier in aria vada, come uno scarabeo, legato a un piede” (Le Nuvole), opera di Aristofane la cui rappresentazione ho potuto vedere al teatro greco di Siracusa. Similmente al palcoscenico di un teatro è la piazza del web dove lo spettatore al posto della cavea ha davanti “un foglio di vetro impazzito” e una tastiera “in realtà autentiche” di “Vita parallela” e “Telepresenza” di “umanosentire”. Apparati di spettacolo e “pensatoio di anime sapienti” (Aristofane op. cit.) in cui l’individuo è attore e spettatore, vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche emozionali connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “[T]elepresenza,/ frapposta da un foglio di vetro” in cui “sensazionintense di parole unite/ [..] costruiscono mondi/ […] di umanosentire” (E. Marcuccio e S. Calzolari). L’immaginario che costituisce anche svago per la mente, è una necessità logico-formale per cui l’intimum mentis ordina e attribuisce significati agli eventi, individuando modelli di linguaggio insieme ad una possibile via di accesso alle creazioni estetiche quali espressioni di sentimenti, passioni, costumi e angolazioni sociali e culturali. È quanto è successo per il progetto di “Dipthycha”, ideato e curato da Emanuele Marcuccio, poeta e aforista, e che dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del componimento “Telepresenza” e successivamente del primo dittico a due voci realizzato nel maggio 2010. Il dittico, parola derivante dal greco con significato composto di due e piega e in latino diptycha (-órum), piegato in due, era la coppia di tavolette di legno o di avorio, ripiegabili l’una sull’altra e legate da una striscia di cuoio, che nell’antichità erano usate nella parte interna, spalmata di cera, come superficie per scrivere. I magistrati le usavano per mettere il loro nome e il loro ritratto e per donarle agli amici il giorno della loro entrata in carica. Diptycha riguardava i dittici della Chiesa e serviva per registrare i nomi dei vescovi. Al Museo di Santa Giulia a Brescia ho potuto ammirare dittici romani in avorio scolpito, alla Galleria degli Uffizi i dittici dipinti di Bonaventura Berlinghieri nel “Dittico della Crocifissione” e quello di Piero della Francesca per il doppio ritratto dei duchi di Urbino mentre al Museo nazionale di Ravenna ne ho visti alcuni, riguardanti l’ambito cristiano. Quale “sintesi immaginifica” di tutto il lavoro sulla copertina di “Dipthycha 2” spicca l’immagine, per me meravigliosa, della Scriba o Saffouna fanciulla magnificamente agghindata che tiene con la mano sinistra un dittico e con la destra lo stilo alle labbra” giusto come scrive Marcuccio nell’introduzione. I nuclei tematici, formanti ciascuno dei dittici, oltre alla vasta gamma di sentimenti, sono rintracciabili nelle corrispondenze empatiche, le dediche ai poeti, la passione intellettuale e in quella amorosa, la violenza di genere sulla donna, la Natura nelle sue molteplici accezioni, le valenze simboliche dello specchio, del filo, del mare, della luna, per non dimenticare i genocidi e le guerre, nonché il richiamo ai classici da cui mi piace iniziare questo mio commento.

Pauroso apparve Odisseo, orrido di salsedine,/ e le fanciulle fuggirono sulla spiaggia./ Sola, la figlia di Alcinoo restò, perché Atena/ le infuse coraggio nel cuore e il tremor le tolse” (Omero, Odissea, canto VI). Se nei versi di Omero simile ad una dea per bellezza e portamento appare la fanciulla ad Ulisse, Marcuccio le restituisce dimensione terrena e nel suo “candore di purezza” lei si illude che “l’ardito eroe” possa donarle quell’amore di “lucente bellezza” da sempre vagheggiato. I versi di Marcuccio sembrano quasi una nenia, sembra quasi che il poeta voglia ninnare quel “sogno d’innocenza” per allontanare il pianto causato dall’ “amara sorte”. «[…] “Quando/ mi diparti’ da Circe […]/ né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ’l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore/ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto […]”» (Dante, Inferno, canto XXVI). Così nella fiamma biforcuta insieme a Diomede, Ulisse sconta la pena dei procuratori di frode mentre nei versi della Alessandrino è a causa del “Fragore di inutili battaglie/ tutte là/ su quell’ormai bianco petto incise/ che han dissolto nell’ira/ il ricordo di sussurrati amplessi/ e di mani intrecciate sul letto sfatto”. Penelope adesso è una donna stanca, disillusa, indifferente anche agli sguardi, una donna consumata dall’attesa, dalle troppe lacrime versate e dalle tante notti solitarie, una donna che non ha più aspettative, che non trema più al pensiero di stanche carezze, che non sta più lì accanto al talamo a tessere una tela che più che un panno è trama di fibre d’amore. “È sulla soglia adesso/ e conta le sue battaglie senza fragore”. Con piglio felice di donna e di poetessa l’Alessandrino dipana un canto assai delicato nelle tonalità espressive e che mai disattende la vena di lirismo, lasciando che sia il lettore ad immaginare la tensione che si sviluppa sul talamo, costruito sul vecchio olivo. Nei versi di Rosalba Di Vona Penelope sembra quasi voler richiamare la “Passione/ In apparenza sopita/ [e sembra esortarla ad aprire il suo cuore] Prima che perda/ Ciò [che per lei] È insostituibile e unico” e nelle parole di Marcuccio “Come un sogno/ [che] si adagia e si rasserena/ [nel suo] andare disperso”. Altre vicende di donne evocano la figura di Penelope a cui fanno eco la sorte di Didone che Enea ritroverà nell’Ade, l’anelito dei sogni colorati di una bimba che rivive nei versi di I. Celestini, voli stroncati “[da] mani di adulto/ [che le hanno] stappato le ali” ed ancora Elettra, personaggio centrale nella tragedia di Sofocle come lo è Antigone. “Non morì uno schiavo, morì mio fratello” risponde decisa Antigone, rea di aver celebrato i riti funebri per quel fratello, lasciato sulla nuda terra, “orrido pasto” di cani e di uccelli. Ed è un altro fratello, Oreste, “creduto morto” a consolare quella sorella “reietta, percossa, disprezzata”, ma che “giammai trema/ sotto le sferze del ciclone”. La suggestione evocata dai versi della Celestini e da Marcuccio, riguarda la violenza di genere ad opera dei tanti Egisto che “bruciano” libri per convertire in sudditanza l’emancipazione culturale della donna. In psicologia il nome di Elettra rimanda a quello che viene indicato come “complesso di Elettra” che è poi il corrispondente del “complesso edipico” che sia Freud che Jung avevano preso a modello dagli autori greci per meglio definire le nevrosi dell’età adulta. Ma poi è sempre la Natura a far da contraltare alle vicende dell’uomo e “non c’è processo simbolico che non sia avviato da un’iniziale emozione poetica come dimostra il fatto che conoscere è ridestare alla memoria, gioire è ricordare l’immemorabile” (C. Pavese, Dialoghi con Leucò, prefazione). Così il mare, il sole, la luna e non ultimo lo specchio, sono esplorazione simbolica del mondo primitivo in cui il μύθος (mythos) apre l’orizzonte dove qualcosa è. “Senza mito non c’è poesia e senza poesia non c’è chiarificazione del fondo oscuro della psiche” (C. Pavese op. cit.). Lo specchio, antifrasi e ripetizione dell’identico, è anche ritorno su luoghi conosciuti. “Sublime specchio di veraci detti,/ mostrami in corpo e anima qual sono” scrive l’Alfieri che spesso “irato a’ patrii Numi” si recava presso i marmi di Santa Croce a trovare ispirazione. Nei versi di Marzia Carocci lo specchio è urna che accoglie ombre insieme a una parte dell’essere, “Ombre su specchi/ dai lividi incanti/ dove muore riflessa/ una parte di me”; a differenza dell’incanto, il disincanto è la situazione spirituale che implica il superamento di un’illusione e nei versi della poetessa l’incanto, cioè l’attrazione dell’immagine riflessa, che esercita lo specchio, ha tinte scure e quell’aggettivo “lividi” ne rivela tutta la drammatica istanza. L’ironia dello sguardo, però, lascia che sul vetro scivoli via “come fresca rugiada” l’intima essenza delle cose. Cardine del componimento sono le due espressioni contrapposte “lividi incanti” e “fresca rugiada”, la prima a significare un attimo di smarrimento interiore e l’altra a recuperare la quiete perduta. Marcuccio si incanta alla vista del “palpitar di acque tremolanti” e si lascia cullare dal senso di pace e specchia il proprio essere nella rifrazione di uno “specchio che traluce,/ che trapassa […]/ [e] s’immerge,/ senza tempo” quasi a voler eternare il “sogno”. “Non sapevo fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo” è quanto Pavese fa dire a Saffo in “Dialoghi con Leucò” mentre Britomarti, ninfa cretese, le risponde che “morire a una forma è rinascere a un’altra”. Ma “Là, dove il mare è profondo,/ fondo fondo;/ là, dove le onde si rincorrono,/ corrono corrono:/ […] lo sguardo […]/ si fa chiaro”, e “[…] le tue acque mi preme sfiorare…/ il tuo sorriso appare” (E. Marcuccio, G. Finocchiaro). Ricorrono nei versi di Marcuccio le belle anadiplosi, cioè il raddoppiamento di un termine con significativo effetto di risalto: “fondo, fondo”, “corrono, corrono”, via via, come risaltano nei versi di tutti gli altri poeti le ampie figure retoriche a iniziare dalle sinestesie quale stilema tipico della poesia simbolista e della poesia ermetica italiana. Per Gian Piero Lucini la luna è “luogo comune degli sfaccendati/ in ogni prova prosodica,/ facile rima ai sonetti romantici”. Ma la luna affascina a tal punto Marcuccio da fargli scrivere una lirica come risposta alla domanda di Leopardi e sulla superficie del satellite scopre “ammassi oceani” e “mari [che] la solcano/ in prosciugata tranquillità”. Come scrive, invece, A. Occhipinti “Oppressa di noia e di smanie/ l’umana specïe s’addorme…/ Selenica luce, esterna salute” mentre per Foscolo “Lieta dell’aer tuo veste la Luna/ di luce limpidissima i tuoi colli”. Quella che descrivono i due autori non è una luna che si è rotta e in cielo lascia vagare i cocci, ma è Diana, simbolo femminile e protettrice della castità quale attributo muliebre, mimesi di rappresentazione e atto magico da non violentare. “Dove si perde/ il canto del cuculo/ un’isola sola” (haiku di M. Basho) e il barbagianni “Clownesco rapace,/ [mostra] trasparente bellezza” e il rondone che “[…] non tocca mai il suolo,/ […] in cielo si accoppia:/ […] e mangia e dorme/ in cielo” e “La […] rosa/ è illuminata dalla prima luce,/ di un nuovo mattino”, “[ed io all’alba] sono uscita incurante del freddo/ [e adesso a voi chiedo] Chi ha rubato nella notte/ I semi di girasole?” Queste liriche di Marcuccio, Occhipinti, M. R. Massetti e Giusy Tolomeo ci ricordano la libertà dell’aria e i colori floreali della terra dove una piccola e delicata foglia non è “meno importante/ del quotidiano corso delle stelle” (W. Whitman). Tutto legato da un filo trasparente che si srotola e si arrotola a seconda della mano che lo tiene e che si attorciglia “in un ampio corso” e “si adagia, si sospende, si abbatte” in un labirinto di idee, su acque sorgenti, su un raggio di sole, nell’azzurro, cercando “Una mano dolce/ che legherà per sempre/ quel gomitolo/ al suo cuore” (E. Marcuccio, G. Tolomeo). “Chiare, fresche et dolci acque,/ ove le belle membra/ pose colei che sola a me par donna” (Petrarca, Canzoniere CXXVI). “Verdi alture frondose,/ […] limpide cascate:/ acqua pura e limpida,/ fresca grazia luminosa,/ natura viva e rigogliosa” (E. Marcuccio), “pulviscolo di fruscio d’ali il vento solleva/ muovendo a pacato calore sguardi e cuori/ di solitari sparuti osservatori
(G. Tagliente). Nel componimento di Marcuccio si può ascoltare il medesimo suono delle acque delle “rime sparse”in cui la natura è viva e trasposizione di amorosi pensieri. Nella lirica di
G. Tagliente la parola pulviscolo richiama la frantumazione dell’acqua, sollevata dal vento, nello stramazzo della cascata mentre i cuori sono osservatori solitari. “C’è un albero dentro di me/ trapiantato dal sole/ le sue foglie oscillano come pesci di fuoco” (N. Hikmet), “Dorati petali/ fiori profusi/ catene intrecciate/ d’amore” (R. Cassese), “Canta la primavera/ su per le fronde/ e per gli arbusti accesi” (E. Marcuccio). Nei versi di questi due poeti oltre a Hikmet c’è il Pascoli delle vermiglie bacche , l’andar di frasca in frasca del d’Annunzio, “La Falterona verde nero e argento” di Campana dove tra fini capelli vegetali “traspare il sorriso di Cerere bionda”. Ma non è “Eternità”, bagliore di attimi sereni, anche lo stesso Bufalino afferma: «Capita a volte di sentirsi felici. Non fatevi prendere dal panico. È solo un attimo e passa». Così, oltre quel fumo denso e asciutto, “oltre l’orizzonte sconfinato” creatura del mio tempo “usavo lo stesso linguaggio/ [di altri uomini]”, “brama[vo] viva speranza/ e tanta audacia nel cammino” insieme a quel raggio di sole “che non muore” i versi di E. Marcuccio, G. Tolomeo, T. Degli Ugonotti, fanno eco ai versi di altri poeti e alla guerra, la maledetta guerra, in ogni sua forma e collocazione geografica, insieme alle genti scolora anche le bacche e i girasoli, mescola “I rumori della notte” e “[Tra] picchi di silenzio” imputridisce anche “Gli odori della notte”. E allora “Verrà il Silenzio/ […] e sconsolato di suo trionfo/ ti prenderà per mano” mentre “il pensiero viaggia istantaneo” (D. Ferraro, E. Marcuccio) e sul pianto non udito dei “Trecentonove Aquilani” che “Tutto hanno perduto” e adesso si confondono tra “Vibrazioni devastanti” e “nella rovina di quelle case”(C. Imperato, E. Marcuccio). Così, ancora una volta nella storia dell’Umanità “Polvere e sangue” si impastano “Alla nuda frontiera del mondo/ [dove] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici” (L. Spurio) e “Muta/ una nobile famiglia/ e rimane, muta/ divisa/ al presente…/ espia colpa/ amara colpa”. Marcuccio fa del lessico incisivo gioco di parole, metafora concettuale, paronomasia sonora, ossimoro e assonanza e il vocabolo “muta”, meravigliando il lettore, una volta è verbo e l’altra aggettivo. Ma chi sarà “Il laido timoniere” che naviga “nei mari avulsi da umana presenza” e “Il marinaio” che “sbattuto dall’onde/ in mare precipita/ e naufrago a riva/ di nuovo riparte
(L. Spurio, E. Marcuccio).

Però “Se un’idea ti confonde le idee, lasciala e passa oltre: poi riprendila a mente fresca, bilanciala, scuotila [perché le Nuvole] mutano di forma a loro piacere” (Aristofane, op. cit.)

E “Il mondo è un posto bellissimo/ in cui nascere/ se non t’importa che la felicità/ non sia sempre/ così divertente/ […] perché perfino in paradiso/ non si canta tutto il tempo” (Lawrence Ferlinghetti).

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 21 agosto 2015

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