Alcune poesie di Ninnj Di Stefano Busà

Dalla raccolta “Canti di voliera”
 
 
                     
Mutare in pietra refrattaria
anche il minimo dubbio.
La gravità si riformula da sé, elemento
della nostra storia: scorza lucida
che irride al dolore scomposto
di giorni anch’essi lucidi.
Si diffonde a tappeto come la rugiada
ogni provocazione; 
l’alter ego si mostra pieno di passione,
lama tagliente nelle ossa.
 
                                                   
Un fragile fiore appaga lo stupore dell’alba,
quando si accende l’oro dai suoi monti.
Si chiude nella solitudine unanime che grida
l’anima adolescente.
 
 
*****
 
 
 
Abitiamo l’addio,
nota che si perde da un flauto stonato.
Solo passioni, carne e sangue,
per sortita di nascita che negò la vita felice.
Dal fondiglio opaco, creature indivise,
acceleriamo l’acerba sostanza che muove gli eventi:
 – il principio e la fine – perfetta
la scienza dell’imperfezione..
 
 
 
**** 
 
 
 
Nudi al cospetto del principio cosmico,
che culmina d’un tratto col silenzio.
Fragili e lontani come una stella morente,
di fronte
alla meraviglia di una memoria
che si apre a raggiera.
 
Effluvi dimenticati,
quasi che la ragione fosse
al culmine della sua distanza,
o riflettesse l’oltre da un orizzonte insondabile,
che ci fa rinascere creature alari.
                                                   Sulla cangiante illusione
riposa l’acqua dolce della fonte.
 
 
 
****
 
 
 Un sole antico si specchiò nei tuoi occhi,
Altro tempo, altra la parola
e l’amore a filo d’oro fu corda tesa,
accesa tenerezza che vi fiorì dall’orma 
dei pensieri e volteggiò flautante,
                                          tra pietra e riso.
L’anima ne trascrisse la fiaba che l’attraversò.
 
 
 
****
 
 
 
Oh come scioglie il ritmo d’onda,
come stringe al paesaggio la musica
del vento, come poggia la guancia
al primo tumulto di mare che vi dilaga
questo senso di fioritura tardiva.
E si accende, ad un’eternità senza pietà
fatta di lutti, stracolma di rondini
e di dolore.
 
 
 
****
 
 
 
Giorni accesi all’ultima passione,
ultrasuoni di stelle cadenti,
vene di terra in creature umane.
Eredi del più grande caos,
che vanificò la sua umile carne.
Siamo quel che appariamo, null’altro:
più della pietra aderiamo alla terra
senza striature azzurre.
Sete del miele e del pane,
inconsapevole sussulto del sangue.
 
 
 
****
 
 
 
Prensile come una rosa di maggio,
polvere cosmica, senza ragione d’ombre,
nuvola che sfida gli aquiloni,
radice che grida il suo strazio,
al mutare degli anni.
Misurammo la verità del sangue,
la bellezza smemorata della sua ombra
lucida e mortale.
 
 
**** 
 
La fiamma resiste all’unica memoria,
come un altare senza ceri né acquasantiere:
foglia che si stacca dal ramo per vorticare
sulla terra battuta.
Ama l’inquieto delle tue catene, oh vita,
il risibile cristallo delle sue illusioni,
il canto innamorato stretto in petto
che colma di fluidi  primitivi,
di autunnali azzurri immacolati.

Luciano Domenighini su “Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

“Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

 TraccePerLaMeta Edizioni, 2014

 

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI 

 

E’ un atto di coraggio, di soccorso, di difesa, prima ancora che una silloge poetica la recente raccolta di Ilaria Celestini “Memorie intrusive”.

L’argomento trattato, l’abuso a sfondo sessuale, è insolito per un’opera di poesia e questo non tanto perché i poeti non affrontino, di tanto in tanto, qualche argomento scabroso e “scomodo” che si discosta dal repertorio da loro più frequentato, quanto perché i poeti tendono a trattare i temi prescelti partendo da un punto di vista egocentrico, centripeto, ponendo se stessi e il proprio vissuto al centro del mondo o, se vogliamo, al centro del problema.

Anche se uno spunto autobiografico compare, tuttavia, in quest’opera la prospettiva è estensiva, altruistica, universalizzante.

Ilaria Celestini cover libroLa poetessa, più che dolersi di una condizione propria ed esclusiva, enfatizzandola, sembra voler dar voce al dolore di chi voce non ha più, divenendo testimone e apostolo di una religione che tutela le ragioni e i diritti di ogni vittima della violenza.

I mezzi letterari impiegati sono semplici assai:

si tratta di una prosa lirica “frammentata” in versi in modo spontaneo, istintivo e quasi casuale, senza preordinamenti strutturali di ordine retorico o metrico.

Nondimeno il dettato poetico ha grande limpidezza, spiccata valenza comunicativa e se a tratti cede all’enfasi sentimentale,  procede costantemente sull’ala di una sensibilità, di una misura, di un gusto tutt’altro che ordinari.

Queste qualità di equilibrio e di grazia, d’altra parte, sono necessarie e irrinunciabili in quanto l’autrice, trattando il tema dell’abuso e, per esteso, di ogni forma di prevaricazione, condizione che si riduce sempre a una dinamica diretta, interpersonale, pone l’argomento, non già come ci si aspetterebbe, sempre in un aprioristico e deliberato atteggiamento  di condanna e di deplorazione, ma, dimostrando grande coraggio e intelligenza, affrontandolo talora ( v. “Ci sono giorni”, “Finiscimi” oppure “Fino alla disperazione”) in un’ottica “borderline”, lungo quella linea di confine, ambigua e misteriosa, che sta tra vitalismo e incoscienza,  affidamento e dipendenza, bisogno affettivo e degradazione, scelta, più o meno conscia, e destino.

Relativismo quindi? E quindi “comprensione”, “giustificazione” della violenza, come componente inevitabile della natura umana, come “mistero naturale” immanente e necessario?

No certo, perché a fare da spartiacque fra libertà e crimine, fra sessualità e abominio, Ilaria pone, sacro e irrinunciabile, riservato non solo all’infanzia ma a tutte le età della vita, il concetto di un amore integrale, generoso, inteso soprattutto come tutela della dignità della persona amata.

 Quest’opera quindi non è solo un commosso e solidale tributo a tutte le vittime di ogni tipo di sopraffazione ma lo spirito che la sostiene e la alimenta è principalmente e profondamente etico  invocando quel “buon senso” che fra tutti i sensi umani, se non appare come il più esaltante sovente risulta , in definitiva, quello più opportuno e prezioso.

Alla delicatezza eufemizzante, tutta femminile, talora floreale, talaltra sognante, che  contrassegna la strofa conclusiva di alcune di queste liriche (v. “Questo cielo sommerso”, “Nascerà”, “Addio piccolo sogno”), alla sincera commozione e alla empatica condivisione del dolore, sovente si affiancano il coraggio e la speranza di riscatto e di rinascita, metafora della vita che non vuole finire, che non vuole arrendersi, che non vuole nascondersi e annullarsi nella vergogna e nella sconfitta.

I trenta titoli di questa raccolta sono in realtà un’unica, ininterrotta lirica, un discorso continuo sul bisogno d’amore, sulla sua forza ineluttabile, sui suoi martirii e sulle sue catarsi e trovano forse la loro sintesi e la loro realizzazione poetica più compiute nelle tre terzine, intense e struggenti, de’ “I miei ricordi”.

 “Memorie intrusive”, questa a un tempo disinibita e serena elegia  dell’innocenza tradita, al di là del suo valore strettamente letterario, è un’opera carica di tensione interiore, vera, autentica, che tocca il cuore.

 

 

 Luciano Domenighini

 

Travagliato, 9 giugno 2014

 

“Visione”, poesia di E. Marcuccio, commentata da alcuni critici

VISIONE

(poesia di Emanuele Marcuccio)

buio pesto
vapora
nelle nebbie
 
a ridosso
 
un varco di cielo
scolora
lʼalba

12 febbraio 2014

 

visione

Commento a cura di Luciano Domenighini

Due brevi terzine dicotomiche, inframmezzate da un quaternario avverbiale (“a ridosso”), per questa lirica descrittiva di un rasserenamento notturno. La complementarietà degli opposti nelle corrispondenze puntuali dei versi delle due strofe, rinsaldata dalla rima di ternario al secondo verso, è perfetta: “buio pesto-un varco di cielo”, “vapora-scolora”, “nelle nebbie-l’alba”. Apprezzabile la sobrietà del dettato, lʼelegante espressività del verso “un varco di cielo” e dei due verbi in rima, il risalto conferito ai sintagmi, nonché l’immancabile citazione gergale (“buio pesto”), elemento costante nella poesia di Marcuccio. Il clima complessivo è sospeso, assoluto, purissimo. 

 Luciano Domenighini

 Travagliato (BS), 14 febbraio 2014

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

Il palermitano Marcuccio ha la poesia nel cuore e sembra non poter vivere senza di essa. Il suo canto lirico ha mostrato negli ultimi mesi venature ambrate nell’espressione che si è consecutivamente fatta più chiusa (ma non ermetica), condensata ed espressivamente concentrata in sé stessa. In questo mix versificatorio del poeta è certamente da aggiungere la recente poesia “Visione” che porta la datazione del 12 febbraio 2014.  Il titolo consente al lettore un’apertura di interpretazione che poi sarà possibile dalla sintassi impiegata nella lirica. La “visione” ci fa pensare a un momento cruciale di abbaglio, di luce improvvisa, quasi come una folgorazione emotiva, spirituale (come non pensare alle visioni mariane?) o esperitiva. Una luce che in qualche modo apre un varco nel “buio pesto” che ammorba l’incipit della poesia descrivendoci uno scenario di desolazione e cupezza. Ed è poi tutta la prima strofa ad impiegare una sintassi di carattere metereologico (“vapora”, “nebbie”) che allude a un sistema di pressurizzazione dell’acqua nell’atmosfera. Nella strofa finale sembra ravvisarsi una speranza, intuiamo un lieve colorismo farsi forza tra tanta oscurità, uno squarcio luminoso che è solo un “varco di cielo”. Quel passaggio iridescente non è che la rottura dell’oppressione che l’io lirico associa alla scurezza e alla cecità che prima ha sofferto nel buio della notte (e del mondo). “lʼalba” che si profila nella chiusa stempera quella scurezza e metamorfizza un cielo nuovo, metafora del giorno che muore e rinasce dagli albori della vita. Una poesia doppia che affresca con pennellate dure dalla maniera espressionistica la stessa scena, in due fasi luminose diverse, “a ridosso” l’una dall’altra. La grande assente è la luna. Comunemente associata alla meraviglia dell’uomo, ma anche al pensiero/inquietudine della morte (v. Garcia Lorca) essa sembra essere un pensiero che ha abbandonato la mente dell’io lirico che, invece, affresca il mondo nei suoi due momenti cruciali: da una parte il recesso, il buio, l’incoscienza, il nero, la notte e dall’altra la speranza, la luce, la consapevolezza, il colore che si fa e il giorno che si costruisce come una somma algebrica di tinte pure.

 Lorenzo Spurio

 Jesi (AN), 21 aprile 2014

 

 

Commento a cura di Francesco Martillotto

Una poesia, quella di Marcuccio, dicotomica semanticamente (come bene Domenighini ha già scritto) ma anche ascensionale: dal basso, terreno, all’alto, ultraterreno (dal “buio pesto” iniziale all’ “alba” finale). Il buio (ma anche le “nebbie”) nel quale ci perdiamo (cfr. il Dante dell’Inferno e il Petrarca del sonetto proemiale dei Rerum Vulgarium Fragmenta) verso la luce (la ratio) che illumina il nostro percorso verso la “verace vita”. Essenziale!

Francesco Martillotto

 Lago (CS), 3 luglio 2014

 

 

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Un dittico poetico di Emanuele Marcuccio ed Ilaria Celestini su Oreste ed Elettra

Le ali strappate
DI ILARIA CELESTINI
 
 
Volavo serena nel limpido
cielo dei miei giochi di bimba
erano colorati i miei sogni 
a quel tempo
pensavo che un giorno
mi sarei rivestita
di neve
e la spuma del mare
avrebbe accolto il mio abbraccio
mentre un principe mi avrebbe
condotta con sé
in un mondo di fiori
E invece due mani di adulto
mi hanno strappato le ali
gettandomi in un tugurio
di lacrime e orrore
E ancora oggi ogni volta
che alla mente
si riaffaccia quel giorno
io rivivo la morte
e mi chiedo perché
 
 Orestes_electra
 

Oreste ad Elettra
 DI EMANUELE MARCUCCIO
 
Oh, quale dolore provasti
per la tua triste sorte,
reietta, percossa, disprezzata!
Ma ora, felicità insperata giunge
alle tue pupille stanche:
tuo fratel, creduto morto,
è giunto alfin
a liberarti,
ad abbracciarti,
a rimirarti, dolce sorella;
quanto hai sofferto,
che aspra guerra, a qual battaglia
fosti risoluta, non vacillasti!
Come montagna che giammai trema
sotto le sferze del ciclone,
come cascata, che vasta
erompe precipite,
non t’arrestasti!
Eri pronta anche a morir,
triste misera, cara sorella,
erano pronti a seppellirti viva,
pur di serrarti la bocca,
quella bocca, che nacque
ad indorare baci,
una volta sposa,
a sì nero ufficio fu deputata:
casta fanciulla, ambra di rose,
non soffrir più,
riposa sul mio cuor,
 
non soffrir più,
non soffrir più!
 
 
 
«Possiamo considerare la figura di Elettra come il mito archetipico di ogni donna sottoposta ad ogni genere di violenza. Cosicché, l’unica arma di difesa che ha la donna per sfuggire alla violenza è l’istruzione e, conseguentemente, i libri, quelli degni di questo nome e fonti di cultura per eccellenza. Senza istruzione e quindi, senza libri, la donna sarebbe vittima di ogni genere di violenza, più di quanta già ne subisce oggigiorno. Similmente possiamo considerare Oreste come il mito archetipico di ogni difensore delle donne, ma solo per difendere e confortare Elettra. Purtroppo, molti sono gli Egisto e pochi gli Oreste
 
Emanuele Marcuccio
 
 
 
Commento critico di Luciano Domenighini
  
Due angolazioni, due toni, due climi poetici, a svolgere il tema della violenza e dell’abuso, a raccontare il dolore della donna prevaricata e umiliata.
Da un lato Emanuele Marcuccio con un suo testo giovanile ispirato ai classici greci, narrante e araldico, tutto compreso di impeto oratorio, lungo quel registro “epico-patetico” di enfatica pietas, esclamativo e rutilante, molto battuto negli anni giovanili ma ricorrente anche nella sua opera poetica successiva.
Dall’altro il limpido e affettuoso dettato poetico di Ilaria Celestini, coi suoi colori innocenti e la grazia sorgiva, le floreali fragranze e le speranze vaghe, che s’imbattono e confliggono nella  brutalità del possesso fisico, nell’arroganza della sopraffazione, nell’orrida e amara ritualità della libidine cieca e predatoria.
Un’eroina archetipica della grande tradizione classica e un’anonima e fragile martire della cronaca contemporanea, entrambe testimoni e giudici di un abominio antico, cantate in due modi e in due stili ben distinti nei versi del poeta palermitano e della poetessa bresciana, sono le protagoniste di questo dittico poetico, a un tempo invettiva e denuncia costituendo un binomio di grande forza espressiva e di rara suggestione.
 
Luciano Domenighini
 
Travagliato (BS), 15 luglio 2014
 
  

Lorenzo Spurio intervista il partenopeo Luciano Somma

LS: A che periodo della sua vita risale la prima poesia e quando si accorse che la letteratura era una buona chiave di volta per confidare i suoi pensieri?

LS: Ho iniziato a scrivere i miei primi versi a 13 anni, un po’ ingenui ma comunque dettati dall’ispirazione che non mi ha mai più abbandonato. Mi sono accorto della chiave di svolta qualche anno più tardi.

 

LS: Il suo curriculum letterario è molto ampio e in esso si ravvisano interessi diversi che spaziano dalla narrativa, alla poesia, fino alla canzone. Negli ultimi anni è stato considerato come uno degli artisti italiani più presenti in rete –soprattutto in Youtube- con un’intensa attività di letture poetiche. Quanto secondo Lei è importante Internet nella nostra società? Si può prescindere da esso o il suo utilizzo è necessario?

LS: Ritengo internet un veicolo ormai indispensabile per arrivare al grande pubblico, comunque la  mia presenza sul web risale alla fine degli anni ‘90 e già nel 2000 Il Giornale aveva, in un suo articolo specifico, sottolineato ed evidenziato che ero il poeta più presente in internet. Appena venti anni fa sarebbe stato impensabile farsi conoscere in tutto il mondo attraverso un mezzo di diffusione che negli anni si è centuplicato ed ormai si può dire che non c’è famiglia che non abbia almeno due pc collegati…

 

 

LS: La sua ultima opera, Da Napoli con amore (Photocity, 2013), curata da Gioia Lomasti e Francesco Arena, è una ricca antologia della sua produzione divisa in due parti: una prima sezione dedicata alle poesie in napoletano e una seconda parte sotto il titolo di “Brividi di ricordi” che si compone di poesie in italiano e prose. Solo negli ultimi anni anche i concorsi letterari stanno mostrando un certo interesse nei confronti della letteratura in dialetto. Quanto è importante secondo lei la poesia in vernacolo e perché?

LS: Ho pubblicato quest’opera spinto dalla collaborazione grafica di Gioia e Francesco. Negli anni ‘70 ho partecipato a molti concorsi di poesia napoletana classificandomi spesso al primo posto. Per me la parlata della città, o paese, di nascita è molto importante, sono però del parere che la napoletana è una lingua e non si può classificare come dialettale per il semplice motivo che si parla un po’ in tutto il mondo grazie al fenomeno emigratorio iniziato nei primi anni del secolo scorso. Non dimentichiamo poi le canzoni napoletane, come ad esempio “ ‘O sole mio”, che hanno contribuito, in modo determinante e moltissimo alla diffusione del napoletano nel mondo.  

 

 

LS: Dario Bellezza (1944-1996), poeta controverso e osteggiato, fu esponente di spicco di una poesia romana degli anni ’70 caratterizzata dall’irriverenza e dalla trasgressione. Nella sua poesia si ravvisa un certo mal di vivere e una desolazione che deriva dalla pesantezza degli sguardi/opinioni della società su una serie di condotte da lui attuate che per i tempi erano fortemente stigmatizzate (l’omosessualità, la dedizione alla droga). Le presento una sua lirica dal linguaggio particolarmente potente che farebbe pensare a sprazzi di avanguardismo; in realtà Bellezza fu un fenomeno raro nella sua eterogeneità che rende impossibile una qualsiasi collocazione poetica di riferimento. Le chiedo un suo commento su questa lirica intitolata “Andiamo a rubare”[1]:

 

Andiamo a rubare: il furto si addice a un poeta!
Nessuno veramente sa che cosa sia, intero,
un poeta! Un grande sapiente o veggente?
Magari! O soltanto un criminale! Un ladro
di lumi, di vite clandestine vissute
nel silenzio dei giorni tutti uguali.

 

LS: Dario bellezza è morto a 52 anni. Più che poeta io lo considero un verseggiatore, la differenza è abbastanza riscontrabile, non è stato tanto osteggiato per la sua manifesta omosessualità bensì per osannare il suo status, che sarebbe stato più tollerato se vissuto senza enfasi, e lo stesso dicasi per la dedizione alla droga. Comunque alcuni versi sono interessanti anche se non condivisi. Deve anche molto alla sua popolarità per alcune trasmissioni televisive che lo hanno fatto conoscere  al grande pubblico.

 

 

LS: Il giovane poeta svizzero Oliver Scharpf[2] in uno dei suoi uppercut presenti in una recente opera antologica dal titolo Di soglia in soglia[3] sulla poesia si esprime in modo innovativo e dissacratorio:

 

non se ne può più della poesia
ma anche della poesia autentica
se è per questo
non si può più fare della poesia, con la poesia
basta con i libri di poesia
se proprio si vuole
allora deve essere qualcosa che si avvicini
a un nome scritto sull’inguine di una spiaggia
un attimo prima che la lingua di spuma
lo lecchi via.

 

LS: Come spesso accade ad alcuni giovani la volontà di farsi comunque conoscere li porta fuori dai canoni  e purtroppo non sempre in maniera brillante e razionale. Più che in modo innovativo io direi molto dissacratorio è il suo modo di esprimersi e di porsi, basta leggere l’inutilità contenutistica degli ultimi versi, ritiene vano scrivere poesie ma se proprio qualcuno volesse continuare a farlo, ma intento lui lo fa,  scriva ciò che pensa su una spiaggia così il mare lo porterà subito via, ma allora caro Oliver Scharp, pseudo poeta Svizzero, che cavolo scrivere a fare se ciò che fai viene cancellato dall’onda? Tanto vale che te li tieni nella mente i tuoi pensieri e ti risparmi così di partecipare a premi, vorrei veramente conoscere le motivazioni dei giurati del premio Montale per farmi una ragione, sul premio a lui assegnato nel 1997, e capire quali sono stati i valori di ciò che ha scritto e che messaggio ha lasciato quale orma da seguire…    

 

 

 LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Un carillon”[4] di Franca Alaimo:

 

Adesso abito uno spazio incenerito
dove ogni cosa è quel che era prima di esistere,
dove si può dire “fonte”, prima che la sua goccia iniziale
le dia il nome che l’inchioda all’acqua.
Là io, non questa me, navigo
come il primo uccello dell’Eden stupito dell’aria
e del mistero delle sue ali.
Ho sempre con me un giocattolo dorato
che è stato il primo dono di Dio:
un carillon di suoni che giorno e notte
mi distrae dal domandargli
com’è che cominciato tutto questo dolore.

 

LS: Indubbiamente in questi bei versi, molto profondi e di alta caratura, vi sono oltre a delle belle immagini poetiche anche qualcosa che suscita nel lettore un desiderio di riflessione su questa nostra condizione umana spesso afflitta ed appesantita da un doloroso bagaglio, il suo interrogativo a Dio è pienamente da me condiviso.  

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 LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia di chiaro intento sociale scritta dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio[5] intitolata “L’inquinamento”[6], sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Forse, quando l’inquinante
all’aere duro involverà
tutto il suo cielo,
l’umana terra,
unico lustro fra i pianeti,
non potrà più vivere,
non ci sarà più vita:
e il sole non sparmierà
i suoi dardi infocati,
sulle umane genti
la sua collera piomberà;
per il suo agire insensato
le terrestri cose spariranno:
gli animali e le piante.
Sì ché dal nucleo si sprigioneranno
funeste vampe,
ché alla lava dei vulcani
non scemeranno
il funesto errare.

 

LS: Al di là dell’intento sociale, da meditare, vi è però in questi versi arcaici un’apocalittica visione del futuro, un pessimismo senza ombra di speranza, come un tunnel buio dal quale non si uscirà più. Funeste vampe, scrive l’autore, funesto errare, io aggiungo funesti versi. Il poeta anche se vede tutto scuro da qualche parte dovrà pur trovare almeno un barlume di luce, dove c’è l’ombra da qualche parte ci deve essere il sole o viceversa, se vede tutto nero allora vi è qualcosa nel suo “io” che sicuramente non vive in sincronia col resto del mondo.  

 

 

 LS: Nella poesia “Perdonateci”[7] individua l’animo ribelle che contraddistingue o che dovrebbe contraddistinguere il poeta: colui che non ha paura ed osa, colui che non si assoggetta alla norma e spesso “alza la voce”, ma egli è anche l’unico sensibile a cogliere le sottigliezze della realtà che lo circonda per costruire sogni e svelarli al lettore. Lei scrive, infatti:

 
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controcorrente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro osare.

 

Perché il poeta sente il bisogno di inginocchiarsi e chiedere perdono per questo suo fare-osare che lo contraddistingue dalla massa? Perché parlando con il cuore in mano si finisce per dire la verità, anche quando essa può nuocere o infastidire?

 

LS: Il poeta resta sempre, e comunque, un po’ bambino anche se arriva ad un’età avanzata, purtroppo chi non ama la poesia, o addirittura la ignora, non potrà mai capire il dramma esistenziale che spesso è dentro a chi scrive, per fare un elementare paragone è come chi vive sempre in ottima salute non riesce a capire né a compenetrarsi, MAI, nelle sofferenze d’un malato. La corrente dell’umanità è sempre andata, e viaggia, alla conquista del denaro e della vita facile ed agiata. Ecco perché il poeta va spesso controcorrente, lui non scrive per denaro, mi riferisco alla quasi totalità, bensì per esternare i propri sentimenti d’amore, di voglia di serenità, di malessere, di dolore, e dunque è chiaro che non ha paura di ciò che possono pensare gli altri ed allora osa, chiedendo però perdono se magari questo suo modus operandi non è parzialmente o totalmente condiviso.   

 

 

 LS: Lei figura come membro di giuria nel Premio di Poesia “L’arte in versi” giunto quest’anno alla seconda edizione. Trovandosi a leggere e a valutare molti testi poetici e avendo quindi una panoramica generale delle varie tendenze ed espressioni poetiche, che cosa ne pensa del livello qualitativo della poesia che oggigiorno circola? Essere un poeta significa semplicemente scrivere un testo in versi?

LS: Ho letto e valutato centinaia di poesie anche in questo concorso. A parte poche eccezioni la maggior parte degli elaborati erano monotematici e presentavano rarissime originalità sia di stesura che contenutistiche. Chi scrive un testo poetico, a mio avviso, non può certamente essere considerato un poeta, non basta conoscere la metrica o mettere una parola sull’altra, che abbia o meno sonorità per potere essere considerato un poeta. La poesia è un’elevazione, è qualcosa che deve, una volta scritta, coinvolgere i fruitori, i recensori i quali se saranno colpiti emotivamente dai contenuti e dalla forma allora potranno apprezzarne e determinarne la validità. E’ seminare poesia che sarà poi raccolta come spunto per i posteri,  in mancanza vi è non solo  il vuoto assoluto ma assenza completa d’arte poetica.     

 

 

 LS: La città partenopea e la Campania in generale hanno dato i natali ad altri indiscussi poeti della seconda metà del Novecento e della nostra contemporaneità tra cui Ugo Piscopo, Antonio Spagnuolo, Tina Piccolo ed altri. E’ in contatto con alcuni di essi o con altri da me non citati e quanto è importante secondo Lei la collaborazione tra artisti?

LS: Conosco Ugo Piscopo di nome, con Antonio Spagnuolo vi è stato qualche volta, uno scambio di messaggi via e-mail. Con Tina Piccolo ho collaborato una sola volta essendo stato chiamato ad esprimere un mio giudizio su un concorso, da lei bandito, sulla poesia napoletana. Confesso che non credo nelle scuole di poesie, nessuna scuola potrà mai insegnare i sentimenti da esternare, potrà magari suggerire delle forme, più o meno innovative, ma io resto consolidato nella  mia opinione sull’unicità delle caratteristiche poetiche individuali e non credo nelle collaborazioni. Ben diverso è invece un testo musicale laddove sono spesso accettati dei coautori perché più idee potranno senz’altro migliorare il prodotto, rendendolo magari più  popolare, ma questo è naturalmente tutto un altro discorso.          

 

 

Napoli, 11 Luglio 2013

 

 

 

[1] Dario Bellezza, Poesie 1971-1996, Milano, Mondadori, 2002.

[2]Oliver Scharpf è nato a Lugano nel 1977. Premio Montale nel 1997 per le poesie inedite, poi pubblicate nell’antologia del premio da Scheiwiller. Diploma in scrittura drammaturgica alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. Ha scritto tre libri. Collabora con una rubrica bimensile per il settimanale Azione.

[3] AA.VV., Di soglia in soglia. Venti nuovi poeti della Svizzera italiana, a cura di Raffaella Castagnola e Luca Cignetti, Lugano / Lusone, Biblioteca Comunale di Lugano / Edizioni Le ricerche, 2008, p. 135.

[4] Franca Alaimo, La Recherche, 31-10-2011.

[5]Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974. Ha pubblicato la raccolta di poesie Per una strada (SBC Edizioni, 2009) e di aforismi Pensieri minimi e massime, (Photocity Edizioni, 2012). Ha curato l’antologia poetica Diphtycha. Anche questo foglio di vetro impazzito c’ispira (Photocity Edizioni, 2013). Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda. Collabora alla rivista di letteratura online Euterpe; ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori emergenti ed è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie. E’ membro di giuria nel Premio di Poesia “L’arte in versi”.

[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC, 2009, p. 14.

[7] Luciano Somma, Da Napoli con amore, Pozzuoli (NA), Photocity, 2013, p. 51.

Il bando del Premio “Dante Alighieri” (EA Editore)

Il premio Dante Alighieri è organizzato da EA Editore in collaborazione con il’Artistic Club Casa di Dante Alighieri (Firenze).

Il concorso è aperto agli Autori di qualunque età, nazionalità, genere (editi e inediti, poesia e prosa, romanzi e saggi).

Tutti i partecipanti avranno diritto alla pubblicazione sul prestigioso volume “I nuovi eredi di Dante Alighieri” e all’inserimento sul sito dell’evento:www.premiodantealighieri.comin più verrà conferito un attestato di partecipazione.


Il vincitore riceverà il Trofeo Personalizzato raffigurante Dante Alighieri e lapresenza gratuita all’evento (spese di viaggio e hotel per 2 persone per il giorno della premiazione). 

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La premiazione e la presentazione del libro si terrà all’interno della Casa di Dante Alighieri, Firenze nel mese di Febbraio 2015, nell’ambito di un’importante Mostra d’Arte dedicata agli Artisti Internazionali.

E’ possibile partecipare scegliendo tra due opzioni: 

PROPOSTA A – costo 60,00 euro – comprendente: pubblicazione su 1 pagina del libro “I Nuovi Eredi di Dante Alighieri” , 1 copia del volume, attestato di partecipazione, inserimento sul sito. 

PROPOSTA B – costo 100,00 euro – comprendente: pubblicazione su 2 pagine del libro “I Nuovi Eredi di Dante Alighieri” , 2 copie del volume, attestato di partecipazione, inserimento sul sito.

Aggiungendo 20,00 euro, Potrà essere aggiunta una recensione personalizzata redatta dalla Dott.ssa Letizia Lanzarotti realizzata esclusivamente sul materiale fornito per la pubblicazione.

 

PER PARTECIPARE L’AUTORE DOVRA’ INVIARE


. Materiale per la pubblicazione a scelta tra: 

PROPOSTA A

– (per POETI) 2 poesie + recensione, presentazione e/o biografia Autore; il tutto non deve superare mezza cartella.
– (per INEDITI) racconto, riassunto o estratto del proprio racconto, raccolta di testi o poesie, saggio o manoscritto + recensione, biografia autore; il tutto non superiore a mezza cartella.
– (per EDITI) foto della copertina del proprio libro di poesia o prosa edito + recensione, riassunto e/o biografia autore; il testo non deve superare 10 righe.
 

PROPOSTA B

– (per POETI) 4 poesie + recensione, presentazione e/o biografia Autore; il tutto non deve superare 1 cartella.
– (per INEDITI) racconto, riassunto o estratto del proprio racconto, raccolta di testi o poesie, saggio o manoscritto + recensione, biografia autore; il tutto non superiore a 1 cartella.
– (per EDITI) foto della copertina del proprio libro di poesia o prosa edito + recensione, riassunto e/o biografia autore; il testo non deve superare  mezza cartella

 . Copia della scheda di adesione compilata e firmata. 

 

Scadenza: 15 Luglio 2014

 

INVIARE LA SCHEDA DI ADESIONE CON IL MATERIALE VIA E-MAIL O VIA POSTA A:  

Dott.ssa Letizia Lanzarotti  

Via Giuseppe Donati 58 sc. B int.4  

00159 Roma  

 

letizia.lanzarotti@gmail.com 

 

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Lorenzo Spurio intervista la poetessa anconetana Fulvia Marconi

LS: In che modo ha scoperto che aveva bisogno di mettere sulla carta i suoi pensieri e le sue emozioni, cioè quando è nata la sua prima poesia? La pubblicazione dei suoi primi testi avvenne in concomitanza alla loro scrittura oppure ci fu un tempo di sedimentazione e pausa prima che decise di renderli pubblici?

FM: Sin dall’infanzia, magicamente attratta dalla poesia. A 15 anni, forte del benestare paterno, sostengo e supero l’esame alla Soc. S.I.A.E. onde ottenere la qualifica di autore di parte letteraria per testi riguardanti canzoni di musica leggera. Naturalmente, essendo molto giovane, prediligevo scrivere testi dedicati ai bambini che il Maestro Quinto Curzi, di Ancona, divertito musicava. Sono stati incisi due dischi che ottengono discreti risultati nei vari concorsi musicali. Con l’età adulta, mi sono allontanata sia dalla musica che dallo scrivere, in quanto il lavoro occupava gran parte del mio tempo. Poi, sei anni or sono, casualmente, provo a dialogare con un foglio, ed è proprio così che comincio a percorrere la tortuosa strada della poesia. La prima lirica scritta: “Canta o bella Madre’’, dedicata alla Madonna, viene subito pubblicata nella rivista dell’Associazione Cattolica e Culturale ‘’Maria Bolognesi’’ di Rovigo con la motivazione: «Incantevoli versi che avvolgono il lettore tanto da sembrar di udire il canto della Madre».

 

LS: Lei figura quale membro di giuria in vari concorsi letterari nazionali e internazionali. Qual è la sua opinione sull’importanza del premio letterario nella carriera dello scrittore? I grandi scrittori debbono “per forza” passare attraverso quale premio per ricevere visibilità e attenzione da un pubblico più ampio?

FM: Il premio letterario può rappresentare un trampolino di lancio: è il modo più rapido per far parlare di sé. Inoltre, elemento che ritengo estremamente gratificante, in un’ottica di crescita artistica ed umana, permette il confronto con altre “penne” e l’instaurarsi di rapporti sociali stimolanti. È una scelta, non una tappa obbligata, infatti illustrissimi esponenti del mondo della letteratura non hanno mai partecipato a premi.

 

LS: In America e in Inghilterra le riviste letterarie vengono tenute da sempre in maggior conto rispetto ai paesi mediterranei e per l’ampia caratura di redattori e perché veicolo di una critica seria di nuove pubblicazioni tanto che spesso quelli che sono diventati grandi scrittori tradotti in tutto il mondo sono passati tramite la pubblicazione di pezzi giovanili su alcune riviste mondiali. Perché ciò in Italia in via generale non avviene e perché si continua a vedere la rivista di letteratura come qualcosa di troppo ostico e forse accademico quando, invece, è essa stesso mezzo primario del fare letteratura?

FM: Come precedentemente asserito ho iniziato il percorso poetico proprio pubblicando in una rivista cattolico/culturale, quindi, ritengo la pubblicazione dei testi in antologie o riviste altrettanto importante come la partecipazione ai concorsi letterari. Viviamo in un mondo nel quale la pubblicità dice sempre l’ultima parola.

fulvia

LS: Sebbene Leonardo Sciascia (1921-1989) sia principalmente noto per la sua intensa attività narrativa e saggistica, per la prosa, scrisse anche delle poesie. Alcune di esse, che sottolineano il suo attaccamento per la terra d’origine e ne concretizzano alcune tipicità tradizionali, sono contenute in La Sicilia, il suo cuore (1952). Le propongo per un commento la poesia “I morti”[1] in cui il poeta descrive come avviene in terra di Sicilia e ai suoi tempi il rito del funerale:

 

I morti vanno dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l’inganno delle imposte chiuse.

 

FM: Versi che assumono l’aspetto di una spontanea testimonianza e di un preciso modo di interpretare le immagini circa gli usi e le emozioni scaturite dalla terra di Sicilia. Descrizioni accurate che si annodano e si incastrano con la partecipata sofferenza di chi ricerca, attraverso i vari eventi, di risvegliare sensazioni e dimostrare la partecipazione e l’attaccamento alle tradizioni.

«Finestre e porte chiuse, ad implorarli/ di passare oltre, di dimenticare», questi sono versi accorati e spietati, malinconici e sensibilmente reali che impediscono ogni anelito di speranza. Evocano una presa di coscienza di un evento sofferto per il quale non esiste via d’uscita. Tutto continua anche quando la morte stende la propria ombra e, quelle imposte chiuse, rappresentano l’ipocrisia di un dolore solo parzialmente condiviso. La morte come la vita è l’eterno gioco che circuisce e, subdolamente, inganna.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Sipario”[2] di Mia Lecomte[3], poetessa, e scrittrice che per la saggistica si è molto occupata di “letteratura migrante”.

 

Mi scrivi che laggiù ritrovi le luminarie
 
al mare quest’autunno
l’ho visto io stessa
trascinavano sassi sulla spiaggia
dentro a una sporta bucata
 
fuori vanno morendo le palme
una ad una a destra
dal marciapiede in fondo
sull’altro lato a sinistra
come se fossero vive
siamo in pochi ad accorgercene
in una loro idea di realtà
si fermano
 
e muore il sacchetto nella teiera
lo spago morsicato dal gatto
carta straccia nello zaino di scuola
il cappotto destinato al suo gancio
 
per solidarietà di cose
apparente

 

FA: I versi appaiono inquieti, dove i fantasmi del dolore e della rassegnazione giocano il ruolo fondamentale. Immaginifiche metafore si condensano in sensazioni sempre più incalzanti.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Michela Zanarella[4]  intitolata “Fango e radici”[5],  sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Affoghiamo le nostre miserie
con le lacrime.
Siamo spiriti di un secolo
che divora le memorie.
Giochiamo con il destino
come fosse una palla
da infilare nella rete.
Cerchiamo il giudizio
di Dio,
la Sua voce affascinante
per una rivelazione
di vita eterna.
L’amore è la pioggia
che non aspettiamo.
Accettiamo il dolore
e ci completiamo
col sollievo di altri.
Ci vediamo acque
di mari diversi,
figli di burrasca.
Ci incontriamo
nel petto della stessa terra,
fango e radici
per un nuovo germoglio.
 

FM: L’arte è il “parlare” delle sensazioni e, anche in questa lirica, si dipana un percorso costellato di sofferenza. Il tracciato esistenziale pieno e la difficoltà dell’umano vivere sono rese con caparbia efficacia. I sentimenti, espletati nella loro interezza, mettono in primo piano lo stile intimistico dello scritto. Il verso finale lascia trapelare un raggio di speranza ad illuminare l’ultima possibilità all’uomo di conoscere e (ri)conoscere sé stesso.

 

LS: Nel secondo ‘900 i filoni della poesia italiana sono diversissimi: ci sono i continuatori di una poesia dall’impianto classico, con riferimenti alla mitologia e una particolare attenzione alla metrica, c’è chi, invece, fece suoi i dettami della poetica asciutta dell’ermetismo e chi, invece, abbraccia le avanguardie con la loro rottura di schemi e di formalismi per dedicarsi a manifestazioni singolari ed originali. Oggigiorno è quanto mai difficile, se non addirittura impossibile, cercare di dare una mappa concettuale dei vari modi di far poesia anche perché le varie sensibilità si mescolano spesso tra di loro. C’è una tendenza, però, che vede nella poesia minimalista caratterizzata dall’asciuttezza del verso, dall’abolizione della punteggiatura e dal linguaggio altamente analogico ed evocativo che sembrerebbe oggi molto diffusa. Che cosa ne pensa di questa maniera di “far poesia”?

FM: Strana domanda, a me, che scrivo prevalentemente in endecasillabi… Ogni epoca è caratterizzata da una corrente letteraria determinata prevalentemente dal pensiero sociale, politico e anche filosofico dell’uomo: abbiamo, infatti, il Decadentismo, il Simbolismo, l’Ermetismo, Futurismo etc, fino ad arrivare agli anni ’30-‘40 con Ungaretti e all’Ermetismo. Per quanto mi riguarda, apprezzo ogni stile perché, prevalentemente, la poesia è emozione e non vi è un’unica strada per arrivare al cuore. Ben venga anche l’abolizione della punteggiatura, purché lo scritto non abbia a soffrirne. Non sarà certamente la lunghezza di un testo a determinare la sua validità. La poesia è suggestione del pensiero, quindi, sono aperta ad ogni stile poetico pur di lasciarmi “suggestionare’’.

 

LS: Che cosa ne pensa degli adattamenti cinematografici di romanzi più o meno noti? E’ un buon modo per rivitalizzare la letteratura? Ce ne è qualcuno che per la sua fedeltà al testo si sente di consigliare in modo particolare?

FM: Tradurre in immagini un romanzo e trasmettere in toto le sensazioni e le emozioni che le parole scritte sono in grado di suscitare non è una operazione facile, ma, se riesce, può essere un mezzo efficace per trasformare lo spettatore in lettore. Se pensiamo al film Il nome della rosa (1986) del regista Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco, la trama è stata semplificata ed “alleggerita’’, determinando la perdita dello spessore storico-filosofico che l’autore voleva sottolineare, ma lo svolgimento della vicenda, l’ambientazione e i personaggi ben delineati possono essere di stimolo ad approfondire la conoscenza con lo scrittore e con le sue opere. Suggerirei anche film tratti dai romanzi di Jane Austen, fedeli ai testi ed allo spirito ironico e soavemente pungente dell’autrice (Ragione e sentimento del 1995 di Ang Lee; Emma del 1996 di Mc Grath,…).

 

downloadLS: Le avanguardie di primo ‘900 diedero impulso[6] alla poesia visiva o poesia figurale che si caratterizzava per un completo scambio e interazione tra parola ed icona, tra verso ed immagine. Ne sono esempi le opere visuali di Apollinaire contenute nella sua opera magistrale, I calligrammi (1918) e le poesie visive di Govoni. Negli anni ’60 in Italia nacque un gruppo di “poesia visiva” al quale presero parte vari autori, tra cui Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, Ketty La Rocca, Mirella Bentivoglio, Emilio Isgrò ed altri, in cui, oltre alla combinazione parola-immagine, venne introdotto il linguaggio a tratti violento a tratti potente della società con riferimenti a quotidiani e mezzi di comunicazione. Tali opere, più che vere e proprie poesie, finiscono per apparire come collage. Le propongo “Sera 1964” di Eugenio Miccini per un suo commento personale.

FM: Come detto poc’anzi, la poesia al mio modo di vedere è emozione e, sinceramente, di fronte a quest’immagine non riesco a suggestionarmi.

 

LS: Lei che ha pubblicato molte opere nel corso della sua ampia carriera, quale è il suo commento personale sul mondo dell’editoria italiana che, come sappiamo è fatta da pochi grandi e inarrivabili marchi e moltissimi editori di media-piccola dimensione?

FM Non posso fare di tutta un’erba un fascio: sono stata trascurata da un paio di editori e presa in grande considerazione da altri. Purtroppo viviamo in un mondo dove la griffe ha la sua importanza, ma se un lavoro è buono, resta valido anche se edito da una casa editrice minore. Non mi sono mai lasciata incantare dalle apparenze.

 

Ancona, 14 Agosto 2013

[1] Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Milano, Adelphi, 2003, p. 13.

[2] Mia Lecomte, Intanto il tempo, Milano, La Vita Felice, 2012, p. 31.

[3] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[4] Michela Zanarellaè nata a Cittadella (PD) nel 1980. Vive e lavora a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e, animata da personalità di cultura e poeti locali che vedevano in lei una promessa della poesia, ha cominciato a partecipare a sfide letterari. Ha da subito ottenuto buoni risultati, convalidati da premi nazionali e internazionali e varie pubblicazioni di suoi testi in antologie. Ha pubblicato le sillogi poetiche Credo (Ass. Culturale MeEdusa), Risvegli (Ed. Nuovi Poeti), Vita, infinito, paradisi (Ed. Stravagario, 2009), Sensualità (Sangel, 2011), Meditazioni al femminile (Sangel, 2012) e L’estetica dell’oltre (D&M, 2013). Ha pubblicato anche una raccolta di racconti dal titolo Condividendo con le nuvole (GDS, 2009). Partecipa a reading, eventi letterari ed è membro di giuria in vari concorsi di poesia.

[5] Michela Zanarella, Meditazioni al femminile, Sangel, 2012, p. 28.

[6] Non è, infatti, giusto sostenere che “inventarono” questo tipo di poesia, dato che esistono attestazioni di questo utilizzo congiunto di parola-immagine addirittura nell’antica Grecia: Simmia di Rodi, infatti, ci ha lasciato vari “carmi figurati” tra cui la celebre “Ascia” dove, appunto, il contenuto testuale è disposto specularmente in due porzioni arrotondate di disegno che stanno a rappresentare la doppia lama dell’accetta.

“Il dubbio sulla parola imperversa nei tempi del postmoderno”, di Ninnj Di Stefano Busà

Il Novecento è stato il secolo dei dubbi sulla parola. I poeti hanno spesso dubitato della forza della parola poetica: dagli Ossi di Seppia con il continuamente citato “Non chiederci la parola” alle litanie nietzschiane di Mariangela Gualtieri di fine millennio in Fuoco centrale: “io non ho abbastanza parole, le parole mi si consumano, io non ho parole che svelino, io non ho parole che riposino… io appartengo all’essere e non lo so dire, non lo so dire”.

L’assenza della parola è direttamente da addebitare alla mancanza di dialogo: tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratelli, tra parenti e amici, e andando sempre più ad analizzare si avverte una forte carenza di dialogo anche tra le genti, tra i popoli.

È una fenomenologia che investe ogni categoria umana, ci porta inevitabilmente all’isolamento, ci precipita in un solipsismo cupo, ed è davvero inquietante vivere vicino agli altri e qualche volta morire, senza che nessuno se ne accorga.

La vita di oggi tumultuosa e indifferente ci ha resi sterili, anabolizzati e incapaci a intrattenere rapporti sociali, interpersonali aperti e sereni.

Viviamo questi anni in una inquietudine che ci respinge dal lato umano e ci proietta su fatti che non ci restituiscono felicità e pacificazione dello spirito.

imagesSiamo distratti, tristemente affrancati da valori, compromessi da rapporti schizofrenici, contraddittori che non ci permettono la comunicazione col nostro prossimo. Vi è una sorta di svilimento nei rapporti con gli altri, perchè si è sperimentato un sistema di vita all’insegna della fretta, dell’indifferenza, della malafede. Ogni rapporto è viziato da un difetto formale o intrinseco che lo proietta oltre l’intenzione, rafforzandone l’offesa, la menzogna, la viltà. Siamo zavorrati da orari di ogni genere, lavoro, studio, figli, sport, che non ci consentono di aprire l’anima alla luce, respirare un volontario atto di clemenza, di buona volontà, di ossigenzazione.

Restiamo inchiodati al nostro perimetro di spazio/temporale, senza levare lo sguardo al vicino, al più bisognoso, all’indigente.

In un tale contesto è difficile il rapporto con gli altri, anche perché ci porta a rinchiuderci in noi stessi, ad avvalorare l’ansia e l’indignazione per il bilancio del ns. esistente sfibrato, frantumato.

L’inquietudine spesso ci divora, ci disorienta.

E’ bene fermarsi, riflettere, riprendere a camminare con la schiena dritta, fortemente intenzionati a cambiare: direzione, azioni e comportamenti della nostra vita che ci umiliano.

Non è mai troppo tardi per iniziare un percorso a ritroso che ci permetta di ritrovare noi stessi, l’umanesimo che ci ha abbandonati e contare sulle nostre forze per migliorare lo stato della nostra umanità compromessa, fortemente degradata e delusa nella coscienza dell’essere, che è divenuta un bussolotto-contenitore, di molte nequizie, inadempienze e contraddizioni.     

 

NINNJ DI STEFANO BUSA’  

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà intervistata da Lorenzo Spurio

LS: Secondo molti il poeta non può essere anche un critico, perché ogni ambito presuppone una diversa prospettiva nei confronti dell’atto di scrittura e, nel caso della critica letteraria, una approfondita e propedeutica conoscenza della storia della letteratura o del testo/autore che si sta analizzando. In altri termini la poesia è istintuale, intimista, diretta, spontanea, irrazionale, mentre l’attività di critico (saggista, recensionista) presuppone una profonda conoscenza di quello che si sta trattando, spirito critico, profondità del ragionamento, circostanzialità, categoricità e organicità nel reperimento dei materiali cognitivi, capacità ermeneutiche e tanto altro. Questa polarità, però, finisce per risultare un’asserzione di poco conto, dato che la storia ci ha consegnato eccelsi poeti che furono al contempo anche dei critici letterari: si pensi, ad esempio a Eugenio Montale, Elio Vittorini e anche Leonardo Sciascia che ci ha lasciato una intensa attività saggistica sulla Sicilia e i suoi problemi sociali.  Qual è il procedimento che adotta quando si “sveste” del suo ruolo di poeta per indossare, invece, gli abiti di critico letterario, dato che il suo curriculum è amplissimo di testi critici, recensioni, saggi e studi monografici?

NDSB: Sono punti di vista contrapposti. Secondo la mia personale opinione, il poeta soprattutto può essere un ottimo critico, perché porta in sé le capacità ermeneutiche, le sigle, le caratteristiche proprie della Poesia, sicché, ne sa eviscerare i contenuti, interpretare le connessioni, le concomitanze scrittorie, le sinestesie, le prospettive circostanziali di un linguismo particolareggiato e insondabile, sapendo, attraversare l’esegesi critica con una variegata visione d’insieme e, infine, visitarne e penetrarne i meandri più insondabili di una lingua particolarmente disorganica e misteriosa, quale quella poetica, per penetrarvi in misura circostanziata e istintuale, quasi per induzione come nei “vasi comunicanti” o per simbiosi oserei dire, in quanto i contenuti e i modelli non gli sono estranei e ogni sentimento/suggestione riesce a integrarsi consolidando la categoria fondante della sua ragione critica, in un confronto che risulti al contempo esegesi/poetica, ma che si potrebbe definire in modo più esatto: combinazione attitudinale tra le due categorie, poiché le due posizioni determinano “affinità” nei confronti della scrittura e delle sue articolate manifestazioni intellettuali.

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LS: Lei ha all’attivo ventidue sillogi poetiche, oltre che libri di saggistica, di esegesi letteraria che sono state ampiamente apprezzate dalla critica, tanto che sulla sua produzione hanno scritto i nomi più altisonanti del panorama letterario degli ultimi trenta anni. Scorrendo i titoli delle sue opere: (Lo spazio di un pensiero, La parola essenziale; L’attimo che conta (pref. Vittorio Vettori); ma poi ancora: Tra l’onda e la risacca, (pref. Marco Forti);  L’arto-fantasma, (pref. Giovanni Raboni), solo per citarne alcuni) si respira il senso del “non definitivo”, dell’incompiuto, una sorta di evocazione ad indagare, ad andare oltre quelle realtà sconosciute, misteriose e impossibili da scrutare con l’utilizzo della ragione. In che cosa si concretizza quella “parola essenziale” della sua silloge del 1990 e quell’“attimo che conta” dell’omonima opera pubblicata nel 1994 con prefazione di Vittorio Vettori?

NDSB: La prima si riferisce alla necessità di non debordare mai dall’alveo in cui si colloca l’eccellenza della combinazione lirica, perché l’evento deve necessariamente essere raggiunto, attraverso una singolare cernita dei termini e non solo. In seconda istanza, inoltre, va eseguita una marcata esclusione del “superfluo” che se insistesse ad usurpare spazi non richiesti, guasterebbe il senso estetico del verso e tracimando in eccesso, potrebbe devastare e offendere il valore intrinseco della Poesia che, deve essere raggiunta da un’anoressica ed esclusiva opera di essenzialità: “non una parola di più”, come afferma, da sempre, Giorgio Bàrberi Squarotti riguardo alla mia poesia.

L’attimo che conta” poi, in Poesia, è   –quello e, nessun’altro–  la parodia della perfezione (che non esiste sulla terra) è tutta concentrata in quell’attimo eccezionale, ma se proprio non è dato raggiungerlo, si può cercare il perfettibile, volendo assegnare all’accezione quel meraviglioso tempo <dell’infinità> che ogni poeta tenta, per dare alla sua scrittura il miracolo della Storia, la memoria inconfutabile dell’essere che si trasforma in divenire, diventando fattore cognitivo di una palingenesi eternante.

  

LS: Il poeta romagnolo Tonino Guerra (1920-2012), celebre anche per la collaborazione di scenografia con il grande Fellini, ha dedicato un’ampia produzione alla poesia nel dialetto romagnolo. Le propongo qui una sua lirica in dialetto, con relativa traduzione in italiano, per chiederLe un suo commento. Nel caso abbia avuto l’occasione di conoscerlo personalmente, può descriverci come fu il vostro incontro?

 

I sacriféizi[1]

Se mè ò studié
l’è stè par la mi ma,
ch’la fa una cròusa invéci de su nóm.

S’a cnòss tótt al zità
ch’u i è in chèva e’ mònd,
l’è stè par la mi ma, ch’la n’à viazè.

E ir a l’ò purtèda t’un cafè
a fè du pas, ch’la n’ vàid bèla piò lómm.
– Mitéiv disdài. Csa vléiv! Vléiv un bignè?

I sacrifici

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.

Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.

leri l’ho portata in un caffè
a far due passi
perché quasi non ci vede più niente
– Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

 

NDSB: Mi dispiace, non ho avuto la fortuna di conoscerlo e me ne rammarico moltissimo, deve essere stato un poeta umanamente e profondamente capace d’instaurare con la poesia un dialogo e saper parlare a tutti in modo istintivo e universale… La Poesia deve essere colta da tutti.

 

 LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “Perdonateci”[2] del poeta napoletano Luciano Somma[3]:

Perdonateci
questa dannata voglia
di vivere in un mondo
a forma di colomba
e non tra fiori finti
perdonateci
se rifiutiamo limiti e frontiere
e trasformiamo
fili spinati in palpiti d’amore
non ci è concesso forse d’impazzire?
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controcorrente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro osare.

 NDSB: Entrambi propongono una bella poesia, pur se diversificata nei modelli e nei moduli scrittori. L’uno è il poeta consolidato, conosciuto, l’altro il poeta che spunta fuori dalla quotidiana ricerca della Poesia e si fa apprezzare per i contenuti. Hanno in comune la lingua poetica che sgorga spontanea da un’ispirazione che in un periodo di ristagno culturale, ridà vita a quell’idea di letteratura che caratterizza il lavoro del critico, soprattutto basato su uno sperimentalismo che è ricerca del linguaggio in ogni suo itinere.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Date a me”[4] del poeta fiorentino Lenio Vallati[5], risultata vincitrice in numerosi e prestigiosi premi letterari:

 

Date a me le sofferenze del mondo.
Le porterò lontano, le disperderò
come pulviscolo
tra strade affollate di gente.
Date a me l’odio, lo avvamperò
alla fiamma del puro amore
che non resti altro che memoria.
Date a me la guerra.
Caricherò i fucili
di fiori e gli spari
diventeranno abbracci
nella stagione nuova del cuore.
Date a me la paura.
La fonderò con l’alba
dissolvendo le tenebre
oscure della notte.
Date a me la morte.
Le racconterò una storia
che parla di noi due,
e alla luce del nostro amore.

 

NDSB: Anche in questo testo si evince la ricerca di universalità della poesia che affianca ai vari livelli la più ampia fenomenologia linguistica sollecitando la voglia di aprirsi al “sogno” alimentando le varie espressioni sperimentali dell’oggetto poetico.

 

 LS: Recentemente ha curato assieme al poeta napoletano Antonio Spagnuolo un Archivio Storico dal titolo L’evoluzione delle forme poetiche[6] circa 800 pp. che contiene parte della immensa produzione poetica degli ultimi due decenni 1910-2012. Quando si cura un’opera antologica di questo tipo si rischia sempre di incorrere in “fastidiose dimenticanze” nel senso che è opinabile la scelta degli autori e dei testi fatta dai curatori e si potrebbe criticare la mancanza nel testo di poeti ritenuti “grandi” e che, dunque, appaiono scartati (nel caso non siano stati scelti) o assenti (nel caso non abbiano saputo dell’iniziativa o non abbiano voluto prenderne parte). Può raccontarci come è nata l’idea di questa antologia poetica, quanto lavoro c’è stato dietro e attraverso quali canali verrà diffusa?

NDSB: Archivio Storico, così l’ho definito è un lavoro di ristrutturazione e coordinamento della poesia di oggi “inteso nel complessivo articolato di un ventennio”. Da tempo lo avevo in mente e lo programmavo, ma ben consapevole che l’operazione fosse di quelle molto impegnative, vi ho voluto dedicare tutta la mia attenzione e il mio interesse. Ci sono voluti ben due anni di cura e, nonostante ciò, il lavoro non è completo. L’opera ha voluto essere un consuntivo, una mappatura, un censimento, una vetrina variegata di poeti che, a diversi titoli e con la massima preparazione in campo poetico, possono essere traguardati al futuro per essere storicizzati. Raccoglie una vasta configurazione critica, ma non è un traguardo concluso, perché nelle mie intenzioni c’è e resterà un tracciato differenziato delle varie forme scrittorie, che non possono essere inglobate né circoscritte ad un solo tomo. La ricerca in campo poetico è un percorso significativo sempre in progress che varia a seconda l’evoluzione del linguaggio e delle sue varie forme o connotati linguistici: i diversi contesti caratteriali che ne coinvolgono i tempi e le strutture ne sono la prova evidente, un riscontro e uno strumento adeguati alle mode e agli stilemi propri di un’evoluzione che, avendo attraversato i vari ismi delle avanguardie, ritorna e si annuncia diversificata nelle forme strutturali di linguismo. Era necessario uno spartiacque, un rendiconto, una configurazione che ne rappresentasse la situazione di oggi. Malgrado taluni inevitabili difetti o defezioni, spero di aver fatto un buon lavoro, il discorso degli esclusi non è esatto. Sono stati contattati quasi la totalità di quegli autori che hanno avuto un peso, una rappresentazione, un curriculum tali da essere inseriti dignitosamente dentro una produzione che abbracci l’attività poetica a cavallo di due secoli (un ventennale appunto di Poesia)…ebbene, non tutti sono stati disponibili all’operazione, taluni con miserrime e puerili giustificazioni si sono defilati, altri hanno sottovalutato appieno l’operazione storica. Dovrebbe essere chiaro a chiunque un principio: da qualunque fonte editoriale di alto o medio livello provenga un tale progetto debba essere bene accetto. Purtroppo, anche chi ha intelletto di ampia levatura culturale, miseramente fallisce nei giudizi fondanti o nei criteri di valutazione della realtà… Se fosse stata iniziativa programmata da alte sfere editoriali (per non fare nomi) tanti, forse tutti si sarebbero strappate le vesti pur di rientrarci. Così non è stato, e la Storia ne dovrà prendere atto. La responsabilità dell’esclusione né dell’incompiutezza non è da addebitare ai curatori.

  

LS: Oltre a dedicarsi alla poesia si è interessata molto di scienza dell’alimentazione. Poesia e nutrizionismo, versi e cucina possono avere una combinazione pratica oppure restano due mondi distanti tra di loro? Quanto è importante all’interno del suo fare poesia l’elemento nutrizionale, le suggestioni che possono derivare da una prelibatezza vista, agognata o pensata?

NDSB: Le due parti della medaglia non sono in competizione, vanno in abbinamento e l’una non esclude l’altra: mens sana in corpore sano. Ebbene, la verità è presto detta, la soddisfazione del palato dinanzi al buon cibo è la stessa che un grande poeta mette in poesia, stessa “apoteosi”, stessa sublimazione che, combinando espressioni superlative di carattere intellettivo l’uno e olfattivo l’altro, riescono a combinare la simbiosi dei sensi: armonizzarli si può, anche con un eccellente cibo.

  

LS: Nella sua recente silloge L’eros e la nudità (Tracce, 2013) a proposito dell’amore scrive[7]:

 

L’amore non è né comodo né facile,
ci arde solamente dentro come scintilla vitale,
ci scorre tra le pieghe come istante perfetto
nell’arroganza di solitudini abissali.

 

Non è questa una visione troppo “cupa” dell’amore che sembrerebbe essere vissuto in maniera poco entusiasta («non è comodo») e che si delinea per le sue difficoltà («né facile») perché alla minaccia delle «solitudini abissali»? Qual è la sua idea sull’amore?

NDSB: In altri testi della stessa opera affermo: «dalla nostra carne sboccerà l’aurora» oppure: «siamo uccelli che sforano il cielo/ e si accendono di vivido sole»; «Come uccelli di fuoco sorvoliamo il caos». Non è nel significato che le attribuisce Lei che ho inteso porre l’attenzione! Troppe volte si abusa dell’amore, si eseguono acrobazie, equilibrismi, di cui l’amore non ha necessità. Il vero grande amore ha funzione in sé, vive di luce propria, emette segnali di armonia che nessun’altro sentimento può eguagliare. Il pericolo, il rischio è solo di stravolgerlo, di mistificarlo, di confonderlo. I versi di tutta l’opera si susseguono con ritmo suggestivo-emozionale, cogliendo la voce dell’Eros come la sola in grado di dar vita al soggetto amoroso. Trovo che l’opera vada oltre il quotidiano, non bisogna imprigionarla nei soli due versi che definiscono l’amore: non comodo né facile. In realtà non lo è. Eppure ardito si leva il sogno, ardito il concetto di volerlo determinare in spore di felicità, oltre il dubbio e le limitazioni dell’umano sentire, oltre la ferita e l’offesa delle miserie umane.

   

LS: Tutti giorni alla tv sentiamo parlare di Europa o, meglio, di Unione Europea, quale organismo politico-economico che è frutto di decenni di incontri, convegni, trattati tra i padri politici che intravvidero in un sistema federativo e comunitario di stati una via da perseguire perché sinonimo di forza, prestigio e solidità economica. Ora, a più di dieci anni dall’introduzione della nuova moneta, in molti –da più parti politiche e, soprattutto la gente comune- stanno chiedendosi se non sia auspicabile un ritorno alla Lira. L’insoddisfazione nei confronti del sistema economico europeo è palpabile un po’ in tutto il Vecchio Continente, per motivi di diversa natura. Che cosa pensa Lei dell’Europa? Qual è l’idea che le sale alla mente quando sente nominare la parola “Europa”? Esiste, secondo Lei, un retroterra culturale condiviso tra i vari popoli che “abitano” questa Europa?

NDSB: Una grande tragedia per gli stati più deboli della U.E. Questa è la mia personale impressione, ma è avvalorata dai giudizi di grandi economisti e geni della finanza globale che intercettano il rischio di una defaillance del mercato delle nazioni facenti capo alla U.E. Nessuno si sforza di capire la situazione che si verificherà nell’eurozona manipolata dalla politica speculistica e truffaldina della UE che ci sta portando allo sbaraglio. Le nazioni più forti economicamente vogliono soppiantare quelle più deboli, in modo da avere meno bocche da sfamare nel 2015/2020. E succederà un cataclisma. Non vuole essere allarmismo, ma semplice considerazione dei fatti. La prima ad uscire sarà la Grecia, seguita dalla Spagna e da altre, per non fare il nome dell’Italia che è all’osso, ridotta ai minimi termini da una politica troppo rigorista, sotto l’egida merkeliana, fatta di tasse e balzelli alla maniera di Monti. È la teoria dell’economista Charles Robertson di Reinaissance, dove c’è il massimo rigore, si comprime lo sviluppo, l’incremento del peso fiscale riduce sul lastrico un popolo e ne sentenzia il fallimento economico – default – Ma c’è anche chi si spinge oltre, come il gestore di fondi speculativi Kyle Bass, secondo cui il destino dell’Europa è già segnato. Ma a dare dichiarazioni shock è Reuters. La recessione non avrà breve durata, la crisi andrà molto oltre le previsioni e non avrà lieto fine, sfocerà in una guerra mondiale ha concluso Bass, Fondatore di Hayman Management Capital (Dallas). Bass è convinto che assisteremo a guerre sanguinose e rivoluzioni, un vero dramma per le popolazioni e gli stati che non potranno stare al pari con le speculazioni di un sistema capitalistico da guerra “stellare”. Lo stallo sarà un’immensa perdita di capitali che sotto forma ingannevole e fatti passare per diminuzione del debito pubblico lasceranno sul campo morti e feriti. Il fenomeno potrà nel tempo allargarsi fino a provocare una riduzione drammatica sugli stati sovrani che dovranno uscire dall’euro. Ma non è molto lontano questo pericolo, anche se nessuno ne parla, e proprio per questo, avverto il rischio incombente e prossimo a succedere. A dare il primo segnale è stata l’Inghilterra, cui potranno seguire altri stati in grave affanno economico. Mi lasci aggiungere che la  politica e la poesia sono due poli opposti, si trovano agli antipodi del genere umano, non vi è capacità di armonizzarli, perché inevitabilmente l’una esclude l’altra: il poeta vive nel suo limbo perfettibile, il politico esclude tout court la ragione dell’omologazione, perché lontano anni luce dalla verità e dal bene comune. Vi è una profonda ragione speculativa nella spartizione politica, che esula dai principi e dalle essenzialità della palingenesi evolutiva. Il politico è (e resterà) uno strumento per “configurarsi” un potere sugli altri simili, il poeta no, vive di idealismi, forse di utopie. Le due posizioni sono fondamentalmente diverse e non associabili tra loro. 

  

LS: Oggigiorno le collaborazioni tra più autori e le scritture congiunte o “a quattro mani” sono molto diffuse, sia nella narrativa che nella poesia. Sinceramente troppo difficile, se non addirittura inconcepibile, che una poesia possa essere scritta insieme da due persone, nonostante la loro vicinanza, amicizia e parità di visioni perché la poesia, per come la concepisco io, è un atto estremamente personale che non può realizzarsi nella spartizione della creazione tra un attacco scritto da una persona e una seconda parte scritta dall’altra. Credo che in questo modo l’atto stesso di far poesia possa essere considerato morto e la lirica finisca per essere un misero collage di frasi di persone, incollate a puntino, con esiti che non possono che risultare desolanti. Che cosa ne pensa Lei a riguardo?

NDSB: L’incompatibilità tra i vari “individui” esclude “ a priori” una realizzazione a quattro mani che possa armonizzarsi in perfetta sintesi. Saranno sempre due o più modi di sentire, di avvertire la visione dell’esistente, diversificate le aspirazioni, le idealità, le emozioni. È come voler accoppiare un cane e un gatto, snaturandoli entrambi, i due mondi confliggono e non vi può essere sintesi tra le due realtà. Il risultato non può che essere desolante, una sorta di puzzle, o un collage eseguito a freddo, a tavolino, le percezioni sono altre in ognuno, molto distanti dall’armonia che può realizzare una sola voce. L’esito a mio parere non può che essere inferiore.                                                  

                                

Segrate (MI), 3 giugno 2013 

[1] Tonino Guerra, I bu. Poesie romagnole, Milano, Rizzoli, 1972.

[2] Luciano Somma, Gocce nell’acqua, CITTà, Fabula Edizioni, p. 10.

[3] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[4] Lenio Vallati, La vita nell’osmosi del tempo, Firenze, Edizioni Agemina, 2013, p. 17.

[5] Lenio Vallati è nato a Gavorrano (GR) nel 1954 e risiede a Sesto Fiorentino. Svolge il lavoro di Capostazione presso l’impianto di Firenze – Castello. E’ poeta e scrittore. Di poesia ha pubblicato: Alba e tramonto (Bastogi, 2007) e La vita nell’osmosi del tempo (Edizioni Agemina, 2013). Di narrativa ha pubblicato: Soggiorno a Bip Bop (L’Autore Libri Firenze, 2003), Un criceto al computer (Ibiskos, 2004), Desiderio di volare (Bastogi, 2006),  e Gaffio d’Alba (Bastogi, 2011). Ha vinto molti primi premi sia per i racconti che per la poesia ed è presente in numerose antologie.

[6] AA.VV., L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio 1990-2012, curatori Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairòs, 2012.

[7] Ninnj di Stefano Busà, L’eros e la nudità, Pescara, Edizioni Tracce, 2013, p. 27.

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