L’intera silloge di Marco Nicastro è una curiosa circumnavigazione attorno al fascino misterico di ombre e luci. Lo stesso titolo, Il buio e la luce, chiarisce in partenza la dicotomica trattazione di tante liriche qui contenute. Ma, in fondo, non sono la luce né le tenebre ad essere i veri temi, i messaggi finali, di queste poesie quanto gli elementi che descrivono gli ambienti, che accolgono gli accadimenti, le condizioni meteorologiche e fisiche esperite dall’io poeta. Si tratta, nel caso di Marco Nicastro, di un fare poetico profondamente radicato al libero e intimo sentire l’anima, fatto di rapsodie di ricordi, sentimenti evocati e anelati, attestazioni di solitudine e richieste d’amore. In questa ampia strada il Nostro non manca di connotare gli ambienti, ma anche gli stati emotivi, di quella polarità cara ai neoplatonici e allo stesso Shakespeare interpretabile nell’ossimorica coppietta di bianco-nero, luce-tenebre e, analogicamente, di segregazione-libertà, avvallamento-sospesione, malinconia-gioia, solitudine-amore, morte-vita. Nicastro caratterizza in maniera puntuale e mai identica i vari squarci emotivi, le incursioni sensoriali, le pillole di memoria che riemergono da un’esistenza spesso affossata dalla noia o appiattita dalla desolante condizione di vivere la solitudine. La stessa opera è divisa per volontà dell’autore in due parti, a compendiare quasi due punti di vista diversi, due differenti propensioni ad approcciarsi al mondo di fuori come, a suo modo, rintraccia Lorenzo Renzi nella nota di prefazione. Non sono altrettanto convinto, come lo è il prefatore, che la divisione stagna delle due sezioni corrisponda con altrettanta sistematicità alla suddivisione di poesie più o meno cupe e attorcigliate su pensieri esistenziali da poesie meno affossate, più liete e che comunque non ammorbano il lettore. Mi pare di ravvisare, invece, che esista un continuum tematico piuttosto palese tra le due sezioni dove ombre e bagliori, luce e tenebre ricorrono spesso a descrivere momenti, a metamorfizzare attimi vissuti a rendere manifesta una situazione a volte leggiadra altre cupa e addirittura nefasta. Vi sono, infatti, liriche dove le perlustrazioni mentali del Nostro lo portano in termini di distanza assai lontano dalle liriche più partecipate emotivamente, accorate, piene di pathos, nelle quali, invece, secondo una impostazione molto cerebrale, fa perno attorno a una interpretazione logica, analitica, razionale degli accadimenti. Si tratta di liriche che, se è comunque azzardato sostenere che abbiano un intendimento filosofico, di certo rasentano dilemmi ontologici abbastanza comuni, resi in una forma che non ha del retorico e che, dopotutto, convince. Rovelli esistenziali, aporie indecifrabili, logaritmi del vissuto di complicata risoluzione vengono posti in questa ampia cesellatura dei versi dove è la dimensione doppia, antipodale, istituita su contrasti e parallelismi da ricercare a fare da padrone.
È possibile ricercare la luce anche nella tenebra più fitta, come ebbe a dire un docente universitario di letteratura inglese trattando la ben nota saga del Signore degli Anelli ad intendere, però, un messaggio universalistico che sembra avere del buono sino al parossismo ma che possiamo anche fare nostro. Si tratta di un messaggio di apertura, di una inclinazione alla scoperta senza rimorsi e, soprattutto una propensione a sentirsi vitale in termini di speranza positiva. Ed è qui, in questo antro concettuale che Nicastro mostra una compiacente verità, desunta da origami di versi appassionati che parlano di amore, della natura e del tempo, nel sostenere che anche il buio può avere le sue tinte. Che anche nel nero più pesto possiamo intravedervi gradazioni differenti; che la luce ha quel potere salvifico abile a fortificarci con i bagliori mnemonici che rinsaldano la nostra identità per vivere ogni intervallo di stagione, anche quando la tempesta sgomenta.
Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca di Lorenzo Spurio
Commento critico di Luciano Domenighini
Il volume
Undici titoli (di cui uno,”Nella magnolia”, anche tradotto in spagnolo da Elisabetta Bagli) a raccontare la vita e la morte di Garcia Lorca, via crucis, elegia, epitaffio, epicedio.
In una lingua lussureggiante, naturalistica, piena di colore e di luce, e insieme erudita, disseminata di ricercatezze lessicali e di inedite soluzioni retoriche ad estendere ed arricchire l’ambito simbolico, Spurio dipinge questo polittico multicolore, intesse i ricami
di questa porpora riprendendo e citando lo stesso Lorca, a celebrare il poeta, l’uomo, il martire civile.
Il risultato letterario è ragguardevole, sia per i pregi sopra menzionati, sia per la capacità di coniugare e fondere il proprio modus poetico, manifestamente espressionista, con i riverberi del tragico e spregiudicato lirismo proprio della poesia del genio granadino.
Lorca è immenso, incalcolabile. Fantasioso e ridondante, è una macchina inesauribile di invenzioni verbali, nel suo simbolismo ostinato, nel suo surrealismo acrobatico eppure fortemente naturalistico, nel suo inesausto vitalismo, acquatico e terrestre, astrale e floreale, tragico e festoso.
Lorenzo Spurio
Spurio con la sua lingua poetica aspra e perentoria ma altrettanto incline all’ideazione simbolica, in qualche modo ne echeggia le valenze più crude, ne riproduce i connotati più scabrosi.
I versi impiegati sono di varia lunghezza, con predilezione per l’alessandrino, ma non è la cadenza a intrigare il poeta marchigiano quanto piuttosto la consequenzialità della trama sintattica, il fascino della raffinatezza verbale quando non il gusto per il neologismo, il varo del tropo inedito, elaborato, spiazzante.
Di taglio accademico e come rivendicando un’anima aristocratica, questo linguaggio poetico ha qualcosa di orfico, di iniziatico, non solo per la citata ricercatezza verbale ma anche e soprattutto pere la sua natura bifronte, ossimorica e, di conseguenza, sibillina, tutta giocata sui contrasti e sugli imprevisti accostamenti.
In definitiva la breve raccolta di “Tra gli aranci e la menta”, omaggio e tributo a Garcia Lorca, rappresenta di fatto un’originale riproposta letteraria, una rilettura alquanto stimolante della poetica del grande poeta andaluso.
Un libro forte, dalla struttura tripartita, di sgargiante monito civile, che la poetessa polacca naturalizzata milanese ha dedicato a tutte le donne. Ad aprire il volume è una breve nota della stessa autrice dove chiarifica la ragione e il significato di data raccolta poetica. Il volume ha come tema fondante quello del dolore. Si tratta di uno stato di sofferenza lancinante che amplifica i suoi connotati perché vissuto nella solitudine, nel silenzio, nell’indifferenza dei più e in circostanze di vero abbandono emotivo e psicologico. Izabella Teresa Kostka con una poetica scevra da ridondismi e velleità melliflue, fornisce al lettore sprazzi di incoscienza e assuefazione di esistenze derelitte, emarginate dall’amore, lontane da un senso di felicità e naturalezza che sembra irrimediabilmente perduto.
Le stesse schegge che figurano nel titolo e nell’immagine di copertina stanno a delineare un mondo residuale, quello di una particola appuntita che, al contatto, produce fastidio e dolore, con spargimento di sangue. Dolore che porta con sé, a livello interpretativo più ampio, a quelle recondite pillole di memoria, quelle reminescenze di un passato difficile, che puntualmente riaffiorano disturbando la quiete abituale della persona.
La scheggia rappresenta dunque una condizione di passato difficilmente definibile: non un passato remoto, lontano, definito e chiuso, ma un passato che ha una forza inimmaginabile, capace di riattualizzarsi di continuo, di confluire nel presente, contaminando le ore, minacciando continuamente il proprio stato di benessere. Pur essendo nella forma ridotta di un’entità più ampia, la scheggia morfologicamente mantiene tutte le caratteristiche organolettiche di quell’entità alla quale apparteneva prima del distaccamento da essa. Un’associazione di immagini o di odori, una circostanza curiosa, il collegamento di episodi tra loro apparentemente slegati sono tutte modalità in cui la scheggia, quel passato latente, si vivifica con evidente produzione di angoscia, sofferenza e delirio emozionale.
La prima compagine di liriche che compongono il libro sono raccolte attorno al sottotitolo di “Par amor”; in esse tocchi di succinto erotismo con evocazioni a situazioni cariche di seduzione vissuta con energica passione e sprazzi di insana foga. L’anelito di ardore ed amore è, infatti, spesso relazionato a una circostanza di follia nella quale l’io lirico vagheggia di perdersi in questo persuasivo e totalizzante desiderio di godimento nei sensi. Sono poesie queste dove è possibile leggere un dialogico sottaciuto tra gli amanti (“I tuoi occhi/ la dannazione”), gestualità colte nel mistero dell’amore, spinte altruistiche ad un amore da condividere e del quale goderne l’assuefazione (“Sfamati di me”).
In questa prima sezione si parla, però, anche dell’amore bistrattato nella forma della bugia, del tradimento, dell’ipocrisia di uno dei due amanti. Si mette in luce una sorta di afasia relazionale nella quale le lunghezze d’onda degli amanti sembrano correre in maniera diversa per via dell’ingerenza di un terzo, a costruire un triangolo amoroso peccaminoso e disdicevole. Si presenta così una coppia che viene minacciata dal suo interno tanto a minarne le fondamenta: l’amante illuso e l’amante disattento ed ipocrita che conduce parallelamente due storie amorose. La Nostra parla in questa accezione delle “tossiche muffe del falso calore/ e il fasullo abbraccio della passione”. L’estemporanea n°10 in particolare, il cui sottotitolo è un perentorio “Non credo” sembra fornire una analisi assai negativa dinanzi alla possibilità di un perdono verso il partner che porta la Nostra all’adozione di una decisione austera e in qualche modo inoppugnabile dinanzi alle esigenze del suo cuore: “Rinuncio per sempre alla tenerezza,/ all’ultimo inganno del falso calore”.
Izabella Teresa Kostka, autrice del libro “Le schegge”
La seconda mini-plaquette porta il titolo di “Orco” ed è anticipata da una impressionante immagine in bianco e nero di un coltello da cucina. Dall’amore come desiderio e come tradimento della prima sezione, la Nostra passa ora a “narrare” di casi di amore dove è la violenza fisica a far da padrone, a far imbevere i versi delle sue poesie del sangue dello stupro, nonché delle lacrime salate dell’offesa ricevuta. La presenza dell’orco, dell’aguzzino, del violentatore, di colui che perseguendo i propri scopi personali ruba l’innocenza, macchia l’onore e denigra la donna è già anticipata nella prima sezione del libro nella poesia dove si parla del “ladro dei sogni” identificato nel bestiario di turno, quello di un lupo ululante.
Un tema, quello della violenza sessuale, da sempre trattato anche nella letteratura. Si pensi al mito di Filomela in cui lo sprezzante Tereo, marito di Procne ma innamorato di sua cognata Filomela, riesce ad averla per sé con la forza, violentandola. L’uomo le taglia poi anche la lingua affinché non possa proferire quanto è accaduto e chi è stato l’artefice della violenza ma la donna, mediante l’arte del ricamo, riesce a comunicare con la sorella Procne. Fuggite dall’influenza del tremendo uomo, si appellano alla clemenza degli dei che le trasformano in due uccelli: Filomela in usignolo, Procne in rondine mentre Tereo in upupa. Anche il testo biblico è ricco di episodi nei quali la violenza verso la donna viene a rappresentare una delle tante forme di dominazione dell’universo maschile su quello femminile. La vicenda di Tamar, figlia di re Davide, è estremamente significativa per quanto si sta dicendo. Violentata con l’inganno dal fratello Amnon, viene vendicata, però, dall’altro fratello Assalonne mentre il padre –a conoscenza dell’intera vicenda- mostra la sua connivenza di uomo spregiudicato rifiutandosi di intervenire o di denunciare l’abominio commesso dal figlio verso l’altra figlia.
Nella sezione “Orco” sono presenti vari acrostici dai quali la poetessa fa emergere la cosificazione, la nullificazione e la brutalizzazione della donna che l’uomo produce mediante il suo atteggiamento spregiudicato e sessista, autoritario e illecito. La Kostka denuncia in tal modo fenomeni dolorosi assai comuni nell’attualità dove la donna viene percepita e trattata come un oggetto che vede “spezzata di notte la resistenza”. Versi assai chiarificatori di una condizione spregevole di dominio e sperequazione tra i partener dove il carnefice –con i mezzi della violenza fisica, dell’abuso e della costrizione- persegue con successo il suo laido fine. Una condizione che pone la donna in un vittimismo lancinante e –spesso- come denuncia la cronaca in un’incompatibilità comunicativa nel denunciare il suo aggressore. Donne sole e fragili che nella loro domesticità subiscono sevizie e abusi che si protraggono nel tempo con lo sviluppo di evidenti traumi a livello psicologico che –non di rado- minano profondamente la propria esistenza, creando ansie smodate, ampliando timori ed insicurezze costringendole a vivere in un limbo infernale. L’uomo, che dovrebbe amarle e potrebbe aiutarle a curarsi, è proprio l’artefice di quella condizione che contribuisce a peggiorare con la reiterazione dei suoi insani comportamenti. Ecco perché possono sopraggiungere nondimeno dei gesti autolesionistici, dei momenti di delirio nei quali quelle energie negative, quello spirito di morte che dovrebbe riversarsi verso il partner (denunciandolo, difendendosi fisicamente,etc.) finisce per inacerbirsi e tramutarsi in spirito di morte contro sé stesse (nichilismo, apatia, abuso di psicofarmaci, atti inconsulti che minano la propria incolumità, suicidio) come leggiamo nell’acrostico “Sangue”: “Elemosino soltanto la morte”. Ciò –per fortuna- non sempre accade, difatti nella lirica successiva, nella quale pure la Nostra accenna a un caso di femminicidio, l’indignazione e la sofferenza è tanta che la porta ad armarsi di un monito di rivalsa: “Invoco sconvolta le orde degli angeli,/ oso pretendere la tua vendetta!”. Qui l’invocazione è di natura doppia: da una parte l’esortazione su un piano religioso affinché gli angeli accorrano a sostenere la recente perdita e per accogliere la poveretta nel regno dalla vita senza fine (indirettamente si percepisce il richiamo alla giustizia divina) e contemporaneamente una dichiarazione energica di lotta, con la quale –ben ritenendo insufficiente e illusoria la giustizia terrena (il sistema giudiziario in vigore)- proclama la terribile legge dell’occhio-per-occhio dente-per-dente, chiamando alla vendetta. Si tratta, quella della vendetta, di una risposta estrema, fuori dall’ordinamento giuridico, che minaccia il senso civico che la Nostra chiama in causa –intuisco- non quale reale risoluzione a un crimine di questo tipo ma per accentuare, appunto, l’esasperata condizione di sofferenza e di nichilismo protratta nei confronti dei delitti coniugali o domestici. Parallelamente è percepibile lo sdegno dinanzi a una società disattenta e impreparata (quante denunce di stalking rimangono in Commissariato senza dar seguito a una vera e propria attività di garanzia e custodia della persona che denuncia?) e ingiusta, piena di idiosincrasie, che non conosce l’equa condanna ai reati commessi. Lo stato, che dispone qualche anno di carcere quale condanna per l’assassino e che in pratica rimette l’uomo in libertà ben presto è come se uccidesse una seconda volta la malcapitata di turno, oltraggiandone la memoria e acuendo l’afflizione dei suoi cari.
Gli abominevoli epiloghi di questi squarci di esistenze di povere donne contenute nelle liriche sono frutto di idiosincrasie relazionali, incompatibilità comportamentali, analfabetismo psicologico, percezione ossessiva dell’amore, stalking, gelosia ed atteggiamenti maniacali, imposizione e forza, tossicità, compulsione, dominazione, disturbi psicologici e tanto altro ancora.
Izabella Teresa Kostka, autrice del libro “Le schegge”
La terza sezione del libro, “Fenice”, sembra essere di taglio diverso e voler aprire un varco di speranza. Nota è la storia della fenice che, dopo la vetusta età e la morte incendiaria, rinasce dalle sue stesse ceneri a rappresentare un chiaro segno di forza e rigenerazione, di accresciuta consapevolezza che permette una nuova vita. In campo umano è possibile parlare di resilienza quale capacità del soggetto di saper dare una risposta concreta agli stati di necessità e ai periodi di debolezza senza demoralizzarsi o autocolpevolizzarsi ma mettendo in pratica una grande forza d’animo che ne caratterizza l’animo rigoglioso, battagliero e pronto a rialzarsi dopo ogni caduta. La Nostra parla, infatti, degli “spettri di ieri” quale passato doloroso da lasciarsi alle spalle, di un momento tribolato e angoscioso del quale è capace di localizzare omai nella sfera temporale del passato, a pensare ad esso come a qualcosa di chiuso, lontano, che non può ritornare a minacciare il presente.
Questo è il momento che mostra un’elaborazione del dolore, l’autocoscienza che, sulla scorta di esperienze dolorose e traumatiche, è capace di dare una risposta fattiva, forte di un grande impegno morale ed etico: “Aspetto la rinascita” scrive la poetessa in una lirica, pronta a chiudere un capitolo della sua esistenza e ad inaugurarne un altro nella convinzione che “Tutto passa,/ si dissolve nel tempo”. È il tempo del perdono e del riavvicinamento, dell’annullamento dei sensi di colpa, della quiete ritrovata dopo la tempesta, ma anche dell’annuncio di una nuova stagione che si spera di concordia, vero amore ed empatia: “Rigogliosi fioriremo all’arrivo della pioggia/ bagnati dall’essenza di Nuova Vita”. Nell’energica riappropriazione della propria vita c’è anche un saggio confronto con il passato, artefice di abbandono e timori. La Nostra non teme il suo poter riaffiorare tra le trame della nuova esistenza, né lo percepisce più con preoccupazione ed ansia come una volta mostrando di aver compiuto un ampio e complicato percorso di riappacificazione con sé stessa: “No/ io non ho paura,/ farò l’amore con i miei spettri”.
Si può amalgamare il significato dell’intero libro prendendo in esame le diverse significazioni che vengono attribuite all’immagine cardine delle poesie: quella del corpo femminile. In “Par Amor” il corpo è motivo di desiderio, esigenza pullulante, materialità necessaria alla concretizzazione di quell’unione corporale che risponde a uno stato di mancanza difficilmente governabile che appartiene alla fisiologia dell’essere umano. Nella seconda sezione, “Orco”, il corpo femminile è strumento atto al soddisfacimento delle voglie, semplice mezzo del quale appropriarsi con tutte le maniere anche con l’impiego della forza. Il corpo non è più la concretizzazione dell’amplesso amoroso, la sublimazione di un amore che ha nella fisicità il suo climax, ma è il mezzo di dominazione e di tortura. Se nella prima sezione il corpo era desiderato, agognato, vissuto con ardore, qui il corpo viene brutalizzato e svilito, offeso e appropriato in maniera antidemocratica con la forza. Nella sezione finale, “Fenice”, il corpo non è più solo fisicità ma è anima: in esso si riscopre il vero senso dell’ardore e del colloquio appassionato tra gli esseri. Esso è solo nobilitazione di un legame viscerale e al tempo cerebrale dove il sentimento tracima. È un corpo idealizzato che è la summa degli affetti, delle rassicurazioni e dei piaceri ed è un corpo nuovo nel quale si riscopre quasi un candore antico, una bramosa verginità che stride con quel corpo offeso e maltrattato, sedotto e asservito al potere della seconda sezione del libro. Nella “estemporanea 18 (ti ritroverò)” così leggiamo: “Diventerà vergine il nostro affetto/ libero da ogni carnale piacere,/ grezzo e nudo il desiderio/ dormiente tra le stanze del non ritorno”. Non sempre l’amore rifiorisce dal dolore ma quando ciò accade –sembra sussurrarci la Nostra, esso è vero amore. Capace di sovrapporsi alle difficoltà e potente ad annullare il passato più amaro.
Come in ogni libro di impostazione scientifica, Serena Maffia si è posta in questa sua ultima produzione una questione da investigare. È partita dai dati empirici, cioè dalle manifestazioni concrete ed evidenti di un dato fenomeno cercando poi di rinsaldare le sue tesi mediante dimostrazioni e campionature di esempi di varia natura a supporto del suo ragionamento. L’autrice, sulla scorta di una approfondita ricerca e di una ampia conoscenza nei campi della comunicazione, della sociologia del pensiero e della psicolinguistica, è andata spiegando il fenomeno di profondo attaccamento che si può vivere in relazione non ad una persona, né ad un animale, bensì alla lettura. L’amore e l’incanto, la fascinazione e l’ossessione che un soggetto può vivere –più o meno ostentatamente- in rapporto all’universo della lettura è fornito qui nella dissertazione di Maffia mediante una approfondimento sistematico a varie sfere cognitive ed esposto in maniera brillante al lettore. Si tratta di un libro che informa senza tediare, che dà nozioni in modo semplice, per poter essere apprese con il solo fine ultimo di poter comprendere ancor meglio il fenomeno di cui si parla. Il linguaggio ha una doppia forma: nei capitoli in cui si forniscono esempi per rendere chiaro ciò di cui si parla non è infrequente riferirsi anche al quotidiano impiego della lingua nell’oralità; nei capitoli, invece, che presuppongono un approccio tecnico, che li rendono praticamente dei saggi divulgativi di approfondimento, lo stile linguistico si fa più austero e didascalico.
In questo piccolo volume Serena Maffia pone l’attenzione su una serie di dinamiche che prendono in considerazione il rapporto uomo-libro ossia mondo reale-mondo fittizio, concreto e proiezione, mettendo in luce alcuni aspetti curiosi degni di attenzione nonché alcune tecniche proprie di alcuni grandi autori che hanno il potere di influire nettamente sull’interesse decretando una forte presa sul lettore. Si parla ad esempio di quei casi in cui il lettore, completamente avviluppato dalla trama di un romanzo, non può fare a meno di ultimare la lettura dello stesso, dedicandogli un tempo che è eccessivo se paragonato a quello che normalmente impiega per le letture. Un tempo che, con l’atto della lettura, sembra annullarsi o sospendersi. Sono quei casi in cui il tempo della storia, dell’intreccio, va ad occupare in maniera stupefacente il tempo del racconto che in pratica risulta nullificato.
Non sono neppure rari i casi di lettura che, oltre a coinvolgerci con una sfegatata mania da poter diventare una dipendenza, ci costringono a fare i conti con la realtà. Non sono assolutamente rari gli episodi –anche documentati dalla cronaca- in cui l’oggetto di svago (sia esso un libro o un videogioco) finisce per proporre nella mente di chi lo impiega l’idea che ciò rappresenti la realtà e che il mondo di fuori, ciò che possiamo definire la vera realtà, non sia che un prolungamento di quella che, invece, non è altro che fittizia. Ne sono esempi disarmanti la protagonista di Misery non deve morire, fortunato romanzo di Stephen King ma anche quegli episodi –frequenti negli Stati Uniti- dove il facinoroso di turno non è in grado di percepire il confine realtà/fiction e compie stragi credendosi Batman o un altro supereroe. Sono esempi –ma se ne potrebbero portare molti altri- che fanno luce su quanto il potere immedesimativo, la mimesi e la persuasione siano potenti, da portare l’individuo a credere di vivere in un mondo diverso, sostituendo la finzione al mondo reale. Studi scientifici potrebbero indagare in maniera più capillare che tipo di rapporto esiste tra la persona e simili cattivi comportamenti, ingestibili e inavvertibili sino a che non si presenta un fatto eclatante o, comunque, un qualcosa che rende esplicito tale stato patologico. Per dirla in poche parole: tutti siamo potenzialmente esposti a un rischio di questo tipo o vi sono soggetti che –a causa di altre problematiche psicologiche o neurologiche- possono avere un’incidenza maggiore? Soprattutto: casi del genere sono diagnosticabili e dunque evitabili?
Serena Maffia
Maffia analizza la lettura non come tema o inclinazione, piuttosto come elemento di debolezza e manifestazione patologica in quei soggetti che finiscono per annullare le proprie vite nella lettura (si sentono vivi ed entusiasti solo quando leggono) o che non sono più in grado di individuare il confine dove termina la vita vera e si erge la finzione. Si parla di sindrome di Don Chisciotte e si evidenziano i prodromi o comunque i caratteri esclusivi che evidenziano la dipendenza nei confronti della lettura, proprio come l’assuefazione per una droga sintetica.
A complicare la confusa situazione del librofagocitatore è anche l’impiego da parte dei narratori di elementi e strutture che permettono di continuo di sviare la storia, complicandola e sviluppandola a più livelli, creando intrecci vorticosi che amplificano l’interesse nonché l’impiego di stratagemmi affabulatori che depistano, con i quali l’autore gioca con il lettore, facendolo cadere in tranello, rovistandogli la mente. Sono ad esempio gli unreliable narrators: quelle voci non autentiche, ma scansonate di narratori che raccontano a volte fedelmente, più spesso tralasciando informazioni importanti, camuffando la realtà, depistando di continuo tanto che il lettore prova via via smarrimento e poi un vero sentimento d’acredine verso il creatore delle sue storie.
Il libro di Maffia è molto ricco nel fornire spunti di maggiore indagine su vari fenomeni linguistici; il suo pregio è quello di non essere un manuale enciclopedico dotto e pesante, ma di fornire concetti e teorie che il lettore può andare ad approfondire, anche per mezzo della copiosa bibliografia che chiude il volume.
Si parla di epigenetica, ma anche del problema giovanile della dislessia mettendo in luce come –contrariamente all’opinione generale- il disturbo abbia una eziologia di carattere genetica; si riflette anche sul processo dell’interpretazione che la lettura di un libro, come la visione di un film, comporta.
Il discorso in merito al mondo della lettura viene portato avanti in relazione al genere letterario del romanzo che è quello che, per struttura e caratteristiche, predispone il lettore a compiere un vero e proprio percorso che si sviluppa nel tempo. Ciò non avviene nella poesia di cui Maffia qui non parla dove succedono due cose molto diverse in merito all’interpretazione rispetto al romanzo: 1) la poesia non provvede a dare una consequenzialità narrativa, piuttosto consacra la fugacità dell’immagine; 2) l’interpretazione del romanzo –per quanto possa avere sfumature differenti- è in via generale unica e formalmente indipendente dal contesto umano del lettore, cosa che non avviene per la poesia che, essendo un testo intimo e asciutto, può aprire a modelli interpretativi variegati e potenzialmente infiniti. L’empatia, quale rapporto emozionale autentico e sentito che l’umano percepisce, viene studiata da Maffia anche in relazione al godimento della pratica della lettura.
ALESSANDRO MOSCE: L’ETA’ BIANCA E’ UN EDEN PERDUTO
RECENSIONE DI SANDRO TERZILI
Alessandro Moscè è uno scrittore che nel panorama di oggi, dove imperversano il giallo, il noir e il fantasy, si distingue nettamente. I suoi romanzi raccontano l’amore e la morte, dunque qualcosa di originale e soprattutto di inattuale. Non c’è nulla di più stupefacente di questi due poli all’apparenza opposti e inconciliabili. L’età bianca (Avagliano 2016) si alimenta nell’oscillazione tra la morte scampata e l’amore atteso. Ma lo scrittore nativo di Ancona e che vive e Fabriano, fa di più, perché ad un certo punto la morte e l’amore si danno la mano siglando una specie di accordo simbolico. Elena, la ragazza diventata donna, fa sorgere il dubbio che sia proprio la morte a visitare lo scrittore, nascosta dietro una normale signora dalle fattezze dolci, aggraziate, sposata e con due figli. Dicevamo della morte: torna spesso, specie nella parte iniziale del romanzo, nelle figure dei nonni, degli zii, dell’omino della casa di riposo e nel calciatore della Lazio che Alessandro Moscè immortala spesso: Giorgio Chinaglia, il numero nove della Lazio del primo scudetto, quello del 1974, passato alla storia per essere stato vinto da una banda di pazzi scatenati. L’età bianca è l’età dell’adolescenza, pura, incontaminata, che non ammette compromessi. Moscè vorrebbe riviverla con Elena, il suo amore mancato da diciottenne. Elena è una presenza seducente, un po’ misteriosa, alla quale l’autore, in chiave autobiografica, racconta se stesso confidandosi fino in fondo, specie sulla guarigione altamente improbabile, da un sarcoma di Ewing avvenuta nel 1983 (Moscè è stato in effetti un caso clinico dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di cui si parlò anche nei convegni medici). Con Elena immagina di trascorrere le vacanze al mare di Senigallia dove incontra il grande poeta Mario Luzi, di recarsi ad Assisi per una visita alla basilica, fino a che l’amore si compie realmente in un albergo umbro e l’età bianca pone il sigillo sulla maturità dei due complici. Ma è un’età che non può durare, fuggevole come la giovinezza leopardiana, come tutto ciò che sigla una felicità improvvisa, un eden perduto. La morte e l’amore sono un nutrimento terrestre,
Alessandro Moscè
un mezzo con cui raccontare la vita di tutti i giorni nella provincia malinconica e noiosa. Tutte le province si assomigliano, ma Moscè le disegna alle cinque del mattino incontrando i clochard e le bariste, di notte, in sogno, oppure andando ad una manifestazione di operai che scioperano perché una grande azienda metalmeccanica è stata venduta e i dipendenti mandati in cassa integrazione. L’evocazione di Alessandro Moscè scaturisce sempre da una memoria privata, personale, ma che si fa corale, come quando descrive la suora delle elementari che insegnava la preghiera ai bambini. L’amore è l’amore di tutti, come il timore della morte e l’immaginazione dubbiosa di un aldilà dantesco all’interno della vasta umanità di sempre. Basterebbe una frase del libro per sintetizzare il romanzo nella sua completezza: “Vorrebbe tornare al Dio di suor Melania che non era identificato in un giudizio universale che abbaglia di splendore. Non era un Dio onnipotente, ma umile, laborioso nel suo fare. L’infinità bontà di Dio si avverte nel bisogno, dove la ragione è una garanzia e non un’esortazione”. Insomma, un Dio come un uomo qualunque, che guarda e che spingerebbe chiunque al buon senso. Chissà se l’età bianca tornerà ancora, se l’età adulta e la vecchiaia permetteranno questo svincolo nella beata spensieratezza, come quando si guarda una partita di calcio in televisione e un centravanti dalle spalle possenti segna un goal che rimane impresso a lungo.
Un soave balletto artistico apre il nuovo volume poetico della poetessa abruzzese Maria Luisa Mazzarini. Nella copertina il quadro “La classe di danza” di Edgard Degas che raffigura un momento di insegnamento alla danza per ragazzine quasi adolescenti vestite del tipico abbigliamento di pizzi e tutù che stanno “provando” le mosse sotto lo sguardo attento di una insegnante che dà loro le lezioni.
Il fatto che Maria Luisa Mazzarini abbia voluto impiegare per questa nuova silloge il canale tematico della danza è assai significativo e va analizzato con la doverosa attenzione. Le liriche che si susseguono, molte delle quali ispirate a quadri di celebri artisti, si presentano cadenzate da un’armonia di fondo, intervallate da motivi che hanno una musicalità piacevole all’orecchio. I versi, mai troppo lunghi e spesso assai sintetici, ricorrono nelle varie liriche a descrivere un percorso di umana solidarietà e di pacato intimismo dove il gusto della forma sembra dominare. Proprio come l’eleganza e la grazia delle giovani ballerine nell’immagine di copertina, le poesie della Nostra si caratterizzano per una correzione formale ed estetica di indubbia caratura, per una sottigliezza espressiva e ricercatezza dei motivi ispiratori.
Com’era stato per le precedenti sillogi poetiche della Nostra il motivo da cui tutto muove è scindibile in due aspetti in sé spesso uniti e convergenti: l’amore e la natura. Le poesie sono ricchissime di elementi che richiamano un mondo naturale descrivibile in un paesaggismo raffinato, in una attenzione meticolosa a cogliere gli adempimenti segreti della natura, lo svolgimento lento dell’evoluzione della materia, dal fiore che sboccia, al ruscello che sussurra, sino alla luna (grande leit-motiv dell’intera raccolta) presente e custode della nostra esistenza, silente ma protettrice, che con le sue vesti dorate ed ambrate marca in maniera netta e determinata l’infinità della volta celeste.
Colpisce come Maria Luisa Mazzarini, ancora una volta, sia fedele compagna delle acque, quasi una molecola della stessa sostanza liquida da poter essere trovata in ogni dove: nel mare o nell’oceano, nella pioggia o nella tempesta, nelle lacrime o semplicemente in un fiume. Da questo legame inscindibile con l’universo equoreo (già presente nella precedente raccolta ma qui ancor meglio sviscerato) fuoriesce un insaziabile amore per l’esistenza o ogni sua peculiarità. La poetessa, nel canto intimo dove la natura non è ambiente ma sorella e compartecipe allo sviluppo dell’emotività, sembra vaporizzarsi nelle gocce d’acqua che spruzzano da un torrente in discesa o che cadono in una pioggia improvvisa, quasi con la volontà di essere assorbita dalla natura circostante.
Di questa esigenza vitale, espressa superbamente dal ricorso continuo alla linfa vitale che tutto racchiude, la Nostra si erge a cantrice di una natura vivida e fulgente, ricca di aspetti e grande contenitrice di elementi di stupore. La meraviglia che sottende l’animo della Nostra dinanzi a molte scene bucoliche, o comunque intrise di un sentimento panico, è assai pregnante, tanto da caratterizzarne la cifra contenutistica della sua poetica.
L’acqua che scende e fluisce, l’acqua che perpetua il suo scorrere e che bagna per poi ritornare, l’acqua che vorticosamente ci unisce a quell’esigenza arcaica dell’uomo, è esaltata con giustizia dalla Nostra da farne un canto naturalistico che ha in sé anche una pia riconoscenza verso i misteri del Creato che siamo chiamati ad accogliere con meraviglia evitando di interpretarli con le stringenti idee razionali.
Pregevole la nuova raccolta poetica di Bogdana Trivak, poetessa croata naturalizzata italiana che vive a Pescara da vari anni dove ha fondato l’Associazione “Ad Adriaticum”.
La raccolta, che nel titolo richiama la figura mitologica di Orfeo, si apre con una breve ma sostanziosa nota critica firmata da Giorgio Di Vita per dar spazio poi a una serie di liriche assai sintetiche e scarne nei versi che presentano un linguaggio di particolare suggestione nel lettore. A suggellare l’intenso lavoro poetico è una nota di postfazione del poeta bosniaco Emir Sokolovič. L’intero libro si presenta in una duplice faccia essendo al contempo in lingua croata e in traduzione in italiano.
La poetica della Nostra sembra assestarsi in quel filone del nostro oggi, per altro difficilmente individuabile in peculiarità e forme, che predilige l’atto poetico quale raffigurazione di un’immagine, di un impulso vitale, ossia di un bagliore di realtà. Le poesie, infatti, sembrano aver molto in comune con la scuola poetica orientale dell’haiku o del waka (scantoniamo, ovviamente, il computo delle sillabe e dei versi che definiscono questi generi) per il fatto che la poesia rifugge da qualsivoglia intento descrittivo o narrativo (come molta poesia oggi vien fatta, tanto da rappresentare un carme o una prosa poetica) per essere, invece, il frutto dell’affiorare di un’immagine netta e concreta che la Nostra rende sulla carta.
Se ad una prima vista la successione atipica di sostantivi o l’apparente incongruenza di alcune immagini può destare sbigottimento nel lettore tradizionalista, è ben evidente che questo tipo di poetica ha con sé una serie di elementi e rimandi a una cultura di un dato tipo, che forse non sono direttamente palpabili in chi usufruisce del testo ma che, dall’altra parte, manifestano l’ampio lavoro di sintesi che la Nostra ha prodotto.
L’autrice, Bogdana Trivak
Nell’istantaneità delle immagini colpisce come Bogdana Trivak sia capace di porre lo sguardo sulle particolarità e in modo speciale sui mutamenti degli stati fisici ed emotivi suoi e dell’ambiente che la circonda. Di base resta un orfismo che permea le varie liriche da intendere non tanto in termini classici, rifacendosi alla Grecia e in senso religioso, piuttosto in termini lirico-artistici come accostamenti liberi di pensieri, quasi giocosi e frutto di un associazionismo di idee pulsante, che pure fa ricordare la scrittura istintiva dei surrealisti.
Nelle succinte liriche alcuni termini-chiave sono inscindibili dall’analisi completa dell’intera opera: la culla, quale spazio chiuso di protezione e calore che si contrappone alla soglia, spazio liminare tra dentro e fuori e che inaugura –nel movimento dall’uno all’altro- un rito di passaggio determinante nella crescita psicofisica di chi lo intraprende. Nella poesia “Ode” ritorna il concetto della culla espresso stavolta nella forma del nido “con il mare e la conca” ed infine la nostra impiega il termine di gabbia nella poesia dal titolo “Utero” a far riferimento, ancora una volta, ad uno spazio di vita che è racchiuso attorno ai suoi confini, dove il germe ha vita e lo sviluppo prende piede. La vita che invigorisce gli antri più piccoli e bui. La speranza che ritorna anche laddove l’inclemenza e la noia hanno eretto il proprio regno d’argilla.
Il libro Orfeo della dama è stato premiato come finalista alla IV edizione del Premio Internazionale “Città di Sarzana” (2016) e la poesia “Quando” inserita nel volume è stata premiata con la Menzione di Merito al Premio Letterario Nazionale “Nuovi Poeti Ermetici 2016”.
La salentina Maria Teresa Manta non è alla prima pubblicazione e, nel corso degli anni, ha avuto più volte occasione di raccogliere suoi testi –sia poetici che narrativi- in vari libri, oltre ad aver preso parte in collettanee di autori ed antologie. Una donna che fa poesia con il cuore, lasciando trasparire, pure nei riverberi d’angoscia e nelle ore di tormento, la sua femminilità e il disagio esistenziale di chi è destinato a vivere con un peso addosso. E’ questa l’impressione principale che si ha leggendo il suo ultimo libro, la silloge poetica Fisse le stelle in cielo dove, sin dal titolo, è difficile non notare l’elemento della fissità, dell’immobilità che non è una costernazione che prende piede nell’incomunicabilità, piuttosto una necessità di ancorarsi a un passato che, pur andato, è necessario rievocare e rivivere giorno dopo giorno, ora dopo ora.
I libri pubblicati dalla poetessa salentina Maria Teresa Manta tra cui Fisse le stelle in cielo oggetto d’analisi della presente recensione.
La grande maggioranza delle liriche di Maria Teresa Manta raccolte in questa silloge sono contraddistinte da un dolore irrevocabile, da un canto di angoscia dovuto a una mancanza lancinante, quella di un figlio che l’imperscrutabile percorso della vita ha voluto a sé prima di ogni lecita scadenza. I versi sono intrisi di quella desolazione emotiva che è propria di chi quotidianamente si arrovella sul perché di un accaduto tanto infausto nonché sui motivi per cui i destini si compiano in maniera tanto precipitosa senza aver il tempo di potersi prima salutare, tributare il giusto affetto. Tutto ciò crea un disagio emotivo assai pesante che è ancor più gravato dal rimorso dal non fatto o dal non detto a rimarcare ancor più quanto l’abitualità alla vita ci fa dimenticare anche delle cose più semplici che, in un batter d’occhio, possono diventare una condanna pesante con la quale dover sopravvivere.
La poetessa parla di questo figlio scomparso, allontanatosi da lei e dal ceppo familiare, non si capisce bene perché e in che modo, ma in fondo non è questo che interessa a livello poetico, piano comunicativo al quale la donna ha trasmesso il subbuglio emozionale, l’atarassia e l’ha condotta a rivivificare il passato, nelle tante schegge di ricordo, nei sorrisi ricevuti, nei momenti d’unione o semplicemente nella lieta convinzione di vivere in mancanza dell’assenza.
La morte allora si configura non tanto come momento accidentale di un percorso di vita che inesorabilmente si compie, non come fine delle speranze, piuttosto come consacrazione del tempo che non esiste. Con la morte del caro la Nostra sembra entrare in punta di piedi nel tempio dorato dell’assenza, dove tutto manca e niente ha la sua forma. Essendo l’uomo abituato per sua natura al materiale, al visibile, all’esperibile, il traghettamento forzoso alla dimensione dell’immateriale, dell’assenza del concreto non può che creare scompenso e confusione: ed è in questo limbo di pianti e incomprensioni che si attesta la lirica di Maria Teresa Manta. La poetessa fa vivere ciò che non è più, dà forma all’inesprimibile, costruisce il tempo che si è dissipato ed è in grado, con il calore materno e la pacatezza di una donna sensibile, di derogare alle scadenze imposte dall’Alto. Nessuno muore se vive nel ricordo di chi ha lasciato. Seppure non vi siano tracce che palesano il sentimento cristiano della Nostra, il messaggio che fuoriesce da questa silloge è proprio questo.
Siamo tutti in attesa di un tempo che non finisce. Un tempo che fluisce all’infinito e che è impossibile arginare, che non ha scadenze né può essere misurato. Ad esso si contrappone quell’asfittico tempo dell’attesa, un ragionare rimestato, un frenetico rincorrere a pillole di passato, l’attaccamento al mondo finito quando la vita continua e necessita che noi la viviamo al presente.
L’attesa, che è anch’esso tempo dell’immateriale, è costellata da continui atti di dolore e pentimento, ma anche fondi silenzi dove la confessione con sé stessi si struttura in un tormento afono che è impossibile fronteggiare con la nuda ragione.
Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.
Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.
Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.
La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.
Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:
Appesa ad un silenzio
nel precipizio di un amore
tragicamente rosso
cedo e m’adeguo
alle forme del dolore.
L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice
La pelle cosparsa di dolore
Non grida
E cede il respiro
Ad un silenzio
Che lacera e nasconde
Vuoto intorno
Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.
Molto più esplicita, invece, quando scrive
Aggrappata al sangue dell’odio
Anche la neve ha sguardi neri
Hanno inghiottito il grano e le epidermidi
Le oscurità di Auschwitz.
Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!
Non ha motivo
di insistere il dolore
nei palmi tesi del mendicante
nelle infanzie infrante
di un bambino
nel respiro muto
di una terra
che inciampa tra le mine,
nel grembo in croce
di una donna
dove il falso amore
ricalca prepotente
lividi e promesse.
La vita
non ha bisogno di lacrime
o avidità del tempo.
Dove piange il mondo
è debole la radice di ogni uomo
che ha macerie
incise sulla pelle,
come silenzi
addestrati ad ignorare
il sangue e il sudore
delle epoche.
L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi
Toglietemi la vostra giacca
D’incenso,
il furore assurdo,
l’intreccio di logiche assenti.
E lasciatemi così, mentre
Intorno a me follie bellissime
Rovesciano la mente
E mi schiantano nel buio
Ad imparare l’assurdo.
Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.
La poetica di Michela Tombi, poetessa pesarese che negli ultimi anni ha ottenuto vari riconoscimenti in premi letterari, si caratterizza per la soavità dei contenuti e la descrizione attenta del suo mondo personale e ambientale. Il linguaggio, sempre sostenuto da introspezioni molto profonde, sembra manifestare una certa allergia nei confronti delle forme retoriche che spesso, banalmente e smodatamente, vengono impiegate in poesia con lo scopo unico di impressionare il lettore o di sviarlo da una più diretta interpretazione.
Nelle poesie di Michela Tombi non c’è niente di ermetico né di ostico, tutto è felicemente trasposto sulla carta con una forma semplice in grado di raggiungere tutti, con un’esattezza descrittiva che si sposa a un’efficace restituzione di immagini. Sebbene siano presenti in alcune liriche versi che reiterano la parte introduttiva, non siamo dinanzi a delle vere e proprie anafore, piuttosto –sembrerebbe- all’esplicitazione di un ragionamento che la Nostra va facendo, man mano, a voce alta, rendendoci partecipi delle sue disquisizioni e pensieri.
La prima plaquette pubblicata si trova sotto il titolo di Dedica al mistero (2013) ed è ben evidente da questo titolo quanto la Nostra, oltre ad essere particolarmente affezionata –come si vedrà- al mondo naturale, sia legata anche al mondo della filosofia, dell’elucubrazione, della religione ossia a tutte quelle brache dello Scibile che non hanno direttamente prova concreta di applicazione. In maniera particolare è necessario osservare che tutte e tre le sillogi poetiche si aprono con varie citazioni poste in esergo, in apertura al testo, che la Nostra deve aver selezionato con particolare cura sentendosi molto riconosciuta in tali definizioni sul senso dell’esistenza, sulla complessità umana, sul valore della natura. Ho sempre riconosciuto in chi cita una persona concreta e riconoscente che fa a meno di dar sfoggio delle sue conoscenze e studi per impiegare, invece, passi ed estratti particolarmente rilevanti per il suo percorso, necessari per arginare un discorso che si intende fare, come mezzo accessorio e collaterale per poter introdursi in una data piega dell’esistenza. La Nostra cita esponenti del mondo filosofico molto distanti da noi: Erasmo da Rotterdam, Epicuro, Talete di Mileto, Platone, Aristotele, Plutarco e letterati quali Oscar Wilde e il poeta del Dolce Stil Novo, Guido Guinizzelli.
Le tre sillogi poetiche della poetessa Michela Tombi, oggetto di analisi del presente saggio
La prima silloge si apre con una poesia dal titolo “La mia follia” dove la pazzia che la Nostra –mi pare di capire- intende come libera genialità, creatività senza limiti (e non in termini patologici) viene esaltata quale ingrediente necessario di un’esistenza spensierata e amorevole che la porta a dire: “La follia è la mia maestra”[2]. Concetto distillato nella citazione che, nel secondo volume dal titolo Lo scrigno dell’anima (2014), è contenuto nella chiosa di Erasmo da Rotterdam che così riporta: “Le idee migliori non vengono dalla ragione ma da una lucida, visionaria follia”. Si capisce, allora, quanta importanza Michela Tombi riconosca non solo alla libertà di immaginazione ma all’esigenza che l’uomo senta su di sé di farsi artefice di qualcosa: “Senza creare/ non ha senso esistere”.[3]
È possibile riscontrare varie immagini e tematiche di ampio respiro che pervadono trasversalmente gli interessi della Nostra ravvisabili in una poetica efficace e schietta, libera da orpelli, votata all’essenzialità delle esperienze senza liturgie semantiche né arcani linguistici. Una delle costanti è la presenza delle forme antinomiche, quelle che più generalmente potremmo definire ‘contrasti’ od ‘opposti’. Si tratta di tutte quelle figure che, poste in risalto ed accomunate in versi contigui, la Nostra impiega per sottolineare la doppiezza e la multiformità dell’esistenza. Nella poesia “Contraddizioni”, il cui titolo esplica già molto bene questa tendenza all’impiego di una semantica manichea, la Nostra esprime la totalità dell’animo umano nella figura di un sorriso e delle lacrime, testimoni di gioia e dolori. Altri contrasti di cui la Nostra si serve nelle sue divagazioni liriche sono quelle tra entità angelica-diavolo che possiamo semplificare in Dio-Satana, maschio-femmina, vita-morte, padre-madre, occhi-cuore, terra-cielo, acqua-fuoco, inverno-primavera in due liriche messe a specchio tra “la fine di un ciclo”[4] e la “dolce stagione”,…
Di particolare suggestione la lirica “Verde emozione” nella quale la Nostra ci parla dello spazio verde della sua città al quale sono legati momenti felici e dove spesso si ritrova a proteggersi e a colloquiare col suo animo. “Credo che ognuno debba avere il proprio bosco”[5] dice la Nostra e ci fa venire in mente il giardino segreto del celebre romanzo di F.H. Burnett, luogo di spensieratezza e pacificazione dove la bambina ritorna e si sente libera e felice. Del mondo dell’infanzia la Nostra richiama, nella poesia “Le tue violette”, una propensione ludico-disincantata del suo essere affine alla genuinità e incontaminazione del pensiero tipica dei ragazzini: “Quel fanciullino che tanto Pascoli cantò,/ in me è ancora e sempre vivo”.[6]
La seconda silloge presenta varie liriche dedicate a persone care alla Nostra, i genitori, i nipoti, la sorella, etc. nonché dei componimenti dove ancor meglio, rispetto al precedente libro, si riscontra una profonda spiritualità che si unisce a una poetica viscerale e delicata, dai toni colorati che mostra un fervido incanto verso la natura alla quale appartiene, pacata ed intelligente, in cui la Nostra è in grado di osservare il mondo con gli occhi dell’amore e della speranza. “L’altalena della vita”[7] può essere percorsa in maniera lenta od impetuosa, a strattoni o in maniera più regolare. Soprattutto, deve esser condivisa con qualcuno.
Il sentimento del paesaggio tipico nei poeti marchigiani più radicati alla terra è ben presente e si delinea per mezzo di alcune liriche che descrivono egregiamente e in maniera assai impressionistica paesaggi, ambienti, la natura incontaminata del Pesarese e della zona del Montefeltro caratterizzata dai “fiabeschi paesaggi”[8]. Dai promontori alle valli che degradano verso la costa caratterizzate dal corso dei fiumi di cui le Marche sono percorse secondo una conformazione a “pettine”. Dal “Monte delle Cesane” leggiamo dei “pini, […] le ginestre, belle/ altere come regine,/ lucenti come stelle”[9] mentre ne “Il mio mare” la sua città costiera diviene il punto privilegiato di un rapporto verso un’alterità difficilmente percettibile che si staglia indisturbata “verso l’orizzonte infinito”.[10]
In questa intimità appassionata della Nostra col mezzo naturale non possiamo non notare l’importanza affidata al silenzio percepito come elemento necessario non solo per la contemplazione e una sana riflessione sul proprio microcosmo e macrocosmo, ma soprattutto quale condizione di tregua dal mondo rumoroso e indistinto di fuori: “Il mondo ha disprezzato il silenzio/ anche per questo la nostra esistenza/ non ha più un vero senso”.[11] Tutto accade oggigiorno nella frenesia impellente, nella foga comunicativa, nell’abuso della comunicazione, nel fastidio e nel rumore dissacrante che non consentono il sano colloquio e raffronto, la giusta percezione dell’altro. “Sì,/ perché nel silenzio soltanto,/ i segreti nascono e fioriscono,/ e portano sempre/ nuova ricchezza e respiro/ ai nostri pensieri”.[12] Ed ecco, allora, che il silenzio diviene quel tempo-spazio sospeso, privato e salvifico, per l’allontanamento dal tran tran consuetudinario, dal mondo di fuori e riscoprire sé stessi e ritrovare la pace dell’anima: “Avevo bisogno di silenzio,/ la collina è stata fatale”[13] con la consapevolezza che la natura silente e immota è partecipe alla nostra presenza in essa, imperscrutata ma costante: “I fiori ascoltano i tuoi silenzi”.[14]
L’autrice, Michela Tombi
Nell’ultima raccolta, Con gli occhi della luna (2015), sembra scorgere una dedica sottaciuta unica delle varie liriche che parlano delle e alle donne. La lirica d’apertura, “L’arpa” ci parla, infatti, dell’ “incanto poetico di Saffo,/ la devozione di Penelope,/ la saggezza di Ipazia,/ la forza di Cleopatra,/ il coraggio di Giovanna d’Arco,/ la passione di Artemisia”[15] associando a sei celebri donne della mitologia e della storia (l’unico personaggio storico citato è Giovanna d’Arco) altrettante virtù e caratterizzazioni del gentil sesso quali, appunto, l’ardore della passione e la sublimazione poetica. La stessa presenza della luna, citata nel titolo, è ulteriore collegamento alla sfera femminile, alla simbologia mitica della Grande Madre dove i cicli lunari e i cicli femminili si manifestano con una tendenza analoga.
Importanti e ricorrenti i moniti sociali della Nostra che da una parte attestano una civiltà imbarbarita, automatizzata e dal sentimento annichilito e dall’altra intimano a una maggiore solidarietà, attenzione, connivenza sociale e interesse verso l’altro. La presa di coscienza non di rado è abbastanza scoraggiante, la Nostra non cela la perplessità verso una società che, alla tumultuosa rincorsa al soddisfacimento di ogni genere di egoismi, ha perso di vista i valori autentici e basilari alla difesa del bene comune: “Il più grande, radicato mito del nostro tempo/ temo sia il vuoto/ e l’apparenza che lo anticipa/ come una veste regale”.[16] Di grande impatto questi versi dove la vuotezza, la mancanza di moralità e la depravazione che dilagano si presentano in alta foggia, impreziosite da un abito di sfarzo che illusoriamente alletta e richiama, ma svia e depista finendo per fagocitare chi, privo di baluardi e punti di fermezza, è in balia di meccanismi annichilenti e mendaci.
In “Spreco” la Nostra si rivolge in maniera mesta ai “nostri fratelli del mondo”[17] mentre nella poesia scritta nell’occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, dopo un sintetico panegirico sulla grandezza fisica e culturale del Belpaese, non manca di mostrare fastidio per la mancata coesione e collaborazione delle genti che lo abitano, serrando il componimento con un anticlimax discendente di delusione e dolente scoramento. Sensazione fastidiosa che si amplifica ancor più nella dolorosa presa di coscienza di un mondo sociale distante e disattento, pericoloso e incapace di ascoltare: “L’umanità senza coscienza/ della propria anima/ mi spaventa”.[18]
Ancora uno scatto dell’autrice dei tre libri, la poetessa pesarese Michela Tombi
L’animo speranzoso della Nostra è accentuato, però, in quelle liriche in cui l’edenicità della natura non è inquinata dalla presenza indecorosa e malevola dell’uomo come in “Certezza” dove la Nostra si appiglia con virulenza a una celebre chiosa di dostoevskijiana memoria: “La bellezza salverà il mondo!”[19] Alla natura amica, alla sua presenza costante, con la quale non di rado la Nostra agogna a un vero e proprio discioglimento panteistico, Michela Tombi intravede una possibile traccia di effettiva apertura e di percorribile speranza: “Madre natura, alberi,/ è bello vivere con voi/ sotto lo stesso cielo”.[20] Da culla protettiva a spazio d’evasione, la natura incontaminata è quell’ambiente che va preservato ed ascoltato, nei suoi tanti silenzi, annullando dalla propria testa i ritmi incalzanti e le cacofonie stancanti dei giorni l’uno uguale all’altro: “Il fiore sboccia/ nonostante tutto./ Nonostante la guerra, la violenza./ […]/ Per un momento/ dimentico le miserie umane,/ il loro spaventoso lezzo”.[21]
Non tutti sono così disposti a trovare del tempo per osservare un fiore che sboccia e stupirsene. A farsi trascinare da un processo naturale che ha in sé tanta magia e poesia al contempo. La Nostra, che ha sposato la pacificante idea che la “Poesia è vita vera, vissuta”[22], come una silfide contemporanea ama perdersi in quella natura che, seppur poco distante dalla città, è in grado di farla star bene, rinvigorire i pensieri, rinforzare ogni volta di più quel patto segreto con la terra.
Cosa resta è il titolo della recente silloge di Enrico Marià edita per i tipi di puntoacapo editrice. Il potenziale lettore si introduce nel percorso costituito dalle varie liriche del libro con un rovello iniziale: quella condizione di residualità, di scarto a cui il titolo vuole riferirsi.
La poetica di Enrico Marià, livida al punto tale da sprofondare nei toni meno lucidi, rifiuta la dimensione melensa e retorica del mondo per arginare i dilemmi e le problematiche del vivere mediante un linguaggio estremamente vivido e incalzante, con l’impiego di una sintassi spesso a-poetica e più in linea a un raccontare in prosa, alla cronaca propriamente detta.
Nella libertà del verso che Marià adotta è svincolato, così, dal tracciare sulla carta –quasi come un estemporaneo taccuino di un’esistenza travagliata- momenti di angoscia e depressione, vedute ciniche dinanzi a un mondo dove la miseria e la debolezza sembrano far da padroni.
L’universo del disagio esistenziale ben riconducibile al cancrenoso fenomeno della droga si ravvisa in un gran numero di componimenti, quasi una catena di episodi cruciali che hanno significato delle vere e proprie discese a baratri più o meno fondi, più o meno privi della luce del giorno.
La citazione in esergo di Vittorio Sereni ben traccia il tragitto che Marià intende farci fare con la restituzione di fotogrammi di momenti di delirio e di asfissia della ragione, in momenti di vita vissuti tra un incalzante abbandono sociale e una frenetica, ripiegata fuga da sé stessi. L’impossibilità della definizione spazio-temporale dell’uomo, la sua indicibile fisicità, la scivolosa immanenza nel Creato sono, per dirla alla Sereni, una condizione di impossibilità che, in quanto tale, grava ancor più sull’uomo provocando o incrementando un fiaccante senso di imperscutabilità, inettitudine e di impermanenza.
Il linguaggio, come si è già detto, è assai istintivo e iconico, fotografico e dolente, a trasmettere le scene di una domesticità che non si vive nel calore di una famiglia o nella rassicurante compagnia di persone amiche, piuttosto è l’assordante e inclemente periferia, quale spazio di per sé difficilmente mappabile e vivibile e dove lo scempio, la sregolatezza, la devianza si compiono e prolificano.
La sensazione più forte che si prova dinanzi a tale opera di Marià – che, pure è attento in una nota finale al libro nell’asserire: “l’empatia nei confronti di un forte e universale sentire declinato in fatti appartenenti ad uno spaccato di mondo che ho visto, respirato, toccato, conosciuto” – è quella di sentirci continuamente in balia di un vento freddo che ci scompiglia i capelli, ci infastidisce e non ci dà tregua. Non è tanto il freddo a pungere e a rappresentare l’elemento di fastidio maggiore, piuttosto è lo stesso sommovimento dell’aria che, puntualmente, ci fa barcollare, distogliere le attenzioni, che ci obbliga a ricevere gli influssi di queste ondate impetuose.
Enrico Marià, l’autore del libro
Nelle liriche di Marià troviamo quasi sempre la vita fronteggiata alla morte, le due vengono spesso citate in antitesi, altre volte l’una contiene l’altra in maniera infingarda e totalizzante come quando asserisce “la morte è l’unica vita/ che io conosca” (15).
Il messaggio che sembra provenire da simili lapidari versi, mai idilliaco e nemmanco speranzoso, incrementa ancor più quel senso di tormento dell’io lirico che sperimenta una condizione di anomalia esistenziale, automatismo, nichilismo e vero e proprio vittimismo indotto.
Perplessità e una vaghezza ampia di sentimenti coinvolgono l’io lirico nei confronti del genitore paterno, figura a tratti assente a tratti descritta come odiosa, a rappresentare un continuo duello psicologico tra negazione e desiderio di riconoscimento.
Marià, come un arcano premonitore, avverte la vita morente e passata che si vive al presente, ne dà manifestazione, l’attesta, vi riflette, conscio che la morte non sia un episodio ultimo che riguarda la dimensione celeste, ma un qualcosa di abituale che riguarda chi, proprio come ciò di cui lui scrive, ha un percorso accidentato, che svia verso la perdizione, che fa difficoltà a immettersi in un cammino meno problematico. La morte sta nell’errore che si compie senza avvedersene, sembra dirci il Nostro così come la violenza non è l’adozione di un comportamento irruento e manesco, istintivo dinanzi a sé stessi o al mondo, ma è esso stesso una via salvifica (pur nel paradosso) per risparmiarsi ulteriori tribolazioni. Non va dimenticato che la poesia è sempre qualcosa di molto personale e che diventa difficile poter dare un giudizio critico, obiettivo e pacato, dinanzi alla lettura di un testo che contiene in sé un percorso esistenziale, morale ed educativo che ha una sua genesi e sviluppo. Dinanzi alla dicotomia incalzate di morte-vita, di disperazione ineluttabile e di tranquillità il Nostro sembra focalizzato maggiormente a concettualizzare il complesso che fa riferimento a un inabissamento delle possibilità sebbene non manca di gettare un disperato SOS che, in mezzo a tanto deperimento morale e dissipazione esistenziale, va sicuramente colto: “Mi piacerebbe scegliere la vita” (34).
Tra rincorse verso illusori paradisi artificiali, abusi di droghe e difficili riscatti, indigenza e ripiegamento su sé stesso, il Nostro lancia il suo disperato e pure indefesso “grido della carne” (55) scoraggiato da una verità pesante come un macigno che innalza “la morte [a] unico riparo” (57) dando sfoggio a un inesauribile spirito apollineo che incalza con nettezza ogni tentativo di riparazione, rivincita e di sana resilienza.
Per accentuare il tono di asprezza e la netta composizione di spiriti di morte, Marià impiega un linguaggio preso in prestito alla politica parlando di “dittatura della vita” (62) e di “fascismo della bellezza” (67) costruendo definizione quanto mai ricche e dense nelle loro possibili accezioni nell’analisi esegetica.
L’abbiamo già detto, quella di Marià è una poetica ventosa. Non fumosa, vacua, leggera né sospesa. È il prodotto di un sommovimento impetuoso che coinvolge l’io lirico, una sorta di fenomeno shock dove l’onda d’urto, ancor meglio che da un punto di vista contenutistico, è data da quel verso secco e tagliente, insindacabile e imperituro, di una asciuttezza seriosa ed intemperante. Non il vento luziano, nemmanco quello verde di García Lorca, ma refoli che ostacolano ma al contempo instillano coscienza.
La Commissione di Giuria presieduta da Lorenzo Spurio e formata da Marzia Carocci (Presidente del Premio), Flora Gelli, Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Iuri Lombardi, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni, Vincenzo Monfregola, Michela Zanarella, Katia Debora Melis, Rita Barbieri, Luisa Bolleri, dopo lunghe ed attente operazioni di lettura e valutazione dei materiali pervenuti (770 poesie, 135 racconti, 49 saggi/recensioni) in questa Seconda Edizione del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – Firenze, rende noto l’esito del Premio:
SEZIONE A – POESIA
Vincitori assoluti
1° PREMIO – MICHELE GINEVRA (Caltanissetta) con la poesia “Il crepuscolo della vita”
2° PREMIO – DANIELA MONREALE (Pian di Sco’ – AR) con la poesia “Dedica”
3° PREMIO EX-AEQUO – MARIA TERESA PIERI (Cocchio/Greve in Chianti – FI) con la poesia “Serate domenicali”
3° PREMIO EX-AEQUO – BRUNO SANTINI (Lastra a Signa – FI) con la poesia “In via de’ Georgofili”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRO PERUGINI (Castel del Piano – GR) con la poesia “Barba bianca”
ANNA BARZAGHI (Seveso – MB) con la poesia “Apparire”
CLAUDIA PICCINNO (Castelmaggiore – BO) con la poesia “Figli di un Dio Minore”
DARIO MARELLI (Seregno – MB) con la poesia “Sogni verticali”
IZABELLA TERESA KOSTKA (Melegnano – MI) con la poesia “Le memorie di una prostituta”
MARGHERITA PIZZEGHELLO (Rosolina – RO) con la poesia “Vorrò un vestito leggero”
MARIA PENSO (Mestre – VE) con la poesia “I vecchi”
MASSIMO VITO MASSA (Bari) con la poesia “Ti chiamano Shamira”
NICOLINA ROS (San Quirino – PN) con la poesia “E mi incanto”
ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Cosa ho fatto mai di male?”
Segnalazioni della Giuria
ALDO TEI (Latina) con la poesia “Ustica”
ALVARO STAFFA (Roma) con la poesia “L’amore mancato”
ANDREA VANNI (Livorno) con la poesia “Ritorno”
CARLA MARIA CASULA (Alghero – SS) con la poesia “Ultimi ricordi di guerra”
EGIZIA VENTURI (Savona) con la poesia “Senza parole”
EMANUELE ZAMBETTA (Bari) con la poesia “Asselùte trìdece anne”
GIANNI CALAMASSI (Firenze) con la poesia “Le ali ammaccate”
GIUSEPPE BLANDINO (Rosolini – SR) con la poesia “I due alberi”
GUIDO DI SEPIO (Roma) con la poesia “Novembre 1966”
SANTE DIOMEDE (Bari) con la poesia “Parole al veleno”
Premi speciali
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – RITA MUSCARDIN (Savona) con la poesia “Il destino degli altri”
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “M’attende la poesia”
SEZIONE B – RACCONTO
Vincitori assoluti
1° PREMIO – NATALIA LENZI (Quarrata – PT) con il racconto “Perdita”
2° PREMIO – LEONARDO SANTORO (Collegno – TO) con il racconto “Mio padre”
3° PREMIO – MAURIZIO MARI (Prato) con il racconto “Lo schiaffo”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRO VANZAGHI (Sedriano – MI) con il racconto “Fuori scena”
ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Principessa”
MARCO AUSILI (Ancona) con il racconto “Gabriele Sporangi”
MASSIMO SENSALE (Napoli) con il racconto “Il treno e le nuvole”
MATTEO LUCII (Borgo San Lorenzo – PI) con il racconto “Fides”
MAURA RABOTTI (S. Polo d’Enza – RE) con il racconto “Ciao!”
OLIMPIA PICCOLO (Marano – NA) con il racconto “L’armadio di Chloè”
PAOLO SBOLGI (Firenze) con il racconto “L’archiano”
SUSANNA GORI (San Giuliano Terme – PI) con il racconto “Una, nessuna, trentamila”
Segnalazioni della Giuria
ALESSANDRO LOGLI (Roma) con il racconto “Le vipere non esistono”
ANTONIO FRAGAPANE (Santa Elisabetta – AG) con il racconto “Terra promessa”
GIOVANNA POTENZA (Napoli) con il racconto “31 Agosto 1943”
IVANA SACCENTI (Pozzuolo M. – MI) con il racconto “Olio e aceto”
LAURA VALLINO (Livorno Ferraris – VC) con il racconto “Oltre il buio”
LUCIANA CENSI (Foligno – PG) con il racconto “Riflessioni al femminile”
MANOLA FREDIANI (Livorno) con il racconto “La casa di Tina”
MICHELE PROTOPAPAS (Prato) con il racconto “Solo un uomo”
SARA ALICANDRO (Latina) con il racconto “Una vita in un istante”
SIBYL VON DER SCHULENBURG (Trezzano Rosa – MI) con il racconto “Verna”
Premi speciali
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con il racconto “Il profumo dell’amore”
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – VINCENZO MELINO (Campobasso) con il racconto “Giro del cigno”
SEZIONE C – SAGGISTICA
Nota: A seguito della non elevata partecipazioni per le sezioni C (saggistica/critica letteraria/articolo) e D (recensioni) la Giuria ha deciso di istituire in sede di Premiazione una unica Sezione identificata dalla definizione “Saggistica” provvedendo, comunque, ad individuare un Premio Speciale per la “Miglior Recensione”.
Vincitori assoluti
1° PREMIO – ANNALISA SANTI (Colognola ai Colli – VR) con il saggio “Sogni sulla spiaggia: le modelle di William Henry Margetson”
2° PREMIO – VIRGINIA MURRU (Girasole – OG) con il saggio “Una perla nella letteratura del Novecento: Antonia Pozzi”
3° PREMIO – ELGA BATTAGLINI (Pescaglia – LU) con il saggio “La befana e dintorni”
Menzioni d’Onore
ALEX CREAZZI (Bressanone – BZ) con la recensione al libro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco
FRANCESCA SANTUCCI (Dalmine – BG) con il saggio “L’ultima regina di Napoli”
GIUSEPPE GUIDOLIN (Vicenza) con la recensione al libro “Le parole sono segnali stradali” di Veronica Liga
SONIA GIOVANNETTI (Roma) con il saggio “Il tempo ritrovato della poesia”
Segnalazioni della Giuria
DAVIDE DOTTO (Villorba – TV) con il saggio “Gli haiku tra Oriente ed Occidente”
FERNANDO DELLA POSTA (Pontecorvo – FR) con la recensione al libro “Oltreverso – Il latte sulla porta” di Doris Emilia Bragagnini
VALTERO CURZI (Senigallia – AN) con la recensione al libro “Donna è poesia” di Anna Maria Boselli Santoni
Premi speciali
PREMIO SPECIALE “MIGLIOR RECENSIONE” – PAOLO PAGNOTTA (Avellino) con la recensione al libro “Quando il gioco si fa duro” di Nadia Toffa
Consistenza dei Premi
Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:
1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€
2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri
3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.
La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:
Menzioni d’Onore: Coppa e diploma
Segnalazioni: Diploma
Premi Speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria
Pubblicazione in antologia
Tutti i testi dei Vincitori, delle Menzioni d’Onore, dei Segnalati dalla Giuria e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Premi Speciali il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.
Premiazione
La cerimonia di Premiazione si terrà domenica 22 maggio a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala dei Marmi del Centro Anziani “Parterre” in Via del Ponte Rosso 2 (Quartiere 2).
L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.
Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 10 maggio p.v.
Ritiro dei Premi
Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione, i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle relative spese di spedizione, mentre coloro che avranno ottenuto un premio in denaro e non potranno intervenire vedranno decadere il proprio premio monetario.
Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione.
Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.