“Prima che spunti l’alba” di Anna Maria Boselli Santoni, Prefazione di L. Spurio

Anna Maria Boselli Santoni, Prima che spunti l’alba, Pragmata, Roma, 2016.

PREFAZIONE a cura di Lorenzo Spurio

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L’amore non è atto di sfida, né mezzo di comando. Non dovrebbe essere l’arnese da impiegare con il fine di instillare avversità e ampliare tormenti che già, connaturatamente e fisiologicamente, la vita ci dà e con i quali dobbiamo sopravvivere. Nel nuovo romanzo di Anna Maria Boselli Santoni sembra quasi di percepire due mondi a confronto, antagonisti e in teoricamente lontani, che giungono di continuo a lambirsi, quasi a fronteggiarsi, nonché ad imporre un dialogo retto nella protagonista principale.
Se non abbiamo la capacità di poter riprendere il passato, annullare errori o rivivere certi momenti in cui, ad esempio, abbiamo scelto pensando molto a noi stessi e poco agli altri, di certo è nelle prerogative e nelle possibilità dell’uomo la speranza di un futuro migliore. Ciò è permesso grazie all’adozione, al presente, di una serie di atteggiamenti lucidi e di una spiccata consapevolezza che matura l’uomo ad interagire con il mondo, con la sua realtà sociale, con le persone che lo circondano in un dato modo.
Nei romanzi di Anna Maria Boselli Santoni la parola “mai” e tutto ciò che essa presuppone viene usata assai poco e di certo non con un tono perentorio e assertivo a descrivere con ineludibile certezza che una possibilità delle scelte, tra le tante, non è concepibile e dunque percorribile. Piuttosto la Nostra, grazie alla profonda contemplazione dell’esistenza e al suo sguardo empatico nei confronti di una sacralità mitico-religiosa, è portata a vedere sempre un spiraglio di luce anche quando l’abitualità crepuscolare, le tribolazioni e il senso di malessere sembrerebbero dominare sull’uomo tanto da vivere la sua esistenza subendola, e non come soggetto agente.
Se il mondo fosco e ottenebrato della morte, caratterizzato dal decesso di giovani tossicodipendenti e la frequentazione di due cimiteri, ci immettono in una narrazione pregna di mestizia e costernazione, tuttavia non percepiamo il pianto doloroso e accorato perché la sofferenza è sempre elaborata, somatizzata e neutralizzata per mezzo di un elevatissimo afflato con la vita stessa.
Ed è proprio il viaggio fisico, quello spostamento che la protagonista farà verso l’Argentina, che la porterà a una sorta di crisi introspettiva che vive non come crollo emotivo ma come mezzo di autoriflessione, di rivisitazione di sé e dunque di forza. Il viaggio più significativo e pregnante, allora, non è tanto quello Oltreoceano e il relativo ritorno nella vecchia Europa ma è piuttosto un viaggio della mente, una perlustrazione serrata della propria componente intima e psicologica.
Il personaggio maschile del romanzo, pur ammorbato da grandi pensieri, sarà in grado di farsi forza con l’aiuto e l’amore della Nostra e, pur non rinnegando la vita passata, si mette a nudo dinanzi alla nuova realtà venutasi a creare. E’ un uomo vulnerabile e ferito, ingiuriato dalla vita, che ritroverà, proprio grazie a quell’unione simbiotica del pensiero da poco suffragata nello scambio emozionale con la Nostra, una sua serenità, un suo senso.

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Anna Maria Boselli Santoni, autrice del libro

Se le esperienze negative sono inevitabili, esse possono servire per irrobustirsi anche se non tutti hanno la forza di credere in sé stessi o la fortuna di trovare una compagna con la quale dar compimento a tutti i desideri e sentirsi imbattibile dinanzi a tutto il mondo di fuori.
Se è l’uomo che in un certo modo costruisce la sua esistenza con le sue scelte o non scelte, non va dimenticato che spesso il silenzio, la solitudine e l’indifferenza possono essere i peggiori nemici nel percorso volto all’ottenimento di uno stato di pienezza della vita e di concordia con il proprio animo.
Sono abbastanza certo di aver localizzato la frase più bella del romanzo all’interno della Seconda parte quando Anna Maria Boselli Santoni scrive “I morti erano figli della vita”. Ed è proprio qui, nella desolante considerazione che chi vive ai margini dell’esistenza (come i tossicodipendenti del romanzo e in particolare Tiziano) e abbandonati a se stessi, pur nella malattia, nella devianza e nell’irrecuperabilità della condotta, è sempre figlio, ossia il prodotto, di un spirito di energia volto alla creazione, all’idea di congiungimento ed unità, all’esigenza di calore e conforto da poter ricevere senza doverlo richiedere.
Non è mai tardi per chiedere all’altro di accogliere il nostro appello né di concedere ai nostri simili il rispetto che ricerchiamo noi stessi ci venga mostrato. Il cambiamento è una concatenazione di piccoli gesti concreti e non di grandi parole. Altisonanti e accorate, ma vacue e indegne. C’è sempre tempo per poter sperare di rivitalizzare il proprio vissuto inaridito dalle asperità o allucinato dalla delusione, prima che spunti l’alba.

LORENZO SPURIO

16-01-2016

“Dammi la mano” di Claudio Secci, recensione di Lorenzo Spurio

Claudio Secci, Dammi la mano, Edizioni della Goccia, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

imageDammi la mano, la recente silloge narrativa dello scrittore torinese Claudio Secci possiamo concepirla come un accorato invito all’aiuto, una preghiera all’ascolto, un desiderio di compartecipazione nelle vicende che caratterizzano la vita di tutti i giorni.

L’autore ha deciso stavolta di immergere le sue trame nel non facile mondo scolastico delle elementari, un momento di rilevante importanza nei giovanissimi e in chiave formativa e per l’apertura al mondo sociale. Gran parte di noi, ormai adulti, non può che non ricordare con piacevolezza quell’età segnata da un incanto particolare verso la novità: il banco di scuola, il primo amico, la maestra che diviene per il giovane scolaro una sorta di nuova mamma e non sono sufficienti i primi compiti, le poesie da imparare a memoria a rovinare questo mondo nuovo ricco di fascino e curiosità che si para dinanzi a questi piccoli ragazzi, il futuro della società.

Nel corso del tempo, degli ultimi decenni, moltissime cose sono cambiate anche all’interno dell’universo scolastico, non è giusto dire in maniera perentoria se in meglio o in peggio, ma è chiaro che già dai racconti dei propri genitori, dei propri nonni e delle personali esperienze vissute, è possibile vedere delle differenze sia nel sistema didattico, nell’approccio dell’insegnante, sia nel comportamento del ragazzino dinanzi al corpo docente.

Secci in questo libro ha raccolto tre racconti in sé slegati, che appartengono a storie di ragazzi che vivono il mondo della scuola in luoghi diversi (nel primo racconto si parla di Ascoli, nel secondo di Terni, etc.) accomunati, però, dalla trattazione del disagio giovanile e da varie forme di emarginazione.

La scuola che ci descrive Secci in queste storie non è, allora, il felice luogo di incontro di coetanei, momento di evasione dalla monotonia delle giornate passate in casa, ma diventa lo scenario di violenze e tribolazioni, di angherie subite, di privazioni della propria identità. Nel primo racconto, “Io sto fermo” assistiamo, infatti, a un becero episodio che si protrae nel tempo in cui il nostro vulnerabile protagonista è alla mercé di un gruppo violento e arrogante sempre intento ad incutere terrore al Nostro o ad usargli violenza. Si delinea, così, come spesso la cronaca ce ne dà informazione, un caso di violenza scolastica che matura all’interno della classe dove la personalità taciturna e remissiva del Nostro in un certo senso dà man forte all’attuazione delle violenze da parte del gruppetto capeggiato da un tiranno frustato con il mondo e infelice della vita.

Dinanzi a una simile situazione, all’acutizzarsi di condizioni sempre peggiori per la salute fisica e psicologica del ragazzino, ci aspetteremmo che fosse la scuola ad intervenire per mezzo dei suoi insegnanti garanti, non solo di istruire i ragazzini ma anche di educarli, dunque di formarli tout court per l’ingresso effettivo, da protagonisti, nel mondo sociale. Dal racconto di Secci il lettore non può che maturare una certa criticità nei confronti di quanto accade nell’aula dove una prima disattenzione e incapacità nel comprendere della maestra viene a significare, per un dato periodo, il prolungamento delle sevizie.

Sarà il Nostro, quando non gli sarà più possibile tacere, uscire da quel bozzolo di dolore e sottomissione nel quale ha cercato di rintanarsi per non subire gli attacchi del mondo di fuori, a confessare tutto alla maestra che poi darà seguito alla cosa.

Colpisce la disattenzione e l’incuranza dei genitori del ragazzo, l’anaffettività e la loro assenza nel contesto relazionale di famiglia e, ancor più, il fatto che il padre non di rado sia dedito all’uso delle mani tanto che la famiglia non è quell’ambiente che si identifica nella protezione e nella tranquillità, piuttosto diviene l’antro di altri dolori fisici e psicologici. Il profilo del ragazzo, allora, tanto che si trovi alla scuola che in casa si configura adiacente all’immagine della vittima sacrificale (a scuola) o dell’elemento di punizione (a casa) sempre, comunque, dominato da una espressione di forza superiore: i bulli a scuola, il padre ammonente a casa.

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Claudio Secci, l’autore del libro

Una storia, quella del primo racconto, in cui il finale apre alla speranza e alla inaugurazione di un clima sociale migliore, fondato –se non sul rispetto e la stima- sicuramente sul rigetto della violenza come mezzo prescelto nelle logiche interpersonali.

Di disagio giovanile si parla anche negli altri due racconti: ne “Il prezzo di un sorriso” il Nostro dà spazio questa volta all’esistenza di una ragazzina che, a causa delle esigue condizioni economiche della famiglia, vive la sua non omologazione alla classe come elemento emarginante, portandola a una sofferenza lancinante che vive nel silenzio. Anche qui, come era stato nel precedente racconto, ritroviamo un padre manesco, fatto che acuisce ancor più il senso di malessere della ragazzina che già vive nel tormento di sentirsi diversa perché povera e stigmatizzata dalla classe come zingara.

L’ultimo racconto, invece, ci narra di un ulteriore episodio di mancata integrazione nel gruppo sociale, nella forma questa volta di una vicenda dove il razzismo fa da padrone. Al ragazzo africano adottato da una famiglia italiana aspetterà una vita difficile nell’universo scolastico dove il solo colore della pelle verrà preso come motivo infamante e denigratorio verso la sua persona.

Sono, quelle che Secci narra in questo breve libro, delle vicende assai realistiche e concrete, diremmo addirittura all’ordine del giorno, dove notizie simili non sono rare come quella che ebbe grande eco del ragazzo “con i pantaloni rosa” che, sottoposto alle minacce e alle ingiurie dei suoi coetanei perché ritenuto omosessuale, decise di uccidersi o come il più recente fatto in cui una ragazzina, in maniera non molto diversa, è stata indotta al suicidio dopo un periodo pesante di continui oltraggi e svilimenti della propria persona.

Secci, per sintetizzare, ci parla della scuola come ambiente nel quale, a differenza del suo scopo educativo, si presentano anomalie tra persone, atteggiamenti di rivalsa, comportamenti sadici tra ragazzi che maturano in un clima spesso non palese agli educatori. Violenze fisiche e psicologiche, continue offese che giorno dopo giorno degradano la propria anima rendendola zero. L’autore ha voluto far luce su quanto sia necessario per il maestro essere al contempo un educatore, ma anche una sorta di genitore e di capire, ben prima che le situazioni si cancrenizzano, cosa c’è che non va nelle vite dei propri studenti. L’importanza che il docente sia al contempo una analista del benessere dei ragazzi si fa ulteriormente rilevante ben tenendo presente che non di rado il germe delle varie devianze, i prodromi delle sofferenza hanno origine nel nucleo familiare.

Nel “dammi una mano”, allora, un proclama all’unione, il motto urlato di chi ama costruire ponti e non ergere muri. L’integrazione è l’ingrediente necessario che può consentire la sana coesione sociale, pur nelle tante differenze che sempre debbono essere rispettate.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-03-2016

“Poesie per la pace” di Patrizia Pierandrei, recensione di Lorenzo Spurio

Patrizia Pierandrei, Poesie per la pace, in Brise, Aletti, Villanova di Guidonia, 2015, pp. 81-97.

Recensione di Lorenzo Spurio

copDopo i due libri di poesie Rose d’amore (2014) e Viole di passione (2015) Patrizia Pierandrei ha recentemente pubblicato una silloge di quindici poesie, intitolata Poesie per la pace, all’interno del volume collettivo Brise edito da Aletti. Come spiegato nella nota di prefazione, il volume è stato organizzato dalla casa editrice con la volontà di acuire la dimensione dialogica e di scambio tra poeti contemporanei diversi tra loro per età, appartenenza geografica, erudizione e tematiche poetiche.

In particolare la jesina Patrizia Pierandrei sembra aver recepito in maniera assai evidente la linea in qualche modo tracciata da questo progetto editoriale fondato, appunto, sull’esigenza di una comunicazione più concreta ed efficace tra le persone, una rinnovata consapevolezza improntata al recupero di quella convivialità autentica e di tutte quelle manifestazioni di dialogo, di confronto e di condivisione.

La parola brise, dal francese “spostamento del vento che dà sollievo alla calura estiva e che dal mare va verso la terra, come ci viene ricordato nella prefazione di Giuseppe Aletti, sembra sposarsi egregiamente con l’immagine che campeggia in copertina, uno scatto privo di sofisticate correzioni od effetti visivi, che immortala la Torre Eiffel. Inaugurata nel corso della Esposizione Universale del 1899, la Torre Eiffel che ben presto si convertì come immagine simbolo di Parigi e della Francia, venne eretta per celebrare il centenario della celebre rivoluzione francese. Nelle varie tonnellate di materiale di cui è fatta e nella sua costruzione ascensionale vertiginosamente filiforme celebrava la forza inventiva ed il progresso dell’uomo, ossia il raggiungimento di un periodo di prosperità economica dovuta all’applicazione concreta degli sviluppi della tecnica e dunque dell’attività di ricerca dell’uomo. In tempi a noi più recenti, se guardiamo direttamente alle aspre vicende geopolitiche che macchiano di sangue le cronache dei giornali, la Torre Eiffel non può che non rimandare l’attenzione alle varie stragi compiute dai fondamentalisti islamici che negli ultimi tempi hanno colpito, appunto, la capitale sulla Senna. Il lutto che la Francia ha sperimentato e che soffre è un lutto che coinvolge anche noi cugini d’Oltralpe e l’Europa tutta che si è vista obbligata, a seguito del clima di terrore instauratosi e alla paranoia sociale, a intervenire attivamente non solo con una partecipazione solidale verso i francesi ma richiamando l’esigenza di politiche estere e di difesa più scrupolose, a salvaguardia del bene collettivo.

Le poesie di Patrizia Pierandrei, come recita il titolo della sua silloge, vogliono ed intendono essere lette come “poesie di pace” cioè non come mere composizioni liriche con le quali la Nostra riflette sul suo stato o ci dà una sua particolare riflessione emotiva su quanto accade nel suo intimo e nel pubblico, piuttosto richiedono una lettura in sé compartecipativa, affinché ciascun lettore possa in qualche modo farle sue condividendone i messaggi speranzosi ed ottimisti di fondo, spesso intessuti su di un evidente sentimento cattolico.

La poetessa allora non parla solo di amori che ritrova nel ricordo e che vorrebbe rivivere al presente, fisicamente, cercando di annullare quello spazio temporale tra il passato e il presente sconsolato fatto, appunto, di memorie, ma anche dell’importanza del sentimento dell’amicizia e dell’esigenza, fondamentale, per i nostri ragazzi di poter contare su buoni insegnanti poiché l’istruzione, il rispetto e il senso di giustizia si apprendono da bambini. Non è possibile pensare un mondo migliore privo di ingiustizie, emarginazioni e nefandezze di vario tipo se non ci si preoccupa di istruire le nuove generazioni al rispetto dell’altro, all’ascolto, alla fede nella parola, all’esigenza del vero (“il mio sentimento di pronunciare/ le parole, che dicano il vero”, 84).

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Patrizia Pierandrei autrice della sillogi Poesie per la pace inserita nell’antologica Brise di Aletti Editore (2015)

In “Sentimenti nostalgici” la Pierandrei ci parla del suo grande sogno che vela un’esigenza impellente di poter “ritornare nel giardino”: al giardino dell’infanzia, alle abitudini dell’adolescenza e comunque di un’esistenza spensierata e compiuta, ad una età felice e rigogliosa dove la noia e le preoccupazioni non avevano ancora fatto capolino. Il desiderio di raggiungere tale giardino, tale spazio mitico-illusorio, nonché di riappropriarsi con una consapevolezza forse immatura ma incontaminata, in termini pratici sembra sposarsi con quel rigetto delle difficoltà dell’oggi, con l’esigenza assai sentita di poter chiudere gli occhi e dimenticare quanto di nefando accade come il fenomeno pandemico della fame che lei traccia nella poesia “Il pane della verità”. Ricercare un giardino in cui rinverdire la propria età e ricollegarsi a quel passato reale tanto splendidamente revocato e assai importante è allora sia motivo di ricerca di sé stessi e volontà in parte di rinchiudersi nel proprio cantuccio di esperienze e persone conosciute, in un antro tutto personale del quale si conoscono alla perfezione tutte le procedure di funzionamento. Un po’ come la Mary ragazzina nel celebre Il giardino segreto che, una volta scoperto quello spazio irreale e rassicurante, non potrà più farne a meno. D’altro canto –e meno incline a una dimensione fantastico-possibilista- la Pierandrei identifica in quel giardino dell’esperienza passata un motivo d’evasione in uno spazio incontaminato e vivibile, sempre fresco e profumato, dove la presenza del male e la violenza delle immagini non sono capaci di incrinarne il fascino primigenio.

Una nota di riflessione va riservata in particolar modo alla poesia “Comunione” nella quale la poetessa jesina sottolinea con il suo verseggiare tipicamente allitterativo per mezzo di rime baciate ed altri sistemi fonici a fine verso la centralità della parola come atto comunicativo ed elemento aggluttinante, solidificante, aggregante della società. La Nostra focalizza assai bene quale sia uno dei maggiori problemi dell’oggi ossia la mancanza di comunicazione. La società è, infatti, immersa in un grave e assordante inquinamento acustico dove non è la comunicazione sana e rispettosa degli interlocutori a dominare, piuttosto le grida, le minacce, i lamenti, gli sfottò, i pianti acuti, le denigrazioni e i comandi. La Pierandrei, con i suoi versi dalla chiarezza disarmante, è capace di riflettere e predisporre il lettore a una maggiore concentrazione su questo fenomeno del quale sottolinea l’aridità dell’universo comunicativo, la penuria di parole volte alla costruzione e il dominio, invece, dei pochi che parlano e urlano comandando sugli altri che, sottacendo alle minacce, avallano la loro inferiorità acconsentendo a futuri e maggiori castighi.

Comunicare ci insegna a conoscere/ nuove prospettive per migliorare il vivere,/ perché ci si possono scoprire/ freschi progetti per l’avvenire” (95), scrive. Il dialogo e il confronto, anche laddove avvenga su posizioni ideologiche differenti, deve mantenere sempre un rispetto per l’interlocutore e, soprattutto, non degenerare nell’adozione di comportamenti concreti, di natura fisica, che denigrino l’alto potenziale del verbo.

LORENZO SPURIO

Jesi, 21-0-2016

“La luce dell’inganno” di Michele Paoletti, recensione di Lorenzo Spurio

Michele Paoletti, La luce dell’inganno, Fotografie di Andrea Cesarini, puntoacapo, Pasturana, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

465b88_7aaa168bc60448dead1129e0ed83fc0aLe poesie di Michele Paoletti, com’era avvenuto per la raccolta Come fosse giovedì, sono sempre piuttosto succinte e condensate tanto che, a livello di versi, sono piuttosto brevi e contenute. Tematicamente la brevità non si sposa alla trasposizione di immagini fugaci né al dipinto di emozioni secondo modelli complicati che si arroccano sulla figura retorica del caso. Il Nostro, piuttosto, con l’abilità di un verso sillabicamente lungo ma che rigetta la tendenza alla prosa è capace di avviluppare il lettore all’interno di micro-spazi privi di artificiosità e densi, invece, di prese d’atto emozionali.

Interessante e ben posta la nota critica d’apertura della poetessa pesarese Lella De Marchi che, richiamando alcuni dei versi a suo vedere pregnanti al fine della sua dissertazione, puntualizza il discorso interpretativo della silloge di Paoletti attorno al tema della linearità. Di fatti più che un tema, la “linearità” alla quale il Nostro allude e si protende non è un vero tema né un elemento aggluttinante l’intera sua poetica, piuttosto parlerei di “linearità” come sentimento dell’assenza e ricerca, appunto, di tale dimensionalità concreta, stabile ed organizzata.

In quella che potrebbe essere una “marina” postmoderna, il focus si sposta dall’elemento mare alle suggestioni intricate e difficilmente sviscerabili dell’io che si metamorfizza in pesce quasi a provarne gli spasmi delle asperità della vita da anfibio. Sembra esser contenuta, meglio che in ogni altra lirica, l’essenza stessa dei componimenti che è da indagare, a mio vedere, in una frenetica ed ellittica ricerca di una trasposizione del sé nella vita concreta. Ciò che, in altri termini, Lella De Marchi definisce “una possibile liberazione-redenzione”. Ne sono vive testimonianze gli sdoppiamenti “in presa diretta” (potremmo dire per sottolineare anche la caratteristica fortemente mimico-gestuale-teatrale della sua poetica) del “mezzo uomo e mezza donna”, ma anche “il calore del sasso” trasmette quel senso di travaso nel fenomeno empirico del tattilismo da un’inversione curiosa tra incorporeo e materico, tra inerme e vivo, tra un sasso appunto e qualcosa che produce e conserva calore.

La nettezza visiva che fuoriesce dalle immagini che il Nostro partorisce grazie a una padronanza invidiabile nella costruzione del verso si sposa egregiamente con le tante foto opera di Andrea Cesarini che accompagnano il lettore con piacevolezza durante la lettura delle poesie. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di fotografie che ritraggono il particolare  e non tanto lo scenario ambientale che lo contiene. Paoletti in campo poetico sembra attuare spesso la stessa prospettiva di indagine partendo da pochi piccoli elementi, spesso disorganicamente legati tra loro, per giungere poi a una visione complessiva dello stato ambientale, sociale ed emotivo al quale intende rifarsi.

Il lettore, come sempre, deve fare la sua parte nella lettura di un libro, deve cioè compartecipare, o partecipare attivamente, non tanto alla costruzione dei significati, che l’autore in qualche modo già propone in maniera più o meno palese, ma alla loro applicazione al senso reale, alla loro interpretazione tenendo conto delle multiformi variabili.

La fascinazione verso il mondo del teatro è evidente anche per mezzo dell’impiego di una terminologia che richiama spesso tanto l’universo circense (il trapezio, l’equilibrio) che quello vero e proprio drammaturgico dove l’io poeta da cantore di uno stato emozionale diviene protagonista concreto delle sue vicende esistenziali. Per queste ragioni la poesia di Paoletti è talmente concreta e palpabile, ricca di contenuti e compatta proprio perché coniuga il lato interiore (l’esistenza) con quello esteriore (la rappresentazione).

Pieghe fosche all’interno di queste riflessioni sull’esistenza sono ravvisabili nel libro quando il Nostro fa riferimento a una solitudine spossante o a una condizione di disagio piuttosto pesante (“il mio ottuso male”, “la muffa del mio male”), condizioni che l’io poetico vive con malcelata apprensione e che, pur rasentando il vittimismo, lo pongono in una situazione di conflitto interiore, pure tortuoso, che è possibile grazie all’ampiezza dei ragionamenti e la profondità della contemplazione. Se “non h[a] parti di [sé] da offrire/ o segreti da incatenare ad una pietra” egli è alla vorticosa e mai paga ricerca di quella “linea che da stanza a stanza/ compie il percorso/ tra [sé] e il rimorso”.

Frequenti le immagini nelle quali il Nostro con parsimoniosa attenzione impiega correlativi oggettivi che denotano in maniera chiara e determinante una serie di elementi ai quali si appiglia nel suo fare poesia. Gli oggetti si caratterizzano molto spesso non per il loro colore o la loro forma, né per le caratteristiche che comunemente ci si aspetterebbe venissero identificate da un punto di vista estetico-qualitativo. Il Nostro antepone l’esigenza di descrivere il mondo per mezzo del trascorrere del tempo, mediante l’usura e il deperimento dei materiali, ci parla infatti di “strade scorticate” come se fossero strati di pelle umana che si lacerano e si assottigliano in maniera dolorosa, di “assi scheggiate” dove le schegge trasmettono l’idea di qualcosa di acuminato e sottile, di imprevedibile e lacerante, di “scatole dal doppio fondo scassato” nelle quali è evidente l’azione di sabotaggio e depredamento, di invasione della dimensione privata e dell’oltraggio e poi ancora di “forchett[e] arrugginit[e]”, cioè vecchie e non usate da tempo, corrose dall’ossido, inutilizzabili e testimoni silenziose di un tempo che cambia e si consuma nonché di “far[i] capovolt[i]”, immagini quest’ultime che amplificano quella insopprimibile assenza della linearità propriamente detta ossia l’anelito pressante nel Nostro verso una compiutezza ed organicità nei meccanismi esistenziali.

In questo percorso tra elementi che marciscono, presenze vacue e pensieri grevi, la convivenza con uno stato di desolazione interiore finisce per mostrarsi assai accentuata e le poche immagini lievi e pregne di colore qua e là nel corso dell’opera non sembrano capaci del tutto nel risollevare l’amarezza di fondo. Amarezza che non è un presagio di un dolore che ottenebra la mente ma una lucida considerazione sulla finitudine e l’ambiguità dell’essere umano ingabbiato da sempre nella sua corporeità e nei pensieri ad essa relativi che spesso non concedono del tutto a quella “luce dell’inganno” che caparbia vela ogni cosa di esser messa fuori gioco. Come in una lunga partita a scacchi nella quale, dopo lunghi minuti di contemplazione per la miglior tattica, riusciamo a salvare il Re pur dovendo assistere alla morte della Regina.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2015

Antonio Merola su “Irrational man” di Woody Allen

Irrational man:Woodartre e l’esistenzialismo ironico[1]

DI ANTONIO MEROLA

irrational-man-woody-allen-locandina-300x300In un’epoca astorica e omologante quale la nostra, in cui difficilmente è possibile parlare di individui, quanto piuttosto di meri effetti rispetto ad un’azione economica centripeta, il che è un truismo per quei pochi che ancora esistono, Irrational man del regista statunitense Woody Allen si pone come una pellicola necessaria, pur tuttavia racchiudendo in tale essenza un elemento paradossale.
La critica occidentale ha reagito negativamente all’opera d’arte, mostrandosi dubbiosa, scettica di fronte ad un Allen che puzza di vecchio, di ripetizione ammuffita, di recipiente intellettuale ormai vuoto, sul quale sembrano intravedersi i segni di una raschiatura; in Italia, per citare ad exemplum, così si è espresso sul Fatto Quotidiano Davide Turrini, “Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale”[2], arrivando a definire Irrational man come “un film inesistente”, non accorgendosi, forse, di averci visto, criticamente, giusto.

Non è questa un’opera che si presta ad una lettura superficiale, pena la sua inutilità comunicativa, quanto meno nella sua funzione intenzionale; per suscitare una reazione e/o una spinta alla riflessione, per essere quindi necessaria, mi si perdoni il gioco di parole, necessita di essere compresa, comprensione che può risolversi sì in più di una soluzione, ma che non può avvenire senza le dovute basi filosofico-letterarie, un insieme preciso di romanzi, saggi, drammi teatrali e raccolte di racconti brevi che vanno sotto il pesante nome di corrente esistenzialista, e tra i quali un autore in particolare sembra “tiranneggiare”: Jean-Paul Sartre.
Una chiave interpretativa che rende impossibile l’avvicinamento per il ricevente principale, un pubblico medio che pure si è recato entusiasta nelle sale cinematografiche, uscendone accompagnato da un’ebete perplessità, vanificando l’operazione civile del film, rendendolo, in definitiva, semplice – e non pura – estetica da pop-corn.

Eppure, i rimandi alla matrice sartriana sono molteplici e di natura differente. Abe Lucas, professore di filosofia in piena crisi esistenziale, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, e la studentessa Jill Pollard, ovvero Emma Stone, ricordano molto da vicino due tra “i protagonisti” de L’età della ragione, primo romanzo della trilogia de Le vie della libertà, Matteo e Ivic; identici, infatti, i ruoli sociali di partenza, simile lo sviluppo della trama amorosa, seppur con esiti divergenti, differente, al contrario, l’ambientazione esterna in cui i personaggi sono chiamati a muoversi – in Sartre, la seconda guerra mondiale. Come pure la tensione iniziale di Abe, il suo logoramento interiore, l’annichilimento del suo sentire, può essere tradotto in termini di Nausea, condizione questa, che anticipa il conseguente stato di azione, volto al suo superamento indispensabile. E’ interessante notare che, tra le principali cause di questo lutto interiore, la società, o meglio, l’èpoque che ne è l’espressione ambivalente, occupi una posizione preponderante. In un dibattito letterario in cui “tutto è già stato detto”, la condizione d’essere del professor Lucas viene minata, il suo ruolo d’intellettuale e di artista mutilato; a che scopo, si chiede, quasi fosse l’Alfred Prufrock eliotiano nel suo “Oserò/turbare l’universo?” , scrivere l’ennesimo saggio su Heidegger? Ne consegue uno stato d’impotenza e di frustrazione, espresso nell’immagina scenica attraverso la metafora dell’impotenza sessuale – un tono patetico d’altronde aleggia fin da subito nella scena con la collega Rita Richards/Parker Posey.
Da qui in poi, L’umanesimo sartriano viene scandito riga per riga, direi alla lettera, dal regista.
In un tentativo di costruzione di se stesso da parte del non-ancora-individuo, la dicotomia classica in cui l’io è tale perché diverso da un alter viene ad annullarsi, a dissolversi completamente. L’altro, in un’ottica sartriana, diventa un nemico tanto quanto lo è il contesto storico, perché riduce a maschera, blocca cioè in un personaggio fisso, tramite un’errata e inevitabile percezione, quell’inesorabile divenire che è l’io, nella sua continua negazione/compenetrazione del sé precedente.
sartre1L’inferno sono gli altri”, quindi, citazione non casuale di Allen. Non viene, forse, l’arrivo di Abe Lucas al College Brailyn preceduto dalle notizie di un passato già passato, determinandone lo stupore di chi ancora non lo conosce? E non sono queste sue presunte qualità di “uomo vissuto” a generare in Rita Richards un desiderio incontrollabile di seduzione? Non sono proprio i suoi colleghi che ne determinano il successo intellettuale, lodandone il saggio che lo ha reso famoso nel mondo accademico? La pellicola è disseminata di metafore di questo tipo, eppure è nel rapporto tra Jill e Abe che Allen, in un tentativo di rendersi esplicito, tocca la punta più alta: la negazione della libertà da parte dell’altro si fa qui evidente nel momento in cui la maschera del Genio viene a tramutarsi in quella dell’assassino agli occhi della ragazza, e Abe viene quindi minacciato di essere denunciato, sotto l’apparente possibilità di una scelta, che porterebbe comunque al carcere.
Per chiudere il cerchio, sopraggiunge la morte,  la cessazione del divenire – basti pensare al giudizio totalmente dispregiativo nei confronti del suicidio da parte di Sartre, per farsi un’idea del perché la morte venga percepita, in definitiva, come la nemica naturale dell’uomo, l’unica contro cui è impossibile opporsi, dove persino l’immortalità letteraria non basta a salvaguardare la sopravvivenza dell’io.
Si apre però, a questo punto, un cerchio ancora più grande, quasi una ring composition dal risultato bivalente. Nella critica che Abe Lucas muove a Kant, quando definisce come “masturbazione verbale” la congettura di “un mondo senza menzogna” come condizione felice per gli uomini, e tenendo conto della citazione in apertura del film sulla morale kantiana, il pensiero sartriano può essere visto in modo contrappuntistico a quello del filosofo tedesco, pur mantenendone la finalità – e che, nel secondo si concretizzò in una partecipazione attiva al comunismo, ma basti dire che si concretizzò – o il fallimento del protagonista può essere interpretato come un’eiaculazione senza mezze misure? Non posso che rifugiarmi in un’epochè, per evitare di ridurre l’opera d’arte a una sola lettura dogmatica, tuttavia suggerendo un’evidenza situata nel rapporto individuo-realtà fondato sulla percezione dell’io: nel momento in cui Abe sceglie di eliminare Thomas Spangler, si assiste a un capovolgimento nel suo rapporto con il mondo esterno – laddove il reale, preso nella sua non-essenzialità, corrisponde a uno statico Nulla privo di un significato trascendentale –, capovolgimento che non solo dona un senso al suo agire, ma si riflette in una condizione d’armonia che rende l’essere umano, in definitiva, un Uomo.

ANTONIO MEROLA

[1] Questo articolo è apparso per la prima volta online sul sito “Il Giornale di Letterefilosofia.it al seguente link: http://www.letterefilosofia.it/2016/01/irrational-man-woodartre-e-lesistenzialismo-ironico/  L’autore dell’articolo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura.

[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/18/irrational-man-woody-allen-e-una-stanca-ripetizione-di-se-stesso-film-inesistente-involontaria-parodia-di-una-qualsiasi-tragedia-bergmaniana/2315518/

“Arianna e il filo” di Rosanna Di Iorio, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Di Iorio, Arianna e il filo. Geografia di sentimenti, Prefazione di Antonio Spagnuolo, Kairos, Napoli, 2013. 

Recensione di Lorenzo Spurio 

Quei vecchi palazzoni

che hanno espropriato la nostra fantasia

[…] i cortili anneriti

da fiumane di auto rumorose e passi

incerti tra frustrazioni e ruoli non reali. (53)

AAA DI IORIO COP.La poesia di Rosanna Di Iorio muove da una profonda consapevolezza del tempo che, imperituro, cambia le cose, matura le persone e trasforma situazioni. Non è affatto un caso che molte liriche che la poetessa ha raccolto nella pubblicazione dal titolo Arianna e il filo riportino, in esergo, una citazione ai suoi cari dei quali l’orma assordante del tempo ha privato la Nostra. Si respira tra le righe una grande compartecipazione con i meccanismi e gli arcani della natura nonché l’esigenza della Nostra di ricorrere all’elemento ambientale quale pausa o motivo di maggiore comprensione di sé stessa e del mondo che la circonda. In questa corposa silloge Rosanna Di Iorio dispiega i tanti bandoli di matasse che rappresentano le esistenze, a seconda del caso o di una logica in qualche modo scritta e già individuata nel mito della Creazione, con le quali veniamo a contatto: genitori e familiari, amici e coetanei, amanti, figli e nipoti in una costruzione dei rapporti sociali assai ramificata, vorticante e al tempo inscindibile. Sono i fili di quelle esperienze dove il sentimento ha albergato e continua a vivere tra i recessi di memorie, sempre più difficili da cogliere e ri-vivere a causa di un tempo infingardo che non ha clemenza per nessuno.

Curiosa ed assai evocativa la definizione che la Nostra ha posto quale sottotitolo della silloge, “Geografia di sentimenti” ad intendere l’immensità di quello spazio geografico, che è uno spazio prettamente temporale, vissuto in funzione di istanti e memorie ritrovate, una sorta di planisfero dove, invece di nazioni, golfi e capitali, la Nostra ha individuato, mappandole, esperienze determinanti per il suo vissuto, amori e scoperte, rivelazioni e momenti d’evasione e dove la Capitale, il punto nodale di queste esperienze arricchenti l’animo e pregnanti per una crescita etico-civile, non è altro che il Cuore rappresentato dalle uniche leggi che esso conosce: l’ascolto e il rispetto dell’altro.

Scendendo in maniera più attenta all’interno dei versi della Nostra non si farà difficoltà a rendersi conto di quanto la poetica da lei utilizzata e che ne contraddistingue la sua cifra stilistica, sia imbevuta di squarci introspettivi, escursioni emozionali che si realizzano proprio a partire –spesso- dall’esigenza della donna di allontanarsi –seppur temporaneamente- dalla frenesia del mondo di fuori per ricercare nella calma e nel silenzio quella contemplazione e rilassatezza che le permettono una maggiore appropriazione dei quesiti esistenziali, delle realtà di indagine speculativa che l’uomo, spesso, tratta con superficialità delegando al suo mondo razionale di esigenze concrete.

Ne “Dalla coppetta dell’aperitivo” la Nostra c’immette in una scena estemporanea densa, però, di un velame rituale e dunque appartenente a una consuetudine dove, dopo alcune serrate osservazioni verso i Navigli, conclude in maniera assertiva e convinta che “La routine non ci sorprende più” (13) segno di una noia che si fa preponderante dinanzi alla concretizzazione di un mondo fatto di gestualità e comportamenti standardizzati che hanno perso quell’esuberanza che –forse- avevano una volta, quello sprizzo di curiosità o un più articolato legame con l’altra metà.

Una cospicua parte delle liriche si riallaccia al mito dell’infanzia, secondo le più varie sfaccettature. Da una parte la Nostra, molto attenta nei confronti del sociale, affronta il tema dell’infanzia negata dei tanti ragazzini che per le ragioni più disparate nei tanti angoli del mondo si vedono costretti a crescere in fretta dinanzi alle dure contingenze vedendosi risparmiati di vivere la fase più bella della loro esistenza. Sinceramente appassionata, perché coinvolta, a quelle realtà di disagio e di emarginazione alle quali Rosanna Di Iorio spesso allude e dinanzi alle quali il nostro comportamento è spesso disattento od omertoso, indifferente e sprezzante.

Se da una parte, come si diceva, a volte la donna reputa necessario trovare una condizione di silenzio e di vero e proprio isolamento intorno a lei, d’altro canto l’assenza più evidente e percepita, la più dolorosa e vissuta, è quella della figura materna alla quale varie liriche sono dedicate o in qualche modo ispirate. Mi riferisco in primis al bel canto della lirica “Eccomi, torno a te” nella quale l’io poetico auspica una sorta di ricongiungimento alla madre, questa volta la Madre intesa come la Vergine, in un testo dall’altissima empatia emozionale. La rassicurazione che la donna cerca mediante l’atto linguistico della prece è al contempo una attestazione amara della condizione dei tempi attuali dove sono “L’ombra del dubbio, l’ingenerosità,/ La paura di credere. L’ignavia” (19) a far da padroni in un mondo che ha smarrito il suo reale scopo, quello della pacifica convivenza e del mutuo soccorso.  In “Madre, com’è difficile salire” echeggia il lamento accorato a un percorso congiunto dove il senso di protezione e l’affido vengono invocati come unica possibile rassicurazione: “Dammi la/ tua forza, madre. Non lasciarmi sola” (22).

All’interno di pieghe liriche che fanno della memorialistica e il disincanto della nostalgia a dominare, la Nostra non manca di mostrare particolare attenzione anche al mondo di fuori, al contesto locale, all’ambiente sociale che la circonda. Comprensibilmente critica nonché frustrata da un mezzo di comunicazione divenuto mercé del vizio e dove debutta mai declassato il male, in tutte le sue forme, così la Nostra si espone sul fenomeno televisivo: “Le nostre case/ [con] schermi a tutto spiano rimbombanti/ di storie di miserie e rumorose./ E dove le parole si parlano da sole” (20). Colpisce il frastuono indistinto delle notizie che aggiornano sulle sciagure e i massacri, gli atti nefandi dell’uomo imbastardito in un complesso di relazioni che è svilito e deturpato del sentire umano tanto che tutto si fa assordante e silente, altisonante e vacuo, autoreferenziale e dannatamente virale.

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Rosanna Di Iorio, autrice del libro

Struggente per il magma emozionale ivi contenuto è “Lasciatemi sola”, una lirica-manifesto, di impatto eppure assai intima, quasi come venisse recitata lentamente, con un tono flebile. Il tono impiegato, annunciatorio e senza possibilità di replica, mostra un atteggiamento perentorio nell’esigenza compassata della donna di poter trovare e ritrovare se stessa, lontano da schiamazzi o ritualità, avvolta dall’abbraccio del silenzio nel quale “[si] sent[e] padrona/ di tutto” (27). In quello che potrebbe apparire come un gravame d’accoglimento e un senso di una spersonalizzante nullità, la Nostra è in grado di fronteggiare le idiosincrasie del vissuto (“l’amore e l’amaro”,  27) ma di svelare anche a se stessa che “Vivere è un sonno atteso” (28).

Solenni e capaci di trasmettere con ardore la sensazione di precarietà dell’esistenza sono i canti lirici “Prima un boato”, memoria del tragico terremoto che colpì l’Abruzzo nel 2009, “Fiori di Bucarest” che ci parla dell’infanzia negata di ragazzini costretti a convivere nel “nonsenso di un crudele inganno” (55), il canto straziante dedicato alla piccola Sarah Scazzi, protagonista di una delle vicende più nere della cronaca nazionale. La Nostra ha titolato la lirica “Impazzite le rondini nel cielo” a dimostrazione di una Natura che, allibita dinanzi a quanto accaduto, cerca la fuga anelando uno spazio libero ed incontaminato finendo, però, per sviarsi e perdersi nel cielo. Uno stormo di rondini impazzite è forse una delle metafore più ricche e sostanziose di questo libro di Rosanna Di Iorio, una di quelle immagini che più restano indelebili della sua poetica.

Può succedere a volta a chi si affida

a un’ombra incerta che nasconde ambigui

tormenti. (63)

Nel doloroso carme civile percepiamo l’animo affranto della Nostra, assai partecipe al lutto della ragazzina, alla dissacrazione dell’infanzia, all’abbattimento delle speranze. “Non trovo le parole per cantarti,/ ora che sei partita” (63) scrive in apertura alla terza strofa, ma in realtà così non è perché nei venticinque versi è assai capace di trasmetterci il dolore, l’indolenza della coscienza, il senso di smarrimento e la rabbia atavica di chi, proprio come lei, nutre un sentimento di sprezzo nei confronti di chi minaccia il senso di comunità.

Con questo linguaggio dove spesso la mestizia è di fondo ed i toni non di rado si fanno grigi, la Di Iorio mostra una società che sembra essere anacronistica: dotata di ogni bene e sistema di sviluppo ma ancora ingabbiata in forme di pensiero errate e deviate, come l’adozione della violenza sulla donna o, ancor più, la pandemica cancrenizzazione di drammi quali fame e guerra che sviliscono il genere umano. Siamo tutti “in marcia verso/ sconosciuti futuri o inesistenti” (98) chiosa la Nostra in una delle liriche più dolci ed avvolgenti; ai pensieri di questa portata si legano gli squarci della cronaca che riporta sempre desolanti notizie come l’immagine insostenibile degli “occhi dei bambini/ piegati dal dolore” (124). Difficile non leggere il senso di fastidio della Nostra verso comportamenti lascivi, passivi, omertosi, indifferenti, disinteressati verso realtà che necessiterebbero ascolto e vicinanza. In un mondo che spesso non perde tempo a dare il peggio di sé e dove ogni azione, dalla meno responsabile alla più pesante, avrà di certo un suo effetto:

Non sempre dopo c’è il sereno. A volte,

dopo, tutto non torna come prima. (118)

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 5 Gennaio 2016

“La vocazione della balena” di Claudio Pagelli, recensione di Lorenzo Spurio

Claudio Pagelli, La vocazione della balena, Prefazione di Guido Oldani, L’arcolaio, Forlì, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

www-mondadoristoreMolto è possibile domandarsi sul titolo del nuovo libro di Claudio Pagelli che in copertina enigmaticamente e con uno sprizzo ironico recita La vocazione della balena. Quale potrebbe effettivamente essere la vocazione ossia la predisposizione del più grande cetaceo? Ma, soprattutto, quale è il percorso interpretativo che è richiesto al lettore di intraprendere? La balena, quale animale, si caratterizza per la gran mole del suo corpo, ma anche per una certa maestosità della forma nonché, per i detti motivi, per la consacrazione di una immagine di forza, dominio e, dunque, è concepibile come un essere che è da temere.

La stravaganza del titolo è ancor più amplificata se si prende in considerazione l’immagine di copertina che non sembra minimamente addirsi né legarsi, appunto, al titolo del libro. In essa notiamo, in un effetto chiaroscurale tipico del bianco e nero, uno scorcio di una città ritratta nel dinamismo di un tranvia in movimento, sembrerebbe di notte dato che il faro centrale promana una luce che intuiamo accecante e che nella bicromia dei toni è reso con un bianco sfolgorante. È, dunque, l’immagine di una frenesia abitudinale, quella della città con i suoi transiti, passaggi, movimenti di sorta, incroci di vie di comunicazione, percorsi e tragitti. Niente a che vedere con la balena o, comunque, con uno scenario in qualche modo naturalistico.

Contenutisticamente il libro è formato da alcune micro-sillogi che hanno una significazione autentica e un’autonomia in sé di completezza: si apre il percorso poetico di Pagelli con la modesta compagine di liriche che fanno parte dell’aggruppamento “L’inferno di Chisciotte” per passare poi al secondo nucleo tematico (a mio avviso il più importante) denominato “Bestiario d’ufficio”; seguono poi altre partizioni interessanti del volume che vanno sotto i titoli tutt’altro che archetipi di “Caffè in sette quarti”, “Burattini” e, a chiudere, con grande impazienza del persuaso lettore, “La balena bovisa”.

La poetica del Nostro si caratterizza per un postmoderno coinvolgimento nelle immagini, una vitalità empirica e roboante del mondo, ma anche una velata organicità di fondo nutrita da senso critico, chiaroveggenza, senso di compartecipazione assai intimo con l’altro, forza caratteriale vorticosa e lucidità espressiva oltremodo evocativa. Non è un caso che il Nostro ricorra a Guido Oldani che, non solo ha prefato il testo, ma è citato pure in esergo in una delle tre citazioni d’apertura. L’eclettismo di Oldani, convinto assertore di una tendenza artistica definibile nei termini del realismo terminale, sembra in qualche maniera aver permeato con originalità ed esuberanza la penna di Pagelli, la sua cifra letteraria e soprattutto la tendenza lirica di costruzione dei componimenti.

Costrutti semantici di rilevante pregnanza (lo intuiamo dalla ricorrenza con la quale si presentano durante la lettura delle varie poesie) sono quelle che fanno riferimento alle immagini-simbolo del tatuaggio (la lirica d’apertura è proprio così intitolata, nell’inflessione plurale del termine) e all’imprevedibilità degli accostamenti tanto da derivarne spesso forme ossimoriche nonché elementi enigmatici o talmente assurdi da sfiorare il paradosso. Si tratta comunque e sempre di espressioni assai particolareggiate che il Pagelli utilizza per la descrizione minuziosa di una data realtà oggettiva trasfigurando il concreto (il visibile, l’esperibile) in una superfetazione ambigua nonché curiosa in chiave lirica, così come le cuffie del logorante lavoro di call-center che diventano in chiave di similitudine assai ricercata delle “meduse leggere” (15).

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Claudio Pagelli, autore del libro

Importante e rivelatrice la presenza di elementi e figurazioni che richiamano il campo teatrale; nella poesia “il taccuino” il Nostro non manca di osservare una società abbruttita e caricaturale con “maschere tutte uguali” (16) dove sono la reiterazione e l’inautenticità degli atteggiamenti a dominare (si parla della “seta della finzione”, 16). Costrutti assai particolari che chiamano il lettore a riflettere su questi avvicinamenti sfuggenti e a tratti amari di sostantivi che il Nostro impiega sembrerebbe con un monito di rivalsa alla assuefazione di un mondo tanto banale. L’impressione è quella di una velata critica sociale, sebbene Pagelli eviti sempre di puntare il dito in maniera chiara verso determinate categorie della società o situazioni in particolare. Se da una parte l’intento del Nostro è raggiunto sulle basi di una poesia che effettivamente ha il potere di suggestionare, al contempo ci chiediamo quale realmente sia l’obiettivo del poeta nel dipingere il mondo di fuori a tinte fosche, facendone risaltare mancanze, incongruità e ambivalenze stridenti.

Ci sono avvisaglie di un disagio giovanile che il Pagelli sembra in qualche maniera voler evocare, soprattutto nella lirica “il farmaco” ma anche in “terzo piano” dove l’explicit del testo poetico sembrerebbe stavolta abbastanza palese nella sua finalità comunicativa quando asserisce, in una maniera che sembra essere l’epilogo di una vera e propria indagine, che “l’equilibrio è di carta” (19) ad intendere dunque che la vita dell’uomo non è altro che un grande foglio di carta. Essa va scritta, è vero, ma Pagelli ci ricorda che la carta, un po’ come la seta di un’altra lirica, è un materiale corruttibile, che vive in uno stato transitorio di calma e conservazione ma che, sottoposto a carichi, intemperie emozionali e imprevedibilità di sorta, è soggetto di continuo alla lacerazione e all’annullamento.

La silloge “Bestiario d’ufficio” chiarifica da subito l’intento, direi polemico ma assai efficace e ben proposto, del Nostro: quello di descrivere, come nella più antica tradizione greca delle Favole, le componenti sociali, i vari tipi di uomo per le loro attitudini e propensioni, a degli animali. Ne viene fuori un bestiario assai curioso che non ha nulla a che vedere con quelli del periodo medievale, sebbene le poesie del Nostro siano talmente chiare e ben delineate nella resa delle immagini da figurarci mentre leggiamo la resa iconica, il prospetto grafico, di ciò di cui parla.

Assistiamo così a una carrellata di uomini-animali che tanto ci richiama alla mente le bestie orwelliane ma anche gli animali in lotta tra loro nelle celebri Favole sciasciane. In questi componimenti Pagelli poeta sembra risaltare meglio che in ciascuna parte del libro in versi lucidi e fulgenti che ci parlano con una leggerezza che nasconde titubanza, della

urticante indifferenza delle cose” (26), di una condizione di vera e propria spoliazione come avviene nella lirica “la coccinella” e della seduzione che va spesso a braccetto con l’avvenenza nella poesia dedicata alla pantera. Se il ragno bianco diviene espressione di una manipolazione studiata, di un pragmatismo logico improntato alla resa personale, è anche testamento di un’ipocrisia sociale che andrebbe depennata anche a beneficio di quei tanti polli che spesso vengono “sbranat[i] tutt[i], anche l’osso” (30) in una famelica scala alimentare dove il debole è anche il più sfortunato.

Nei “Caffè in sette quarti” è curiosa la costruzione dell’immagine temporale (sette quarti ossia un’ora ed un quarto) tanto che la minuscola plaquette non è che un tentativo di desacralizzazione della frenesia e del tempus fugit (in “quartina n.1” si legge all’apertura “tutto in fretta”, 35). Con questa chiave del tempo che corre si sposa l’amalgamante fluidità del verso del Nostro dove il linguaggio sembra farsi leggermente più condensato ed elegante, i versi si asciugano e divengono molto più sintetici proprio per sposarsi con quell’esigenza di dire quel che va detto nel minor spazio-tempo possibile. Particolare attenzione meritano la “quartina n. 3” e la “quartina n. 6”. Nella prima difficile non notare l’adozione di un sistema ritmico di tipo baciato che permette di recuperare una musicalità, seppur ridondante, forse leggermente appiattita in altri componimenti. Con l’immagine della Madonna di gesso Pagelli non ha nessun desiderio di immettersi in un canale religioso, né di affrontare speculazioni teologiche o liturgiche, piuttosto è l’immagine-impulso che motiva alcuni veloci ragionamenti. Dall’universale si passa, dunque, presto al sessuale, cioè dal celeste al meramente scatologico. Anche la religione, quale attaccamento personale e attività dell’uomo, nella società contemporanea finisce per dover sottostare al trantran velocistico di una mondo dove l’ipercinesi e l’iperattività impediscono la conquista e la conservazione di una situazione di tranquillità. La specificazione del materiale di cui è fatta la madonna, il gesso, è elemento in sé innocuo e vacuo ma al contempo rivelatore e dissacratorio a testimoniare la farraginosità e incompiutezza di ciò che esso rappresenta. Se l’autore avesse parlato di una madonna di bronzo l’immagine che ne avremmo ricevuto sarebbe stata quella di rigidità e forza, se avesse parlato di una madonna d’oro ne avremmo colto lo sfarzo e il lusso, ma il fatto che sia di gesso, costruita con materiali poveri, e particolarmente esposta agli attriti dall’ambiente ne fa una rappresentazione minimizzata, svilita, impoverita e in qualche modo anche depauperata dell’aura celeste. Ecco perché essa più che la rappresentazione di ciò che è si manifesta per il materiale di cui è fatta: non è altro che una suppellettile fragile posta da qualche parte, nolente abitatrice delle vicende degli altri, voyeur della frenesia sociale come pure di un impudico atto sessuale che può avvenire, come il raccoglimento in preghiera, sotto i suoi casti occhi.

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Claudio Pagelli, autore del libro

La “quartina n. 6” parla della “fame feroce negli occhi” (40) che non è quella di qualche povero bambino affamato che vive in qualche recondito ambito del mondo, ma quella dell’uomo contemporaneo asservito alle spossanti logiche del consumo e della lotta per l’apparenza. Nella promozione che si anela, come pure nell’assunzione che si vive come utopia paludosa, ci si comporta con un atteggiamento falsamente agonistico con il prossimo dettato invece da profonda invidia, malcelata comprensione, inosservanza e spietata freddezza. L’interesse dell’oggi è spostato così non tanto nella conservazione e nella inaugurazione di rapporti sociali concreti, ma nell’accaparramento del bene (più o meno di lusso) funzionale alla creazione di una immagine di dominio nonché alla impavida rincorsa a un celebrativismo ridicolo quale è appunto “comprarsi quelle scarpe coi tacchi…” (40). I bisogni personali del singolo, ciò che economicamente potremmo definire come i beni primari, vengono spesso sedotti ed annichiliti, scavalcati, dall’ambizione, dalla lotta tra pari, dall’egocentrismo e dalla sprizzante velleità che fa del consumo e della mercificazione di tutto i capisaldi della dottrina amorale di cui respiriamo i vapori.

Approssimandoci alla plaquette successiva, “Burattini”, sembra allora possibile completare quel sistema di collegamenti e rimandi inaugurato con la silloge “Bestiario d’ufficio”, rintracciando sulla carta in maniera assai chiara i parallelismi tra animali viziati e persone perse nelle proprie ambizioni. Non è un caso che esse non siano più, in pratica, delle vere e proprie persone ossia fatte di carne ed ossa, ma piuttosto di legno, tanto da essere burattini, esseri inanimati che vivono solamente per mezzo dei movimenti indotti da qualcuno. La società, allora, sembra chiosare Pagelli, sembra avere nella nostra attualità proprio questa deformante e allarmante verità: quella di trasformare l’uomo in burattino, in un alieno privo di quella compagine ricca e nutrita di rapporti umani, emozionalità divampanti, carica empatica, comprensione di sé e del mondo, consapevolezza lucida volta a perseguire un atteggiamento attivo e conscio piuttosto che passivo e subalterno.

Tra le poesie presenti in questa raccolta lodevoli sono “l’attore”, doppiezza di ruoli in un unico corpo, colui che sa ridere in pubblico mentre piange internamente o colui che millanta, infastidisce, provoca, assurge a realtà altre, falsifica, si mimetizza o addirittura, come è lui in presa diretta ad asserire, “posso pure insultarti/ dire quello che penso e il suo rovescio” (46). Al sarcasmo costitutivo dell’attore che è un mentitore sagace segue la raffigurazione icastica e puntuale della “manager” della quale il Nostro dà alcune informazioni necessarie ad inquadrare la sua figura. Egli ci parla della sua “lingua svelta” (47) ma anche della sua disponibilità in termini sessuali che, in chiusa, la rendono “una cagna” (47). Il Nostro non manca di ravvisare come pure a certi livelli persista un sistema mafioso e marcio dove anche i rapporti occupazionali e lavorativi sono gravati dal ributtante sistema della mercificazione e del baratto sessuale, dell’intimidazione e del ricatto. La poesia “L’allenatore” fornisce l’ennesimo inganno e cattiveria che possono intaccare le giovani generazioni che, intimorite in qualche modo dal loro coach che pretende sempre il meglio nelle loro prestazioni, non è in grado di vedere i suoi ragazzi come persone che hanno bisogno di ascolto e vicinanza, magari pure amicizia, piuttosto che un mentore vanitoso e intransigente, prepotentemente sadico al punto di manifestare una chiaroveggenza schifosa se non seguono le sue direttive.

Ci approssimiamo, così, alla chiusa del volume, all’ultima plaquette, quella intitolata “La balena bovisa” che in qualche modo riallaccia i tanti fili lanciati dal Nostro nel corso del lavoro a tessere con sapienza e artificio un lavoro che è sicuramente ben congegnato, attentamente elaborato nell’adozione di una prosa pungentemente visiva, icastica ed istrionica al contempo, pregnante di realtà dure e cementata sulla sconfessione delle storture che cancrenizzano la società.

Nella poesia “il singhiozzo” Pagelli affronta in maniera alquanto atipica il tema del silenzio sostenendo che esso è assai più educato dell’indifferenza e di ogni altro rapporto umano che maschera un’assenza di qualche tipo. Meglio tacere che dire stupidità o tentare di dire il vero sprofondando, invece, nel pozzo senza scampo dall’ipocrisia. L’inquinamento acustico, allora, non è una vera contaminazione dell’aria dovuta alle onde sonore di macchinari e altri aggeggi umani, ma è piuttosto dovuta alla confusione di dialoghi, alla commistione di odi e rancori, all’imbarbarimento delle coscienze che ammorbano l’ecosistema facendolo precipitare in un antro tossico e dunque mal vivibile.

Anche il piccione che cerca un po’ di clemenza, la gratuita donazione di qualche insignificante briciola nella poesia “campus durando” finisce per farne le spese. L’inappropriata e scurrile bestemmia di una ragazza per un accadimento privo di rilevanza è talmente assordante da trasformare questa scena postmodernamente arcadica (il parco della città) in una gravosa discesa agli inferi (sotto la piazza). La tranquillità è spezzata e per sempre, l’oltraggio è stato commesso e la natura ne subisce le conseguenze. La morale (ma non è una vera morale perché Pagelli non intende insegnare niente, piuttosto far riflettere) è che ci si arrabbia troppo facilmente e per tutto e che le reazioni sono sempre spropositate, ci si infiamma e si agisce con impulso ed avventatamente senza percepire mentalmente che le azioni a un dato episodio accaduto possono essere ulteriormente peggiorative per lo stesso nonché per la nostra salute.  Viene da chiedersi allora, nella poesia appena richiamata, il vero animale è il piccione che geneticamente e con l’atavica fame che lo caratterizza è portato a beccare attorno ai nostri piedi alla disperata ricerca di qualcosa da mettere nel gozzo o è proprio la ragazza che dell’animale ha in effetti assorbito le sembianze con le quali convenzionalmente distinguiamo tra bestialità ed umanità? Pagelli mi pare di capire che pone questo quesito ed altri, in parti simili, su altrettante questioni di vitale importanza e di fresca attualità.

La dentatura pericolosissima della balena della Bovisa che chiude la raccolta tra inquietudini, ripensamenti e perplessità non è altro che la maestosa scalinata della stazione Centrale di Milano. Entrare nella frenesia di un punto nevralgico quale è la stazione milanese è allora sinonimo di immettersi in una foga comunicativa dove è la cacofonia a dominare, la calca fastidiosa, lo struscio spersonalizzante, l’annebbiamento della vista, l’inasprimento della malinconia del luogo che si lascia. Tra qualche signora che ha appena terminato di fare shopping in costosi negozi del centro, in un angolo dorme un barbone, nel disprezzo e l’incuranza dei più. La stazione è allora l’ampio stomaco di questa balena stanca e imbizzarrita, delusa e ammorbata che al suo interno ha appena trangugiato maldicenze, viltà, ipocrisie e i vizi in cui l’uomo, impareggiabile, è maestro. A livello psicanalitico il sogno di essere stato mangiato da una balena e di vivere nel suo ventre (mito di Giona, storia di Pinocchio) corrisponderebbe all’esigenza inconscia di prendersi un periodo di pausa, una sorta di ritiro momentaneo dal mondo, necessario per metter un freno al corso degli eventi, elaborare meglio un accadimento (come un lutto), prendere le distanze temporalmente dal mondo di fuori per approfondire il proprio microcosmo. Alla stasi fa seguito una rinascita e quindi l’isolamento negli antri dello stomaco del cetaceo è positivo perché a una finta morte (il trangugiamento) corrisponde poi la rinascita (la fuoriuscita dal suo ventre) come persona maggiormente assennata e pacificata. Il riferimento collodiano salta visibilmente alla mente (una delle sezioni del libro, oltretutto, e come già detto, è intitolata “Burattini”) ma alla disperazione per la scomparsa del genitore come avviene in Pinocchio, Pagelli ha adoperato con pertinenza una riattribuzione di significato: la profonda pancia della balena è la società nella quale viviamo, conca di mancanze e disattenzioni, voracità e rincorse sfegatate al potere, bramosie vergognose, ricatti indicibili. Tutti, a vario livello, ne siamo in qualche modo assuefatti “nel solito carnevale” (25) nel quale viviamo. Resta ben inteso a questo punto che “la vocazione della balena” non è altro che una metafora prelibata e ricca dell’esigenza stringente di non lasciarci fagocitare dalla macchina stritola-coscienze della contemporaneità accelerata.

LORENZO SPURIO

Jesi, 11-12-2015

“Un profumo… un ricordo” di Gaetano Catalani, recensione di Lorenzo Spurio

Gaetano Catalani, Un profumo… un ricordo, Accademia Barbanera, Castiglione in Teverina, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

9788888539805L’intera raccolta poetica del calabrese Gaetano Catalani diparte da un rapporto conflittuale e instancabile con la massa temporale, percepita il più delle volte come sadica e incontrollata ingannatrice dei destini umani. Il poeta sembra non riuscire a staccarsi dalle scaglie intime del passato che spesso ritornano talmente vivide in lui da anelare una sorta di scioglimento dell’esistenza in quel tempo che fu. Come il titolo del volume ben rimarca, il ricordo riaffiora sia in maniera voluta, dunque razionalmente, nei nostri tanti tentativi che facciamo per voler ricordare un momento o una persona con quella nitidezza ormai svanita, sia sulla base di un profumo percepito, una immagine vista, una fragranza percepita, un luogo vissuto e, comunque, tutti quegli elementi che nel presente permettono una riappropriazione della vita passata. Il ricordo allora è prevalentemente inaspettato e fugace, un lampo di barlume emotivo che riscalda il cuore e conforta ma che non è in grado di infrangere quella malinconia titanica, quel senso di desolazione che, al termine delle nostre giornate durante le quali abbiamo avuto la testa assai piena di incombenze, torna a visitarci tanto da renderci assai vulnerabili per la mancanza di un caro, l’errore di una scelta fatta, la decisione presa avventatamente o semplicemente la nostalgia del proprio borgo dove allegramente si giocava.

Lo scorrere del tempo attua un lento ma inesorabile mutamento tanto degli oggetti (si veda, dunque, come può cambiare il tessuto urbanistico nel corso di due o tre decenni) quanto a livello personale, fisico, concretamente visibile sul nostro corpo. Se è impossibile e oserei dire vanitoso cercare di porre un freno (illusorio) a questa impavida avanzata, è senz’altro possibile, anzi auspicabile, che con esso si instauri un dato legame. Non quello del terrore o della demonizzazione piuttosto un rapporto speculare che permetta l’analisi del presente per mezzo della vita del passato che sia in grado cioè, di permettere di tracciare le linee del futuro sulla scorta delle esperienze e delle maturazioni ottenute nel suo trascorso. Se la logica può aiutare in un discorso di questo tipo, l’emozionalità e con essa tutto ciò che concerne la confessione autentica del sentimento del singolo, non può trovare accoglimento in questo confronto rilassato e pacificato col tempo. La memoria dei cari, l’attaccamento alla figura della madre, la sfibrante spossatezza per la perdita di un punto fermo e con esso dell’ambiente che circondava momenti di vita felice finiscono per apparire come aghi talmente fini da non poter essere visti, capaci, però, di oltrepassare l’epidermide e far sanguinare. Si tratta pur sempre di un dolore contenuto e parco, che non dà sfogo in atteggiamenti autolesionistici o pericolosi, ma che comunque va a confluire nella compagine frastagliata della consapevolezza dell’uomo nel suo presente storico. Spesso, come è il caso del Nostro, neppure un più serrato avvicinamento alla religione, dispensatrice di speranze e fuoco divampante dell’amore, può dirsi utile nell’edulcorazione delle memorie che risalgono alla mente lasciando uno strascico di dolore e mestizia. Il pianto, allora, è la forma più spontanea che sembra dar sfogo, seppur non duraturo, a un tormento che si vive momentaneamente in un attimo di sconforto o semplicemente di maggior vulnerabilità. Con esso la lode, l’invocazione, diventa la forma comunicativa più utilizzata (“Rispondimi dal cielo, mamma cara”, 19) nel vacuo tentativo di ricevere una risposta altrettanto chiara e sentita.

Nelle poesie di Gaetano Catalani appare spesso la simbologia della nave che veleggia in un mare tumultuoso di ricordi e avversità dove spesso l’io lirico sembra percepire l’affiorare della memoria proprio come una nave che, baldanzosa e in venti di bonaccia o avversi, cerca un felice traghettamento alla costa. Ciò è per lo più impossibile e la visione della nave (dunque l’appropriazione del ricordo) rimane sempre per lo più distante, percepita come in una vista panoramica in cui è palese l’inabilità dell’uomo di poterla concretamente percepire. È una nave che, a intervalli si avvista, non senza difficoltà, tra i vapori e le brezze in rigurgito, di un mare che non è mai piatto come forse vorremmo.

Gaetano Catalani ci parla con un tono intimo di quei momenti in cui soffre del “rimpianto e l’ansia della sera” (25) momento nel quale il passato che si vorrebbe abbracciare tanto da sciogliere nel presente si è invece fatto roccia ed è insondabile. Esso è ormai un lastricato di cemento, saldo e freddo, dove si stagliano, pietosamente, i “momenti ormai perduti” (25).

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Gaetano Catalani, autore del libro

Struggente e assai romantica la poesia “Una nebbia sui ricordi” nella quale il Nostro sembra parlare sottovoce della figura dell’amata madre, ripercorrendo istanti di un presente dominato dalla vecchiaia e con essa dall’inasprimento di una malattia degenerativa che con l’usura del corpo porta con sé anche l’annientamento della mente. Il Nostro cerca di coinvolgere la donna in un colloquio assai sofferente nel tentativo di poter udire la sua voce (“China la testa ma non mi risponde”, 28) mentre ormai lei sembra viaggiare su lidi diversi che l’hanno privata della consapevolezza: “La sua memoria s’immerge nel vuoto” (29). Nel doloroso carme di un uomo profondo che in qualche modo non accetta il depauperamento della coscienza e con essa la perdita del mondo che fu, “ritorna la nebbia e lei già non ricorda” (29).

C’è spazio nella raccolta anche a componimenti dedicati più propriamente alle pieghe amare di un mondo in subbuglio dove sono la meschinità e il malaffare a dominare. Così come avviene nella lirica “E venne il giorno più bello” nella quale si rievoca un episodio della Calabria mafiosa con i suoi “fuoc[hi] di lupara” (31) e la “malerba […] [che] non vuol morire” (31). Amara la chiusura della poesia ispirata a una terra di miti e di odori speziati che diviene “prigioniera,/ senza catene, ma nell’omertà legata” (31). Sembra in un certo qual modo percepire il tono duro e ammonente del Sciascia mafiologo nella chiusa dove Catalani annota con una veemenza priva di retorica una nefanda realtà: “La storia si ripete sempre uguale” (31). La criminalità organizzata ritorna nella lieve poesia ispirata al “Giudice ragazzino”, emblema di una promessa autentica alla legalità che viene ripagata con le nefandezze della violenza: “Lampi di fuoco arrivarono improvvisi,/ a nulla valse la corsa fra gli aranci,/ e sotto un fuoco incrociato di lupare/ crollasti come aquilone senza vento” (34). L’assassinio del ragazzino che cade tra gli aranci che sprizzano vita è emblema fastidioso della morte che convive con la vita, dell’indifferenza connaturata nell’uomo che si protrae nei confronti degli altri con i derivati pericolosi dell’egoismo, dell’autorità e della supposta legittimità nell’uso di un codice d’onore che tutto può.

Ogni componimento del libro gode di una sua luce, cioè di una potenza visiva ed emozionale talmente forte ed accentuata capace di provocare nel lettore un senso di fastidio e di ribellione, nel caso dei carmi civili, o di una compartecipazione intima al dramma del Nostro nella divampante disillusione di un tempo feroce che svilisce il ricordo.

Menzioni particolari, oltre alla poesia “Una nebbia sui ricordi” vanno alle liriche “Il tarlo” e “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo” dedicate entrambe al mondo della malattia. Ne “Il tarlo” il Nostro traccia con imperitura attenzione l’immagine di splendore e felicità di una ragazza al traguardo negli studi che dovrebbe esser felice per aver tutta la vita dinanzi e che, invece, vive già con un tormento per lo più sottaciuto ma che ingabbia il suo cuore. Quello di una malattia invalidante e degenerativa nella quale le “gambe s’intorpidi[scono]” (36) che potrebbe essere la Sclerosi Multipla dacché il poeta stesso chiarifica in un verso che “C’è qualcosa che la mielina distrugge” (36). Un fiore che si appassisce di colpo prima del tempo gravato dai dettami di una malattia infingarda che non ha una vera cura risolutiva. “Oggi sei una nuvola” (36) annota il Nostro approssimandosi alla chiusa nella quale sono vibranti la commozione e il senso quasi d’asfissia che si provano dinanzi ad un dolore ampio e ingiusto.

Nella lirica “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo”, Catalani affronta con la profondità di sentimento che gli è propria e che lo caratterizza in maniera distintiva nell’ampio panorama del fare poetico attuale, il mondo della disabilità sensoriale. Sembrerebbe la cecità (“i suoi occhi scrutano/ ma non le guardano”, 37) ma più probabilmente ci troviamo dinanzi a una persona sorda (“le mie parole sentono,/ ma non le ascoltano”, 37). A dominare su questa assenza sensoriale, alla penuria di forme esperibili della conoscenza, alla fatica di interagire col mondo, sono i versi più luminosi ed incoraggianti dell’intero libro che il Nostro ci regala con viva generosità a manifestazione della sua anima sentitamente ricca e sensibile: “Ma il silenzio non si può ascoltare,/ si può solo percepire come un profumo” (37).

Grazie Gaetano Catalani!

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-12-2015

“Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” di Davide Rocco Colacrai, recensione di L. Spurio

Davide Rocco Colacrai, Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte, Progetto Cultura, Roma, 2015.

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

le-trentatre-versioni-di-unape-di-mezzanotteLa nuova fatica letteraria di Davide Rocco Colacrai, Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte, richiama subito, con viva curiosità e compartecipazione, l’attenzione del lettore. Non solo il titolo, acchiappante ed enigmatico, sul quale cercheremo di dire qualcosa ma anche l’immagine astratta, pluricromatica, di un’opera artistica di Francesca Fumagalli.

Questo libro di poesie contiene in sé una molteplicità di codici linguistico-comunicativi: dai versi del Nostro, alle immagini rese in bianco e nero, opera di Mirko Bassi che, pur non fornendo la completa concretizzazione visiva di ciò di cui il Nostro parla, sono senz’altro un buon corredo e motivo di maggiore elucubrazione.

Il titolo di un volume è sempre importante perché in base alla suggestione o all’indifferenza che nutriamo verso di esso, ci avviciniamo in maniera diametralmente diversa al testo, ai suoi contenuti, ed ha quindi una funzione premonitrice, in qualche modo, del grado di saziabilità che il lettore potrà maturare poi nella lettura. Questo, chiaramente, non sempre accade ma nella stragrande maggioranza dei casi, sì. Nel titolo si parla di “versioni” quasi da intendere l’intento del Nostro di avvicinarsi sempre più a una stesura ultima e definitiva, a una resa perfetta pur se ancora pefettibile delle sue vicende liriche. Le versioni non fanno che pensare a quelle noiose di qualche lingua classica e dunque a un mondo di sofferta sopportazione dove era l’elemento della traduzione da una lingua ad un’altra, la trasposizione di codici linguistici diversi, a dominare. Vien da pensare anche ad altro e, comunque, a un’idea di pluralità, di un lavoro di cesello e studio, di perfezionamento e di continuo impiego di mezzi volti all’attuazione di una completezza più viva e concreta. Il “trentatré” è significativo quale numero per la simbologia che richiama essendo la duplicazione di due cifre “tre” che richiamano non solo la Trinità ed hanno quindi una chiara valenza religiosa, ma anche la perfezione, la forma del triangolo con i tre vertici e, ad ogni modo, il senso di chiusura e indipendenza. Ci si chiede, poi, cosa possa combinare un’ape a mezzanotte quando solitamente l’insetto è percepibile come un abitatore esclusivamente o prettamente diurno. L’orario, quello della mezzanotte, chiama senz’altro in causa il senso del limite, di quella frontiera labile e invisibile tra il già stato (il passato) e quello che si annuncia (il futuro) marcando, dunque, un tempo irreversibile e quasi sospeso, difficile da concepire in maniera completa.

Queste sono delle mere riflessioni che ho fatto approssimandomi al volume di cui, passando alla lettura del contenuto, ho oltremodo apprezzato la carica visiva del verso ossia la profonda competenza del Nostro nell’elargire immagini nitide aperte all’evocazione e dunque alla trasposizione di altro, il tutto con un linguaggio paradigmatico, spesso pieno di ossimori e di accostamenti inconsueti.

Concettualmente il Nostro parte dalla macro-tematica del tempo che ha sempre influenzato o tormentato poeti e scrittori per dar sfogo a riflessioni piene di obiettività nonché lucide su quanto è capace di osservare nella vita di tutti i giorni: “ogni ricordo è una ruga/ ogni ruga è un tempo/ il tempo è un sogno solo tentato” (16). Se, allora, il tempo è un sogno, è intuitivo credere che Davide Rocco Colacrai non ravvisi in esso il potere titanico che si concretizza nel veloce scorrere, nell’inclemenza dell’incedere e nella trasformazione dell’organico, piuttosto viene concepito come una presenza che è tale perché così abbiamo deciso di percepirla. Il tempo, che è qualcosa di impercettibile e difficilmente definibile, non permette, infatti, una efficace operazione di analisi dello stesso né di eventuali partizioni della materia per poterlo meglio indagare: la costruzione dell’orologio, la divisione del tempo in minuti, ore, giorni, etc. è una mera invenzione umana volta a garantire un più pratico ed efficace approvvigionamento dell’uomo nei confronti dell’esistenza. Ma il tempo non esiste, esso è vacuo e infertile, non è palpabile, non è circoscrivibile, proprio come un sogno, che non ha legami di sorta, non ha una fine né un inizio, non pretende l’osservanza di regole o dettami.

Particolarmente rilevante all’interno della silloge risulta la poesia “I giorni della vendemmia (1984)” nella quale il Nostro rievoca ricordi nella cornice arcadica della vita di campagna il periodo della vendemmia in unione con i nonni. Nella prima strofa colpiscono i riferimenti assai precisi, direi quasi tratti da una cronaca, che il Nostro ci fornisce e che meglio permettono di definire il contesto storico-sociale: “si vedeva Berlinguer in televisione” (21). Il dolce ricordo di quell’esperienza a contatto con la Madre Terra è a suo modo gravato da una contraddizione piuttosto palpabile: le preghiere recitate coi nonni durante il periodo di vendemmia sono inframezzate alle letture di Pier Vittorio Tondelli, autore iconoclasta e immagine delle mode libertine degli anni ’80. Davide Rocco Colacrai in questa lirica di velati rimandi anacreontici traccia il suo affacciarsi al mondo quale uomo in seguito alla “scoperta della carne” (21). Momenti che il Nostro ripercorre con la lievità del ricordo non mancando di sottolineare quanto il “toccare a piedi scalzi la terra” (21) fosse un atto rinfrancante e pacificante.

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Davide Rocco Colacrai, l’autore del libro

Varie altre liriche sembrano, invece, adottare un procedimento immedesimativo al quanto differente dove è un atteggiamento di mimesi distanziata,  di personalizzazione altra (vien in mente il teatro didascalico di Brecht) a permettere di affrontare un tema assai delicato, quello familiare. In queste liriche, nelle quale spesso l’io lirico si fa femminile, il Nostro affida alla carta passioni e timori, considerazioni e stati d’animo di una ragazza in relazione al rapporto con il genitore paterno. Ciò avviene in “Il mio babbo ed io”e ritorna in “La vita segreta di un’ape”. La possibilità che il Nostro abbia desiderato far parlare la natura animale (la cagna e l’ape) facendole intervenire dialogicamente nei pensieri comunicativi dell’io lirico è, appunto, una possibilità che non va del tutto scartata. Ma se decidiamo di permanere su di un piano oggettivo di analisi, curiosa è la situazione che il Nostro più volte dipinge in cui l’universo familiare sembra in qualche modo frammentato e asfittico, dove la figura del padre viene divinizzata e la madre è completamente assente. La bambina (o ragazza) tra questi “cerchi stanchi d’ape” (28) è come se vivesse un’accelerazione temporale: è sì bambina, ma in pratica attua come donna adulta, divenendo madre di suo padre, in un paradosso contenutistico sul tema-cardine del tempo che senz’altro chiama a una maggiore riflessione.

Il mito demitizzato dell’infanzia è presente anche in “Capitolo 9” in cui si legge una attestazione originale che in qualche modo si lega alla poetica pascoliana del Fanciullino e che ha di certo una seria componente psicanalitica alla base: “forse un uomo/ rimane sempre il bambino che è stato” (33). In “Mia madre è stata una bambina” il Nostro rintraccia la fase infantile in un tempo prodromico e introduttivo alla vita, uguale ed universale per ciascuno, riflettendo appunto sull’età nella quale la madre era bambina mentre ora è configurabile solo come una “ombra” (38) la cui voce va ricercando in quella del vento e della polvere.

Nitidi intenti civili si ravvisano in “C’era una volta l’Argentina di Juan (1979)” dove il Nostro si riferisce al fenomeno massiccio di rapimento, segregazione e occultamento operato dalle forze governative durante i governi presidenziali-militari di alcuni paesi del Sud America. Davide Rocco Colacrai con il suo componimento, che si caratterizza per versi di media lunghezza, è capace di trasmettere nel lettore il senso di stordimento e delusione per una infamia tanto grave, protrattasi per troppo tempo e che ha privato a milioni di congiunti non solo di riabbracciare il proprio caro ma di poter avere i suoi resti dove poter piangere. La silente e invisibile deportazione di tanti uomini è descritta dal Nostro come l’atto di svanire, come se fosse possibile dal giorno alla notte far sparire centinaia e centinaia di persone dalla faccia della Terra. Corpi sottratti alle famiglie, agli amici e a una esistenza da vivere, ad un suolo dove poter esser contemplati tanto da divenire “ombre [che vagano] in punta di piedi” (39).

A suggellare questa interessante plaquette foriera di divagazioni di vario tipo sono alcuni componimenti scritti in sintonia con altri poeti, a quattro mani, come la poesia “Manny e l’infinito” scritta assieme al poeta bolognese Stefano Baldinu.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-12-2015

1° Premio Letterario PoetiKanten per opere narrative e saggistiche

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  1. Sezioni di partecipazione

Sezione A – NARRATIVA * Racconto breve a tema libero

Sezione B – SAGGISTICA * Saggio di argomento umanistico, articolo divulgativo o critica letteraria, recensione, dissertazione

 

  1. Caratteristica dei testi

I testi possono essere, indifferentemente, editi od inediti. L’importante è che non abbiano ottenuto un premio da podio (1°, 2° o 3°) in un precedente concorso letterario.

È possibile partecipare con testi scritti a quattro mani.

 

  1. Norme aggiuntive sui testi

I concorrenti si assumono automaticamente la responsabilità della paternità dei testi: l’Associazione PoetiKanten non risponde di eventuali plagi, come di partecipazioni effettuate contro la volontà degli autori e di tutto quanto non rientra nelle proprie competenze qui specificate.

I testi non devono presentare elementi razzisti, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza, alla discriminazione di ciascun tipo.

 

  1. Lunghezza dei testi

Per entrambe le sezioni si chiede di inviare testi in formato word muniti di titolo che non superino le 4 cartelle editoriali.

Nel caso della sezione B eventuali note e bibliografia non dovranno essere conteggiate nel quantitativo delle cartelle richieste.

 

  1. Testi di partecipazione

È possibile partecipare a ciascuna sezione inviando da 1 a 3 testi.

È possibile partecipare ad entrambe le sezioni del premio corrispondendo le relative quote di partecipazione secondo il punto nr. 4.

 

  1. Tassa di lettura

Per la partecipazione al concorso è richiesto il pagamento di una quota di partecipazione pari a 10 € per ciascun testo presentato. Nel caso si presentino più testi nella stessa sezione o si partecipi ad entrambe le sezioni è richiesto di corrispondere quale quota il totale derivante da 10€ per ciascun testo presentato.

Le modalità di pagamento previsto sono indicate a continuazione.

È richiesto al partecipante di inviare assieme ai suoi materiali copia della ricevuta del pagamento effettuato o trascrizione del CRO del bonifico o dei dati di timbratura dell’Ufficio Postale.

Bonifico

IBAN:   IT19N0760102800001029344650

Intestazione: Associazione PoetiKanten

Causale: Concorso Letterario PoetiKanten

Bollettino postale

CC: 001029344650

Intestazione: Associazione PoetiKanten

Causale: Concorso Letterario PoetiKanten

 

  1. Modalità di invio dei materiali

I materiali (consistenti in testi di partecipazione rigorosamente anonimi, scheda di partecipazione e ricevuta del pagamento effettuato) dovranno pervenire a solo mezzo mail all’indirizzo poetikantenedizioni@gmail.com indicando nell’oggetto “Concorso PoetiKanten”.

La segreteria del Premio provvederà ad inviare mail di conferma ad ogni partecipante che avrà regolarmente inviato la documentazione secondo quanto specificato dal presente bando.

 

  1. Scadenza di invio

La documentazione completa per partecipare al concorso deve pervenire entro e non oltre la data del 15 Aprile 2016 secondo le indicazioni riportate all’articolo 7.

 

  1. La Commissione di Giuria

La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario: Iuri Lombardi (Presidente di PoetiKanten Edizioni – Presidente del Premio), Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Alessio De Luca, Rita Barbieri, Grazia Finocchiaro,  Massimo Rosati, Raffaele Urraro, Amedeo Di Sora.

 

  1. Consistenza dei Premi

La Giuria provvederà a indicare i primi tre premiati e una rosa ristretta di Menzioni d’Onore per entrambe le sezioni del Premio. Essi consisteranno in:

1° Premio = Pubblicazione di un libro in cartaceo con PoetiKanten Edizioni nella quantità di copie 50, targa e diploma con motivazione della Giuria

2° Premio = Targa, 100 € e diploma con motivazione della Giuria

3° Premio = Targa e diploma con la motivazione della Giuria

Menzioni d’Onore = Coppa e diploma

A discrezione della Giuria, laddove ulteriori testi risultino meritori di riconoscimento, si procederà con l’attribuzione di eventuali Premi Speciali o Diplomi.

Nel caso in cui non saranno pervenuti una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per particolari opere, l’organizzazione si riserva di non attribuire determinati premi.

 

  1. Cerimonia di premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà in un fine settimana di Ottobre 2016 a Firenze. Informazioni in merito alla data precisa e alla location verranno fornite a tutti i partecipanti con debito preavviso.

Tutti i premiati a vario titolo sono invitati a prendere parte alla cerimonia. I premi in denaro e il premio consistente nella pubblicazione dei libri (1° premio) dovranno necessariamente essere ritirati personalmente o da un delegato. Tutti gli altri premi (targhe, coppe e diplomi) potranno essere inviati per posta dietro pagamento delle relative spese postali.

 

  1. Disposizioni finali

Prendendo parte al concorso in oggetto si accetta implicitamente ogni articolo di cui si compone il presente bando di partecipazione.

 

 Info: poetikantenedizioni@gmail.com

 

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Nome/Cognome _____________________________________________________

Residente a ___________________________ prov ______________

in via __________________________n°_______ cap __________

Tel. _______________________ Mail _______________________

Partecipa alla/e sezione/i  [    ]  A- RACCONTO       [     ] B- SAGGIO

dal titolo/i _______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

Presa visione del regolamento, ne accetto tutte le condizioni riportate e chiedo di partecipare alla 1° edizione del Concorso Letterario PoetiKanten

 

Luogo, data                                                                         Firma

____________________                               _____________________

 

DICHIARAZIONE

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 □ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e all’uso degli stessi per la diffusione di attività inerenti a PoetiKanten Edizioni.

Luogo, data                                                                         Firma

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Info: poetikantenedizioni@gmail.com

“Carlo Fiore” di Camilla Cortese, recensione di Lorenzo Spurio

Carlo Fiore di Camilla Cortese

EdiKiT, Brescia, 2015

ISBN: 978-88-98423-29-3

Recensione di Lorenzo Spurio

downloadLa straordinaria lucentezza di questo romanzo breve della veronese Camilla Cortese sta nell’intuizione avuta nel procedimento di avvicinamento dell’io narrante alla materia trattata. Quasi una immedesimazione. C’è nella Nostra, per dirla in altri termini, una profonda empatia nel modo in cui narra tanto da poter azzardare l’idea che, in fondo, il romanzo sia una sorta di diario, un’agenda personale ed intima aggiornata qua e là con gli avvenimenti più cruciali per l’esistenza del personaggio principale. Sagacemente e con un desiderio quanto mai palpabile di impregnare la narrazione di un vissuto autentico, sperimentato e affrontato mese dopo mese, la Nostra impiega uno stratagemma di mimesi fingendo una spersonalizzazione. I fatti, pure puntuali e descritti con un coinvolgimento emotivo più che vivido, non sono narrati da un personaggio concretamente presente sulla scena ma da un personaggio in stato embrionale: un nascituro, appunto, che nella pancia della giovane madre sembra vedere meglio di ciascun altro ciò che accade attorno a lui.

Se da una parte si potrebbe temere che tale appropriazione della realtà e di ciò che in essa accade sia in qualche maniera viziata, se non forzata, Camilla Cortese vuole in questa maniera sottolineare le perplessità della madre e della società verso la condizione di donna-madre, dunque di una famiglia che crescerà senza il genitore maschile.

A contornare le vicende la Nostra ha provveduto a costruire una cornice storico-politica significativa e che ben si amalgama alla narrazione personale ivi contenuta. Lo scenario è quello della Torino a cavallo tra gli anni ’70 e gli inizi degli ’80 in un momento di crisi sociale ben tratteggiato dall’autrice: “movimenti studenteschi, […] tensioni politiche e […] occupazioni, […] collettivi e […] femminismo” (19).

Rilevanti sono anche i contenuti che fanno riferimento a un difficile rapporto familiare, dimensione dove la Nostra vive tra l’insubordinazione a un padre gretto e disattento e a una madre debole e remissiva che ne motivano il distacco da casa, anche per i motivi di studio, tanto che la protagonista vivrà con la zia rimasta vedova anni prima, una donna simpatica e dall’animo accogliente, disponibile e di vedute ben oltre il cliché chiuso e moralizzante del periodo.

La rottura già iniziata da vari anni (il ’68 e le sue battaglie sono già passati) tra i due modelli di vita sociale che da una parte vede la centralità della famiglia con obblighi e tabù e dall’altra un’emancipazionismo fondato su un senso di maggiore equità e di effettiva battaglia sessuale fa capolino più volte nel romanzo tra il padre austero che parla di onore e che non è in grado di accettare ciò che nella sua filosofia di uomo semplice è visto come un atto immorale e perverso e, appunto, la zia Clara che aiuta la maturazione della Nostra, ne accetta gli ideali con responsabilità, è fautrice di una società nuova che va formandosi.

Si ripropone così il duello tipico tra interesse personali, egoismo, bramosia di denaro e attaccamento alle proprie realtà materiali (tipica del padre) con la libertà di scegliere la propria vita e non di subirla come è stata per gli antecessori (la zia). Se il rimanere incinta di un ragazzo che non è disposto a dichiarare le sue responsabilità, a sposarsi con la donna e a diventare padre per un uomo all’antica è sinonimo di vigliaccheria e immoralità e dunque è disonorevole per la donna, la nuova società acconsente alla pratica dell’aborto. Mezzo quanto mai complicato e delicato di risoluzione di un problema che qui non si vuole discutere ma che la Nostra pone manifesto nel romanzo quale nuova via che la società ha per rispondere a una condizione d’urgenza. La Nostra non accetterà questa strada, sia perché ci tiene a stringere a sé il frutto del suo frugale amore con il ragazzo che si è unito a lei, sia perché in fondo, pur essendo molto diversa dal padre, sa bene che l’interruzione di gravidanza non è una soluzione efficace né giusta.

C’è da aggiungere, inoltre, che il romanzo stesso non esisterebbe se la donna effettivamente non avesse portato a termine la gravidanza, dato che è proprio l’infante che, dentro di lei, scruta e analizza, parla e capisce, ragiona e fa collegamenti, spiega e costruisce, sogna e spera.

Se in qualche modo il patriarcato e gli ideali austeri del mondo di provincia di decenni orsono sono posti sotto la lente d’ingrandimento e presi in parte come bersaglio per essere concausa di un incivilimento morale improntato alla mancata evoluzione sociale e dunque alla sperequazione di disuguaglianze, d’altro canto il romanzo non è uno scritto sull’eversione né consacra il femminismo come elemento trainante di tutta la narrazione. Nel fermento civile di quegli anni la Nostra non manca di osservare una certa ambiguità nell’adozione di comportamenti paradossali, sincronismi nelle rivendicazioni, confusioni che ancor meglio delineano l’impasse del paese alle prese con ideologie e manifestazioni: “I preti portano l’eskimo, gli uomini parrucche da donna, i dirigenti Fiat viaggiano con la scorta, i terroristi pretendono di educare!” (26). Se l’ampio capitolo del libertarismo delle lotte sociali legate alla rivoluzioni sociali è precedente a ciò di cui la Nostra narra è comunque possibile percepirne strascichi e continuazioni di varia forma nell’inedito approccio alla sfera sessuale: sesso meno disinibito, multiforme, ludico, sociale e soprattutto privo di insubordinazione o violenza tra i partner.

In tutto ciò, sempre presente e con una predisposizione amichevole e da pari, senza una comunicazione assertiva e inappuntabile come era quella del padre, è la zia ad accogliere la Nostra e a sostenere i suoi bisogni cullandone le speranze, mitigandone i timori facendo di lei la donna matura e lucida che al termine del romanzo inizierà ad essere madre.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-11-2015

L’esordio poetico di Michele Paoletti: “Come fosse giovedì”, a cura di Lorenzo Spurio

Come fosse giovedì

di Michele Paoletti

puntoacapo editrice, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio 

comefossegiovediIl giovane toscano Michele Paoletti ha recentemente esordito nel mondo della poesia con la plaquette Come fosse giovedì edita per i tipi di Punto a Capo Editrice. Titolo enigmatico e curioso quello che Paoletti ha scelto per la sua opera prima con il quale, forse, intende proiettare il suo lavoro verso una dimensione cara al quotidiano fatta cioè di piccole cose, spesso ripetitive e anonime, addirittura stancanti od alienanti dove, però, non manca mai una sana osservazione sul mondo che lo circonda.

Il volumetto (si tratta di un libriccino, ma è bene che sia così per un’opera prima, trattandosi di poesia) si costruisce di liriche dall’impianto diversificato, più o meno lunghe, sebbene sia sempre una meticolosa tecnica sintetica a privilegiare nella costruzione del verso. Paoletti sembra spesso lapidario nel suo poetare, quasi freddo e disarmante in ciò che via via presenta al lettore, provvedendo a una disanima curiosa e singolare del mondo di fuori e di quello di dentro dove non di rado sembra possibile leggere una velata nota di tormento (“il mio ottuso male”, p. 5; “compie il percorso/ tra me e il rimorso”, p. 5; “Solitudine/ un freddo di ceramica sbeccata/ ramo conficcato controvento”, p. 37).

Siamo però ben distanti da quell’ “asciuttismo” riduttivistico che potrebbe far debordare la sua poetica in un anacronistico eccesso di sperimentalismo o addirittura nell’adozione di un canone più propriamente ermetico perché in fondo i costrutti, le correlazioni oggetto-predicato, le qualificazioni aggettivali e caratteriali rimangono sempre ben note e riducibili a un chiaro intento creativo del Nostro.

Come lucidamente osservato da Mauro Ferrari nell’apparato di postfazione ci troviamo dinanzi a una “teatralizzazione” dell’esperienza vissuta, osservazione, questa, che mi sento di sposare con viva partecipazione essendo Paoletti un uomo che ha il teatro nel sangue e che ne dà traccia visiva anche nel verso ora qua ora là con espressioni, termini ed elementi che sono sintomaticamente connotati per il loro legame con l’universo drammaturgico. Se Ferrari evita quella che potrebbe essere una semplice elencazione degli stessi a me pare, invece, che ciò sia estremamente significativo fare sia per dar supporto a quanto si dice, sia per rivelare quanto ogni ambito del mondo teatrale sia d’interesse del Nostro. Non solo quella che potremmo definire l’architettura teatrale o la dimensione palco (il “sipario”, p. 21), ma anche e soprattutto gli attori ossia coloro che animano un vissuto, che lo impersonificano: persone che nel momento in cui “recitano una parte” di punto smettono di essere ciò che sono lasciando in sospeso la propria identità. Si cita così il “copione”, la “scenografia”, “la scena” che addirittura è “scorticata” a suggellare l’essenzialità della forma. È uno spazio magico quello del palcoscenico dove non è solo l’inganno che spesso Paoletti cita, forse quale espressione di rappresentazioni burlesche, buffonesche (si parla di “fantocci”, p. 18 che fanno pensare al teatro delle maschere o a quello dell’assurdo) o addirittura parodie, ma anche il processo trasformativo delle genti, la componente metamorfica delle persone a personaggi a dominare. Non sono molto convinto nel sostenere che nell’opera vi siano elementi da vera e propria tragicommedia, il cui sentimento è poi il sale della nostra esistenza, piuttosto preferirei parlare di un clima spesso cupo più incline al dramma nel senso più ampio del termine nonostante in una lirica non si parli che di “commedia”, “applausi”, “cipria”, “cerone” (p. 14) etc. ad intendere una rappresentazione probabilmente divertente o percepita tale dal pubblico. Tra le righe va colta anche una chiara e spietata denuncia che Paoletti sente di dover fare a mezzo poetico: “Quanto teatro recitato male” (p. 24) ma essendo, poi, la vita un grande teatro fatto di momenti di gioia ed altri di dolore, di euforie motivate e di depressioni lancinanti allora c’è da domandarsi, e credo che sia contenuto qui il vero messaggio dell’opera, perché recitiamo male il nostro copione della vita, ossia perché spesso viviamo male cioè siamo portati a perpetuare il male in varie forme e a vari livelli. Se è giusto osservare che sia dello stesso autore  l’intento di veicolare un simile monito di considerazione e di riflessione sulla società, allora è bene che ne facciamo testamento di vita affinché quel teatro che è la vita sia sempre più improntato a una commedia dai toni lievi e ridanciani piuttosto che a un dramma d’insolvibile fuga.

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-08-2015

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