“Persecuzione” di Alessandro Piperno, recensione di Anna Maria Balzano

Persecuzione
di Alessandro Piperno
Milano, Mondadori, 2010
Pagine: 417
Costo: 17 €
 
Recensione di Anna Maria Balzano

 

cop“Persecuzione” di Alessandro Piperno è il primo volume di un’opera complessiva, che con evidente riferimento alla Recherche di Proust l’autore ha intitolato “Il fuoco amico dei ricordi”.  D’altra parte ciò non può né deve stupire, dal momento che Piperno è uno straordinario studioso del grande scrittore francese con cui condivide l’origine ebraica. La funzione della memoria è, proprio in tale prospettiva, di grande importanza e offre lo spunto a numerose riflessioni e considerazioni.

La citazione dal De consolatione di Boezio “Sei rimasto in silenzio per la vergogna o per lo stupore?” posta prima dell’inizio del romanzo, pone subito il lettore di fronte a un enigma che lo accompagnerà fino alla fine del racconto.

Il celebre professore primario di oncologia pediatrica, Leo Pontecorvo, amato e stimato nell’ambiente di lavoro come tra le mura domestiche, si trova improvvisamente costretto a difendersi da un’accusa infamante avanzata contro di lui da una tredicenne, fidanzatina del figlio.

La personalità di Leo è delineata, all’inizio, a mio avviso, con intenzionale ambiguità, per lasciare nel lettore un certo dubbio sulla sua effettiva integrità morale.

Certamente Leo è l’opposto di Rachel, sua moglie, che è pura razionalità.

Anche lei di origine ebraica, ma di estrazione sociale assai più modesta,  spesso rinfaccia al marito la sua appartenenza a quella ricca borghesia che s’era potuta permettere di risiedere in Svizzera negli agi, durante le persecuzioni naziste e fasciste. Leo e Rachel sembrano rappresentare i due opposti stereotipi dell’ebreo, uno remissivo e rassegnato di fronte ai soprusi, l’altra più aggressiva e determinata nel raggiungere e conservare i privilegi conquistati faticosamente.

Ed è in questa prospettiva che il personaggio di Rachel si delinea in tutta la sua ferocia e la sua negatività: senza esitare e senza neanche chiedersi se le accuse contro il marito abbiano un sia pur minimo fondamento, lo allontana dalla sua vita e dall’affetto dei figli, costringendolo a un isolamento fisico e spirituale, chiuso nel seminterrato della loro villa, da cui lui avrà della vita dei suoi cari solo una visione parziale e dal basso, sbirciando dalle finestre a livello terra.

Certo la descrizione del carattere di Leo suscita più di una volta il dubbio che la sua generosità sia piuttosto dabbenaggine, che la sua superficialità sia solo apparente e nasconda invece una forma di repressa consapevole perversione; tuttavia, l’evoluzione del personaggio che va perdendo ogni connotazione umana, fino a identificarsi con l’orrido scarafaggio di creazione kafkiana, induce ad amare considerazioni su quello che è tutto il mondo che lo circonda, dall’avvocato Herrera, al piccolo paziente salvato, Luchino, che ormai adulto ipocrita si è trasformato in un incubo ricorrente, all’assistente che lo accusa di strozzinaggio, dopo aver ricevuto da lui soldi in prestito senza interesse.

Ciò che sembra essere più devastante nella mente di Leo, però, è lo svanito rapporto con i figli, di cui ripercorre la vita dalla nascita, rivivendo con angoscia i momenti difficili e problematici.

E dunque la fine di Leo è segnata: è una fine squallida, come può esserla quella d’un insetto o d’un topo di fogna, anche se poco prima di morire si rivede sul grande letto matrimoniale dove trovano posto tutte le persone da lui amate, dalla madre, a Rachel, ai figli, in un tentativo immaginario di abbraccio consolatorio.

E dunque l’interrogativo iniziale si ripropone alla fine, rimanendo senza sicura risposta   : “Sei rimasto in silenzio per la vergogna o per lo stupore?” .

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Natalia Di Bartolo

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €
 
Recensione a cura di Natalia Di Bartolo

Leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dei contenuti espressi dall’autore, ma anche nei confronti di se stessi.

Di fronte alla raccolta Pensieri minimi e massime (Photocity Edizioni, 2012), di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano, classe 1974, è consigliabile avere avuto un approccio non solo con la sua prima silloge poetica Per una strada (SBC Edizioni, 2009), che cronologicamente la precede, ma possibilmente anche con i suoi “documenti biografici” personali, quelli che l’autore denomina “cronologia bio-bibliografica”.

Tale denominazione dimostra a chi si accosti successivamente alla lettura del suo secondo libro, come nell’opera letteraria in questione ci si trovi davanti comunque ad una sorta di agenda-diario, in cui la vita e lo scrivere si fondono e si integrano inscindibilmente ed il cui archetipo è plausibile che sia stato generato (piace immaginarne il seguito scritto a mano ancora oggi), nei tempi della prima adolescenza, giorno per giorno, avvenimento per avvenimento. Ogni più piccolo dato “cronologico bio-bibliografico”, infatti, è stato ed è ancora oggi curato e “repertato” privatamente dall’autore con la certosina pazienza dettata dalla costanza e dal perseguire coscienziosamente lo scrivere, che egli ha ritenuto essere la propria strada e che adesso si è concretizzato anche in questa seconda pubblicazione, corredata da una personale “Introduzione alla Poesia” a cura dell’autore stesso.

Tale costanza, alimentata dalla passione per la propria attività, ha contribuito a rendere la strada suddetta decisamente valida da percorrere e questa, sia pure “sentiero scosceso” (22), in salita come tutte le “strade artistiche”, è stata ed è supportata da documenti vergati con tale determinazione e puntiglio da far pensare che quello dell’autore sia un metodo ammirevole e potenzialmente vincente.

Ma, tornando all’opera letteraria di cui trattasi, occorre leggere i pensieri e le massime di Emanuele Marcuccio soprattutto tenendo conto della sua indole di Poeta. È un’indole innata, che si manifesta fin dal 1990, in giovanissima età, sui banchi di scuola, che si pone come impellente ed imprescindibile, facendo sì addirittura che il poeta scriva per la strada, per esempio, dove, non avendo altro supporto cartaceo, appunta i versi su uno scontrino, o si destreggi in piedi con carta e penna su un autobus affollato: la forza incontenibile dell’ispirazione.

Ci si può chiedere, allora, come mai, quale seconda opera letteraria, il Marcuccio pubblichi un libro di pensieri e massime e non di altre poesie. Ad avviso di chi scrive, alla luce di quanto sopra rilevato a proposito del suo tenere in archivio ogni particolare della propria vita letteraria, il suo carattere è permeato anche da una positivamente pervicace volontà di “memoria esplicativa”, che serva a rendere pure più agevole il percorso della sua poetica, per il lettore e per se stesso. Il Poeta fa chiarezza, nei pensieri e nelle massime, perché ne sente la necessità, ma anche perché farlo è utile a chi legga ciò che ha già scritto in poesia e ciò che scriverà in futuro. Nulla è lasciato al caso, anche se aforismi e massime si rincorrono apparentemente senza ordine d’argomento.

S’inizia a trattare di Dolore: l’autore lo mette in prima linea, lo paragona al mare, con il fluire incessante dell’acqua, memore del bagaglio poetico degli studi umanistici, ma Uomo già abbastanza addentro alla vita per poter aver provato, come tutti, l’umanissimo, cocente sentore di sofferenza a cui si attribuisce l’ampia accezione di “dolore”, contro il quale, a suo dire, può solo l’Amore (8). E di nuovo campeggia tale Dolore, illuminato da un lampo di speranza (2). E dal dolore alla Musica (3), felice cambio di registro.

Poi, transitando per la Felicità (5), passa al Tempo (6); e dal Tempo, finalmente, alla Poesia, tema fondante dell’intera opera. Poesia che nasce dall’Ispirazione (10), punto nodale della poetica del Marcuccio.

Nell’Ispirazione egli ritiene che l’inconscio si possa addirittura perdere, come in una strada spoglia, senza fronde, senza appigli. Tenendo sempre quale fulcro la Poesia, scrive dell’Ispirazione in diversi aforismi, incrociandola con la Cultura, ritenendola madre della riflessione e della scrittura (22), entità breve, fuggitiva e svelta: ai poeti saperla afferrare e trattenere stretta al cuore (27), ma capricciosa padrona che spesso tarda a far loro visita (28); caos nel quale solo i poeti riescono a mettere ordine (53). E da qui si dipartono ancora riflessioni calzanti sulla Cultura, si ritorna alla Musica, ritenuta espressione superiore anche alla Poesia nell’essere capace di far intuire l’Universo (36) e si aprono ulteriori ma non secondarie digressioni sulla Lingua, sulla traduzione in lingua straniera dei testi poetici da effettuarsi senza esitazione possibilmente da parte dell’autore stesso (il Marcuccio è pure un ottimo traduttore in Inglese), perché, anche se “l’abito è cambiato”, permanga ugualmente il suo spirito (38); così come prima egli aveva posto l’accento sull’importanza del non rinnegare mai il proprio dialetto (20).

E ancora riflessioni sull’essere umano, sulla sua ipocrisia nella falsa amicizia (16), ma anche e soprattutto sul suo ruolo fondamentale di fruitore della Poesia, motivo per cui costui compare, a questo punto, tra gli aforismi e le massime. L’autore lo ritiene addirittura “creatore” del Poeta, che senza di lui e la sua trasmissibile emozione non esisterebbe (49) e si inoltra poi nell’ambito puramente tecnico-filologico di quella Lingua che egli ritiene adatta alla Poesia, dall’incipit all’explicit (55).

Musicalità, fluidità e spontaneità, sintesi folgorante, ispirazione, senza mediazioni né di metrica, né di rima: tutto questo è vera Poesia” secondo il Marcuccio (58), poeta “ribelle come il fuoco” (torna in mente Cecco Angiolieri) anche ai canoni della Prosa, così come un autentico poeta, a suo dire, deve essere (59).

Le pause in poesia ed in prosa (59 e 60), la punteggiatura, il bagaglio letterario in generale vengono presi in considerazione, così come si accennava precedentemente, in una volontà finalizzata anche all’esplicazione della tecnica poetica dell’Autore.

E dagli argomenti più specifici, ecco di nuovo dispiegarsi la concezione di Poesia del Marcuccio nel senso più ampio del termine. Egli, dopo gli aforismi riguardanti il proprio giudizio sui fruitori della Poesia , il “mercato”, i gusti dell’ “illetteratura” che imperano nel nostro mondo (70), si apre nuovamente alla ricerca di quella “definizione” di Poesia” che egli stesso sa introvabile, perché la Poesia non ha confini e quindi non può essere definita (73), “rende l’ordinario straordinario” (74), non è al sevizio di nessuno e “quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare” (76).

Ma il Marcuccio non si definisce “Poeta”: la ritiene una parola troppo importante per attribuirsela da sé: “è sempre meglio essere chiamato poeta dai propri lettori” (78). E’ dal cuore che i poeti traggono tesori (83), ma cosa c’è fuori dal proprio cuore? “Che cos’è la folla se non apparenza?” (86) e gli uomini hanno “gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” perché si fermano alle apparenze (87). Allora forse è meglio stare lontani dal mondo, quando si può, e leggere, perché leggendo si riesce a frenare il tempo (12) e “si vivono innumerevoli vite sognando” (84). E, come si era constatato nell’aforisma quaranta, è proprio perdendosi nei sogni che, secondo il Marcuccio, si riesce ad ignorare la realtà, ovvero il crudo dolore di vivere, che pure serve per non annegare: ecco il ritorno all’inizio, all’acqua, al mare, “nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante” (1); aggancio assolutamente velato, all’apparenza, ma che contribuisce a donare coerenza all’intera raccolta.

In essa il Marcuccio, intendendo mettere nero su bianco i suoi pensieri più pregnanti, invece di farlo in quella prosa ampia e stilisticamente coercitiva che non sente propria, lo fa in “pensieri minimi e massime”, come schivando la sua avversione verso la letteratura in prosa, ma servendosene ugualmente, con assunti sintatticamente spesso semplici, ma mai banali nei contenuti.

È riuscire a leggere il libro con la massima attenzione fin dall’inizio che ne dà il vero senso: al primo impatto, se quest’ultimo è superficiale, risulta possibile che l’opera non venga colta nella interezza della propria profondità e della propria utilità, perché potrebbe risultare un insieme apparentemente indistinto di riflessioni su argomenti svariati in ordine sparso. Se sviscerata con l’intento di penetrarne il significato fin dal primo pensiero, viene fuori, invece, il suddetto filo conduttore, tutto ciò che veramente l’autore ha sentito di esprimere, mediando pure tra Fede Cristiana ed amore per la Poesia Classica, in particolare per quella Tragica Greca (39) e per quella di Shakespeare, che traspare lampante da alcuni aforismi (non solo nel sessantanove, dove si opera palesemente una parafrasi della celebre frase de La Tempesta: “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, che qui diventano “le stelle”, ma anche nel ventotto e poi nel settantasei, dove aleggia lieve la Queen Mab di Romeo and Juliet).

Quasi liberatorio, poi, appare l’aderire dell’autore alla celebre poetica del Pascoli, in quell’“obliato proprio sé fanciullo” (da un verso della sua poesia “Sé e gli altri”, tratto dal volume Per una strada), condividendola ed esprimendone la condivisione senza alcuna remora né riserbo, senza alcun timore di ripetersi né di ripetere.

Il Marcuccio conduce il lettore tra le pagine di questa breve raccolta proprio con i pensieri che più lo rappresentano, che maggiormente danno l’idea della sua condizione di poeta che, pur nella sede specifica non poetando, sa trasmettere anche in tale contesto la profondità del proprio sentire, per se stesso e per chi legga. Quindi, ritornando all’inizio del presente commento, chi scrive, dopo aver condiviso tanti pensieri, dopo aver letto tante massime che a volte, proprio nella loro costruzione, esse stesse appaiono illuminate da un bagliore poetico, torna, chiudendo il personalissimo circuito del proprio sentire, a riflettere come sia vero che “leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dell’autore, ma anche nei confronti di se stessi”.

 

Natalia Di Bartolo

(Scrittrice, Poetessa, Critico Letterario-recensionista)

 

Catania, 19 novembre 2012

 

 

 

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“Vidas al límite” di Juan José Millás, recensione di Lorenzo Spurio

Vidas al límite

di Juan José Millás

prefazione di Ángel Gabilondo

Seix Barral, 2012

ISBN: 978-84-322-1049-5

Numero di pagine: 377

Costo: 19 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

«Le ombre dei cadaveri rimasero impresse nel suolo come il negativo di una foto. La gente rimase cieca, continuando a rendersi conto che la propria pelle si staccava dal corpo come la buccia di una banana. Per la strada correvano persone senza bocca, con il teschio aperto. Gli ospedali erano stati distrutti e molti dottori erano feriti o morti. Nelle vene scomparivano i globuli rossi e si moltiplicavano i globuli bianchi. Poi arrivarono la pioggia nera e la leucemia. Nel museo dell’olocausto una guida spiega che l’inquinamento di Fukushima è uguale a quello di Hiroshima»[1], scrive Millás nel racconto “Viaggio in Giappone” che chiude il libro in questione. Questo libro è un pugno nello stomaco. Non ce ne rendiamo conto una volta finito, ma racconto dopo racconto in cui Millás è come se punzecchiasse su una ferita fresca.

Juan José Millás, celebre narratore spagnolo con all’attivo una serie di romanzi e varie raccolte di racconti, ancora una volta dà prova di essere un grande scrittore. L’autore, celebre anche per i suoi “articuentos” (termine di sua invenzione, ossia una sorta di racconto e di articolo giornalistico) e per i suo “micro-relatos” è un grande artefice del genere narrativo breve. Nella sua nuova opera, Vidas al límite, titolo che non necessita di una traduzione, sono raccolti vari racconti scritti tra il 2008 e il 2012 e pubblicati su El País nei quali l’autore-narratore si cela nella forma di una “ombra” che segue fedelmente i personaggi che va descrivendo. Questi scritti sono racconti e al contempo non lo sono.  Millás inserisce la cronaca di sue esperienze, di suoi viaggi e soprattutto di suoi incontri, mistificando di certo in vari punti come ciascun buon scrittore sa fare, consegnandoci però un’opera che è anche e soprattutto una forte critica sociale contro il menefreghismo, ad esempio, la poca solidarietà o addirittura lo spietato colonialismo degli europei.

Le “vite al limite” che il narratore descrive sono quelle di personaggi deboli, al margine della società sia per colpa di quest’ultima che li ghettizza, sia per la loro condizione patologica. La raccolta si apre con un racconto dal titolo “Biografia di una mosca” nel quale Millás, attraverso uno scienziato, è in grado di tracciare la vita di una mosca, dalla sua nascita alla morte, per concludere che, sebbene possa sembrare una cosa stupida, l’esistenza dell’insetto non è che una replica della sua vita, sebbene estremamente ridotta dato che la vita media di una mosca è di appena trenta giorni. Nella stessa maniera apparentemente surreale e con la sua descrizione attenta al dettaglio ci accompagna in altrettante storie: osserva la vita di un cieco e prova a vivere la condizione di questi per un giorno; segue la giornata di un malato di Alzheimer e quella di un ragazzo Down, poi quella di un malato di cancro per il quale non rimane speranza e quella di un cieco sordomuto. Ma non è solo la malattia che viene investigata in questa maniera singolare (prima guardata a distanza come sempre fa la società, poi inserendosi in essa e vivendola per un giorno quasi sulla sua pelle, rendendosi estremamente abile nel gioco continuo di realtà e finzione). Segue un’attenta analisi del gravoso compito della donna di casa e quello del più stigmatizzato di una prostituta nella sua difficile, ma naturalizzata giornata di lavoro. In alcuni racconti l’autore sembra addirittura giocare con il lettore per indurlo a chiedersi: “ma cosa sta dicendo? cerca di prendermi in giro? io non ci credo a quello che dice!” ed è in questi scenari in cui Millás da maestro della finzione narrativa rende impossibile una semplice distinzione tra cronaca e immaginazione, che incontriamo personaggio quali Ronaldo, Penélope Cruz, Pasqual Maragall e Pedro Almodóvar.

Ma come si diceva non mancano pagine più amare con le quali Millás si trasforma in cronista di guerra come in “Orrore in Sierra Leone” raccontando la guerra civile del povero paese africano tramite la storia di due fratelli rimasti orfani dopo che i suoi genitori vennero uccisi e massacrati sotto ai loro occhi. Sono pagine dalle quali gronda sangue: storie di violenze, stupri, uccisioni, stermini, sopraffazione, roghi di abitazioni, traumi, amputazioni, ferite sempre lancinanti di dolore. E’ la storia di ciascuna guerra, certo, ma Millás con un attento riferimento allo scrittore Graham Green, parlando della capitale della Sierra Leone, il cui nome evoca un sentimento di libertà che contrasta dolorosamente con quel luogo, sostiene: “Tutte le cose più brutte di Freetown erano europee” passando poi per fare una lista. Con la dotta citazione Millás ricorda non solo i conflitti interni di paesi da noi tanto distanti, ma anche quanto gli europei abbiano contribuito a far male ai paesi colonizzati sia nel passato che tutt’ora nel presente tanto da ricordare che “i morti erano neri, ma le armi bianche”.

In “Inferno nella terra delle divinità” il tenore del racconto non cambia di molto, ci troviamo semplicemente in un’altra terra geografica, anche questa martoriata dalla violenza, a contrastare con la ricchezza ed eterogeneità dei culti e delle divinità che poco riescono a fare su quei popoli irrimediabilmente corrotti e votati al Male. Siamo nella regione di confine indo-pakistana, il Kashmir. Anche qui Millás adotta la lucidità dello stile, una cronaca tragicamente forte quasi che riusciamo a vedere le immagini scorrere davanti ai nostri occhi. Dolore, sangue e pagine drammaticamente dure da mandar giù. Eppure come possono infastidire persone ultra-modernizzate, ricche, acculturate che sono informate delle notizie di guerra leggendole comodamente a casa in Internet? A volte serve un cambio di prospettiva (‘prospettiva’, ‘visione’, ‘punto di vista’ sono termini importantissimi nell’intera produzione di Millás) per vedersi in contesti diversi, come appunto lo scrittore mostra di aver fatto superbamente in questa opera dove ogni racconto non è solo frutto di una squisita scrittura, ma di ricerca e di eventi visti dai suoi occhi.

Bisogna squarciare quel velo che, pur trasparente, ci circonda e sembra proteggerci.

Millás è attento nel cogliere dalla realtà che lo circonda esempi di finzione, di rappresentazione della realtà che sono solamente copie, sembianze grottesche, manipolazioni per trasmettere la sua visione del mondo, una continua ricerca volta alla scoperta del vero e alla differenziazione dalla sua sinistra rappresentazione come avviene in un passo tratto dal racconto “Viaggio in Giappone” che riporto di seguito: «Siamo arrivati in un mondo, in definitiva, nel quale le pasticcerie sembrano gioiellerie e le parrucchierie delle gallerie d’arte. E nelle quali le chiese cattoliche false sembrano chiese cattoliche vere. Diciamo questo perché nella nostra passeggiata allucinante per quella piccola Europa improvvisamente ci imbattemmo in una chiesa dai tratti gotici la cui presenza era scioccante  fino a che non ci spiegarono che si trattava, in effetti, di una chiesa cattolica falsa dove venivano celebrati dei falsi matrimoni cattolico il cui obiettivo era quello di fotografarsi sulla scalinata, alla moda delle coppie europee che vediamo nelle riviste di cronaca rosa. Gli piacciono la forma delle nostre nozze, sebbene non credono nella loro sostanza, ma quando a un giapponese gli piace la forma di qualcosa, la copia, migliorandola e se ne appropria».[2]

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona, 18-11-2012

 

 

JUAN JOSÉ MILLÁS è nato a Valencia nel 1946. Ha pubblicato i romanzi Cerbero son las sombras (Premio Sésamo, 1975), Visión del ahogado (1977), El jardín vacío (1981), Papel mojado (1983), Letra muerta (1983), El desorden de tu nombre (1986), La soledad era esto (Premio Nadal, 1990), Volver a casa (1990), Tonto, muerto, bastardo e invisible (1995), El orden alfabético (1998), Nos mires debajo de la cama (1999), Dos mujeres en Praga (2002), Laura y Julio (2006), El Mundo (2007) e varie raccolte di racconti tra cui le più recenti sono Lo que sé de los hombrecillos (2010) e Vidas al límite (2012). L’autore è anche giornalista e ha prodotto una serie di “articuentos”, un genere a metà tra il racconto breve e l’articolo di giornale. Ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali sia per la narrativa che per l’attività giornalistica. I romanzi maggiori sono stati tradotti in italiano e in numerose altre lingue.

 


[1] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 377 del testo.

[2] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 344 del testo.

 

“L’essenziale curvatura del cielo” di Adriana Gloria Marigo, recensione di Lorenzo Spurio

L’essenziale curvatura del cielo

di Adriana Gloria Marigo

postfazione di Eros Olivotto

La Vita Felice Editrice, Milano, 2012

ISBN: 9788877994615

Pagine: 72

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Del dicembre conosco le lune

il ritorno lento della luce

dentro il cristallo dell’aria

(Da “21 Dicembre 2010, p.30)

 

Dopo la fortunata e introspettiva silloge di poesie Un biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011), Adriana Gloria Marigo torna con un nuovo lavoro dal titolo quasi criptico, L’essenziale curvatura del cielo, edito dalla casa editrice milanese La Vita Felice. L’attenzione che la poetessa padovana pone nei confronti del cielo –richiamato anche nell’esergo, una citazione di Pierluigi Cappello- come elemento fisico e simbolico era già stata evidenziata nella mia recensione al suo precedente libro dove avevo avuto modo di sottolineare come l’elemento “celestiale” era sempre connesso a qualcosa di meraviglioso, ma al tempo stesso di non completamente raggiungibile, un qualcosa cioè di sfumato e sfuggente. La centralità del suo poetare si localizza nell’isotopia della luce, del colore, dei bagliori e di un universo che già ebbi a definire come “un percorso aereo, sospeso tra il cielo e l’atmosfera”. E di quel “biancore” evocato nella prima silloge si ritrovano tracce anche in questo nuovo libro in quel “silenzio bianco” (p. 36) e nel “gioco di chiaro” (p. 35) della bianca luce lunare anche se in una lirica il bianco, l’assenza di tinta, viene sopraffatto dal colore: “Del bianco non seppi/ poiché m’insidiò il blu” (p. 54).

Dalla presa di coscienza di un tempo che giunge all’anticipo della fine, l’autunno, nella lirica d’apertura dal titolo “Tutto si consuma nell’autunno” si passa a una serie di liriche dolci, sussurrate, quasi che il lettore sia chiamato a leggerle facendo delle lunghe pause tra un verso e l’altro per riuscire ad assaporarne il vero contenuto: “Non seppi dirti novella/ neppure accennare a un’aria di/ adagio o l’ovvia domanda,/ trapassata io a stalattite” in “3-4 Gennaio 2011” (p.11). In “Quando la materia della luce” (p. 13) Adriana Gloria Marigo ci consegna una sorta di soffice inno all’operosità e al tempo stesso alla ciclicità della natura che sempre si ripete nel suo “contrasto apparente del rigore”. E questo panismo lirico lo si ritrova in numerose altre liriche in cui la poetessa si abbiglia direttamente con gli elementi naturali, “m’assesto i pensieri/ come un cappello di fiori” (p.15); “pampini vestivano/ la tua nudità ammirata” (p.22); “il roseto in fiamme/ del mio pensiero” (p. 48). In “Rimbalzi specchiati” (p. 14) la poetessa sottolinea una realtà che è concretezza nella vita dello scrittore: chi scrive è anche un gran lettore e chi legge spesso ama anche scrivere perché le due cose, pur coinvolgendo due attività tra loro diverse, sono strettamente connesse quasi come un rimando di riflessi allo specchio.

La poesia di Adriana Gloria Marigo potrebbe sembrare criptica e a tratti addirittura ermetica perché attribuisce alle parole un valore, un significato, più ampio -perché interiorizzato- di quello che noi nella vita di tutti i giorni siamo soliti dargli. E’ una poesia riccamente elaborata che utilizza molti elementi della natura per “agghindarsi” e risplendere così come ci viene offerta. La luce, il sole, l’ombra o la mancanza di luce sono, oltre che caratterizzazioni visibili e temporali, fasi di un’anima sensibile stese sulla carta, momenti, sensazioni, colorazioni di episodi vissuti: “Se amore si fa quarto/ come la Luna, d’uno sguardo/ abbracci l’ombra e nel/ gioco di chiaro, di scuro/ avvampa il cambiamento” (p. 35).

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

11/11/2012

Chi è l’autrice?

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova nel 1951. Gli studi umanistici l’hanno condotta prima all’insegnamento, poi ad occuparsi di eventi di danza moderna e contemporanea, seguendo un talento versatile, sensibile all’arte, alla bellezza che trova dimora pure “dove l’ombra si gioca della luce”. Ha pubblicato L’essenziale curvatura del cielo (La Vita Felice Editrice, 2012) e Quel biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011).

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Inversi panici – (foglie del terzo millennio)” di Maurizio Alberto Molinari, recensione di Lorenzo Spurio

Inversi panici (foglie del terzo millennio)

di Maurizio Alberto Molinari

con prefazione di Cristina Balzaretti

traduzione in inglese di Lucia Gazzino

La Vita Felice Editrice, Milano, 2012

ISBN: 978-88-7799-459-2

Costo: 12 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Che Maurizio Alberto Molinari sia un vero poeta non ce ne vuole molto ad accorgersene. Non è solo il suo profilo letterario che è andato ispessendosi negli ultimi anni a seguito di varie pubblicazioni che mi porta a questa conclusione, ma una serie di componenti che cercherò di mettere in luce qui, per quanto mi è possibile.

La grandezza delle arti sta nella loro capacità di colloquiare, sapersi rapportare, servirsi l’un l’altra e Maurizio Alberto Molinari ne dà prova in maniera tangibile, non solo inframmezzando –anzi, anticipando- ciascuna lirica con un’immagine, un suo scatto, ma nella sua volontà di sperimentare realtà più vaste da quella che quotidianamente lo circonda. L’utilizzo della lingua straniera, l’inglese in particolare, serve al poeta per aprirsi verso nuove dimensioni, sebbene è chiaro che la vena poetica e l’istinto lirico nascano nella sua lingua originale e che la traduzione –qui curata con meticolosità da Lucia Gazzino, già traduttrice di Pasolini in lingua inglese- è per sua natura sempre un po’ una “macchinazione”, più che un qualcosa d’istintivo. Ma la volontà che sta dietro a questo desiderio dell’autore, di voler travalicare qualsiasi limite e frontiera, è senz’altro encomiabile. Lo è non solo perché l’opera finale ne risulta ampiamente arricchita, ma perché per Maurizio Alberto Molinari l’intersecazione di stili, linguaggi e forme è –probabilmente- l’essenza stessa dell’animo poetico, della parola che dice un qualcosa, ma che evoca anche qualcos’altro.

E’ per questo che la nota di prefazione fa riferimento a un certo “ermetismo” nella poesia di Maurizio Alberto Molinari. E’ una posizione che condivido anche se non pienamente, soprattutto per il fatto che risulta semplicistico se non azzardato cercare nell’attualità di ricondurre certi autori a grandi correnti della storia della letteratura italiana. Perché in fondo la letteratura che si fa oggi è fortemente sperimentale, istintiva, se non priva di un chiaro modello a-priori, sicuramente molto più svincolata da scuole di pensiero, da dettami precostituiti. E’ senz’altro ermetica nella sua chiusura –a volte- di significato, nel non voler permettere al lettore di comprendere a pieno quanto lo scrittore ha impresso sulla carta, quasi che per ogni verso, l’autore abbia deciso di camuffarsi, nascondendosi, permettendoci di svelare solo una parte di quello che lui aveva nella testa al momento della scrittura.

I versi cortissimi, serrati, quasi freddi e strozzati, l’assenza di punteggiatura (“Profumo/ lucida/ memorie/ aprendo/ al tempo”, p. 13) e spesso del sistema di articolazione (“Pasta di natura/ riceve inchiostro”, p. 33), fa della poetica di Maurizio Alberto Molinari una scrittura poliedrica e priva di una chiara identità, dall’andamento talvolta veloce e sfuggente, altre volte lento quasi che la lirica appena letta ad alta voce si concretizzi per restare lì, nell’aria, in forma plastica.

Ma uno dei chiari motivi per cui la sua poetica è e al contempo non è ermetica –accezione che spesso è stata associata a un certo pessimismo cosmico o, comunque, a una visione profondamente critica, se non allucinata sul mondo- è la sua piacevolezza nel colore. Nelle liriche si susseguono riferimenti a tinte e sfumature che addolciscono e stemperano questo versificare asciutto: “Colori/ confusi/ su soffi di trasparenza./ Verde/marrone/giallo/rosso” (p. 25). Il colore è l’aggettivazione fisica e visiva che più utilizziamo nella nostra vita quotidiana e allo stesso tempo è il mezzo espressivo degli artisti, come pure dei poeti, di coloro, cioè, che sono in grado di assorbire la realtà e di trasporla secondo il proprio sentire. E’ per questo che nella poetica di Maurizio Alberto Molinari da semplice tinte essi arrivano ad “animarsi”: “Ascolto il rosso/ sento il suo stanco giallo/ accarezzo il bianco/ abbraccio il nero”, scrive in “Ascoltando il rosso” (p. 29). L’autore utilizza l’isotopia del colore per alludere ad immagini altre che al lettore non è dato riconoscere, ma che può vagheggiare o interpretare come desidera. In questo la sua poesia è ermetica, nel fatto che non dona al lettore una completezza, un’unicità di significato, ma che si appella al lettore in un certo modo per completare l’essenza del testo. Avevo già individuato questa doppia caratterizzazione della poetica di Maurizio Alberto Molinari un anno fa recensendo il suo New Yorker’s Breaths (LietoColle, 2011) dove ho avuto modo di sostenere: «Credo che la scrittura di Molinari, pur non essendo dichiaratamente criptica e oscura, è sempre alla ricerca, come l’autore ha riconosciuto nella prefazione, di un dialogo con il lettore, una sorta di negoziazione sui significati». Questa nuova raccolta mi convince ulteriormente su quanto giù un anno fa avevo dichiarato.

La poesia di M.A. Molinari è una poesia profonda al punto da rasentare l’onirico (“Il sogno/ svuota/ un’alba/ senza segnali né madrigali”, p. 21), sebbene non ci sia niente di puramente surreale. L’indagine che il poeta ci invita a fare seguendo la lettura di questo prezioso libricino è tortuosa, a tratti pericolosa perché senza via di ritorno. Sono moli i cul de sac che il lettore incontrerà, i bivi che sarà chiamato a prendere dei quali forse solo al termine si capaciterà di aver imboccato la strada sbagliata. La vera essenza di questa ricca raccolta di poesie è nel suo “non dire”, nella sua evidente scarnificazione, nella sua volontà di lasciare al lettore la comprensione, l’interpretazione, quasi come se l’autore fornisse una traccia, un pensiero sul quale riflettere. Non c’è niente di strano in tutto ciò, perché la poesia è un universo sospeso, che non ha regole e dove tutto può accadere, come in una favola con la sola differenza che quest’ultima sappiamo essere fantastica. E allora non c’è un modo migliore per concludere con questi versi dell’autore: “Forse/ le gocce cadranno./ Forse/il grigio sarà”.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

Pamplona, 31 Ottobre 2012

 

Chi è l’autore?

Maurizio Alberto Molinari (n. 1961) vive a Milano e lavora nel settore pubblicità. Suoi testi sono pubblicati in rete, su riviste specializzate e in numerose antologie. Ha ricevuto importanti riconoscimenti a premi e concorsi. Prima di questa opera ha pubblicato New Yorker’s Breath (LietoColle, 2011), Poemantikha nova – La poesia si racconta… (Aletti, 2010), Bottoms & Joystick (Ibiskos-Ulivieri, 2009), Il Passeggero (Il Filo, 2008), Poemanthika – sulle tracce delle emozioni (Maremmi Editori, 2005).

 

La recensione è stata pubblicata anche sul sito della casa editrice, e disponibile qui: http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-l-spurio-per-molinari-789.html

 

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“La bambina con la farfalla sulla testa” di Dunia Sardi, recensione di Lorenzo Spurio

La bambina con la farfalla sulla testa

di Dunia Sardi

prefazione di Gianni Cascone

postfazione di Giuliana Bonacchi Gazzarrini

Attucci Editore, Carmignano (PO)

ISBN: 9788897754008

Numero di pagine: 128

Costo: 13€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

In soli 128 pagine Dunia Sardi ci fa fare un viaggio nella storia dell’Italia contemporanea a partire dalla seconda guerra mondiale sino agli anni ’80. Questo libro, che potrebbe essere definito storico, ha solo alcune caratteristiche di questo genere: non ci sono date precise, riferimenti a battaglie, episodi politici, avvicendamenti al governo od altro, elementi che, invece, sono sempre trattati con attenzione in scritture di questo tipo. La storia ufficiale si mescola alla storia privata di Dunia Sardi a partire dalla sua infanzia, fino alla maturità in una serie di racconti in cui la scrittrice evidenzia l’attenzione verso il prossimo e l’importanza dei sentimenti. Quello che viene descritto, è un mondo che si è perso, una realtà che con il tempo è venuta a cambiare: le piccole realtà di provincia una volta dedite quasi completamente alla vita dei campi hanno visto la nascita delle prime fabbriche –soprattutto tessili nella zona pratese di cui Dunia ci parla- e questo, oltre che mutare l’ambiente fisico, ha costituito un cambiamento non di poco conto nella maniera che l’uomo ha di relazionarsi agli spazi.

Il racconto avviene in forma di flashback, si rievocano i ricordi, dei momenti che, pur lontani, sembrano ancora vivissimi nella mente dell’autrice. Si parte dal difficile periodo di guerra con riferimenti a bombardamenti, internamenti, rastrellamenti e l’Italia allo sbando nel 1943: “Poveri noi e povera Italia, ora c’è scappato anche il Re con tutta la famiglia!” (p. 14). La guerra è vista dagli occhi innocenti della giovane Dunia che non riesce a comprenderla del tutto e che vede in essa due elementi principali: la distanza del padre perché prigioniero degli inglesi e il dramma della nonna Morina che, assieme alle sue sorelle, si logorano nell’attesa del ritorno di un giovane nipote che, invece, catturato dai tedeschi, non farà più ritorno a casa.

Il secondo racconto, “La bambina con la farfalla sulla testa”, che dà il titolo all’intera raccolta, gioca appunto sull’immagine della farfalla, animale esile e particolarmente affascinante che vola e si libra nei cieli, come la libertà che la protagonista spera per suo padre e-intuiamo- del popolo in guerra. Ed è per questo che la foto di Dunia con la “farfalla in testa” una volta ricevuta dal padre al fronte viene assunta come segno vivo di speranza e di ottimismo: “Quel Natale era stato meno triste, per loro che erano lontani dalla famiglia: era bastata la fotografia di una bambina con una farfalla sulla testa, come presagio a riaccendere la speranza che certamente un giorno sarebbero usciti da quel campo di guerra per volare liberi come farfalle” (p. 20).

Il padre di Dunia riuscirà a salvarsi, ma se vogliamo dare uno sguardo più ampio sull’intera storia, dobbiamo dire che moltissimi uomini, prigionieri o al fronte, non furono altrettanto fortunati. Segue poi il racconto del ritorno a casa del babbo, la costruzione della nuova casa e l’arrivo dei fratelli. In tutto ciò è principalmente uno il personaggio su cui la Dunia pone grande interesse: la nonna Morina alla quale è dedicato l’intero libro. La nonna è una confidente e una consigliatrice e, sebbene Dunia ce l’abbia la madre, in fondo è Morina che sembra acquisire i connotati di madre e proprio per questo i genitori le vieteranno di passare troppo tempo con lei: “Il babbo non sopportava che preferissi stare insieme alla nonna Morina e andare in giro con lei invece di stare a casa con la mamma” (p. 62). La figura della madre resta un po’ nell’angolo e sbiadita. Morina, priva di cultura, era ricca però di sensibilità, come dice l’autrice, ed è per questo che la giovane Dunia amava tanto stare con lei, raccontatrice di favole e di storie, come una sorta di balia tardovittoriana.

Vari elementi nel testo che vengono richiamati come la nascita del movimento sindacale, il dualismo Coppi-Bartali, l’antagonismo De Gasperi-Togliatti o le prime vere “canzonette”, i balli nelle balere, ci immettono direttamente nel clima culturale degli anni ’50-’60. E’ un periodo in cui la morale è ancora ammorbata da tabù e pregiudizi che limitano grandemente le volontà dei giovani, pena il castigo familiare e l’etichettamento sociale: “faceva paura la maldicenza, rivolta specialmente verso le ragazze più corteggiate, come se veder parlare due ragazzi insieme passeggiando fosse già un peccato” (p. 82).

Questo libro è ricchissimo nei contenuti e credo che possa essere utilizzato con successo nella didattica della storia contemporanea, meglio di ogni altro manuale con date e lunghe descrizioni degli avvenimenti. Dunia Sardi inserisce la “sua” storia nella storia di tutti come quando narra dei soprusi nazisti, della fuga del re dall’Italia o del clima di rinascita del dopo guerra con la ripresa economica dovuta all’industrializzazione, ciò che nei libri viene definito come “boom economico” o “miracolo economico”: “Verso il 1960 la fabbrica stava andando a gonfie vele […] Il paese stava prosperando […] Il paese stava cambiando volto” (p. 79).

La lettura coinvolge e fa riflettere. Come è indicato nella nota di postfazione, non c’è nulla di inventato e la storia di Dunia può essere assunta come affidabile cronista della realtà, di un mondo che ha dovuto sopportare violenze, le lotte di affermazione della donna e la riconquista della dignità umana. E’ un libro ricchissimo, fortemente autobiografico che è anche un corposo diario di memorie, perché come osserva la narratrice: “Oltre la soglia della gioventù c’è il tempo che in un soffio si mangia il futuro, finché ti fermi a guardare indietro, cercando di ritrovare fra i ricordi, le immagini e i sentimenti di un tempo già passato, con nostalgia” (p. 88).

Il libro di Dunia è vivo, ogni elemento rimanda direttamente a un episodio vissuto ed esso a sua volta si iscrive in un tempo particolare che, come da lei, è stato vissuto da tantissime altre persone. Tutti negli anni di guerra hanno avuto almeno un morto nelle proprie famiglie, tutti hanno dovuto sottostare alla bigotta mania moralistica degli anni ’50-‘60, tutti hanno visto il proprio territorio cambiare: dalla campagna alla fabbrica fino, nei giorni più recenti, all’avanzata della manifattura cinese. Dunia Sardi è riuscita a metterlo sulla carta e a cristallizzare quei momenti che in questo modo mai saranno dimenticati. Rimarranno nel vento, a volteggiare imperscrutati, proprio come la farfalla che implorava libertà durante la guerra e il volo in deltaplano di cui leggiamo nell’ultimo racconto, ambientato negli anni ’80, dopo un’ampia ellissi.

a cura di Lorenzo Spurio

Soria, 21/10/2012

Chi è l’autrice?

DUNIA SARDI è nata a Agliana, in provincia di Pistoia, nel 1941. Da sempre ha coltivato la passione per la scrittura e dopo la pensione, vi si è dedicata. Dal 2006 scrive racconti e romanzi, con i quali, fra gli altri ha vinto il premio letterario “Pennacalamaio” di Savona (anno 2008) e si è classificata al secondo posto del premio “FENACOM” di Prato (anno 2007). Alcuni suoi racconti figurano nell’antologia del premio: “CITTA’ DI SAVONA Enrico Bonino” (anno 2008). I suoi racconti narrano, come in un novellare, l’ambiente e il tempo dell’infanzia, in un periodo segnato dalla guerra e dalla povertà, ma anche dalla ricchezza data dagli affetti delle persone care e da tante piccole cose semplici.

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Il nuovo saggio di critica letteraria “Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio recensito da Sara Grosoli

“FLYTE & TALLIS. Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese”

di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

 

Recensione di Sara Grosoli

 

  Una dimora patrizia nel cuore della verde Inghilterra, amori e dolori della giovane età ricordati nella saggezza dell’età matura, raffinati scenari e nobili passioni…Ma è tutto qui il segreto del successo di opere come “Espiazione” di Ian McEwan e “Ritorno a Brideshead” di Evelyn Waugh? La risposta, ça va sans dire, è negativa.

   Nel suo saggio critico “FLYTE & TALLIS. Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese” Lorenzo Spurio, giovane studioso e scrittore,  affronta con competenza un’analisi comparativa di questi celebri titoli della letteratura inglese contemporanea.

   Prestando grande attenzione agli aspetti testuali, Spurio ci induce a cogliere un nodo essenziale: anche se i testi narrativi di cui stiamo parlando sono divenuti nelle loro trasposizioni filmiche dei successi commerciali, non dobbiamo fare l’errore di considerarli puro materiale per l’intrattenimento. Non si tratta di frivolezze, qui si parla di guerra, di rimorso, di conversione spirituale! Nei personaggi della finzione romanzesca ritroviamo le nostre stesse debolezze di esseri umani che amano e falliscono per paura o per inesperienza. La guerra come distruttrice di un consolidato sistema di valori fa da cupo retroscena all’intreccio di relazioni personali e sociali affrescato con maestria sia dal caposcuola Waugh che dal ricettivo ed eclettico “erede” McEwan.

   L’indagine di Spurio evidenzia l’ampia quota di riferimenti letterari presenti nelle due opere, sottolineando la volontà degli autori di affiliare la propria creazione alla tradizione umanistica britannica.

   Completano il testo la prefazione di Marzia Carocci e un saggio critico, tradotto da Spurio, sull’analisi della funzione metanarrativa in “Espiazione” ad opera del professore della California State University Brian Finney  .

FLYTE & TALLIS” è lettura stimolante, un utile compendio per chi ha già letto questi romanzi e desidera avere maggiori informazioni sul percorso creativo dei loro autori e sul patrimonio letterario di cui sono eredi.

a cura di SARA GROSOLI

 

PER ACQUISTARE IL LIBRO, CLICCA QUI: http://ww2.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19253&formato=8778

 

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“Voce” di Elisabetta Bagli, recensione di Lorenzo Spurio

Voce

di Elisabetta Bagli

Ilmiolibro, 2011

Pagine: 64

Costo: 9€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Non ho più desideri,

non posso più amare,

non voglio più vivere.

(da “Anima perfetta”)

 

Elisabetta Bagli, italiana trapiantata nella capitale spagnola, esordisce nel mondo della scrittura con questa densa silloge poetica, sebbene il suo amore per la letteratura l’abbia sempre contraddistinta. E questa doppia appartenenza Italia-Spagna si evince da numerose liriche qui contenute; sono numerose le tracce spagnole a cominciare dalla lirica dedicata a Carmen Laforet (1921-2004), l’omaggio al capoluogo della regione Cantabria in “I fuochi di Santander” e i numerosi colori e odori di una natura florida e spontanea di tipo chiaramente mediterraneo. Dall’altra parte, invece, estremamente pittoresca è l’immagine di Trastevere in un momento di goliardia presente in “Festa de ‘noantri” mentre  in “Garbatella” la poetessa rievoca non senza nostalgia l’infanzia lì vissuta.

Le liriche scorrono veloci sotto i nostri occhi ma le sensazioni che la poetessa evoca –frutto di suoi momenti realmente vissuti- rimangono come sospesi nell’aria, a circondarci e a regalarci un mondo variopinto di stati emozionali comuni ad ogni mortale ma che Elisabetta Bagli ha steso sulla carta con maestria. Un senso di leggerezza pervade l’intero libro quasi che una leggera brezza lambisca le pagine mentre lo stiamo sfogliando, inoltrandoci nel cuore della silloge. E’ per questo, forse, che la poetessa ha scelto un’immagine edenica nella foto di copertina dove due angeli –uno maschio e uno femmina sembrerebbe, anche se gli angeli non hanno sesso- si abbracciano lievemente e si baciano, quasi a costituire un tutt’uno. Le ali dispiegate dei due che riusciamo a intravedere solo in parte “sollevano” lo spettatore verso l’alto con una chiara volontà di innalzare il testo qui contenuto a una ricchezza lirica degna d’analisi.

Del titolo, Voce, colpisce l’utilizzo del singolare che, però, è subito chiarito nella prima e omonima poesia: è la voce-anima taciuta della poetessa equiparata al lento e indistinto fluire di un corso d’acqua del quale con difficoltà si riesce a percepire il rumore che “mossa da un nuovo impeto,/  con vigore, / si rivela a tutti”.

In “Scrivere” Elisabetta Bagli affronta dal suo punto di vista il senso della poetica: “scrivere per comunicare […] scrivere per rappresentare la tua vita […] scrivere per dare un senso ai tuoi sogni […] scrivere per sfogare la tua rabbia […] scrivere anche quando non vuoi […] scrivere per toccare l’esistenza più alta della tua vita”. Il messaggio della poetessa è chiaro: la scrittura, in questo caso la poesia, è un’eterna amica che ci sostiene sempre e alla quale si deve ricorrere come sostegno, riparo e confidente anche nei momenti nei quali la rabbia, la disperazione o la noia ci assalgono.

Nella coloratissima “Chi sono” si respirano profumi variegati e la poetessa si ritrova e si riscopre parte della natura in un’atmosfera panica, circondata dalla Madre Terra di cui è parte che la porta a scrivere: “Sono l’odore della terra/ dopo il temporale, forte, acre”. Perché anche l’odore della terra può cambiare, ci insegna Elisabetta Bagli a seconda della temperatura o delle condizioni meteo. Ma più che questi fattori fisici credo che ciò che la poetessa intenda dire è che gli odori sono e non sono come li percepiamo, a seconda di come ci troviamo, di come ci rapportiamo e sperimentiamo il mondo. La natura è celebrata ampiamente in tutta la silloge come in “Neve”, “Luna piena” o in “8.46”, cronaca di un parto dove il senso di maternità e di forza generatrice riconducono direttamente alla più ampia accezione di natura.

Ci sono versi amari in “Bulimia” dove la poetessa annota “Una dopo l’altra,/ due dita penetrano nella mia gola/ si muovono, insistono sulla lingua,/ scendono ancora più giù./ Finalmente tutto esce,/ come cascata esce. / Mi libero soddisfatta”. Questa poesia non intristisce la raccolta che è pervasa, invece, da un animo profondamente vitale ma serve piuttosto a delineare anche le debolezze del corpo umano, i sistemi che attentano al naturale sviluppo dell’essere. Ciò che colpisce della lirica in questione è la consapevolezza della soddisfazione – oserei dire quasi gioia- dell’atto meccanico e malato che porta l’io poetante a un certo comportamento lesivo per se stessa. Nella lirica la bulimia viene connessa al desiderio di “morire magra” piuttosto a quello di vivere con un aspetto filiforme, ma non credo che la poetessa abbia voluto mandare un messaggio allarmistico. Dalla bulimia si può uscire, con convinzione però.

La poesia di Elisabetta Bagli è positiva, naturalistica, spontanea e molto piacevole. In essa si riscontra anche un invito all’attivismo, a guardare avanti perché alla fine di ogni percorso ce n’è sempre uno nuovo che ci aspetta: “Devo fare di più/ scoprire fin dove posso arrivare”, scrive in “Limiti”.

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona 08/10/2012

 

 

 

Chi è l’autrice?

Elisabetta Bagli, classe ‘70, è romana ma risiede a Madrid. Ascolta la sua voce poetica da poco più di due anni. Nonostante i suoi studi accademici di formazione economica-giuridica, ha sempre amato la letteratura, spaziando dai classici italiani e stranieri ai contemporanei e moderni.

La sua esperienza di vita, che l’ha portata a vivere lontano dalla sua terra natale, l’ha spinta a riflettere sulla sua condizione di donna che, in merito a scelte fatte in accordo alle proprie esigenze, ha perduto il contatto diretto con il suo mondo di origine. Ma lo ha portato dentro di sé. Vive la sua realtà aperta ad accogliere le novità della vita senza dimenticare mai che “è quel che è soprattutto perché è stata”.

Espansiva e cordiale con quanto la circonda, dopo aver cresciuto i suoi due figli fino all’età scolare, ha avuto più tempo per poter ascoltare la sua voce, per alimentare la sua analisi introspettiva, per poter descrivere le sue emozioni, i suoi dubbi, la sua identità mai perduta sui fogli bianchi di quel quaderno che, come una premonizione, le è stato regalato nel giorno della sua laurea. Ora ha deciso di farsi conoscere. Offre al pubblico la sua prima raccolta di poesie con la speranza di poter riuscire a prendere per mano i suoi lettori e portarli all’interno del suo mondo, fatto di vita, di amore, di sguardi.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Pensieri minimi e massime” di Marcuccio, una recensione tradotta in spagnolo

Tradotta in spagnolo la recensione di Michele Nigro a
Pensieri minimi e massime del poeta Emanuele Marcuccio

 

Sul numero di ottobre (anno 7, n. 86) della rivista on-line internazionale “Suroeste” (pp. 152-155) è stata pubblicata, con traduzione a fronte in lingua spagnola, la recensione del critico Michele Nigro a Pensieri minimi e massime, secondo libro del poeta palermitano Emanuele Marcuccio.

http://issuu.com/suroeste/docs/suroeste_n_86_octubre_2012/153

 

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini

Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti

Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Segue uno stralcio della traduzione pubblicata sulla rivista: «¿Qué función podrían desempeñar los aforismos en la cultura del siglo XXI? Nosotros, los habitantes de esta gran red, rápida e impaciente, llamada Internet, la mendicidad eterna de tiempo para hacer miles de cosas inútiles disfrazados de necesidad, en busca de información liofilizada y clara, hemos perdido el instinto al ocio creativo y a la reflexión edificante. En este contexto, el aforismo, del griego aphorismós, «definición», desempeña un papel importante en la preservación del patrimonio interior del hombre pensante bajo la forma de cortas secuencias de textos independientes y al mismo tiempo de la inseminación del inner space del lector: como una microscópica vida germinal, capturada y leída por el ojo de un hombre neurótico, sino sediento de pequeñas verdades, el aforismo provoca en el alma de aquel que lo recibe una reacción filosófica inesperada que toma fuerza del  poder de la brevedad. Entre una parada de metro y la siguiente, el tiempo necesario para leer, releer y saborear íntimamente un aforismo, está el secreto oculto de la salvación de nuestro pensamiento anestesiado.

Un secreto que Emanuele Marcuccio, autor de la colección titulada Pensieri minimi e massime, demuestra haber aprendido perfectamente, experimentando los efectos de esta antigua técnica de escritura en primera persona, en su propia vida como poeta y pensador…» continua

 

 

“L’anno della grande nevicata” di Gianni Lorenzi, recensione di Lorenzo Spurio

L’anno della grande nevicata

di Gianni Lorenzi

Il mio libro, 2012

Pagine: 208

Costo: 9,50 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

A quale “grande nevicata” si riferisce Gianni Lorenzi con il titolo del suo libro? Alla nevicata che riguardò Firenze nel  1985? O a quella più recente del Febbraio del 2012 che ha colpito tutta la Penisola in particolare le regioni centrali? Ovviamente non lo sapremo mai, per lo meno fino a che non decidiamo di aprire e leggere questo libro. Gianni Lorenzi non è toscano né tantomeno fiorentino ed anzi è nato a Lugano, motivo per il quale dobbiamo scartare subito la prima ipotesi che ci si è fatti sulla “grande nevicata”. Forse anche la seconda. Ma, prima di indagare qual è il riferimento cronachistico –se c’è, ovviamente, perché l’autore potrebbe anche aver inventato tutto- definiamo cos’è questo libro. Si tratta di un’elegante romanzo diviso in numerosi capitoletti interni di limitata lunghezza, ciascuno dotato di un suo titolo introduttivo ed esplicativo. E’ una spy story con una forte componente sentimentale e introspettiva.

La storia si apre con un’atmosfera chiaramente invernale in presenza di neve anche se, come sottolinea l’autore più volte, “non si può dire che la serata sia particolarmente fredda”; ognuno è occupato nelle sue mansioni quotidiane e la descrizione che viene fatta nell’incipit sembra rimandare quasi a una ambientazione corale del tessuto urbano che Lorenzi descrive. Tutto accade come in ogni giorno qualsiasi, senza grandi mutamenti e la neve è solo una cornice per quegli eventi che si ripetono da sempre, inalterati, nel corso della storia dell’umanità: “[l]aggiù nel grande edificio, non si sa dietro quale finestra, risuona un primo vagito; poco più in là un cuore rallenta fino all’ultimo battito: la ruota del ricambio generazionale continua a girare”. Nel complesso, l’idea che il lettore si fa è che si tratti di una dimensione ovattata, un poco sospesa dalla realtà, quasi dormiente silenziata appunto dalla coltre nevosa, macchiata solo da una melodia latina che fuoriesce da un bar. Un uomo, da solo e compostamente, sta consumando qualcosa all’interno di quel bar quasi che al lettore venga da immaginare una nota tela dell’artista Edward Hopper. Di lui ci viene data la descrizione fisica ma, forse, ciò che al lettore più interessa sapere è che “[l]a sua figura è appesantita da un’intera storia, il suo sguardo è carico di avvenimenti recenti, la sua fronte è segnata da lunghe giornate sofferte nell’attesa, nel dolore, nella follia”. E’ questo il punto dal quale inizia la vera storia.

Le pagine che seguono, infatti, sono costituite di brani ricchi di incontri, cene interrotte sul più bello, appuntamenti, momenti vissuti e altri solamente sperati e vagheggiati nella mente, analisi su quanto accade al protagonista e agli altri personaggi. Il narratore osserva: “Da sempre Stefano si vantava di non credere nelle coincidenze, nella predestinazione, nel karma, nello shivaismo e in altre credenze e relative pratiche più o meno à la page, non fosse stato per tutte quelle coincidenze”, ma in realtà accade il contrario e il protagonista è sempre alla ricerca di motivi reconditi dello svolgimento di qualcosa, cause, possibili coincidenze o fatalità. Le vicende che dipartono da questa constatazione fanno quadrato attorno all’analisi di come una storia d’amore nasce, si sviluppa e venga allo scoperto, silenziosamente e in maniera quasi inconsapevole tanto che lo stesso protagonista sulle prime trova difficile da concepire e accettare come possibilità. Il tutto si concentra sui capisaldi di una storia d’amore nata un po’ dal nulla misto a inconsapevolezza che ben presto troverà nemici dai piedi d’acciaio quali la timidezza, la gelosia, il troppo elaborare mentalmente e il poco agire concretamente. Il tutto si infittisce nella dinamica lavorativa, con un direttore spavaldo e che non sa una parola di inglese. Sopraggiungono ricatti, telefonate anonime, strani messaggi, giochi di potere e quant’altro. Un miscuglio di incontri, cene, colloqui e ricerche in anonimato. Love-story e detective-story in una cornice contemporanea, che non ha niente di particolareggiato. Lorenzi con il suo gusto smodato per il dettaglio, per la rievocazione a più livelli della cultura classica e della retorica, ci immette in un circolo vizioso di eventi che si intrecciano, si biforcano e il lettore non può che sentirsi spiazzato per più di metà del romanzo, sebbene il narratore intervenga più volte per guidarlo, esortarlo a seguire il percorso, invogliarlo con delle anticipazioni. Il lettore si perde e quando acquisisce un minimo di comprensione, è lì che si trova spaesato nuovamente. Ci si aspetta un qualcosa di catartico, un momento epifanico, un pivotal moment che possa far “risorgere” la storia, riscrivere gli eventi, dare una vera svolta, ma il lettore dovrà aspettare inesorabilmente sino alle ultimissime pagine del libro.

L’intera narrazione avviene in terza persona con un narratore onnisciente (o “come Dio”) che appunto conosce tutto della storia e la racconta direttamente come se la vedesse scorrere davanti ai suoi occhi. Non solo. Come nell’ampia tradizione del romanzo, il narratore interviene spesso commentando sulla narrazione che sta facendo come quando dice: “Possiamo tuttavia anticipare che la vicenda che sta per essere narrata è cronologicamente anteriore a questa scena e sarà quindi necessario voltare indietro alcune pagine del calendario…”. Queste asserzioni, che hanno la volontà di mostrarsi come indicazioni del narratore al lettore per agevolare la comprensione del testo e aiutare la lettura, finiscono però per mostrarsi poco contemporanee, a volta superflue e ridondanti.  Sinceramente –è un mio personale giudizio- preferisco di più i personaggi che si raccontano direttamente tramite i dialoghi o i propri comportamenti che hanno, piuttosto che il narratore intervenga ogni tanto per tenere a bada il lettore e dirgli, sostanzialmente, “ora ti aiuto a capire/ti anticipo quello che sto per raccontare”. Si tratta ovviamente di due diversi modi di far letteratura, di scrivere un romanzo, con i quali possiamo sentirci più o meno in armonia. Sta di fatto che questa impalcatura trasmette al romanzo un modo di scrivere abbastanza antiquato nel nostro oggi, poco usuale, che sta troppo stretto al lettore, come pure ai personaggi stessi. Nel testo ci sono, inoltre, numerosi riferimenti alla cultura classica, iscrizioni in latino, estratti, modi di dire che, più che impreziosire la lettura, la affaticano rendendola meno agevole e spezzano di continuo la trama principale con evidenti elementi retorici. Una lettura che può essere consigliata, principalmente a coloro che amano il romanzo sperimentale, a quella commistione di generi e forme tutta contemporanea che nasce più come esperimento  che con una vera pretesa letteraria.

 

Lorenzo Spurio

(critico-recensionista)

 

 

Pamplona, 4 Ottobre 2012

 

 

Chi è l’autore?

Gianni Lorenzi nasce nel 1969 a Lugano, figlio di emigranti. La famiglia rientra in Italia in tempo perché cominci le scuole elementari. Dopo la maturità scientifica, una spiccata predisposizione alle humanae litterae e l’amore per il latino lo spingono alla facoltà di Lettere, dove si appassiona alla metrica, alla retorica e alla linguistica. Preparando l’esame di Letteratura Italiana scopre Carlo Emilio Gadda e ne resta folgorato. Si laurea in Stilistica e Metrica Italiana con il professore e poeta vicentino Fernando Bandini, con una tesi sulla metrica dell’Alcyone di D’Annunzio.

Da sempre incline verso gli interessi umanistici (proverbiali le sue performance nei compiti in classe di latino al liceo), ama leggere romanzi ed è interessato alla linguistica.

È un proficuo e veloce produttore di sonetti scherzosi ma metricamente ineccepibili, che sforna a ritmo di catena di montaggio per qualsiasi occasione. Appassionato di musica (jazz ma non solo) suona la chitarra da tutta la vita e si sta cimentando con la tromba.

È fermamente convinto che la letteratura debba evitare gli automatismi della produzione seriale e cercare sempre una qualche originalità, senza per questo dover essere di rottura o troppo sperimentale. Tra i suoi autori preferiti rientrano Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Abraham Yehoshua.

 

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“Il nascondiglio dell’anima” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Anna Scarpetta

Il nascondiglio dell’anima

di Anna Maria Folchini Stabile

Libreria Editrice Urso (2012)

 

Recensione di Anna Scarpetta

 

“II nascondiglio dell’anima”, è la raccolta di poesie di Anna Maria Folchini Stabile. Una poetessa con uno stile molto raffinato, si nota subito nell’esposizione delle sue belle immagini che, dal suo profondo sentire, lei, riesce a elaborare con straordinaria razionalità e analisi, trascrivendo sulla carta versi emblematici, ricchi di pura bellezza.

Non deve trarre in inganno il titolo, anzi, tutt’altro. Ella, difatti, riesce a tirare fuori dal suo nascondiglio, appunto, l’anima, una poetica molto significativa, di notevole freschezza, con una limpidità di un’acqua cristallina, simile a un piccolo torrente. Difatti, nella poesia: II nascondiglio dell’anima, afferma: “Nascondiglio dell’anima /rifugio del cuore,/oasi nel deserto della quotidianità/bolla/ dove respiro l’ultima boccata d’aria…” (pag.7), sono presente notevoli caratteristiche.

Anna Maria, ci parla di un suo rifugio segreto, da dove attinge, si concentra, rielabora. La memoria è la tematica centrale, prevalentemente, così ricorrente, come il fluire costante dei versi scaturiti dai bei ricordi vivi e nitidi. Invero, la memoria, calda roccia, somigliante ad una fucina accesa, rappresenta, senza dubbio, il punto chiave reale, della raccolta di liriche, così dinamica, piacevole, come risultato finale.

Un vero laboratorio immaginario, aggiungerei, paragonabile, appunto, al nascondiglio dell’anima, dove la poetessa affina il suo verso duttile, arricchito della sua schiva personalità, complessa, ma ricca sempre di nuove belle idee, così straordinarie, in linea coi nostri tempi.

Versi, significativi, che sanno salire pian piano i gradini del mondo, per scalfire meglio intensi valori e riportarli alla luce con la preziosità del suo animo gentile, così attento e riverso negli occhi della magnifica luce, che generosa s’irradia nel mondo. Un mondo, che le riesce meglio a guardarlo, sotto i riflettori della realtà, con le sue dure contraddizioni, coi suoi soffusi mali, assopiti nella notte, con la sua meravigliosa bellezza, che s’apre alla vita, libera, come gentili ali di laboriose farfalle.

In verità, nella poesia “Ulivo”, dai versi molto descrittivi, traspare subito l’immediata acutezza e l’attenta osservazione nella minuziosa figura di quest’albero, mettendo in forte risalto la sua robusta crescita, di foglie che si stagliano verso il ciclo, proprio come se fossero nodose braccia. Ella, quindi, attraverso i suoi versi valorizza l’importanza del frutto dell’olivo, risaltando la grande, instancabile, fatica e sudore dell’uomo; nonché la sua reale ricchezza essenziale come vera fonte di guadagno. La poetessa rafforza meglio questi concetti, nei suoi stupendi versi, dicendo, appunto:”Braccia nodose/vestite di un sussurro verde argento/accarezzano il ciclo senza tempo./Lo stormire delle foglie/racconta/degli uomini,/della fatica, del lavoro/mentre fili di perle ondeggiano al vento,/ricca promessa/di oro verde” (pag.12).

In effetti, grazie alla fervida creatività d’immaginazione, Anna Maria, riesce a sprigionare tante vere, calde, emozioni, dai suoi pensieri, particolarmente, costruttivi nella varietà dei suoi contenuti inestimabili; riportando alla luce il grande attaccamento e il lavoro impareggiabile dell’uomo. Anticamente, già esisteva un rapporto così strettamente affettivo tra uomo-terra ai tempi dei nostri avi, direi ancora oggi questo legame è così presente in distese aree agricole del nostro paese. Una terra sempre più amata e coltivata con instancabile passione, vivo ardore e tanto sudore, per ricavarne, non solo dei sostanziosi frutti per la comunità di mercato, come lavoro reale, ma, anche, come prevalente utilità quotidiana per il sostentamento della famiglia.

Ancora più autentica, si riscopre l’anima vera, di una valida poetessa, quando si confida ai versi, dicendo, nella bella poesia: “La Storia”: “Scriverò il libro,/per raccontare la storia/di tutto ciò che mi hai dato,/della vita vissuta./Avrei iniziato oggi/mentre la sabbia leviga/i margini del tempo …” (pag.19). E’ vero, l’artista, è disposta a scrivere la storia, sa che deve farlo. Nel suo nascondiglio dell’anima c’è anche questa priorità, quella di volere scrivere un libro per raccontare, poi, la sua storia. Ella, desidera farlo, è preparata a questo e, più ci pensa e più si accorge, che la sabbia leviga i margini del tempo. Dunque, intuisce la sottile patina di precarietà che caratterizza il nostro tempo, che non da mai tregua. Anzi, continua a scandire, flemmatico, con le sue ore interminabili, quel reale senso assoluto, di forte usura, nella sua corsa inarrestabile che, poi, lascia indietro ogni cosa.

Nei versi di “L’Acero Rosso” e “L’Albero di ciliegio”, si riscopre una poetessa perdutamente amante della serenità e tranquillità, sempre alla ricerca di uno spazio davvero irrinunciabile, quanto unico e magico, però essenziale, per chi scrive poesie. Anna Maria, lo sa perfettamente, per questi motivi va in cerca dei suoi angoli preferiti, li adora, li scova, per respirarne l’essenza e immergere tutta se stessa, nel profondo della vita e della libertà, per ammirare un ciclo stellato, oppure restare muta, dinanzi ad una donna, distante non troppo per riuscire a vederla, intenta a tagliare tranquillamente il pane sulla sua tavola, con la bontà laboriosa della brava massaia.

Orbene, tutte queste belle osservazioni, sono veri spunti per un modo speciale di intendere e di esprimere una nuova poetica, vera espressione di occhi realistici di un mondo che rimane, costantemente, osservato e descritto nel suo insieme. Nei versi: “L’Albero di ciliegio”, appunto, dice: “Nel giardino/dei cuori/incantati/non entrerò./Mai./ Resterò fuori/in attesa,/spiando/chi solo d’amore/sa vibrare./Io vivo nell’orto tranquillo/dietro la casa/ col ciliegio in fiore”, (pag.27). Ecco dunque l’angolo preferito di Anna Maria Folchini Stabile, che sa descriverlo molto attentamente, con lieve sfumature di autentica, straordinaria, bellezza.

Molto più significati e concreti, direi di notevole interesse, sono invece i versi di: “Pensando a Darwin”, in cui afferma: “Dalla notte del tempo/è custodito gelosamente il segreto/degli uomini/che siamo./Niente è scontato o casuale…. /Netta si staglia la grandezza dell’uomo/che sa riconoscerla.” (pag.31). Invero, la grandezza dell’uomo oggi la si può benissimo scorgere in Darwin geologo, grande studioso, grazie all’avventuroso e coraggioso viaggio intorno al mondo.

Un lungo viaggio, che durò quasi cinque anni, sul brigantino Beagle, in veste di naturalista, toccando le isole Canarie, isole di Capo Verde, Bahia San Salvador e le isole di Galàpagos, poi, ancora, La Nuova Zelanda, Australia, Capo di Buona Speranza e isola di Sant’Elena. Durante queste tappe di viaggio raccolse un’innumerevole varietà inestimabile di campioni, per meglio rafforzare le teorie dei suoi straordinari studi. Egli ebbe modo, così, di conoscere nuova vegetazione, sparsa in distese terre umide, molto stagnanti, dove la vegetazione, unica al mondo, era allora, pressoché sconosciuta; per affermare così la teoria dell’evoluzione, detta anche “Teoria dell’evoluzionista”, come elemento comune, ovvero quel sottile filo conduttore della diversità della vita. I suoi studi e le sue teorie furono confrontati nei grandi, disparati, musei del mondo, oggi sono ancora custoditi e apprezzati, ci danno un’immagine straordinaria, davvero luminosa, di questo noto studioso naturalista.

Di notevole valenza e altrettanto fascino trovo unica la bella poesia “Sciamana”, in cui dice: Comprendere ciclo e terra,/ sospesa a mezzo tra/ aria e oceano,/vestita di colori del sogno/ponte vivo che vola/tra Uomo e Dio…” (pag. 10) .

Va comunque detto che la prima Sciamana è la sibcriana Nadia Stepanova, nata a Burjatija una regione lungo il lago Bajkal, considerato il mare sacro, oggi repubblica della federazione russa. Ci sono poi le sciamane di Tuva, un’antica terra della Siberia, centro meridionale, estesa lungo il confine con la Mongolia. Queste sciamane sono in grado di mettersi in contatto con gli spiriti dell’aldilà e sanno fornire risposte adeguate ad enigmi o sciogliere dubbi che assillano la mente umana. Esse sono dotate di particolari caratteristiche sensitive e innata sensibilità che va oltre alla normale comprensione umana. In alcuni periodi dell’anno si rispettano e si praticano riti particolari per richiamare la protezione degli dei sui raccolti annuali o per invocare pioggia, in casi di siccità. Queste credenze sciamamene, per il bene della collettività, sono tutt’oggi molto diffuse, seguite e praticate presso le comunità di molti popoli.

Orbene, nella poesia “Sciamana” della poetessa è da intendere colei, ovvero se stessa, che con vivo desiderio vorrebbe assurgere a sé tutte quelle grandezze e facoltà necessarie, per arrivare ad un preciso fine o immediato obiettivo come quello di comprendere ciclo e terra, di vestirsi di colori per volare sopra le straordinarie distese tra aria e oceano. Lei vestita di colori da sogno, planando adagio con la sua generosa anima per arrivare lassù nei cicli, oltre l’immaginario, dove risiede Dio.

A mio dire, chi desidera leggere le poesie di Anna Maria Folchini Stabile, dovrà farlo, prefiggendosi, un’attenta, vera analisi delle poesie. In quanto, una rapida o scorrevole lettura, senza soffermarsi per capire, davvero l’anima della poetessa, è sconsigliabile. Altre liriche, di notevole interesse, sono senza alcun dubbio: “L’Età delle regine”, “L’aquilone”, “Via”, “Notte stellata”, “La vita insieme”, “Eventi”, “II mondo in uno sguardo”, “Come eri”, “Pensieri gelati”, “II cuore del poeta”, “Tempi”.

Infine, in cuore marinaio si scorge l’altra faccia di un’autrice introspettiva, che si interroga pensierosa, così tanto desiderosa di scoprire meglio chi sia lei veramente, e, con altrettanta inquietudine, afferma, in “Cuore marinaio”: “L’anima mia/naviga a vista/in un limbo si silenzi/tra scogli di sicurezze/e gorghi di possibilità/ So che ci sei/mio Doppio/mio Angelo mio Altro me,/quando la certezza viene meno/quando nel dubbio/rinunciare è la scelta….” (pag.30). Ecco, un’altra particolarità di un modo di sentire, così avvincente, che risalta fortemente, dentro di sé, la figura del dualismo, che comunque fa parte, nell’insieme, della profonda percezione dell’animo di un poeta. Lei lo avverte, come soltanto veri poeti sanno percepire, intimamente, per poter donare agli altri altre magnifiche poesie, ricche di autentico amore e forte intuito per la libertà, in senso assoluto.

In conclusione, versi plasmati tutti all’insegna d’intense gioie della vita quotidiana, rinnovate altresì da tante belle speranze ancora forti e preziosi sentimenti che sanno vibrano al cuore, lentamente, nuove calde emozioni.

 

 ANNA SCARPETTA

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“Un dono dal cielo” di Ariel & Robin, recensione di Anna Maria Folchini Stabile

“Un dono dal cielo”

di Ariel & Robin 

Piero Macchione Editore – 2011

Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa e scrittrice

 

“ DUCUNT VOLENTEM FATA NOLENTEM TRAHUNT ”.

Questa è la frase finale che chiude il romanzo “Un dono dal cielo” che ha come autori i protagonisti della storia i quali, celandosi dietro nomi fittizi, si raccontano sviluppando l’idea che niente nella vita è dovuto al caso, ma Altri ne tira le fila, anche quando niente lo lascia supporre.

E qui inizia il mio commento a una storia che esalta l’idea che ogni essere umano ha un suo destino e può tentare di sfuggirvi, può perfino costruirsi un’esistenza adattandosi e facendo proprio ogni genere di condizionamento, ma alla fine, inspiegabilmente, il Destino rimescolerà le carte e tutto tornerà come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, con la pace riconquistata e il sollievo di poter pensare che la lunga battaglia è finita.

La trama è semplice.

Due giovani si incontrano, si amano e sanno di essere ciascuno per l’altro la sempre agognata metà della mela, ma per motivi imprevisti si lasciano e percorrono strade di vita differenti.

Il racconto, a due voci in controcanto, descrive le difficoltà e i dolori che ognuno di loro è costretto a vivere, vicinissimi geograficamente e senza mai incontrarsi, per un tempo lunghissimo che li vede divisi, estranei, con professioni, famiglie  e impegni propri affrontati con responsabilità e serietà.

Ma…

C’è un ma…

Nell’età della maturità, entrambi si trovano nuovamente a un bivio: rassegnarsi a una vita spenta e solitaria o ricercare e accettare l’altro creduto perduto per sempre?

“ FORTUNA AUDACES  IUVAT “

Il Fato o il coraggio e la voglia di vivere guidano le scelte e aiutano i protagonisti a ricominciare il gioco della vita.

Che senso ha scrivere e leggere una storia come questa in un’epoca come la nostra, caratterizzata dal “carpe diem” egoistico e superficiale?

Me lo sono chiesto e non ho che una risposta: la vita è misteriosamente affascinante e ogni età ha la sua bellezza.

Per chi vive con onestà, serietà e con un poco di audacia, giusto quel tanto che serve a sentirsi protagonisti senza inutili rassegnazioni e rimpianti, ogni momento nasconde sorprese.

L’amore è il filo conduttore della storia narrata, il destino ( o la Provvidenza?) guida le scelte e suggerisce le azioni grazie alle quali il premio finale è la felicità.

E per chi, come me, crede che i sogni prima o poi si realizzano, questo racconto ne è la prova.

 

Anna Maria Folchini Stabile

Angera, 27 settembre 2012

 

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