“Boghes / Voci” di Stefano Baldinu (poesie nelle lingue sarde), recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La soluzione è in qualche stanza chiusa a chiave

nella tua mente.[1] (95)

La nuova opera poetica di Stefano Baldinu, recentemente uscita, porta il titolo di Boghes / Voci ed è stata pubblicata per i tipi di Puntoacapo di Pasturana (AL). Essa segue una densa attività letteraria di Baldinu che, oltre ad averlo visto vincere numerosi e prestigiosi premi su tutto il territorio nazionale, ha fruttato, in termini di pubblicazioni in volume quattro libri (Sardegna, 2010; Scorci Piemontesi, 2012; Genova per me, 2013 e Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, 2017) e altre plaquette ottenute quali “dignità di stampa” in competizioni letterarie vinte. La particolarità di quest’opera, come ben evidenzia il titolo, è quella di raccogliere per la prima volta gran parte della produzione vernacolare in sardo di Baldinu.

La simpatica e avvincente prefazione di Laura Vargiu, altra poetessa sarda di grande interesse, ben assolve alla funzione di “apri pista” di questo corposo volume nel quale subito viene detto della grande varietà – tanto in termini semantici, fonetici e grafici – delle lingue caratteristiche della Sardegna. Baldinu, partendo dall’assunto condivisibile della non familiarità dell’italiano comune con parlate vernacolari così distanti e impermeabili rispetto a quelle dell’Italia peninsulare, ha reputato utile inserire in apertura degli apparati che facilitano il percorso di lettura al fruitore rendendoglielo ben più gradevole e al contempo formativo.

Nelle note tecniche (alle quali rimando per maggior esaustività) elaborate da Baldinu sulla scorta di studi pluriennali oltre che di una vocazione possente mai venuta meno verso il traslato linguistico in altri codici che appartengono alla sua terra ancestrale, si dà di conto dei principali gruppi linguistici o isoglosse che attraversano la favolosa terra dei Quattro mori. Baldinu le rammenta talora come “parlate” tal altra come “macro varianti”; esse sono: il logudorese (della regione del Logudoro e di cui fanno parte il logudorese settentrionale e quello centrale o comune), il campidanese (parlato nella zona centro-meridionale dell’isola, con le sue numerose varianti oristanese, ogliastrino o barbaricino orientale, barbaricino centrale e quello meridionale, il sarrabese, il campidanese occidentale, il cagliaritano e il sulcitano), il turritano o sassarese con la sua variante castellanese; il gallurese (parlato nella zona nord-occidentale noto anche come corso meridionale); l’algherese (una variante del catalano); il tabarchino (parlato in alcune isole minori del Sulcis). Insomma, un caleidoscopio misto di lingue che in molti casi non hanno particolari comunanze e forme similari nei loro dizionari. Baldinu fornisce anche indicazioni su una corretta pronuncia delle varie parole in sardo e poi il volume si apre nella sua forma bipartita e “a specchio” di testo in lingua sarda (in uno dei dialetti menzionati) e la relativa traduzione italiana che per la gran parte dei non autoctoni risulta necessaria, quando non addirittura obbligata.

Le Voci che si dispiegano nel corso del volume sono quelle che Baldinu rievoca nella mente di una memoria familiare e ambientale alla quale è ancora particolarmente legato, ma anche i discorsi della contemporaneità con le sue difficoltà, idiosincrasie, devianze e patologie sociali. Insomma, una raccolta che recupera la tradizione ma che si staglia verso l’attualità dei giorni che ci fa tutti fratelli e che ci impone spesso una riflessione attenta sulla destinazione dell’uomo, sul senso delle scelte, sulla gravità dei comportamenti e l’obbligo di responsabilità.

Il volume si articola in una breve Overture (Abbertura) e quattro sezioni prive di titolo anticipate dalla numerazione romana e da alcuni versi in epigrafe di altrettanti poeti sardi e si chiude col componimento di coda Il senso del nostro silenzio (Su sensu de sa mudesa nosta). Come osservato in una nota a mezzo stampa che ha dato a conoscere il nuovo volume “Tale struttura è stata così creata a immagine di un’opera di musica classica (ne è testimonianza l’indicazione di una overture e di una conclusione) e fornire al lettore un’immagine di struttura polifonica dell’opera rimarcata dall’utilizzo di più registri linguistici”.

Le tematiche investigate nel volume, nelle trentanove composizioni che lo formano, sono variegate ma alcune sembrano identificarsi in maniera molto netta, anche per la loro felice ricorrenza: la tradizione e la famiglia, il passato e la memoria che riaffiora, la nostalgia, ma anche l’attenzione verso il sociale, la precarietà dell’uomo, la vulnerabilità del genere umano indebolito e sopraffatto da patologie pervasive e invalidanti di varia natura, la pietas verso il sentimento collettivo, la volontà di comprensione degli accadimenti, l’introspezione, il colloquio con l’interiorità, la perlustrazione di questioni intestine alla natura transeunte dell’uomo. I limiti e la finitezza, il pensiero della morte, il tema del cambiamento e dell’insicurezza: Baldinu rasenta un’amplissima campionatura di tematiche, simboli e allegorie per mezzo di una poetica puntuale e rigorosa, che non si mostra recalcitrante nei confronti di una semantica parca e raramente inusuale, puntando sempre all’essenzialità delle immagini colte nei curiosi correlativi, nelle concatenazioni immaginifiche di sentimenti e piani emozionali che tessono una fitta trama.

Alcuni versi estratti dalle opere sembrano a questo punto necessari (citerò in lingua italiana e in nota il testo originale in dialetto con indicazione della variante impiegata): in “Dietro ad ogni parola” al termine della prima stanza leggiamo “E il sogno era più una colonna sonora d’attese / da comporre che un respiro di grafite / appena accennato fra le righe dei silenzi[2] (33).

Senz’altro da citare, per la grande forza espressiva e il sentimento di vicinanza dinanzi a una condizione patologica per chi la vive e di difficoltà gestionale per chi attornia la persona è quella dedicata a tutti i ragazzi autistici dove si legge: “È il riso della gente che non sa e coniuga / parole intraducibili a far naufragare / ogni respiro, rompere l’equilibrio sottile / di questo mio sogno di diventare adulto[3] (47). Baldinu in pochi versi parla con garbo dell’indifferenza e del pregiudizio, ma anche della difficoltà d’inclusione, dell’incomprensione del mondo e della vita che, nonostante tutto, va avanti segnata dalle sue sacche di dolore. Si associa a questo atteggiamento, teso a sondare con incisività e grande rispetto la sofferenza di intere famiglie determinata da casi patologici insanabili o degenerativi, anche la lirica “Dentro al silenzio di un altro universo” che, dopo una breve chiosa di Dino Siddi, tratta il tema del morbo d’Alzheimer (“su di un segno incerto a disperdere gli appunti / per un domani e la linea dell’acqua che circumnaviga / il bicchiere sul comodino[4], 83).

In “I crisantemi” l’Autore sembra rapportarsi, nel dialogo introiettivo, con l’alterità poderosa e ineluttabile della morte e nel suo colloquiare tendenzialmente pacificato sembra quasi sopraggiungere a una rassicurazione istintiva: “A volte i morti sono lucciole miti, / piccole galassie nell’universo infinito, / brandelli di brina sui pallidi fiori lunari. // Talvolta i crisantemi sono la voce / della terra e dormono sulle fronti dei morti / come dormono le stelle: / di uno splendido silenzio[5] (55). Tema, questo del trapasso, che viene richiamato anche nella successiva poesia “Gaetana” dove si parla di un abbandono della Terra avvenuto prematuramente: “e intanto la tua ala, in punta di piedi, / era un silenzio che generava altro silenzio, / il pigmento di un girasole adagiato sull’orizzonte / della sua stessa ombra[6] (57).

Com’è tipico di tanta poesia vernacolare anche in Baldinu vi sono molti versi – di chiara rilevanza per l’autore, ricchi di immagini, così intimi e significativi per il suo tracciato umano – che attengono al recupero della memoria familiare, alla trattazione delle vestigia, seppur per pillole, ancestrali del proprio ceppo familiare. È il caso – in particolare – di “Ricordi di nonno” dedicata all’avo Giomaria Baldino noto come “Billa” nella quale l’affettuoso nipote così annota la figura dell’uomo: “il mistero di una vita fra la polvere / e il verderame che ti colorava il vestito come ad un Arlecchino / […] / Il tempo non passava mai come / un cielo capriccioso che non vuole diventare stellato[7] (61-63). Appartengono a questo filone di poesie familiari anche “Sul mare dell’eterno” dedicata allo zio Antonio Baldino inaugurata da una citazione di Vincenzo Pisanu che recita “Quando non ci sarò più, non piangete per me…” ad intendere il percorso dell’uomo andato che va ricordato e non pianto, celebrato lietamente nella memoria e non fatto oggetto di disperazione. C’è poi una poesia che Baldinu ha voluto dedicare all’amato padre (colui che più di tutti gli ha trasmesso l’amore per la sua terra, i suoi costumi e le sue lingue), “Al di là della gioia”, nella quale tenta un confronto serrato, intessuto su un atteggiamento di raffronto e specularità con il genitore: “Da tempo ho bisogno di parlarti, / di precipitarti nell’incavo dell’anima / con l’urgenza di una pagina bianca / da riempire per scoprire quanto tutto di te mi assomiglia[8] (111).

Uno sguardo sul difficile e provato mondo della nostra attualità di certo non poteva mancare in un poeta attento e sensibile come Baldinu e ce ne rendiamo subito conto dinanzi alle liriche (solo per citarne alcune) “A pelo d’acqua” dedicata agli infanti morti in mare in qualche traversata con i loro genitori alla ricerca dell’agognato quanto mendace Eldorado costituito dall’Europa; “L’eternità della sua assenza” riferita, invece, alla condizione dei clochard vittime dell’indifferenza generale e spesso anche di violenza gratuita; il lungo componimento “Il suo non amore mi lascia senza parole” in cui è contenuto un messaggio di sdegno, riprovazione e rifiuto della logica patriarcale, di denuncia alla violenza di genere. Qui, in particolare, leggiamo: “di viola all’angolo dell’occhio / […] / la cicatrice sul ventre, cordone ombelicale / di vita abortito / […] un amore malato // […] Ma come osservare questo viso, la sua inesatta duplicazione che si abbandona / sui vetri / […] / fra le screpolature dei miei occhi / […] i contorni di una vita differente // […] assaporare il frumento di un’altra umanità[9] (147). Baldinu affronta anche il dolore di tante madri accomunate da un unico doloroso destino: quello di dover sopportare per tutta la vita la scomparsa dei propri figli. È il caso delle madri di plaza de Mayo che neppure le alte temperature argentine né l’avanzata età fa risparmiare la loro presenza assidua e convinta, disperata, nel reclamare giustizia dinanzi a una barbarie di dimensioni spaventose: “vanno con gli stessi occhi / di uno stesso cielo, con le stesse rughe di uno stesso sole / incontro allo stesso silenzio, alle parole ripetute / sotto la pioggia incessante. // La loro voce è un mare che squarcia e rovescia / i monti / […] / “Dove sono? Dove li avete lasciati cadere? Dove avete spezzato le loro matite?[10] (73). È un dolore pungente, insondabile, reiterato, continuo, che il tempo non ha silenziato né calcificato, non vi è desiderio di vendetta, né vi sono tentativi di autoannullamento. È un dolore lucido, patente, collettivo, accorato. È un dolore sempre attuale e presente, inallontanabile, una sofferenza sovrumana, di una rescissione violenta di una parte dei loro stessi corpi. È un dolore di madre.

Stefano Baldinu, autore del libro

Il libro di Baldinu si presta doppiamente come strumento utile per il possibile fruitore: oltre alla preziosità delle sue liriche, contenenti pensieri, divagazioni, visioni ed esperienze che così esterna a noi tutti, un fittissimo campionario di versi meticolosamente scelti da numerosi poeti della terra di Sardegna, richiamati e citati sia in esergo che in apertura a particolari liriche, rimembrati per la loro opera e lì posti in bella vista, come in un tabernacolo che conserva qualcosa pregiato. Sono frasi nelle quali Baldinu ritrova il senso delle cose, il possibile tracciato dove iscrivere le sue liriche, annodando analogie e richiami tra poeti che risultano curiosi e particolarmente fertili. Ed è così che Boghes / Voci finisce per contemplare, seppur in versione ridotta, anche una minima antologia della poesia sarda contemporanea. Sfilano così tanti nomi (forse poco conosciuti o che poco richiamano ai più) ma che Baldinu ci offre per una riscoperta, studio e un maggiore trattazione. Reputo, pertanto, richiamarne almeno i nomi affinché l’individuazione dei percorsi bio-bibliografici degli stessi, dopo un’eventuale opportuna ricerca, possano consentire approfondimenti utili forieri di scoperte che s’intuisce saranno significative. Li riporto secondo l’ordine cronologico di nascita: Giovanni Camboni (Pattada, 1917 – 1991, dialettale nella variante logudorese), Dino Siddi (Sassari, 1918-2020, dialettale nella variante sassarese), Giulio Cossu (Tempio, 1920-2007, dialettale nella variante gallurese), Aldo Salis (Sassari, 1925, dialettale nella variante sassarese), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925, dialettale nella variante campidanese), Ignazio Delogu (Alghero, 1928 – Bari, 2011, dialettale nella variante catalana di Alghero), Giovanni Fiori (Ittiri, 1935, dialettale nella variante sassarese), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936, dialettale nella variante campidanese), Antonio Coronzu (Alghero, 1944, dialettale nella variante catalana di Alghero), Enzo Sogos (Alghero, 1958, dialettale nella variante catalana di Alghero)[11].

LORENZO SPURIO

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1]Sa solussione est in calche istantzia cunzada a ciae / in sa mente tua” (94), variante logudorese.

[2]E su sonniu fiat pius una colunna sonora de appittos / dae cumpònnere chi un’àlidu de lapis / a izu atzinnadu tra sas rigas de sos silentzios” (32), variante logudorese.

[3]Est su risittu de sa zente chi non ischit et cuniugat / paraulas chi non si podet traduchere a faghere affundare / donzi respiru, / secare s’echilibriu sùttile / de custu sonniu meu de divènnere mannu” (46), variante nuorese.

[4]subra unu signu intzertu a disperdere sas annotaduras / pro unu cras e sa linea de s’abba chi tzircumnavigat / sa tatza subra su condominu” (82), variante logudorese.

[5]Calchi borta sos mortos sunt culeluches masedos, / budrones de isteddas piccoccas in s’universu infinidu, / chirriolos de chiddighia supra sos pallidos frores de sa luna. // Calchi borta sos crisantemos sunt s’unica boche / de sa terra e dromint supra sa frùntene de sos mortos / comente dromint s’isteddas: / d’un meravillosu silentziu” (54), variante nuorese.

[6]e intantu s’ala tua, in pittu de pe’, / fiat uno silentziu chi at gheneradu s’ateru silentziu, / sa tinta de uno girassole arrimau supra s’orizonte / de sa matessi umbra” (56), variante nuorese.

[7]su misteru de una vida tra sa pìuere / e su birderamen chi ti tinghiat su bestire comente a unu Arlecchinu / […] / Su tempu non passaiat mai comente / unu chelu bettiosu chi non volet diventare isteddau” (60-62), variante nuorese.

[8]Dae tempu apo bisonzu de faeddarti, / de prezipitarti in s’incasciu de s’alma / cun s’apprettu de una pazina bianca / da piènnere pro iscobèrrere cantu tuttu de tue m’assimizza” (110), variante lugodorese.

[9]de viola a s’angulu de s’oju / […] / sa cicatritze subra su bentre, cordone de s’imbligu / […] / un’amore malàidu // […] Ma comente abbaidare custa cara mea, / sa duplicatzione sua impretzisa chi si abbandonat / supra sos bidros / […] / iscorzoladuras de s’ojos / […] / inghirios de una vida differente // […] assaborare su trigu de un’atera umanidade” (146-148), variante logudorese.

[10]andant cun sos matessi ojos / de unu matessi chelu, cun sas matessi pijas de unu matessi sole / contra a su matessi silentziu, a sas peraulas repitidas / sutta sa pio fittiana. // S’insoro boghes sunt unu mare chi isgarrat e bortulat / sos montes, / […] / “Ue sunt? Ue ais los lassados falare? Ue ais segadu s’insoro lapisas?” (72), variante logodurese.

[11] Purtroppo non sono riuscito a recuperare indicazioni precise in merito alle date di nascita e morte e zona di appartenenza di tutti i poeti di cui Baldinu riporta versi nel suo libro. Riporto a continuazione gli altri di cui si difetta di informazioni complete: Antonio Palitta (Pattada, n.d. – 2003), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925), Pietrino Marras (n.d., 1925-1979), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936), Vincenzo Pisanu (Uras, 1945), Orlando Biddau (Fiume, 1938 – Bosa, 2014), Maria Paola Gisellu, Pietro Mellino, Fedele Carboni, Gavino Finà, Cesira Carboni Aru, Angelo Bellinzas, Antonio Manca, Francesco Manconi, Rosalba Martino Farris, Tore Silanos, Anna Fenu, Antonio Spensatello Fais, Gavino Virdis, Giovanna Elies Pecorini, Mario Sechi, Antonio Satta, Giampiero Mura, Antonello Paba.

Esce “Dagli scaffali della biblioteca” di Nazario Pardini

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Nel corso degli ultimi anni il poeta, scrittore e critico letterario prof. Nazario Pardini di Pisa ha collaborato costantemente e in maniera continuativa con pubblicazione di suoi testi, tanto poetici che critici, su questo spazio, «Blog Letteratura e Cultura» e in particolar modo con la rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe». Personalmente ho avuto il piacere – oltre a leggere varie sue sillogi di cui mi ha fatto generosamente dono – di intervistarlo qualche anno fa; quel testo venne pubblicato, assieme a una serie di altre interviste a grandi poeti italiani della nostra età e con una prefazione di Sandro Gros-Pietro in La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2015). Alcuni mesi fa ho avuto il piacere di leggere e recensire (clicca qui per leggere) quella che – in quel momento – era l’opera più recente di Pardini, ovvero Il colloquio con Thanatos (Guido Miano, Milano, 2019), compimento di una preziosa trilogia poetica. Ricevo in data odierna, dall’Ufficio Stampa della Miano Editore, il comunicato stampa che dà notizia di una nuova pubblicazione di Pardini dal titolo Dagli scaffali della biblioteca, per la collana “Alcyone 2000” di Miano Editore, che si apre con una ricca prefazione di Marco Zelioli. Proprio da questo testo critica d’apertura citiamo alcuni pregnanti estratti: «La prima parte della raccolta è intitolata Ricordi che pungono. È una rassegna di affetti familiari che il poeta presenta al lettore con la delicatezza di sentimento di chi contempla la fuggevole realtà come segno di qualcosa che non si comprende appieno, ma che inevitabilmente c’è, e perciò va riconosciuto come vero al di là di ogni ragionevole dubbio. […] La seconda parte dà il titolo all’intera raccolta: Dagli scaffali della biblioteca. Vi sono raccolte, semplicemente contraddistinte da un numero romano, trenta poesie di varia lunghezza. Sono immagini, momenti catturati al tempo [con] accenni a vari scrittori, non solo poeti come Baudelaire, Dante, D’Annunzio, Saba, Pavese, Cardarelli, Ungaretti, Francesco Pastonchi, Attilio Bertolucci, Giuseppina Cosco, Giorgio Caproni […] Ecco cosa “vive” negli scaffali della biblioteca del Pardini, e cosa egli ci fa rivivere, ponendocelo dinanzi: uno stuolo di poeti, ma anche un critico come Carlo Bo ed illustri filosofi, da Platone a Nietzsche. […] Le Dieci poesie d’amore, che costituiscono la terza ed ultima parte della raccolta, sono un inno alla vita. Vi si trovano immagini leggere, fresche, spontanee […], vi sono tratti paesaggistici accostati al sentimento personale, quasi a far partecipare la natura delle vicende umane. […] C’è un che di foscoliano nel verseggiare del Pardini, il quale sa ammantare lo spirito romantico tipico della “rimembranza” (che è anche leopardiano) con quello stile dolcemente neoclassico, che riecheggia la nitidezza dei versi catulliani (come non ricordare, in proposito, la foscoliana A Zacinto in parallelo ai versi di Catullo sull’amata Sirmione?). Eppure non c’è alcuna dipendenza dai modelli di riferimento, perché lo scrivere del Pardini spazia liberamente nei campi già arati da tanti illustri predecessori, il cui studio si avverte bene».

Il presente testo è stato scritto a partire dal comunicato ufficiale di pubblicazione del nuovo libro diffuso da Miano Editore opportunamente modificato e ridotto e con l’inserzione del paragrafo introduttivo.

“Tèrmele ndù core – Termoli nel cuore” di Antonietta Siviero. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Tèrmele nen ghé cchiü

quìlle de na vóte. (63)[1]

Nella ricca e particolareggiata recensione[2] stilata dal medico e umanista Ermete Pellicciotta diffusa grazie alla poetessa, giornalista e critico letterario pescarese Daniela Quieti sulla testata Logos Cultura, sull’opera prima della poetessa molisana Antonietta Siviero, Tèrmele ndù core, vengono analizzati in maniera meticolosa e appropriata i caratteri principali della poetessa, nata ad Arzano (NA), residente ormai da molti anni nel comune costiero di Termoli di cui canta bellezze, particolarità, ma anche problematiche sociali.

Per questa opera la Siviero ha deciso di esprimersi nel dialetto locale, il termolese, ben credendo nella tradizione e nell’esigenza dell’uomo d’oggi di custodire e preservare i caratteri della sua anima popolare. Come molti critici da tempo sostengono – in barba a chi, invece, considera il dialetto una lingua inferiore, non colta, pregna di luoghi comuni legata al provincialismo – la Siviero dimostra in maniera spontanea – e non per questo meno acuta – quanto l’universo dialettologico e demoetnoantropologico che rende i luoghi così tipicizzanti e ricchi nelle loro diversità – siano contesti dove pullula la vita, scantonando nostalgie diffuse in chi vede tale codice qualcosa di vetusto, inattuale, obsoleto, arcaico e distante dall’uso comune della lingua. A differenza, la decisione di pubblicare nei nostri giorni un volume di poesie in dialetto (con opportuna traduzione in italiano, s’intende, avendo il libro diffusione nazionale) è sì un’operazione in qualche modo coraggiosa, ma anche necessaria vale a dire utile e determinante per indagare, valutare ed evidenziare lo status, il livello di vita, dello stesso dialetto.

Dalle pagine della Siviero, come sempre avviene nella più fiorente produzione dialettale di ieri e di oggi (dovremmo, infatti, parlare nel caso della Siviero di un neo-dialetto) provengono sì gli echi di un passato, l’amore per i luoghi della città, alcuni personaggi caratteristici, ma si nota anche l’inserimento di tematiche sociali d’attualità (inquinamento, indifferenza generale, diversi costumi della gente, incuria anche dell’Amministrazione, etc.) ben ponendo in evidenza come il dialetto non sia unicamente relegato alla sfera del passato ma possa avere un senso e una diffusione anche nel nostro presente.

Ecco, in fondo, svelato anche il senso del titolo del volume così carico di affetto per la sua città: la Termoli che vive nel cuore è probabilmente quella degli anni ormai andati ma è ancor più (e non potrebbe essere diversamente; nel caso contrario non vi avrebbe dedicato un’intera pubblicazione) il centro rivierasco che appare adesso, come si mostra al potenziale visitatore di oggi, la cui immagine odierna – per lei – non è altro che frutto della stratificazione di ricordi del passato, di com’era, di come veniva vissuto, da chi veniva abitato, e così via. La Termoli di oggi (ma questo vale per ogni possibile città dell’intero Pianeta) non è esattamente quella di una volta eppure, per converso, è costitutivamente, nelle sue fondamenta, nei suoi ingredienti che la animano, anche quella di una volta. Proprio come la vita dell’uomo: non siamo più chi eravamo a vent’anni (inesperti, ambiziosi o incapaci nel prendere una decisione) ma ciò che siamo deriva di certo da ciò che abbiamo nel tempo vissuto, deciso, maturato, intrapreso, condotto e così via. Ecco perché una pubblicazione come questa della Siviero ci aiuta enormemente a fare, in un certo senso, i conti con noi stessi, ci richiama a vederci attraverso lenti diversi, a istituire una lettura del vissuto in termini non tanto cronologici, scanditi dai momenti singoli, quanto comparativi, in termini di raffronto. Tale operazione non ha (o per lo meno non dovrebbe avere) un taglio di segno negativo ovverosia indagare solamente le mancanze, le criticità, le problematiche distintive del presente che, nel passato, neppure erano lontanamente configurabili[3]. Vale a dire tale tipo di lettura non dovrebbe rivestire la sola velleità di denunciare tutto del presente per esaltare – senza sé e senza ma – la bellezza indiscussa e il benessere del passato ma, al contrario, deve essere capace di mettere in luce, con attenzione e criticità, il cambio degli usi e gli atteggiamenti umani con acribia e fedeltà. Questo perché – e sarebbe ingiusto dirlo – non è sostenibile il discorso che il presente sia tutto negativo, improntato alla sfascio, posseduto da una degenerazione insopprimibile e il passato un Eldorado mitico; in questi casi ci troveremo dinanzi a forme esasperate di nostalgia (che come ben sappiamo quando si estremizzano diventano patologiche e possono permettere l’insorgenza o dar compimento a problematiche difficilmente sanabili), di vittimismo, di misantropia e di mancato inserimento nel contesto nel quale siamo collocati.

La Siviero mostra degnamente, mediante i suoi versi il cui tono va dal ludico all’ammonente, dallo speranzoso al melanconico, dall’ironico al serio, come la dimensione del dialetto – vox populi – sia protagonista fondamentale – e degna di rispetto – nell’analisi di un popolo, di una comunità che nel tempo si tramanda, cambia, s’evolve, sente nuove necessità, cresce, si sviluppa.

Se, allora, le troppo frequenti (e banali) considerazioni di “era meglio una volta”, “Si stava meglio quando si stava peggio” appaiono perifrasi ridondanti poco rispondenti al vero, va di certo tenuto conto che il passato ha rivestito, comunque, un momento cruciale nella vita di un popolo “siamo chi siamo stati”, sembra di sentir dire. Questo confronto dialettico tra età diverse che i versi della Siviero mostra è molto ricco e foriero di considerazioni di questa risma.

Come già accennato poco fa dovremmo concepire il dialetto termolese (e non genericamente molisano, dacché all’interno di tale Regione – come avviene per l’Italia tutta – sono configurabili vari sotto-ceppi e idioletti) come lingua di scambio tra ieri e oggi, quale travaso di quel sapere arcaico e popolare che si trasmette all’oggi, senza la celebrazione che qualche sfegatato delle lingue locali e di campanilismo fa, con il solo intendimento di preservare quel codice che, immancabilmente, inserito nel contesto moderno, della società consumistica e massificata dell’oggi, non può che essere diverso da quello di ieri.

Le influenze con altre lingue e codici espressivi, le ibridazioni, le forme di contatto, le storicizzazioni di alcuni termini e, di riflesso, l’entrata di altri, da lingua viva quale il dialetto è, non può che mutare con i tempi. Qualche tempo fa – non risulta importante ai fini di questo testo riportare nomi o riferimenti espliciti al dialetto interessato – un giornalista, recensendo (o tentando di recensire) l’opera dialettale di un poeta locale ottuagenario (noto nel contesto nel quale viveva e con numerose pubblicazioni alle spalle) aveva rimarcato nelle sue considerazioni come il dialetto di quell’autore fosse arcaico, obsoleto, non più efficace e realistico, non rispondente ormai alla lingua dialettale che realmente si parlava. Al di là delle ire dell’interessato – accanito sostenitore della precisione di quella sua forma dialettale e dell’unicità del dialetto – che ne derivarono, venne messa in risalto una realtà importante: quella della naturale derivazione e sviluppo, nel tempo, di ciascuna lingua e, dunque, anche del dialetto. Il dialetto di quel signore era testimone di un’età passata, completamente tramontata, che lui proponeva come ancora attuale quando, invece, tutto testimoniava il contrario. Episodi come questo se ne potrebbero raccontare a decine; si pensi anche all’italiano che si parlò e alcuni casi si parla ancora in alcune famiglie e comunità discendenti da italiani espatriati all’inizio del secolo scorso in sud America che è l’italiano pre-espatrio e, dunque, non è assolutamente l’italiano che poi nella sua culla, nel contesto appunto italiano, si è modificato e sviluppato sino ad essere quello che è oggi. Manifestazioni concrete, appunto, di come la lingua non si conservi tale e inalterata nel tempo ma che, al contrario, subisce un immancabile processo di differenziazione e sviluppo dettato da ragioni sociali, storiche, geopolitiche, di sviluppo scientifico, di contiguità e contaminazione con altre lingue (ibridismi, calchi semantici, prestiti, etc.). Reputo tale parentesi – che in realtà è un tema ampio di studiosi, linguisti e dialettologi – rilevante in tale contesto di analisi dell’opera poetica della termolese Antonietta Siviero alla quale, va ricordato, è stato recentemente attribuito il Premio “Raffaele Pellicciotta” istituito dal Comune di Perano (CH) in memoria dell’insigne intellettuale e medico che lì nacque nel 1903 che, tra le varie opere, pubblicò il Vocabolario etimologico della lingua Frentana e poi di Perano in Val di Sangro, “tentando di ricostruire la vicenda umana, culturale, linguistica e civile nel tentativo di ricomporre l’identità storica e sociale della gente della Val di Sangro per innestarla nel quadro generale della storia di tutta la Regione e, quindi, di tutta la Nazione”[4].

Tra le tematiche d’interesse sociali che fuoriescono dalla raccolta analizzate nella sua recensione apparsa su Logos Cultura vi sono l’inquinamento nella forma dei fiumi contaminati, l’insorgenza di fenomeni metereologici improvvisi e rovinosi per l’ambiente e le culture, come la grandine; finanche questioni di carattere bioetico, che si interrogano fino a dove la scienza e il progresso possono spingersi (la fecondazione assistita, vi è una poesia sulla pratica dall’indecoroso epiteto di “utero in affitto”) ma anche il fenomeno dell’immigrazione visto, non tanto dalla disperazione dei poveri cristi che lasciano il paese e s’imbattono in un viaggio difficile e insicuro, ma delle ONG, questi enti che – come la cronaca spesso ha documentato – dietro veli di spirito solidale e umanitario, celano interessi privati, speculazione, una macchina di sfruttamento indicibile.

Per chi (ancora) non ha mai visitato Termoli, questo libro si presenta anche particolarmente avvincente per percorrerne alcuni dei possibili tragitti turistici, tra le rejiecèlle[5], grazie agli scorci visivi che la Nostra ci consegna, delle vere e proprie cartoline, a partire dal Castello “piramidäle, che sòpe na tórre quadräte/ e cacche remasùjje de mèrlature./ Setuäte ìmbìzze ‘u müre du märe,/ ‘u casìlle ghé a sendenèlle/ de Tèrmele[6] (14) ai fascinosi trabucchi dell’omonima poesia: “’Ntrunate a mizze i scujje/ ‘u trabùcche ghé ‘ngandatore./ Alambíde, sòpe i päle sturte,/ senza frègge./ […]/ Pe meràcule sta casärelle de legnäme/ te päre ‘u pàlche dù munne./ […]/ A la ‘ndrasàtte ‘u trabùcche/ devende ‘u tróne da vite,/ na luche affatäte,/ a forze e a fatì[7] (30), luoghi dell’anima che, col cuore in mano, la porta a confessare il suo imperituro amore: “Tèrmele mï che ‘ngande si!/ Si’ come ‘u sunne du prïm’amóre,/ si’ nu brellànde da tenè’ ndù córe” (70)[8].

LORENZO SPURIO

Jesi, 15-06-2020

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. 


[1]Termoli non è più/ quello di una volta” (63).

[2] Daniela Quieti, “Ermete Pellicciotta sulla raccolta di poesia dialettale Termele ndù core di Antonietta Siviero, Logos Cultura, 7 ottobre 2019. http://www.logoscultura.it/ermete-pellicciotta-sulla-raccolta-di-poesia-dialettali-termele-ndu-core-di-antonietta-siviero/

[3] Come avviene ad esempio, nella poesia “Per il Maestro Achille Pace”, dedicata all’artista termolese che, con il premio da lui fondato, fece risaltare Termoli all’interno del contesto internazionale e che, oggi, purtroppo, è dimenticato in via generale dall’Amministrazione locale ma non – come dimostra l’autrice – dal popolo. In questa poesia leggiamo: “Oramä’ a stù paèse/ ‘nge capisce sbajjocche,/ […]/ Ce sennäme l’arte/ e chi ha fàtte canosce a mìzze mùnne/ Tèrmele che l’arte” (60); in italiano: “Ormai a questo paese/ non si capisce più niente,/ […]/ Ci sogniamo l’arte/ e chi ha fatto conoscere a mezzo mondo/ Termoli con l’arte” (61).

[4] Così si può leggere nella presentazione dell’autore dal suo sito ufficiale: https://www.raffaelepellicciotta.it/biografia-raffaele-pellicciotta-vita-opere-operato/ Sito consultato il 15/06/2020.

[5] Sono, come l’autrice indica nell’apposita nota a piè di pagina, le “strettissime strade del paese vecchio” (56).

[6]piramidale, con sopra una torre quadrata/ e qualche rimanenza di smerlatura./ Situato sull’orlo del muro del mare,/ il Castello è sentinella/ di Termoli” (15).

[7]Intronato in mezzo agli scogli/ il trabucco è incantatore./ In piedi, sopra i pali storti,/ senza ornamento./ […]/ Per miracolo questa casetta di legno/ ti sembra il palco del mondo./ […]/ All’improvviso il trabucco/ diventa il trono della vita,/ un luogo incantato,/ la forza e il lavoro” (31).

[8]Termoli mio, che incanto sei!/ Sei come il sogno del primo amore,/ sei un gioiello da tenere nel cuore” (71).

Il silenzio sopra Berlino. Su “Nel silenzio delle nostre parole” di Simona Spartaco. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

9788851171971_fasc_23_b4f4a517518476eb57e67c9500c65744 (1).jpgBerlino, 23 marzo, 23.41 di un anno indefinito (i roghi divampano sempre nelle fragili anime umane), un palazzo “rivestito di intonaco rosa” prende fuoco nell’ultimo romanzo di Simona Sparaco Nel silenzio delle nostre parole (DeA Planeta 2019) e le lingue sono anche quelle dei suoi inquilini da troppi anni colpevolmente, tragicamente mute.

Per le quindici ore che lo precedono si snodano e interferiscono, fra analessi e presente della narrazione, storie di figli lontani – Alice, “esile, bionda, fitta tempesta di lentiggini”, distratta e fantasiosa studentessa di architettura e lo spiazzante Bastien, “Kurt Cobain in versione arabeggiante”, sguardo spiritato, spirito agnostico, cattive compagnie, mai quello che sembra se è capace, comprando una madeleine, di subire proustianamente il potere evocativo di certe fragranze…dovrà dirle quelle sei parole – di madri che non rinunciano a loro, di padri forse più silenti ma tanto, a volte, più presenti, di tenaci legami coniugali che sfidano il Tempo, di altri nascenti pronti ad accettarne le leggi e a giocare la partita di un cammino affettivo condiviso. Anche storie di “corpi”: quelli dell’algerina Naima, madre di Bastien – “occhi allungati e labbra rosse” in un fisico inerte di “marionetta disarticolata” (da 33 anni nessun “solletico sotto i piedi”, solo l’ambiguo esoscheletro di una minacciosa sedia a rotelle), caparbia contro gli “smottamenti” insidiosi delle proprie gambe quanto nella passione tenace per il marito “biondo eroe che invecchia malamente” o forse…sei parole dal figlio dovrà ascoltarle – della baltica Polina, ex-ballerina, “danzatrice di ceramica che cade e si frantuma” tentata di lasciar volontariamente cadere il suo corpo levigato, ridotto a “strumento arrugginito e stonato” dopo una gravidanza senza intimità frutto di calcolo professionale, di Hulya, “leone diffidente con una nuvola di capelli ricci” che non accetta la femminilità delle proprie forme mascoline. In ognuno una insopprimibile, talora inconscia, ansia/esigenza di maternità, rapporto filiale, amore – declinato nelle forme della pudica intimità senile, della sessualità che “sgretola i pensieri” come i muri della Storia o delle tele di Matthias, il ragazzo di Alice, di un caldo abbraccio rubato (fantasticato?) fra donne – vere forze vitali del romanzo, tanto più intense quanto più le parole tacciono, avvilite e frustrate da timori, rimpianti, fraintendimenti per essere, magari, affidate all’espressione scritta (il quaderno della madre di Alice, felice espediente metaletterario e amuleto salvifico), ai frammenti filmati di Hulya, finanche alla fantasia virtuale di un videogame: surrogati preziosi che confermano intera la fede dell’autrice nel potere taumaturgico dell’esperienza artistica che guarisce e redime.

“I processi di combustione si innescano e procedono a velocità bassissime, in apparente letargo molecolare”…In quello esistenziale, ciascun personaggio, a suo modo, sogna: una collocazione nel mondo, simbolicamente rappresentato dalla mongolfiera Die Welt, sorta di “coro” iconografico ricorrente che aleggia nel cielo della città, un passato ancestrale nel quale affondano e si radicano le proprio origini etniche e familiari – splendida la figura della nonna deportata di Polina, “accucciata dentro di lei per continuare a guardarla” –  rievocato da sapori e, soprattutto, odori (originalmente la scrittrice vi ricorre spesso per tratteggiare gli ambienti)), un’infanzia edenica mai edipicamente rimossa, in cui la madre è una bambina alla quale si potrebbe confessare il segreto più riposto (magari scrivendo sul suo quaderno) e il figlio un efebico, bellissimo innamorato. “Ignizione, aumento della velocità molecolare stimolato da un catalizzatore”…E i protagonisti, nell’imminenza della tragedia, si cercano, si incontrano, credono di (ri)conoscersi, si desiderano e si scrutano offrendo al lettore nuovi, rispettivi dettagli fisici e psicologici che la voce narrante ha taciuto o, addirittura, delineato diversamente (brillante intuizione narrativa, particolarmente funzionale nel caso di Bastien, il carattere forse più eclettico e travisato) perché nessuno, in fondo, vuole sottomettersi al silenzio e rinunciare a (ri)trovare, certo rischiando, la propri identità profonda. Alla fine, in un pre-epilogo avvincente e non del tutto consolatorio, le fiamme liberano i sentimenti più reconditi, alimentano e ravvivano – purificatrici – le passioni sopite o negate, bruciano, prima delle cose, ipocrisie, omissioni, nevrosi paralizzanti e complessi inibitori. Nella distruzione si tirano le somme, si tracciano bilanci provvisori, si aprono prospettive e progettualità inattese, “con” e “nel” rinato dialogo “l’equazione dell’amore” trova una convincente soluzione mentre tutti salvano tutti, anzitutto se stessi, dall’equivoco di un’esistenza che esige di essere vissuta con pienezza e coerenza, così come il piccolo Janis, neonato figlio di Polina, reclama con il solo suo sguardo di essere accolto e riconosciuto.

Crediamo che Nel silenzio delle nostre parole costituisca l’esito migliore e più maturo della Sparaco, non solo sul piano tematico (vi incide fortemente la personale esperienza autobiografica ed emotiva) ma anche strutturale e stilistico. Il narratore esterno assume l’ottica interna multipla/polifonica dei personaggi, conferendo agli eventi un ritmo sincopato in crescendo che aderisce magistralmente al lento propagarsi dell’incendio e viene scandito da inserti tecnici che abbiamo in parte riportato, nel tempo narrativo di una storia coincidente, di fatto, con quello del racconto (225 pagine per poco meno di 24 ore) e “doppio finale”, il secondo ellitticamente differito alla commemorazione dell’anno successivo. D’altra parte, con ancor più convincente originalità rispetto alle precedenti opere (il titolo di una l’abbiamo “nascosto” nel testo), il suo stile, essenzialmente dialogico, asciutto e pure mai semplicemente referenziale, si arricchisce di improvvise, efficaci aperture liriche (“ricordi vibrazioni sottili dell’aria nella luce ambrata di un lampione”, “nuvole come enormi foulard di seta sospesi nel vento”, “strade nitide i cui colori paiono ripassati dalla mano ansiosa di un giovane pittore”) cui viene affidata spesso la descrizione suggestiva e minimalista di una Berlino evocata, senza convenzionalità, nei suoi musei, nelle mostre estemporanee, nell’atmosfera multietnica di negozi e locali.

Marco Camerini

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Parole Silenzi Echi Ritorni” di Velia Balducci, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La mente di un poeta

somiglia a una farfalla

velia-balducci.jpgQuesta prima raccolta poetica dell’autrice anconetana Velia Balducci (Parole Silenzi Echi Ritorni, Ventura Edizioni, 2019) non lascia indifferenti per una serie di motivi che si cercherà di enucleare a continuazione e che rendono l’opera, senza alcun dubbio, pregevole nel sistema di rimandi tra contenuti ed evocazioni.

Il titolo, di per sé così troppo esplicativo per una raccolta di poesie, è un chiaro segnale che aiuta il percorso di lettura e – semmai – quello interpretativo delle tante pillole di vita personale in essa contenuto. È un volume di chiara poesia intimista e confessionale – non in termini religiosi, ma di una confessione tra sé e la propria anima – , dove gli elementi che vengono man mano centralizzati nei vari testi sono per lo più dolci memorie di un passato che non ritorna (quegli “echi” che figurano nel titolo, appunto), versatili silenzi che, come spesso accade, possono essere talmente polisemantici, alludere a mondi vasti e contrastanti, essere riempiti in maniera non sempre così intuitiva o necessaria.

Essenziali, tra le tante, le memorie relative ai giorni trascorsi con i nonni, nella casa piccola ma grande come il loro cuore, dove la poetessa era colma di carinerie, gesti di premura e di un amore incondizionato da parte di quelle che poi, col trascorso del tempo, sono divenute le sue “stelle”. C’è attenzione anche l’universo ambientale, tanto naturalistico – con le varie liriche marine o dove si richiama l’immagine-simbolo del gabbiano – che sociali dove si riflette sulla mancanza di trasparenza dell’uomo, la sua azione malvagia contro le donne, la sua incapacità di ragionamento dinanzi a determinate situazioni. Non un’indagine inclemente della condizione sociale, della razza umana d’oggi, né una poesia di impronta dichiaratamente civile, semmai una sorta di riflessioni, qua e là, come fugaci pennellate, anche della frastagliata condizione umana. C’è poi, quale riflesso utopistico di un al di là dove è soave proiettarsi, tutto l’universo celeste: il cielo visto come spazio dell’illimite ma anche come campo dove, forse, con occhio acuto, è possibile scorgere, tra i tanti geroglifici incompiuti, delle risposte. Si badi bene, non delle risposte oggettive, delle risoluzioni pratiche e materiali a esigenze della vita, ma delle confidenze interiori, quale una comunicazione medianica difficilmente spiegabile se non per mezzo di potenzialità sensoriali, di apertura mentale, di appassionante abbraccio alla vita tutta.

Ecco perché anche le poesie che, in maniera più o meno esplicita, parlano della morte come concetto o della morte tramite il ricordo di persone che hanno abbandonato il nostro Pianeta, non scendono nel più fosco appiattimento. C’è, infatti, nella poesia di Velia Balducci – e non potrebbe essere diversamente conoscendo il brio che la contraddistingue – un impeto verso il bello, una ricerca continua verso la spiegazione intima, profonda, viscerale delle cose, una lettura appassionata del vivere che rifiuta ammorbamenti, chiavi di lettura tristi e che, dopo tutto, ammicca sempre alla vita strizzando l’occhio.

Ne è testimonianza, tra gli altri, anche il breve frammento narrativo – una sorta di racconto, è vero ma dalla tecnica volutamente allusiva, dal finale aperto, dagli intenti introspettivi e di ricerca interiore che ne fa una prosa poetica – che chiude il volume nel quale si attorcigliano tra loro alcuni dei motivi che più dominano nell’intero lavoro poetico: l’amore per la lettura e la scrittura, l’amplesso solare – in questa comunione completa con l’elemento naturale che, al contempo, è fuoco e ingrediente di vita della Terra -, la voglia di raccoglimento e l’istinto mai domo verso la conoscenza, finanche la riflessione sul tempo, sulla sua inesorabilità e la senilità rappresentata dall’anziana che incrocia. C’è anche, per riflesso e al contempo come connaturato rimando, il mito dell’infanzia nel riferirsi alla favola, a un mondo di giochi e di narrazioni fiabesche dove il bello è sempre assoluto e l’amore è coronato in scene archetipiche. Che forniscono pace e completezza nei bambini, ma che assediano di terrore gli adulti, che ne incrinano le certezze rendendoli più burattini che principi e principesse, in uno spazio che non è lo sconosciuto bosco o il palazzo di corte, ma la caotica città con i suo drammi.

Il libro raccoglie, in una sezione dedicata posta in appendice, una serie di riflessioni sulla vita e finanche sulla scrittura – quasi degli aforismi – delle brevi frasi o citazioni che, pur nella loro sintesi, racchiudono un mondo di ragionamenti, di intenzioni, di problematicità, vale a dire di realtà esperite o configurate nella mente, elaborate dalla Nostra. Solo per citarne alcune delle più calzanti vale la pena riportare queste: “Quando il mondo ti toglie la voce, tu parla in disparte e fai poesia” oppure “La solitudine è quello spiraglio che si intravede dall’interno di una porta socchiusa”.

La nota di apertura del poeta laziale Roberto Colonnelli ben anticipa, senza svelare molto, quelle che saranno le tematiche-cardine della raccolta permettendo al lettore, per chi ha avuto la fortuna di conoscere l’autrice, di ritrovarla in maniera perfetta in queste pagine. Poesie che riflettono e ritrovano tempi andati, ma anche attuali, che sprofondano nel presente della realtà personale della nostra, incontri frugali, echi di discorsi, amici che nel frattempo se ne sono andati, il ricordo onnipresente dei nonni e della loro abitazione, quel desiderio di fuga e leggerezza che i gabbiani ben incarnano nel loro volteggiare superbo e planare in prossimità della riva.

Un’opera estesa – ancor più se si pensa che è l’opera d’esordio – con la quale l’autrice si confessa e testimonia se stessa: il suo vissuto, le sue fobie, i suoi desideri. Ed è piacevole per il lettore accompagnare la Velia bambina, poi donna matura – tra debolezze comuni e irrefrenabili entusiasmi – in questo percorso che è suo e, in fondo, di noi tutti. Un percorso nella memoria che passa per il tunnel del presente, per proiettarsi su un ponte aperto. Dall’altra parte si intravedono come dei contorni sfumati, non sicuri, ed è un po’ questo lo scopo della poesia che scava nella parola, fa affiorare possibilità e interagisce con un cervello che non vuol esser dominato. Così, tra un mondo domestico che profuma d’infanzia felice che riveste la Nostra come una seconda pelle, si dà spazio anche a timori e propositi per un futuro che la poetessa farà di tutto per rendere luminoso e suadente. E intanto – quale esigenza primaria della Nostra e piacere condiviso dei suoi lettori – la penna dell’anima non potrà che vibrare: “Parlo di più/ colando/ termini/ su/ fogli/ che…// Spargendo voce”.

LORENZO SPURIO

 

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I “Diari” di Kurt Cobain – recensione di Stefano Bardi

Recensione di Stefano Bardi

51TVW-rcjVL._SX364_BO1,204,203,200_.jpgI Diari di Kurt Cobain (Aberdeen, 1967 – Seattle, 1994) secondo il mio parere non può essere considerata propriamente un’opera letteraria, ma è un testo che comunque va tenuto presente rappresentando una sorta di Santo Graal della musica definita grunge. Nell’opera si ritrovano le origini del nome del gruppo musicale dei Nirvana e meditazioni personali del suo leader indiscusso.

Il gruppo era costituito da Kurt Cobain (chitarra e voce), Krist Novoselic (basso) e Dave Grohl (batteria e voce). Una miscela di musica forte, sregolatezza e assunzione di droghe e acidi avvolge l’esistenza e il successo di questa band controversa. Lo scopo sarebbe quello di produrre videoclip  musicali che riflettano sui mali della società mediante l’adozione di testi folli, con prevalenza di colori tendenti al nero e al giallo paglierino, copertine “demoniache” e messaggi che incitano alla violenza, amplificano il dolore e parlano di morte. In tal modo Kurt Cobain è riuscito a esorcizzare la società americana degli anni ’90 attraverso temi ritenuti scandalosi quali la droga, il disagio giovanile, la ribellione dei figli verso i padri, l’aborto e la depravazione sessuale.

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Il cantante Kurt Cobain, leader della band “Nirvana”. Foto tratta da: https://tinyurl.com/y7qa7gvx

Dai Diari l’idea di musica che fuoriesce, per Kurt Cobain, è quella di una strada in grado di condurci in universi psichedelici dove il dolore è caricato come energia (sì, ma distruttiva!); strada percorsa da Cobain con le sue passioni, per lui fonti d’ispirazione per la sua breve e intensa vita. Accanto alla musica, c’è spazio per la concezione sull’Arte, concepita da Cobain come una lingua non per tutti, ma solo per pochi poiché la maggior parte delle persone la concepiscono solo come strumento da abusare per ostentare e far emergere la propria ridicola perversione ludico-sociale. Concezione, questa, in cui rientra anche la categoria dell’arte musicale vista come uno spazio in cui potersi liberamente rappresentarsi ed esprimersi senza nessun limite e confine, proprio come fece il punk e il punk-rock durante gli anni ’90.

Un cantante e artista dall’immensa profondità spirituale che gli permette di concepire la Vita come un esilio, come una dea in grado di trasformare le idee altrui e come uno stupro lessemico-narrativo dal quale devono nascere oneste espressioni linguistiche, verbali, sintattiche e grammaticali. Una concezione esistenziale che, secondo Kurt Cobain, si può realizzare attraverso i sogni, concepiti come una lente d’ingrandimento con la quale osservare la Vita nella sua vera forma. La vita prende la forma, nel leader dei Nirvana, come un mortifero cammino in grado di creare esistenze spettrali e anonime. Vita quale salvaguardia delle ombre a noi più care e infine, come una strada per trovare il nostro vero destino.

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Una pagina dei “Diari” di Kurt Cobain. Foto tratta da: http://ilblog.circololettori.it/2017/04/05/diari-kurt-cobain/

L’esistenza di Cobain è densa di ribellione: contestazione verso i propri genitori, guerriglia sociale, confusione emotiva, sesso degenerato. I giovani secondo lui devono basare la loro esistenza sulla Rivoluzione Sociale e avere la forza di combattere contro il potere. Fra i suoi vari pensieri contenuti nei Diari, c’è anche spazio per il ricordo della moglie Courtney Love (San Francisco, 1964), da lui concepita come una creatura con ali di pavone, come una femme fatale e infine, come un’irremovibile pallottola nella testa. Ella fu soprattutto una guida che cercò (forse senza successo) di portarlo sulla retta via e di farlo allontanare dalla vita depravata da lui esacerbata. Nel diario l’occhio vuole la sua parte e si notano in maniera netta le varie grafie adoperate, le frequenti cancellature e i disegni che mostrano la fragilità umana, il caos interiore e l’insicurezza di Cobain.

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Ricordando Raul Lunardi (1905-2004), autore di “Preghiera del centenario”. Articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi (*)

Questo breve articolo è volto a ricordare il poeta, scrittore, giornalista e insegnanteRaul Lunardi(1905-2004), cittadino illustre del comune di Sassoferrato, vicino a Fabriano. Un intellettuale di cui oggi si rammenta per lo più l’attività di scrittore con opere quali “Diario di un soldato semplice” (1952) e “Un eroe qualunque” (2000). Intensa fu, però, anche la sua attività poetica, oggi raccolta in un volume che la compendia in forma generale. La critica poco si è espressa su tale intellettuale, se si eccettuano interventi di Carlo Bo e di Teresa Ferri.

Per praticità e per una più organica presentazione della sua opera poetica, dividerò la sua produzione in due diverse fasi. Nella prima troviamo poesie che vanno dal 1920 al 1983, raccolte in “Poesie 1923-1983” (1998) e quelle dalla seconda metà degli anni ’80 al Duemila in “Preghiera del centenario: poesie” (2003).  Numerosi sono i temi da lui affrontati nelle due raccolte . Un primo tema riguarda la Politica, intesa da Lunardi come creatura dalle mani sporche di sangue e di letame, con le quali i suoi funzionari non fanno altro che denigrare la società degli Uomini, sottomettere la razza umana e trasformare lo Stato nella loro casa: un Inferno. Un secondo tema riguarda i versi poetici che sono intesi dal poeta come i flussi sanguigni, poiché come quest’ultimi, anche i versi lirici sono strutture linguistico-grammaticali frenetiche, palpitanti e meditative. C’è anche il tema della terra, della sua regione, delle Marche autentiche, da lui considerate come una Regione elisiaca, dall’eterna giovinezza, dalla viva campagna e dalle reminiscenziali primavere. All’interno di tale realtà c’è un vivido omaggio alle grotte di Frasassi, concepite dal  poeta come un Eden mistico dal quale Adamo ed Eva diedero inizio alla vita.

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Il poeta marchigiano Raul Lunardi (1905-2004)

“Preghiera del centenario” (2003) è un’opera che l’autore ha volutamente costruito come una moderna “Divina Commedia” dantesca; anche la sua opera è divisa in tre gironi: “Poesie al Neutrone” (configurabili col dantesco Inferno), “Dolce Colore D’Oriental Zaffiro” (configurabili col Purgatorio) e “Dalle Stalle alle Stelle” (configurabili col Paradiso).

Un girone infernale, quello del poeta sassoferratese, in cui possiamo vedere spiriti privi di anima che sono qui collocati, poiché da vivi hanno sostituito l’amore, la gioia e la compassione con la falsa e tecnologia figlia a sua volta della aberrante globalizzazione. Anime, queste, che sono eternamente condannate a non amare più; anime senza amore carnale e spirituale, ma anche profondamente emarginate nell’animo, poiché da vive hanno percorso la strada delle estremità.

Un Inferno che è animato da più anime dannate che saranno da me analizzate nelle loro principali figure. Una prima schiera è costituita dalle oscure ombre di Uomini violenti, che nella loro vita terrena hanno avuto comportamenti maneschi, usato parole brutali e creato leggi per passare negli sguardi degli altri, come dei santi ma pronti a morire durante la loro esistenza per ogni giudizio etico colmo di verità. Una seconda schiera è costituita dalle anime che durante la loro vita sono state avide verso i loro fratelli pensando solo alla cura della propria immagine. Una terza schiera è costituita dagli Uomini cyborg, paragonati agli orologi perché, al pari di essi, compiono le stesse cose impegnati unicamente a consumare i giorni della loro vita. Uomini, ma anche Donne, che sono meretrici, in questo inferno lunardiano. Puttane che nella loro vita hanno illuso i loro amanti donandogli solo un finto amore. Dannate a dolori fisici sono le anime lunardiane; esse sono anche costrette a lasciare nella vita il loro viso nel cuore di coloro che le hanno amate, senza riuscire a dare risposte a questi spettrali visi.

Ci sono anche le impersonificazioni dell’Europa e della Poesia. Il nostro continente è delineato quale creatura ambigua e dalle carni incomplete, che ha regnato solo per mezzo della schiavitù, mentre la Poesia è vista colma di silenzi spirituali e di brumosi pensieri.

Il Purgatorio del poeta marchigiano è contraddistinto da anime che espiano colpe per la conquista del Paradiso Celeste attraverso il ricordo di arcani sapori e ubriacanti odori. Espiazione che si deve basare sulla riscoperta della fola e sul cammino nel dolore. Un girone in cui c’è spazio anche per l’Uomo moderno e la sua vita pregna di super tecnologia, con la quale è fortemente convinto di potersi sostituire alla vita creaturale creata da Dio e crede di poter prendere il posto di Dio. Quest’ultimo, la divinità, è concepita da Lunardi come un geniale direttore d’orchestra  che dona all’Uomo i suoi occhi per farlo camminare su una strada luminosa, le orecchie per ubriacarlo con dolci melodie, i piedi per farlo camminare nella compassione e il cuore per fargli diffondere amore.

Sia Inferno che Purgatorio in Lunardi hanno delle affinità con i celebri gironi danteschi. Centrale rimane, comunque, il cruciale tema della globalizzazione quale oscura sovrana, che ha costretto l’Uomo ad abusare della tecnologia per il soddisfacimento delle sue ingordigie più sfrenate. Globalizzazione dalla quale, però, secondo il poeta sassoferratese, l’Uomo se ne libererà rituffandosi nel brodo mistico dell’Alba Tempi, dal quale ricomincerà una nuova vita nel segno della purezza e della beatitudine spirituale.

Per concludere va rivelato che il Paradiso lunardiano è abitato da angeliche creature dal brumoso anelito luminoso, dalle rosee e marmoree membra simili a quelle della dea Afrodite. Accanto a queste creature c’è spazio anche per la Donna, qui rappresentata attraverso un intimo ricordo che ce la mostra come una creatura dalla dorata capigliatura, dallo spirito garbato. Una donna, quella liricizzata dal poeta sassoferratese, intesa come un angelo che riscalda l’uomo, quale creatura sessualmente libera e vera regina che tira i fili dell’Universo.

STEFANO BARDI

 

(*) Una prima versione di questo articolo, col titolo “Cultura. Sassoferrato, città d’arte e di poesia. Omaggio a Raul Lunardi, 1905-2004”, è apparsa sulla rivista “Lo Specchio Magazine” in data 27/11/2018 (disponibile a questo link). L’articolo viene riproposto con sensibili modifiche rispetto alla precedente pubblicazione, con l’assenso dichiarato da parte del relativo autore.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

Poesia marchigiana al femminile: gli incontri con Michela Tombi, Jessica Vesprini e Rita Marchegiani

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Con piacere segnalo alcuni degli eventi culturali che nei prossimi giorni interesseranno alcune voci poetiche al femminile della nostra amata Regione che proporranno al pubblico le loro recenti pubblicazioni.

Sabato 21 ottobre alle ore 17:00 presso la Sala Conferenze della Biblioteca Diocesana “Cardinale Petrucci” di Jesi (AN) verrà presentato il libro “Dentro il mio vento” della poetessa pesarese Michela Tombi. Altra valida poetessa delle Marche settentrionali che approda alla Diocesana di Jesi al ciclo di eventi “Incontri con l’autore” della Associazione Culturale Euterpe di Jesi dopo la presentazione di “Il canto di Cecilia e altre poesie” della poetessa pesarese Laura Corraducci (tenutasi lo scorso 7 ottobre). La nuova opera della Tombi si apre con una nota critica di Lorenzo Spurio posta quale prefazione nella quale traccia il percorso poetico della Tombi iscrivendolo a ragione all’interno dell’ampio scenario poetico marchigiano sottolineandone alcuni caratteri precipui al sentimento di marchigianità di antogniniana memoria. Poesia incantata e nutrita di lucore silvano, quella della Tombi, con versi che si metamorfizzano nell’ambiente naturale e di essi respirano: leggiadra ninfa e amazzone pacifica, la poesia della Tombi è canto d’anima, effluvio inarrestabile di sentimenti in cui è l’empatia con il mezzo vegetale a individuarsi distintamente. Poetessa degli alberi, ma anche della campagna e del mare, di quegli ecosistemi a lei familiari che caratterizzano indelebilmente la nostra terra di provincia che è capace di esaltare con orgoglio. Pennellate variopinte di una natura che non è scenario silente delle sole azioni dell’uomo ma attenta scrutatrice, amica sodale, presenza tacita ma confortante. Nel volume è anche presente una breve nota del poeta di Sassoferrato Antonio Cerquarelli, accademico, pluripremiato e autore di “Un fremito di verdeluna”.

 

 

L’autrice è nata a Pesaro nel 1973, città nella quale vive e lavora. Prima di dare alle stampe “Dentro il mio vento” ha pubblicato le raccolte poetiche (auto-prodotte): “Dedica al mistero” (2013), “Lo scrigno dell’anima” (2014) e “Con gli occhi della luna” (2015). Suoi testi sono presenti in volumi antologici tra cui “L’amore al tempo dell’integrazione” (a cura di L.Spurio, S.Vignaroli e A.Montali) curato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi nel 2016 a sostegno dell’Istituto Oncologico Marchigiano (IOM).

All’evento, organizzato dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi e Patrocinato dal Comune di Jesi e dalla Provincia di Ancona, parteciperanno il poeta senigalliese Elvio Angeletti e il collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe” Stefano Bardi. Il critico letterario prof. Vincenzo Prediletto rivolgerà un’intervista all’autrice relativamente alla sua predisposizione poetica e alle tematiche da lei normalmente poste al centro della sua attenzione.

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Domenica 22 ottobre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Urbisaglia (MC) si terrà la presentazione al pubblico della raccolta di componimenti poetici di Jessica Vesprini dal titolo “De-Sidus”. L’evento, organizzato dalla locale Associazione Culturale Socialmente con il patrocinio del Comune di Urbisaglia, vedrà la partecipazione del prof. Alberto Scocco nel ruolo di moderatore.

Jessica Vesprini è nata a Fermo nel 1975, vive a Civitanova Marche (MC). Ha collaborato con la rivista “UT” e recentemente la sua poesia “Mezzavalle” è stata selezionata per l’antologia benefica “Adriatico. Emozioni d’onde e sentimenti” della Associazione Culturale Euterpe di Jesi (curata da S.Vignaroli, L.Spurio e B.Trivak) di prossima pubblicazione.

Il volume della Vesprini è dotato di un apparato critico del dott. Ubaldo Sagripanti, noto psichiatra civitanovese nonché scrittore, pittore e membro della Associazione Dantesca di Civitanova Marche. In esso si legge: “È un’opera impregnata di desiderio e inevitabilmente di mancanza in cui l’incontro, la ricerca e la perdita di Amore sono offerti con immediatezza fotografica autentica, appassionata e vissuta senza sconti. Ognuno dei componimenti illumina un preciso istante di tempo attraversato e che attraversa, di quella presenza a sé stessi che si fa poesia nel momento in cui, la parola che si è imposta all’autrice, viene restituita e trasformata nel segno irreversibile di quel tempo fatto di attimi che è l’unica porta del mistero nudo, sensuale e purissimo della vita che a ognuno di noi è dato di vivere, se lo scegliamo, una parte più e meno altrove”.

Quella della Vesprini è una poesia d’amore e di lontananze, di complicità perdute e di ricordi, che riflette e ha a che vedere con la solitudine imperniata sulla lacerante considerazione che spesso “non basta l’amore/ per avere ragione”; il linguaggio sembra piano e modellato su scelte lessicali non particolarmente elaborate, sebbene non di rado facciano capolino espressioni cariche di criticità, allarme sociale e foschi pensieri come quando, nella poesia “Vita”, parla di un tempo in cui “l’amore gioca con lo stupro”.

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Sabato 28 ottobre alle ore 17:30 presso il Palazzo dei Priori di Montecassiano (MC) si terrà la presentazione del nuovo libro di poesie di Rita Marchegiani intitolato “Gli anni dell’incanto”. Libro dedicato ai ricordi di un’età passata eppure ancora così presenti e vividi nel presente della Nostra: l’esile raccolta poetica è una summa di episodi che, pur nella loro ritualità, hanno rappresentato inscindibili momenti che hanno scritto la vicenda umana della poetessa. Si riflette su ciò che è passato e su ciò che il tempo ha tramutato. La resa finale non è negativa seppur gravata da densa malinconia e da strali di una sofferenza lucida. Rincorrono le immagini pluri-semantiche del silenzio, dell’incanto perduto, della lontananza e del sentire l’assenza.

Rita Marchegiani è nata a Montecassiano (MC) nel 1959. Si è laureata in Medicina e Chirurgia e svolge la professione di medico. Ha pubblicato i libri di poesia “I colori della vita” (1983), “La stagione dei desideri” (1998) e “Madeleine” (2004). È redattrice della testata libera di informazione «Ftnews» nella quale scrive per l’angolo del poeta. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la poesia e la narrativa in vari concorsi letterari.

La presentazione sarà condotta dai relatori prof.ssa Elvira Pensa del Politecnico di Milano nonché responsabile della casa editrice APE di Terni che ha pubblicato il libro e dal dott. Lorenzo Spurio, scrittore, poeta e critico letterario, Presidente della Ass. Culturale Euterpe. L’evento sarà arricchito dalla presenza dell’ospite Noemi Romiti (cantautrice); altri interventi verranno fatti dal prof. Maurizio Boldrini (Direttore del Minimo Teatro) e dal dott. Amerigo Sbriccoli (Presidente dell’Ordine dei Medici di Macerata). L’evento è organizzato dal Comune di Montecassiano con il patrocinio e sostegno dell’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra.

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Trittico poetico Francesca Luzzio – Emanuele Marcuccio – Daniela Ferraro

PhotoGrid_per Dipthycha 4.jpgDal maggio 2010 il poeta e aforista Emanuele Marcuccio ha individuato numerosi dittici a due voci[1], alcuni anche senza una sua poesia. Di questi particolari dittici poetici sono edite tre Antologie su suo progetto e cura editoriale, che contengono anche dittici proposti da alcuni dei poeti partecipanti, come Giusy Tolomeo, Lucia Bonanni, Daniela Ferraro, Aldo Occhipinti, Silvia Calzolari e Maria Palumbo, e il cui ricavato vendite è interamente devoluto ad AISM:  Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…, Photocity Edizioni, 2013, pp. 90 (con postfazione di Alessio Patti), ISBN: 9788866824749;  Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184 (con postfazione di Antonio Spagnuolo), ISBN: 9788898643257; Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten Edizioni, 2016, pp. 180 (con prefazione di Michele Miano e con un saggio di postfazione di Lorenzo Spurio), ISBN: 9788899325374. Un quarto Volume, «Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…» è in lavorazione, che raccoglierà anche una sezione di nove trittici a tre voci, tra cui il presente, e il cui ricavato sarà devoluto per i terremotati del nostro centro Italia.

Scrive Marcuccio in un suo aforisma del 2016, sul dittico a due voci: “Il tema comune alle due poesie dei due autori è solo il punto di partenza per l’individuazione di un dittico a due voci; è necessario che ci sia anche una corrispondenza sonora o emozionale e/o di significanza, una sorta di corrispondenza empatica, una analogia, una affinità elettiva poetica (una dittica corrispondenza/comunicazione) e soprattutto i due autori del dittico a due voci devono attenersi ai rispettivi modi di fare poesia, senza cercare di imitarsi a vicenda, per non avere come risultato qualcosa di simile a una poesia a quattro mani. Il fine non è l’imitazione dell’altra poesia per cui si vuole individuare il dittico, ma l’affinità elettiva, l’analogia, l’empatia poetica”.

Come naturale evoluzione del dittico a due voci, nell’agosto 2016 nasce il trittico a tre voci. Tuttavia, in futuro, come ha dichiarato l’ideatore Marcuccio, non saranno individuati polittici a più voci, in quanto con la triade (tesi-antitesi-sintesi) si realizza la perfetta ‘trittica’ corrispondenza, non è necessario andare oltre, si creerebbe solo dispersione.

Alla vostra lettura il trittico poetico a tre voci sui ricordi, proposto dallo stesso Marcuccio, con i poeti Francesca Luzzio, Daniela Ferraro, Emanuele Marcuccio: “Ricordi” di Francesca Luzzio, “Larve” di Daniela Ferraro e “Ricordo” di Emanuele Marcuccio.

 

RICORDI[2] 

FRANCESCA LUZZIO 

Qui, vicino

al camino

guardo le fiamme

delle illusioni

e tra i vetri madidi

di sudore

i campi innevati

per amore.

Mi immergo nel tepore

dei ricordi senza nome,

cenere di un passato

carico di passione.

Sorrido piango

e mentre il gatto fa le fusa

scivola leggera

la musica disarmonica

della vita.

Nel brivido pesante

del patire di sbiaditi ricordi,

solo le tue rosse labbra

guizzano trasparenti

dalle fiamme…

e suda bianca la mia fronte

nel silenzio faticoso

dell’amore.

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LARVE[3]

DANIELA FERRARO 

E ritornano ancora

i ricordi inumati.

– Eppure, in bianche bare,

giacevano sul fondo –

Li ho sentiti ululare

dentro un sole ammalato

mentre graffia le nubi

mendicando la vita.

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RICORDO[4]

EMANUELE MARCUCCIO

O tu che l’ampia volta

della vita ascendi,

o tu che l’ampia prora

dell’azzurro varchi!

Il sonno m’inabissa profondo,

il mare mi plasma tranquillo,

ricado riverso

nel fianco ritorto,

ricado sommerso

nel freddo glaciale,

quel bianco dolore,

che mi arrossa la faccia,

quel freddo vapore,

che m’avvampa tremendo.

28 ottobre 1994

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[1] Così ha definito Marcuccio il dittico a due voci: una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.

 [2] Francesca Luzzio, Ripercussioni Esistenziali, Thule, 2005, p. 16.

[3] Daniela Ferraro, Piume di Cobalto, Aletti, 2014.

[4] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 51.

 

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I tre testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei rispettivi autori e con la loro autorizzazione. Le immagini presenti su questo post hanno fini esclusivamente illustrativi e non commerciali.

“Un profumo… un ricordo” di Gaetano Catalani, recensione di Lorenzo Spurio

Gaetano Catalani, Un profumo… un ricordo, Accademia Barbanera, Castiglione in Teverina, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

9788888539805L’intera raccolta poetica del calabrese Gaetano Catalani diparte da un rapporto conflittuale e instancabile con la massa temporale, percepita il più delle volte come sadica e incontrollata ingannatrice dei destini umani. Il poeta sembra non riuscire a staccarsi dalle scaglie intime del passato che spesso ritornano talmente vivide in lui da anelare una sorta di scioglimento dell’esistenza in quel tempo che fu. Come il titolo del volume ben rimarca, il ricordo riaffiora sia in maniera voluta, dunque razionalmente, nei nostri tanti tentativi che facciamo per voler ricordare un momento o una persona con quella nitidezza ormai svanita, sia sulla base di un profumo percepito, una immagine vista, una fragranza percepita, un luogo vissuto e, comunque, tutti quegli elementi che nel presente permettono una riappropriazione della vita passata. Il ricordo allora è prevalentemente inaspettato e fugace, un lampo di barlume emotivo che riscalda il cuore e conforta ma che non è in grado di infrangere quella malinconia titanica, quel senso di desolazione che, al termine delle nostre giornate durante le quali abbiamo avuto la testa assai piena di incombenze, torna a visitarci tanto da renderci assai vulnerabili per la mancanza di un caro, l’errore di una scelta fatta, la decisione presa avventatamente o semplicemente la nostalgia del proprio borgo dove allegramente si giocava.

Lo scorrere del tempo attua un lento ma inesorabile mutamento tanto degli oggetti (si veda, dunque, come può cambiare il tessuto urbanistico nel corso di due o tre decenni) quanto a livello personale, fisico, concretamente visibile sul nostro corpo. Se è impossibile e oserei dire vanitoso cercare di porre un freno (illusorio) a questa impavida avanzata, è senz’altro possibile, anzi auspicabile, che con esso si instauri un dato legame. Non quello del terrore o della demonizzazione piuttosto un rapporto speculare che permetta l’analisi del presente per mezzo della vita del passato che sia in grado cioè, di permettere di tracciare le linee del futuro sulla scorta delle esperienze e delle maturazioni ottenute nel suo trascorso. Se la logica può aiutare in un discorso di questo tipo, l’emozionalità e con essa tutto ciò che concerne la confessione autentica del sentimento del singolo, non può trovare accoglimento in questo confronto rilassato e pacificato col tempo. La memoria dei cari, l’attaccamento alla figura della madre, la sfibrante spossatezza per la perdita di un punto fermo e con esso dell’ambiente che circondava momenti di vita felice finiscono per apparire come aghi talmente fini da non poter essere visti, capaci, però, di oltrepassare l’epidermide e far sanguinare. Si tratta pur sempre di un dolore contenuto e parco, che non dà sfogo in atteggiamenti autolesionistici o pericolosi, ma che comunque va a confluire nella compagine frastagliata della consapevolezza dell’uomo nel suo presente storico. Spesso, come è il caso del Nostro, neppure un più serrato avvicinamento alla religione, dispensatrice di speranze e fuoco divampante dell’amore, può dirsi utile nell’edulcorazione delle memorie che risalgono alla mente lasciando uno strascico di dolore e mestizia. Il pianto, allora, è la forma più spontanea che sembra dar sfogo, seppur non duraturo, a un tormento che si vive momentaneamente in un attimo di sconforto o semplicemente di maggior vulnerabilità. Con esso la lode, l’invocazione, diventa la forma comunicativa più utilizzata (“Rispondimi dal cielo, mamma cara”, 19) nel vacuo tentativo di ricevere una risposta altrettanto chiara e sentita.

Nelle poesie di Gaetano Catalani appare spesso la simbologia della nave che veleggia in un mare tumultuoso di ricordi e avversità dove spesso l’io lirico sembra percepire l’affiorare della memoria proprio come una nave che, baldanzosa e in venti di bonaccia o avversi, cerca un felice traghettamento alla costa. Ciò è per lo più impossibile e la visione della nave (dunque l’appropriazione del ricordo) rimane sempre per lo più distante, percepita come in una vista panoramica in cui è palese l’inabilità dell’uomo di poterla concretamente percepire. È una nave che, a intervalli si avvista, non senza difficoltà, tra i vapori e le brezze in rigurgito, di un mare che non è mai piatto come forse vorremmo.

Gaetano Catalani ci parla con un tono intimo di quei momenti in cui soffre del “rimpianto e l’ansia della sera” (25) momento nel quale il passato che si vorrebbe abbracciare tanto da sciogliere nel presente si è invece fatto roccia ed è insondabile. Esso è ormai un lastricato di cemento, saldo e freddo, dove si stagliano, pietosamente, i “momenti ormai perduti” (25).

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Gaetano Catalani, autore del libro

Struggente e assai romantica la poesia “Una nebbia sui ricordi” nella quale il Nostro sembra parlare sottovoce della figura dell’amata madre, ripercorrendo istanti di un presente dominato dalla vecchiaia e con essa dall’inasprimento di una malattia degenerativa che con l’usura del corpo porta con sé anche l’annientamento della mente. Il Nostro cerca di coinvolgere la donna in un colloquio assai sofferente nel tentativo di poter udire la sua voce (“China la testa ma non mi risponde”, 28) mentre ormai lei sembra viaggiare su lidi diversi che l’hanno privata della consapevolezza: “La sua memoria s’immerge nel vuoto” (29). Nel doloroso carme di un uomo profondo che in qualche modo non accetta il depauperamento della coscienza e con essa la perdita del mondo che fu, “ritorna la nebbia e lei già non ricorda” (29).

C’è spazio nella raccolta anche a componimenti dedicati più propriamente alle pieghe amare di un mondo in subbuglio dove sono la meschinità e il malaffare a dominare. Così come avviene nella lirica “E venne il giorno più bello” nella quale si rievoca un episodio della Calabria mafiosa con i suoi “fuoc[hi] di lupara” (31) e la “malerba […] [che] non vuol morire” (31). Amara la chiusura della poesia ispirata a una terra di miti e di odori speziati che diviene “prigioniera,/ senza catene, ma nell’omertà legata” (31). Sembra in un certo qual modo percepire il tono duro e ammonente del Sciascia mafiologo nella chiusa dove Catalani annota con una veemenza priva di retorica una nefanda realtà: “La storia si ripete sempre uguale” (31). La criminalità organizzata ritorna nella lieve poesia ispirata al “Giudice ragazzino”, emblema di una promessa autentica alla legalità che viene ripagata con le nefandezze della violenza: “Lampi di fuoco arrivarono improvvisi,/ a nulla valse la corsa fra gli aranci,/ e sotto un fuoco incrociato di lupare/ crollasti come aquilone senza vento” (34). L’assassinio del ragazzino che cade tra gli aranci che sprizzano vita è emblema fastidioso della morte che convive con la vita, dell’indifferenza connaturata nell’uomo che si protrae nei confronti degli altri con i derivati pericolosi dell’egoismo, dell’autorità e della supposta legittimità nell’uso di un codice d’onore che tutto può.

Ogni componimento del libro gode di una sua luce, cioè di una potenza visiva ed emozionale talmente forte ed accentuata capace di provocare nel lettore un senso di fastidio e di ribellione, nel caso dei carmi civili, o di una compartecipazione intima al dramma del Nostro nella divampante disillusione di un tempo feroce che svilisce il ricordo.

Menzioni particolari, oltre alla poesia “Una nebbia sui ricordi” vanno alle liriche “Il tarlo” e “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo” dedicate entrambe al mondo della malattia. Ne “Il tarlo” il Nostro traccia con imperitura attenzione l’immagine di splendore e felicità di una ragazza al traguardo negli studi che dovrebbe esser felice per aver tutta la vita dinanzi e che, invece, vive già con un tormento per lo più sottaciuto ma che ingabbia il suo cuore. Quello di una malattia invalidante e degenerativa nella quale le “gambe s’intorpidi[scono]” (36) che potrebbe essere la Sclerosi Multipla dacché il poeta stesso chiarifica in un verso che “C’è qualcosa che la mielina distrugge” (36). Un fiore che si appassisce di colpo prima del tempo gravato dai dettami di una malattia infingarda che non ha una vera cura risolutiva. “Oggi sei una nuvola” (36) annota il Nostro approssimandosi alla chiusa nella quale sono vibranti la commozione e il senso quasi d’asfissia che si provano dinanzi ad un dolore ampio e ingiusto.

Nella lirica “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo”, Catalani affronta con la profondità di sentimento che gli è propria e che lo caratterizza in maniera distintiva nell’ampio panorama del fare poetico attuale, il mondo della disabilità sensoriale. Sembrerebbe la cecità (“i suoi occhi scrutano/ ma non le guardano”, 37) ma più probabilmente ci troviamo dinanzi a una persona sorda (“le mie parole sentono,/ ma non le ascoltano”, 37). A dominare su questa assenza sensoriale, alla penuria di forme esperibili della conoscenza, alla fatica di interagire col mondo, sono i versi più luminosi ed incoraggianti dell’intero libro che il Nostro ci regala con viva generosità a manifestazione della sua anima sentitamente ricca e sensibile: “Ma il silenzio non si può ascoltare,/ si può solo percepire come un profumo” (37).

Grazie Gaetano Catalani!

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-12-2015

“Io sono soltanto un granello di sabbia” di Anna Scarpetta, recensione di Lorenzo Spurio

Io sono soltanto un granello di sabbia
di Anna Scarpetta
con prefazione di Gianni Ianuale
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381319
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

216Devo confessare che per poter eseguire un’analisi appropriata ed attenta di questo recente libro di Anna Scarpetta la recensione, come forma testuale, non è di certo adatta, poiché servirebbe almeno un saggio se non un intero volume critico, tante sono le cose che –a mio modesto modo di vedere- debbono essere dette, considerate e interpretate. Comincerò con il dire che in questa silloge si respira un’aria soave ma pacata dove a dominare sono le immagini che fanno riferimento al mondo cattolico: molte delle poesie, in realtà sembrano delle vere preghiere, proprio per la profondità dei richiami e per la pervasiva e credente considerazione della vita quale percorso terrestre che si caratterizza per la sua finitudine. Aggiungerò che Anna Scarpetta è stata recentemente premiata al I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta per la sua poesia religiosa dal titolo “Sulla via di Damasco”, ulteriore segno che evidenzia questa sua nuova apertura nei confronti di un genere poetico molto diffuso e seguito. La parola nelle poesie di Anna Scarpetta si fa lode, invocazione, condanna, rinuncia ed esortazione, ma essa è anche appello alla sensibilità dell’uomo, elogio dei sentimenti e apologia del credo cristiano. Non è un caso che sia proprio la prima lirica della silloge, “Io sono soltanto un granello di sabbia” che è quella che dà il titolo all’intera raccolta, che esordisca con questi versi: “Io sono, soltanto, un granello di sabbia,/ dell’immenso deserto, Signore” (7) in cui la poetessa, partendo dalla constatazione della minuziosità del suo essere il rapporto alla mondialità delle esperienze, evidenzia e rende grazia al Divino per il “dono” che le ha fatto: quello della poesia. Ma, siccome sappiamo che la poesia non è che la forma più autentica, vivida e sofferta di espressione umana, con questa espressione la poetessa non fa che eguagliare la poesia alla vita. E come si evince in questa prima lirica c’è una grande attenzione nella poetessa nei confronti del tentativo di auoto-definirsi, di identificarsi e di svelare agli altri chi è, come avviene anche nella poesia “Non so più chi sono” (31).

Centrale, come era stato per la precedente silloge poetica della poetessa, Le voci della memoria (Ismeca, 2011), da me recensita e la cui recensione è disponibile qui, è il tema del tempo. Il colloquio che la poetessa intrattiene con esso si fa qui più aspro e si nota un certo indurimento del linguaggio dovuto, molto probabilmente, dalla desolante constatazione che esso è l’unico “eterno vincente” nella continua lotta della vita. La poetessa fornisce le più ampie caratterizzazioni per evocarlo (“il tempo,/ silenzioso, con la sua faccia di marmo scolpito”, 12; “il tempo, col suo volto annoiato”, 22; “il tempo, così infame e crudele”, 25: “[tu], come statua regale”, 46, ecc.), e nella gran parte di esse si intuisce un certo disprezzo e sconsiderazione, che fanno seguito alla presa di coscienza della sua pericolosità e al contempo della sua tragica ineluttabilità. Ed è così che esso non è altro che “il vero palco delle pittoresche scene degli orrori” (8), cioè esso è un davanzale verso il mondo che assiste indisturbato e senza fretta alle rappresentazioni della vita, del mondo, delle famiglie, agli inganni e ai tormenti, alle guerre e ai sistemi di vendetta, ma anche ai momenti più belli che solo nel ricordo potranno conservare la loro leggiadria.

Il sentimento religioso è facilmente intuibile anche attraverso i chiari riferimenti alla vita intesa come percorso, come cammino errante e l’uomo come misero “abitante delle fatiche umane”, come pellegrino per le vie del mondo, a volte consapevole, altre volte meno ed obbligato ad esodi carichi di dolore a causa di guerre, scontri religiosi, deportazioni. Perché va subito osservato che varie liriche qui contenute hanno un forte intendimento civico, morale e mettono il lettore di fronte a realtà sociali endemiche, cancrenose, corrotte e ignominiose. E’ così che Anna Scarpetta fotografa i massacri che avvengono al silenzio dei governi e dei mass media europei, come in Libano, dove la poetessa ci “narra” dei pianti e dei lutti di Beirut. Il pensiero non può non andare anche ai massacri in Sudan e quelli leggermente più conosciuti perpetuati da Assad, in Siria. Nella poesia “Libano” la speranza sembra esser ormai abbattuta e tutto ricade su una tortuosa domanda la cui impossibilità di risposta ferisce ancor più gli uomini di quella terra e demoralizza il mondo: “Agli occhi del mondo, tra due fuochi, ardi muto Libano,/ c’è chi si chiede, invano, ma tutto questo perché” (14). Il tema sociale ritorna nella lirica “Berlino est”, quadretto chiarificatore del senso di giubilo l’indomani dell’abbattimento del Muro che divise i berlinesi a seguito di un conflitto ideologico disprezzabile.

Si susseguono liriche più dolci e positive nelle quali la poetessa rievoca momenti passati e ricorda i suoi cari, soprattutto la madre, celebrata in due liriche e in maniera particolare nella bellissima “Sei volata via, madre” dove l’atroce ricordo della dipartita della madre è associata a una colorazione bianca, quasi accecante, che la poetessa vede e riconosce nella neve e nei gabbiani dal piumaggio candido. Ed anche qui, dove la lirica è pensata come commemorazione della madre, Anna Scarpetta non si risparmia per criticare la spietatezza di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere: “Sola sei andata via da questo strano mondo” (18). La “stranezza” del mondo è spiegata nella lirica “Il male del mondo” che è un vero pugno allo stomaco. In essa la poetessa plasma la parola in maniera meditata affinché sia acuminata, folgorante e distruttiva proprio come è l’efferatezza del mondo, la cattiveria diffusa negli animi imbarbariti nel nostro oggi: “Il male ha mostrato tutta la sua malvagità agli occhi del mondo/ coi suoi aguzzi artigli, graffiando volti di sfide verso il futuro/ ricacciando all’indietro tempi nuovi, che non sanno avanzare” (23). La poetessa non esplica quali intende essere i “mali” del mondo e lascia volutamente aperta la questione al lettore che può facilmente leggerli nell’aumento di femminicidi, nei suicidi per colpa della crisi economica, nelle inspiegabili tragedie familiari, nella bestialità di alcuni atteggiamenti umani e nelle invidie logoranti, negli abusi, nelle catastrofi naturali, ma anche nelle dolorose e fulminanti patologie a cui spesso non vi sono rimedi.  

Per ultimo, ma non per importanza, ci sono liriche curiose dove Anna Scarpetta chiarifica la sua felice propensione nei confronti delle nuove tecnologie, esplicate soprattutto nel mezzo informatico al quale la poetessa riconosce grande capacità: con Facebook, ad esempio, si può ritrovare amici e parlare con loro, anche dopo tanti anni di lontananza e silenzio, e il web è molto positivo perché accorcia le distanze e fa viaggiare più veloce le notizie come sottolinea all’apertura di “Grazie a te web”. La versione digitale del libro, che oggigiorno sta combattendo una prima battaglia con il suo progenitore cartaceo –battaglia che a mio modesto parere sta perdendo e clamorosamente- è motivo addirittura di una lirica, “Ebook”, dove la poetessa ricorda, elogia e innalza il valore del cartaceo, custode di tradizione, fruitore di un contatto diretto e dispensatore del fresco profumo di stampa o acre di invecchiamento.

Il pensiero finale che la poetessa fornisce al lettore e sul quale si appella a una sua maggiore considerazione è quello che verte sul futuro: che cosa ci aspetta nei tempi a venire? Riusciranno le persone veramente brave e sincere a farsi valere in un mondo dominato da tante nefandezze? Anche la poetessa trasmette un sentimento d’incertezza al riguardo: “Da dove dovranno venire questi nuovi tempi/ carichi di profili, scolpiti di albe boreali, rinchiusi/ nell’immane destino che ancora non si profila” (41).

C’è bisogno di cambiamento e di gente valida che possa proporre una svolta. Subito.

I tempi attuali sono fermi e stantii, pur nel loro ineluttabile incedere.

Un plauso alla poetessa per darci tanti spunti su cui riflettere con questo libro che di sicuro non lascerà indifferente nessun lettore.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 25 Maggio 2013

  

ANNA SCARPETTA è nata a Pozzuoli (Na) nel 1948. Per moltissimi anni ha vissuto nel capoluogo campano. Ha lavorato, poi, a Milano presso la Rete Ferroviaria Italiana – Direzione Asse Orizzontale e attualmente vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. E’ stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo. Ha recensito numerosi libri di poesia. A Milano si è dedicata al teatro sperimentale, in qualità di Aiuto regia, con la compagnia di Ciro Menale. Ha collaborato con prestigiose riviste culturali ed è stata Presidente Onoraria per la Città di Napoli di MOPEITA, Movimento per la diffusione della poesia in Italia. Ha pubblicato le seguenti sillogi di poesia: Poesia (Gabrielli, 1985), Frantumi di tempo (Lo Faro, 2004), L’altra dimensione della vita (LibroItaliano World, 2004) e Le voci della memoria (Ismeca, 2011) da me recensito e la cui recensione è presente qui.

 

 

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Considerazioni sul tempo a cura di Rita Barbieri

TEMPO

A CURA DI RITA BARBIERI

 

Attendere. Come al telefono quando la linea è occupata.

Come in fila dal medico, in attesa del proprio turno per la visita.

Come al bancone del bar, mentre aspetti che il barista ti elargisca la tua prima dose di caffeina quotidiana, necessaria per affrontare la giornata.

Aspettare un tempo che sembra scorrere all’indietro: oasi perduta di miraggi e ricordi che, invece di essere dimenticati, riscopri presenti e attuali come una notizia appena uscita sul giornale.

imagesCANBA82JAttendere segnali, decisioni, mosse e contrattacchi. Come nelle partite, nelle guerre, nelle sfide. In amore.

Sentirsi in balia dell’altro, di un destino che a volte è amico e molte altre è invece crudele avversario.

Alti e bassi, mareggiate e risacche. Distanze che si allungano e si accorciano come ombre, a seconda dei punti di vista. Si dilatano sotto l’effetto ottico di luci mutevoli e intermittenti.

Il tempo è denaro e, come tale, si guadagna, si investe, si spende, si spreca. E talvolta si perde. Come per i soldi, recuperarlo è difficile: finisce subito  e lascia debiti e creditori che non saranno mai risarciti.

Ogni cosa a suo tempo. Un’affermazione che riempie di fiducia, di speranze, di illusioni… Aspettiamo che i tempi cambino, maturino come frutti su un albero. Che si adattino a noi, alle nostre volontà, ai nostri desideri.

Quasi mai succede.

E noi siamo ancora lì a aspettare che, invece di raccoglierli, i frutti cadano da soli.

Non ci sono tempi giusti o tempi sbagliati. Ci sono solo situazioni, realtà provvisorie e passeggere: il tempo scorre. Una clessidra che qualcuno ha già rovesciato per noi: ogni granellino che scivola via è un pezzo di vita che smette di essere un enigmatico mistero.

Il tempo, per fortuna, lascia segni e tracce. Cauterizza benevolo anche le peggiori ferite e riabilita dai danni più gravi. Regala un po’ di buonsenso a chi può permetterselo e agli altri lascia la sensazione di aver assistito a una lezione di cui non si è capito bene il senso. Forse qualcuno lo rispiegherà prima o poi.

Il tempo è un ben strano maestro di cui fidarsi. Non bisogna fargli troppe domande, né mettergli fretta: lui ha il suo programma da seguire e a noi, allievi inesperti, non resta che provare a seguirlo ciecamente tentando, nel mentre, di imparare il più possibile…

Rita Barbieri

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