“Hai smesso i pantaloni corti. Poesie 1996-2010” di Mauro Biancaniello, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Hai smesso i pantaloni corti. Poesie 1996-2010

di Mauro Biancaniello

Lulu Edizioni, 2010

ISBN:  9781447806394

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Hai smesso i pantaloni corti di Mauro Biancaniello, giovane residente nella Svizzera italiana, è una densa e appassionante raccolta di poesie prodotte in un arco temporale che va dal 1996 al 2010.  La silloge si apre con una poesia che evoca un ricordo amaro, il funerale della nonna, la persona a cui la lirica è ispirata e dedicata. Non è, però, contrariamente a quanto ci aspetteremmo, un componimento cupo e doloroso ma un punto di partenza dolce e nostalgico capace di trasformare la fine terrena in un lento salire verso il cielo tra le nuvole, quelle che Biancaniello definisce “le scale del paradiso”.

La poetica di Biancaniello è una poesia piana dal linguaggio semplice e diretto che affonda le sue radici nella ricerca o nella riscoperta del sentimento al suo stato puro, senza condizionamenti dalla frenetica vita della società odierna. Ci fa riflettere. Quello che oggi definiamo amore, ieri non era niente o addirittura non ne sapevamo della sua esistenza. E’ una poetica che ricerca i significati nelle semplice cose, è un dipingere sulla tela in maniera lenta e pacata per cercar di non creare discordanze nelle tinte.

L’amore nasce, a detta di Biancaniello, dalla conoscenza dell’altro e dalla propria consapevolezza, oltre che dall’abbattimento degli istinti egoistici dell’essere che, in effetti, se continuassero a manifestarsi in una coppia, porterebbero prima o poi di sicuro a dei problemi. E in tutto questo, la cosa più bella e da assaporare è il sapersi dare al caso, agli eventi non stabiliti, a sapersi prendere alla leggera con tutte le “bellissime incertezze” per citare il titolo di una poesia qui contenuta.

Nella poesia di Biancaniello è palpabile la consapevolezza del tempo che, lento o veloce, scorre e che sfugge. C’è sempre un prima e un dopo nelle sue liriche, quasi a voler marcare la differenza che si palesa negli oggetti, nei luoghi, nei visi, a distanza di tempo. E’ per questo una poesia che si interroga sul tempo, che cerca di studiarlo e descriverlo, forse per farselo amico o imparare a conoscerlo.

Altre poesie lasciano il posto a una sensibilità crepuscolare, dove è facile leggere i riferimenti a lutti, malattie e a un vissuto poco felice e poi in “Anime lorde”, Biancaniello affronta un tema sociale difficile: quello della guerra. Bellissima “Quel che (davvero) vorrei”, a mio modo di vedere la migliore dell’intera silloge, che è un misto di preghiera maledetta urlata e una sorta di minaccia dolorosa e utopica, riassunta magistralmente nei versi “Vorrei distruggerti/ ma bada bene/ non vorrei la tua morte”. Ci auguriamo che Biancaniello voglia donarci presto una nuova silloge di poesie.

Chi è l’autore?

Mauro Biancaniello nasce a St. Gallen (Svizzera) nel 1977. Inizia a scrivere articoli, poesie, racconti e romanzi nel 1996. Nel 2005 comincia ad impegnarsi anche in campo teatrale. Nel 2009 ha pubblicato Omissioni – Il ballo delle mezze verità e nel 2011 la silloge di poesie Hai smesso i pantaloni corti. Nello stesso anno ha fondato il Collettivo Artistico Libero e Indipendente “Fucina CHI”, poi sciolto e convertito il Collettivo DEA. Si occupa anche di sceneggiature teatrali.

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 


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“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Emanuela Ferrari

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione a cura di Emanuela Ferrari

Il libro scritto da Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, dal titolo Ritorno ad Ancona e altre storie, raccoglie tre storie che, pur narrando vicende diverse, hanno un filo conduttore comune, ovvero si “muovono” sul terreno dei sentimenti, più precisamente partono da un punto di riferimento iniziale: la famiglia che si crea, che si ha per poi arrivare a situazioni diverse rispetto al punto di partenza. Tutto ciò che accade prende spunto da questo micro-cosmo, o micro-mondo, che ci portiamo appresso anche quando sembra averci abbandonato. Dal genio creativo dei due autori “nascono” tre racconti molto avvincenti, assai ricchi di particolari descrittivi su luoghi, persone, stati d’animo, riflessioni introspettive che portano il lettore a sfogliare le pagine con voracità.

Tre storie intense, vissute, emozionanti dove le protagoniste indiscusse sono tre donne: Giada (33 anni), Rebecca (55 anni), Eva (circa 40 anni) che mi sento di definire tre “pilastri” in quanto prendono in pugno la situazione e cercano di gestirla al meglio dimostrando una forza vitale, una energia inaspettata che le induce ad andare avanti. Questo tratto è comune alle tre donne, che appartengono a generazioni diverse e vivono emozioni differenti e con vissuti molto lontani che possiamo ricollegare al modo di essere delle donne italiane: tenaci, forti, presenti, super-impegnate e soprattutto umane, aperte all’altro, disponibili all’ascolto del mondo che le circonda. Infatti, Giada decide di “accogliere” il fratello Jacopo di cui non conosceva l’esistenza, Eva mantiene un dialogo aperto con l’ex-marito, Alberto, anche quando la mette in difficoltà per allontanarla con i bambini dalla casa che questi voleva dividere con la sua compagna. Poi Rebecca, pur avendo conosciuto Vincenzo, mantiene il ricordo e la “presenza” del marito nella casa ad Ancona.

Tanto ancora si potrebbe “dire” su questo libro nato dall’abile penna di due scrittori dell’Italia centrale, luogo in cui ambientano la vita dei loro personaggi: Firenze, Fiesole, Ancona, Roma, San Casciano. L’abilità descrittiva dei colori, dei profumi, delle abitazioni rivela una profonda conoscenza del territorio e, soprattutto, la volontà di far risaltare gli aspetti più caratterizzanti: in Telefonate Anonime “le colline toscane, ombrate da verdi e tozzi ulivi”, mentre trapela un legame sincero con il nostro paese nella seguente frase, che conclude la prima pagina del racconto: “il cibo italiano, da molti declamato come il più buono al mondo”. Ed ancora Roma, dove Giada deve svolgere il suo servizio per la boutique di moda, è dipinta tra le righe come un posto rumoroso e frenetico, ma a cui si arriva in ogni modo, parafrasando il proverbio “tutte le strade portano a Roma”. Inoltre, i collegamenti tra le vie denotano una conoscenza – oserei affermare – diretta del percorso citato: via della Traspontina, che conduce a San Pietro, Campo dei Fiori…

In Ritorno ad Ancona sono molto belle le descrizioni colorate della flora, che adorna il balconcino dell’albergo ad Ischia, e la zona di Forio con i Giardini Poseidon ricchi di piante di ogni tipo e “guarniti” da magnolie profumate che sembrano emanare il loro avvolgente effluvio dalle pagine, mentre Ancona come si presenta al lettore? Appare silenziosa con un sole dorato che si rispecchia nel mare Adriatico…

Infine, in Un cammino difficile, ritorna una attenzione particolare alla Toscana, precisamente a Prato dove il paesaggio, ma soprattutto l’architettura ha perso ogni sembianza italiana assumendo sempre più connotati cinesi. In questa precisazione è possibile “percepire” una nota di rammarico da parte degli autori. Poi Viareggio quale luogo ideale per le vacanze estive, mentre Fiesole descritta così: “isola verde sulle colline fiorentine, fuori dal caos e ventilate”.

A questo punto credo che, per “assaporare” tutti gli ingredienti che sono stati maestralmente amalgamati insieme da Lorenzo e Sandra, non rimanga che immergersi nella lettura del loro lavoro per scoprire un mondo che “vediamo” tutti i giorni, forse anche con un certo distacco, ma che ci impone di riflettere sul valore delle persone e sui loro sentimenti.

Ringrazio i due autori  per aver prodotto un testo così ricco di contenuti per le nostre menti.

A CURA DI EMANUELA FERRARI

28/03/2012

QUESTO TESTO E’ UN ESTRATTO DELLA RECENSIONE SCRITTA DA EMANUELA FERRARI.

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“Giardini d’aria” di Maria Lenti, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Giardini d’aria
di Maria Lenti
con prefazione di Enrico Capodaglio
Marte Editrice, 2011
ISBN: 978-88-6497-054-7
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

LA RECENSIONE E’ SCARICABILE IN PDF COLLEGANDOSI AL SITO DELL’AUTRICE O CLICCANDO QUI.

Giardini d’aria di Maria Lenti è una finissima prosa intimistica ricca di colori e di suggestioni di vario tipo che ci viene presentata nella forma di un diario di memorie. L’incipit si apre con dei punti sospensivi, quasi a voler intendere che il discorso è già iniziato e che ci siamo persi qualcosa o che, è solo il seguito di una narrazione che dobbiamo cercare di unire a un “prima”. La narrazione procede in maniera regolare, senza grandi balzi temporali e la Lenti passa a raccontarci le vicende del passato, dei ricordi della sua beniamina Margherita, giovane sempre un po’ spaesata, riflessiva e grande visionaria. Capiamo da subito, in questo percorso di crescita della protagonista, che il suo essere orfana di madre e lontana dal padre che si trova a lavorare nelle miniere in Sardegna, sono fatti importantissimi e ineludibili dai quali bisogna partire per comprendere a tutto tondo il suo essere. Con una vivezza espressiva unica la Lenti ci fa partecipare a recite prenatalizie, momenti di condivisione con le altre bambine nel collegio di orfane e ai loro discorsi buffi trattati però con serietà, come la difficoltà di Margherita di scegliere il suo colore preferito tra bianco e nero.
E’ di certo un paragone un po’ azzardato ma non inopportuno quello con la prima parte del romanzo Jane Eyre, dove pure incontriamo un’orfana un po’ solitaria costretta a vivere in un collegio (qui, a differenza dal testo della Lenti, le condizioni medico-sanitarie e di disciplina sono molto diverse), dove, al pari di Margherita che considera la religione “molto noiosa” (pag. 28), Jane Eyre non riesce a comprendere l’insegnamento cristiano che, invece, per l’amica Helen Burns è l’unico baluardo di difesa. Appena poche righe dopo, scopriamo poi che uno dei sogni di Margherita è quello di “diventare professoressa” (pag. 28), proprio la professione che Jane Eyre, una volta adulta, svolgerà alla tenuta di Thornefield.
Ma poi non c’è più spazio per il personaggio di Margherita: la Lenti ci narra poi di nuovi personaggi, con nomi diversi che, in realtà, non sono altro che molteplici sfaccettature del suo vissuto: una donna che si trova in lavoro a Firenze, lontano dai suoi genitori; una donna esaurita e depressa che decide di andare da uno psicanalista del quale però ci viene dato solo l’allarmante monologo della donna, il ricordo traumatico di una bambina con delle severe e insensibili suore tanto che alla protagonista viene da chiedersi “da quali bassifondi pulsavano quelle malvagità?” (pag. 72); le problematiche di due genitori alle prese con una bambina che desidera un animale vero da tenere in casa; l’ansia (e quasi fobia) dell’ “invitato-non-invitato” a un pasto senza preavviso. E così, tra le varie pagine seguiamo personaggi diversi, timori e speranze lontane tra loro, a volte addirittura contrastanti, incontriamo gli amici della protagonista e non facciamo in tempo a conoscerli come vorremmo perché, dopo poche pagine (ed è questa la magia del racconto breve), la narrazione termina, per aprirsene un’altra.
Sono esistenze diverse, percorsi di vita che potrebbero esser o essere stati quelli di ciascuno di noi dai quali fuoriescono con forza la grande capacità creativa della Lenti, la
predisposizione per una sensibilità nostalgica, che guarda al passato né per rimpiangerlo, né per recriminarlo ma, forse, per cercare di comprenderlo di più.
Nel testo la Lenti rende omaggio, inoltre, a una grande schiera di letterati sia italiani che stranieri, avvalendosi dello strumento intertestuale o nominandoli direttamente: Conrad, Stevenson, Daphne Du Maurier, Saffo, Pascoli, Louisa May Alcott, Carducci, Leopardi che, superando distanze diacroniche e diatopiche, sembrano incontrarsi tutti insieme in un’immaginaria tavola rotonda per guardarsi in faccia l’un l’altro, interrogarsi e argomentare creando una polifonia di voci densa e avvolgente. Non solo. La scrittrice arricchisce la sua trama facendo continui riferimenti agli eventi storico-politici che riguardano le date delle quali narra: la Guerra Fredda, l’alluvione di Firenze nel novembre del 1966, il Vajont, la morte di Che Guevara, solo per citarne alcuni, tessendo una narrazione doppiamente significativa ed encomiabile.

a cura di LORENZO SPURIO

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“Semplicemente poesia” di Donatella Ronchi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Semplicemente… poesia

di Donatella Ronchi

Carmann Editore, 2011

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Difficile inserire Semplicemente…poesia di Donatella Ronchi in un particolare genere; il libro, infatti, è una fine raccolta di poesie prevalentemente a tema amoroso ma è anche la trascrizione di un’agenda, una sorta di diario segreto con il quale la poetessa ci rende partecipe di momenti e vicende che ha vissuto direttamente sulla sua pelle. Con questo testo la Ronchi abbandona dunque il velo di segretezza e pudicizia nei confronti del suo vissuto, che caratterizza ciascuno di noi, per farsi conoscere, per mettere ciascuna cosa nero su bianco. Lei stessa osserva nella nota di quarta di copertina “ho deciso di aprire il cassetto dei sogni ove il quaderno era riposto per trasformarne, almeno uno, in realtà”. E’ in questo senso una sorta di testamento spirituale della poetessa o, meglio, una sorta di parziale biografia poetica.

Osservando semplicemente il testo che contiene le varie liriche ci si rende conto, dalla loro data (che copre un periodo di tempo che va dal maggio 1977 al gennaio 2011) quanto un libricino dalla dimensioni così ridotte contenga, al contrario, una grande quantità di momenti, vicende e sensazioni vissute in un arco temporale abbastanza esteso. Ci sono però, al pari di un romanzo, delle ellissi: dal 1982 si passa al 2009, quasi che viene da pensare che la poetessa non abbia scritto nulla in quel periodo intermedio o che, al contrario, ha preferito non inserire in questa silloge le poesie scritte in quegli anni e di aver fatto quindi una vera e propria cernita.

La poetica della Ronchi è istintiva e gestuale: “scrivo quello che mi entra in testa;/ racconto un’emozione dell’anima/ per poter morire in confusione” (in 14 maggio 1997, pag. 5). Nell’intera silloge la Ronchi ripropone spesso il concetto e l’idea di “anima”, spesso in contrasto con il “corpo” per sottolineare, forse, quanto le due componenti possono convivere o, al contrario scindersi in due entità completamente separate. Nella poesia “3 ottobre 1979” la Ronchi scrive:  “Prova una volta, una sola volta/ ad entrare in lei con la tua anima/ e non con il tuo solito sesso/” (pag. 12). L’anima che la Ronchi va richiamando, costituendo quasi una vera e propria isotopia, è un qualcosa che, pur essendo incorporeo, fumoso, astratto, finisce però per essere alquanto materiale e vivido e per acquisire caratteristiche proprie di qualcosa d’organico (“l’odore rivoltante della mia anima” in “23 dicembre 1977”, pag. 6).

Il linguaggio impiegato, semplice, chiaro e facilmente fruibile da chiunque non manca di riferirsi a una serie di antinomie e contrasti (essere-vivere, amare-odiare, amore-dolore,) per richiamare, forse, la complessità e la varietà delle possibilità umane e, allo stesso tempo, l’imprescindibilità che una scelta, di fatto, finisce per escludere l’altra. Nel complesso l’intera silloge è pervasa dall’idea dell’amore visto secondo varie prospettive. La Ronchi parla di amore in termini alti, come legame spirituale e trascendente, nel senso che si eleva al di là di ciascuna cosa del reale. Più che poesie d’amore o celebrative dell’amato/a sono, però, riflessioni sulla vita e l’amore, inviti a fare o a non fare qualcosa, esortazioni.

Le poesie della seconda fase, che rivelano un arricchimento lessico, riprendono il tema dell’anima e l’importanza dell’amore, non mancando però di guardare, con un po’ di nostalgia al passato come avviene nella liriche “Amiche – novembre 2010” (pag. 24) e in “Ad una amica” (pag.33) in cui la Ronchi, ricordando dei momenti d’infanzia, celebra una sua cara amica scomparsa.

Sfogliando lentamente le pagine di questo minuscolo libro  riusciamo a sentire il freddo, il gelo, il vento, l’autunno “quando l’autunno era ancora stagione vera” (in “Ad un’amica” pag. 33) che la Ronchi ci descrive. Paradossalmente, la raccolta non ha niente di algido e si configura come un elogio alla vita e un’esaltazione dell’amore.

a cura di Lorenzo Spurio

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“Appeso per i piedi all’orlo del mondo” di Stefano Reggiani, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Appeso per i piedi all’orlo del mondo di Stefano Reggiani

con Prefazione di Monica Gasbarri

Roma, Albatros Editore, 2011, pp. 84

ISBN: 9788856747645

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La prima cosa che di solito attrae un lettore o il possibile acquirente di un testo è la sua copertina. E’ vero che l’abito non fa il monaco, ma l’immagine di copertina è comunque il primissimo biglietto da visita. Ciò che mi colpisce è l’essenzialità e il minimalismo che traspira dalla foto utilizzata nella copertina dove si vede un paesaggio stilizzato, quasi come fosse un bozzetto, un cielo con alcune nuvole (tema fondante dell’intera silloge) e in primissimo piano alcuni cartelli con fondo giallo della segnaletica stradale americana. Mi sono interrogato sul titolo, Appeso per i piedi all’orlo del mondo, e la prima cosa che mi è venuta alla mente è stata che un titolo di questo tipo mi trasmetteva un’idea di attesa, d’imminente catastrofe, un sentimento d’insicurezza e di precarietà. Al contrario, immergendomi nella lettura, mi sono trovato di fronte a immagini molto ben costruite, talvolta addirittura violente nel linguaggio, ossimori ricercati ed isotopie molto ben costruite e riproposte quali leitmotiv. Stefano Reggiani condensa in questa sua seconda silloge di poesie una serie di motivi dominanti che fanno principalmente riferimento al tempo, sia al suo scorrere che al tempo fisico mostrando una particolare attenzione all’universo corpuscolare delle nubi con accenni anche al mondo dell’astronomia.

Nella poesia che apre la silloge, “Fischiettava”, colpisce un’immagine forte, quella di un cielo di fuoco, forse arrabbiato per la violenta e crudele azione di un uomo che, invece, continua a camminare indisturbato fischiettando. E’ una metafora ricercata e ben elaborata di come il mondo fisico e atmosferico si faccia espressione dell’animo dell’uomo. In “Monologo di un giovane comune” viene da chiedersi se considerazioni, pensieri ed inquietudini del protagonista, tanto profonde, siano davvero da considerare proprie di un “giovane comune”.

Interessanti e mai banali i riferimenti al mondo della musica: Rolling Stones, Ramones, Jimmy Hendrix, David Bowie che rendono esplicito l’amore dell’autore verso un certo tipo di sonorità e di tematiche sociali. Espliciti e facilmente individuabili anche gli omaggi alla cultura popolare spagnola, soprattutto quella andalusa con riferimenti ai gitani, al flamenco, al tango e a Gaudí, autore dell’incompiuta Sagrada Familia a Barcellona.

Ma tutto il procedimento che Reggiani utilizza, forse inconsciamente com’è per ogni buon poeta, nella costituzione di questa intricata, ma sensibile, raccolta di poesia, è quello di radicare tutto a due tematiche: il tempo e la prospettiva. L’autore sembra suggerirci, infatti, che il mondo non è come lo immaginiamo e che esso, invece, cambia di continuo a seconda di come lo percepiamo: «Adesso unisco le stelle/ una a una/ perché scivolando/ sulla scala del tempo/ mi sono accorto/ che dai gradini più bassi/ il cielo è ancora più grande» (pag. 18), scrive in “Tutto il tempo”. Una rivelazione forse banale, quasi infantile, e che, invece, è estremamente poetica e rivelatrice della grande sensibilità del poeta.

Riferimenti alla storia sono presenti in “Depressione”, quadretto del 1929, del crollo della Borsa di New York che il poeta va comparando al clima di difficoltà economica dei nostri tempi. Il passato, stavolta quello personale, ritorna in “La credenza” costruito su tre diversi piani temporali: il presente rappresentato dal poeta, il passato rappresentato dalla credenza della bisnonna e il futuro rappresentato dal pronipote non ancora nato che erediterà la credenza e forse, influenzato dalla crisi dei valori del nostro tempo, non tarderà a rivenderla per poterne ricavare quattro soldi: «con i soldi della vendita/ si divertirà/ alla mia faccia» (pag.  24).

Reggiani sembra aver litigato con il tempo, non quello passato, ma con il tempo in quanto tale e scrive: «ammazzo il tempo/ rompendo la clessidra/ con la mia testa di cemento» (pag. 31),.

La poesia di Reggiani, pur caratterizzandosi per un ampia componente visionaria e metafisica, mantiene una certa concretezza che si evidenzia soprattutto nella meticolosa attenzione nei confronti delle tipologie di materiali: creta, cemento, sabbia, cristallo, marmo, seta, lamiera. E’ una poesia materia, ma al tempo stesso concettuale: non ci descrive semplicemente qualcosa di fisico, ma ci trasmette il concetto del materiale impiegato. Nuvole, sole, acqua non sono solo semplici elementi dell’ambiente, del mondo fisico, ma arrivano ad essere personificati e ad assumere atteggiamenti e comportamenti umani: la nuvola ha saliva, il sole urla, la nuvola è una salma, le foglie sanguinano. Non mancano immagini forti, spesso antitetiche o che finiscono per diventare quasi grottesche come le «puttane di cartone» (pag.60), rappresentazione iconografica della mercificazione della donna e  la perversione che si annida nella natura sino ad allora ritenuta edenica: «[l’] incesto/ di foreste che/ violentano il cielo/ e lacrime di resina che/ sventrano la terra» (pag. 60).

Il poetare di Reggiani è difficile e spesso ermetico per l’utilizzo di costruzioni ricercate, poco conformiste. E’ una poesia che predilige di certo l’aspetto visionario, immaginifico e introspettivo dell’essere. Nel complesso ne escono liriche un po’ cupe e tristi, sempre attente al ruolo del tempo: «Sprazzi/ d’incertezza/ sono nuvole/ che strangolano/ il cielo/ circoscritto/ nel contorno/ di un alone/ immaginario» (pag. 40).

a cura di LORENZO SPURIO

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“Scrittrici in giardino” di Adele Cavalli, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Scrittrici in giardino

Profumi e colori nei giardini di dieci scrittrici

di Adele Cavalli

Il mio libro, 2011

Pagine: 154

Costo: 16 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Scrittrici in giardino di Adele Cavalli è una lettura interessante e ben costruita che ho scoperto un po’ per caso, attraverso una delle tante newsletter che la mia casella di posta è ormai abituata a ricevere. Il giardino e la scrittura sono due ambiti diversi e lontani tra loro che, però, spesso sono stati avvicinati o studiati sotto questa luce comparativista. E’ in parte il procedimento che ho impiegato io stesso, assieme allo scrittore fiorentino Massimo Acciai, nella scrittura del testo di critica letteraria La metafora del giardino in letteratura (Faligi Editore, 2011), dove, partendo da una preziosa prefazione dello scrittore Paolo Ragni, si spazia all’analisi del giardino come locus privilegiato della letteratura a proiezione simbolica, paradigma interpretativo che apre, invece, a significati più ampi. La Cavalli non va ricercando significati o possibili interpretazioni in testi letterari, in quello che è la fiction, ma indirizza il suo percorso d’analisi verso le biografie degli autori, i carteggi e, comunque, attendibili documenti storico-letterari che si riferiscono alla vita privata degli autori in questione. Il percorso che Adele Cavalli fa in maniera attenta basandosi su di un buon apparato critico-bibliografico, si riferisce principalmente ai giardini veri, reali, ai quali alcune grandi scrittrici si dedicarono durante la loro vita, presenti nel testo anche per mezzo di varie foto degli stessi. E sfogliando le pagine è come se in realtà ci trovassimo in quei giardini, in una camminata che vorremmo non finisse mai. In questa passeggiata “naturalistica” (bisogna ricordare che il giardino è una riproduzione umana e in scala di quello che è la natura) ci inoltriamo così negli affascinanti giardini della tenuta di Sissinghurst in cui Vita Sackville West trascorreva gran parte delle sue giornate, passando poi per la “mania” floreale di Emily Dickinson che pure conservava esemplari di foglie e fiori, nel famoso herbarium, al giardino di The Mount della scrittrice americana Edith Wharton, studiosa dell’architettura giardiniera italiana, al giardino africano e quello danese (diversissimi tra loro) di Karen Blixen. Arricchiscono la raccolta il giardino della francese Colette, di Eudora Welty, di Mary Annette Beauchamp, quello sull’isola di Mount Desert di Marguerite Yourcenar, quello adiacente alla casa di Nohant di George Sand e quello a Chawton Cottage di Jane Austen.

Cambiano le localizzazioni geografiche, i colori, i fiori e le piante ma il leitmotiv che lega i vari capitoli del libro (ciascuno dedicato a una scrittrice) è la capacità dello scrittore attento, sensibile e amante della natura di riconoscersi in essa e, quasi, di liquefarsi in essa e, dall’altra parte, il potere indicibile che l’uomo riceve dal vitalismo, la prorompenza e la bellezza del giardino. Mi piace concludere con una citazione di Mary Annette Beauchamp richiamata nel testo, che riassume l’intero significato di questo libro: “Ognuno deve amare qualcosa e io non conosco oggetti d’amore che immancabilmente ti ricambino come i libri e un giardino”.

a cura di Lorenzo Spurio

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“Luce e ombre” di Davide Piazzese

LUCE E OMBRE

la farfalla nera

Editore: Edizioni Sabinae

Autore: Davide Piazzese

Collana: Imaginarium

Brossura: 398 pagine

Prezzo: € 18,00

Data uscita: Dicembre 2011

ISBN:  978-8896105849

Link acquisto: http://www.edizionisabinae.com/EDIZIONI_SABINAE/LUCEEOMBRE.html

Trama

La notte del suo trentatreesimo compleanno, Dave Connors, nel pieno della festa a sorpresa organizzata per lui dal suo fraterno amico Harry, accusa un forte malore alla testa e cade pesantemente a terra, e a seguito dell’impatto col pavimento, vede dei flash abbaglianti e sente una corrente elettrica attraversagli tutto il corpo, poi, di colpo, si ritrova in quel luogo oscuro: una distesa paludosa dalla fitta vegetazione. È da oltre una settimana che sogna quel dannato posto! Solo che Dave stavolta si sente troppo cosciente per stare dormendo. Così inizia a girovagare. Alla ricerca di una spiegazione. E poco dopo, giunge davanti ad una sfera di Luce sospesa a mezz’aria. Un essere luminoso viene fuori dalla sfera e gli svela che le Ombre lo stanno cercando, perché nello spirito di Dave è racchiuso il potere del bene e quello del male. Dopodiché, l’essere di Luce svanisce e Dave si risveglia in un lettino d’ospedale, attorniato dai suoi amici. Lui si sta ancora chiedendo il significato di quel sogno e cosa ci faccia sdraiato su quel letto quando incrocia gli occhi verdi di Susan, un’infermiera bionda. La cosa assurda è che, già al primo sguardo, Dave sente un’attrazione irresistibile per quella ragazza, ed inoltre, è come se la conoscesse da sempre; sente per lei un legame profondo. Dave, però, a seguito di alcuni fatti angosciosi vissuti di recente, ha fatto una promessa a se stesso: nessuno sarebbe più entrato a far parte della sua vita, soprattutto una donna. Quindi fa di tutto per tenersi lontano da Susan. Ma il destino di Dave e quello della ragazza sono legati. Il loro incontro non è stato casuale e  nemmeno quel malore il giorno del suo compleanno lo è stato. Tutto era già stato previsto. Calcolato alla perfezione. E da secoli che Luce e Ombre si contendono il dominio del mondo. Ma Zandhal, l’angelo oscuro scacciato dal regno dei cieli e a capo di un’orda di demoni, ha finalmente escogitato un piano diabolico per sbarazzarsi di tutti gli esseri di Luce, e nell’attesa del momento prestabilito all’attuazione del suo piano, sta ampliando il suo esercito della morte impossessandosi della coscienza degli esseri umani. Per compiere il suo disegno malvagio, però, Zandhal deve ritrovare in tempo la farfalla nera. E Dave è l’unico che può aiutarlo nel suo scopo, ma è anche l’unico in grado di fermarlo…


“Le danze del tempo” di Martino Ciano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le danze del tempo

di Martino Ciano

con prefazione di Tania Paolino

Roma, Arduino Sacco Editore, 2011

ISBN: 978-88-6354-372-8

Pagg. 143

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

  

“La sua droga perfetta era il passato” (pag. 51).

 

Confesso senza remore che i romanzi di guerra o che comunque fanno riferimento a particolari momenti storici di conflitto o di ribellioni non sono il mio forte ma ho accettato con piacere di leggere il romanzo di Martino Ciano, scrittore esordiente calabrese, grande studioso di storia. Dopo un’interessantissima nota di prefazione curata da Tania Paolino, nella quale si sottolinea soprattutto il valore del tempo nel romanzo, la lettura si snoda attraverso una serie di capitoli che in esergo riportano citazioni tratte dalla Bibbia. La storia contenuta nel romanzo è triste e inumana, come lo sono tutte le storie di guerra. Martino Ciano mette in scena non tanto il dolore e la devastazione degli oppressi ma il cinismo e la spregiudicatezza di coloro che si credono superiori, invincibili, potenti sopra ogni cosa. Di coloro che credono di poter decidere le sorti degli altri quando invece questo è un compito che appartiene solo a Dio.

Il setting iniziale con il quale si apre la storia è Auschwitz, luogo che non necessita di presentazioni. E’ il 1944 e al lager arrivano deportati dalle varie zone della Germania. Siamo, però, come narra la storia, alle ultime battute del regime hitleriano. Il tenente Karl Von Kliest, “l’immagine del perfetto ariano” (pag. 21), si rende colpevole di una serie di violenze e crudeltà tra cui l’uccisione dell’ebreo Jacob e di suo figlio Ismael, nomi che ricordano importanti personaggi biblici. Von Kliest rappresenta la Germania nazista, è un prepotente convinto degli ideali della purezza della razza; decide e manda a morte chi vuole arrogandosi un compito che non gli appartiene. E’ un piccolo Hitler, anzi forse addirittura più potente di Hitler che, come si è detto, ormai si trova nella sua fase calante. Ciano scrive, infatti, “Hitler ormai è finito. Ha paura anche di se stesso” (pag. 26).

Ma come narra la storia, lentamente le cose volgono male per i nazisti e le armate russe fanno il loro ingresso in Germania minacciando Berlino che poi riescono ad assediare. Il tenente viene mandato a Berlino dove, assieme ad altri gerarchi valorosi, è tenuto a organizzare la difesa della città. Non ci riusciranno e tra tanta morte e distruzione il tenente riuscirà a salvarsi e mettersi in fuga. L’impressione che ho avuto è che Ciano sottolinei di continuo l’impossibilità di salvezza per i deboli, i poveri, gli emarginati e sfruttati e di contro l’invincibilità, la salvezza dei cattivi, dei criminali quasi come se Dio osservasse tutto di nascosto e neppure lui riuscisse a regolare gli eventi.

Ma quando la Germania è ufficialmente caduta e con essa lo spregiudicato regime, allora le cose cambiano e non c’è più posto per i crudeli nazisti che prima hanno dominato la scena. Chi fugge, chi si salva, chi si converte, chi si pente, chi si autoelimina, chi nascosto rimane convinto delle proprie idee. Von Kliest decide di farsi fuori. Non riesce a sopportare di vivere in una società che non risponde più ai suoi ideali, ai progetti della sua gente. Non accetta la sconfitta. Non vuole lasciarsi uccidere dai rossi e lasciare che il proiettile delle loro pistole macchi quel corpo ariano e ne sconsacri l’essenza. Si punta la pistola alle tempie ma solo in quel momento, similmente a una pistola scarica nel celebre Gli Indifferenti di Moravia, scopre che i colpi sono finiti. E’ un caso? E’ una vendetta del destino? Non lo sappiamo fino a che non continuiamo nella lettura. La mia idea è che il non poter morire del tenente sia una sorta di pena divina silente come avviene al vecchio marinaio dell’omonima ballata di S.T. Coleridge. Ma come sempre la vita è fatta di un prima e un dopo, un passato e un presente. Ci troviamo ora a Colonia, città natale del tenente, nel 1962. La guerra è finita da tempo, sono trascorsi anni difficili e la ricostruzione del paese è stata lenta e dolorosa. La guerra non solo ha cambiato i luoghi, distrutto le case e annientato intere famiglie, ma ha contribuito a incrinare le psicologie dei sopravvissuti, rendendoli deboli, incurabili in virtù dei traumi subiti. Il tenente, seppur anziano, mantiene in un certo senso la sua integrità di sempre; “La sua anima ancora ricordava il passato, lo desiderava” (pag. 50), scrive Ciano. Sappiamo bene che chi vive del passato è un uomo che non è in pace con se stesso, nostalgico, solo, inattuale e pericoloso. E ancora una volta Karl si identifica con il marchio della dissolutezza, della perversione e dell’immoralità: è nazista nell’anima, alcolista, misogino, violento, tradisce la moglie e ancora a distanza di anni non riesce ad accettare (e forse a comprendere) che la sua Germania gloriosa non c’è più e che gloriosa non lo è mai stata: “ma io ci credo ancora” (pag. 56), confida a un suo vecchio amico.

La costruzione antitetica dei personaggi che popolano il romanzo esemplifica questa struttura manichea del mondo: i nazisti contro gli ebrei, i tedeschi contro i bolscevichi, il Bene e il Male, l’umano e l’animalesco, Dio e Satana, l’amore verso l’altro e l’amore verso se stesso, la ragione e la forza, l’io e l’altro. Ma in fondo non sono rilevanti nomi, luoghi, anni e altre caratterizzazioni che ci consentono di inserire la storia in un particolare momento perché una storia di guerra è metafora di ciascuna guerra, sia essa europea o a noi lontana.

Il tenente Von Kliest vive in una dimensione che è fatta di ricordi del passato, di memorie, di progetti e idee che nel passato non hanno preso corpo e il suo presente non è che un passato onnipresente che non annuncia mai a dar la staffetta a quel presente liquido, attuale, al momento. E’ un uomo che mentalmente è già morto e sepolto da decenni, come la sua ideologia, ma che vive in un corpo regredito e involuto. E’ espressione più chiara dell’imbarbarimento della società, dell’illusorietà della superiorità dei potenti sui deboli, del ritorno forzato a un sistema tirannico, prepotente, insano, chiaramente impopolare e inattuale per il suo tempo. E’ un ritorno allo stato di natura, a quella selvaggia e primordiale. Ma anche per lui arriva il momento della resa dei conti: la presa di coscienza, il pentimento, il rimorso, la paura del suo passato. Guardando sua figlia Martha, infatti, non può far a meno di ricordare gli innocui occhi di Ismaele, un bambino ucciso anni prima solo perché ebreo e perché aveva inveito contro di lui per difendere suo padre. E così Karl finisce per “[essere] stuprato da quei ricordi seppelliti” (pag. 59). Ciano impiega un linguaggio freddo, diretto, tagliente e crudo che, però, ben lontano da avere l’intenzione di scioccare, è perfettamente in linea e adeguato a quando va narrando: violenze, nefandezze, stupri, desolazione, rotture, abbandoni, sia fisici che metaforici.

E poi segue il sogno-incubo in cui Karl si vede di fronte a Jacob e Ismael, prova paura e rimorso e l’avvenimento onirico è di sicuro espressione inconscia del fatto che Karl non ha ancora fatto pace con se stesso, con il suo passato che, invece, ritorna a ossessionarlo, minacciarlo, indebolirlo e ad accusarlo per ciò che in assenza di un minimo di raziocinio tanti anni prima ha fatto per asservire un’ideologia assassina. Verso il finale dell’opera tanto egoismo e sicurezza di sé lasciano, però, il posto all’insicurezza, alla debolezza e alla dannazione del personaggio che anni prima si è macchiato di ignominiosi crimini; il suo passato crudele si mischierà al suo presente, alle vicende quotidiane della sua famiglia e proprio all’interno di questo universo si compirà una sorta di vendetta che, troppo pesante da sostenere, lo condurrà a un suicidio (ipotizziamo), questa volta con esito. Ciano condensa il tutto in una frase: “Solo vivendo si comprende la morte, solo peccando si comprende l’espiazione” (pag. 138). C’è una sorta di comprensione e di animo cristiano in questo: il perdono e l’espiazione alle colpe sono sempre disponibili e alla portata di tutti, efficaci solo se l’individuo è capace di crederci veramente.

Ciano ci accompagna in un viaggio doloroso, inserendo le intere vicende narrate in una precisa cornice storica che evidenziano la sua passione e competenza in tale ambito e ci consegna una parabola sulla cattiveria, sulla condizione del cuore umano macchiato dalla colpa. Karl Von Kliest è fratello di Kurtz di Heart of Darkness, e pertanto non è altro che l’espressione più pregnante di quel cuore di tenebra che attanaglia l’umanità.

 a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Meditazioni al femminile” di Michela Zanarella, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Meditazioni al femminile

di Michela Zanarella

con introduzione di Donatella Bisutti

con prefazione di Giuseppe Neri

Sangel Edizioni, 2012

ISBN: 9788897040750

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Michela Zanarella, poetessa di origine veneta ma da anni attiva nella Capitale, torna con una nuova e interessante silloge di poesie. Dopo Sensualità, edita da Sangel Edizioni, in cui la Zanarella intendeva dipingere una femminilità calda, accogliente e sensuale, arriva Meditazioni al femminile, che il noto poeta napoletano Luciano Somma non ha mancato di avvicinare alla poetica della Merini. Ritengo che paragoni di questa natura sono sempre azzardati e pericolosi ma c’è di sicuro nella poesia della Zanarella una predisposizione ad affrontare temi, soggetti e ambiti che furono particolarmente cari alla grande poetessa milanese.

La parola “meditazioni” nel titolo del libro può far pensare che quello che ci apprestiamo a leggere sia una sorta di prosa ragionata, una scrittura attenta, frutto di ricerca e di sperimentazione. In realtà è tutt’altro. Le meditazioni che la Zanarella fa nel corso di questo libro sono di carattere intimistico, profondo, personale; hanno la volontà di riferirsi alla donna in quanto tale, al suo rapportarsi con il mondo e, soprattutto, con l’altro sesso. Si respira sfogliando le pagine una sensibilità che abbiamo già conosciuto con Sensualità anche se, per certi versi, si individua qui una certa maturità, non espressiva, ma tematica. Il percorso che la Zanarella ci fa fare coinvolge le varie sfere sensoriali e si appella in maniera pacata al lettore affinché questo le impieghi nella lettura, per poterne condividere a pieno l’espressività.

La poesia della Zanarella parte spesso dalla descrizione fulminea e al tempo stesso vivida di elementi naturali, il mare, il sole, i fiori che, piuttosto che darle un’impronta modernista, servono per istituire una serie di parallelismi con la vita dell’uomo. La poetessa esplica l’amore per il suo uomo ricorrendo direttamente ad appelli ed esortazioni in cui la dea Madre, è espressione a sua volta di quella forza impetuosa, continua e rigenerante. E’ una ricerca questa che non conosce limiti e che consente alla poetessa di sognare a occhi aperti e desiderare anche l’impossibile: «voglio esplodere di te/ e sapere il sapore/ del mare» scrive nella lirica che apre la raccolta. Ma in fondo sappiamo bene che in poesia nulla è impossibile e così, con questa prospettiva dobbiamo leggere le poesie della Zanarella che traboccano di gemiti, respiri che si incontrano, “morsi d’amore”, sguardi, baci e momenti d’affetto.

Come avevo avuto modo di osservare nella recensione di Sensualità, nella poetica della Zanarella, le parole si impersonificano: l’amore sembra essere una sorta di divinità onnipresente che tutto può; il Destino viene invocato come una sorta di protettore o altre volte come un’entità capace di volgere le cose come le desideriamo. «[C]onsumeremo il cielo/ gocciolando innamorati sui marciapiedi/ del destino» scrive nella lirica “Insieme oltre”,  la più bella dell’intera raccolta. Nella silloge ci sono, inoltre, poesie ispirate e dirette a persone care della Zanarella così come alla sua città d’origine, Padova, citata direttamente in varie liriche. Bellissimo l’omaggio a Pasolini: «Tradito come un autunno / in maledizione / è stato il tuo canto di verità. / Non si accorsero che assassinando / un guscio secolare di saggezza /  estirpavano fiore universale di poesia» e curioso il ricordo del pontefice Giovanni Paolo II.

E’ la natura che ritorna di continuo, quasi a descrivere una sorta di leitmotiv dell’intera silloge, «mi allaccio al vento, mi abbandono al fuoco» scrive in “Mi incateno alle origini”. Meditazioni al femminile è una riuscita celebrazione dell’amore fisico e dalla sua realizzazione a livello inconscio, dell’erotismo, della voglia di amare e farsi amare, della ricerca di un senso alla vita. E’ un incrocio continuo di due divinità importanti: Gea ed Eros. Si uniscono, dialogano tra loro, a volte addirittura si eguagliano divenendo una divinità unica. Ed è forse nella chiusa della poesia “Fango e radici” che ci capacitiamo di come la Zanarella riesca a fondere i due elementi, quello della natura incontaminata e quello della natura umana: «Ci incontriamo nel petto della stessa terra, / fango e radici / per un nuovo germoglio».

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

 

 

 

 

 

“Il terrazzino dei gerani timidi” di Anna Marchesini

LA TIMIDEZZA LETTERARIA

articolo di ANGELA CRUCITTI

Anna Marchesini non finisce mai di stupirci. Da attrice comica nel celebre Trio a fianco di Solenghi e Lopez a regista di drammi teatrali fino a scrittrice di un romanzo “timido”. L’esordio letterario della Marchesini si intitola Il terrazzino dei gerani timidi e racconta, attraverso lo sguardo di una bambina, la vita di tutti i giorni e la preparazione alla Prima Comunione. La descrizione centellinata dei gerani con cui esordisce la narrazione allarga il campo alla casa e poi al mondo che la bambina, protagonista di cui non si conosce il nome, abita. E lo abita tristemente, a causa di un fanciullesco fioretto esaudito in occasione della malattia della madre. Campeggia su tutte le altre figure quella della mamma, che insegna alla figlia una vita di quotidiano sacrificio, di contenimento della gioia. E’ un vero e proprio inno all’infelicità, il romanzo; non ci sono scoppi di gioia in questa narrazione che vuole imitare il pensiero bambinesco e non ci riesce: le lunghe frasi, che si srotolano per cercare di raccogliere ogni particolare del circoscritto mondo, cercano di imitare il linguaggio senza senso e confusionario dei bambini, costruendosi senza ordine logico apparente, tralasciando segni di punteggiatura importanti, ma falliscono nell’intento per i vocaboli esageratamente aulici e ricercati. Inoltre i pensieri sulla morte e sulla vita che le frasi traducono sembrano essere troppo complicati anche per un adulto. Non è un libro facile, è stancante e si finisce spesso per incespicare nei periodi ridondanti, ma a volte si aprono per il lettore dei piccoli spiragli di ironia bambinesca. Come il gioco ingenuo tra la bimba e il suo cugino più grande che creerà ulteriore ansia alla protagonista, convinta, giocando al dottore e alla paziente, di aver commesso un peccatuccio di lussuria e giusto poco prima di ricevere il sacramento della Comunione. Non si potrà che sorridere dolcemente e malinconicamente, di quel sorriso che hanno i grandi nei riguardi di certe ansie infantili. Se si continua nella lettura, si viene ricompensati dalla storia lacerante di Terenzio, un vecchio signore dagli occhi «che si erano spinti a guardare oltre l’orizzonte» e che decide, dopo la morte del figlio, di dimenticarsi di tutto, anche di se stesso, e dal liberatorio episodio di Suor Giuseppina che scoprirà di poter vivere ancora e davvero attraverso la musica. Infine, se si è abbastanza pazienti da arrivare fino in fondo al romanzo, sarà svelato qualcosa che riscatta la pesantezza dell’intreccio: la bimba scopre l’amore per la letteratura e la lettura e si ripropone di scrivere un libro per ripercorrere e custodire il lungo tragitto che l’ha portata alla letteratura, vista come unica fonte di gioia.

Il libro della Marchesini è un libro timido e come per tutti i timidi bisogna avere pazienza per imparare a conoscerlo e apprezzarlo. E per arrivare alla fine.

Angela Crucitti- www.britomarti.wordpress.com

ARTICOLO PUBBLICATO SU RICHIESTA E CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Eden” e “Ad Lucem” di Alessandro Cortese

Alessandro Cortese è nato a Messina nel 1980. A Pescara lavora come insegnante per la scuola media e superiore. Nel Gennaio 2008, la casa editrice milanese Arpanet decide di pubblicargli il racconto: “Vita e ricordo di Mary Ann Nichols. Prostituta” sul volume “Concept – Storia”, un primo contatto che permette allo scrittore e alla redazione  di conoscersi.

È nel Luglio del 2010 che, sempre per Arpanet, l’autore pubblica il suo primo romanzo, Eden, in cui la storia della Creazione viene riscritta mantenendo i propri punti fermi ma assumendo connotati sostanzialmente diversi. L’opera è premiata da pubblico e critica, i quali hanno apprezzato l’impostazione pirandelliana che l’autore ha impresso al romanzo. Eden è un’audace reinterpretazione della Storia della Creazione e del Giardino dell’Eden dal punto di vista degli angeli. Un gruppo di ribelli, tra insospettabili tradimenti ed enigmatici spiriti, decide di scoprire che cosa significhi libertà. Con un linguaggio dal sapore antico e ricco di riferimenti biblici e un’impaginazione in lettere capitali, Alessandro Cortese rivoluziona la lettura della Genesi, proiettando il lettore verso l’identificazione con Lucifero, custode della luce di Eden. Un ribaltamento che seduce, invertendo l’eterna dialettica tra bene e male.

Il nuovo romanzo di Cortese, che uscirà nel dicembre del 2012 sarà intitolato Ad Lucem. La nuova narrazione si apre dopo la caduta del primo uomo e della prima donna e la cacciata degli angeli ribelli dal paradiso. A metà strada tra un romanzo di genere mistico ed uno fantastico, Ad Lucem si sviluppa osservando la trasformazione di un angelo in soldato, da capo rivoluzionario fedele ai propri credo libertini a dittatore capace di sfruttare tutto e tutti in nome d’un disegno personale. Allusioni all’attuale modo di far politica dei governi mondiali sono la scenografia davanti alla quale monta il tema centrale della vendetta, rendendo l’epopea di Lucifero totalmente diversa, ma mai stonata, rispetto a quanto è noto su questa importante figura non solo religiosa ma anche culturale.

 

COMUNICATO FORNITO DALLO STESSO AUTORE.

 

 

“The day is yours – Kenneth Branagh” di Ilaria Mainardi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

The day is yours – Kenneth Branagh

di Ilaria Mainardi

con postfazione di Daniele De Angelis

Siska Editore, 2011

ISBN: 9788897642039

 

recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ho accettato con piacere la richiesta di Ilaria Mainardi di leggere il suo testo critico-saggista su Kenneth Branagh sebbene, non me ne vergogno a riconoscerlo, non sapevo chi fosse. Ho immaginato che si trattasse di uno scrittore e che quindi il suo discorso fosse una sorta di analisi critica sulla sua produzione. Mi sbagliavo. Ho preferito documentarmi un po’ prima di affrontare una lettura di questo tipo, sulla quale, diversamente, non sarei stato neppure in grado di dire due parole. Wikipedia è una buona fonte di informazioni per neofiti che intendono avvicinarsi a un determinato autore o argomento. La pagina di Kenneth Branagh era abbastanza fornita. Ho conosciuto così per la prima volta il soggetto del saggio della Mainardi. Attore, regista e produttore teatrale, Branagh è celebre principalmente per la messa in scena di una serie di adattamenti teatrali sui maggiori plays shakesperiani ma anche per la sua parte nel film sui crimini nazisti Operazione Valchiria (2008).

Lo scritto della Mainardi è ben organizzato e sostenuto anche da un buon apparato bibliografico che consente al lettore di capire come un regista della nostra contemporaneità sia riuscito a fondere e plasmare con maestria e talento espressioni artistiche diverse, dandone prova attraverso la rivisitazione, l’adattamento e la messa in scena delle opere del grande scrittore di Stratford-upon-Avon. La stessa Mainardi osserva nella nota introduttiva: “Kenneth Branagh uno dei più compiuti esempi di ciò che teatro e cinema dovrebbero essere”.

Il testo si snoda in vari capitoli, partendo da un profilo biografico dell’autore in cui la Mainardi fa riferimento al singolare atteggiamento di Branagh ragazzino nel sapersi districare con l’inglese ufficiale e l’irlandese a seconda delle situazioni, per passare poi alle varie fasi dell’affermazione della sua carriera come regista non mancando di far riferimento al suo lampante e tempestivo successo, seppur criticato da qualcuno. Punto di snodo importante nel suo encomiabile lavoro è la creazione nel 1987 della Renaissance Theatre Company. Da ricordare anche le sue collaborazioni con vari attori molto noti, tra cui Emma Thompson e Colin Firth ma la Mainardi si sofferma a lungo soprattutto su alcuni personaggi shakesperiani molto famosi: Otello e gli Enrichi che nel corso della storia sono stati interpretati tante volte. Ad arricchire il testo è un articolo di Jaime Diamond che la Mainardi ha tradotto in italiano.

Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

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