Recensione a “Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, a cura di Lorenzo Spurio

Petali d’acciaio

di Donatella Calzari

con prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Rupe Mutevole Edizioni, Collana Sopralerighe

ISBN: 978-88-6591-103-7

Costo: 10,00 Euro

Pagg. 48

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ tagliente e ad effetto il titolo della prima silloge di poesie di Donatella Calzari, poetessa che ha già pubblicato alcune poesie su alcune antologie, partecipando tra l’altro a vari concorsi letterari. La prefazione, a cura di Emanuele Marcuccio, indirizza subito il lettore verso un certo tipo di lettura, che deve essere attenta, precisa e aperta a significati e interpretazioni multiple.

La poetica della Calzari è semplice ma mai banale, diretta, concisa nel numero delle parole ma altamente evocativa, chiara e lineare. La poetessa apre la raccolta con un’immagine di doppiezza, quella del clown che nel suo aspetto esteriore è divertente, comico, e fa ridere gli altri ma che dentro è invece triste: “in fondo al cuore/ una collana di tristezza/ da sgranare lentamente/ in solitudine…” (pag. 15). Sono frequenti le immagini antitetiche che la Calzari fornisce con le sue poesie quasi a testimoniare che una cosa, emozione, sensazione, condizione, esiste anche perché ne esiste il suo contrario, come avviene appunto nella figura del clown divertente ma triste, del mare caratterizzato da alta o bassa marea (pag. 17) e il binomio buio-luce in “Ricerca” (pag. 24). L’universo della Calzari è un mondo di doppi, di contrasti, di opposti che mai sono, però, connotati negativamente e che, invece, vengono delineati per esprimere l’eterogeneità delle possibilità.

Tutta la silloge presenta continui riferimenti al mondo naturale, soprattutto alla flora, e la Calzari istituisce spesso paragoni tra l’essere e il mondo vegetale per sottolineare non solo la precarietà dell’uomo ma anche il suo essere continuamente in balia di eventi e condizioni di dimensione e forza maggiore a quelli del genere umano. Un rimando ai giardini inquietanti di Buzzati è presente in “Insidie” dove, però, la poetessa auspica la sua metamorfosi in vilucchio, una pianta rampicante. La poesia della Calzari è naturalista, primitivista nel suo volersi rifare agli elementi naturali, alle piante, agli animali; importantissima è la presenza del vento richiamato in varie liriche, il mezzo che porta cambiamento, “dilania/ conduce/ disperde […] distrugge/ feconda” (pag. 26).

E mentre le poesie della Calzari sfuggono via pagina dopo pagina, così come gli innamorati che depennano i petali di una margherita nel famoso gioco d’illusione e di speranza, siamo consapevoli che, al termine del libro, il lettore ne esce arricchito e che quei petali d’acciaio, quelle schegge di lamine pungenti e luccicanti che il titolo evoca in realtà non sono che profumatissimi e soavi lembi di un qualche fiore che, solo nell’unità, ci consente di apprezzare il tutto, fatto, appunto, di tante parti che insieme costituiscono l’essenza delle cose.

Lorenzo Spurio

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“Introduzione al mondo – Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità” di Idolo Hoxhvogli, recensione di Lorenzo Spurio

Introduzione al mondo – notizie minime sopra gli spacciatori di felicità

Di Idolo Hoxhvogli

Scepsi & Mattana Editori, Cagliari, 2012

ISBN: 978-88-902371-8-8

Costo: 15,00 Euro

Pagg. 107

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Il testo di Idolo Hoxhvogli si apre con una dedica criptica e quasi paradossale: le radici stanno nel passato? Non è vero, o forse lo è in parte. Possono stare nel futuro, ci dice l’autore. Il tempo futuro, da sempre connotato come sinonimo d’incertezza, possibilità, dubbio e collegato alle premonizioni, ai sogni, ai desideri, non è, dunque, per Hoxhvogli un tempo meno impreciso e indefinito degli altri, il passato e il presente.  Tutto il libro in questione deve essere letto e analizzato con la stessa apertura mentale e una buona dose di interpretazione perché l’autore ha deciso di metterci molto di esistenzialistico e, se vogliamo, di problematico. Hoxhvogli non è uno di quegli autori a cui piace descrivere, narrare nei dettagli. Le cose le dice in maniera asciutta e diretta perché possano avere un significato diretto nel lettore.

Difficilissima è anche la catalogazione del libro in un particolare genere: non è un romanzo, né una raccolta di poesie, è, piuttosto, una serie di poemetti filosofici, appunti buttati giù come se si trattasse di un diario che partono da idee e considerazioni diverse. L’autore utilizza, inoltre, più volte nel corso del suo libro degli schemi con segni matematici per esprimere, forse, il suo messaggio già di per se stesso condensato ed enigmatico.

L’opera si divide in tre parti, una prima ampia porzione che va sotto la definizione di “La città dell’allegria” che comprende una serie di testi più o meno lunghi, una seconda parte intitolata “Civiltà della conversazione” e un’ultima parte dal titolo “Fiaba per adulti” (è evidente in questo stesso titolo un intento ossimorico-parodico).

Qual è il significato del titolo? Può esistere una sorta di introduzione al mondo? Una sorta di preambolo, a mo’ di avvertenza che serva all’uomo per introdursi al mondo nella maniera più semplice, educata e regolare? Un film o un libro possono avere un’introduzione che si riferisce ai rispettivi contenuti ma il mondo, può avere un’introduzione? Secondo Hoxhvogli sì. E’ un introduzione di carattere epistemologico-esistenzialista che ha anche evidenti messaggi dalla pungente critica sociale (il sindaco assediato nel palazzo comunale e difeso da uno stuolo di porci quasi ad intendere che lui è il capo di quel branco e dunque il più porco di tutti).

Il libro si apre con un pessimistico quadretto nautico in cui il tema di fondo è, forse, l’imbarbarimento della condizione di uomo: “Non vi è cultura contro barbarie, si vivono accanto e l’una nell’altra” (pag. 11). Solo a pagina 32 il lettore è in grado di sviscerare il significato del titolo che Hoxhvogli, con un procedimento comico, spiega come il toccasana per sanare le preoccupazioni e la malattia di un certo Leo.

Un percorso suggestivo tra mari, città e sogni inespressi della mente dove centrale è la figura dello straniero visto come ‘diverso’, quello che in “Popoli e altri animali” Hoxhvogli esemplifica in “noi e l’altro”. “Chi è il noi, nessuno lo sa. Forse l’altro lo sa, perché inventa il noi e inventa se stesso come il noi inventa l’altro e sé […] [L’altro] lotta e getta la propria vita e quella del noi per avere ciò che ha il noi” (pagg. 20-21). Un discorso affascinante, concentrico, a spirale, che lascia il lettore un po’ perplesso, quasi senza fiato. La conclusione di questo sdoppiamento noi-l’altro è qualcosa di difficile da spiegare e che crea, per forza di cose, rottura, divisione e incomprensione. L’autore conclude infatti: “Ognuno crede di avere ragione. E’ colpa di Dio, ha cambiato a tutti la lingua dando una lingua a testa, e ogni testa fraintende l’altra” (pag. 21). Hoxhvogli mette in scena la differenza di religione, etnia, lingua, paese e il “sentirsi diverso” o “far sentire diverso qualcuno”, l’indifferenza, l’intolleranza, il fanatismo, la divisione, la prepotenza, la disgregazione, la pericolosità che porta il revisionismo storico o il giustificazionismo per motivazioni storico-politiche, la xenofobia, la discriminazione.

Nel complesso ne fuoriesce un’analisi amara, in certi punti allarmistica di quelli che possono essere i rapporti interculturali, tra diversi paesi, tra autoctoni e forestieri che, pur non invocando un messaggio oltranzista e violento, prende una posizione alquanto definita e marcata. Si concretizza, sfogliando le pagine, l’idea che l’autore sia stato direttamente influenzato dalle sue vicende personali trasposte, forse, in maniera diversa o riadattate. Il messaggio che ne fuoriesce è chiaro e socialmente deludente; riducendo i rapporti umani a una serie ristretta e negativa di comportamenti ho avuto l’impressione che l’autore abbia tagliato di netto, invece, le componenti felici o, comunque, meno negative. Nel complesso, Hoxhvogli ci fornisce spunti interessanti e considerazioni in parte suscettibili di discussione (in parte, ovviamente, come quando scrive “La prostituzione è il fondamento del matrimonio […] la prostituzione è messianica […] la prostituzione salva la vita, e in essa i matrimoni”, pag. 72) o interpretabili facendo riferimento ad esempio anche utilizzando la cronaca quotidiana. E’ un buon punto di partenza per discutere su questioni diverse e tanto importanti. Ci consegna anche divagazioni paradossali, piccoli aneddoti divertenti e altri amari e grotteschi, conversazioni singolari, annunci inconsistenti e quesiti esistenziali calati nell’oggi ultramoderno, vanitoso e egoistico. E addirittura alcuni componimenti viscerali che rasentano il macabro e l’orrido come l’anomala descrizione di una condanna a morte nella quale lo scrittore sembra beffardamente provar gusto nelle descrizioni sadiche che trasmette al lettore. L’impressione è quella che Hoxhvogli a suo modo abbia voluto utilizzare un linguaggio tagliente e crudo per smitizzare la realtà quotidiana pur non celando un certo pessimismo che pervade l’intera raccolta: “L’abituale adesione al mondo è questa sosta lontano dal bene, per accertare minuscoli tumori” (pag. 91).

“Leggere è perfezionare lo sguardo sul mondo e del mondo” sostiene Hoxhvogli in “Rileggere” concludendo “Prima di leggere un libro, rileggetelo. Rilettolo, se non dice granchè, non perdete tempo nel leggerlo” (pag. 50).

Idolo Hoxhvogli è nato a Tirana nel 1984. Si è formato negli studi filosofici all’Università Cattolica di Milano. Suoi scritti sono presenti in numerose riviste italiane e straniere, tra cui “Gradiva International Journal of Italian Poetry” (State University of New York at Stony Brook) e “Cuadernos de Filología Italiana” (Universidad Complutense de Madrid). Ricordiamo, in particolare, Il porto somma la terra al mare, “Viola” (Svizzera), n° 8 (2010) e Post Mortem Bettino Craxi “Silarus” n° 271 (2010). Da quando è nato percorre strade a senso unico.

Lorenzo Spurio

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“La setta dei giovani vecchi” di Luca Rachetta, recensione di Lorenzo Spurio

La setta dei giovani vecchi

di Luca Rachetta

con prefazione di  Gian Paolo Grattarola

Edizioni Creativa, 2011

ISBN: 987-88-96824-28-3

Costo: 11,00 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Con La setta dei giovani vecchi, Luca Rachetta propone una nuova attenta indagine della psicologia dell’uomo narrando di preoccupazioni, sogni, manie, perversioni e veri e propri comportamenti ossessivi che, pur avendo spesso una connotazione comica, non mancano di essere un vivido specchio della realtà quotidiana nella quale viviamo. Giovanni Eufemi, il personaggio principale, è un docente in una scuola secondaria, un tipo meticoloso, ponderato e riflessivo. Anche nel romanzo precedente, La guerra degli Scipioni, simpatico quadretto familiare inquadrato sull’analisi della vita di tre fratelli tanto diversi e al tempo stesso tanto strambi, Rachetta aveva consegnato a uno dei suoi personaggi principali la professione di educatore scolastico forse influenzato direttamente dalla sua attività lavorativa. Il mondo della scuola, dell’istruzione e della difficoltà d’inserimento nelle liste di insegnamento a tempo indeterminato è una realtà che Rachetta affronta con questo romanzo, mettendo in luce un chiaro riferimento alla crisi economica e lavorativa dei nostri tempi. Curioso l’episodio dello slittamento delle nomine dei nuovi professori che Rachetta narra nel romanzo, descritto come fosse un ammutinamento o, addirittura, una rivoluzione con tanto di incendio, quartier generale, contestazioni e forze dell’ordine che intervengono a sanare il conflitto (pagg. 29-30).

La narrazione si basa sull’utilizzo di un linguaggio preciso, a volte quasi ricercato tanto da far pensare che sia antiquato, quasi da romanzo storico o d’altri tempi; in realtà la narrazione è fruibile a chiunque, è fluida e ben organizzata e la divisione in capitoli che lo stesso autore ci fornisce ci consente di seguire un determinato percorso progressivo nella lettura.

Così come in La guerra degli Scipioni Rachetta tratteggiava tra i vari personaggi lo psicopatico, il tipo apparentemente sano capace, però, di gesti preoccupanti e folli, anche in La setta dei giovani vecchi ritroviamo personalità ambigue, tormentate, scisse che più che caratterizzarsi per il fare, si delineano attraverso la loro attività meditativa, onirica che, in quanto irrazionale, è incontrollabile; è il caso dell’ingegner Rovelli che ha costruito attorno a numeri, quantità, segnali di buon auspicio o di malaugurio un suo mondo che per il lettore, e per lo stesso Giovanni Eufemi, è strampalato e surreale. Rachetta, infatti, sembra sondare attraverso i suoi personaggi le psicologie, spiegare i comportamenti bizzarri in modo del tutto singolare, lo stesso paesino dove si svolgono i fatti, Castel Chimerico, individua nel toponimo un mondo sospeso tra reale e fantastico, tra qualcosa di materiale e fisico (il castello) e qualcosa di fumoso e fantastico (di chimerico, appunto).

Ma il punto di partenza dell’intera narrazione è facilmente individuabile nel titolo del romanzo. Chi è giovane e chi è vecchio? Dove termina la gioventù e dove inizia la vecchiaia? Un uomo di quarantacinque anni è vecchio o può considerarsi, eludendo l’età, ugualmente giovane? La questione, affrontata di continuo nel corso del romanzo, è posta da subito nell’incipit per veicolare, forse, il lettore da subito a intraprendere considerazioni di un certo tipo: «Giovanni Eufemi, residente nella cittadina di Castel Chimerico, era arrivato alla rispettabile età di quarantadue anni senza avere ben chiaro in testa un concetto basilare: la differenza tra gioventù e la vecchiaia» (pag. 7).

Nel romanzo è, inoltre, insita una silente lotta contro le gerarchie e i sistemi basati sull’autarchia generazionale, tanto in politica, quanto nell’istruzione e nella cultura che rendono di fatto difficile e osteggiato l’inserimento delle nuove generazioni in tali campi. E così Francesco Cinghialetti, amico di Giovanni Eufemi, cerca di introdursi nel ristrettissimo ambito dell’amministrazione comunale definito da Rachetta «oligarchia gerontocratica» (pag. 47) con l’idea di portare una ventata nuova e di mostrarsi garante di fette più giovani della popolazione ma il suo inserimento viene di continuo osteggiato dai vecchi “padroni” che, di fatto, tengono ben salda la propria poltrona sotto il loro sedere.

Una storia piacevole, ben costruita, senza grandi colpi di scena com’è nello stile di Rachetta che affronta, però, tematiche importanti e quanto mai attuali: la precarietà nel mondo della scuola, l’attaccamento ossessivo e prepotente delle vecchie generazioni nelle varie attività, la fama da quattro soldi di contro alla meritocrazia.

Lorenzo Spurio

 16-01-2012

 Qui troverete l’intervista a Luca Rachetta e sul suo romanzo precedente, La guerra degli Sciopioni, fatta da me il 10-07-2011: https://blogletteratura.wordpress.com/2011/07/16/la-guerra-degli-scipioni-intervista-a-luca-rachetta/

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“La vita, in sottofondo”, nuova silloge di poesie di Paola Surano

La vita, in sottofondo

di Paola Surano

con presentazione a cura di Elvira Pensa

Pensa Editore, 2011

ISBN: 9788889728277

Pagine: 59

Costo: 10 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

La parola impiegata da Paola Surano è semplice, priva di ricerche lessicali particolari, perché la volontà della poetessa è proprio quella di richiamare la domesticità dei momenti che va fotografando e raccontando. Come conseguenza, ne scaturisce una poetica chiara, facilmente decifrabile che, però, è ricca nelle immagini e spesso impiega un metro quasi prosaico.

L’intera raccolta parte da un’idea di fondo semplice ma al tempo stesso sconvolgente: la quotidianità e la frenesia delle nostre vite di tutti i giorni, a volte, ci fanno dimenticare le cose più importanti che però esistono nel ricordo, nel pensiero, nella manifestazione di sentimenti e che, dunque, sono onnipresenti seppur invisibili, “in sottofondo” per l’appunto, come esordisce la Surano nella lirica d’apertura, che dà il titolo all’intera raccolta. La Surano ci fa viaggiare in un territorio geografico abbastanza esteso, dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Liguria e poi in territori esotici come in “Donna araba” e in Marocco. E’ un percorso interessante ricco di colori, suoni e immagini, centrali nel processo di recupero di episodi passati.

In “Concerto al rifugio Guglielmina” la Surano si abbandona a una sorta di estasi paesaggistica alla quale contribuisce il verso melodioso di qualche uccello, all’interno di una cornice nella quale è difficile non intravedere riferimenti al cattolicesimo (la religione è spesso richiamata nel corso della raccolta, soprattutto sotto forma di preghiera). Significativi anche i pezzi poetici che riguardano un passato visto con nostalgia e a un desiderio di poter ritornar indietro nel tempo, segno evidente di una mentalità aperta capace di giocare e destreggiarsi amabilmente con sfaccettature della sua personalità che non appartengono più al “qui ed ora” poiché la clessidra (immagine ricorrente) è stata ormai girata e rigirata troppe volte. Tra questi alcune liriche intimistiche tra cui “La svolta” dedicata alla figlia e “A mio padre”.

La poesia della Surano nasce da immagini comuni, quotidiane, come il vedere una sposa che si approssima ad entrare in chiesa o un anziano musicista nel centro di una città ma la poetessa è in grado di utilizzare queste immagini per divagazioni e considerazioni, spesso filantropiche e d’interesse sociali, di notevole spessore.

Ma la silloge ingloba temi e contenuti diversissimi fra loro: dal senso di stasi in “L’attesa” al senso di mancanza in “La vita in sottofondo” per giungere poi a temi più crepuscolari come la morte in “4 settembre 2004” con il quale la Surano celebra il ricordo delle giovani vittime di Breslan o la malattia in “Alzheimer” raccontata con una metafora che impiega un linguaggio nautico. Ma anche quando i temi meno felici fanno capolino nella silloge della Surano, questi non sono mai connotati in maniera negativa. Vita e morte, suggerisce la poetessa, non sono due realtà distanti e inconciliabili. La morte si vanifica nel momento del ricordo, del pensiero, della rievocazione liquefacendosi in quel torrente continuo che è la vita, in linea con l’insegnamento cattolico. Ed è per questo motivo che la poetessa nella lirica “Visita al camposanto” ci consegna una singolare immagine di un cimitero che, al posto del tradizionale regno dei morti, diviene un luogo vivo, pulsante, ricco di voci, immagini e suoni.

In “Prendo il tempo” la Surano esplicita la sua poetica: il poeta ha l’animo attento e sensibile sempre pronto a sognare,  ricordare, recuperare segnali di un mondo che non è più e allo stesso tempo è in grado di utilizzare questi elementi preziosi come “piccoli sorrisi di luce” (pag. 19).

Lorenzo Spurio

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“Mal di luna, la figlia del licantropo bianco” di Giusy Tolve

Mal di luna, la figlia del licantropo bianco di Giusy Tolve

Albatros Editore, Roma, 2010, pp. 221

ISBN: 9788856728834

Recensione di Lorenzo Spurio

Come esplicita il titolo, il recente romanzo di Giusy Tolve racconta di lupi mannari, licantropi, singolari trasformazioni e assassini al chiaro di luna. Così il titolo individua subito due importanti temi: il male, da intendere come malattia e degenerazione, e la luna, importante nel romanzo perché si parla di licantropia, una metamorfosi animalesca che secondo la tradizione popolare avviene proprio nelle notti di luna piena. Ma il titolo richiama alla mente anche l’omonimo libro di critica culturale che porta come sottotitolo Folli, indemoniati, lumi mannari: malattie nervose e mentali nella tradizione popolare, edito dalla Newton e Compton nel 1998 e impreziosito da un saggio introduttivo dell’antropologo Alfonso Maria Di Nola.

La Tolve ci accompagna così in un territorio fantastico all’interno del quale il personaggio del licantropo ha sempre affascinato e terrorizzato l’uomo. Secondo la tradizione popolare il licantropo diffonde la sua condizione ad altri uomini una volta che questi sono stati da lui morsi, similmente a quanto spesso accade con i vampiri. Con il vampiro il licantropo condivide la stessa natura malvagia e il fatto di rappresentare un serio pericolo per l’uomo. Sempre la tradizione folklorica ci informa che per essere sopraffatto, il licantropo deve essere trafitto da una spada in argento o comunque con un altro oggetto dello stesso materiale. Questa breve nota introduttiva serve per introdurci alla caratterizzazione del licantropo, protagonista del romanzo.

Nel romanzo la licantropia viene descritta al contrario come una malattia, un morbo, una degenerazione, una mutazione. E il dottor Landi studia questa malattia, la analizza, facendo anche degli esperimenti su pazienti che ne sono affetti. Il padre della protagonista, Fara, è un pericoloso licantropo bianco latitante. Viene subito chiarito che i licantropi stanno massacrando le persone che vivono in un’abbazia. L’umanità che presenta la Tolve nel romanzo ha del fantastico ma conserva ad ogni modo una parvenza di legalità e normalità (organi di polizia, auto con assistenti virtuali, etc); in essa un quarto dell’intera popolazione è costituita da licantropi e nel corso di tutto il libro si fa riferimento a questa imminente lotta tra umani e licantropi. Curiosa e singolare l’associazione mafia-licantropismo.

La scrittrice ci fa viaggiare in un underworld dominato da malavita, violenza e morte, una sorta di spy story in piena regola nella quale viene versato molto sangue. Dita amputate, carotidi spezzate, morsi violentissimi, teste decapitate e sangue a fiumi rappresentano il substrato fantasy-horror di questo romanzo del quale è apprezzabile la costruzione del plot e l’articolazione in episodi. C’è da augurarsi che la Tolve segua la medesima strada in narrazioni d’analoga ambientazione.

GIUSY TOLVE è nata a Potenza nel 1982. Si è laureata in Filologia e Letteratura italiana presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Ha partecipato a diverse iniziative letterarie. Attualmente è insegnante presso un istituto paritario. Mal di luna – La figlia del licantropo bianco è il suo romanzo d’esordio.

 

Lorenzo Spurio

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“C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò

C’è da giurare che siamo veri…

di Vincenzo Calò

con prefazione di Flavia Weisghizzi

Albatros Editore, Roma, 2011

ISBN: 9788856750751

Pagg. 58

Prezzo: 11,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Che questo recente libro di Vincenzo Calò sia improntato a un’analisi particolareggiata dei recessi della coscienza umana l’ho capito già dalla sua gentile dedica nella prima pagina dello stesso in cui l’autore, armato di una matita solitamente estranea a uno scrittore, ha impresso un “buona esistenza” sul quale molto mi sono domandato. Infatti, non si tratta di un augurio molto comune e, inoltre, mi suona anche abbastanza anomalo o ridondante. L’esistenza, appunto, è il tema centrale di questo libro e l’esistenzialismo, l’intellettualismo mirato alla continua ricerca di cause e alla spiegazione di dubbi e quesiti più o meno ampi, è la filosofia che sottende l’intera opera.

Calò ci offre sedici testi abbastanza brevi che risultano difficilmente catalogabili in un genere preciso; l’utilizzo del verso farebbe propendere a pensare che si trattano di poesie ma in realtà il contenuto, pur avendo una componente lirica, è per lo più mirato a divagazioni ampie e di stampo filosofico. I titoli stessi sono formati da frasi incompiute alle quali Calò ha inserito dei punti sospensivi finali quasi che il lettore debba completare le frasi a seconda delle sue convinzioni. L’autore ci fornisce così dei validi spunti sui quali riflettere, senza intervenire però con un intenzione didattica né morale.

La raccolta composita di poemetti filosofico-esistenziali spazia da idee e intendimenti diversi; Calò utilizza una materia che è tutta contemporanea alludendo spesso ad oggetti o a pratiche legata alla modern way of life. Non c’è un unico modo per interpretare le poesie di Calò ma esse danno luogo a una polifonia di letture, a una molteplicità di possibilità. Qual è il percorso che Calò ci fa fare con questo libro? E’ un tragitto tortuoso, labirintico, difficilmente tracciabile su una mappa. Non c’è un inizio né una fine, o ce ne sono tanti. L’essenza della silloge sta proprio in questa ricerca esasperata della verità; si ricordi a questo riguardo il titolo del libro, C’è da giurare che siamo veri… Ma come facciamo ad essere veri se non sappiamo che cosa è la verità? Se non sappiamo come riconoscerla? Questo è uno dei grandi temi di fondo che sorreggono l’intero progetto di Calò in cui a tanta semplicità di immagini evocate si contrappongono temi e questioni profonde e filosofiche che Calò investiga a suo modo.

 

VINCENZO CALO’ è nato a Francavilla Fontana (Br) nel 1982. Dal 2003 ha pubblicato vari componenti poetici, di narrativa e saggistica su varie antologie. Ha conseguito menzioni, s segnalazioni e riconoscimenti nel campo letterario nazionale e internazionale. Scrive sul periodico di Roma “L’Attualità” trattando prevalentemente tematiche etico-sociali. Assieme ad Antonio Di Lena cura la web fanzine musicale “Suoni del Silenzio”.  C’è da giurare che siamo veri…, raccolta di poesie, è stato pubblicato nel 2011 da Albatros Editore.

 

Lorenzo Spurio

 

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La saggezza dei posteri di Cristina Lattaro

Titolo: La saggezza dei posteri
Autore: Cristina Lattaro
Editore: Nulla die

ISBN: 978-88-97364-16-0

Prezzo: 23.50 euro
Pagine: 418

Quarta di copertina:
Claudio Zeppe, come i suoi antenati, ha una particolare abilità nel trovare l’acqua, ma non è un rabdomante.  Si è arruolato e ha raggiunto l’Afghanistan nel 2003, al seguito della spedizione italiana ISAF, per scavare 500 pozzi.
Sette anni dopo, da civile, dovrà ricostruire nei dettagli cosa accadde dopo l’assalto subito dal convoglio militare italiano diretto a nord di Herat. Un attacco sferrato da un pugno di predoni, ma progettato da un essere senza morale che la sua famiglia chiama da generazioni l’uomo del pozzo.
Booktrailer:
www.youtube.com/watch?v=2iAm4Ezhxfo

 

Estratto: 

http://issuu.com/cristinalattaro/docs/lasaggezzadeiposteri_estratto

 

Sito:http://cristinalattaro.eu

“Parole a mezza voce nella sera” di Ilaria Celestini

Parole a mezza voce nella sera

di Ilaria Celestini

Aletti Editore, Villalba di Guidonia (Roma)

Anno: 2011

ISBN: 9788864988979

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ilaria Celestini, poetessa bresciana il cui difficile percorso di vita che l’ha portata a una vera e propria battaglia per l’equiparazione dei diritti nella nostra società, con Parole a mezza voce nella sera, sua nuova silloge poetica edita da Aletti Editore, ci regala un testo in cui la parola viene celebrata con attenzione al fine di rivelarne il suo potenziale di espressività. La volontà di inserirsi in un filone poetico di carattere esistenzialista-intimista e in parte vittimista si evince dall’appropriata citazione in esergo, tratta dal poeta metafisico John Donne. La poetessa, dall’animo attento e filantropico, sempre aperta all’aiuto nei confronti di disagiati o di emarginati nella società, riversa in questa silloge molte delle sue idee e convinzioni di carattere intimistico e sociologico che negli ultimi anni si è andata facendo vivendo sulla propria pelle certe situazioni. E’ in questo contesto un lavoro quanto mai realistico e biografico, dal quale traspare molto non solo della vita della poetessa ma anche di come ella si vede in rapporto al mondo.

Il testo si compone di quaranta liriche di lunghezza diversa che partono da considerazioni altrettanto composite tra loro: si va da una sorta di immanentismo vegetale o di vero e proprio panismo nella lirica “Tu in tutto” (p. 9) che apre la raccolta e che ci fa pensare ai celebri versi dannunzani di “La pioggia nel pineto”, finissime liriche d’amore che impiegano un linguaggio semplice e diretto non evitando però di trasmettere un grande fascino (“Desiderio”, p. 10; “Incontro”, p. 25), e un vero e proprio desiderio di regressione all’infanzia, nel mondo dei sogni, dove poter esser cullati dolcemente (“Amore”, pag. 14).

Una nota di leggero vittimismo è riscontrabile nella raccolta; la poetessa scrive, infatti, di un desiderio fugace, inattuale, immateriale comparandolo a “ali di gabbiani/ vele disperse/ nell’eternità” (in “Vele”, pag. 11); fa riferimento alla solitudine e al senso d’indefinitezza dell’esistenza umana, evidente nel passo in cui dice “Nessuna certezza ci dà la vita/ sai? Ancora siamo vivi/ è questo che conta” (in “Parole poetiche”, pag. 18). Nella raccolta è inoltre presente un prezioso omaggio a un suo avo, combattente partigiano, nel quale la Celestini, con uno sguardo amaro ma quanto mai realistico, osserva: “O si vive pienamente/ o si è già morti” (in “Amore partigiano”, pag. 28).

In “Non siamo soli” la poetessa richiama l’attenzione su temi quali la fratellanza, la costituzione della società, l’unità tra persone e popoli, la coesione, il senso di responsabilità in una lirica in cui, forse, condensa il suo significato nei versi finali: “E noi siamo parte/ di ogni frammento di vita” (in “Non siamo soli”, pag. 33).

La poesia della Celestini è una poesia metafisica, che abbraccia il reale e il mistero; pur partendo da squarci quotidiani e comuni, se ne serve per poter indagare una realtà che è altra, superiore, non visibile ad occhi poco sensibili. C’è sempre qualcosa che sfugge nelle liriche della Celestini, un senso d’incompletezza, una sorta di folata di vento che porta via con sé parole e significati. E’ una poesia ricca ma complessa e la sua complessità sta in noi lettori nel riuscire non tanto a carpirne il significato ma a comprendere i vari percorsi tortuosi che la poetessa ha attraversato per poi giungere a scrivere ciò che nella silloge è contenuto.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE O DIFFONDERE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

“Giorni di panna – Il viaggio” di Gianluca Regondi

Giorni di panna – Il viaggio

di Gianluca Regondi

con prefazione a cura di Silvia Denti

Rupe Mutevole Edizioni, Bedonia (PR), 2010

ISBN: 9788865910030

Costo: 10,00 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Il viaggio che Regondi ci fa fare con questa sua raccolta di poesie è interessante e al tempo stesso coinvolgente. Uno degli aspetti più caratterizzanti che esce fuori da questa silloge è sicuramente il metro allungato e quasi prosaico che l’autore utilizzata; le lunghe frasi, spesso arricchite di aggettivi e di sostantivi, in alcuni casi ci fanno pensare a una poetica che non conosce limiti né vincoli e che è così potente e vigorosa da intorbidire quelli che sono i tradizionali principi metrici.

Centrale è il tema del tempo in tutte le sue possibili manifestazioni ed accezioni: il tempo passato evocato in maniera dolce e nostalgica nelle rughe della madre nella poesia che apre la raccolta; il campanile nella piazza che segna il tempo in maniera meccanica e monotona (quasi a consentire all’uomo di ricordare che non è altro che una pedina in mano a qualcosa di universale che, lentamente, si logora e diminuisce); la domanda di una figlia di raccontare del proprio passato e del proprio padre quando il poeta, poi, finisce per capire che per ricordare ciò che suo padre è stato per lui è necessario per lui considerare il suo status di padre.

Il viaggio che Regondi ci fa fare con questa raccolta di poesie è lungo e complicato, quasi labirintico, perché percorso per vie diverse; ci sono momenti di pausa, di riposo e di ricordo, altri dominati dal sogno, un mondo irrazionale in cui tutto era ed è possibile, riferimenti biografici alle figure genitoriali viste con un po’ di nostalgia, poi i momenti d’amore, le mani intrecciate, gli attimi trascorsi insieme, sempre in piena consapevolezza dell’onnipresenza (quasi sulla scia dei Sonetti shakespeariani) di un tempo che osserva da lontano, distruggendosi lentamente. E nel dio Chronos che Regondi tratteggia di continuo come presenza costante, insopprimibile, vigilante è, forse, da intravedere direttamente il Destino, un’entità sovrannaturale indistinta, incorporea, alla quale il poeta spesso si rifà per richiamare il mistero della creazione umana, il senso di continuità della vita sempre gravato dall’inconoscibile, la storia definita come il “ripetersi del tempo” (in “Nel ripetersi del tempo”, pag. 51), il futuro imminente prevedibile o auspicabile (“mentre giocavi ai dadi/ con un futuro di domande/ infuriate nel petto”, in “Follia”, pag. 32). E’ un tempo indefinito, che ritorna come memoria, razionalmente ciclico e confuso, fortemente influenzato dal caso: “Tra poco questo giorno/ sordo e muto/ si siederà ridendo,/ sopra una qualsiasi panchina arrugginita,/ nella piazza affollata tra uomini confusi/ dall’attesa del loro destino ignaro,/ creduto,/ voluto e deciso/ solo perché sudato e sofferto” (in “Un giorno sordo e muto”, p. 27).

Altro tema fondamentale dell’intera raccolta è quello dell’amore descritto però da Regondi non come semplici ricordi stereotipati carichi di intimità né con nostalgia ma come episodi semplici di cui va rintracciando l’essenzialità e la purezza di odori, colori e sensazioni. Non mancano, però, temi più crepuscolari e cupi quali il male, la sofferenza il dolore, capaci di rovinare, annientare ogni cosa, anche il ricordo: “schiaffeggiando ogni cosa/che ti è cara e importante,/ insultando anche l’infanzia” in “Follia”, p. 32; la solitudine, la consapevolezza della nullità dell’essere,l’imbarbarimento degli animi.

Un viaggio intimista con il quale l’autore celebra in maniera dignitosa e con orgoglio la sua figura paterna, centrale nella raccolta e, credo, uno dei principali motivi da cui sorge questo progetto poetico. Regondi ci accompagna nella sua infanzia, nelle sue esperienze raccontandocele con un linguaggio sensoriale, attento ai rumori e ai suoni, che non manca di riflettere attentamente anche su atteggiamenti umani insensibili e superficiali ampiamente diffusi nell’attualità.

“Tutto passa/ finendo/ in rumore/ o in silenzio” conclude l’autore nella lirica “Tutto passa” (pag. 37); è in questa frase semplice ma al tempo stesso altamente evocativa che, forse, va ricercato il senso complesso e vivido dell’intera poetica di Regondi.

Lorenzo Spurio

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“Piccola storia algerina”, racconto di Gaetano Mustica – con un commento del prof. Vallaro, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università Kore di Enna

PICCOLA  STORIA  ALGERINA

racconto di Gaetano Mustica  

 

   In Algeria, nella tribù Ouled Naïl, si narra che, per incoraggiare in qualche modo la figlia appena dodicenne, avviata, come d’uso, dal severo Abu presso le oasi per costituirsi la dote col meretricio, la consolatrice Oum, favoleggiasse alla fanciulla di Ain e del cobra Naja haje e che solo così la ragazzetta adolescente riuscisse ad ingoiare le lacrime, facendosi animo ed incamminandosi per affrontare il destino alla luce pur tenue della speranza.

Orbene, Vi narro questa piccola storia ad aedificationem, speranzoso non solo di non annoiarVi, ma presuntuoso di piacerVi al punto da conservare questo mio “Diwanetto” che la contiene nella Vostra biblioteca, o, comunque, nello scaffale dove riponete i libri destinati alla nepotanza, …ove e quando ne avesse voglianza.

State a sentire, adunque.

    In una misera capanna di paglia e fango, nel settentrione algerino, vicino al piccolo centro rurale di Aflou, vive la famiglia di caprai di Ain, una graziosa giovinetta bruna d’incarnato e con gli occhi chiari come l’acqua del ruscello da cui ha preso il nome.

L’alba è di già tracollata incalzata dal sole che l’ha punta coi primi raggi sfoderati, il piccolo parco pasto mattutino è stato consumato, il Padre è andato ad accudire le zebe nel caprile, i fratelli a vendere il latte e i caci, le sorelle già sono intente ai telai e la Madre, triste, lava per l’ultima volta accuratamente Ain che quel giorno compie il fatidico dodicesimo compleanno: ai rivoli d’acqua spremuti dalla spugna si frammischiano le lacrime copiose della fanciulla e la Oum si morsica il labbro quasi a sangue lavando il petto adolescente, il culetto da signorinella e il grembo (ahilei!) di donna fatta della figlia.

Dopo le abluzioni s’impone il trucco: la piccola fronte (ancora aggrumata di favole!) viene dipinta d’ocra gialla, le guance (ancora con velluto d’albicocche!) di carminio, le labbra (ancora succose come nespole!) di cinabro e gli occhi (ancora incantati di sogni!) vengono pitturati di polvere d’antimonio.

Adesso Ain è pronta all’ultima prova prima di partire.

L’Abu lascia la mungitura e siede su uno sgabello, accavalla le gambe e accende la pipa.  I fratelli, nel frattempo rientrati, danno fiato e mano ai pifferi melodiosi e ai cimbali eccitanti ed Ain inizia a danzare, prima timida ed incerta, poi, frastornata ed ubriacata dai tamburini, aumenta l’ancheggiamento, smuove il ventre sempre con più foga, convulsa lo fa roteare con l’ombelico, dimena, scatenata, i seni per far tintinnare i campanellini, insieme e, con perizia, ad uno ad uno, dondola le anche,  si gira e volteggia, mostrando, lubrica, che anche le natiche partecipano eccitate alla danza; infine, tutto il corpo contorcendo lussuriosamente, madida, ma non fiaccata, si propone sfacciatamente al Padre e l’Abu, compiaciuto della bravura della femmina, sbuffa un’ultima voluta di fumo e le appioppa una sculacciata significando: “sei pronta, donna, puoi partire, vai e fai la tua fortuna”.

Sulla soglia, l’Abu consegna alla figlia l’haik di corredo e Ain, reprimendo le lacrime, indossa la lunga camicia, la Oum sistema lo scialle a righe sopra una spalla della figlietta, fermandolo con lo spillone che, a suo tempo, ha avuto da sua Madre e che le ha portato fortuna e la sorella a lei più vicina d’età le appende alla cintura un piccolo specchio che le servirà per il trucco. La Madre spinge la donnina fuori dalla porta e un’ultima sculacciata del Padre, questa volta dolorosa, le fa muovere il passo, senza voltarsi, verso l’oasi di Bou-Saāda: salām e ognuno volge il capo prima a destra, indi a sinistra (I genitori, le sorelle e i fratelli si appartano per piangere e raccomandarla ad Allah il misericordioso e il compassionevole…, non v’è altro Dio che Iddio e Maometto è l’Inviato di Dio…amin. Le capre, i commerci, i telai e le faccende domestiche oggi dovranno aspettare che almeno una piccola parte della malinconia sia smaltita con le lacrime). 

Colà, nell’oasi prescelta -per l’intersecarsi delle carovane prima dello snodo per l’Altopiano degli Chott, o per l’Atlante Sahariano e per il deserto-, la raminga, se vorrà farsi una ricca dote e tornare a casa con catene d’oro al collo, ai polsi e alle caviglie, dovrà vincere la concorrenza delle prostitute delle tribù di Ouled Rahah e di Beni Amer, sorridendo invitante e lasciva ai viandanti, con arte danzando per loro la conturbante danza del ventre, truccata alla perfezione e pronta a soddisfare tutte le loro brame, fingendo di godere del loro impeto lussurioso.

    Ahi! Ahi! Ahi!, povera  piccola tenera  Ain…, che, andando, ti ferisci le mammelline con le unghie, strappi i peli del pube e martirizzi il culetto sedendo sui sassi più acuminati…: abbi Fede,  Allāh Akbar!  Lo vedi come t’ha sorriso lo scorpionaccio che hai risparmiato e che prima volevi spiaccicare con un colpo di pietra violento quanto la tua rabbia e pesante come la tua pena?  E quando mai occhio umano ha visto sorridere benevolo uno scorpione?! Vedrai…,  Iddio è il più grande, non lo prende mai né sopore né sonno, e saprà…: Ohè!, ma dico!, ora è a me che vuoi scagliare la pietra?  D’accordo, sei stufa di suwar: giuro che d’ora in avanti se avrai voglia di un consiglio, potrai solo aprire il sacro Qur’ān, il libro perspicuo, e sceglierti la sura che più ti aggrada.  Ma, attenta ai cobra…. Il fischio d’un sasso che mi sfiora mi zittisce; per cui darò ormai solo seguito alla storia.  E che finisca come Dio clemente e misericordioso, che ode e sa tutto,  vorrà.

    Cammina, cammina, un passo dietro l’altro, orientandosi con le stelle e sostando quando i ginocchi  minacciavano di piegarsi e i piedi di piagarsi, Ain arrivò dopo qualche tempo a una piccola oasi pietrosa nei pressi di Messaad e non volendo entrare in paese sconciata com’era dal lungo andare, si decise a dormire sotto una palma, non prima, però, d’essersi lavata, ché puzzava peggio d’un becco, rifocillata con un pezzetto di caprino, pane raffermo e qualche dattero, bevuto una lunga sorsata d’acqua, sbadigliato e preparato, alla bene e meglio, un giaciglio con delle frasche di lentischio e un guanciale con la pietra più levigata del ruscello.

S’era appena appisolata, quando udì un flebile lamento ed anzi una specie di lagna: si alzò preoccupata che non di lamento si trattasse, ma d’un qualche verso d’animale pericoloso che mugolasse alla ricerca d’una qualche preda; ma no, era proprio un lamento piagnucoloso e quasi un pianto…. Una nuvola inopportuna velò, però, la luna e Ain non poté al buio sincerarsi d’alcunchè. Rannuvolata dal timore, stentò a riaddormentarsi e così sentì e risentì lo strano rumore di pianto, finché la luna non mostrò di nuovo la sua faccia tranquilla.  Rincuorata, Ain prese a cercare fra le pietre e cerca ricerca, nuovamente a tentoni, per via di un’altra nuvola dispettosa, toccò qualcosa di viscido e freddo, oddio!: al tocco, il qualcosa aumentò i lamenti ed anzi proruppe in un pianto accorato:

–         “Sono un cobra, fanciulla; no, non scappare…, sono ferito, a morte, temo; va bene, allontanati un poco, ma stammi a sentire,. te ne supplico, un cobra …della famiglia dei Naja haie…”-

–         “Un Naja haie!, ma allora sei velenosissimo, micidiale, come m’ha insegnato l’Abu;  da te posso salvarmi solo se riesco a  incantarti con lo zufolo che la Oum m’ha messo nella sporta, dammi, ti prego –intanto fischietto, senti?- il tempo di prenderlo e d’accostarlo alle labbra: certo non sarò brava come Aronne al cospetto del Faraone, ma qualcosa suonerò… di dolce per te, cosicché tu non mi morda come il tuo crudele parente con la seducente Cleopatra consenziente…”-  

–         “No!, ti prego, lo zufolo no: mi toglierebbe le residue forze, m’imbambolerei e non saprei più pregarti, spiegarti…”-

–         “Ma io non voglio affatto che mi spieghi come m’assassinerai: ma tu guarda che killer cinico mi doveva capitare!…”-

–         “Io, ahimè, io mi sono imbattuto in un killer! –come voi giovani chiamate oggi gli assassini-, io… in un cinico cammello che, neanche l’avevo guardato –brutto e gibbuto spelacchiato pidocchioso com’era!- e m’ha calpestato, il malnato, sferrato zoccolate dovunque e, alla fine, non contento, m’ha pure pisciato addosso e lordato della sua merda, … avesse almeno fatto all’incontrario, prima lordato e poi pulito col piscio…, povero me, mi ha anche rotto gli occhiali…; che sua moglie gli faccia le corna, così lo portano allo zoo, in mostra, nella gabbia, ché non faccia più male a nessuno…”-

–         Ma che mi conti, che sibili?, tu ora mi vuoi incantare? Ti sembro una ragazzetta ingenua? E, invece, sono una donna fatta (e mostrò petto e culetto) e vado a farmi la dote coi gioielli che gli uomini mi daranno in cambio …delle mie gioie; capito mi hai, ofide dalla lingua bifida, seppur sciolta?!”-

–         “Sciii…sciii, vuoi aumentare i miei dolori, farmi morire di crepacuore?!: una fanciullina tenera come il germoglio del grano, pulita come una gattina, dolce come una tortorella, una appena svezzata dalla Oum, andare a prostituirsi?!, che ulteriore patimento per me già così sofferente….”-

–         “Senti, non siamo parenti, non t’accorare per me, come io non m’accoro per te …”-

–         “E, invece, siamo parenti, seppure non stretti –meglio per te…, dato che son cobra- perché abbiamo un unico Abu…”-

–         “Non t’offendere, ma dubito che mio Papà, abbia potuto, anche ubriaco, tradire la mia Mamma con una serpentessa, sia pure  elegante, seducente e con gli occhiali coi lustrini da sera, come doveva essere la tua Oum…: Buonanotte e che il sonno ti ristori e ti risani e…ti tenga ben lontano da me.”-

–         “Ma allora vuoi lasciarmi morire, qui, all’addiaccio -come le pecore, ma quelle hanno la lana e, comunque, s’addossano l’una all’altra, come sai-, senza il tuo conforto e il calore del tuo corpo?! Ho freddo, tremo verga a verga…, ti prego, ti supplico, per pietà, deh…, prendimi in collo, come un fantolino con la febbre,  e accucciami sul tuo grembo, cosicché io guarisca o muoia col tuo affetto.  Brrr…, ho freddo di morte nel corpo martoriato, brrr…, pietà….”-

 Ain, duro il cuore e asciutto il ciglio, tornò al giaciglio e  il serpente continuò a gemere;  e più pativa e gemeva e più la fanciulla non riusciva a prendere sonno, anzi, chiudendo gli occhi, senza volerlo, aumentava la capacità di raccogliere suoni con l’udito, sicché divisò di provare a dormire ad occhi aperti; ma s’è mai visto?, ah, i ragazzi!  La luna, intanto, prese a farle le smorfie e gli occhiacci, anzi forse solo gli occhiacci perché le smorfie di dispetto era la giovine a farle all’astro, colpevole, secondo lei, in quella spiacevole circostanza, di spandere importuno lucore. 

 –         “Ahi come mi dolgo! Non sento più il terzo, sesto, settimo e nono anello e gli altri…mi stringono…come…come se si fossero ristretti al piscio immondo di quella immonda bestia… Brrr che freddo cane! Brrr, forse è quella cucciolata di cagnolini che ho ingoiata che m’è rimasta sullo stomaco: ah l’avessi vomitata agli ululii della madre!  E ora il freddo è “cane”, ma deliro, forse sto andando…, muoio…, sprofondo, o mi sto alzando… e nessuno che mi conforti: solo come un cane: e ridalli!, delirerò, ma se me la scampo, giuro che non toccherò mai più un cane, semmai una volpe…, di tanto in tanto… Brrr…., il freddo, come fredda lama, sarà l’ultima pugnalata nel mio corpo martoriato….”-

 Ain sente gemere e piagnucolare il serpe: è insopportabile! La lagna dolente è più pungente del freddo della notte, davvero gelida da quelle parti: i brividi le percorrono la schiena… e comincia a soffrire anche lei…, per lui e…per lei.

Lui è solo ed ha paura, ma anche lei è sola e il timore per ciò che sarà è grande forse altrettanto di quello del Naja haje. Come vorrebbe stringersi a qualcuno per cercare protezione dall’ignoto…, per farsi un po’ di compagnia, darsi reciprocamente un po’ di calore, di sodale conforto affettuoso….

A mezzanotte, mezza notte e mezza, Ain non resiste più, s’alza, cerca fra le pietre, si lacera anche le mani con quelle più taglienti, si punge pure le braccia cogli spini del roveto e, alla fine, lo trova: lo raccoglie pian piano, lo bacia sul capo –sconsiderata!- per zittirne i lamenti o mitigarne i dolori e lo porta con sé, sotto la palma, a dormire, o a cercare di dormire con lei.  Ma anche a fianco ad Ain il cobra non ha requie, ormai è sicuro, trema, sta morendo! Forse davvero di freddo…, così la fanciulla, pur sudando freddo, lo riprende in mano e, con ogni cura, lo acciambella sul suo ventre, al calduccio, fra i riccioli del suo pube.

Alle cinque e mezza, un quarto alle sei, Ain si sveglia e, punta da un raggio lampante di sole, fa il punto: oddio! Ha dormito con una serpe in grembo!, o ha sognato? S’alza concitata e va al ruscello per lavarsi e chiarirsi le idee, ma, appena giunta, vede riflessa nell’acqua limpida una ricca signorina, …tutta adorna di gemme, ai lobi delle orecchie, al naso… e tre giri di catena d’oro pesante al collo, sette, otto bracciali dello stesso aureo metallo ai polsi e alte cavigliere d’oro zecchino alle caviglie snelle di gazzella.

 –         “Allāh Akbar: sono diventata ricca, sono ricca e …non sono nemmanco arrivata a Bou-Saâda….”- si mise a gridare, saltellando di gioia la nostra Ain.

–         “Se non sei ricca, hai comunque tanto per una ricca dote e per un buon marito. Tornatene, dunque, a casa dai tuoi, benedetta, l’Abu ha già tolto la spranga e aperto il bab e la Oum ha già acceso il fuoco nella dàr: la tua pietà  mi ha e ti ha salvato!  Vai con Dio Onnipotente, Ain, e sii sempre dolce con tutti, come sei stata dolce anche con un serpentaccio come me…”- disse, sbucando da un anfratto d’infra la fratta di tamarisco, il Naja haje, soggiungendo:  – “Ho detto “anche” perché io sapevo ch’eri buona per averlo appreso da uno scorpione che hai risparmiato: sai com’è, da queste parti spopolate, quasi desertiche, nei pressi del Grande Erg, le notizie, col ghibli che soffia dal meridione,  si propalano veloci come nella Kasba.  Sii benedetta, Ain, vai, vai con Dio Signore nostro e che dalle tue orme nascano gigli per la gloria di Allah clemente e misericordioso”. 

 Dal folto di tamerici esce un dolce suono di mandolino: il Naja haje con la coda pizzica il tambùa, festeggiando la salvezza sua e di Ain.-

“Quarta di copertina” redatta dal Prof. Michele Vallaro –Ordinario di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università Kore di Enna-  per  “Il Diwanetto” di Gaetano B.G. Mustica 

A una prima occhiata questo “Diwanetto” potrebbe richiamare alla mente certe fascinose finzioni letterarie quali l’Ossian del Macpherson, il Mirza Schaffy del Bodenstedt, il Hasân-el-Tarâs di quel raffinato gran signore che fu Alberto Denti di Pirajno. Ma qui la cosa è diversa: Gaetano Mustica è contemporaneamente Ossian e Macpherson, Mirza Schaffy e Bodenstedt, el-Tarâs e Denti di Pirajno. Il suo pirotecnico affabulare, mirabolante anche dal punto di vista linguistico, crea mondi policromi e poliedrici che fanno pensare a Decameroni rappresentati con miniature persiane o Mille e una notte raccontate da Antonello da Messina. Nell’orizzonte di Mustica, parafrasando Kipling, East is West, West is East. Pura fantasia? Gusto d’un pantagruelico novellare? Forse, invece, a un livello profondo, più verità di quanto le desolate e desolanti cronache odierne possano far supporre.

Enna, 12 dic. 2010

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E DIFFONDERE STRALCI O L’INTERO RACCONTO/COMMENTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEGLI AUTORI.

“Andrà tutto bene” di Stefano Iannacone

Autore      Stefano Iannaccone

Titolo       Andrà tutto bene

Casa editrice La bottega delle parole

Collana       Ápeiron         

Isbn        978-88-906674-0-4     

pp.               160           

prezzo      10,00 euro

 Le incertezze della vita universitaria.

Le prospettive di un lavoro precario.

L’ansia verso l’instabilità sentimentale.

Marco, aspirante giornalista che sogna di diventare scrittore, affronta e cerca di superare quel momento della sua vita in cui ogni cosa sembra aver perso il suo senso. Dietro il suo tormento c’è lei, l’enigmatica Fabiana, pittrice per passione e cameriera per necessità, che vive dipingendo anche solo con gli occhi la realtà che la circonda quotidianamente.

Sullo sfondo di una Roma dalle mille possibilità, la vita di Marco si intreccia con quelle di tanti giovani, suoi amici, solo in apparenza più sicuri di lui e diventa lo specchio di una generazione indefinita e tormentata, in equilibrio precario tra la paura e l’ansia tipiche di chi pensa al suo futuro mentre cerca di riappropriarsi di un presente che gli sembra spento e svanito.

Un romanzo giovane, appassionante, alternativo, ironico e sarcastico, ma soprattutto riflessivo che diventa la voce di una generazione, la nostra generazione che, nonostante tutto, spera ancora che…ANDRÀ TUTTO BENE!

Stefano Iannaccone è nato ad Avellino nel 1981. Attualmente vive a Roma, è giornalista pubblicista, collabora con l’agenzia di stampa Iris press e altre riviste on line, trattando principalmente temi di politica ed economia. Nel 2007 ha fondato il sito di comunicazione sferapubblica.it di cui è anche autore. È infine Cultore della Materia nelle cattedre di Teorie e tecniche della comunicazione politica e sociologia della comunicazione presso l’Università di Roma “Tor Vergata”.

“Una leggenda, una storia e un sogno” di Elena Maneo

Una leggenda, una storia e un sogno di Elena Maneo

Kimerik Edizioni, 2010, pp. 79

ISBN: 9788860965790

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Una delle scene più belle del romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie l’abbiamo verso il termine del romanzo, quando la giovane ragazza, che ha dovuto sottostare a mirabolanti comportamenti umani ed animali e ad una logica strampalata e bizzarra, si fa forza e riesce a sconfessare che tutti quei personaggi, non sono che qualcosa di fantastico e di inesistente. Mi riferisco alla scena del processo al fante di cuori, imputato dalla crudele regina di cuori di aver rubato delle crostate di marmellata. In quella sede viene chiamata in giudizio anche Alice che viene sottoposta a una serie di domande nonsense, trabocchetti, veri e propri controsensi e, ad un certo punto, si alza in piedi e si mette ad urlare contro la corte: “Non siete altro che un mazzo di carte!”. Questo episodio può essere d’interesse per leggere e analizzare, ad esempio, alcune delle opere più recenti della scrittrice Elena Maneo dove, in vari racconti, è solita inserire personaggi o riferimenti che rimandano proprio al mazzo di carte da poker (In Una leggenda, una storia e un sogno è contenuto un racconto dal titolo “Il fante di cuori” mentre in La regina, la forza e l’amore, abbiamo un racconto dal titolo “La regina di Picche”).

Le carte (sia da poker, che d’altro genere) sono, forse, assieme ai dadi, uno dei giochi da tavola e di momento conviviale-ludico più antichi ed è curioso come Carroll le abbia impiegate all’interno del suo romanzo più famoso come veri e propri personaggi. Sta a significare, forse, la constatazione semplice e al tempo stesso originalissima che è possibile proiettarsi in un mondo altro che, pur non avendo niente in comune con la nostra razionalità e fisicità, rappresenta un universo da poter scoprire. Lo stesso avviene, ad esempio, nel proseguo del libro di Carroll in cui Alice passa attraverso lo specchio o, addirittura, nella famosissima partita di scacchi. Il gioco, suggerisce Carroll, è un ottimo modo per svagarci non solo nel senso di allentare le nostre preoccupazioni ma ci permette di estraniarci dal “qui ed ora” per colonizzare spazi e vivere avventure nuove, sregolate, prive di leggi e regolamenti.

Il procedimento che la Maneo fa è probabilmente sulla scia di tali considerazioni e questo breve libro si legge con molta celerità, non solo per la sua brevità ma perché nella lettura siamo portati a fagocitare parola dopo parola, pagina dopo pagina. Il mondo fantastico che la Maneo propone è, però, alquanto composito e abbraccia tradizioni fantasy che fanno riferimento a filoni e generi diversi tra loro: abbiamo così personaggi che sono dei vampiri che interagiscono direttamente con degli alieni. Una singolare accoppiata di folklore rumeno con idee di vita su un pianeta diverso dalla Terra. La breve silloge di racconti è compatta e ha una sua unità, il filo rosso è proprio questo genere fantasy che si sviluppa in varie forme a cui il titolo fa riferimento: La leggenda, una storia e un sogno; un vampiro, un alieno, il Diavolo e un giallo di difficile soluzione ci tengono coinvolti nella lettura sino all’ultima pagina.

Lorenzo Spurio

25-11-2011

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