“Figli di terracotta” di Katia Debora Melis, prefazione di Lorenzo Spurio

Katia Debora Melis: la fragilità della poesia

Figli di terracotta, Thoth Edizioni, 2016

Prefazione di Lorenzo Spurio 

 

Oggi che tutto si può fare

che niente più stupisce

scandalosa è la poesia.

Due importanti lemmi linguistici coniugati a costituire una sembianza al contempo astratta e concreta costituiscono il titolo integrale della nuova silloge poetica di Katia Debora Melis, Figli di terracotta. Da una parte i “figli” richiamano quella corporeità di immagini legata al senso concreto dell’esistenza e di un vissuto che si tramanda nel corso delle generazioni mediante l’atto riproduttivo (una sorta di palingenesi continua dell’umanità), dall’altra, la “terracotta” quale materiale che esiste non in quanto naturale (come può esserlo la roccia lavica o lo zolfo) ma quale prodotto di lavorazione dell’uomo ci introduce immancabilmente a un universo plastico caratterizzato per la fragilità della materia, per la connaturata finezza dello stesso soggetta a un deterioro e che necessita, dunque, di una maneggiabilità attenta, se non addirittura severa e rigorosa.

A fare da apripista a questa raccolta poetica è una poesia iniziale che funziona come preludio a ciò che la Nostra andrà occupandosi nel corso del volume, non è un caso che essa sia intitolata “Genesi” quasi a voler intendere che questo libro non è che una poeticizzazione dell’atto esistenziale, di analisi di ciò che accade fuori di noi, fatta però con viva coscienza non solo della finitezza delle cose e della loro corruttibilità, ma anche dell’importanza rivelatrice di fatti prodromici, genetici, che hanno in un certo senso permesso l’avvio dell’umanità: bellissima la resa iniziale del “Sole/ [che] ha ingravidato la Terra/ […] [dalla quale] nacquero i figli di terracotta”. Colpisce da subito l’utilizzo di un linguaggio quanto mai diretto e quasi materico, cadenzato in versi per lo più brevi al fine di rendere plasticamente tanto la materialità geofisica (Terra) che celeste (Sole) a descrivere un percorso tra i due emisferi del reale e dell’aldilà, del concreto e dell’ignoto.

Si ravvisa un senso a volte più marcato altre volte meno di desolazione, ma -intendiamoci- non è quella desolazione che priva l’animo di speranze e ammorba in cupe incertezze o conduce alla noia titanica, piuttosto è una desolazione misurata, figlia di un’indifferenza sociale che sembra aver perso misura nei comportamenti e che vive -volente o nolente- in una sperequazione diffusa nei confronti del senso di civismo, una disattenzione (o piuttosto si tratta di incapacità?) nel colloquiare con il proprio ambiente, le proprie emozioni, se stessi. Ed ecco che le farfalle, più che anticipare la bella stagione e arricchire l’idillio di una giornata campestre, finiscono per risultare compromesse in quel sistema perverso della contemporaneità dove ogni cosa sembra aver perso logica e finalità e così le intuiamo volteggiare stanche o distratte anche se la Nostra non ce le indica e, piuttosto, ci parla della loro disarmante assenza: “Neanche le farfalle/ ormai/ escono di giorno”.

13466331_10209598678067163_7161364544256503490_n (1)In questa silloge Katia Debora Melis sembra aver approfondito, e di molto, le tematiche che nel corso del tempo ha trattato nelle sue varie sillogi precedenti tanto da giungere a una poetica in cui l’evoluzione matura di scelte linguistiche, sistemi poetico-architettonici e resa di immagini con relative suggestioni conoscono una espressività più diretta che nel lettore produce soprattutto in relazione a certe liriche un’empatia della quale egli stesso può rimanere felicemente impressionato.

La poetessa ravvisa una fragilità di fondo tipicamente accomunata all’età post-post-moderna nella quale siamo chiamati a vivere, fragilità che non concerne solo il tortuoso sentimento nei confronti dei propri quesiti esistenziali ma che guarda oltre, spesso con criticità anche i rapporti umani che sembrano essersi deteriorati, falsificati (c’è un riferimento al “sorridere falso” nella poesia “Suggestioni”) e plastificati, cioè resi in forma in-autentica, surrogata, sostitutiva in maniera imperfetta. Una perplessità di fondo tendente a un grigio pessimismo cuce la silloge intera dove non mancano i riferimenti a una società manchevole, disinteressata o, ancor più colpevole, tanto da far “latitare” (linguaggio della nostra) il “seme dei nostri giorni”, vale a dire il significato della nostra vita, la ricerca della nostra esistenza, la compiutezza del nostro Sé cosciente. L’utilizzo di un determinato lessico è nella Nostra di fondamentale importanza e non potrebbe trovare la stessa forza espressiva e presa sul lettore se, ad esempio, si impiegassero dei sinonimi. “Latitare” di cui si diceva appena sopra, è un chiaro esempio: il “seme dei giorni” latita, cioè manca fuggevolmente, come se l’uomo stesso fosse in fuga da sé, disorientato e fuggiasco, ma allo stesso tempo sta ad individuare qualcosa di non visto, di nascosto, di celato, che sappiamo esserci stato e che, per qualche ragione, è invisibile ai nostri occhi.

L’uomo -dai versi della Nostra- ne esce come un automa quasi irresponsabile nei confronti di quell’apparato cerebrale che, se in passato è stato in grado di usare con profitto, al presente sembra aver sofferto una qualche calcificazione tanto da renderlo “ergastolano del tempo”, cioè relegato alla spoliazione del proprio essere, indifferente ed apatico di un’apatia assordante che dà fastidio chi, invece, ha fatto dell’attivismo e della consapevolezza i suoi cavalli di battaglia. La Melis ravvisa un’inettitudine di fondo nella realtà contemporanea che non è quella inettitudine caratteristica dei protagonisti dei grandi romanzieri italiani del primo ‘900 (Pirandello, Svevo) ma che è, piuttosto, la conseguenza di un disinteresse per la vita e la società in senso generale, più che per questioni prettamente familiari o personali. Ciò talvolta prende addirittura la forma di una preoccupante manifestazione anosognosica ossia di uno stato di disaffezione o disturbo del quale si è coscienti ma che facciamo di tutto per negare ed eliminare dalla nostra mente pensando, forse, che il processo di oblio forzato possa in effetti condurre a un ritrovato stato di sanità o, per lo meno, di tranquillità. Sembra non essere così e gli uomini nella silloge della Nostra sembrano pedine mosse dalla volontà di qualcuno che ha una capacità beffardamente ipnotizzante, sono esistenze sbiadite che neppure hanno nulla di caricaturale (la caricatura, per quanto possa sfociare nel mondo dell’ironia e dell’assurdo, ha pur sempre una connotazione particolare che la identifica), spaventoso o che reclama una data verità. Ed è bene a questo punto osservare che il “ridicolo” di cui la nostra parla nella lirica “Lamentazione” non ha parentela alcuna con il mondo del paradosso o del grottesco, dove il riso ne rappresenta la manifestazione concreta di un atteggiamento di stravaganza, ma piuttosto è viva in questa terminologia una volontà accusatoria (in senso generale, la nostra non punta il dito contro nessuno in particolare) e di denuncia.

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Katia Debora Melis, autrice dell’opera

A tratti quell’oscurità della silloge che cuce le varie poesie travalica il grigio, la zona d’ombra di cui si parlava, per sprofondare in una desolazione più ampia e che sembra priva di una qualsiasi consolazione: “Regna/ il lamento/ ovunque” scrive in “Linfa nera”. All’uomo d’oggi, a cui è venuta meno anche la consapevolezza della sua esistenza e nel quale si ravvisa una debolezza attitudinale, una passività fiaccante e un’idiosincrasia nei confronti di un atteggiamento sano e responsabile nei confronti della vita, sembra che non resti altro da fare che perseverare nel nutrimento da quella “linfa nera” che degrada ulteriormente l’essere inquinandone il corpo e marginalizzando ulteriormente l’anima. Ancora una volta la Nostra contrappone l’astrattezza delle forme (la linfa) alla quale l’uomo, stolto ed ignavo finisce per essere soggetto e poi vittima, alla necessità di concretezza (di vedere, di toccare, di sapere che esiste materialmente ciò di cui parliamo) come avviene nella lirica “Berlino 27 gennaio” dove la Nostra utilizza una delle pagine più amare della storia europea in una chiusa altamente significativa e da un punto di vista etico-civile e in maniera polisemica istituendo allegorie che possiamo intuire: “La più dura realtà/ è che abbiamo bisogno/ di pietre/ per ricordare”.

Il tema della falsità connaturata nella natura umana è riproposto in maniera ancor più approfondita in una sorta di lamentazione interrogativa nei confronti di un pubblico condiviso, che è la società tutta, nel quale la Nostra senza avvisi di retorica, ma piuttosto con crudeltà, chiede: “Perché è bugiarda la vita?” per passare poi a darsi la risposta, contenuta già nella domanda, chiarificatrice di quel pessimismo concreto di cui si è sin qui parlato: “La tua mente fragile e offesa/ non lo capirà”.

Parole chiave della presente raccolta di poesie restano nero, falsità e fragilità ad individuare una esistenza depressa, incapace di colloquiare razionalmente, improntata all’ipocrisia, alla scappatoia e alla bugia rendendo ancor più l’uomo schiavo di se stesso, privo di punti di riferimento, in balia delle onde di quella incoscienza alla quale egli stesso si è votato, in quel “gorgo indefinito dell’ottundimento”, inconsapevole del pericolo e del deterioramento di tutto.

È importante soffermarsi a una disanima più attenta e circoscritta attorno alla poesia “Spudorata” che contiene quelle che sono le leggi morali della poetica della nostra. Si riscontra, nella forza e nell’urgenza che la nostra ravvede nel bisogno di sincerità della poesia, un richiamo sabiano al celebre saggio “La poesia onesta” nel quale il grande poeta parlava della poesia quale espressione di autenticità (nel bene e nel male) nelle forme d’essere dell’uomo; onestà e sincerità che debbono esser messe in campo per il benessere stesso della poesia affinché questa non diventi macchinazione edonistica o deteriorata rappresentazione della realtà già di per sé abbastanza restia al concetto di onestà. La nostra parla della “spudora[tezza] di sincerità” che deve avere la poesia. Non esiste, dunque, una scala di sincerità: o essa è presente oppure non lo è; non si può essere sinceri in parte o solo su alcune cose, ed ecco, allora, che la nostra con questa attestazione di poetica del vero non fa altro che denunciare la realtà fondata sull’ipocrisia e il doppiogiochismo. Affinché la poesia parli del vero, è necessario che nella vita ci sia il vero e si attui per ricercarlo e conservarlo. Questa necessità di realtà (e non di realismo, che è diverso) ricorda un po’ anche i crepuscolari la cui poetica era semplice, effimera, tristemente casalinga, ma quanto mai reale e concreta.

Completando la lettura di questo nuovo lavoro poetico di Katia Debora Melis di cui l’ultima sezione  è fortemente intimista e legata al ricordo, si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di estremamente fragile, addirittura friabile, che potrebbe danneggiarsi di colpo con un brusco movimento. Questa sensazione ci è data non dall’essere fisico del libro che teniamo tra le mani che ovviamente, per quanto possa essere di fattura delicata non risentirà del nostro strofinio delle pagine, ma piuttosto per il complesso delle immagini che la poetessa descrive, ci fa immaginare o alle quali allude fornendoci flash veloci, ma ricchi di suggestione.  Per rispetto a una scrittura così squisita e profonda è bene, allora, che ci approssimiamo a leggere questi versi con cautela, che non significa solo con calma ed attenzione, ma anche con quel senso di scrupolo e di riverenza verso un’esperienza poetica, immagine di un vissuto, talmente ricco e degno di analisi.  Proprio come “I passi/ [che] sempre/ devono essere leggeri/ sulla terra/ come se volassimo/ radenti/ sull’acqua”.

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-02-2015

 

“Assenza e mancanze”: il prossimo numero della rivista Euterpe

La rivista di letteratura Euterpe entra in seno alle attività culturali promosse dalla Associazione Culturale Euterpe.
Si fa presente che coloro che sono regolarmente associati all’anno in corso alla Associazione hanno diritto prioritario alla pubblicazione nella pagine della rivista, sempre in relazione alla selezioni fatte dalla Redazione.

Per chi volesse iscriversi alla Associazione ed entrare a far parte di questa famiglia culturale usufruendo anche di varie agevolazioni quali l’esonero o lo sconto alla partecipazione ai concorsi letterari da essa indetti clicchi qui.

Il prossimo numero della rivista di letteratura Euterpe, il ventesimo, avrà come tema di riferimento “Assenza e mancanze”.
I materiali dovranno pervenire alla mailrivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 15 Luglio p.v. 
Clicca qui per leggere alcune semplici indicazioni per l’invio dei materiali che si richiede di rispettare.
Come per ogni numero la Redazione leggerà tutti i materiali pervenuti e selezionerà i testi che saranno poi pubblicati in rivista.

Per raggiungere l’evento FB del prossimo numero clicca qui. 

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Per chi volesse, invece, consultare l’Archivio contenente la lista completa dei testi pubblicati nel corso di questi anni, suddivisi in ordine alfabetico, può cliccare qui. 

Per info:
rivistaeuterpe@gmail.com 

“Si aprano le danze” di M. Luisa Mazzarini, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Luisa Mazzarini, Si aprano le danze, EEE-book, Moncalieri(TO), 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio 

 

I piedi affondano

nelle foglie nude

sul terreno umido.

Un soave balletto artistico apre il nuovo volume poetico della poetessa abruzzese Maria Luisa Mazzarini. Nella copertina il quadro “La classe di danza” di Edgard Degas che raffigura un momento di insegnamento alla danza per ragazzine quasi adolescenti vestite del tipico abbigliamento di pizzi e tutù che stanno “provando” le mosse sotto lo sguardo attento di una insegnante che dà loro le lezioni.

si-aprano-le-danze-9788866902997Il fatto che Maria Luisa Mazzarini abbia voluto impiegare per questa nuova silloge il canale tematico della danza è assai significativo e va analizzato con la doverosa attenzione. Le liriche che si susseguono, molte delle quali ispirate a quadri di celebri artisti, si presentano cadenzate da un’armonia di fondo, intervallate da motivi che hanno una musicalità piacevole all’orecchio. I versi, mai troppo lunghi e spesso assai sintetici, ricorrono nelle varie liriche a descrivere un percorso di umana solidarietà e di pacato intimismo dove il gusto della forma sembra dominare. Proprio come l’eleganza e la grazia delle giovani ballerine nell’immagine di copertina, le poesie della Nostra si caratterizzano per una correzione formale ed estetica di indubbia caratura, per una sottigliezza espressiva e ricercatezza dei motivi ispiratori.

Com’era stato per le precedenti sillogi poetiche della Nostra il motivo da cui tutto muove è scindibile in due aspetti in sé spesso uniti e convergenti: l’amore e la natura. Le poesie sono ricchissime di elementi che richiamano un mondo naturale descrivibile in un paesaggismo raffinato, in una attenzione meticolosa a cogliere gli adempimenti segreti della natura, lo svolgimento lento dell’evoluzione della materia, dal fiore che sboccia, al ruscello che sussurra, sino alla luna (grande leit-motiv dell’intera raccolta) presente e custode della nostra esistenza, silente ma protettrice, che con le sue vesti dorate ed ambrate marca in maniera netta e determinata l’infinità della volta celeste.

Colpisce come Maria Luisa Mazzarini, ancora una volta, sia fedele compagna delle acque, quasi una molecola della stessa sostanza liquida da poter essere trovata in ogni dove: nel mare o nell’oceano, nella pioggia o nella tempesta, nelle lacrime o semplicemente in un fiume. Da questo legame inscindibile con l’universo equoreo (già presente nella precedente raccolta ma qui ancor meglio sviscerato) fuoriesce un insaziabile amore per l’esistenza o ogni sua peculiarità. La poetessa, nel canto intimo dove la natura non è ambiente ma sorella e compartecipe allo sviluppo dell’emotività, sembra vaporizzarsi nelle gocce d’acqua che spruzzano da un torrente in discesa o che cadono in una pioggia improvvisa, quasi con la volontà di essere assorbita dalla natura circostante.

Di questa esigenza vitale, espressa superbamente dal ricorso continuo alla linfa vitale che tutto racchiude, la Nostra si erge a cantrice di una natura vivida e fulgente, ricca di aspetti e grande contenitrice di elementi di stupore. La meraviglia che sottende l’animo della Nostra dinanzi a molte scene bucoliche, o comunque intrise di un sentimento panico, è assai pregnante, tanto da caratterizzarne la cifra contenutistica della sua poetica.

L’acqua che scende e fluisce, l’acqua che perpetua il suo scorrere e che bagna per poi ritornare, l’acqua che vorticosamente ci unisce a quell’esigenza arcaica dell’uomo, è esaltata con giustizia dalla Nostra da farne un canto naturalistico che ha in sé anche una pia riconoscenza verso i misteri del Creato che siamo chiamati ad accogliere con meraviglia evitando di interpretarli con le stringenti idee razionali.

Lorenzo Spurio

Jesi, 20-06-2016

“Orfeo della dama” di Bogdana Trivak, recensione di Lorenzo Spurio

Bogdana Trivak, Orfeo della dama, Rocco Carabba, Lanciano, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Pregevole la nuova raccolta poetica di Bogdana Trivak, poetessa croata naturalizzata italiana che vive a Pescara da vari anni dove ha fondato l’Associazione “Ad Adriaticum”.

copertina orfeo della dama_350La raccolta, che nel titolo richiama la figura mitologica di Orfeo, si apre con una breve ma sostanziosa nota critica firmata da Giorgio Di Vita per dar spazio poi a una serie di liriche assai sintetiche e scarne nei versi che presentano un linguaggio di particolare suggestione nel lettore. A suggellare l’intenso lavoro poetico è una nota di postfazione del poeta bosniaco Emir Sokolovič. L’intero libro si presenta in una duplice faccia essendo al contempo in lingua croata e in traduzione in italiano.

La poetica della Nostra sembra assestarsi in quel filone del nostro oggi, per altro difficilmente individuabile in peculiarità e forme, che predilige l’atto poetico quale raffigurazione di un’immagine, di un impulso vitale, ossia di un bagliore di realtà. Le poesie, infatti, sembrano aver molto in comune con la scuola poetica orientale dell’haiku o del waka (scantoniamo, ovviamente, il computo delle sillabe e dei versi che definiscono questi generi) per il fatto che la poesia rifugge da qualsivoglia intento descrittivo o narrativo (come molta poesia oggi vien fatta, tanto da rappresentare un carme o una prosa poetica) per essere, invece, il frutto dell’affiorare di un’immagine netta e concreta che la Nostra rende sulla carta.

Se ad una prima vista la successione atipica di sostantivi o l’apparente incongruenza di alcune immagini può destare sbigottimento nel lettore tradizionalista, è ben evidente che questo tipo di poetica ha con sé una serie di elementi e rimandi a una cultura di un dato tipo, che forse non sono direttamente palpabili in chi usufruisce del testo ma che, dall’altra parte, manifestano l’ampio lavoro di sintesi che la Nostra ha prodotto.

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L’autrice, Bogdana Trivak

Nell’istantaneità delle immagini colpisce come Bogdana Trivak sia capace di porre lo sguardo sulle particolarità e in modo speciale sui mutamenti degli stati fisici ed emotivi suoi e dell’ambiente che la circonda. Di base resta un orfismo che permea le varie liriche da intendere non tanto in termini classici, rifacendosi alla Grecia e in senso religioso, piuttosto in termini lirico-artistici come accostamenti liberi di pensieri, quasi giocosi e frutto di un associazionismo di idee pulsante, che pure fa ricordare la scrittura istintiva dei surrealisti.

Nelle succinte liriche alcuni termini-chiave sono inscindibili dall’analisi completa dell’intera opera: la culla, quale spazio chiuso di protezione e calore che si contrappone alla soglia, spazio liminare tra dentro e fuori e che inaugura –nel movimento dall’uno all’altro- un rito di passaggio determinante nella crescita psicofisica di chi lo intraprende. Nella poesia “Ode” ritorna il concetto della culla espresso stavolta nella forma del nidocon il mare e la conca” ed infine la nostra impiega il termine di gabbia nella poesia dal titolo “Utero” a far riferimento, ancora una volta, ad uno spazio di vita che è racchiuso attorno ai suoi confini, dove il germe ha vita e lo sviluppo prende piede. La vita che invigorisce gli antri più piccoli e bui. La speranza che ritorna anche laddove l’inclemenza e la noia hanno eretto il proprio regno d’argilla.

 

Il libro Orfeo della dama è stato premiato come finalista alla IV edizione del Premio Internazionale “Città di Sarzana” (2016) e la poesia “Quando” inserita nel volume è stata premiata  con la Menzione di Merito al Premio Letterario Nazionale “Nuovi Poeti Ermetici 2016”.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 20-06-2016

L’antologia della Ass. Culturale Euterpe in sostegno dello IOM Vallesina

ANTOLOGIA DELLA ASS. CULTURALE EUTERPE A SCOPO BENEFICO “L’AMORE AL TEMPO DELL’INTEGRAZIONE”

antologia iomLa nostra Associazione nelle scorse settimane ha pubblicato una antologia di poesie e racconti a tema che si raccoglie attorno all’indicazione del titolo (proposto dalla Socia Alessandra Montali) che recita “L’amore al tempo dell’integrazione”.
Nell’antologia figurano i lavori di 55 persone di ogni parte d’Italia. 

Nell’antologia sono presenti testi di:
Elisabetta Amoroso, Elvio Angeletti, Cristina Biolcati, Sergio Cardinali, Gioia Casale, Pietro Cerioni, Maria Salvatrice Chiarello, Maria Rosa Chiarello, Marinella Cimarelli, Anna Maria Rita Daina, Assunta De Maglie, Franca Donà, Franco Duranti, Lorella Fanotti, Giuseppe Gambini, Luigi Gennari, Giorgio Giaccaglini, Melita Gianandrea, Paolo Giannattasio, Salvatore Greco, Maria Teresa Infante, Izabella Teresa Kostka, Anna Maria Lombardi, Leonardo Longhi, Liliana Manetti, Donatella Marchese, Emanuele Marcuccio, Massimo Vito Massa, Maria Rita Massetti, Emanuela Meldolesi, Valentina Meloni, Antonio Merola, Laura Moll, Vincenzo Monfregola, Alessandra Montali, Guido Nardinocchi, Gianni Palazzesi, Michele Paoletti, Daniela Pellino, Patrizia Pierandrei, Matteo Piergigli, Francesca Quaglieri, Cinzia Ricci, Maria Lucia Riccioli, Oscar Sartarelli, Anna Scarpetta, Stefano Sorcinelli, Enza Spagnolo, Teresa Spera, Lorenzo Spurio, Michela Tombi, Stefano Vignaroli.

L’immagine che campeggia nella copertina è un’opera di Andrea Carducci.
Abbiamo avuto già occasione di presentarla a Jesi (AN) e a Caltanissetta e nei prossimi mesi seguiranno nuove presentazioni.
Ciò che di più ci sta a cuore è il fatto che si tratta di un progetto benefico, infatti parte dei ricavati a fine anno verranno destinati a sostenere le attività dello IOM (Istituto Oncologico Marchigiano) – sede Vallesina.
Il volume può essere acquistato direttamente da noi, scrivendoci una mail o un messaggio qui, ed ha costo di 20€ comprensivo di spese di spedizione con piego di libro raccomandato.
Grazie a chi vorrà aderire alla iniziativa a scopo umanitario.

Info:
www.associazioneeuterpe.com
ass.culturale.euterpe@gmail.com

 

Un dittico poetico per ricordare la strage di Capaci

CON LA MEMORIA RITORNO[1] 

di LUCIA BONANNI 

nel XXIV anniversario della strage di Capaci

In quel soleggiare tremendo

sulla via di Capaci

la voragine di terra

spacca la storia.

A ridosso del mare

il Monte Pellegrino è ancora

carcere e dietro le sbarre

la Legge dei giusti

tiene prigioniera.

Nella terra delle agavi

mani incallite

la conca, che prima era dorata,

arrossano di cupi misfatti.

Vorrei gridare…

ma il pianto smarrito

ancora spezza la voce.

Con la memoria ritorno

ad un biglietto

in silenzio lasciato

sulla corteccia del tuo albero

che nel tempo conserva

fronde rinverdite

e della linfa si nutre

del tuo nome

che mai morrà.

 

Lucia Bonanni, 23 maggio 2016

 

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URLO[2]

di EMANUELE MARCUCCIO 

 

Dolore e aspro dolore

orrendo negl’occhi…

pietà, giustizia…

urla… uomini prostrati,

la rabbia nei cuori,

l’ira negl’occhi…

volti piagati

di sangue grondanti

e amaro lutto

nel cuore scosso, rimosso

dal silenzio.

 

Grida di sangue

risorgono

dalla città morente,

spirito di reazione

risorge…

e affrontiamo

e ricordiamo

i morti…

e i nostri cuori

colpiti, schiantati…

 

 

Un alito di speranza

il cuore, quasi ci squarcia…

luce d’amore

c’investi, c’innalzi, ci esalti…

 

Emanuele Marcuccio, 23 maggio 2016

 

NOTA:

Entrambi i testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei due autori e con la loro autorizzazione. 

 

 

[1] Ispirata dalla lettura di “Urlo” di Emanuele Marcuccio, gli propongo il dittico a due voci. [N.d.A.]

[2] Scritta il 23 maggio 1993, per il I anniversario della strage di Capaci, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista del 23 maggio 2016. [N.d.A.]

“Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio, recensione di Francesca Luzzio

Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca di Lorenzo Spurio

con note critiche di Nazario Pardini, Velentina Meloni, Corrado Calabrò, Lucia Bonanni, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

COVER GARCIA_3_NEW-page-001Tra gli aranci e la menta è una plaquette composta di dodici liriche, create da Lorenzo  Spurio  per ricordare il grande Federico García Lorca.  

In apparenza, come si legge nel sottotitolo, è un recitativo dell’assenza,  ma di fatto, è un recitativo dell’immortalità  poiché  il poeta è eterno, è sempre presente, anche quando il corpo si scioglie in cenere o, ancora peggio, non si sa, come nel caso di Federico, dove i resti mortali siano stati sepolti.  La voce di García Lorca è sempre viva, canta sempre con i suoi versi e anche le sue ceneri,  in fondo, diventati linfa vitale della natura, non smetteranno mai di esistere: “io pronuncio la grammatica silvestre” (in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54).

Lorenzo Spurio è consapevole di quanto suddetto, pertanto  il suo “recitativo dell’assenza” suona piuttosto come denuncia della triste sorte che spesso ancora oggi tocca ai sostenitori ed ai combattenti per la libertà. Così con il suo canto-denuncia Lorenzo consacra ulteriormente la presenza e l’eternità del grande poeta, soldato della libertà e condanna ogni forma di autoritarismo, limitante l’essenza libera dell’io. 

La funzione eternatrice della poesia è una verità ormai assiomatica della tradizione letteraria  e Spurio la esemplifica e  nello stesso tempo la soggettivizza attraverso García Lorca, con il quale vive una profonda consonanza esistenziale ed etico-morale che lo induce a rivivere in sé emozioni, stati d’animo e idee che furono del grande poeta spagnolo.  

È una immersione totale che lo porta  a riproporre anche le modalità linguistico-espressive di García Lorca, realizzando quella sintesi tra popolare e colta che è tipica della cosiddetta Generazione del  ‘27 a cui apparteneva anche il grande poeta andaluso. Così il suo avanguardismo surrealista è nello stesso tempo ancorato alle tradizioni popolari dell’Andalusia  che gli  offre immagini, atmosfere e contrasti cromatici.           

I versi di Lorenzo ripropongono quest’interazione culturale e la natura e i suoi elementi si umanizzano: “Le piante quel giorno hanno smesso di parlare:/ gli acuminati rami superbi imposero il silenzio” (in “Nella roccia vescovile”, pag. 23) e l’io diventa natura: “non ho imparentato  le mie cellule con la polvere/ ma con fremiti verdi, ansiti amari e lucori silvani”( in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54), per cui in questo metamorfismo panico è inutile cercare la sua tomba: egli vive  in ogni elemento,egli è vivo, è natura, è soprattutto “poesia”.

Francesca Luzzio 

Palermo, 10-06-2016

 

Il “Convivio in versi” a S. Giorgio di Pesaro. Omaggio a Marino Saudelli

Domenica 5 giugno alle ore 17 a San Giorgio di Pesaro (PU) verrà presentata l’antologia in due volumi “Convivio in versi” curata da Lorenzo Spurio che raccoglie il frutto di tre anni di ricerca, studio e lavoro, nella quale ha voluto operare una “mappatura democratica”, come descrive il sottotitolo, della poesia marchigiana partendo dalla seconda metà dell’800 ad oggi. Un lavoro scrupoloso che ha ottenuto i Patrocini Morali dei Comuni di Pesaro, Urbino, Fano, Ancona, Jesi, Senigallia, Civitanova Marche, Fermo, Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e dell’Università degli Studi di Urbino che è stato presentato in questi mesi in varie occasioni. A Fermo, il 9 maggio scorso, l’opera è stata introdotta dallo scrittore Marco Rotunno mentre il 27 maggio l’opera è stata presentata nella galleria degli Specchi dell’Alexander Museum di Pesaro con Alessandro Nani Marcucci Pinoli che ha introdotto l’opera e il poeta senigalliese Elvio Angeletti che ha dialogato con il curatore di questa opera antologica.

Domenica 5 giugno, con il Patrocinio del Comune di San Giorgio di Pesaro e l’organizzazione della Associazione di Promozione Culturale Anta-Club “Marino Saudelli Onlus” presieduta da Giuliana Aniballi l’opera verrà presentata al Museo MuSA di San Giorgio di Pesaro. Nell’occasione si ricorderà il poeta locale Marino Saudelli del quale verranno lette alcune liriche in dialetto.

locandina Convivio in versi

 

A Jesi la presentazione dell’antologia a favore dello IOM

locandina jesi definitiva immagine

 

COMUNICA STAMPA

 

DEFINITIVO + SITOCon il Patrocinio del Comune di Jesi e la collaborazione della Scuola di Musica “G. B. Pergolesi”, sabato 4 giugno alle ore 17:00 al Palazzo dei Convegni di Jesi avverrà il debutto ufficiale della Associazione Culturale Euterpe sebbene già si siano tenuti un paio di eventi letterari da essa promossi tra cui un incontro nel quale il Consiglio Direttivo ha deciso di conferire al poeta dialettale jesino Marco Bordini la nomina di Socio Onorario lo scorso 15 maggio.

Ricco il programma della presentazione dell’Associazione che verrà aperto con il Saluto del Presidente della stessa e l’intervento dell’Assessore alla Cultura. L’Associazione nominerà il giornalista Giovanni Filosa socio onorario della stessa dando lettura della motivazione che ha portato alla decisione di tale conferimento.

A seguire il pomeriggio culturale sarà diviso in tre momenti: un primo momento dal titolo “La parola che aiuta” dedicato alla presentazione della antologia “L’amore al tempo dell’integrazione” organizzata dalla Associazione a partire da un’idea della socia Alessandra Montali, opera che contiene scritti di 54 autori regionali e nazionali e cui parte del ricavato, d’accordo con Anna Maria Trane Quaglieri, Presidente dello IOM Vallesina, verranno donati allo IOM – Istituto Oncologico Marchigiano.

La seconda parte della serata, dal titolo “La parola prende forma”, sarà dedicata alla presentazione del volume “Dalle immagini alle parole” che contiene foto delle opere lignee di Leonardo Longhi accompagnate da racconti ispirati alle stesse. Il socio fondatore Vincenzo Prediletto, giornalista e critico letterario, intervisterà lo scultore che esporrà alcune delle sue opere.

La terza parte della serata, dal titolo “Tavole dagli echi baudelairiani” darà spazio, invece, all’artista senigalliese Liliana Battaglia che esporrà alcune sue opere a mosaico abbinate ad alcune poesie de “I fiori del male”. L’artista verrà intervistata dallo stesso Prediletto.

Durante l’intero evento alcuni giovani musicisti della Scuola di Musica “G.B. Pergolesi” si intervalleranno con i loro strumenti ad impreziosire ancor più la kermesse culturale: Elena Tittarelli al flauto, Tommaso Scarponi al violino e Riccardo Bongiovanni alla chitarra classica.

Si darà ufficiale apertura alla campagna di tesseramento dell’Associazione per l’anno 2016.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com – ass.culturale.euterpe@gmail.com

Entusiasmo e plauso a Jesi per l’antologia di poeti marchigiani di Lorenzo Spurio

 

Sala gremita domenica 15 maggio al Palazzo dei Convegni per la presentazione della antologia di poeti marchigiani “Convivio in versi” curata dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio.

Ad introdurre e intervistare l’autore è stato il prof. Vincenzo Prediletto a cui è seguito un dotto e interessante intervento di Stefano Bardi (collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe”) sul poeta chiaravallese Massimo Ferretti, autore della raccolta poetica “Allergia”, vicino alla neoavanguardia ed autore poco ricordato.

Alla presenza dell’Assessore alla Cultura, Luca Butini, sono seguite le letture in dialetto jesino del poeta Marco Bordini a cui l’Associazione Culturale Euterpe, rappresentata da Lorenzo Spurio (Presidente) e i soci fondatori Vincenzo Prediletto, Gioia Casale, Franco Duranti e Oscar Sartarelli, ha consegnato una targa dorata nominandolo Socio onorario della stessa. Il poeta senigalliese Franco Patonico ha dato lettura a liriche in vernacolo incentrate sul suo viscerale amore verso la sua città.

A seguire sono intervenuti altrettanti poeti, tutti inseriti nella antologia curata da Spurio, che hanno interpretato loro testi: Lamberto Perlini, Luciano Innocenzi, Giovanni Falsetti, Massimo Fabrizi, Andrea Pergolini, Francesca Innocenzi, Patrizia Pierandrei. Francesca Cirilli, figlia del poeta jesino deceduto Livio Cirilli, ha declamato una poesia del genitore.

Il violino di Tommaso Scarponi e la chitarra di Riccardo Bongiovanni, giovani promesse della Scuola di Musica “G.B. Pergolesi” hanno intervallato la serata con stacchi musicali particolarmente apprezzati dall’ampio pubblico in sala.

 

 

L’incontro jesino con il “Convivio in versi” curato da Lorenzo Spurio

COMUNICATO STAMPA

L’antologia dei poeti marchigiani a Palazzo dei Convegni

domenica 15 maggio

JESI

Lo scrittore e critico letterario jesino Lorenzo Spurio, dopo anni di intenso lavoro di ricerca e studio ha pubblicato nei mesi scorsi, per i tipi di PoetiKanten Edizioni di Firenze, una antologia in due volumi sulla poesia marchigiana.

In Convivio in versi, Spurio ha raccolto le esperienze poetiche di un gran numero di intellettuali che, nati o vissuti a stretto contatto con la Regione, hanno prodotto una significativa attività poetica e letteraria. L’opera, che ha ottenuto i Patrocini Morali dei maggiori comuni della Regione e dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino,  prende in esame esponenti dell’intera Regione nati a partire dal 1850 sino ad oggi. Nella nota introduttiva il curatore chiarifica l’intento di una operazione editoriale di questo tipo, ben sintetizzato dal sottotitolo stesso dell’opera che recita Mappatura democratica della poesia marchigiana.

Dopo gli incontri che si sono svolti a  Porto Recanati, Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto, Fermo,… domenica 15 maggio alle ore 17:30 l’opera verrà presentata a Jesi presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni.

La serata di presentazione sarà condotta dal critico letterario e giornalista prof. Vincenzo Prediletto, con un intervento di Stefano Bardi (collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe”) sul poeta chiaravallese Massimo Ferretti. Nel corso dell’evento si terrà un recital poetico del poeta dialettale jesino Marco Bordini e del poeta dialettale senigalliese Franco Patonico. Ad impreziosire la serata saranno gli interventi musicali a cura della Scuola “G.B. Pergolesi” di Jesi con Tommaso Scarponi al violino e Riccardo Bongiovanni alla chitarra classica.

I poeti antologizzati nell’opera daranno lettura ai loro componimenti.

La S.V. è invitata a partecipare.

Evento FB

La notizia sul sito del Comune.

 

Notizia del curatore

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) si è laureato in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Le acque depresse (2016) e Tra gli aranci e la menta (2016) dedicato a Federico Garcia Lorca nella triste ricorrenza degli ottanta anni dalla sua morte. Ha curato varie antologie tra cui Risvegli: il pensiero e la coscienza. Tracciati lirici di impegno civile (2015). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie (2012), La cucina arancione (2013) e L’opossum nell’armadio (2015). Quale critico si è occupato prevalentemente di letteratura straniera con una serie di saggi in volume sull’autore anglosassone Ian McEwan dedicando altresì uno studio sulla poesia italiana contemporanea: La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2015). Nel 2011 ha fondato la rivista online di letteratura «Euterpe», un aperiodico tematico di letteratura al quale collaborano poeti e scrittori da ogni parte d’Italia. È  Presidente della Associazione Culturale Euterpe di Jesi, Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi e Presidente di Giuria nei premi letterari “Città di Fermo” e “Città di Porto Recanati”.

 

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