“25 racconti per altrettanti gusti”: Paolo Ragni su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  La cucina arancione

25 racconti per altrettanti gusti

a cura di PAOLO RAGNI 

 

cover_frontMa guarda un po’! Questi racconti raccolti attorno alla Cucina Arancione stanno insieme tenuti da un filo sottile, quello che intercorre tra un regista e i suoi attori, o tra un allenatore e la sua squadra.

E’ vero, può sembrare una provocazione, e nemmeno delle più gradite in certi casi: potrebbe fare pensare che l’autore si nasconda così bene dietro ai suoi stili che magari non ne conosce nemmeno uno. O, per essere più preciso, che magari non si riconosce nemmeno in uno. Invece, fortunatamente, non è questo il caso, perché siamo difronte ad uno scrittore, a noi ben conosciuto, che intraprende varie strade sulle basi uno studio metodologico molto serio e puntuale.

Lorenzo Spurio chi è? E’ essenzialmente uno studioso, un ricercatore, un saggista, un operatore culturale. Ma della sua preparazione accademica noi apprezziamo subito, nella Cucina Arancione, la grande abilità di “switchare” da un registro all’altro, la furbizia nell’incatenare il lettore con incipit brucianti e conclusioni straordinarie, l’eleganza con cui le scene si preparano, si sviluppano, si concatenano l’una all’altra, in modo logico, consequenziale e talvolta perfino meccanico.

Le storie di Spurio sono storie essenzialmente di disagio, di difficoltà, di stramberie. Sono storie di persone che difficilmente riescono a scrivere la propria storia, sono storie di gente alla rinfusa, di bric-à-brac, di desolazioni e dolori, di inettitudini, di anime senza qualità. Si potrebbe tentare di trovare attenzione, carità, affetto verso i protagonisti delle stravaganti avventure quotidiane di Spurio. Ma non è così. Le storie si dipanano quasi sempre senza partecipazione alcuna da parte dell’autore. Non ama né disprezza i suoi personaggi, non li prende in giro, non prova affetto o derisione verso di loro. Solo in un caso (in una lunare fantascientifica storia che il lettore non avrà fatica a rintracciare nel libro) l’autore appare con una morale, con una idea che vuole esporre, con una partecipazione che spiega e dà un senso al tentativo patetico di raggiungere l’immortalità attraverso l’ibernazione.

Per il resto, quel che sorprende del libro è proprio la freddezza degna dei migliori naturalisti francesi, specie quando non si facevano prendere dai sentimenti e si lasciavano invece trascinare dal delirio di spiegare per forza una loro tesi, più o meno meccanicistica. In questo, senza dubbio Spurio è erede proprio dei naturalisti francesi (e loro assimilati). Si ha in lui il massimo del realismo e il massimo del delirio, così che capita come nei romanzi di Balzac in cui ci perdiamo volentieri tra i calcoli dei franchi, le rendite e le pigioni, oppure come quando Zola, in un vero e proprio delirio e furore ideologico, parla di Parigi come parlerebbe dell’altra faccia della luna, solo come luogo dove potere sperimentare scientificamente i propri assunti e verificare se la tesi è esattamente quella presente in nuce agli inizi del racconto.

Senz’altro, a volere analizzare cocciutamente il realismo e l’attenzione estrema ai dettagli di cui Spurio fa gran profusione può sorgere il dubbio se tutti i particolari sono realmente tutti strettamente necessari alla trama. Può sorgere il dubbio se il lettore, a un certo punto, sia più interessato allo svolgimento onirico e furioso della concatenazione degli eventi oppure se gli piaccia perdersi nelle descrizioni estremamente visive delle case, degli esterni, dei paesaggi che Spurio ama.

Spurio è autore essenzialmente visivo, che però evita i rischi cui ho appena accennato mediante una grande attenzione alle motivazioni psicologiche che muovono i personaggi. Non c’è dubbio che niente o quasi appare lasciato al caso. Molti dei racconti presentati in questa antologia viaggiano sul doppio binario della traccia che si dipana mediante molti eventi e della spiegazione del perché delle scelte dei personaggi.

Si tratta di uomini liberi? La domanda non è di poco conto. E la potremmo rivolgere ai 25 lettori dai differenti gusti che si saranno imbattuti in questo libro. Perché, eccetto rari casi, proprio i protagonisti principali sembrano mossi da un fato inesplicabile, da un destino, spesso avverso, o comunque da una fissazione originaria, da un peccato originario che li porta via, li trascina dove, in fondo, loro stessi desideravano di sprofondare. Forse “Fili elettrici bluette” e “Scettico” sono i testi più esemplari di queste fissazioni, magari neanche molto innocue, mediante la creazione di anime diverse, emarginate, ma più che altro di anime (si possono nutrire grossi dubbi sugli altri protagonisti, spesso macchine messe in moto da un terribile e spietato autore che non garantisce loro se non scarsa autonomia). Si tratta di persone che sono fuori dal contesto: come si vede, ad esempio in questa frase emblematica di una situazione esistenziale, più ancora che psichica: “Il più delle volte si trattava di cose sensate anche se, però, erano fuori contesto”. Oppure “nominò l’asino di Buridano, il cubo di Rubik e la psicologia della Gestalt”.

Ecco, questi riferimenti ammucchiati l’uno sull’altro fanno riflettere sul tipo di società del quale Spurio è, in qualche misura, portavoce. Siamo nella società post-moderna, ops!, liquida, dove tutto è sostituibile, la storia, la geografia, gli amori e i disamori, la vita e la morte, la lucidità e lo sballo. Realmente, una scrittura pure così lucida (ripeto lucida e onirica, perché il tono è spesso stravolto come nei tentativi deterministici dei realisti francesi) raggela per le implicazioni sociologiche e per l’attenzione forte al fenomeno dell’ossessione. Forse, “Sofware di base” è il miglior esempio di questo prendere una idea e portarla fino alle estreme conseguenze, come in “L’alfabeto numerico”. Anche l’”Ordigno inesploso” esprime con grande chiarezza come una fissazione (la perdita della propria identità) possa tramutarsi in uno stile di vita. Mi pare che una influenza sia identificabile nel nostro Buzzati, che sviluppava logicamente da un fatto pratico, concreto, tutta una sua teoria sconvolgendo gli eventi e facendo loro assumere, nella apparente logicità, una visionarietà diffusa, fuorviante ed enigmatica. Qui, forse, il tema della malattia è troppo forte perché l’elemento fantastico (pur se ridotto a mero schema logico come spesso in Buzzati, con le conseguenti estremizzazioni) riesca a prevalere.

Spurio è, anche, non dimentichiamolo, anche un saggista e gli slanci troppo acuti della fantasia sono tenuti saldamente a freno da una argomentazione stringente, da una attenzione ai processi del pensiero, per storti che siano, facendoli parere perfino logici. Si arriva ad una coerenza, dentro il singolo racconto in tutto il volume, tra le premesse e le conclusioni. Ed a questo si arriva senza nulla levare alla grandissima varietà di intrecci, alla differenziazione di stili, alla capacità di percorrere non solo tematiche ma generi differenti.

In definitiva, un libro accattivante, inquieto, che forse trova le sue parti migliori quando l’autore si lascia prendere dal fluire della storia e riesce a ironizzare sulle stravaganze altrui. Quando parte con incipit fulminanti così: “A un certo punto mi accorsi che stavo sognando in arabo (mi hanno schedato)”, oppure quando in “Al negozio cinese” dice “Infatti una banana sola non fa compagnia (…) ma un casco di banane sì”. Probabilmente queste perle sono indispensabili in un tessuto connettivo in cui pare di assistere ad un franare continuo di rocce dalla sommità di una montagna. Sono quella ricchezza gratuita e non esplicativa che impreziosisce la storia e tiene l’autore a debita distanza, come un nascosto burattinaio.

 

PAOLO RAGNI

20 gennaio 2014

 

Emilio Mercatili su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
Di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Emilio Mercatili –poeta e recensionista-
 

cover_frontTengo a precisare che non sono un critico letterario, non lo sono mai stato, né penso di diventarlo nell’immediato futuro, il mio mestiere attualmente è ben altro, … mi ritengo solo un piccolo divoratore incallito a “part-time” di libri; diciamo che leggo di tutto, spazio dai classici della letteratura, ai quelli moderni underground, dal Capitale di Marx alle gesta di Tex Willer, dalle Confessioni di Sant’Agostino a Topolino, dagli scontrini fiscali fino agli annunci mortuari. Pertanto, non faccio recensioni su comando o su commissione, soprattutto non faccio recensioni a libri o raccolte di poemi che non mi attirano o non mi appassionano,…però in questo caso, l’eccezione diviene mera realtà, come è nel contenuto del libro dell’amico Lorenzo Spurio dal titolo “La cucina arancione”. Questo non lo dico per piaggeria nei confronti dell’autore medesimo o per onere intellettuale, lo affermo perché appena ho incominciato a leggere il libro in questione, mi trovavo in treno alle 6 e 45 come ogni mattina a San Benedetto del Tronto,…. talmente mi sono lasciato prendere dall’arcipelago della curiosità, che mi sono ritrovato alla stazione ferroviaria di Falconara Marittima, peccato che la mia tratta quotidiana avrebbe dovuto fermarsi due stazioni prima…bensì nel capoluogo di regione e cioè Ancona.

“La cucina arancione” è composta da ventiquattro racconti di media lunghezza, gli stessi si suddividono in episodi molteplici ed eterogenei, oserei dire uno spaccato a 360 gradi di reazioni psichiche ed umane vicissitudini quasi al limite del paradosso, ma che paradosso non è. La caratteristica saliente, “vulnus” del contendere, è la sintomatologia di ciò che è nascosto nell’animo delle persone; in sostanza aspetti di lucida verità che poi diviene parte integrante della nostra società e del nostro vivere. Tutto questo viene individuato, a mio modesto parere, laddove il cervello vede ed osserva e non gli occhi; verità inconfessabili, che cercano sempre attivamente di trovare un senso a tutto ciò che vive intorno, ascoltando Vasco Rossi mi viene spontaneo dire: “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha.”

Lorenzo rompe uno spazio e un equilibrio ipotetico di scrittura, uno schema letterario a volte anticonvenzionale, a volte perbenista, a volte ironico, a volte spregiudicato ma sempre vivo, acuto, lucido, lineare; alimentato e dettato da una minuziosa attenzione alle parole e ai fatti sia esogeni che endogeni del nostro quotidiano vivere. Un filo conduttore per ogni singolo episodio che collega il malessere e le contraddizioni, talvolta borderline, talvolta perniciose dell’ego mentale e del comportamento consequenziale dell’essere umano.

Turbamento e disagio hanno condizionato quasi da insidiare da sempre ogni scelta umana, nelle relazioni dei soggetti con il mondo, con gli altri soggetti, con l’insieme sociale. Il Versiliese Mario Tobino, noto Psichiatra e Scrittore contemporaneo diceva: “La letteratura ha sempre cercato di dar voce al dolore, all’infelicità, alla deviazione, alla rottura, all’assenza, all’impossibilità; ha sempre interrogato il senso del malessere psichico, anche in quelle forme estreme dalla nevrosi alla follia, che sono state oggetto di cura da parte della psichiatria moderna.”  Ma la storia dei giorni nostri ha altresì dimostrato che le mutazioni o cambiamenti sociali e culturali hanno incorporato concetti e schemi di normalità rispetto a quello che prima fosse ritenuto folle.

L’esperienza della “normale follia” – così l’ho anarchicamente definita senza vincoli di retorica – è vissuta da Lorenzo come esperienza creativa, come soggetto di ispirazione letteraria, come forma di vita estetica, come sorgente di fascinazione senza fine. In ogni caso, sono pensieri che non incrinano l’etica umana, e descrivono, quali valori, i significati anche creativi che si nascondano nella normale follia, e di quanto amore abbiano bisogno poi.

I “pazienti” di Lorenzo, conoscono il dolore della “normale follia”; sigillata sempre da una tenue fragilità e gentilezza: quella che rende poi la vita degna di essere vissuta anche nel dolore e nell’angoscia. I personaggi del libro, sono soprattutto persone normali, che vivono una normalità e questa normalità definita “anomala” è insita tra una realtà oggettiva e libera di forti emozioni privandoli di tutti i preconcetti lasciando spazio a pensieri al limite del grottesco, ma che mai sfiorano la deviazione nel senso lato della parola stessa. Le vicende narrate sono quasi sempre introdotte da brevi aforismi, da citazioni o riflessioni che fanno un po’ da apripista, facendo capire immediatamente al lettore quale sarà il tema trattato.

Molto divertenti e toccanti alcuni racconti, ne cito due per motivi di tempo, uno è l’episodio denominato GUTRON, che ci mostra con semplicità estrema come sia facile lasciarsi andare a luoghi comuni, ad esempio del divario tra Nord e Sud, in particolare nella funzionalità –“mutatis mutandis”- degli ospedali, dalla professionalità dei medici locali, dall’efficienza organizzativa burocratica…e così via. Tra l’altro, questo aspetto di dualismo tra nord e sud, lo si evince anche sui nomi degli ospedali, infatti troviamo: Policlinico, Ospedale Civile, Centro sanitario, Istituto di cura, Residenza sanitaria….mentre scendendo al sud troviamo l’elenco infinito dell’eletta schiera dei Santi o Beati quali: San Camillo, Giovanni XXII, San Gerardo, Sant’Orsola, Sant’Omero, Sant’Anna fino alla Casa della sofferenza di S. Pio.

L’altro capitolo, che prende il titolo omonimo del libro e cioè “La cucina arancione”, è interessante il modo descrittivo, quasi “NOIR”, che descrive la morte nei panni di una donna avvenente, una sorta di linguaggio intrigante, che ho apprezzato, in quanto in alcuni tratti mi ha ricordato uno dei poeti a me preferiti, Charles Bukowski, laddove Lorenzo scrive a pagina 117:

 

“Pensavo che la morte mi stesse corteggiando dolcemente per alleviare la mia fine. Poi mi raccontò di com’era giunta in America e della sua vita negli ultimi anni. Dai suoi discorsi capii che era una donna molto sola e incompresa. Per un attimo pensai che avrei dovuto aiutarla o diventare suo amico, ma poi l’idea che lei fosse l’incarnazione della morte mi metteva addosso una grande inquietudine. Era una donna inquietante e sola. Aveva un bel portamento e, soprattutto, aveva un bellissimo culo”.

 

Trasgressivo, ironico, lezioso, incompreso, rokkettaro, emotivo, erotico, bluesman, sessista; ed ancora: sensibile, umile, creativo, arrogante, new age, classista,…. insomma di tutto e di più, ma ciò che stupisce è la straordinaria “normalità” che Lorenzo riesce ad amalgamare nella più variegata intelligenza nel modellare pensieri e parole, merce assai rara in questo contesto culturale e editoriale, laddove il “ciarpame di scribacchini”, a volte, sovrasta “i migliori autori”, non a caso, giorni fa un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma dello scrittore Paolo Di Stefano, lo stesso affermava “tout court”: “E nel mercato si sa, la moneta cattiva scaccia quella buona, specie se la si vorrebbe far passare per moneta eccellente. Quando si dice che in Italia si pubblicano troppi libri, ci si dimentica dell’aggettivo brutti. Non che i belli e gli ottimi non escano, anzi, ma è come se non uscissero, travolti dalla moneta leggera”. Con minor enfasi potrei affermare che: ”Il talento non è qualcosa di dato, bensì è qualcosa che si conquista”.

Tutto questo, penso, che in qualsiasi altro libro potrebbe tra virgolette “disturbare”, qui invece sembra elargire il contrario perché questa è la normalità dell’essere umano, e tutto ciò traspare dalle pagine dell’opera di Lorenzo Spurio: “La cucina arancione”, sono pagine che si leggono quasi senza prendere fiato. Storie e situazioni intense ed impegnative, al cui termine non ci si può che complimentare con l’autore per il coraggio dimostrato nel raccontarsi così, senza veli, augurandogli di continuare a scrivere i questo modo poiché la sua scrittura rende, ad ogni dettaglio o routine della giornata, la giustizia di essere raccontata, di essere raccontata con il calore e il sentimento della sua penna che tende ad introdurci nell’onirico complesso, come diceva Lucio Battisti, della “mente e dei suoi tarli“.

 

Emilio Mercatili

 

23-11-2013

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio, ieri a San Benedetto del Tronto

Sabato 23 novembre 2013 nella Sala della Poesia di Palazzo Bice Piacentini a San Benedetto del Tronto (AP) con il Patrocinio del Comune, la Associazione Culturale “Alchimie d’arte” ha tenuto la presentazione del libro “La cucina arancione”di Lorenzo Spurio, raccolta di venticinque racconti pubblicata da TraccePerLaMeta Edizione. Il volume è un ampio corpus di personaggi che abitano in condizione di marginalità dal mondo, perchè condividono una condizione di alienazione o perchè soffrono di un qualche disagio. Nel libro si parla, infatti, di ossessioni, manie, disagi, ma non solo.

Hanno condotto la serata Domenico Parlamenti (Presidente Ass. Culturale “Alchimie d’arte”) assieme alla giornalista del quotidiano.it Sabrina Cava.

Sono intervenuti il poeta e recensionista Emilio Mercatili, le scrittrici Susanna Polimanti e Giovanna Albi, la voce recitante Daniela Agostini e le poetesse Maria Rita Massetti e Maria Luisa Mazzarini.

Ha arricchito la serata la presenza del chitarrista Daniele Ferretti e l’esposizione di opere d’arte di Assunta Cassa, Milena Bernardini, Valentina Paci e Giusy Gaetani.

Di seguito alcune foto e il video della presentazione:

 

come maestra nn è difficile

L’Associazione Culturale “Alchimie d’arte”

con il Patrocinio del Comune di San Benedetto del Tronto

ORGANIZZA

la Presentazione del libro “La cucina arancione” dello scrittore jesino Lorenzo Spurio

(TraccePerLaMeta Edizioni, 2013)

sabato 23 novembre 2013 – ore 18:00

Sala della Poesia di Palazzo Bice Piacentini – San Benedetto del Tronto (AP) – città alta-

Via Consolato12

 

PROGRAMMA

Domenico Parlamenti (Presidente Ass. Culturale “Alchimie d’arte” e poeta) assieme a Sabrina Cava (giornalista) presenteranno l’autore e il libro.

INTERVERRANNO

Emilio Mercatili (poeta, critico letterario)

Susanna Polimanti (scrittrice, recensionista)

Giovanna Albi (scrittrice, recensionista)

Antonella Baiocchi (psicoterapeuta, criminologa e poetessa)

Daniela Agostini che farà delle letture dal libro.

 

Durante la serata esporranno le loro opere artistiche: Franca Fanni, Assunta Cassa, Giusy Gaetani, Valentina Paci e sarà presente il musicista Daniele Ferretti.

 

Info: pardo19@live.it – Cell. 3285546583

Evento Fb

Luisa Bolleri su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

LA CUCINA ARANCIONE di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Recensione di LUISA BOLLERI

 

cover_front “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio – raccolta di racconti che prende il titolo proprio da un racconto – è un libro che apprezzo molto, per aver voluto scavare con chirurgica determinazione nell’animo umano di chi viene considerato borderline, offrendoci un viaggio attraverso multiformi realtà parallele a quelle consuete, considerate nel loro insieme ‘disagio psichico’ ma che spaziano dall’innocua introversione all’omicidio. Un percorso interessante compiuto dentro labirinti mentali ignoti ai più ma anche utile ad esorcizzare certe paure che popolano i sogni di ciascuno di noi. 

In cosa si differenzia l’uomo dagli animali? Qual è il meccanismo che ha portato l’umanità, attraverso una lunga e aspra selezione, a diventare l’essere sociale e organizzato che vive oggi le nostre metropoli? La risposta sta nell’aver creato delle regole da rispettare, che non sono necessariamente le stesse in ogni luogo del pianeta. Leggi e consuetudini basate sull’esperienza collettiva, su avvenimenti storici, sulle necessità, sulla religione, a volte solo sul buon senso. Regole. A volte sbagliate, di parte, fatte dai maschi per i maschi, create a favore dei potenti, contro gli stranieri, contro chi è diverso, contro chi non si omologa al pensiero comune. A difesa delle quali si erge una barriera di istituzioni e di enti morali o etici. Rigide regole.

Ma qual è la linea di demarcazione tra il giusto, il legale, il tollerato e la libertà dell’individuo?

Generalmente nelle società più evolute ciò che non nuoce all’altro viene tollerato, si concede ampia libertà al singolo, purtroppo non sempre si riescono a evitare le forme più subdole di anormalità, nascoste tra le mura domestiche, addirittura tra le pieghe dei più intimi pensieri. Basti pensare alle forme di razzismo, omofobia, estremismo politico, bullismo, pedofilia che spesso non sono conclamate e potrebbero rimanere allo stato embrionale in eterno. Poi un avvenimento fortuito li sviluppa, facendole evolvere in forme attive di violenza. L’aggressività, gradualmente o di colpo, si muta in intolleranza, prepotenza, sopraffazione. Dilagano a macchia d’olio i maltrattamenti in famiglia, in contesti in cui difetta il rispetto dell’altro e in genere per i più deboli. Dove gli esempi del rispetto altrui sono carenti, dove l’amore è considerato possesso, dominio, proprietà, e può sfociare facilmente in stalking, o in femminicidio o in altri crimini contro la persona. Dove si può picchiare un bambino o una donna o un anziano, senza provare il minimo rimorso. Lì, dove l’embrione è cresciuto, la linea è stata oltrepassata.

Si definisce allora ciò che è normale. Chi è una persona normale e chi non lo è. Si stigmatizzano le forme di comportamento e gli atteggiamenti conformi, approvati, adeguati al vivere civile. Per diventare una persona normale si viene educati fin da bambini a rispettare le regole comuni per divenire un adulto regolare. Ma talvolta, pur in una raggiunta normalità, anche la persona apparentemente più adattata, perfino quella che non aveva mai rivelato neanche a se stessa certe inclinazioni, diventa qualcosa di diverso da sé o da quel che appariva. Quante volte si sente ripetere la frase: “Sembrava una brava persona… Non ci posso credere, aveva dei modi così per bene…”. E’ proprio da quell’apparenza fuorviante che nasce l’incapacità a comprendere che hanno i buoni verso i cattivi, l’impossibilità ad afferrare i motivi e le cause di quelle anormalità, e quindi la loro prevedibilità.

Il lettore di questo libro si troverà al cospetto di tante storie in cui la normalità comportamentale avrà deviato in forme diverse e particolari. Anomalie, stranezze, patologie, ossessioni che avvolgono il personaggio di turno in una afflizione sottile o in un’angoscia insostenibile.

Ma ciò che coglie nel segno, di questi variegati racconti, è che ciascuno di essi ci fa abitare le emozioni e i pensieri del protagonista, raccontandoceli passo passo, spiegandoci cosa provi. E attraverso le parole, le riflessioni o semplicemente i suoi comportamenti istintivi, ci mettiamo nei  suoi panni.

Un modo di raccontare teso a far comprendere come possano nascere certe situazioni. Un procedimento che scava anche nel torbido, senza voler giustificare né giudicare ma semplicemente riferendo i fatti, quasi come in una cronaca diretta.

L’autore non interviene mai con i suoi giudizi espliciti. Sarà il lettore a riflettere e, se vuole, a giudicare. 

 

LUISA BOLLERI

 

11-09-2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Anna Scarpetta su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
Collana Oltremare Narrativa
Editrice TraccePerLaMeta
Prezzo Euro 10.00
 
Recensione di ANNA SCARPETTA

 

          cover_front   La mezza vita, è il primo, dei venticinque, di una serie di racconti,  dello scrittore Lorenzo Spurio, incluso nel libro: La cucina arancione,  edito dall’Associazione TraccePerLaMeta. Da un’attenta lettura, prefigura, in sostanza, quella chiave di apertura che traina, con maestrìa, le altre storie, inserite nella piacevole raccolta, di notevole interesse. In realtà, il nuovo lavoro di narrativa, di Lorenzo, dal titolo: La cucina arancione, rappresenta una carica essenziale, così idonea a rafforzare uno spirito già pregno di effettiva libertà  linguistica, da cui emergono, in questa particolare scrittura, due principali fattori di base: sobrietà e autenticità.

             A mio dire, un narratore, con sottile arguzia,  deve mettere in gioco, nella scrittura, tutti gli strumenti possibili, forti anche della formazione culturale. E, Lorenzo Spurio, in questo libro riesce ad offrire al pubblico una varietà di storie, così nuove, ricche di tanta immaginazione descrittiva, correlate di minuziose particolarità, molto affine ad ogni singola personalità di ciascun personaggio.

             In concreto, sono racconti diversi l’uno dall’altro, con una scelta di individui semplici, non troppo ricercati, ovvero, gente sempre la stessa, di tutti i giorni, di tutti i tempi, del nostro vivere quotidiano, della nostra moderna società. Orbene, personaggi descritti, ognuno, con scrupolosa cura nei loro particolari e minimi dettagli. A mio parere, sono esaltanti ritratti lineari, sia caratteriali che quelli fisici, che danno spesso l’immagine reale dei forti disagi fisici o mentali di talune persone. In effetti, le tante analitiche particolarità descrittive, inerenti ai racconti,  hanno insieme un solo filo conduttore, cioè il disagio mentale o fisico, più o meno accentuato, in taluni personaggi.

             Una novità editoriale, di Lorenzo, o meglio un lavoro centellinato a dovere, che risalta al meglio le sue qualità di scrittore, mettendo a fuoco l’analisi introspettiva della condizione umana, con una varietà di disagi non solo psicologici, ma anche nei suoi vari aspetti, fisici e psicofisici che, tuttavia, affliggono parte della nostra umanità. Noto,  leggendo con piacere, che il primo racconto svela, in maniera naturale,  a dir poco, il vero fascino di una scrittura, che, nel suo complesso, si rivela  abbastanza divertente, oserei dire, alquanto, mimica.

              Infatti, emerge una mimica parlata, molto bene pensata in ogni suo dettaglio, orchestrata con perfetta minuziosità nella varietà degli innumerevoli particolari, dando corpo e vivacità di linguaggio al racconto stesso, con un finale quasi sempre a sorpresa. Non c’è dubbio, una mimica, capace di vestire e svestire, con sottile ironia, nonché, con forte, fervida, immaginazione, quei personaggi un po’ strambi e curiosi, nel ridurre le  dimensioni fisiche, appunto, nella descrizione del nano, così come si riscontra nel racconto: La mezza vita. Invero, nella lettura, di questo racconto risalta l’immagine di  certi individui autentici, molto espressivi, dinamici nei movimenti, e nelle loro azioni, proprio come fa un bravo registra coi suoi attori, dietro alla macchina da presa, mentre sta girando le sue scene pensate e immaginate, coi suoi strani, numerosi, personaggi e  comparse,  per narrare, alla fine, una storia di vita reale oppure immaginaria.

             Dunque, è anche la stessa mimica che accomuna i grandi e piccoli artisti, veri interpreti dell’arte, come i divertenti clown dei circhi più in vista, sempre in giro per il mondo. E, quando si presentano al pubblico, per esibire il loro migliore numero di spettacolo, più fantastico, così bello, e molto divertente, il risultato finale, dinanzi alla moltitudine  di  gente,  rimane  alla  fine  assai  sorprendente. Orbene,  La  mezza  vita come racconto iniziale,  rappresenta la tipica narrazione di un uomo fantasioso e curioso, che  psicologicamente, da persona normale, crede di avere acquisito nuove dimensioni fisiche, appunto, in nano. E, dovendo condurre una vita reale, fa davvero  fatica, a muoversi nell’interno della sua casa, come chiudere e aprire la porta  per uscire, in quanto è di altezza piccola, così come le sue mani sono troppo corte per svolgere le personali faccende di tutti i giorni. Il finale si rivela una sorpresa.

          Mi hanno schedato è un altro racconto ch’io trovo abbastanza intrigante, con una scrittura davvero divertente. Lo scrittore  narra di un uomo che fa un sogno davvero strano e bizzarro,  sogna di essere nella città di Rabat e di parlare arabo. Intrattiene con la  stessa gente del luogo, abituali cordiali conversazioni, come se la conoscesse molto bene, addirittura, parla con loro la stessa lingua. Egli si muove a suo agio in questa città straniera e cammina frettolosamente. E, incuriosito, si sofferma davanti ad una bottega di spezie odorose e raffinate; che sono in bella mostra, trite e polverizzate, con una straordinaria varietà di colori. Ma, al suo risveglio, egli prova subito un forte impatto con la realtà, ricordando di  non essere mai stato realmente in quella città araba, né di conoscere quella lingua. Dunque, quel sogno non poteva essere suo, non gli apparteneva nei minimi dettagli. Da queste confuse e personali  considerazioni, dentro di sé, riparte, in maniera surreale, tutta un’analisi introspettiva, abbastanza contorta. Infine, decide di non volere più, per sé, quel sogno così strambo. Il finale è a dir poco, inaspettato.

              La vecchia col cappotto ocra  è  tutt’altra trama,  un po’ forse troppo forte, in sostanza. In questo episodio un uomo viene disturbato da un sogno sempre lo stesso e ricorrente, con la presenza di una donna alta, di aspetto grossolano,  e trascurato,  indossa un lungo cappotto colore ocra.  La donna appare in sogno, quasi sempre di spalle, poi finalmente gli  mostrerà anche il suo volto sgraziato. Tuttavia, questo sogno si rivela una continua persecuzione,  così assillante, al punto che, ad ogni suo risveglio, si sente minacciato.  In concreto, il sogno diviene ingestibile nella realtà. Egli, infatti, si lascia prendere dall’ansia, e da incredibile paura. Infine, decide di camminare con un coltello in tasca per una sua difesa personale. Ma, un giorno, per un caso fortuito, trovandosi per strada, incontra realmente la donna del suo sogno, è lì dinanzi  ai suoi occhi, veste uguale, stesso volto, stesso cappotto. Questa visione, infatti, produrrà in lui una reazione istintiva, così incontrollabile, che lo porterà a compiere un gesto insano.

              In conclusione, la lettura del libro: La cucina arancione, dello scrittore Lorenzo Spurio, si presenta  scorrevole, come linguaggio, con episodi ricchi di un dinamismo incredibile. A mio parere,  sin da subito, emerge quella straordinaria capacità espressiva così complessa in ogni minuziosa descrizione, fatta di movimenti ed azioni, di ciascun personaggio. Non sbaglierei dicendo che questa scrittura, non può che affascinare il lettore. In sintesi, i venticinque racconti, uno dopo l’altro, ti prendono con il particolare piacere di capire, fino in fondo, l’importanza e il senso autentico di questa scrittura, non di facile interpretazione. E’, senza dubbio, una personale scrittura che  rasenta l’espressività di un verismo ancora così presente nella nostra  società odierna. Tuttavia, un verismo, temprato e forgiato nel tempo, che accomuna la visione, la dialettica, e abbraccia, in un solo afflato, l’umanità dei nostri giorni. Inverosimilmente, a mio dire, l’abbraccia, con gli stessi bisogni e urgenti necessità, anche coi suoi disagi individuali, sempre in forte crescita, in un territorio uguale a tutti  gli altri del mondo, con le stesse problematicità che sembrano non avere mai un fine reale.  

 

Novara, lì 4 Ottobre 2013                                                             Anna Scarpetta

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Francesca Luzzio su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Francesca Luzzio 

cover_frontLa  Cucina arancione di Lorenzo Spurio  è una raccolta di racconti insolita e apparentemente strana perché non propone al lettore la narrazione di fatti veri o verosimili che trovino nella razionalità la molla operativa dell’intreccio, ma lo immerge nella surreale realtà ( nessun ossimoro può essere altrettanto lecito) dei meandri nascosti della mente. Non domina , se vogliamo adoperare il linguaggio freudiano l’io, né il super-io, ma l’es, l’incognito inconscio che emerge non solo a livello  onirico, ma anche nella concretezza del vivere quotidiano, acquisendo ragione d’essere e perciò realtà comportamentale.

Il super-io razionale e pensante non crea un giusto equilibrio tra le altre due sfere, componenti della psiche, ma è come se giustificasse e desse ragione d’essere all’irrazionalità dell’inconscio ed ai comportamenti maniacali dei protagonisti delle narrazioni. I personaggi della produzione letteraria di Pirandello, hanno consapevolezza  dell’inesistenza dell’identità e l’assurdo del loro agire nasce da una convinzione filosofica per cui, secondo loro, sono anomali i normali  e normali i consapevoli del relativismo gnoseologico che, annullando il vero,legittima la pluralità di verità dei singoli individui e di conseguenza il non senso dell’essere, invece i personaggi dei racconti di Spurio,  presentano una condizione mentale anomala e ad essa rapportano il loro agire, insomma sono fissati in una forma, in una maschera che però non è quella che la società e le sue convenzioni impongono,ma è una forma alienata, estranea alla cosiddetta normalità e riconducibile ad un inconscio malato, che normalizza l’irrazionale.

Essi propongono  il loro modo di essere e di agire senza spiegare perché pensano ed agiscono in quel modo, quindi apparentemente manca una ragione di fondo che giustifichi l’anomalia,ma di fatto il lettore, proprio perché i personaggi non la propongono è indotto a chiedersi quale movente determini la non sanità mentale e simili comportamenti fobici ed ossessivi, perché lo scrittore lo immerga in questo  poliedrico mondo in cui, al massimo, solo l’istinto talvolta giustifica situazioni e comportamenti . Tuttavia in qualche racconto compare anche il quid epifanico che fa uscire dal labirinto tortuoso che veniva  considerato normalità, così, ad esempio, accade al protagonista di La mezza vita , per il quale il ritorno alla normalità è conseguente alla visita medica, o al ragazzo de L’alfabeto numerico, per il quale lo strappo del quaderno  assume la medesima funzione. Ma ciò costituisce l’eccezione, di solito i personaggi restano irretiti nella loro condizione anomala, sia essa la perdita d’identità, come in L’ordigno imploso o in La regina rossa, sia il mostro mentale che condiziona la loro esistenza. Il risultato finale per il lettore è sempre comunque umoristico: si piange e si ride nello stesso tempo e, come già si è detto, s’interroga sui motivi che possono avere indotto L. Spurio a raccontarci questa persistente follia , tipica di ospedale psichiatrico piuttosto che della comune realtà che ci circonda. Novello Benjamin, il narratore ci propone un’allegoria vuota, cioè vuole denunciare l’indecifrabilità e l’ insignificatezza dell’esistenza contemporanea. Mentre l’allegorismo tradizionale muove da una verità generale, condivisa dalla società, l’allegorismo moderno assume forme vuote che dichiarano la resa al non senso e alla crisi che caratterizza i nostri tempi. Le menti malate che popolano la raccolta di Lorenzo Spurio esprimono appieno la follia del mondo attuale, caratterizzata da un lato da solitudini egotistiche, chiuse nella virtuale apparenza mediatica, oppure arroccate nei privilegi che la ricchezza esagerata offre, dall’altra la solitudine della miseria economica o morale che  dirompono travolgenti e trascinano ad atti folli tanta gente. Vichiano ricorso storico: come in epoca barocca,come nel primo Novecento , pur con le specificità contestuali che caratterizzano ogni epoca, viviamo la morte del senso della vita e dei valori.                                                                                      

Lo stile dell’opera è scorrevole, chiaro, sintatticamente normativo; la posizione del narratore a volte è omodiegetica, tal’altra eterodiegetica, secondo la distanza che il narratore ama stabilire tra sé e il protagonista. La tecnica narrativa è varia: monologhi, flash-back, dialoghi descrizioni rendono ulteriormente fruibile  la lettura.

 FRANCESCA LUZZIO

 

Palermo, 29-08-2013

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE SENZA IL SUO PERMESSO.

IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SVOLTASI A FIRENZE IL 20-09-2013

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio, recensione di Rita Barbieri

LA CUCINA ARANCIONE
di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Link alla vendita 
 
Recensione di Rita Barbieri

1012655_10201459700837819_1376616163_nCerte volte la letteratura ha un compito difficile: non solo farci divertire, evadere dalle nostre realtà quotidiane e accompagnarci in mondi fantastici o onirici. Certe volte, la letteratura può servire a farci riflettere su quello a cui abitualmente, per vergogna, paura, imbarazzo non pensiamo mai.

Certe volte la letteratura può creare nuovi interrogativi, questioni, che ci spingono a trovare e disegnare limiti e confini. Tra quello che è permesso e quello che è vietato, tra quello che è accettabile e quello che non lo è affatto.

La raccolta di Lorenzo Spurio, intitolata “La cucina arancione”, si muove proprio su questo terreno grigio e friabile che si trova sul filo della frontiera. I protagonisti dei racconti sono personaggi talvolta apparentemente normali  ma mai ordinari, talvolta dichiaratamente strani o pazzi o addirittura pericolosi. Ognuno di loro ha un lato oscuro, negativo, difficile che trova sfogo in comportamenti antisociali, anormali, perfino violenti o aggressivi.

Per qualcuno esiste una cura, una salvezza, una soluzione almeno provvisoria che permetta il reinserimento nella società e nel mondo cosiddetto ‘civile’. Per altri no, esiste solo un baratro di dannazione e perdizione che si spalanca sotto i piedi, pronto ad accogliere e a risucchiare completamente.

I temi affrontati nei racconti sono i più svariati e sfiorano tabù come la pedofilia e la pornografia. Ma, sorprendentemente, la lettura di questi non genera nel lettore orrore, repulsione o disgusto: non ci sono descrizioni efferate o cruente, non c’è inutile spargimento di sangue o cacce al mostro e all’orco cattivo delle favole. Non c’è giudizio, né inganno di sorta.

I personaggi sono sempre isolati, presenti a sé stessi e mai agli altri, vivono realtà disagiate oppure no ma convivono con un lato ‘malato’ di cui sono spesso inconsapevoli. Realizzano la loro diversità solo attraverso il confronto con la società ‘normale’, normata e normante: nello ‘scontro’ con tutta quella serie di convenzioni scritte e non che rende possibile la vita in comune.

Per qualcuno, affetto da forme più leggere e ‘curabili’ di deviazione, l’incontro con la realtà è come un brusco risveglio da un sogno, che innesca un successivo processo di rimozione e crescita psicologica. Per qualcuno la realtà è invece  il trauma scatenante di reazioni imprevedibili e impreviste che condurranno inevitabilmente il personaggio fuori dai confini del lecito e del legale.

Altre volte è il medico, rassicurante presenza detentrice di certezze e sapere, a diagnosticare, rintracciare e rimuovere il ‘male’ dagli individui. È il medico a riportare il paziente sulla retta via, al riparo da comportamenti scorretti o inaccettabili: un censore  che ristabilisce equilibri e giochi di forza, pur senza indagare troppo sulle cause  e sulle conseguenze.

Infatti il ‘perché’ è il vero grande assente di questo libro. Le azioni, anche le peggiori, si compiono e basta: seguendo gli istinti del momento, senza interrogarsi, arrovellarsi, entrare in oscuri labirinti mentali in cui non esiste un filo rosso (o se ne è perso l’altro capo…). Le azioni sono fatti, non pensieri: sono concrete, reali, effettive, cambiano la vita dei personaggi coinvolti in modo definitivo e inatteso. Le azioni si possono toccare, vedere, osservare, sentire realmente e totalmente.

Le idee e i processi mentali, invece, no. Quelli rimangono un mistero profondo e impenetrabile anche per chi li produce e li subisce: ci sono esempi di personaggi che agiscono in maniera sorprendentemente spontanea, senza avvertire minimamente il senso del pudore, della vergogna, del pericolo. Personaggi un po’ come bambini, certo non innocenti e ingenui, ma neanche completamente ‘cresciuti’, socializzati, gerarchizzati.

Leggendo, non si può non pensare a Freud e alle sue teorie sul nostro Inconscio: un mare tempestoso di cui non conosciamo che una piccola parte che affiora con sogni e libere associazioni. Inconscio che viene rigidamente controllato, trattenuto e frenato da un’istanza censoria che si occupa di discernere bene e male, giusto e sbagliato, normale e anormale. Tra le due, una terza parte, che cerca di mantenere un equilibrio pressoché costante. Ma, quando questa vacilla, ecco presentarsi disturbi, manie, episodi inspiegabili.

In questi momenti di frattura, di scompenso, si manifesta apertamente l’Inconscio, privo di remore, inibizioni, costrizioni. L’Inconscio in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più negativi, oscuri, primordiali che conduce a comportamenti spropositati, ingiustificati, anormali.

Ed è in questi momenti che Lorenzo cattura e descrive le storie che si dipanano in “La cucina arancione”: drammatiche,  difficili, fastidiose. Ma raccontate con eleganza e discrezione, senza sprofondare in toni morbosi o eccessivi: un regista imparziale che riprende dall’alto quello che vede. Un’inquadratura fuori campo, estesa eppure misurata e mai volgare.

Un libro che, nonostante la difficoltà dei temi trattati, si legge con la leggerezza di cui parla Calvino: quella che ci permette di prendere le distanze da trame brute e personaggi scomodi che però rappresentano e nascondono parti inespresse e segrete del nostro intricato Io.

RITA BARBIERI

Firenze, 25 Agosto 2013

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio, recensione di Susanna Polimanti

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
Ass. Cult. TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
ISBN: 9788890719080
Pagine: 238
Costo: 10 €
Link diretto alla vendita
 

RECENSIONE DI SUSANNA POLIMANTI

1012655_10201459700837819_1376616163_nLa cucina arancione: la novità libraria di Lorenzo Spurio, edito da TraccePerLaMeta Edizioni, è una raccolta di venticinque racconti che reputo in tutta onestà,  altamente creativa e singolare, nonché priva di tratti comuni e contenuti banali. Lorenzo Spurio delinea i protagonisti di ogni suo racconto quali consapevoli di una realtà parallela, costruita con appassionante dialettica in una dimensione paradossale dove ognuno narra la sua storia con struttura  paralogica, un vissuto tra esasperazione del pensiero e delle proprie fobie, tra psiconevrosi, idee deliranti, ossessioni, paranoie ed anancasmi.  La silloge di  Spurio enfatizza contenuti emozionali ed istintivi che si annidano nei rapporti sentimentali, nelle relazioni familiari, sociali  e persino erotiche, risaltandone il senso di profonda inquietudine e tensione che conduce ad una vera e propria distorsione della realtà con atteggiamenti impudenti che passano dalla spensieratezza allo sprezzo, pur tuttavia fortemente agganciati all’attualità di una società “disagiata” dove cercano di sopravvivere  figure dai caratteri emblematici con fantasiose manipolazioni dell’identità.

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“La cucina arancione”, il nuovo libro di Lorenzo Spurio

Un viaggio tra le pieghe disturbate dell’io

La cucina arancione: il nuovo libro di LORENZO SPURIO

 

Comunicato Stampa

 cover_frontLa cucina arancione è la nuova raccolta di racconti dello scrittore marchigiano Lorenzo Spurio che nel 2012 ha esordito con Ritorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate Editore) scritto a quattro mani assieme a Sandra Carresi. Dopo essersi dedicato ampiamente alla critica letteraria, l’autore ritrova con questa silloge la sua forma letteraria espressiva più congeniale: il racconto breve.

La cucina arancione si compone di ventiquattro racconti di diversa lunghezza e il filo rosso della raccolta è l’analisi di “casi umani”, di personalità fragili o disturbate, personaggi apparentemente sani che, invece, celano al loro interno delle inquietanti verità o problematiche che restano latenti. Nella silloge si parlerà di violenza e solitudine, ma anche di pedofilia, ossessioni adolescenziali e tanto altro. Nella prefazione firmata da Marzia Carocci si legge: «Amori non ricambiati, nonne ricordate, morti improvvise, viaggi di speranza, pulsioni devianti, magie e luoghi incantati, occasioni perdute… Un’appassionante raccolta fantasiosa, dove l’autore con immaginazione, intelligenza e acutezza, propone al lettore vicende realistiche e chimeriche di una mente che va oltre il consueto, sottolineando, però, in questo percorso d’indagine psicologica anche pregi e difetti dell’umanità».

L’opera è edita da TraccePerLaMeta Edizioni, casa editrice dell’omonima Associazione Culturale all’interno della quale Spurio è socio fondatore. Il libro può essere acquistato mediante lo Shop Online dell’Associazione TraccePerLaMeta e a partire dalla prossima settimana su qualsiasi vetrina online di libri (Ibs, Dea Store, Libreria Universitaria,..) o mediante ordinazione in qualsiasi libreria.

 

LORENZO SPURIO è nato a Jesi (An) nel 1985. Ha conseguito la Laurea in Lingue e Letterature Straniere e si è dedicato alla scrittura di racconti e di saggi di critica letteraria. Ha collaborato con prestigiose riviste di letteratura italiana tra le quali Sagarana, Silarus ed El Ghibli. Per la narrativa ha pubblicato “Ritorno ad Ancona e altre storie” (Lettere Animate, 2012), scritto assieme a Sandra Carresi; per la saggistica ha pubblicato “Ian McEwan: sesso e perversione” (Photocity, 2013), “Flyte e Tallis” (Photocity, 2012), “La metafora del giardino in letteratura” (Faligi, 2011), scritto assieme a Massimo Acciai e “Jane Eyre, una rilettura contemporanea” (Lulu, 2011).

Ha curato, inoltre, l’antologia di racconti a tema manie, fobie e perversioni “Obsession” (Limina Mentis, 2013).

Nel 2011 ha fondato assieme a Massimo Acciai e a Monica Fantaci la rivista di letteratura online “Euterpe” che dirige e con la quale organizza eventi letterari su tutto il territorio nazionale.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

                

Titolo: La cucina arancione

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione di Marzia Carocci

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2013

Collana: Oltremare (narrativa)

ISBN: 978-88-907190-8-0

Pagine: 237

Costo: 10 €

 

 

Info:

info@tracceperlameta.org –  lorenzo.spurio@alice.it

Un sito WordPress.com.

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