“Solo ali di farfalla – Anima mia” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Solo ali di farfalla – Anima mia
di Katia Debora Melis
GDS Edizioni, 2012
Pagine: 61
ISBN: 978-88-97587-78-1
Costo: 8 €
 
Recensione di LORENZO SPURIO
 
 
 
Il poeta cammina
dentro una fiamma e pensa
ai vertici del male,
pensa alla pioggia e a voi. (38)
 

NZOSolo ali di farfalla (GDS, 2012) è una ricca raccolta di poesie della scrittrice Katia Debora Melis, che ha altre valide e premiate opere alle spalle. La raccolta è da me definita “ricca” sia per una giudizio meramente quantitativo solitamente avulso al critico (la raccolta conta cinquantacinque poesie), che per ragioni di carattere estetico, qualitativo e di forte carica espressiva. Le poesie qui presenti sono difficilmente contraddistinguibili in un genere sia per la tematica che per lo stile impiegato (la gran parte di esse sono molto corte tanto da non superare i dieci versi, ma ve ne sono alcune più lunghe e dal metro leggermente descrittivo).

Il linguaggio impiegato è spesso forte e denso di pregnanza di immagini incisive nella mente del lettore (“Il cuore a tempesta/ usa una scure disperata”, 7; “Come un ago nelle vene,/ nel cervello come un tarlo”, 8; “il caldo criminale”, 27, “omeri scoperti”, 52; “palpebre sgomente”, 52; etc.) che permette alla poetessa di dare al suo poetare una certa concretezza materica, addirittura plastica. Le immagini che Katia Debora Melis evoca e che consegna al lettore sono chiare, prive di offuscamenti e di zone d’ombra: la poetessa ci presenta il mondo che la circonda per come lo vede senza particolari formalismi aneddotici, vagliandolo dal suo sentire di donna e di persona coscienziosa.

Alcune poesie sono un tentativo di mettere sulla carta un ricordo, un evento del passato che si è perduto dal momento stesso in cui si è concluso e che è possibile rivivere solo con armandosi di speranza e fiducia:

 Su carta bianca
dilaga
la speranza
dell’introvabile via d’uscita
se cerco di vedere oltre il muro
uno dei miei tramonti persi. (12)

 

Chiaramente quel “tramonto perso” a cui la poetessa si rifà non è uno qualsiasi, ma corrisponde a un momento peculiare e cruciale del suo passato e della sua intera vita del quale non ci è dato sapere di più. Al lettore non viene chiarito il motivo della fissazione del ricordo proprio perché la poesia s’insinua in un tempo-senza tempo dove passato, presente e futuro possono coesistere. Ed è per questo che il sogno (proiezione inconscia dell’essere, non congetturabile) diventa qualcosa che può addirittura essere governato dalla razionalità: “Conosco le immagini dei miei sogni/ che abitano nel ricordo:/ posso tracciarne la cartografia” (15), ma che a volte perderanno la loro lucidità e vitalismo: “Quei sorrisi/ che rimarranno nei sogni/ e, purtroppo,/ sbiaditi” (26). Ci sono poi poesie più naturalistiche: un chiaro interesse nei confronti della natura animale è ravvisabile nel continuo riferirsi ad animali che appartengono ai vari livelli della catena alimentare, ma anche al paesaggio (il mare soprattutto) o il bosco, come in “Piromani”, dove la poetessa non può che denunciare, tra le righe, l’atto ignominioso di chi si è reso responsabile dell’appiccamento di un “fuoco famelico” (33).

Altre liriche danno spazio, invece, a un misto di apatia e insoddisfazione che aleggiano intorno a una tristezza più ampia dalla quale trasuda sofferenza per delle persone perdute e delle quali si cerca di rivivere l’amore attraverso il ricordo e il pensiero, a volta con scarsi risultati:

 

Cerco immerso nell’acqua
un volto perduto e
si affacciano limpide
lacrime indifferenti,
pioggia vuota dei sorrisi che non vi ho trovato (47).

 

Un messaggio di speranza, di pace e di apertura all’altro (“guizzo di lingue diverse”, 51) è contenuto nella lirica “La libertà delle emozioni” che dovrebbe essere presa come manifesto di un modo pratico di pensiero e di comportamento: “Ogni voce che non conosco in queste parole/ che non ho mai ascoltato/ è un momento per camminare insieme/ nella libertà delle emozioni”. (51)

E la raccolta è anche e soprattutto un fermare sulla carta, come se fosse un diario personale, momenti di vita, esperienze, incontri e attimi di quegli “anni verdeggianti” (13) che sono parte stessa della donna che Katia Debora Melis è oggi tanto da costruire in maniera meticolosa il suo percorso come in un’accurata e rigorosa “cartografia” (15). E questo procedimento di continuo ripensamento al passato, ai momenti che hanno segnato significativamente una svolta nella vita della scrittrice può essere colto in maniera egregia nei versi finali della poesia “La via dei fiori”:

 

[T]ornavo a quelle strade

cercando frammenti di luce. (21)

  

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 16-10-2013

 

KATIA DEBORA MELIS è nata a Milano nel 1973. Vive e lavora a Cagliari. Ha pubblicato saggistica, racconti e apprezzati libri di poesia tra cui: Penombra (2007), Oceano stretto (2008), Yggrasil (2010), Solo ali di farfalla (2012), Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013).

Ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per la sua attività ed è stata la vincitrice della XIII Edizione del prestigioso “Premio Letterario Gramsci”.

“Punte”, poesia di Emanuele Marcuccio, con vari commenti critici

PUNTE
(poesia di Emanuele Marcuccio)

la punta di un albero in piazza
espande
propaggini
profumi
 
 
nella notte
 
 
 
la punta di un iceberg nel glaciale
propaga
bufere
 
 
all’aurora

4 settembre 2013

Commento a cura di Luciano Domenighini

Bipartita, perfettamente simmetrica, in due brevi strofe raccordate dall’incipit comune, dal predicato (“espande propaggini” è sinonimo di “propaga”) e dalla coda in monoverso. La forma dicotomica, anaforico-oppositiva, si realizza nella puntuale corrispondenza degli elementi (“albero in piazza”/ “iceberg nel glaciale”, “profumi”/“bufere”, “nella notte”/“all’aurora”) riferiti al comune soggetto iterato (“la punta”) e opera una “variatio” netta, definendo due paesaggi, due climi, fisici e psicologici, totalmente differenti se non antitetici. È anche questa una lirica declinata lungo spazi immensi, che mette in relazione luoghi lontanissimi e diversissimi contenendoli in una struttura verbale sobria e sintetica. Sono solo le parole a sostenerne le corrispondenze e a suggerirne la magica analogia poetica. “Punte”, nella sua essenzialità, nel suo ammirevole rigore formale, rappresenta un ulteriore passo in avanti in quell’“ermetismo cosmico” che sembra essere il nuovo approdo poetico della più recente produzione di Marcuccio.

LUCIANO DOMENIGHINI

Travagliato (BS), 8 settembre 2013

Commento a cura di Lorenzo Spurio

foto per Punte MarcuccioAltra lirica del Marcuccio sintetico dal titolo curioso e affilato, “Punte”. Chiaramente ci si riferisce ad altitudini, a elementi che rimandano nel nostro vivere quotidiano a una sensazione di altezza, di prominenza, di piano superiore nel quale ci troviamo comunemente noi mortali. È la natura ad assumere questa posizione di risalto, di rilievo, quasi come se salisse su un piedistallo e da lì dominasse onnipresentemente l’uomo che, pure, è parte di essa. La poesia dal taglio asciutto e a tratti incalzante va letta in maniera veloce per assaporarne l’andamento serrato che miscela nei versi il contenuto di un pensiero ricco ed elaborato. Marcuccio, giunto ormai a quella che anche lui definisce una fase poetica sintetica, o addirittura ermetica, dà prova con questa poesia di sapersi misurare con un metro nuovo dettato principalmente dall’accostamento di suoni che contribuiscono ad armonizzare, seppur in maniera ridotta, la lirica. Si noti ad esempio il suono della bilabiale “p” che si ripete in tutta la prima parte della lirica (punta, piazza, espande, propaggini, profumi). A livello tematico i nuclei concettuali, che vengono posti su una sorta di bilancia a doppio piatto, sono due: l’escrescenza di un albero che si eleva verso l’alto, il Cielo e Dio diffondendo un profumo vegetale che possiamo ipotizzare sia quello di qualche odorosa conifera e poi nella seconda parte uno scenario completamente diverso: la location un ecosistema boreale o comunque artico dove è l’iceberg con la sua punta di gelo che invece assiste a marosi e bufere.
Marcuccio dà inoltre al lettore una più precisa caratterizzazione della temporalità in cui queste due istantanee vengono colte: di notte la prima (possiamo figurarci un cipresso ai margini di un cimitero se decidiamo di interpretare i versi in maniera neogotica) e l’aurora che, appunto, ricalca l’idea già espressa di una dimensione boreale e che, come da contraltare si oppone all’idea della notte, proiettando colorazioni tenui di un giorno alle porte. Niente di superfluo è aggiunto e la lirica, priva di una determinazione sonora data dalla punteggiatura, continua a volteggiare impetuosa tra due scenari che si danno l’un l’altro il turno per salire sul palcoscenico della natura inviolata.

LORENZO SPURIO

Jesi (AN), 7 ottobre 2013

Commento di Rosa Cassese

Per Emanuele Marcuccio tutto può divenire poesia, basta saper cogliere l’essenza naturale; un albero con le sue punte, guardato da un’angolazione atta a cogliere la “salita” verso alte cime, può determinare un momento di pura osservazione o di “estasi”, fantasticando un parallelismo del tutto diverso di due paesaggi lontanissimi. Leggo nella “punta di un albero” del primo paesaggio, l’orgoglio di una piazza di paese o città, che “espande” profumi mentre si “erge” maestoso e quasi imponente nella notte in cui, smesso il vociare, si nota solo il fruscìo delle sue propaggini. Una punta diversa, quella del secondo paesaggio, in un ambiente glaciale, come dire, la “punta” dell’iceberg umano che, invece, “propaga bufere” in un’aurora boreale. Le due “visioni” di punte contrapposte tra notte ed aurora, tra una piazza ed un iceberg, denotano la vastità di voler spaziare mentalmente, effetto che solo un acuto indagatore della natura può fare. Poesia sempre piacevole alla lettura, nella sua essenzialità profonda.

ROSA CASSESE

18 ottobre 2013

 

Commento a cura di Susanna Polimanti

Bellissima poesia di Emanuele Marcuccio che sintetizza in versi molto brevi il significato sacro dell’albero, quale maestro di vita, con le sue punte dona valore energetico e si dirige verso le altezze, verso dunque una vera e propria evoluzione. Tuttavia, l’evoluzione di un individuo spesso viene bloccata da circostanze contrarie che come un iceberg ne impediscono il potenziale e la forza. Complimenti al poeta Marcuccio che riesce sempre a nascondere dietro i suoi versi, le difficoltà e gli impedimenti del nostro vivere quotidiano.

Susanna Polimanti

Cupra Marittima (AP), 18 ottobre 2013

Commento a cura di Marzia Carocci

Il poeta, sincronizza il tempo dove  l’albero/vita procura profumi e olezzi che espande nel tepore notturno, quindi rimbalza al lettore un senso di calma, di osmosi di verde dove la punta/apice è visibile nel buio circostante.

Per contro la punta/apice di un iceberg ci porta alla sensazione visiva di bianco, di freddo di nebbia e luce abbagliante mentre il  tutto si fa neutro e aurora d’intorno.

Le punte determinano la visione astrale di chi guardando “oltre”, ferma l’immagine e delimita l’istante. In questo caso il tempo/periodo visto da due angolazioni completamente opposte: la notte e il giorno.

Marcuccio un’altra volta gioca con le parole e ne fa oggetto in costruzione fino alla completa  formazione di un concetto vedibile sui riflessi dei suoi stessi  idiomi.

 Marzia Carocci

Firenze, 22 ottobre 2013

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

Oggi a San Benedetto del Tronto (AP) un reading dedicato al disagio psichico e sociale

Il 12 ottobre alle ore 17 presso la Sala della Poesia di Palazzo Piacentini a San Benedetto del Tronto (AP) con il patrocinio del Comune, poeti ed esperti parleranno di un argomento che attraversa la nostra esperienza personale, ma di cui troppo spesso nessuno parla.

L’evento è organizzato e promosso dalla Associazione Culturale TraccePerLaMeta in sinergia con la rivista di letteratura Euterpe e l’Associazione I luoghi della Scrittura.

Un modo insolito di affrontare l’argomento che introdotto da esperti quali la dottoressa Antonella Baiocchi, psicoterapeuta e criminologa, darà spazio alla lettura di testi poetici che danno voce al disagio e alle difficoltà dell’uomo contemporaneo.

Sulla scorta della felice esperienza dello scorso giugno presso l’Università  di Palermo, Lorenzo Spurio, scrittore, critico e ideatore di questa iniziativa, è riuscito a renderla itinerante, a testimoniare l’interesse e la necessità di condivisione di sentimenti ed emozioni in questi nostri giorni che vedono i singoli sempre più soli e chiusi nella loro incomunicabilità.

L’ingresso è gratuito.

Info: lorenzo.spurio@alice.it – polysusy@alice.it

 

Locandina reading SBT_definitiva-page-001

Anna Scarpetta su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
Collana Oltremare Narrativa
Editrice TraccePerLaMeta
Prezzo Euro 10.00
 
Recensione di ANNA SCARPETTA

 

          cover_front   La mezza vita, è il primo, dei venticinque, di una serie di racconti,  dello scrittore Lorenzo Spurio, incluso nel libro: La cucina arancione,  edito dall’Associazione TraccePerLaMeta. Da un’attenta lettura, prefigura, in sostanza, quella chiave di apertura che traina, con maestrìa, le altre storie, inserite nella piacevole raccolta, di notevole interesse. In realtà, il nuovo lavoro di narrativa, di Lorenzo, dal titolo: La cucina arancione, rappresenta una carica essenziale, così idonea a rafforzare uno spirito già pregno di effettiva libertà  linguistica, da cui emergono, in questa particolare scrittura, due principali fattori di base: sobrietà e autenticità.

             A mio dire, un narratore, con sottile arguzia,  deve mettere in gioco, nella scrittura, tutti gli strumenti possibili, forti anche della formazione culturale. E, Lorenzo Spurio, in questo libro riesce ad offrire al pubblico una varietà di storie, così nuove, ricche di tanta immaginazione descrittiva, correlate di minuziose particolarità, molto affine ad ogni singola personalità di ciascun personaggio.

             In concreto, sono racconti diversi l’uno dall’altro, con una scelta di individui semplici, non troppo ricercati, ovvero, gente sempre la stessa, di tutti i giorni, di tutti i tempi, del nostro vivere quotidiano, della nostra moderna società. Orbene, personaggi descritti, ognuno, con scrupolosa cura nei loro particolari e minimi dettagli. A mio parere, sono esaltanti ritratti lineari, sia caratteriali che quelli fisici, che danno spesso l’immagine reale dei forti disagi fisici o mentali di talune persone. In effetti, le tante analitiche particolarità descrittive, inerenti ai racconti,  hanno insieme un solo filo conduttore, cioè il disagio mentale o fisico, più o meno accentuato, in taluni personaggi.

             Una novità editoriale, di Lorenzo, o meglio un lavoro centellinato a dovere, che risalta al meglio le sue qualità di scrittore, mettendo a fuoco l’analisi introspettiva della condizione umana, con una varietà di disagi non solo psicologici, ma anche nei suoi vari aspetti, fisici e psicofisici che, tuttavia, affliggono parte della nostra umanità. Noto,  leggendo con piacere, che il primo racconto svela, in maniera naturale,  a dir poco, il vero fascino di una scrittura, che, nel suo complesso, si rivela  abbastanza divertente, oserei dire, alquanto, mimica.

              Infatti, emerge una mimica parlata, molto bene pensata in ogni suo dettaglio, orchestrata con perfetta minuziosità nella varietà degli innumerevoli particolari, dando corpo e vivacità di linguaggio al racconto stesso, con un finale quasi sempre a sorpresa. Non c’è dubbio, una mimica, capace di vestire e svestire, con sottile ironia, nonché, con forte, fervida, immaginazione, quei personaggi un po’ strambi e curiosi, nel ridurre le  dimensioni fisiche, appunto, nella descrizione del nano, così come si riscontra nel racconto: La mezza vita. Invero, nella lettura, di questo racconto risalta l’immagine di  certi individui autentici, molto espressivi, dinamici nei movimenti, e nelle loro azioni, proprio come fa un bravo registra coi suoi attori, dietro alla macchina da presa, mentre sta girando le sue scene pensate e immaginate, coi suoi strani, numerosi, personaggi e  comparse,  per narrare, alla fine, una storia di vita reale oppure immaginaria.

             Dunque, è anche la stessa mimica che accomuna i grandi e piccoli artisti, veri interpreti dell’arte, come i divertenti clown dei circhi più in vista, sempre in giro per il mondo. E, quando si presentano al pubblico, per esibire il loro migliore numero di spettacolo, più fantastico, così bello, e molto divertente, il risultato finale, dinanzi alla moltitudine  di  gente,  rimane  alla  fine  assai  sorprendente. Orbene,  La  mezza  vita come racconto iniziale,  rappresenta la tipica narrazione di un uomo fantasioso e curioso, che  psicologicamente, da persona normale, crede di avere acquisito nuove dimensioni fisiche, appunto, in nano. E, dovendo condurre una vita reale, fa davvero  fatica, a muoversi nell’interno della sua casa, come chiudere e aprire la porta  per uscire, in quanto è di altezza piccola, così come le sue mani sono troppo corte per svolgere le personali faccende di tutti i giorni. Il finale si rivela una sorpresa.

          Mi hanno schedato è un altro racconto ch’io trovo abbastanza intrigante, con una scrittura davvero divertente. Lo scrittore  narra di un uomo che fa un sogno davvero strano e bizzarro,  sogna di essere nella città di Rabat e di parlare arabo. Intrattiene con la  stessa gente del luogo, abituali cordiali conversazioni, come se la conoscesse molto bene, addirittura, parla con loro la stessa lingua. Egli si muove a suo agio in questa città straniera e cammina frettolosamente. E, incuriosito, si sofferma davanti ad una bottega di spezie odorose e raffinate; che sono in bella mostra, trite e polverizzate, con una straordinaria varietà di colori. Ma, al suo risveglio, egli prova subito un forte impatto con la realtà, ricordando di  non essere mai stato realmente in quella città araba, né di conoscere quella lingua. Dunque, quel sogno non poteva essere suo, non gli apparteneva nei minimi dettagli. Da queste confuse e personali  considerazioni, dentro di sé, riparte, in maniera surreale, tutta un’analisi introspettiva, abbastanza contorta. Infine, decide di non volere più, per sé, quel sogno così strambo. Il finale è a dir poco, inaspettato.

              La vecchia col cappotto ocra  è  tutt’altra trama,  un po’ forse troppo forte, in sostanza. In questo episodio un uomo viene disturbato da un sogno sempre lo stesso e ricorrente, con la presenza di una donna alta, di aspetto grossolano,  e trascurato,  indossa un lungo cappotto colore ocra.  La donna appare in sogno, quasi sempre di spalle, poi finalmente gli  mostrerà anche il suo volto sgraziato. Tuttavia, questo sogno si rivela una continua persecuzione,  così assillante, al punto che, ad ogni suo risveglio, si sente minacciato.  In concreto, il sogno diviene ingestibile nella realtà. Egli, infatti, si lascia prendere dall’ansia, e da incredibile paura. Infine, decide di camminare con un coltello in tasca per una sua difesa personale. Ma, un giorno, per un caso fortuito, trovandosi per strada, incontra realmente la donna del suo sogno, è lì dinanzi  ai suoi occhi, veste uguale, stesso volto, stesso cappotto. Questa visione, infatti, produrrà in lui una reazione istintiva, così incontrollabile, che lo porterà a compiere un gesto insano.

              In conclusione, la lettura del libro: La cucina arancione, dello scrittore Lorenzo Spurio, si presenta  scorrevole, come linguaggio, con episodi ricchi di un dinamismo incredibile. A mio parere,  sin da subito, emerge quella straordinaria capacità espressiva così complessa in ogni minuziosa descrizione, fatta di movimenti ed azioni, di ciascun personaggio. Non sbaglierei dicendo che questa scrittura, non può che affascinare il lettore. In sintesi, i venticinque racconti, uno dopo l’altro, ti prendono con il particolare piacere di capire, fino in fondo, l’importanza e il senso autentico di questa scrittura, non di facile interpretazione. E’, senza dubbio, una personale scrittura che  rasenta l’espressività di un verismo ancora così presente nella nostra  società odierna. Tuttavia, un verismo, temprato e forgiato nel tempo, che accomuna la visione, la dialettica, e abbraccia, in un solo afflato, l’umanità dei nostri giorni. Inverosimilmente, a mio dire, l’abbraccia, con gli stessi bisogni e urgenti necessità, anche coi suoi disagi individuali, sempre in forte crescita, in un territorio uguale a tutti  gli altri del mondo, con le stesse problematicità che sembrano non avere mai un fine reale.  

 

Novara, lì 4 Ottobre 2013                                                             Anna Scarpetta

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

È uscito “Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio”, un saggio di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni ha appena pubblicato Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio,saggio monografico dello jesino Lorenzo Spurio.

Il saggio di settantasei pagine è stato portato a termine il 2 luglio 2013 e verte sulla produzione edita e inedita di Emanuele Marcuccio, che amplia e rivisita la relazione da Spurio preparata per la recente presentazione dei libri di Marcuccio, tenutasi a Palermo lo scorso 16 giugno, presso la sede unica dell’Associazione Artistica e Culturale “Centro Caterina Lipari” e “Romantic Museum”.

Ricordiamo le opere di Emanuele Marcuccio: «Per una strada» (SBC Edizioni, 2009), poesia; «Pensieri minimi e massime» (Photocity Edizioni, 2012), saggistica/aforismi.

SCHEDA DEL LIBRO

                        
cover frontTITOLO: Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio
AUTORE: Lorenzo Spurio
CURATORE: Lorenzo Spurio
Editing Cover Images: Lorenzo Spurio
EDITORE: Photocity Edizioni
GENERE: Saggi/Critica letteraria
PAGINE: 76
ISBN: 978-88-6682-478-7
COSTO: 8,50 €
Link diretto alla vendita

Francesca Luzzio su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Francesca Luzzio 

cover_frontLa  Cucina arancione di Lorenzo Spurio  è una raccolta di racconti insolita e apparentemente strana perché non propone al lettore la narrazione di fatti veri o verosimili che trovino nella razionalità la molla operativa dell’intreccio, ma lo immerge nella surreale realtà ( nessun ossimoro può essere altrettanto lecito) dei meandri nascosti della mente. Non domina , se vogliamo adoperare il linguaggio freudiano l’io, né il super-io, ma l’es, l’incognito inconscio che emerge non solo a livello  onirico, ma anche nella concretezza del vivere quotidiano, acquisendo ragione d’essere e perciò realtà comportamentale.

Il super-io razionale e pensante non crea un giusto equilibrio tra le altre due sfere, componenti della psiche, ma è come se giustificasse e desse ragione d’essere all’irrazionalità dell’inconscio ed ai comportamenti maniacali dei protagonisti delle narrazioni. I personaggi della produzione letteraria di Pirandello, hanno consapevolezza  dell’inesistenza dell’identità e l’assurdo del loro agire nasce da una convinzione filosofica per cui, secondo loro, sono anomali i normali  e normali i consapevoli del relativismo gnoseologico che, annullando il vero,legittima la pluralità di verità dei singoli individui e di conseguenza il non senso dell’essere, invece i personaggi dei racconti di Spurio,  presentano una condizione mentale anomala e ad essa rapportano il loro agire, insomma sono fissati in una forma, in una maschera che però non è quella che la società e le sue convenzioni impongono,ma è una forma alienata, estranea alla cosiddetta normalità e riconducibile ad un inconscio malato, che normalizza l’irrazionale.

Essi propongono  il loro modo di essere e di agire senza spiegare perché pensano ed agiscono in quel modo, quindi apparentemente manca una ragione di fondo che giustifichi l’anomalia,ma di fatto il lettore, proprio perché i personaggi non la propongono è indotto a chiedersi quale movente determini la non sanità mentale e simili comportamenti fobici ed ossessivi, perché lo scrittore lo immerga in questo  poliedrico mondo in cui, al massimo, solo l’istinto talvolta giustifica situazioni e comportamenti . Tuttavia in qualche racconto compare anche il quid epifanico che fa uscire dal labirinto tortuoso che veniva  considerato normalità, così, ad esempio, accade al protagonista di La mezza vita , per il quale il ritorno alla normalità è conseguente alla visita medica, o al ragazzo de L’alfabeto numerico, per il quale lo strappo del quaderno  assume la medesima funzione. Ma ciò costituisce l’eccezione, di solito i personaggi restano irretiti nella loro condizione anomala, sia essa la perdita d’identità, come in L’ordigno imploso o in La regina rossa, sia il mostro mentale che condiziona la loro esistenza. Il risultato finale per il lettore è sempre comunque umoristico: si piange e si ride nello stesso tempo e, come già si è detto, s’interroga sui motivi che possono avere indotto L. Spurio a raccontarci questa persistente follia , tipica di ospedale psichiatrico piuttosto che della comune realtà che ci circonda. Novello Benjamin, il narratore ci propone un’allegoria vuota, cioè vuole denunciare l’indecifrabilità e l’ insignificatezza dell’esistenza contemporanea. Mentre l’allegorismo tradizionale muove da una verità generale, condivisa dalla società, l’allegorismo moderno assume forme vuote che dichiarano la resa al non senso e alla crisi che caratterizza i nostri tempi. Le menti malate che popolano la raccolta di Lorenzo Spurio esprimono appieno la follia del mondo attuale, caratterizzata da un lato da solitudini egotistiche, chiuse nella virtuale apparenza mediatica, oppure arroccate nei privilegi che la ricchezza esagerata offre, dall’altra la solitudine della miseria economica o morale che  dirompono travolgenti e trascinano ad atti folli tanta gente. Vichiano ricorso storico: come in epoca barocca,come nel primo Novecento , pur con le specificità contestuali che caratterizzano ogni epoca, viviamo la morte del senso della vita e dei valori.                                                                                      

Lo stile dell’opera è scorrevole, chiaro, sintatticamente normativo; la posizione del narratore a volte è omodiegetica, tal’altra eterodiegetica, secondo la distanza che il narratore ama stabilire tra sé e il protagonista. La tecnica narrativa è varia: monologhi, flash-back, dialoghi descrizioni rendono ulteriormente fruibile  la lettura.

 FRANCESCA LUZZIO

 

Palermo, 29-08-2013

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA PUBBLICAZIONE SENZA IL SUO PERMESSO.

IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SVOLTASI A FIRENZE IL 20-09-2013

2° Premio di Poesia “L’arte in versi” – il verbale della giuria

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2° Edizione

  

VERBALE DI GIURIA

 

La Giuria del II° Premio di Poesia “L’arte in versi” (edizione 2013) composta da Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario e direttore Rivista Euterpe), Emanuele Marcuccio (poeta, aforista e Curatore Editoriale), Marzia Carocci (poetessa e critico-recensionista), Martino Ciano (scrittore, redattore di Euterpe), Annamaria Pecoraro (poetessa, scrittrice e direttrice di Deliri Progressivi), Iuri Lombardi (poeta, scrittore e redattore di Segreti di Pulcinella ed Euterpe), Luciano Somma (poeta, autore di canzoni e critico d’arte), Salvuccio Barravecchia (poeta e scrittore) e Michela Zanarella (poetessa e scrittrice, redattrice di Euterpe) rende noto l’esito del concorso.

 

 MENZIONI D’ONORE

I poeti riceveranno diploma di menzione d’onore con commento critico alla propria poesia e la pubblicazione di poesia, commento critico e nota bio-bibliografica nell’opera antologica.(*)

 

Sezione A – Poesia in lingua italiana

ALICE GORI – Prime impressioni

ANDREA LEONELLI – Cantando in silenzio

ANNA MARIA CARDILLO – Stamattina, ancora una morte in cantiere

ANNALISA SALVADOR – Eri

BRUNO CENTOMO – Da dietro una finestrella

BRUNO CENTOMO – Dissipano le luci, le ombre

CARLA DE FALCO – Voce di brace

CORRADO AVALLONE – Migrantes

CORRADO AVALLONE – Sicilia 2009

CRISTIANA CONTI – I tuoi fiori

ELSO AVALLE – Graffiti a Santa Maria

EMILIO D’ANDREA – Tu vivrai

EMILY CALDART – Scende la neve

LUCIANA ESPOSITO – Angeli dimenticati

ERIKA ESPOSITO – Quinto quarto di luna

FRANCESCA ALIPERTA – Spettri di luce

GIANNI CALAMASSI – Nel cielo il vento dello shoah

MONIA MINNUCCI – La casa degli angeli

MONIA MINNUCCI – Piccolo mondo

NICOLA ANDREASSI – E rivedo mio padre

NICOLA ANDREASSI – Nera la notte

NUNZIO BUONO – Nel cielo di un giorno

RITA CHINOTTI – Vite interrotte

SANDRA AMOVILLI – L’altra metà della luna

STEFANO PERESSINI – Non ho perduto nulla

STEFANO PERESSINI – Sarà forse quel tempo

VINCENZA FAVA – A mio padre

VINCENZA FAVA – Pane e dolore

 

 

Sezione B – Poesia in vernacolo

CRISTINA BIASOLI – Siti d’amuri

EMANUELE INSNNA – Carusanza persa

ERICA GAZZOLDI – Al fosc

ERICA GAZZOLDI – Manèrbe

GIUSEPPE GAMBINI – Tra viche e vicarielle

MARCO BOLLA – Le buanse del tempo

PATRIZIA CHINI – Ha smesso de piove

 

 

 

SELEZIONATI

I poeti riceveranno diploma di selezione e la pubblicazione della poesia nell’opera antologica.

 

Sezione A – Poesia in lingua italiana

ALESSANDRA MARRONE – Carceri

ANGELO GALLO – Shoah

ANNA ALESSANDRINO – Donna

ANNA BARZAGHI – Silenzio nella nebbia

ANNA BARZAGHI – Sospiro d’amore

ANNA MARIA CARDILLO – Madre senza canzoni e senza giovinezza

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE – Grigio di cielo

ANNAMARIA STROPPIANA DALZINI – Uomo

ANTONIO BICCHIERRI – Echi lontani

ANTONIO TAMMARO – Dedica

ANTROPOETICO (pseud.) – Caronte

ALESSIO BARDELLI – Il suono del silenzio

CRISTIANA CONTI – Petalo reciso

DAVIDE ROCCO COLACRAI – Il Vangelo delle donne

DAVIDE ROCCO COLACRAI – Movimento ultimo

DONATO LADIK – Sulle ali di Pegaso

ELISA MARCHINETTI – Camminare

ELISA MARCHINETTI – I solchi della vita

EMANUELE ROCCO – Il filtro

ERIKA ESPOSITO – Persephone

FABRIZIO BREGOLI – La buona novella

FABRIZIO BREGOLI – Presagi

FRANCESCA FICHERA – Siesta

FRANCESCA LA FROSCIA – Storia ineffabile

FRANCO CASASEI – Bruno e Rosalba

GIANNI TERMINIELLO – Sotto il cielo, si vive sempre

GIUSEPPE GAMBINI – Passaggio notturno

GIUSEPPE GAMBINI – Transito

GIUSEPPE STILLO – Povero vecchio

GLORIA VENTURINI – Queste sere

LAURA VARGIU – Gli invisibili

LAURA VARGIU – La madre di Tunisi

LEDI CAFULI – Penombre

LEDI CAFULI – Raccontami una storia

LUCA QUIRINI – Tra scaffali e cassetti

LUCIANA ESPOSITO – Oggi no

LUIGI ARENA – Franco

LUIGI ARENA – Ora

LUISA BOLLERI – La vita è fuori

MARCO CRIVELLARO – L’insegna di Auschwitz

MARCO SCARPULLA – Fenice

MARIA SPOTO – L’emigrante

MARINELLA PAOLETTI – Sguardo

MARIO DE ROSA – Anche se

MARIO DE ROSA – Il senso del moto

MASSIMO ACCIAI – Uomo del XXII secolo

MILENA PERICO – Brandelli di sogni

NUNZIO BUONO – I colori della sera

PATRIZIA COZZOLINO – Falesie e crepacci

PATRIZIA STEFANELLI – A margine

PIERANGELA CASTAGNETTA – Nel tempo di Tersicore

PIETRO VIZZINI – Bambini nella guerra

POLDINA FERORELLI – Mondo

RAFFAELLA AMORUSO – Ingannevole

RICCARDO COLOMBARA – Silenti risposte

RICCARDO COLOMBARA – Vuoti

RITA CHINOTTI – Speranza

RITA STANZIONE – All’ora indecifrabile

RITA STANZIONE – Di porte e aperture

ROSSANA SPEZZATI – Al buio

ROUSLAN SENKEEV – L’autunno ci ha colti alle spalle

TANIA SCAVOLINI – Affaccio il cuore

TANIA SCAVOLINI – Ali per sognare

VALERIA MASSARI – Gestazione del dolore

VELIA AIELLO – Ovunque amore

VIVIANA DE CECCO – La stanza vuota

 

 

Sezione B – Poesia in vernacolo

ALESSANDRO ROSSINI – La scorza dice poco

ANGELO CANINO – U viacchiu

ANTONIO PRESTIGIACOMO – Un barbuni

ARMANDO IADELUCA – Figlio reocchia lu cielo

CRISTINA BIASOLI – Voe di detais

DANIELA CORTESI – Porbia dla guera

EMANUELE INSINNA – Passioni

FRANCO PONSEGGI – Armor

GIUSEPPE GAMBINI – Nu felille e voce

GLORIA VENTURINI – Ea casa vecia

GLORIA VENTURINI – No ghea fasso più

MARCO BOLLA – Sensa versoro

PIERANGELA CASTAGNETTA – L’amuri ti vogghiu cantari

ROCCO GIUSEPPE TASSONE – Tramuntu

 

 

Tutti i diplomi dovranno essere ritirati durante la premiazione dai poeti stessi o da incaricati con delega e non saranno spediti a casa, salvo nei casi in cui venga predisposta la copertura di spese per le spedizione.

 

(*) Gli autori che hanno ottenuto la Menzione d’onore e i cui testi verranno pubblicati nell’antologia del concorso di inviare entro il 12 ottobre 2013 alla mail lorenzo.spurio@alice.it la loro nota bio-bibliografica (Word, Formato A4, Times New Roman pt. 12, massimo 25 righe) che accompagnerà la propria poesia nell’antologia e riportare obbligatoriamente nello stesso documento in basso questa attestazione a pena di esclusione dal progetto antologico:

 

“Dichiaro che questa poesia è frutto del mio solo ingegno e che ne detengo i diritti.

Autorizzo gli organizzatori del concorso alla pubblicazione nell’opera antologica.

I diritti sulla poesia rimarranno di mia proprietà.

Non avrò nulla a pretendere agli organizzatori del concorso né ora né mai”

 

 

La premiazione si terrà domenica 17 novembre p.v. a partire dalle ore 16:30 presso la Sede Provinciale dell’ARCI di Firenze, in Piazza de’ Ciompi 11.

 

Evento della premiazione su FB: https://www.facebook.com/events/584550388265800/?fref=ts

 

Tutti i partecipanti al concorso sono invitati alla premiazione.

I poeti premiati con Menzione d’onore leggeranno le loro poesie e si darà lettura ai commenti critici.

 

 

 

 

LORENZO SPURIO                                                                      MARZIA CAROCCI

Presidente del Premio                                                                  Presidente di Giuria

 

 

Info:

lorenzo.spurio@alice.itdulcinea_981@yahoo.it

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio presentata a Firenze il 20.09.2013

Il video integrale della presentazione del libro di racconti LA CUCINA ARANCIONE (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013)

DI LORENZO SPURIO

avvenuta alla Biblioteca Pietro Thouar, a Firenze il 20 settembre 2013

 

RELATRICE: MARZIA CAROCCI, poetessa, scrittrice, critico

INTERVENTI DI:

MASSIMO ACCIAI, poeta, scrittore, direttore rivista Segreti di Pulcinella

SANDRA CARRESI, poetessa, scrittrice, vice-presidente Ass. Culturale TraccePerLaMeta

RITA BARBIERI, docente di lingua e letteratura cinese 

ANNAMARIA PECORARO, poetessa, scrittrice

 

LETTURE DI

LUISA BOLLERI, poetessa e scrittrice

 

Numerosi poeti si sono riuniti a Firenze per tributare il ricordo di Pablo Neruda

Sabato 21 settembre 2013 alla Libreria Nardini sita all’interno del complesso le Murate a Firenze si è svolto il reading poetico dal titolo Memorial Pablo Neruda, nato con la volontà di ricordare il poeta cileno nella ricorrenza dei quaranta anni dalla sua morte.
L’evento, organizzato dalla rivista di letteratura Euterpe, dalla Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Deliri Progressivi e con il Patrocinio del Consejo Nacional de la Cultura y las Artes del Gobierno del Chile ha visto la partecipazione di più di trenta poeti e poetesse, appositamente giunte da ogni parte d’Italia.
Gli organizzatori -Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro- hanno ricordato il poeta cileno leggendo poesie del vasto repertorio di Neruda sia in lingua originale che in italiano e i vari poeti si sono poi intervallati nella lettura delle loro poesie scelte.
L’evento è stato filmato integralmente da Laura Dalzini dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Di seguito alcune foto dell’evento da lei stessa scattate.

 

“In ricordo di Neruda: poeta dell’esilio e dell’impegno attivo”, di Lorenzo Spurio

In ricordo di Neruda: poeta dell’esilio e dell’impegno attivo

di LORENZO SPURIO

  

Compagni, seppellitemi in Isla Negra,
di fronte al mare che conosco, ad ogni area rugosa
di pietre e d’onde che i miei occhi perduti
non rivedranno.[2]

 

Il 23 settembre 1973 in una clinica di Santiago de Cile moriva uno dei più insigni poeti della letteratura mondiale contemporanea: Pablo Neruda. L’origine della morte veniva spiegata con l’aggravamento di un tumore, ma ben presto alcune ipotesi più dolorose sembrarono prendere piede: quella che l’uomo fosse stato avvelenato su comando dello spietato dittatore Pinochet. Nell’aprile scorso il Tribunale ha predisposto la riesumazione del corpo del poeta che è stato poi sottoposto a nuove perizie per cercare di acclarare la reale causa della morte.[3] La vicenda rimane ancora oggi velata da mistero.

Nato nel 1904 nella provincia della regione centrale di Maule da un modesto ferroviere e rimasto orfano della madre giovanissimo, Neruda (il cui nome venne utilizzato da lui stesso inizialmente come pseudonimo rifacendosi allo scrittore Jan Neruda e che poi avrebbe utilizzato e con il quale sarebbe divenuto famoso) è comunemente ricordato come uno dei maggiori cantori dell’America Latina assieme a Ruben Darío (1867-1916) e José Martí (1853-1945). La prima opera poetica dell’autore fu Crepuscolario (1923), seguita l’anno dopo dalla ben più celebre Veinte poemas de amor y una canción desesperada nella quale l’animo lirico del poeta si destreggiava tra voraci pennellate nel mondo dell’erotico e una chiara e mai ridondante suggestione modernista.

imagesImportante l’impegno sociale e politico di Neruda a partire dalla sua attività diplomatica di console a Buenos Aires (1940-1943) sino al suo incarico a Barcellona e a Madrid, città nella quale conobbe e strinse amicizia con altri geni del momento quali Federico García Lorca (1898-1936), Salvador Dalí (1904-1989) e Rafael Alberti (1902-1999). Probabile influenza ricevette dagli amici incontrati a Madrid, una delle capitali delle avanguardie europee, dove in molti artisti si confessavano con una nuova poetica: quella del linguaggio surrealista. Luis Buñuel nel 1929 aveva girato il perturbante cortometraggio Un perro andaluz; García Lorca, compose Poeta en Nueva York tra il 1929-1930 impressionato dal suo viaggio negli Stati Uniti, un testo avanguardistico nel quale usa un linguaggio tortuoso fatto di analogie inconfessabili e rivelava il chiaro influsso subito dall’amico e pseudo-amante Salvador Dalí e quest’ultimo nel 1933 aveva appena ultimato il celebre quadro con gli orologi molli denominato “La persistenza della memoria”. Ed è così che l’opera  di Pablo Neruda, Residencia en tierra[4] (1933), una delle più ricordate e celebrate dell’autore, si manifestava per un nuovo gusto per l’avanguardia rilevabile nei suoi testi attraverso l’uso di una poetica asciutta e ricca di “a capo”, quasi asfittica, nella quale imperversavano allusioni difficili da cogliere, un linguaggio a tratti paradossale e immagini chiaramente scaturite da una nuova psico-analisi della realtà: “Dopo tutto sarebbe delizioso/ spaventare un notaio con un gladiolo mozzo/ o dar morte a una monaca con un colpo d’orecchio./ Sarebbe bello/ andare per le vie con un coltello verde/ e gettar grida fino a morir di freddo”.[5]

Importantissime infine altre due opere nel grande mare magnum della monumentale e prolifica collezione artistica di Neruda:  España en el corazón (1937) e  Canto general (1950). In España en el corazón si respira il tormento per la guerra civile spagnola che nel 1936 portò alla fucilazione dell’amico García Lorca al quale pochi anni prima aveva scritto una bellissima ode nella quale lo paragonava a “un arancio in lutto”. In questa silloge prevalgono i toni duri di un uomo addolorato per la scoppio di un clima d’odio e la deriva totalitaria; le immagini evocate sono forti e violente come quando scrive: “Di fronte a voi ho visto il sangue/ di Spagna sollevarsi/ per annegarvi in una sola onda/ di orgoglio e di coltelli!// Generali,/ traditori:/ guardate la mia casa morta,/ guardate la Spagna a pezzi”.[6]

Canto general è la prosopopea lirica dell’amore incontenibile verso la sua terra, non solo la sua regione e il suo paese, ma il Sud America tutto, tanto diverso da quell’Europa che pure conosceva molto bene all’interno del quale il lettore non potrà che rimanere affascinato dalle “poesie oceaniche” e riuscire a scorgere i movimenti delle acque sconfinate. E in questo canto-confessione che l’autore fa con occhi che potremmo dire esser bagnati e con un fedele recupero del suo passato, in molti hanno visto la grandezza di Walt Whitman (1819-1892) che parlò con la sua terra, evitando gli elogi, ma dando la parola a ogni cosa: al cane, alla foglia, alla luna e al colore.

Non va di certo dimenticato neppure il fervido attivismo di sinistra di Neruda con una vera e propria “militanza” nelle file del marxismo e nell’appoggio indiscusso al cheguevarismo di Cuba che lo portò, però, anche a una dura sottomissione di idee da parte dei regimi totalitari che si susseguirono in Cile. La biografia di Neruda, infatti, non può essere scissa dalla storia contemporanea del Cile con la quale si identifica, si intreccia, si coniuga e ne subisce pesantemente gli errori commessi dai militari al comando. Ed è così che nel 1949, dopo un periodo di ostilità e censura nei suoi confronti, che il poeta di Parral viene costretto ad allontanarsi dal suo paese quando con un clamoroso discorso al Senato cileno (Neruda in quel periodo era senatore), ricordato come il discorso del “Yo acuso”, sottolinea le nefandezze operate da certi strati del governo che inizialmente aveva appoggiato e che poi si erano mostrati voltagabbana e violenti, bollandoli come fascisti. E in effetti la vita del poeta è costellata di numerose partenze e ritorni al caro Cile natale, un po’ dovuti ai suoi incarichi di lavoro diplomatici in Europa e in Asia, un po’ proprio per gli esili intimati e coatti a cui il poeta dovrà sottomettersi non senza dolore e nostalgia.

Nel 1970 Neruda ritorna in Cile alla vigilia delle elezioni presidenziali nelle quali appoggia dichiaratamente il candidato socialista Salvador Allende (1908-1973) del quale pure diventerà grande amico, ma l’esperimento democratico per la politica cilena durerà troppo poco e il paese sprofonderà in una nuova, lunga e dolorosa dittatura, quella di Augusto Pinochet (1915-2006) inaugurata con il golpe militare nel 1973. Neruda, ormai visibilmente compromessosi nelle sue eclatanti posizioni sinistroidi e quindi temuto dal nuovo presidente come possibile leader del dissenso, viene nuovamente allontanato dal paese e le opere del poeta saranno censurate per tutto il periodo della dittatura, ossia fino al 1990. La vita di Neruda è una storia fatta di viaggi di lavoro, spostamenti frenetici, relazioni con culture e lingue diverse, esili dolorosi ed attese.

Per ricordare la grandezza del poeta cileno  a quaranta anni di distanza dalla sua morte la rivista di letteratura “Euterpe” della quale sono direttore, in collaborazione con l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Deliri Progressivi e il Patrocinio Morale ricevuto dal Consejo Nacional de la Cultura y las Artes del Gobierno de Chile, abbiamo organizzato un incontro poetico che si terrà a Firenze il prossimo 21 settembre 2013 a partire dalle 17:00 presso la Libreria Nardini all’interno del Complesso de Le Murate.

In questa occasione si ripercorrano alcuni momenti cruciali della vita del poeta leggendo alcune sue liriche in lingua originale e in italiano, dando poi spazio ai poeti che interverranno e daranno lettura alle loro poesie.

Il fatto che si sia deciso di intitolare l’evento “Memorial Pablo Neruda” non è causale e ha la volontà di mostrare un doppio rimando alla sua poetica richiamando la sua opera Memorial de Isla Negra composta nel 1964 dove, rimembrando la nascita dell’amore verso la poesia, annotava: “Accadde in quell’età… La poesia/ venne a cercarmi. Non so da dove/ sia uscita, da inverno o fiume./ Non so come né quando,/ no, non erano voci, non erano/ parole né silenzio,/ ma da una strada mi chiamava,/ dai rami della notte,/ bruscamente fra gli altri,/ fra violente fiamme/ o ritornando solo,/ era lì senza volto/ e mi toccava”.[7]

 Locandina_Neruda_definitiva

LORENZO SPURIO

 10-09-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE SAGGIO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.                       

  

 


[2] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 119.

[4] Il titolo non può che ricordare la celebre Residencia de Estudiantes de Madrid, luogo di incontro di esperienze artistiche nuove e di amicizie tra poeti e pittori che furono importantissime negli sviluppi dell’arte europea. Alla Residencia de Estudiantes gravitavano Luis Buñuel, Federico García Lorca, Salvador Dalí, Manuel Altolaguirre, Manuel de Falla, Gerardo Diego, solo per citarne alcuni.

[5] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 61.

[6] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 83.

[7] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 227.

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