Sabato 17 dicembre 2016 alle ore 17,30, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Jesi, presso la galleria degli Stucchi di Palazzo Pianetti a Jesi si terrà la presentazione Appunti di viaggio. Incontro con il poeta Luciano Innocenzi. L’introduzione sarà a cura di Federica Bernardini (Associazione Culturale Res Humanae); interverrà il critico Piermassimo Paloni, con letture a cura dell’autore e intermezzi musicali del violinista Tommaso Scarponi della Scuola Musicale “G.B. Pergolesi” di Jesi.
Luciano Innocenzi (Cerreto d’Esi, 1943) per la poesia ha pubblicato Nel canto della civetta (1995), Le pietre di Deucalione (1997),Il cardellino cieco (2000),Appunti di viaggio (2002), Zattere e frammenti (2003), Arabeschi d’amore (2007), Una vita in fuga (2014).È collaboratore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di Macerata con pubblicazioni in «Picus» (Studi e ricerche sulle Marche nell’Antichità) e scrive articoli culturali nel settimanale «L’Azione». Ha curato testi per opere teatrali nella scuola e sono suoi i dialoghi del film Il bivio della quercia caduta per la regia di Marco Cercaci.
L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi sarà protagonista sabato 10 dicembre alle ore 17 presso la Biblioteca Comunale di Agugliano, recentemente intitolata a Sara Iommi, per un evento interamente dedicato alle prossime festività religiose intitolato “Aspettando il Natale”.
La serata sarà occupata da un reading poetico al quale prenderanno parte poeti associati della Associazione e non che declameranno le loro poesie a tema sul Natale mentre una scelta di fotografie invernali e sulla festività natalizia accompagneranno visivamente i vari interventi poetici.
Saranno presenti i poeti Elvio Angeletti, Marinella Cimarelli, Michela Tombi, Laura Molinelli, Ilaria Romiti, Franco Duranti, Valtero Curzi, Cristiano Dellabella, Alessandra Montali, Luciana Latini, Renata Morbidelli, Amneris Ulderigi, Matteo Piergigli, Vincenzo Prediletto, Assunta De Maglie, Massimo Grilli, Stefano Sorcinelli, Oscar Sartarelli, Gianni Palazzesi e Rita Angelelli.
Alcuni ragazzi della locale scuola “G. Spontini” di Agugliano effettueranno degli intervalli musicali. A conclusione dell’evento si terrà il brindisi finale con scambio di auguri tra gli associati e tutti gli intervenuti. L’evento è liberamente aperto al pubblico.
Il bando è rivolto a tutte le persone aventi compiuto la maggiore età (18 anni) allo scadere del seguente bando 30-04-2017.
Tipologia degli elaborati: poesia inedita (massimo 36 versi compresi gli spazi salto riga)
il concorso sarà diviso in tre ( 3 ) sezioni A – B – C
A – poesia in lingua italiana (adulti dai 26 anni di età in poi)
B – poesia dialettale seguita da traduzione il lingua (questa sezione possono partecipare anche i giovani)
C – poesia in lingua italiana giovani età compresa fra 18 ai 25 anni (età da compiersi entro il 30-04-2017 )
Ogni candidato può concorrere con n° 2 poesie per sezione.
È possibile partecipare, anche con un’opera in lingua italiana ed un’opera dialettale (per i giovani dai 18 ai 25 anni l’importo anche in questo caso è di 10€)
Livello metrico e ritmico delle opere libero.
Le poesie non dovranno essere mai state premiate nelle prime tre posizioni di altri concorsi nazionali ed internazionali.
Tema: Libero
Modalità di partecipazione: Ogni opera dovrà essere inviata via informatica
Inviare il cartaceo al seguente indirizzo: Biblioteca “Luca Orciari”
Via Del Campo Sportivo,1/3 – 60019 Marzocca di Senigallia ( AN )
Inserendo all’interno del plico oltre alle poesie ed i dati personali dell’autore la copia del pagamento effettuato, (oppure direttamente la quota in contanti in busta chiusa) Farà fede il timbro postale
Generalità da specificare nell’email: nome, cognome, età, indirizzo, telefono, email,
aggiungere la copia del cedolino del versamento eseguito in WORD o PDF
Gli elaborati inviati per il concorso non saranno restituiti.
inviare le poesie con tipo carattere Times New Roman dimensione carattere12.
Per la sezione B dovranno essere allegate le traduzioni in lingua italiana e sarà utile come valido supporto non obbligatorio allegare una registrazione in Windows Media Audio (WMA) per una più approfondita valutazione del testo poetico.
Quota d’iscrizione:
è richiesto un contributo di partecipazione, quale tassa di lettura, di 15,00 € per le sezioni A e B, per la sezione C
il contributo richiesto è di 10€
(l’importo è valido per n° 2 poesie) da versare sul Conto Corrente Bancario
IBAN IT 29 V 08839 21301 000050150650 BANCA SUASA CREDITO COOPERATIVO,
FILIALE DI MARZOCCA Intestato: ASSOCIAZIONE PROMOTRICE MONTIGNANESE
Strada della Grancetta s.n. MONTIGNANO DI SENIGALLIA (AN)
Causale: partecipazione al concorso letterario nazionale “ La poesia nel borgo”
Scadenza invio file: 30-04-2017
GIURIA: la giuria del Premio, il cui giudizio è inappellabile, sarà costituita: da critici d’arte e letterari, poeti scrittori…
i cui nomi saranno resi noti durante la premiazione.
Premi: per ogni sezione
1° CLASSIFICATO = targa o coppa + pergamena
2° CLASSIFICATO = targa o coppa + pergamena
3° CLASSIFICATO = targa o coppa + pergamena
Saranno, inoltre, assegnate: menzioni speciali e menzioni d’onore
a discrezione delle associazioni e della giuria, tutti i partecipati riceveranno attestato di partecipazione.
La cerimonia della premiazione si svolgerà il 19-08-2017 in Montignano di Senigallia AN – Nella piazzetta antistante la chiesa parrocchiale di Montignano, o, in caso di cattivo tempo all’interno della medesima Chiesa.
SVOLGIMENTO DELLA MANIFESTAZIONE
Apertura della serata conclusiva:
inizio alle ore 18,15
eventuali comunicazioni saranno inviate tramite posta elettronica, saranno comunque visibili sui gruppi Facebook (Amici della Biblioteca “Luca Orciari” – POESIA E COLORI – RIME DI MARE – LE PAROLE RACCONTANO – LUCE- I FIORI DELLA VITA – SEMPLICEMENTE POETI ed altri)
Biblioteca “ Luca Orciari” 071 698046 mail bibl07comune.senigallia.an.it nei seguenti orari dal lunedì al venerdì 9,00 alle 12,00 e dalle 15,00 alle 18,00
Il presidente dell’Associazione Promotrice Montignanese Elio Mancinelli
Il presidente del Centro Sociale Adriatico Claudio Costantini
Il presidente del Premio Elvio Angeletti
Presidente onorario – Prof.ssa Renata Sellani
Montignano di Senigallia lì 31-10-16
Scheda di partecipazione
La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a entro e non oltre il 30-04-2017.
Firma________________________________ Data ______________________________
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.
□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
□ Autore inscritto alla SIAE □ Autore non inscritto alla SIAE
Firma_________________________________ Data _____________________________
Il dimenticato poeta e saggista Giorgio Umani nato a Cupramontana (AN), paese della Vallesina, nel 1898 e morto ad Ancona nel 1965, ha lasciato, all’interno della sua ampia produzione letteraria e scientifica, una poesia dal tono incalzante nella quale prende a pretesto alcune sfaccettature che denotano l’apatia e l’inettitudine del marchigiano nel farsi notare a livello nazionale. Umani, con alcune battute sagaci che dimostrano con chiarore una veridicità di contenuti in parte condivisibile anche oggi, si scaglia contro il marchigiano stesso incapace, per la sua natura silenziosa e refrattaria, di farsi valere unanimemente per essere dotato di distintive qualità creative, operoso nonché incompetente nella valorizzazione delle ricchezze che contraddistinguono il suo ambiente. Monologo furioso in cui l’indignazione si palpa in maniera netta, a evidenza di un temperamento umano e sociale al contempo che si è radicalizzato con tutte le sue significazioni meno positive a decretare un identikit assai scialbo e inconcludente, anomalo e abbruttito del marchigiano.
Giorgio Umani fu attratto sia dalla Scienza che dalle Lettere, ne è testimonianza la ricca bibliografia che di lui conserviamo tanto per studi, ricerche e saggi di carattere scientifico, e in maniera particolare rivolti allo studio degli insetti, che dinanzi a pubblicazioni di carattere filosofico, nonché poetico. Un intellettuale di ampio respiro e di tutto rispetto del quale, a più di cinquanta anni dal suo decesso, ormai si è perduto il ricordo[1], nonostante la sua polifonica trattazione di svariate branche del sapere, i suoi profondi ragionamenti estetici, l’importante apporto –in campo scientifico- di un innovativo metodo di conservazione delle specie, tecnica definita dei “preparati Ummo”.
Il poeta Giorgio Umani
Per la poesia pubblicò i libri Parabole gnostiche (1926), Il canto delle lacrime (1926), Il volto nemico (1928), A segno di stella (1930), Il libro scarlatto (1933), Il Prometeo (1933), Umani 1937 (1938), L’ineffabile orgasmo (1953), Meraviglia d’essere (1954), L’arco teso (1956), Sporgersi degli adesso (1959), Dove s’incontrano le parallele (1960), L’incompiuta (1961), Quello che vedo è splendido (1961), L’ora degli ultimi (1962). Per la narrativa pubblicò il romanzo I nati per sempre (1935) e il racconto Atil (1938). Di carattere saggistico, estetico e filosofico i volumi Storia sacra della bellezza (1934), Storia sacra dell’arte (1937), Orizzonti di storia soprannaturale (1938), Abecedario universale (1942), Adamo si mette a capire (1953), Anatomia del mistero (1956), Il Messia della Legione innocente (1958), Storia sacra dell’ ‘adesso’ (1965).
In maniera vivida e in forma assai incalzante Giorgio Umani diede un’immagine del regionale per mezzo della sua poesia “Marchigiano” contenuta in L’ineffabile orgasmo (1953) nella quale ne sottolineava la doppiezza caricaturale del soggetto: da una parte creativo, abile nelle arti e degno di rispetto dall’altro debole e sottomesso, incapace di valorizzare se stesso e il genio dei suoi compari corregionali. Ricco di contenuti e di potenzialità ma scarso nella promozione e nella difesa. Consapevolmente intellettuale ma troppo vulnerabile per l’autopromozione (“non saprai mai/vendere bene/la merce che hai”), per la dichiarazione netta e convinta del suo stato.
Ed è così, in questa altalenante realtà di ricchezza e remissione, di intelligenza e inettitudine, che Umani descrive il regionale come la “formica d’Italia”, esserino piccolo e apparentemente insignificante, vulnerabile e minuto tanto da non essere visto. Eppure c’è.
Il marchigiano è parsimonioso e modesto (“mangi per mezzo”), operoso al punto di ergersi sulla sua personale forza d’animo che rappresenta una autosufficienza esistenziale (“non tendi la mano”). Una persona che si accontenta e tace, che osserva e non dice, che non recrimina né condanna, che non si lamenta né piagnucola, un uomo vulnerabile che è più portato all’assoggettamento che all’autorevolezza. Che si adegua e muta con la necessità degli eventi, che non grida né ricerca gesti celebrativi né accusa mancanze e disagi mantenendo sempre e comunque la sua completa mite, semplice ed orgogliosa auto sussistenza alla vita.
Il marchigiano è un uomo semplice che viene dalla terra (“parente/ povero d’ogni vicino”) che non ha nel suo dna la propensione ad esuberanze e velleitarismi ma, secondo la disanima attenta e realistica di Umani, è poi anche quello che facilmente finisce gabbato, usato, sfruttato, semplicemente non considerato per le sue potenziali ricchezze e proprietà, per la sua bontà d’animo che risiede nella generosità, nella tacita confidenza, nella devota sincerità. Un popolo al quale è facile prendere e al contempo altrettanto facile è il non-dare, il non-riconoscere, a favore di un abbassamento se non un vezzeggiamento delle sue genetiche qualità.
La tempra del marchigiano è quella di un uomo saldo e vigoroso, che si è fatto e maturato sul lavoro pesante, sul lavoro nei campi ma anche nella partecipazione dignitosa a conflitti armati.
L’abbassamento del marchigiano, questo continuo sminuire, deprivare le reali ricchezze che lo contraddistinguono è un fenomeno comune ispessitosi dal fatto che è lui stesso il primo a non adoperarsi per evitarlo. La smodata parsimonia, il riserbo connaturato, il silenzio, il temperamento sottaciuto, il rigetto di magniloquenze o estremismi, lo fanno debole ed emarginato, isolato e vulnerabile, pacioso di una bonarietà retrattile e perniciosa. Di questo “ingegno sottile”, della palese talentuosità del regionale, Umani richiama alcune delle potenze espressive maggiori, da Gentile a Raffaello, da Gigli al Bramante, passando per Spontini e Rossini non mancando di citare il Poeta per antonomasia, modello di riferimento instancabile, il locale Giacomo Leopardi. In una composta e fruttuosa elencazione dei talenti più incisivi a rappresentare le varie arti, Umani condensa una ricchezza che non è solo orgoglio marchigiano, ma patrimonio culturale dell’umanità tutta.
Dinanzi al chiasso e all’ostentazione il regionale preferisce il riserbo e la compostezza pagando un prezzo che sa di essere assai alto: il silenzio e l’inattività, la tacita presenza che, di contro, favoriscono l’affermazione di chi, diverso da lui, ha mezzi più eclatanti e rumorosi che, però, producono effetto: “Tu dove gli altri/ si fanno avanti/ a furia di gomiti/ a furia di spinte,/ sai solo l’arte di farti da parte,/ sai solo il modo/ di star tra le quinte,/ tu sempre pronto/ a cedere il passo,/ sempre disposto/ a coprire di fiori/ i padreterni/ che vengon di fuori”.
Minimizzazione, reticenza e incapacità, inettitudine e mancanza di scaltrezza, fuga dagli antagonismi e dai ribellismi, mancanza di una forte autodeterminazione improntata alla difesa identitaria e delle proprie ricchezze. In tutto ciò domina, forse, una non radicata autostima, un senso di vulnerabilità e timore, un’ossessione reverenziale verso l’altro piuttosto che il sacrosanto ascolto di sé stessi: “Pare/ che chiedi scusa/ di respirare”, annota Umani, a significazione evidente di questo atteggiamento quasi insano del regionale che è sintomatico e artefice di un processo di negazione identitaria, preoccupante e, invero, di carattere paurosamente genetica.
Ecco poi che dalla genialità artistica di alcuni marchigiani eccellenti il poeta passa all’elencazione di alcuni ambiti naturalistici che arricchiscono la Regione (il Conero, il Furlo, Frasassi, etc.) lasciando intendere, anche in questa circostanza, la sua tendenza a non sapersi autopromuovere, a farsi conoscere, a celebrare il bello che ha in casa sua. Predominano, ancora, nell’approssimazione che si sta facendo al temperamento regionale, i toni grigi di reticenza e inabilità, nonché una forma enigmatica e pesante di rassegnazione vittimistica.
La conclusione dell’Umani, perentoria e assai aspra, ha la forma di una autocondanna pressante da portare: “tu sarai sempre/ il Marchiano/ quello che tira il carretto,/ […]/ quello che porta il peso/ e non se ne dà per inteso,/ quello per cui non c’è posto,/ non c’è né fumo né arrosto”. Il monito che lancia è però evidente: se il regionale non si arma di orgoglio e di volontà e non fa nulla per cambiare, allora rimarrà l’ultimo ad aver voce, sarà dimenticato e bistrattato e, cosa ben più grave ancora, sarà lui stesso colpevole per non aver permesso di mettere al bando lo svilimento della sua immagine.
Il marchigiano è un uomo di atteggiamenti distinti e netti, privo di gradazioni intermedie: retto e austero, ironico e beffardo (“pio e strafottente”) capace di grandi cose ma dall’animo tendenzialmente mesto ed appiattito (“buono a far tutto/ e pago con niente”), incline a una profonda nostalgia, ingrigito da uno stato di noia, da un’indecisione di fondo che risiede proprio nella sua mancanza di esuberanza e attivismo.
Umani chiama in causa anche lo spauracchio nero dell’invidia che spesso può riguardare chi non riesce ad esprimere un lecito e fisiologico stato di felicità dinanzi all’affermazione motivata di un suo compaesano, di un suo regionale, preferendo, in maniera masochistica, trovare il modo –anche il più abbietto- per affossarlo con l’intento di infangare il talento che dovrebbe, invece, ingenerare in lui felicità e condivisione (“tu che dovresti/ dargli una mano,/ sei sempre il primo/ che l’ha da colpire,/ sei sempre quello/ che gli ha da far guerra/ e sotto ai piedi/ gli scava la terra”).
La chiusura della lunga lirica ritorna sull’immagine della formica da Umani scelto a rappresentare questo popolo semplice e taciturno, pieno di ricchezze, che custodisce gelosamente quasi con il desiderio di preservare quella coralità provinciale chiusa in se stessa. Nell’auto-denigrazione di sé stesso, nel processo di impoverimento e riduzione che il marchigiano intuitivamente è portato ad attuare risiede al contempo causa e conseguenza del suo male: l’incapacità di crescere o di sognare godendo del riconoscimento del proprio lavoro e della propria operosità nella difesa della propria terra e della promozione delle eccellenze.
[1] Nel 2005, nell’occasione dei cinquanta anni dalla sua morte, a Cupramontana, sua città natale, si è tenuta una giornata di studi in sua memoria nella quale sono intervenuti il prof. Giancarlo Galeazzi (Università di Urbino), il prof. Guido Garufi (Università di Macerata) e il prof. Carlo Francalancia (Università di Camerino). Gli atti della giornata sono contenuti nel volume Testimone del ‘900. Atti della giornata di studio, 3 dicembre 2005, a cura di Riccardo Ceccarelli, Cupramontana, 2006.
Anna Manna; Daniela Fabrizi, Migranti. A passi nudi, a cuori scalzi, Aracne, Roma, 2016. Introduzione a cura di Lorenzo Spurio, Saluto di Iole Chessa Olivares e Prefazione di Dante Maffia.
Anna Manna e Daniela Fabrizi hanno deciso di unire in un unico volume una serie di loro liriche accomunate dalla tematica civile relativa al fenomeno ormai planetario dell’immigrazione verso l’Europa vista da interi popoli che fuggono la guerra, la dittatura, la povertà e la disperazione, come un nuovo Eldorado. Le cronache degli ultimi tempi non mancano di narrarci di quanti morti ogni volta si contano nelle repliche delle tante tragedie per mare dove imbarcazioni di fortuna sovraccariche di persone stipate come animali finiscono per non reggere: il legno si incrina e il barcone si spezza, affonda nelle acque scure di un Mediterraneo indifeso che come una densa coperta ricopre i tanti lutti e fa sciabordare le onde nell’illusione di risollevare le vite assopite per sempre nei fondali.
Entrambe le poetesse hanno dedicato al tema la gran parte dei componimenti inseriti in questa raccolta ma lo hanno fatto in modo assai differente (ed è questo uno dei punti di forza di questo libro). Anna Manna Clementi, che apre la raccolta con la silloge dal titolo “Esodo”, si concentra sull’elemento equoreo ossia sul fenomeno migratorio visto nella fuga per mare verso le coste dell’Europa.
L’elemento sensoriale al quale la Nostra sembra essere particolarmente legata, quasi in maniera inscindibile, è quello sonoro: Anna Manna con i suoi versi ci fa sentire con nitidezza le urla rotte, le grida lancinanti, i rumori assordanti e impetuosi, i gorghi rumorosi e affannanti del mare, descrivendoci la tragedia dei barconi che si inabissano in maniera diacronica: dal giorno dominato da un sole all’apparenza timido allo scenario notturno, cupo e privo di conforto nel migrante alle prese con l’avaria del mezzo di trasporto. Così quelle urla, quegli SOS accorati finiscono ben presto silenziati quando l’acqua, pregna di sale, occupa in maniera opprimente i polmoni dei poveri derelitti. Ciò avviene in maniera non molto diverso da ciò che la compagine europea ed internazionale fa: parla del fenomeno e si dice costernata per le tragedie impegnandosi in summit allargati per ovviare a decisioni veloci da prendere, salvo poi stanziare fondi ai paesi più coinvolti dal fenomeno lasciandoli in balia di sé stessi a gestire l’inarrestabile penosa avanzata. L’incapacità di intervento, la mancata concretezza nella gestione del dramma finiscono per mostrare un’Europa disattenta, fredda, razzista e connivente in una certa maniera con la mercanzia delle anime, con il crimine etnico. Crimine che è ancor più spietato e schifoso per il fatto che è esso stesso merce di consumo nel circuito informativo dove l’immigrazione diviene spesso tema da talkshow nel quale dire tutto e il contrario di tutto, acconsentire o dissentire, mostrarsi o accaparrarsi la simpatia di fasce della popolazione, impiegare il tema, demagogicamente, quale impegno del proprio partito in una possibile campagna elettorale.
I vestiti degli sventurati si inzuppano di acqua e si fanno pesanti, l’umidità addosso infradicia le ossa, il cielo è lì, alto, come disegnato e sembra impossibile ricavarci una qualche consolazione. Le carni sono pressate, il tormento invade le menti, l’angoscia di non farcela macchia il cammino della speranza mentre i bambini piangono e le proprie madri si apprestano a dargli tutto ciò che possono, il loro latte fattosi ormai acerbo dal disprezzo nei confronti della vita.
La natura ambientale che accoglie la dipartita delle anime ha assunto anch’essa gli stilemi di una depravazione morale, di un’incompatibilità con la vita dell’uomo: colpiscono le “viscide alghe”, ne percepiamo quasi la loro ignavia e al contempo la vigliaccheria, il mare, pure, sembra assumere peculiarità umane e rendersi fautore di un “ghigno spaventoso”, bestiale e malefico, privo di redenzione. Un’acqua di morte che nega il ciclo di rinascita, si fa densa e piena di propaggini, mani che non aiutano né sollevano o facilitano il galleggiamento, ma che, pesanti e dalla presa diabolica, afferrano e trascinano nei fondali più infimi. Una condizione apocalittica alla quale la Nostra contrappone il suo fiero disappunto con foga e con un dolore autentico che la conduce a vagheggiare istinti mortiferi e annullanti l’intera umanità (“se fossi forte vorrei spezzare il mondo”) per metter fine alla sperequazione della speranza tra fortunati e disperati, ed esser tutti fratelli, in un’angoscia comune che si può realmente conoscere solo se la si vive.
Se il mezzo identificativo delle poesie di Anna Manna Clementi è rappresentato da quel mare infingardo che diviene pozza mefitica di certezze e sepoltura di massa, l’altra poetessa, Daniela Fabrizi, si concentra in particolar modo sull’elemento terra. Anch’essa ci parla del fenomeno migratorio del nostro periodo storico visto, però, per mezzo delle lunghe traversate per terra, principalmente quella di siriani ed iracheni che sulle proprie gambe risalgono ampi territori, passando per la Turchia e cercando poi di immettersi nell’Europa attraverso la Grecia o, più frequentemente nelle ultime settimane, proiettandosi verso i Balcani quale meta finale per l’ingresso nei confini della Comunità Europea. Per tali ragioni Daniela Fabrizi non può non parlare del fenomeno eclatante di divisione, una sorta di nuovo muro di Berlino, che il governo del conservatore Orbán in Ungheria ha fatto costruire a salvaguardia delle proprie frontiere.
Non solo viene negata l’assistenza e l’asilo al profugo di guerra ma anche il passaggio per una nazione che possa permettergli dopo settimane di duro cammino di poter entrare in Croazia e dunque in Europa.
La Nostra sottolinea con particolare enfasi nelle sue liriche questa durezza dei cuori che si esplica negli elementi di chiusura, recinzione, allontanamento che non fanno altro che esacerbare differenze tra etnie, culture e società contribuendo alla segregazione di alcune e al dominio di altre: “Un certo Abele mi chiamava fratello”, scrive nella poesia “Fratello”.
Il binomio di esperienze letterarie di Anna Clementi e Daniela Fabrizi in questo caleidoscopio di riflessioni amare su uno dei problemi sociali più cocenti e gravi del momento è senz’altro riuscito. In esso, meglio di qualsiasi pagina di giornale o foto di una qualche tragedia annunciata, è contenuta la sofferenza e lo scoramento di due donne che, pur appartenendo alla società civile di un mondo Occidentale, fanno propria l’esigenza della battaglia per la vita. Un esodo di dimensioni bibliche dove lo straniero viene visto come minaccia pericolosa, un esilio per nulla romantico, gravato da un desiderio impetuoso di fuga. Mentre la tv ruggisce notizie più o meno simili di barconi spezzatisi al largo del mare o di militari che sparano contro le orde migranti in uno stupido e deprecabile confine, non c’è più tempo di stare ad ascoltare. Per alcuni, per i cultori della dialettica verbosa e inconcludente forse non siamo ancora arrivati al collasso e –come dice la Fabrizi- “si sta [ancora] aspettando il boato”.
Esso, però, si è già prodotto e giorno dopo giorno lo percepiamo con sofferenza nella insanabile deflagrazione dei cuori.
In un percorso tra versi intimi e meditazioni più riflessive con le quali Rita Angelelli affronta il tema della violenza di genere, questo libro fornisce una congrua immagine –in termini letterari- di quanto la cronaca giornalmente ci informa: stupri, violenze psicologiche, casi di abuso, stalking serrato, minacce sino ad arrivare all’epilogo più truce, la morte. Cambiano le modalità, è vero, anche se le armi da taglio sembrano –forse per un retaggio ancestrale di una cultura subalterna assai presente nel Belpaese- ancora avere il predominio, cambiano i contesti e i luoghi di origine, cambiano i nomi delle vittime ma non la disperazione e il tormento delle famiglie, non il colore del sangue versato né la natura folle dell’uomo.
Con un metro poetico equilibrato ricco di anafore e tautologie e un utilizzo lessicale di terminologie tecnicamente avulse al genere di riferimento, la Nostra ci parla di storie vissute e di storie degli altri, di amare vicende di dolore ed emarginazione domestica dove l’uomo prevarica accecato dalla gelosia o semplicemente si veste da bestia feroce per appropriarsi della donna come una preda.
È in questa maniera che si produce una cesura profonda, con lacerti gocciolanti sangue che solo raramente riesce a trovare una cicatrizzazione: si tratta del fenomeno della rottura a cui Rita si riferisce che è presente nell’intero libro. Quando l’amore diventa ossessione, quando la mano prima delicata e capace di far godere l’amata diventa arma di dominio, propaggine per brandire un’arma, si produce una rottura. È il segno che si è giunti a una situazione complicata, nociva e malgovernabile.
Le poesie qui contenute tendono a sottolineare l’universo emotivo di una donna, profondamente scissa e carente nell’autostima, che si vede di colpo diventare preda, oggetto, in un processo di brutalizzazione duro da sostenere e psicologicamente disturbante. La Nostra parla di tali circostanze come di momenti in cui “il cervello rischia di non farcela”. Non è solo il cuore, tradito da un atteggiamento di rivalsa e di dominazione a non reggere, bensì anche il cervello, il centro della ragione che, sopraffatta da una situazione di sottomissione e nullificazione di tal fatta, non è in grado di sostenere l’offesa e l’abuso.
Sono momenti bui che la donna spesso non riesce a prevedere né a gestire ricorrendo alla confessione con la famiglia, gli amici o a denunciare alle pubbliche autorità, vivendo in un abisso di terrore e di minaccia continua che il proprio uomo, nella versione antipodale della bestia, non rincari la dose e si avvalga su di lei in maniera ultima e decisiva con un atto lesivo e inguaribile, quello dell’assassinio. Si tratta di ciò che la Nostra definisce il “Crocevia/ più pericoloso della vita”, quel punto snodale nel quale è possibile assumersi la responsabilità di scelta ma che, nella sopraffazione psicologica, nell’abuso intellettivo, non riesce ad esser percorsa.
La lirica che dà il titolo all’intera raccolta –per altro la più ricca di simbologie allusive e la più impressionante- ci consegna l’estremizzazione di quel processo di rottura del quale si parlava che, in questo caso, si evidenzia in termini fisici: la rottura della bambola. Significato di una persona lacerata e distrutta, frutto di continue sevizie e tormenti, ma anche di una psicologia conturbata e annerita dall’effetto traumatico di questa esperienza. I cocci di questa bambola non sono solo le concrete partizioni di un essere donna che viene meno, che è stato sopraffatto e dilaniato dal potere di una mente malata, ma è anche la spoliazione dell’identità. I casi di violenza domestica e di violenza sessuale in genere, laddove non diano come risultato l’omicidio o il suicidio della donna (mezzo quest’ultimo che è comunque una forma di risposta, sebbene autolesionistica) producono in termini cognitivi un effetto spossante e schizofrenico risultando nell’aggravamento del caso clinico e nella maturazione di una forma di insania o patologia.
Pubblicazioni come queste non servono a risolvere il problema che è endemico e inarrestabile, anche a causa di precarie e non risolutive misure legislative previste dal nostro Codice Penale, ma serve, comunque a far capire che una bambola può essere rotta solamente da un bambino che ci gioca incautamente e non da un uomo maturo perché, così facendo, oltre a minacciare il senso di comunità, involve al bestiale. La ricorrenza alla dimensione religiosa che viene richiamata o ricercata in varie liriche amplifica ancor più il sentimento di inquietudine della donna, priva di baluardi e abbandonata a sé stessa, dove non resta che Dio, quale unico uomo buono, al quale appellarsi. Perché una donna che subisce difficilmente troverà la forza di vedere in un uomo di carne ed ossa una persona disinteressatamente buona e sensibile ai suoi bisogni, vivendo nell’ossessione dell’accaduto che, pur allontanata con una buona terapia, mai sarà completamente obliata.
Il Consiglio Direttivo della Associazione Culturale Euterpe di Jesi, riunitosi d’emergenza in data 30 ottobre 2016 a seguito degli ultimi eventi sismici che hanno interessato il Centro Italia e che hanno provocato sensibili danni in vari Comuni della Regione Marche nonché forte disagio e una diffusa inquietudine, ha deciso di annullare l’evento di premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” precedentemente concordata per domenica 6 novembre p.v. a Jesi (AN) presso la Chiesa di San Nicolò (edificio del XII-XIII secolo).
In queste condizioni di nervosismo e di viva preoccupazione per lo stato di impotenza dinanzi a quanto è accaduto e sta accadendo non sussistono le normali condizioni per la salvaguardia della sicurezza e dell’incolumità e neppure la giusta tranquillità di chi, come noi Organizzatori, dovrebbe gestire l’intera serata. Per tali ragioni la premiazione viene annullata e posticipata in data da destinarsi e comunque non prima della primavera 2017.
Tutti i premi verranno consegnati durante la nuova premiazione di cui verrà dato conto con successive comunicazione.
Comprendiamo l’eventuale disagio procurato da tale decisione dettata da cause di forza maggiore ma preghiamo di comprendere le nostre, che stiamo vivendo momenti difficili dominati da destabilizzante impotenza, terrore e forte malessere.
Si terrà nel suggestivo ambiente della chiesa romanica di San Nicolò a Jesi la cerimonia di premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” ideato e presieduto dal critico letterario e poeta jesino Lorenzo Spurio.
La serata conclusiva di questo importante appuntamento letterario che dal 2015 ha sede nella città federiciana, chiamerà a raccolta poeti provenienti da ogni parte d’Italia che si riuniranno nella più antica chiesa della città domenica 6 novembre a partire dalle ore 17:30. L’intero evento è organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe, con il Patrocinio Morale della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi e la collaborazione delle Associazioni “Le Ragunanze” di Roma e “Verbumlandi-art” di Galatone (LE).
Presenterà e condurrà l’evento il Presidente del Premio, dott. Lorenzo Spurio, coadiuvato dalla dott.ssa Susanna Polimanti che ha presieduto la Commissione di Giuria formata da esponenti del panorama culturale nazionale: Michela Zanarella, Emanuele Marcuccio, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin, Stefano Baldinu, Cinzia Franceschelli, Alessandra Prospero e Luigi Pio Carmina.
Durante la serata si terranno intervalli musicali ad opera dei ragazzi della Scuola Musicale “Gian Battista Pergolesi” di Jesi diretta da Sergio Cardinali.
La Commissione di Giuria provvederà a consegnare i premi ai vincitori assoluti, ai menzionati e i premi speciali scaturiti da un’attenta operazione di lettura, analisi e valutazione dei 1300 testi pervenuti a concorso.
Per la sezione poesia in lingua italiana il 1° premio verrà consegnato a Lucia Bonanni di Scarperia / S. Piero a Sieve (FI) con la poesia “Da Viznar a Pripyat”, il 2° premio a Rita Muscardin di Savona con la poesia “Padre se ancora m’ascolti” mentre il 3° premio alla poetessa sarda Carla Maria Casula di Alghero (SS) con “Parole di pioggia”.
Per la sezione poesia in dialetto il podio è così rappresentato: 1° premio a Luca Talevi di Ancona con la lirica “L’urlo”; 2° premio ad Angelo Maria Ardu di Flussio (OR) con la poesia “Soledade de unu pastore ‘etzu” e 3° premio a Massimo Fabrizi di Jesi (AN) con “Tàcido accordo”.
Da quest’anno il Premio contempla anche la partecipazione alla terza sezione ossia lo haiku, il genere poetico giapponese molto apprezzato e coltivato in Occidente. A salire sul podio per questa sezione saranno al 1° posto Nunzio Industria di Napoli, al 2° posto Carla Bariffi di Bellano (LC) e al 3° posto Oscar Sartarelli di Jesi (AN).
Numerosi i premi minori per le tre sezioni, indicati quali Menzioni d’Onore e Segnalazioni della Giuria e degni di nota i premi speciali attribuiti ad alcune opere ritenute particolarmente meritorie. Tra i premi speciali due calabresi: Gaetano Catalani di Ardore Marina (RC) che ottiene il Premio Speciale per la poesia in dialetto con “I Sorùru” e Daniela Ferraro di Locri (RC) che vince il Premio Speciale per la tematica sociale con “Le stelle camminano piano”. Il Premio Speciale del Presidente di Giuria andrà ad Assunta De Maglie di Cingoli (MC) con la poesia “La malinconia del mare” mentre il “Trofeo Euterpe” sarà attribuito alla jesina Sabrina Valentini con una poesia di impegno civile dedicata alla drammatica scomparsa di Giulio Regeni avvenuta in Egitto.
Tra gli altri premi speciali figurano quelli gentilmente offerti da due associazioni culturali con le quali l’ Associazione Euterpe di Jesi mantiene rapporti di amicizia, stima e collaborazione ossia il Premio Speciale Le Ragunanze (gentilmente offerto dalla Presidente di questa Associazione, dott.ssa Michela Zanarella) conferito a Michele Paoletti di Piombino (LI) con la poesia “Interno, giorno” e il Premio Speciale Verbumlandi-art (gentilmente offerto dalla Presidente di questa Associazione, la dott.ssa Regina Resta) conferito alla poetessa Rosanna Di Iorio di Cepagatti (PE) con la poesia “Le favole e i giorni”.
Come negli anni passati la Commissione di Giuria ha deciso di conferire Premi alla Carriera e Premi alla Memoria a riconoscimento di insigni intellettuali del Belpaese che hanno arricchito il genere poetico mediante le loro opere e all’instancabile attività di promozione culturale. Il Premio alla Carriera verrà consegnato alla milanese Donatella Bisutti, poetessa, narratrice, saggista e giornalista. La Bisutti è autrice di vari libri tra cui Inganno Ottico (1985) –vincitore del Premio Montale-, Colui che viene (2005 – introdotto da Mario Luzi), Rosa Alchemica (2011), il bestseller La Poesia salva la vita (1992). Ha tradotto opere di Edmond Jabès e di Bernard Noël; nel 2008 ha fondato la rivista «Poesia e Spiritualità» e nel 2015 «Poesia e Conoscenza».
La Giuria assegnerà i Premi alla Carriera Poetica a due esponenti rilevanti della poesia contemporanea: la calabrese Giusi Verbaro e l’abruzzese Pasquale Scarpitti.
Giusi Verbaro (1938-2015) poetessa calabrese, visse la gran parte della vita lavorativa a Firenze. Autrice di numerose raccolte poetiche tra cui Voglio essere voce (1970), A valenze variabili (1981), Itaca, Itaca (1988), Nel nome della madre (1997), Il vento arriva da uno spazio bianco (2013),… Nella sua Regione diede grande impulso alla poesia fondando i premi “Città di Catanzaro”, il “Cariati”, il “Città di Sant’Andrea”.
Pasquale Scarpitti (1923-1973), scrittore, giornalista RAI e poeta di Castel di Sangro (AQ), pubblicò i libri Terra promessa (1959), Canzone del Sud (1969), Pay Toll (1972) e Discanto (1976); collaborò alla principali riviste letterarie dell’epoca. Venne antologizzato nel volume Poesia Abruzzese del ‘900 curato da Gianmario Sgattoni (1961).
Durante la cerimonia verrà presentata e diffusa l’opera antologica del premio che contiene il saluto del Presidente di Giuria, tutti i testi dei vincitori a vario titolo, le motivazioni critiche stilate dalla Commissione e un appendice con le notizie d’autore dei membri di Giuria.
Il Consiglio Direttivo della Associazione Culturale Euterpe di Jesi, riunitosi d’emergenza in data 30 ottobre 2016 a seguito degli ultimi eventi sismici che hanno interessato il Centro Italia e che hanno provocato sensibili danni in vari Comuni della Regione Marche nonché forte disagio e una diffusa inquietudine, ha deciso di annullare l’evento di premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” precedentemente concordata per domenica 6 novembre p.v. a Jesi (AN) presso la Chiesa di San Nicolò (edificio del XII-XIII secolo).
In queste condizioni di nervosismo e di viva preoccupazione per lo stato di impotenza dinanzi a quanto è accaduto e sta accadendo non sussistono le normali condizioni per la salvaguardia della sicurezza e dell’incolumità e neppure la giusta tranquillità di chi, come noi Organizzatori, dovrebbe gestire l’intera serata. Per tali ragioni la premiazione viene annullata e posticipata in data da destinarsi e comunque non prima della primavera 2017.
Tutti i premi verranno consegnati durante la nuova premiazione di cui verrà dato conto con successive comunicazione.
Comprendiamo l’eventuale disagio procurato da tale decisione dettata da cause di forza maggiore ma preghiamo di comprendere le nostre, che stiamo vivendo momenti difficili dominati da destabilizzante impotenza, terrore e forte malessere.
Si terrà venerdì 28 ottobre presso la Biblioteca Comunale di Agugliano (AN) la presentazione della antologia di poesia marchigiana “Convivio in versi” curata dal critico letterario e poeta jesino Lorenzo Spurio che -dopo numerosi incontri pubblici su tutto il territorio Regionale per far conoscere questa ampia antologia poetica- si approssima a chiudere il tour di presentazioni. L’evento, inserito all’interno del programma di iniziative del “Festival della Cultura” promosso dalla Associazione La Guglia di Agugliano, sarà una buona occasione per parlare di poesia marchigiana, di alcuni poeti che hanno marcato, tanto in lingua quanto in dialetto, il percorso culturale della letteratura locale giungendo -in taluni casi- anche a inserirsi in quella nazionale.
L’evento inizierà alle 21:30 e sarà presentato dalla scrittrice Alessandra Montali. A seguire interverranno una serie di poeti che daranno lettura a loro componimenti: Elvio Angeletti, Andrea Ansevini, Maria Luisa D’Amico, Renata Morbidelli, Ilaria Romiti, Laura Molinelli, Nadia Diotallevi, Umberto Emili, Massimo Fabrizi, Massimi Grilli, Asmae Dachan, Stefano Sorcinelli, Lucio Cammerucci, Gianni Palazzesi.
Durante la stessa serata (ore 21:00) verrà inaugurata la mostra di opere fotografiche dal titolo “I lavori de ‘na ‘olta” del Maestro Giorgio Marinelli.
Domenica 23 ottobre alle ore 16:30 presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia si terrà, con il Patrocinio del Comune di Senigallia, un evento culturale voluto e promosso dall’infaticabile poeta dialettale Franco Patonico. La serata si aprirà con la presentazione del suo ultimo libro di poesie, dal titolo “Cantastorie”, condotta dal critico letterario Lorenzo Spurio che presenterà l’autore e l’opera a partire dalla nota di prefazione che ha stilato per il volume.
Durante il ricco pomeriggio verranno altresì proiettate delle video-poesie, genere che molto piace a Franco Patonico e con il quale si è espresso numerose volte anche in altre situazioni e momenti di incontro poetici.
Nella seconda parte, invece, avrà luogo una messa in scena di alcuni estratti dell’opera in vicentino “Montecchi e Capuleti” di Zeffirino Agazzi (creata sulla celebre opera del drammaturgo inglese William Shakespeare) che Patonico proporrà in una inedita versione dialettale in senigalliese. Rappresenteranno alcune scene scelte dell’opera Sara Gasperini (Giulietta), Filippo Paolasini (Romeo) e Letizia Greganti (Governante). La rappresentazione avverrà con le voci narranti -fuori scena- di Donatella Angeletti e Mauro Pierfederici.