Recensione di “Una settimana di vacanza” di Christine Angot a cura di Lorenzo Spurio

Una settimana di sesso o di vacanza?

Un commento su “Una settimana di vacanza” di Christine Angot

  

A cura di Lorenzo Spurio

 

UnaSettimanaDiVacanzaNon conoscevo la scrittrice francese Christine Angot fino a che in una delle tante e-mail promozionali che le librerie on-line inviano, non ho visto la copertina di una sua opera: “Una settimana di vacanza”[1]. Mi colpì inizialmente la copertina nella quale si vede il viso angoloso di una donna –l’immagine fa pensare a una delle tante “demoiselles d’Avignon” del celebre quadro di Picasso dove dipinse le prostitute di un quartiere barcellonese. Della donna ritratta colpiscono gli occhi al centro, rivolti direttamente al lettore, sebbene la donna sia di profilo, il rossetto lucido e una macchia di sangue (sembrerebbe) non uniforme sulla gota della donna. Il titolo, “Una settimana di vacanza” non aiuta a sviscerare il significato della copertina e, come si vedrà, neppure il contenuto del romanzo.

Ci troviamo di fronte a un romanzo piuttosto breve che dal punto di vista tematico ha poco da narrare: si tratta di una settimana di vacanza di un uomo e donna dei quali non ci viene mai detto il nome. Escludiamo dal tipo di rapporto che hanno, e che ora vedremo, che si trattino di marito e moglie e anche di due fidanzatini; l’idea predominante che ci si fa leggendo la storia è che ci sia una qualche stortura nel rapporto tra i due, o per lo meno nel rapporto canonico uomo-donna come siamo soliti pensarlo. Lui è più anziano di lei ed ha un buon lavoro (vari elementi fanno pensare che sia un docente di linguistica presso una qualche università) che gli consente di vivere egregiamente dal punto di vista economico, è sposato e sembra non avere figli. Il rapporto coniugale sembra ormai essersi disfatto –anche se non viene detto- e questo può essere intuito dalle tante storie libertine che ha avuto con varie ragazze.

La narrazione è esterna, il narratore osserva le due persone da fuori come se stesse al di là del vetro e raccontasse tutto quello che vede, ma spesso interviene l’uomo soprattutto mediante una serie di domande, obblighi ed esortazioni alla donna affinché faccia qualcosa.

La donna, che in realtà è una ragazza, è giovane ed è ancora vergine e non ha mai voce nel corso di tutto il romanzo; l’uomo si rapporta continuamente a lei chiedendole favori sessuali, pratiche orali e la completa disponibilità a soddisfarlo. Viene da pensare che la ragazza sia minorenne e che proprio per questo motivo il tizio l’abbia portata con sé in un hotel, lontano da sguardi molesti. Questa idea viene avvalorata anche dal fatto che la ragazza sia “vergine” e in realtà potrebbe essere poco più di una bambina che si sottopone alle richieste dell’uomo senza comprenderle né mostrando forza nell’imporre un rifiuto. Se la ragazza è minorenne, l’uomo sta commettendo consapevolmente un reato; la ragazza non parla mai nel libro o, meglio, parla sempre attraverso la voce dell’uomo che ci dice cosa fa o non fa. In realtà è sempre disponibile a soddisfare l’uomo in ogni suo desiderio sessuale e si noti che l’atteggiamento dell’uomo dal punto di vista erotico è morboso e maniacale con ossessive e preoccupanti richieste (richieste-obblighi) di effettuare su di lui del sesso orale.

I sentimenti sembrano essere scansati via dalla stanza dell’albergo anche se l’uomo spesso –forse per addolcire la sua foga di predatore- dice di amarla e di non essersi mai sentito così coinvolto.  Tutta la narrazione è fondata sull’ossessione del blowjob, sulle richieste sempre più spinte e non condivise da un punto di vista mentale dalla controparte, dal libertinaggio sfrenato e dalla mancanza d’amore. Il sesso è espressione di pervertimento e di mania insaziabile che, avvenendo al di fuori delle leggi che sanciscono la normalità (il consenso del partner, la maggiore età del partner), inseriscono la storia all’interno del mondo della devianza che viene subita e che rimane sottaciuta. Il linguaggio è freddo, diretto, clinico, come se si leggesse con attenzione un elenco o un bugiardino medico, senza possibilità di accogliere empatia, calore, condivisione e, soprattutto, di dar voce alla controparte femminile.

La donna, che come abbiamo detto probabilmente è una ragazza nel suo processo di maturazione o, addirittura, (si spera di no) una ragazzina in età pre-puberale, non ha voce sia perché l’uomo non le consente di esprimersi, sia perché ha un’età così giovane che ancora non ha conoscenza del mondo e non sa come rapportarsi a quello che le viene richiesto di fare. Si noti l’incipit del romanzo, degno dell’ampia tradizione underground nella narrativa americana:

E’ seduto sulla tavoletta di legno bianco del water, la porta è rimasta socchiusa, ha un’erezione. Ridendo tra sé e sé, toglie dall’involto di carta una fetta di prosciutto cotto che hanno comprato insieme al minimarket del paese e se la posa sul pene. Lei è in corridoio, appena uscita tal bagno, cammina, sta andando verso la camera per vestirsi, lui la chiama, le dice di spingere la porta.

“Hai fatto colazione stamattina?  Non hai fame? Non vuoi un po’ di prosciutto?”

Lei s’inginocchia davanti, si piazza tra le gambe che lui ha aperto per accoglierla e prende con la bocca un pezzo di prosciutto, che mastica e poi inghiotte. (p. 9).

Nella stanza dell’hotel non si pensa altro che a rapporti sessuali prima orali, poi anali e infine vaginali, dopo tanta reticenza dell’uomo perché ossessionato dal fatto di non farle perdere la verginità tanto che al lettore possono dar noia, se non ci fosse qualche breve diversivo, come la lettura del libro “Cani perduti senza collare” di Gilbert Cesbron che spesso viene evocato.

La ripetitività dei rapporti erotici e la mancanza di una pluralità di voci che consenta di trasmettere una visione differenziata su quegli eventi o che metta in luce questioni, idee o interpretazioni sulle quali l’uomo possa controbattere, genera una certa monotonia dal punto di vista tematico ed è lo stesso uomo, colui che potremmo definire il “dolce aguzzino”, ad osservare:  “Non possiamo passare tutta la giornata nella toilet” (p. 20) con “nella toilet” l’uomo intende a far sesso orale in uno spazio piccolo e scomodo. Difatti si trasferiranno ben presto nella camera, sul letto e proseguiranno instancabili.

angotLa possibilità che lei sia una ragazzina è avvalorata anche dal fatto che lei non conosce molte cose, di sesso è completamente ignorante, ed è lui a spiegarle posizioni, come avviene la penetrazione etc; c’è, inoltre, anche un altro elemento, il fatto che l’uomo obblighi la ragazza a chiamarlo “papà” che fa pensare che ci sia una significativa differenza d’età tra i due.

Nel romanzo affiora più volte lo spettro della pedofilia, ma è solo una interpretazione, pure lecita, ma che non viene riconosciuta né sconfessata, a differenza di quanto ad esempio avveniva in “Lolita” di Nabokov dove la componente erotico-ossessiva non era slegata da un attaccamento emotivo con la ragazzina.

La ragazza è una persona debole, timida e fortemente titubante, elementi caratteriali che in quelle condizioni compromettono ulteriormente il livello di consapevolezza e di presa di decisioni: “Prima di rispondergli, per non fare errori, lei formula le frasi a mente. Al momento di lanciarsi per pronunciarla, però, s’impappina. Deve ricominciare da capo. […] Lei non sa più cosa voleva dire, si confonde, la frase diventa sempre più incomprensibile” (p. 47). La ragazza è sola, non comprende ciò che l’uomo le propone e l’assoggetta a fare e sembra addirittura aver paura delle sue reazioni per cui finisce per accontentarlo nei suoi desideri ai quali la ragazza si sottopone meccanicamente senza trarne piacere.

Il tema della differenza d’età è reso esplicito poi alcune pagine dopo, circa a metà dell’opera quando il “dolce aguzzino” la rimprovera duramente trattandola come una bambinetta (cosa che in realtà è): “Quanti anni hai? Non sai che il latte inacidisce? Cos’hai nella zucca? Non sai queste cose? Le sanno tutti” (p. 61). Forse la ragazza queste cose non le sa semplicemente perché è ancora una bambina e non ha la stessa esperienza del mondo che ha lui e soprattutto perché simili comportamenti sessuali sono o dovrebbero essere estranei dalle esigenze di un bambino. Poche pagine più avanti lui osserva sdegnato “Mi sembri proprio una bambina” (p. 70); “Piange. […] Le dice di  non gridare. […] Le dice che è ridicola. Che con quei grossi singhiozzi sembra proprio una bambina” (p. 92).

La storia erotica della coppia viene inserita all’interno di alcuni episodi della storia ufficiale che non concernono la Francia, il paese d’origine dell’autrice, ma la Spagna. Si parla della morte del dittatore Franco, che sappiamo essere avvenuta nel 1975 e dunque del suo funerale, della fine della dittatura e del traghettamento verso la Spagna democratica. Ancora una volta la ragazza non sa chi sia Franco (forse non sa nemmeno cosa sia la Spagna) e lui, il professorino, risponde seccato e maleducato all’atteggiamento d’incomprensione della ragazza nei confronti di ciò che accade in quei momenti nel mondo (in Spagna, in particolare): “Lei non sa chi sia” (p. 64).

Dopo quest’ampia analisi il lettore non deve però pensare che l’uomo sia un seduttore, né un tombeur de famme che ricerca ossessivamente il piacere carnale con la donna, in quanto come abbiamo detto, è probabile che nella sua “settimana di vacanza” si sia intrattenuto con una ragazzina e dunque sia un pedofilo e, addirittura, è poco convinto della sua sessualità quando veniamo a sapere che nel passato ha tentato anche un rapporto con un uomo: “Le racconta che un giorno è stato sul punto di fare un’esperienza omosessuale. Che alla fine l’esperienza non ha avuto luogo e lui se ne rammarica” (p. 65). Ci troviamo di fronte, dunque, una personalità camaleontica e poliedrica dal punto di vista delle preferenze sessuali, che giunge a diventare pericolosa e dalla quale prendere le distanze. Ovviamente questo viene fatto sulla base di una interpretazione personale che si dà della storia/degli eventi/dei personaggi, poiché la Angot è sempre attenta a non far trapelare di più di quello che potrebbe dire per veicolare al lettore la giusta interpretazione, cioè quella che lei intende inviare. Va ricordato a questo punto che la scrittrice ha spesso impiegato il sesso e la devianza nelle sue narrazioni quali metafora di sistemi di potere e di superiorità portati alle estreme conseguenze (il romanzo “L’incesto” del quale in Italia si è parlato poco e male, figura tra i libri “fuori catalogo” e dunque non ordinabili e questo non sarà un caso). Poiché quando si parla di sessualità e lo si fa in una maniera contorta, che coinvolge ma allo stesso tempo nausea, allora la condanna parte con una semplicità indicibile. “L’incesto” era tanto più fastidioso perché ispirato a dei motivi biografici dell’autrice, in particolare alla relazione incestuosa vissuta in età giovanile con il padre.

Quanto all’utilizzo della storia pubblica non ho compreso completamente perché la Angot inserisca la storia nella seconda metà degli anni ’70 alla vigilia della morte di Francisco Franco. Forse la dittatura, quale espressione di violenza, autorità e azzeramento delle libertà, è specchio allargato del rapporto di violenza e dominazione che contraddistingue l’uomo e la donna e il fatto che la Angot parli di fine della dittatura e quindi di ripristino della democrazia (anche se il processo sarà lento) può forse significare che la ragazza, dopo l’esperienza vissuta nella “settimana di vacanza”, si rifiuterà di accettare un’altra volta gli obblighi dell’uomo, manifestandosi donna totalmente libera di scegliere. Ma questo non accadrà come leggiamo poi nel finale del romanzo.

L’explicit è altrettanto ambiguo perché, non appena  la “settimana di vacanza” si conclude, i due si separano e l’uomo che sa che non potrà contare nei giorni successivi sulla sua sex-machine, è infastidito e turbato e mostra un atteggiamento sfuggente, inspiegabile e maleducato nei confronti della ragazza: “Le dice che è irritato, che lei è stata odiosa, che è assolutamente priva di tatto. Che dice cose al limite della maleducazione. […] Per il momento è irritato, in collera, preferisce stare solo anziché con una persona così priva di delicatezza che gli racconta di un sogno ingiurioso; che non può proprio sopportarla, non può vederla. Per un tempo indeterminato” (pp. 103-104). L’uomo è infuriato perché la ragazza ha osato prendere la parola, cosa che lui non ammette, e forse ha utilizzato un linguaggio colorito nel parlare in pubblico, linguaggio che lui stesso le ha insegnato e fatto sperimentare, ma che se viene usato in pubblico, per una persona “seria” e di rispetto come lui che è un professore, è inaccettabile.

L’orco è tale nella sua tana, ma una volta alla luce del giorno si veste di normalità e addirittura di pudicismo.

La ragazza che da bambina, e dunque vergine, esce da quella stanza dell’hotel donna, col caro prezzo scontato dell’abuso, avrà forse la vita rovinata. L’uomo, il “dolce aguzzino”, nella sua prossima vacanza, forse, rovinerà la vita a una nuova lolita e nessuno, ancora una volta, crescerà se non ci sarà un serio aiuto da parte della collettività nel far denunciare l’abuso subito alla ragazza o nel segnalare l’ossessione del sesso dell’uomo a un qualche specialista che possa tentare una forma di trattamento psicologica e sociale.

Però, è anche vero che la letteratura è una trasposizione della realtà, ma è anche un sogno, per cui forse la scrittrice ha fatto bene –anzi, benissimo- a non svelare le vere pieghe della storia perché in questo modo il lettore avrebbe demonizzato semplicisticamente l’uomo come “aguzzino” e la ragazza come “preda”; proprio per questo, per l’incertezza di fondo che aleggia volutamente sulla storia che comunque sa di strano e di perverso, ho nominato l’uomo un “dolce aguzzino”, c’è chiaramente del detto e del non detto.

Come ho avuto modo di osservare in un precedente articolo, la letteratura può essere immagine della realtà, ma non sarà mai la realtà e proprio per questo motivo nel romanzo possiamo benissimo fare a meno di un sistema correttivo della psicologia malata o di sostegno per la ragazza, perché in fondo sono creature letterarie e il compito del romanzo non è certo quello di trasmettere una critica al machismo, ingrediente della cultura patriarcale della Spagna a cui si fa riferimento.

I Nostri sono creature letterarie, sembianze di finzione e come tali l’autore deve percepirle, adottarle e analizzarle, esimendosi di condannare le lubriche azioni dell’uomo e la freddezza della Angot nel narrare una materia complicata e che ancora oggi, a trent’otto anni dal tempo della storia di questo plot, può dar fastidio o addirittura far ribrezzo.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

Jesi, 31 Luglio 2013

 

 

Una settimana di vancanza

Di Christine Angot

Guanda, 2013

Pagine: 105

ISBN: 9788823504127

Costo: 13 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 


[1] Christine Angot, Una settimana di vacanza, Parma, Guanda, 2013.

“Emozioni” di Mariagrazia Bellafiore, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

[P]er non morire una volta,
ci si costringe a morire,
un pochino
tutti i giorni.
(p. 27)

 

I9788898381203l nuovo libro di Mariagrazia Bellafiore, poetessa di origini siciliane residente a Como, edito da Libreria Editrice Urso, ha un titolo importante, Emozioni, e da subito ci immette in un saliscendi di squarci di storie vissute dove, appunto, è proprio il sentimento con le sue varie sfumature e derivazioni a fare da padrone.

L’autrice accosta la freschezza e la genuinità del suo verso ad alcuni disegni, in realtà sono dei bozzetti monocromatici, opera di Anna Spagnolo che ne arricchiscono le pagine.

Le liriche di Mariagrazia sono tendenzialmente brevi; i versi sono spesso molto corti tanto da contraddistinguersi con una sola parola e poi, subito, si prosegue il ritmo con la punteggiatura della virgola o quella più aperta e sospensiva dei puntini che in parte celano del contenuto, istituendo una ellissi, in parte danno modo al lettore di “riempire il buco” a suo modo, secondo le sue interpretazioni e volontà.

Il filo rosso della raccolta è sviscerato dal titolo, Emozioni, poiché Mariagrazia parla di momenti passati o presenti –si noti la grande malinconia nei confronti della terra d’origine, la Sicilia- ma di ciascuna rappresentazione non sono tanto i colori, i rumori o le sensazioni olfattive che la poetessa rievoca quali momenti focali nel recupero della memoria, ma proprio le emozioni. L’universo delle sensazioni emotive, le forme di empatia con gli altri e con il mondo, l’amicizia e la solarità della poetessa sono palesi in versi asciutti, ma chiarificatori, come nella lirica d’apertura dedicata appunto alla Trinacria nella sua stagione di rinascita, la primavera, che si chiude con una presa di coscienza netta, una riflessione decisa, un commento che non necessita antitesi: “Sensazioni ed emozioni/ che non dimenticano/ più” (p. 9). E si noti quel “più” che la poetessa posiziona sapientemente quale elemento monosillabico nel verso finale, proprio a sottolinearne con una inaudita forza espressiva, quasi iperbolica, il fatto che sensazioni come quelle, non possono essere cancellate dalla mente.

Notevoli gli scenari naturalistici e i vari riferimenti a specie della fauna come in “Gabbiano”, lirica che condensa il motivo del volo e, dunque, quello di osservare il mondo dall’alto senza per forza di cose dover partecipare ad esso, ma simboleggia anche la volontà di conoscenza e la ricerca continua. Il volo ritorna anche nell’accorato lamento che cela la voglia di partire, volare, fuggire per “andare lontano” (p. 37)

Il tema del viaggio, inteso come esperienza di crescita e percorso di conoscenza di sé e degli altri nel mondo, è alla base della poesia “Poeta, viandante di oggi” con la quale la poetessa è stata felicemente segnalata al 1° Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta dove, appunto, il tema proposto era quello del camminante. Il poeta –ci dice la poetessa- è “come un viandante”, perché sempre in cammino, alla ricerca di se stesso e dei significati, ma anche e soprattutto perché il poeta è un curioso, un animo girovago che non può star con la penna in mano e scrivere restando seduto per ore. Il poeta viaggia e fa viaggiare con i suoi versi, dà espressione del suo percorso –lineare o accidentato che sia- nel mondo e guida il lettore che vuole seguirne l’insegnamento.

La Nostra mostra attenzione e confidenza anche nei confronti della realtà sociale come quando in “L’ultimo viaggio” freddamente riconosce una sacrosanta verità: “il mondo/ ti può cambiare” (p. 17). Tutti i giorni assistiamo in prima persona a quanto il mondo sia difficile e pericoloso da vivere, insidioso a volte, addirittura crudele e il percorso dell’uomo che desidera il benessere e la felicità è di certo ostacolato dalla gravosa situazione economica e quella ancor più grave della perdita dei valori che mettono l’uomo, quasi con forza, di fronte alle brutture del mondo alle quali non si può rimanere estranei. Ecco perché il mondo “ti può cambiare”: nel male, come nel bene. E’ la sperimentazione che il singolo fa sulla sua pelle a portarlo a un cambio di prospettiva, di convincimenti, di necessità.

La Sicilia ritorna spesso nelle liriche di Mariagrazia come la ricerca continua di una mamma che ci aspetta a braccia aperte e in alcuni versi, come quando scrive “La Sicilia/ non la si visita/ la si vive/ […] In essa/ si diventa un tutt’uno” (p. 21) sembra quasi di percepire il sentimento della “sicilitudine” di cui parlava Sciascia in riferimento a quella sensazione indefinibile con semplici parole della grandezza e al contempo mistero di essere siciliani.

Vorrei concludere la mia breve analisi con alcuni versi di Mariagrazia che sono specchio della sua personalità (l’ho incontrata solo una volta, ma l’impressione che ho avuto è stata quella di una persona che già conoscevo da tempo, con un sorriso autentico e una felicità incorrotta che si può notare anche nella sua foto presente nell’aletta destra del libro):

 

[A]ccendiamo la luce

sulle nostre emozioni

per condividerle.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

 

Jesi, 29 Luglio 2013

 

Emozioni

Di Mariagrazia Bellafiore

Con prefazione di Anna Maria Folchini Stabile

Con disegni di Anna Spagnolo

Libreria Ciccio Urso, Avola (SR), 2013

Pagine: 55

ISBN: 9788898381203

Costo: 9,50 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Leggenda di un amore eterno” di Monica Pasero, recensione di Lorenzo Spurio

Leggenda di un amore eterno di Monica Pasero

Rei Edizioni, 2013

ISBN: 9-788827-590409

Pagine:120 – Costo: 10€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

copE’ un dato di fatto che il bosco sia un luogo che spesso nelle narrazioni viene a configurarsi come oasi di pace, perché lontano dal caos della città e quindi come spazio incontaminato e puro; nella letteratura per l’infanzia, inoltre, esso è spesso associato a luogo magico per eccellenza con la presenza di maghi, streghe bianche o nere, druidi e quant’altro. Si pensi a quante vicende importanti del mondo delle favole avvengano nel bosco “incantato”, spazio del meraviglioso dove tutto può accadere, location sorprendente che si differenzia dal mondo dell’ordinario e dove anche il sogno, quale espressione dell’inconscio, spesso trova manifestazione o trasposizione in eventi ascrivibili nel mondo del surreale. Questa considerazione è altrettanto valida per quanto concerne il libro di Monica Pasero, scrittrice piemontese che lega con abilità e coscienziosità di scrittura il tema amoroso a quello fiabesco, come nella migliore tradizione delle fiabe. E non è un caso, infatti, che nella prefazione di Stefano Carnicelli si richiami per una serie di analogie con il personaggio principale, la figura dell’eroina sfortunata di Cenerentola.

Il bosco, dunque, quale luogo di una natura primigenia dove sembra possibile colloquiare con la natura silvestre, ma anche con esseri minuti che appartengono al mondo fatato, è lì dove nasce l’amore tra gli amanti, dove esso fugge e si rincorre quale spazio mitico che sembra essere fuori da ogni tempo. Monica Pasero accompagna mano nella mano il lettore in una storia d’amore dove non mancheranno colpi di scena, agnizioni, riavvicinamenti e sventure, tutto all’insegna della valorizzazione del concetto di amore.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico letterario

 

Jesi, 27-07-2013

“Penne d’aquila” di Susanna Polimanti, recensione di Lorenzo Spurio

Penne d’aquila
di Susanna Polimanti
Kimerik Edizioni, Patti (Me), 2011
ISBN: 978-88-6096-716-9
Pagine: 173
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

images“Penne d’aquila”, dell’amica Susanna Polimanti, è un romanzo che non lascerà indifferente il lettore. Il perché di questa affermazione il lettore lo sviscererà lentamente, pagina dopo pagina.

Il linguaggio chiaro e pulito, la ricca presenza di citazioni e riferimenti a testi “classici” della letteratura europea e non solo, rendono il percorso del lettore ulteriormente piacevole e motivo di riflessione sui temi che Susanna Polimanti affronta. Dolore, solitudine e senso d’apatia si intervallano a momenti d’evasione, flirt amorosi, serate spensierate con le amiche per poi risprofondare nella sofferenza per la dipartita di un congiunto, la desolazione interiore e lo scoraggiamento per una situazione lavorativa traballante, insicura, e ulteriore motivo di tormento. Ma il romanzo non è un elogio alla sofferenza, né una presa di coscienza sulla miserevolezza e la condizione disagiata dell’uomo nella società contemporanea, piuttosto è la trasposizione su carta di un animo sensibile che ha combattuto battaglie che l’hanno forgiata. Perché il libro è chiaramente una summa organica di motivi e riferimenti biografici della scrittrice (la citta natale dove scorre il fiume Topino, che è chiaramente la città di Foligno, la “cittadina delle Marche piena soltanto di salite e discese” (32) in cui vive che è di certo la città-capoluogo di Fermo, il lavoro di traduttrice-interprete, etc).

Il lettore è affascinato dalle pieghe intimistiche del romanzo ed accompagna mano nella mano la sua eroina, Virginia, ragazza dall’animo inquieto, sofferente, taciturna e minata –lo si dirà nelle primissime pagine del romanzo- da ricadute e svenimenti che, oltre a indebolirla, la conducono a domandarsi di continuo il perché di quegli avvenimenti.

La narrazione prende una virata più colorita quando la narratrice ci parla della sua introduzione al mondo del lavoro con colloqui, licenziamenti, contatti con dirigenti e quant’altro nella sua attività di interprete e traduttrice in imprese del calzaturiero nel Fermano (altro riferimento alla stessa autrice dove appunto vive ed ha lavorato).

“Penne d’aquila” è un romanzo di formazione: seguiamo Virginia dall’adolescenza fino alla maturità e nel trascorso degli anni intuiamo una crescita morale che si esplica nella felice riconciliazione con sé e nella scoperta del bello nel semplice, ma è anche e soprattutto un romanzo d’amore perché la componente formativa, di conoscenza del mondo, tipica del bildungsroman, non può non passare attraverso la conoscenza, l’attrazione e l’amore verso qualcuno. L’amore è di certo un elemento conoscitivo ed esperenziale di fondamentale importanza nel percorso di crescita e qui, nel romanzo di Susanna, è il tema che aggruma tutta la narrazione, come il finale agrodolce evidenzierà. Ma la crescita non può avvenire neppure senza aver sperimentato realtà spaziali differenti da quella natia ed è per questo che l’esperienza universitaria di Bologna, la singolare vacanza-studio in Germania, le trasferte lavorative a Copenaghen e a Shangai, oltre a significare momenti di lucido ritrovamento di se stessa, di pacificazione e di osservazione dei suoi problemi da fuori, funzionano come rinvigorimento di quell’essere a tratti depresso a tratti perturbato dai sentimenti contrastanti che l’amore spesso genera. Ma nella vita di Virginia –il cui nome non può che richiamare la grande scrittrice inglese che soffrì di depressione e che introdusse il celebre “flusso di coscienza”-  non mancano forti contraccolpi e momenti bui ad aggravare la pesantezza di un vivere tormentato quali sono la morte del padre, prima, e quella di una grande amica. Momenti difficili che pongono l’autrice ad elucubrazioni ancora più particolareggiate e di difficile risposta che affida soprattutto ad alcune citazioni che la scrittrice ha deciso di mettere all’inizio di ciascun capitolo.

Un romanzo d’indagine nelle pieghe dell’io, alla continua ricerca della ragione del mal di vivere e al contempo di una esasperata volontà di sentirsi amata. A volte –sembra sussurrarci l’autrice all’orecchio- non c’è una spiegazione chiara e definita a ciò che ci accade. Possiamo collegarlo a qualcos’altro o rintracciarne la causa in ciò che più ci fa piacere, ma il più delle volte le cose accadono per caso, per sbaglio, per coincidenze. Ed è proprio per questo che Virginia ed Angelo riusciranno a rincontrarsi dopo trenta anni e a riscoprirsi attratti, coinvolti, uniti in un amore mai del tutto esplicitato, ma che ancora una volta verrà vissuto troppo velocemente.

Nelle ultime pagine leggiamo: “Aveva imparato a sorridere, anche quando le circostanze le avevano impedito di farlo” (172). Il tempo dona esperienze, nuove amicizie, amori, regala viaggi, momenti di condivisione, ma porta con sé anche l’aggravarsi di malattie e ci priva di persone care. Forse, allora, la soluzione di tutto sta nel saper colloquiare con esso, riconciliandosi agli eventi passati senza rancori né recriminazioni, per consentire a quelle ali invisibili che tutti abbiamo, di spiegarsi e di dar vita a un soave volo. E magari di sorvolare sui lidi adriatici delle Marche di cui Susanna ci parla e dei quali io stesso condivido un grande attaccamento.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 6 Giugno 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Errando tra le vie del cuore” di Lucio Iuliano, recensione di Lorenzo Spurio

Errando tra le vie del cuore
di Lucio Iuliano
prefazione di Sara Rota
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012
ISBN: 978-88-95881-79-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

imagesCome osserva puntigliosamente Sara Rota nella prefazione, questo è un libro in cui si parla d’amore. L’amore viene analizzato sotto varie prospettive e dell’amore l’autore ci fornisce sfaccettature diverse, a tratti anche contrastanti: c’è l’amore inteso come felice condivisione di progetti e come atto di fedeltà nei confronti dell’altro, c’è l’amore inteso come doloroso, fonte di sospiri e di inquietudini (da avvicinare, dunque, alla poetica degli stilnovisti come quando Iuliano scrive: «il lamento di un cuore che grida senza voce», 7), c’è l’amore filiale e c’è l’amore ossessivo, fondato sul possesso e su una cieca visione dei rapporti tra gli amanti motivata da un effervescente narcisismo.

Nella lirica d’apertura, “Fino all’ultimo”, Iuliano affronta la difficoltà dell’uomo nel saper gestire la propria esistenza tra quel presente liquido e difficile nel quale vive e il gravoso passato che addirittura viene stigmatizzato come «maledetto» (5). Il passato è visto quale presenza violenta, che si manifesta in maniera irruente e sadica riappropriandosi in maniera inaudita del tempo, rovinando la normalità del hic et nunc: «questo passato che graffia e/ ferisce il presente, questo passato che spazza via/ ogni attimo di illusoria felicità» (5). Nella lirica successiva, invece, il lettore è chiamato a condividere l’interpretazione di un amore vissuto come forma di imposizione e sinonimo di morbosità; l’io lirico, infatti, riconosce di essere «[l’] egoista che approfitta delle tue debolezze» (6). Un amore malato, dunque, maniacale e che si nutre dell’egoismo e dalla supposta superiorità dell’io lirico; anche il linguaggio è abbastanza violento (‘sevizia’, ‘abbandona’, ‘incatena’, ‘diavolo’, ‘aguzzino’, ‘uomo senza cuore’). E le immagini di violenza –non gratuita, ma quale elemento iperbolico per sottolineare un amore difficile, osteggiato, deludente o totalizzante- pervadono tutta l’opera dove l’isotopia del sangue si ripete in varie liriche: «E incisi nel petto il tuo nome/ E tatuai nell’anima il tuo viso/ E trafissi il cuore di te…» (11). Il rosso che domina da questa silloge di Iuliano non è, infatti, quello del cuore, ma quello del sanguinamento, da intendere metaforicamente come conseguenza di un atto doloroso: «Dipinsi il sorriso di un attimo/ lo sguardo fugace che trafigge il cuore e/ sanguina… sanguina amore» (11). L’isotopia si nutre, inoltre, di immagini che arricchiscono questa sfera semantica quale il cuore, i battiti, la ferita (che è il segno evidente di un processo lesivo, contundente, violento) e la cicatrice (anch’esso segno evidente di un atto doloroso avvenuto in passato e che, pur rimarginato, rimarrà a perpetua memoria).

 

E Vorrei strapparti il cuore dal petto per vedere se

nei suoi battiti c’è ancora un mio riflesso.

E Vorrei graffiarti l’anima con queste mani

per poi sanarne le ferite solo con le labbra. (9)

 

Degna di nota è la lirica intitolata “Lettera” e dedicata alla figlia del poeta dove l’io lirico si cela nei tortuosi tormenti della psiche che immaginano un futuro per il quale il padre dovrà chiedere scusa alla figlia per la sua non presenza; la lirica offre vari punti di alta intensità e trova la sua “risoluzione” nei versi finali dove l’io lirico osserva: «Nessuno mai ci ridarà/ questo tempo» (15) evidenziando, quindi, una chiara volontà a non gettare il tempo che poi nel futuro non potrà ripetersi né essere rivissuto. In “Addio”, invece, ci troviamo dinanzi all’epilogo di un amore, di una storia vissuta al capolinea, anche se il poeta non ne chiarisce il motivo. Negli «occhi che si chiudono e trattengono lacrime che annegano/ i sogni» (27) possiamo intuire che l’abbandono tra gli amati sia stato motivato non tanto da una vera e propria scelta, ma da motivazioni superiori quali, forse, la dipartita dell’amato, perché, come Iuliano osserva in un’altra lirica, il Male –in cui possiamo vedere la malattia o addirittura la morte- circonda la Vita: «cercherei di proteggerti dal male che avvelena la vita» (19).

Iuliano tratteggia l’amore quale processo disturbativo e quale momento epifanico che cambierà la natura dell’uomo nel corso della sua vita. Per la sua potenza ed esclusività esso viene descritto con un linguaggio potente e incisivo per denotare al lettore quanto il pensiero, la convinzione, l’assillo o addirittura la mania amorosa siano e diventino totalizzanti. Il sanguinamento che si produce tra i vari versi di queste liriche non è di sangue, ma d’amore.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 29 Maggio 2013

“A volte non parlo” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Lorenzo Spurio

A volte non parlo
di Anna Maria Folchini Stabile
con prefazione di Paola Surano
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381104
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

198La nuova silloge poetica di Anna Maria Folchini Stabile, A volte non parlo (Libreria Editrice Urso, 2013), arricchisce il suo curriculum letterario che vanta altresì di varie pubblicazioni di narrativa breve. Chi conosce la poetica di Anna Maria, o ha avuto almeno il piacere di leggere qualche sua poesia (ricordo che la poetessa pubblica con regolarità le sue liriche sul sito Racconti Oltre gestito da Luca Coletta), sa bene che le suggestioni che ci trasmette fuoriescono direttamente dalla sua considerazione nei confronti della realtà quotidiana. Le sue poesie, infatti, sia quelle che hanno come tema l’amore, sia quelle che, invece, partono dall’indagine del tormento interiore motivato spesso da una riconsiderazione del passato, condividono tutte una essenzialità di linguaggio e una purezza semantica che incontra di certo il favore del lettore. La poetessa rifugge gli orpelli retorici, i tecnicismi e addirittura sembra mostrare una certa sofferenza nei confronti della metrica stantia, del verseggiare classico e chiuso e si offre, invece, in pensieri sciolti, che giungono diretti al cuore del lettore e poi alla mente. Troveremo, dunque, la poetessa a riflettere su un amore solido ed entusiasmante, duraturo nel tempo tanto che il lettore è certo che esso non conoscerà mutamento nel suo divenire, descrizioni più cupe che partono, invece, dall’analisi a tratti inquieta a tratti dubitativa dell’essere. Ci saranno, inoltre, liriche che presentano il sottofondo scenico caro alla poetessa, quello del suo luogo di residenza con vari e continui accenni al lago come avviene in “Lacustre”, dove la vista del lago al primo mattino, come fosse un saluto rinnovato ad un amico sempre presente, si veste di imperscrutabilità del futuro: «Niente/ turba/ questo inizio di giorno.// Tutto/ è possibile» (48).

Una lirica ricca di contenuti, di tematiche e di sfaccettature; si susseguono prospettive visuali diverse: a volte è come se la poetessa colloqui con se stessa, altre volte è evidente l’intento di voler annunciare il contenuto delle sue liriche al mondo; molte poesie si arrovellano sul Tempo sia dal punto di vista tematico che dal punto di vista strutturale: intere liriche in cui Anna Maria utilizza il condizionale, quella condizione ipotetica che si sarebbe sviluppata nel passato se avesse fatto/non fatto qualcosa («Avrei cambiato il mondo/ se avessi fatto…/ Ma sono rimasta alla finestra/ e avete fatto tutto voi», 12), altre, invece, si configurano come una sequela di domande, con un tono ascendente dove, però, i quesiti non trovano risposta. Ma è un po’ tutta la silloge ad essere investita da una sensibilità nuova; nell’opera precedente, Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012), che si apriva con una mia nota di prefazione, avevo osservato che le liriche si caratterizzavano per una eclatante fascinazione per il colore, il bello, gli elementi naturali nel loro felice divenire, tanto da definire la sua poetica modernista (con riferimento al modernismo spagnolo e sud-americano). Qui, nella nuova silloge, l’atmosfera è differente, si è stemperata, le primavere e i bagliori sembrano aver lasciato il posto a crepuscoli e folate di vento gelido. I colori si sono scuriti e a tratti anche la parola –pur sempre limpida e lineare- si è ispessita, in linea con una nuova concettualizzazione delle tematiche. E questo mutamento, questa metamorfosi “decadente” si esplica nei vari riferimenti al sé-poeta dubbioso, alla continua ricerca di risposte, di soluzione a quesiti, alla difficile liberazione da inquietudini che fanno dell’io lirico un animo scisso, apparentemente debole e tormentato, anche e soprattutto dalla difficoltà dei tempi contemporanei riscontrabili nei «Giorni pesanti/ Difficoltà nuove/ […] Ogni giorno/ ha il suo fardello» (18) di “Uomini e draghi”. E se è vero che la poetessa molto ci trasmette con le sue liriche, è altrettanto vero che si respira un certo sentimento omertoso, come se ci sia nel sottofondo qualcosa che, sino alla fine, non viene mai rivelato al lettore. Tutto questo è esemplificato dal titolo stesso della raccolta, A volte non parlo, lirica che apre il testo. La poetessa Anna Scarpetta tempo fa, parlandomi della nuova silloge dell’amica Anna Maria Folchini Stabile, mi disse: «Hai visto, Lorenzo? Anna ha scritto “A volte non parlo”… e, invece, dice tanto. Dice tutto!»; ed è di certo una considerazione valida e possibile anche se a mio avviso, come già detto, nella silloge si respira una nuova aria, insomma una diversa Anna Maria. E sulla mia stessa linea è anche la poetessa varesina Paola Surano che nella prefazione al testo osserva: «balza subito all’occhio e alla mente che questa raccolta è diversa dalle altre» (5). Vediamo il perché di quanto si sta dicendo in maniera più scientifica.

E’ di certo la lirica iniziale che contiene il manifesto di questa nuova venatura poetica di Anna Maria Folchini Stabile; qui si legge, infatti, di “pensieri masticati” (pensiamo si tratti di idee difficili da gestire, che ritornano a infastidire l’animo della poetessa, dure, ingestibili e che, dunque, necessitano una masticatura più prolungata e veemente) e di “labirinto di ipotesi” che evoca nella nostra mente una situazione fastidiosa di stallo e di tomento, di ricerca di una fuga con esiti già scritti e tutti abbastanza deludenti come osserva lei stessa nei versi che seguono: «non vi è alcuna uscita tra le siepi di bosso/ che costeggiano questo cammino…» (9). Vicolo cieco? Strada sbarrata? Vie tortuose che confluiscono con altre per poi depistare? E’ una possibilità con la quale l’autrice vuol intendere quella difficoltà insita nel senso stesso dell’esistenza da lei rappresentato enigmaticamente come un «rigioco sulla scacchiera invisibile» (9) che tanto mi fa pensare al gioco a dadi della Morte nella celebre ballata di T.S. Coleridge.

E come si diceva poc’anzi il tempo è oggetto della poetica della donna: esso è onnipresente, a tratti latente, a tratti esplicitato, la poetessa non lo teme né ha necessità di affrontarlo, non ci colloquia, evitando di considerarlo un degno interlocutore, ma lo tiene in considerazione, lo osserva da distante e ne tiene conto. Il passato è visto quale momento felice dell’esperienza personale che non è morto e in sé chiuso a comparti stagni con il presente liquido, ma si configura quale fattore esperenziale che si rinnova con la rimembranza e che nel momento in cui viene “rivissuto” giunge addirittura a eternizzarsi nell’istante che funziona nell’animo come rivelazione: «E le speranze promesse/ e i desideri accennati/ e i sogni sorridenti/ per un attimo/ riprendono vita./ Solo per un attimo» (20-21). Ma quel presente che si riappropria del passato a sprazzi, per immagini o ricordi singoli, è illusorio e fugace: il momento si esaurisce velocemente e la finitezza del ricordo “rivissuto” è, forse, ulteriore causa del disagio e del senso d’apatia dell’io lirico, conseguenza dell’incapacità di sapersi destreggiare nei vari piani temporali: «Non è dolore/ questo tempo andato,/ ma sabbia di clessidra/ che vorrei rivoltare» (14) scrive in “Grigio di cielo”.

In “Occhi innamorati” la poetessa si proietta verso il futuro cercando di ipotizzare come sarebbe stato se avesse fatto/fosse successo qualcosa sviluppando uno sguardo acronico nel quale cerca di vedersi dall’alto come si sarebbe comportata in certe situazioni per concludere lapalissianamente «Non lo sapremo mai/ come sarebbe stato» (17): la storia, tanto privata quanto pubblica, infatti, non si costruisce con i ‘se’ né con i ‘ma’; le ipotesi, lecite e curiose, di ciò che sarebbe successo “se” riflettono ancora una volta quel senso di continua ricerca della donna di giungere ad una più completa analisi delle sue “gesta” passate. Solo nel sogno il tempo si ferma e sembra congelarsi: esso non scorre e sembra annullarsi, semplicemente perché anche la ragione e dunque tutte le attività umane ritrovano pace e riposo: «Attimi sospesi, idee scintillanti/ tempo fermo» (26) ed anche Peloso, il cane della poetessa, sembra divertirsi di più nel sogno/ricordo piuttosto che nel presente ed infatti «rincorre farfalle/ di un’altra primavera» (27).

In “Incapace” la poetessa esprime nel suo “scoramento” il senso di desolazione che si mostra come miscela di paura, scoraggiamento e rabbia tacita per quella falsità endemica che, purtroppo, ci circonda, contenuta nei «pensieri doppi» (10) che, più che individuare strutture polisemiche, mi sembra di intendere come sinonimo di falsità, mediocrità, opportunismo e menzogna. In questo clima ripugnante il sensibile io lirico non può far altro che chiedere aiuto («Aiutami») e far appello affinché un valido sostegno morale sopraggiunga a rinfrancare la poetessa: «Ti prego/ sostienimi» (10).

L’ambientazione cupa chiaramente intimistica si ravvisa anche nei «pensieri inespressi» (12), nel «sorriso bello/ di anni e luoghi/ sepolti/ nel passato,/ tempo di sogni/ e di incertezze certe» (23), nella solitudine dalla quale la poetessa cerca di distanziarsi in “Pausa” (30), nel desiderio di sentirsi  priva di tomenti: «Vorrei essere libera e senza pensieri» (39) e nelle «domande/ senza voce,/ sospese/ nella timidezza/ della mente» (53). A stemperare la gravità delle divagazioni esistenzialistiche che Anna Maria fa mi sento di osservare almeno due elementi: 1) il sentimento di giovinezza che la poetessa nutre e 2) la vita intesa come percorso, come un cammino a tappe e rivolto a una meta. In relazione alla giovinezza d’animo, nella lirica “Spuma di mare”, infatti, leggiamo «Mi guardo/ nello specchio della vita/ e ritrovo/ la ragazzina/ che mi sento» (43); si osservi che la poetessa non dice “la ragazzina che ero” né “la ragazzina che vorrei essere”, ma “la ragazzina che mi sento” in un verso che traspira grande carattere e forza di volontà e di certo smorza l’inquietudine che pervade l’opera. Quanto al cammino, poi, vorrei segnalare la bellissima lirica “I giorni a venire” –a mio modesto parere la migliore della silloge- dove è chiaro e continuo il riferimento all’universo itinerante: ‘incontri’, ‘strada’, ‘cammino’, ‘percorso’, ‘sosta’ che, più che delineare un componimento on the road, concretizza sulla carta il suo fervido convincimento nell’idea che il percorso formativo, culturale, morale dell’uomo nella realtà terrena sia una semplice ma non banale metafora dell’esistenza. Non è un caso che l’Associazione Culturale da lei fondata assieme a me, Sandra Carresi, Laura Dalzini e Paola Surano e della quale è Presidente, abbia come nome TraccePerLaMeta e che l’ultimo concorso organizzato abbia avuto come tema “il cammino”. In questo percorso fisico dell’uomo verso una meta, un luogo ambito o sconosciuto, da raggiungere mediante un percorso accidentato o progettato, più o meno lungo, l’uomo è continuamente minacciato, osteggiato e macchiato dall’errore che potrà porlo nell’infelice situazione di «inveire/ [o] maledire la vita» (24). La silloge rifugge il pessimismo, ma è chiaro l’intento di fondo: l’uomo deve rimboccarsi le maniche e non lasciarsi scoraggiare dalla desolazione che può investirlo e demoralizzarlo sempre più per riscoprire, invece, la ricchezza insita nella sua genuinità:

 

Usciamo
dalle nostre solitudini
riscopriamoci persone
quali siamo
in questi egoismi di realtà divise
con muri invalicabili e invisibili. (36)

 

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 27 Maggio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE è nata a Milano nel 1948. Attualmente vive tra la Brianza e il Lago Maggiore. Ha alle spalle una lunga carriera nel mondo dell’insegnamento. E’ poetessa, scrittrice e presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Per la poesia ha pubblicato Spuma di mare (Lulu Edizioni, 2009), Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti L’estate del ’65 (Lulu Edizioni, 2008), Un topolino di nome Anna (Lulu Edizioni, 2010) e Noccioline (Lulu Edizioni, 2010). Ha curato, inoltre, per il sito Racconti Oltre dove scrive regolarmente, il manuale Come si scrive? – piccolo prontuario per l’autocorrezione dei più comuni errori ortografici, assieme a Luca Coletta. Partecipa a concorsi letterari ottenendo buone attestazioni ed è membro di giuria nei concorsi organizzati dall’Associazione di cui è Presidente.

Videogiochi- “Spirit Camera: Le memorie maledette”, recensione di Jonathan Fileni

SPIRIT CAMERA: LE MEMORIE MALEDETTE
Disponibile per: Nintendo 3DS
Data di uscita Europea: 29 Giugno 2012
Sviluppatore: Tecmo Koei/ Nintendo
 
“UNA DEMO UN PO’ COSTOSA”
di Jonathan Fileni

 

imagesCAY40LGVSpirit Camera è l’ultimo capitolo della saga intitolata “Project Zero” (“Fatal Frame” per i nostri amici nipponici), nata su Ps2 e Xbox nel 2002. Il gioco si poneva come un survival horror in terza persona dove, dotato solamente di una speciale macchina fotografica, il protagonista doveva farsi largo per i vari scenari (un misterioso villaggio, una casa fatiscente,..) per scoprirne i segreti ed esorcizzarne i fantasmi proprio grazie al potere della suddetta macchina. Ciò che brillava nella serie era sicuramente la storia (con moltissimi rimandi al folclore giapponese), il sonoro ben realizzato, la tensione derivante dall’andarsene in giro in un posto infestato “armati” solo di una macchina fotografica e, su tutti, l’originalità. E stavolta? Beh, l’originalità non manca di certo, in Spirit Camera. Ma è solo questo il motivo di plauso del gioco…

 

Il gioco sfrutta le applicazioni del Nintendo 3DS: la fotocamera, l’effetto 3D e la capacità della lente di riconoscere le cosiddette carte “realtà aumentata”. All’interno della confezione del gioco troverete, infatti, un libricino pieno di immagini tetre e confuse (avete mai visto la cassetta di “The Ring”? Ecco, tipo quelle immagini) che costituiscono la storia che andrete ad affrontare. Usando la console come una macchina fotografica, si dovranno ricercare le presenze maligne all’interno del libro. Inquadrandone le pagine, si potranno vedere proiezioni in 3D uscirne fuori. Potranno essere mani spettrali, maschere mostruose o veri e propri fantasmi, che andranno poi “esorcizzati” scattando loro delle foto grazie ai tasti dorsali.

La campagna principale si divide perciò in tre fasi: il dialogo con la persona che vi aiuta, la visualizzazione delle pagine del libro “maledetto” e i combattimenti con le entità, che hanno come sfondo la stanza in cui vi trovate. Gli avversari vi girano attorno e starà a voi stanarli e immortalarli prima che vi attacchino, usando la console a mo’ di fotocamera.

 

Nonostante tale interattività sembri una buona idea, è triste ammettere che sia un lavoro riuscito solo per metà. Il problema più grande riguarda l’illuminazione della stanza: se è scarsa, la lente non riuscirà a visualizzare le pagine del libro, il che rende indispensabile accendere le luci (notare il paradosso di dover illuminare per bene la stanza quando ci si vuol godere un gioco horror). Il secondo ostacolo riguarda il posizionamento perfetto della console sulle pagine, in quanto bisogna essere precisi nell’inclinazione, altrimenti non verrà visualizzato nulla. E’ molto frustrante in certi punti riguardarsi più volte una scena animata (anche se ben realizzata) solo perché vi siete mossi di pochi millimetri e la console non è più riuscita ad elaborare l’immagine. E ultimo, ma non meno importante, abbiamo la longevità del gioco, che non arriva neanche a tre ore. Poi ci sono gli extra, che seppur simpatici e ben fatti (trovare facce spettrali nelle foto da voi scattate, fotografare qualcuno con accanto un fantasma che sta per aggredirlo e stranezze simili), non riescono a giustificare l’acquisto della cartuccia a prezzo pieno. Sta a voi decidere se premiare o meno il coraggio mostrato da questo titolo/demo. Vi consiglio piuttosto di recuperare i primi due capitoli di Project Zero, dotati come già accennato di meccaniche differenti, ma di sicuro impatto visivo e narrativo nonostante gli anni trascorsi.

 Voto: 5/10

JONATHAN FILENI

Jesi, 1 Maggio 2013

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“Io sono soltanto un granello di sabbia” di Anna Scarpetta, recensione di Lorenzo Spurio

Io sono soltanto un granello di sabbia
di Anna Scarpetta
con prefazione di Gianni Ianuale
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381319
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

216Devo confessare che per poter eseguire un’analisi appropriata ed attenta di questo recente libro di Anna Scarpetta la recensione, come forma testuale, non è di certo adatta, poiché servirebbe almeno un saggio se non un intero volume critico, tante sono le cose che –a mio modesto modo di vedere- debbono essere dette, considerate e interpretate. Comincerò con il dire che in questa silloge si respira un’aria soave ma pacata dove a dominare sono le immagini che fanno riferimento al mondo cattolico: molte delle poesie, in realtà sembrano delle vere preghiere, proprio per la profondità dei richiami e per la pervasiva e credente considerazione della vita quale percorso terrestre che si caratterizza per la sua finitudine. Aggiungerò che Anna Scarpetta è stata recentemente premiata al I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta per la sua poesia religiosa dal titolo “Sulla via di Damasco”, ulteriore segno che evidenzia questa sua nuova apertura nei confronti di un genere poetico molto diffuso e seguito. La parola nelle poesie di Anna Scarpetta si fa lode, invocazione, condanna, rinuncia ed esortazione, ma essa è anche appello alla sensibilità dell’uomo, elogio dei sentimenti e apologia del credo cristiano. Non è un caso che sia proprio la prima lirica della silloge, “Io sono soltanto un granello di sabbia” che è quella che dà il titolo all’intera raccolta, che esordisca con questi versi: “Io sono, soltanto, un granello di sabbia,/ dell’immenso deserto, Signore” (7) in cui la poetessa, partendo dalla constatazione della minuziosità del suo essere il rapporto alla mondialità delle esperienze, evidenzia e rende grazia al Divino per il “dono” che le ha fatto: quello della poesia. Ma, siccome sappiamo che la poesia non è che la forma più autentica, vivida e sofferta di espressione umana, con questa espressione la poetessa non fa che eguagliare la poesia alla vita. E come si evince in questa prima lirica c’è una grande attenzione nella poetessa nei confronti del tentativo di auoto-definirsi, di identificarsi e di svelare agli altri chi è, come avviene anche nella poesia “Non so più chi sono” (31).

Centrale, come era stato per la precedente silloge poetica della poetessa, Le voci della memoria (Ismeca, 2011), da me recensita e la cui recensione è disponibile qui, è il tema del tempo. Il colloquio che la poetessa intrattiene con esso si fa qui più aspro e si nota un certo indurimento del linguaggio dovuto, molto probabilmente, dalla desolante constatazione che esso è l’unico “eterno vincente” nella continua lotta della vita. La poetessa fornisce le più ampie caratterizzazioni per evocarlo (“il tempo,/ silenzioso, con la sua faccia di marmo scolpito”, 12; “il tempo, col suo volto annoiato”, 22; “il tempo, così infame e crudele”, 25: “[tu], come statua regale”, 46, ecc.), e nella gran parte di esse si intuisce un certo disprezzo e sconsiderazione, che fanno seguito alla presa di coscienza della sua pericolosità e al contempo della sua tragica ineluttabilità. Ed è così che esso non è altro che “il vero palco delle pittoresche scene degli orrori” (8), cioè esso è un davanzale verso il mondo che assiste indisturbato e senza fretta alle rappresentazioni della vita, del mondo, delle famiglie, agli inganni e ai tormenti, alle guerre e ai sistemi di vendetta, ma anche ai momenti più belli che solo nel ricordo potranno conservare la loro leggiadria.

Il sentimento religioso è facilmente intuibile anche attraverso i chiari riferimenti alla vita intesa come percorso, come cammino errante e l’uomo come misero “abitante delle fatiche umane”, come pellegrino per le vie del mondo, a volte consapevole, altre volte meno ed obbligato ad esodi carichi di dolore a causa di guerre, scontri religiosi, deportazioni. Perché va subito osservato che varie liriche qui contenute hanno un forte intendimento civico, morale e mettono il lettore di fronte a realtà sociali endemiche, cancrenose, corrotte e ignominiose. E’ così che Anna Scarpetta fotografa i massacri che avvengono al silenzio dei governi e dei mass media europei, come in Libano, dove la poetessa ci “narra” dei pianti e dei lutti di Beirut. Il pensiero non può non andare anche ai massacri in Sudan e quelli leggermente più conosciuti perpetuati da Assad, in Siria. Nella poesia “Libano” la speranza sembra esser ormai abbattuta e tutto ricade su una tortuosa domanda la cui impossibilità di risposta ferisce ancor più gli uomini di quella terra e demoralizza il mondo: “Agli occhi del mondo, tra due fuochi, ardi muto Libano,/ c’è chi si chiede, invano, ma tutto questo perché” (14). Il tema sociale ritorna nella lirica “Berlino est”, quadretto chiarificatore del senso di giubilo l’indomani dell’abbattimento del Muro che divise i berlinesi a seguito di un conflitto ideologico disprezzabile.

Si susseguono liriche più dolci e positive nelle quali la poetessa rievoca momenti passati e ricorda i suoi cari, soprattutto la madre, celebrata in due liriche e in maniera particolare nella bellissima “Sei volata via, madre” dove l’atroce ricordo della dipartita della madre è associata a una colorazione bianca, quasi accecante, che la poetessa vede e riconosce nella neve e nei gabbiani dal piumaggio candido. Ed anche qui, dove la lirica è pensata come commemorazione della madre, Anna Scarpetta non si risparmia per criticare la spietatezza di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere: “Sola sei andata via da questo strano mondo” (18). La “stranezza” del mondo è spiegata nella lirica “Il male del mondo” che è un vero pugno allo stomaco. In essa la poetessa plasma la parola in maniera meditata affinché sia acuminata, folgorante e distruttiva proprio come è l’efferatezza del mondo, la cattiveria diffusa negli animi imbarbariti nel nostro oggi: “Il male ha mostrato tutta la sua malvagità agli occhi del mondo/ coi suoi aguzzi artigli, graffiando volti di sfide verso il futuro/ ricacciando all’indietro tempi nuovi, che non sanno avanzare” (23). La poetessa non esplica quali intende essere i “mali” del mondo e lascia volutamente aperta la questione al lettore che può facilmente leggerli nell’aumento di femminicidi, nei suicidi per colpa della crisi economica, nelle inspiegabili tragedie familiari, nella bestialità di alcuni atteggiamenti umani e nelle invidie logoranti, negli abusi, nelle catastrofi naturali, ma anche nelle dolorose e fulminanti patologie a cui spesso non vi sono rimedi.  

Per ultimo, ma non per importanza, ci sono liriche curiose dove Anna Scarpetta chiarifica la sua felice propensione nei confronti delle nuove tecnologie, esplicate soprattutto nel mezzo informatico al quale la poetessa riconosce grande capacità: con Facebook, ad esempio, si può ritrovare amici e parlare con loro, anche dopo tanti anni di lontananza e silenzio, e il web è molto positivo perché accorcia le distanze e fa viaggiare più veloce le notizie come sottolinea all’apertura di “Grazie a te web”. La versione digitale del libro, che oggigiorno sta combattendo una prima battaglia con il suo progenitore cartaceo –battaglia che a mio modesto parere sta perdendo e clamorosamente- è motivo addirittura di una lirica, “Ebook”, dove la poetessa ricorda, elogia e innalza il valore del cartaceo, custode di tradizione, fruitore di un contatto diretto e dispensatore del fresco profumo di stampa o acre di invecchiamento.

Il pensiero finale che la poetessa fornisce al lettore e sul quale si appella a una sua maggiore considerazione è quello che verte sul futuro: che cosa ci aspetta nei tempi a venire? Riusciranno le persone veramente brave e sincere a farsi valere in un mondo dominato da tante nefandezze? Anche la poetessa trasmette un sentimento d’incertezza al riguardo: “Da dove dovranno venire questi nuovi tempi/ carichi di profili, scolpiti di albe boreali, rinchiusi/ nell’immane destino che ancora non si profila” (41).

C’è bisogno di cambiamento e di gente valida che possa proporre una svolta. Subito.

I tempi attuali sono fermi e stantii, pur nel loro ineluttabile incedere.

Un plauso alla poetessa per darci tanti spunti su cui riflettere con questo libro che di sicuro non lascerà indifferente nessun lettore.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 25 Maggio 2013

  

ANNA SCARPETTA è nata a Pozzuoli (Na) nel 1948. Per moltissimi anni ha vissuto nel capoluogo campano. Ha lavorato, poi, a Milano presso la Rete Ferroviaria Italiana – Direzione Asse Orizzontale e attualmente vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. E’ stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo. Ha recensito numerosi libri di poesia. A Milano si è dedicata al teatro sperimentale, in qualità di Aiuto regia, con la compagnia di Ciro Menale. Ha collaborato con prestigiose riviste culturali ed è stata Presidente Onoraria per la Città di Napoli di MOPEITA, Movimento per la diffusione della poesia in Italia. Ha pubblicato le seguenti sillogi di poesia: Poesia (Gabrielli, 1985), Frantumi di tempo (Lo Faro, 2004), L’altra dimensione della vita (LibroItaliano World, 2004) e Le voci della memoria (Ismeca, 2011) da me recensito e la cui recensione è presente qui.

 

 

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“Il sogno e la sua infinitezza” di Ninnj Di Stefano Busà, recensione di Gabriella Pison

Il sogno e la sua infinitezza
di Ninnj Di Stefano Busà 
prefazione di Walter Mauro
Edizioni Tracce , Pescara, 2011
 
recensione a cura di Gabriella Pison

 

imagesCAY18JGQLeggendo la poetessa Ninnj Di Stefano Busà attraverso la sua ultima silloge poetica ”Il sogno e la sua infinitezza” sospetto immediatamente che il leitmotiv sia quello della solitudine, intesa come solitudine esistenziale, essenziale ed ineluttabile (“abitiamo l’addio….ognuno è muto nello slabbrato cerchio….tu solitudine  desolata, incolmabile orizzonte dei nostri desideri” e poi ancora” la fatica del viaggio ci rende corpi inospitali all’amore”)ma, come il Gabbiere di Alvaro Mutis  che” sopporta la vita quando nessuno ascolta nessuno” anche in Ninnj Di Stefano c’è una forza centrifuga che le consente di fare l’elogio della solitudine stessa(“mi fa rinascere creatura alare……”), per portare alla luce la valenza straordinaria della sua capacità di approdare all’equilibrio sereno della coscienza, dove vi è comunicazione universale con la natura e il mondo(“non sia epicedio di tenebra la malinconia del tramonto” o si leggano i versi “amiamo i silenzi rappresi nei corpi, nella pagina che lentamente accorda le creature”) .

La Poetessa, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco  nei suoi versi una sorta di dualismo, da un lato la donna della “desperanza”( rifacendomi a Mutis), che in alcuni momenti cerca di cogliere l’attimo (“chiedevo cattedrali, tatuaggi d’oro alle mie sere di gemme vive” ), ma se ne dissocia, epurata dai punti d’appoggio del contingente, in un ideale escatologico (“in Te solo le ferite del mattino sembrano incorruttibile luce che si propaga”), dall’altro la donna della trasformazione e della – rinascita -, la donna dell’ordine, della maturazione della fede, che, mutuando un termine al mondo della fisica, non esiterei a definire donna dell’entalpia, nel senso greco di ”portare calore dentro” e Ninnj DiStefano Busà ci sa trasmettere il fuoco della sua passione: come “regalami lo strappo dell’abbraccio” e nel contempo ci guarda con serenità dall’ appagamento della sua illuminazione: “la poesia ha parole dirompenti…in grado di mutare l’universo sensibile”.

Questa è Ninnj Di Stefano Busà, che emerge con voce ancora più limpida e potente rappresentando un punto di riferimento nel panorama della letteratura contemporanea  e con le sue parole di indubbia  forza morale sottolinea l’incertezza delle apparenze per dar corpo alla suggestione e all’abbandono di schemi terreni come siamo abituati a fare; l’autrice cerca di superare  il dolore del vivere in  complessa figurazione esistenziale, riportandoci alla mente le litografie di Odilon Redon “Dans le reve”, in cui il tempo-spazio si carica di valenze psichiche e cerca di esorcizzare l’angoscia che ne deriva: “La vanità della parola che non cede alla mestizia della carne” ma “sulla cangiante illusione riposa l’acqua dolce della tua fronte”.

Ebbene, cos’è dunque la trasformazione? È una crescita, certo, ma è anche una  Maschera?…  strumento ideale per poter giocare con l’Io, per scardinare i legami con la soggettività e per assumere una identità diversa, ne’ migliore ne’ peggiorere…credo che Ninnj Di Stefano non abbia bisogno di maschere, può prsentarsi a viso aperto, può permettersi di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera che faccia da  cassa di risonanza per amplificare la propria voce…”la nostra gioia è arsura o che la Gerusalemme dei vinti ci indichi il sacrario del cielo?”

E il tempo, come ben dice Walter Mauro nella sua prefazione,  è tema prediletto e imprescindibile della sua  lirica,  “tempo d’inattuabile, di impenetrabile” sia inteso come nostalgia “racchiude in se ali di gioia…la vena rifiorente delle primavere d’acqua”, sia come inesorabile decadenza: “una tregua da cui escono illesi la morte e la vanità dei trapassati”, ma Ninnj Di Stefano si libera da queste paure ancestrali, dai rigidi schemi comportamentali che la ingabbiano e fa sì che la sua raffinata  arte poetica diventi un autentico atto sacro, dove la ricchezza dell’interiorità unita ad un lessico raffinato le consente di manifestare appieno il suo estro creativo prepotente e la realizzazione della sua dimensione di purezza, in un percorso salvifico del vero. Se…parafrasando Antonio Porchia, sento che potrei attribuire a Ninnj Di Stefano Busà la celebre frase ”prima di percorrere il mio cammino, ero il mio cammino”: cosi scrive la Di Stefano: “Siamo ombre alla luce della resurrezione” e nell’avvicinarmi all’altezza delle sue parole ne sono rimasta incantata e sgomenta.

Di un virtuosismo estremo, ma puntuale e fedele alle varie sensazioni: (“la vanità della parola che non cede alla mestizia della carne”), in una continua seduzione per il lettore: ( a tratti ci restituisce l’innocenza, l’amore…”ma non abbiamo ali che ci spingano in mare aperto”) ed è proprio la sua capacità di risintetizzare il disagio esistenziale e la solitudine coniugandoli con una malinconia non priva di speranza:(“cancelliamo i giorni dal calendario, ci offriamo alla dimenticanza”), che la rende una grande Autrice, dalla cui penna ogni parola che nasce è autentica arte.

 Gabriella Pison

Warmbad Villach, 6 ottobre 2012                   

 

 

pagina Literary dedicata al libro: http://www.literary.it/dati/literary/A/angelucci/il_sogno_e_la_sua_infinitezza.html

 

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Videogiochi- “Shadows of the Damned”, recensione di Jonathan Fileni

SHADOWS OF THE DAMNED
Disponibile per: Playstation 3, Xbox 360
Data di uscita Europea: 24 Giugno 2011
Sviluppatore: Grasshopper Manufacture/ Electronic Arts
 
“IGNORANTE. IMMATURO. ECCEZIONALE”
Recensione di JONATHAN FILENI
  

ShadowsOfTheDamnedRicordate “Le Iene”, uno dei film più celebri di Tarantino? Nella scena iniziale i protagonisti si trovano in un locale a  parlare del più e del meno, quando ad un tratto il dialogo cade sul contenuto di un brano di Madonna. Uno dei presenti asserisce che la canzone è “una metafora della fava grossa”. E in un certo senso è di questo che si parla in Shadows Of The Damned (non di Madonna, ma di equivoche “fave”). Non a caso il vostro compagno di viaggio è un teschio parlante di nome Johnson (in inglese suonerebbe come “pisellone”) e in molti scambi di battute tra lui e il personaggio da noi interpretato Garcia Hotspur, ci sono una miriade di doppi sensi a sfondo sessuale. Ma dopo “No More Heroes” (rilasciato per Wii nel 2008 e in seguito nel 2011 per ps3) sappiamo benissimo cosa aspettarci dal folle programmatore soprannominato “Suda 51”. Voglio dire, dopotutto nel gioco precedente eravamo chiamati a impersonare un aspirante serial killer… in SoTD, invece, dovremo attraversare l’inferno (letteralmente) per andare a salvare la donna del protagonista. Trama molto abusata, ma tant’ è…

Il gioco si sviluppa come uno action in terza persona, condito con opportuno movimento della telecamera al di sopra delle spalle quando dovrete prendere la mira per uccidere le (poco varie, in verità) ondate di demoni che il gioco vi scatenerà contro. Per fare ciò avrete a disposizione il vostro amico Johnson, un teschio fluttuante. Questo simpaticone dalla battuta sempre pronta (spesso inerente proprio alla sua condizione d’ esser solo un cranio), si trasforma all’ occorrenza in torcia e in quattro tipi d’arma da fuoco: pistola, carabina, mitra e lanciagranate. Tramite l’uccisione delle sopracitate orde infernali, si otterranno gemme che, opportunamente distribuite, contribuiranno a migliorare l’arsenale (velocità di ricarica, capienza dei caricatori eccetera). Ogni tanto poi capiterà che il livello venga invaso dall’oscurità (cosa piuttosto spiacevole in questo gioco, visto che tende a mangiarvi la pelle) e dovrete sparare un “proiettile di luce” contro una testa di capra che funge da lampione. Folle, vero? Eppure questo è uno degli aspetti più “usuali” dell’avventura. Spesso Garcia infrangerà “il quarto muro” rivolgendosi proprio al giocatore, e in altri frangenti verranno fatte battute sui programmatori del gioco e sulle meccaniche del gioco stesso. Interessanti anche le boss fight, con antagonisti veramente assurdi e che difficilmente scorderete. Il fatto poi che vengano presentati da brevi libricini trovati nel livello e commentati dal fido Johnson aggiunge un pizzico di personalità ad ognuno di loro. E che dire del livello che cita l’opera prima del regista Sam Raimi, “La Casa”? E della lumaca luminosa e dell’occhio svolazzante, ne vogliamo parlare? Ma ora basta,  non voglio rovinare tutte le sorprese che il titolo ha in serbo per voi. Se siete giocatori di vecchia data poi, troverete moltissimi rimandi ad altri famosi giochi del passato (uno di essi è proprio la schermata tra i livelli…).

Veniamo ora alle note dolenti, su tutte l’impossibilità di saltare le scene d’intermezzo e l’eccessiva lunghezza dei tempi di caricamento. Tuttavia anche l’assenza della selezione del livello, di una qualche ricompensa a fine gioco e di un “new game plus” non vertono certo a favore della longevità del titolo, che in questo caso si conferma un gioco veramente “vecchia scuola”. Assente anche l’online, ma in un gioco del genere non se ne sente certo la mancanza (anzi, forse è proprio un bene…).

Insomma, SoTD non è un gioco perfetto. Non ha una grafica meravigliosa, tantomeno una trama profonda o una longevità stellare. E’ solo smodatamente divertente, ha uno stile narrativo che non si prende sul serio e tante, tante citazioni, condite con un gameplay semplice ed efficace. Vi auguro di andarci all’inferno, ovviamente in compagnia di Garcia e Johnson. Sarà un viaggio da ricordare.

  

Voto: 7.5/10

 

Jonathan Fileni

 

8 Maggio 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

E’ uscito “Vimini” di Donato Cutolo

VIMINI
di Donato Cutolo
Colonna sonora originale di Fausto Mesolella
Paesaggi sonori di Donato Cutolo
ZONA 2012
romanzo pp. 84 + CD – EURO 15
ISBN 978 88 6438 313 2

Vimini Copertina 2In libreria, dallo scorso dicembre, il nuovo romanzo di Donato Cutolo, Vimini, con colonna sonora, su cd allegato al volume, di Fausto Mesolella, il chitarrista degli Avion Travel.

Dopo il successo di Carillon – piccolo caso editoriale per copie vendute in Italia – lo scrittore campano si cimenta nella sua seconda prova letteraria,  fatta di bolle di sapone che s’infrangono a contatto con l’aria e colori che s’inseguono sempre nello stesso ordine: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e viola. Tutto ruota intorno alla sequenza esatta degli arcobaleni in questo libro. Anche la vita della protagonista, approdata a San Timo il tempo di un’estate.

“I genitori, la famiglia, il luogo delle origini e la sua gente sono l’imprinting primario della nostra vita, e ne segnano il corso nel bene come nel male. Vimini Mart è una adolescente dalla vita difficile, che dopo tre anni in Francia torna in Italia, a San Timo, il paese dov’è nata e cresciuta, dove suo padre Pierre – ricco vignaiolo d’oltralpe – conobbe e sposò sua madre Lara, ragazza debole e perduta tra miseria e sogni di grandezza. Vimini tenta di riannodare i fili di una vita che, dalla morte di nonna Cecilia, non è né sarà più la stessa. Ritrova Sacco, il vicino di casa ch’è come un fratello maggiore, e Remo, il compagno di giochi con cui ha scoperto i miracoli della natura e il magico – e tragico – potere divinatorio degli arcobaleni, solari e lunari. Potere al quale, purtroppo, pare proprio impossibile sfuggire”.

Ad accompagnare il volume, la colonna sonora originale firmata da Fausto Mesolella, musicista Avion Travel che ha impegnato la sua chitarra in un viaggio di sette tracce musicali attraverso stazioni ferroviarie, metropolitane e terminal aeroportuali. E, ovviamente, attraverso arcobaleni. Solari e lunari.

Per maggiori informazioni:  http://www.editricezona.it/vimini.htm

“Amore latitante” di Fiorella Carcereri, recensione di Lorenzo Spurio

Amore latitante
di Fiorella Carcereri
Arpeggio Libero, 2013
ISBN: 9788897242369
Pagine: 72
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

A volte, la nostra storia rasentava la morbosità, ma le vere storie d’amore, forse, sono tutte patologiche (p. 51).

 

COPERTINA-AMORE-LATITANTEUn romanzo breve ed asciutto, quasi dal gusto minimalista, che il lettore legge con piacere condividendo a tratti pensieri e timori di Valeria, la protagonista di “Amore latitante”, la nuova fatica in prosa di Fiorella Carcereri.

La narrazione è inserita nella cornice della forma strutturale del diario confidenziale, quell’amico inanimato che molte ragazze e donne hanno avuto o con il quale, anche in una fase post-adolescenziale, continuano a colloquiare. Tutto il romanzo si concretizza attorno ai vorticosi pensieri della protagonista, al suo apparente senso di inadeguatezza al mondo, alla sua incapacità di saper cogliere “gli istanti” o, come poi la stessa Valeria dirà nella parte finale, di saper “vivere il momento”. La narrazione prosegue spigliata attraverso una serie di ricordi e momenti del passato che vengono rievocati in maniera attenta sia sotto un punto di vista descrittivo che affettivo. L’amore assurge a personaggio in questo breve racconto in cui la ricerca continua di una storia, di un amante e la concretizzazione di una vita condivisa, incontrerà ostacoli, bugie, parole non dette, incomprensioni ed altro. La favola del bel principe romantico e dolce, ben presto si infrangerà nella vita della non più bambina che, a contatto con il mondo, imparerà a conoscere quale è la verità, squarciando quella bolla tra fantasia ed utopia.

Un percorso umano alla ricerca dell’amore, sempre sfuggente, inaspettato, incredibile, inavvertibile e difficilmente congetturabile o “razionalizzabile” che porterà il lettore anche in Australia.

Un amore vissuto in maniera opprimente e che porterà alla disillusione, all’autoinganno, alla delusione e alla rabbia condita a un mesto senso di inettitudine nel gestire la propria esistenza.

C’è un tempo per ogni cosa e quello non deve essere forzato, sembra dire la scrittrice.

Un romanzo da leggere e sul quale riflettere.

Inutile avere progetti di cemento in testa quando poi la natura dell’oggi non è altro che di una sabbia fine che viene spazzata dal primissimo vento al cambio di stagione.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 20 Maggio 2013

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