Articolo di Stefano Bardi
Letteratura generazionale fu definita, quella dello scrittore Pier Vittorio Tondelli riferita agli anni ’80 e i primi ’90. A mio giudizio chi meglio incarna tale definizione al giorno d’oggi è lo scrittore Enrico Brizzi (Bologna, 20 settembre 1974). Scrittore degli anni Novanta le cui trame sono ispirate agli anni Settanta-Ottanta, dove ampie classi giovanili hanno espresso con urla e fiamme tutte le loro esigenze.
Letteratura, quella brizziana, che nasce quando ancora il giovane autore, da studente liceale, collaborava con la rivista di fumetti Frigidaire, in cui redasse articoli aggressivi contro l’antiquato insegnamento scolastico, articoli accompagnati da ben espresse denunce contro i media spesso disattenti. Una letteratura che ha come scopo principale quello di creare opere letterario-cinematografico-televisive, grazie anche all’utilizzo di un registro cantilenato, composto da intonate melodie vocali e linguistiche.
Un linguaggio in cui a volte si esprime volutamente con un dizionario rozzo, blasfemo e lubrico per rappresentare e denunciare le virtù esistenziali. Dizionario composto da un italiano medio mischiato e fuso con diverse placche linguistico-verbali angloamericane, ispaniche e francesi, che sono concepite dallo scrittore bolognese come vocaboli graziosi da contrapporre alla lingua quotidiana. Anche i latinismi e i culturismi fanno breccia nelle sue opere, per essere però usati come canzonature sulle nozionistiche degli adulti, sulle mente dei giovani. Accanto a questo complesso linguaggio, Brizzi usa gerghi musicali e sociali, con neologismi della generazione giovanile degli anni Novanta. Possiamo dire che i suoi romanzi hanno la stessa funzione della letteratura orale, ovvero sono stati pensati dallo scrittore per una lettura a voce alta, in modo che possano prendere una loro melodia, possano perseguire determinati scopi e possano realizzare sentiti attacchi sociali. Per fare tutto ciò il Nostro s’ispira a piene mani alla cosiddetta “letteratura minore”, ovvero ai fumetti, al cinema e alla musica per rileggere nel profondo, la società italiana degli anni Novanta e anche degli anni Duemila. Un veloce excursus tra le sue maggiori opere letterarie.
Il 1994 è l’anno del romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Una maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale; vi è raffigurato un tipico scenario degli anni Novanta, uno spazio in cui gli adulti sono accentuate nella loro condizione di emarginazione. Gli amori vissuti sono perennemente tristi e la vita è immensamente illuminata. All’interno di questo mondo c’è il giovane diciassettenne Alex D. del quale è narrata la storia attraverso un lungo flash-back mediante una voce onnisciente. Alex, dopo varie peripezie, riuscirà a consumare un’esistenza “anarchica” e oltre il “piccolo mondo facile”, che i suoi genitori hanno creato attorno a sé. Punto vitale del romanzo è la storia d’amore platonico, fra il giovane Alex D. e Adelaide, che è una storia a sua volta colma di rimandi melodici e cinematografici collocati all’interno di una scenografia composta da accadimenti quotidiani, dell’età dei protagonisti (scuola, ore d’aria amici, vacanze-studio, litigi genitori-figli). Una storia d’amore che è consumata dai due ragazzi, senza nessuna cornice precettistica, ma unicamente con un pungente sarcasmo studentesco. Un Alex D. che è in realtà un finto ragazzo vestito da “hardcore boy”, al tempo stesso è anche un ragazzo coraggioso, millantatore, dolce e maledettamente punkettaro. Ci troviamo dinanzi a un ragazzo con un “io” ben affermato, che non riesce a imporsi universalmente ma per frammenti. Ben diversa, invece, è Adelaide, rappresentata da Brizzi come una ragazza borghese indossatrice di vestiti trasgressivi e follemente innamorata della letteratura zen. Un altro punto fondamentale all’interno del romanzo in questione è rappresentato dal suicidio di Martino (amico di Alex), che si è tolto la vita poiché scoperto come drogato. Questo suicidio apparirà agli occhi del suo miglior amico come un gesto per l’affermazione totale della sua autonomia e della sua identità. L’unico lato oscuro dell’opera brizziana è rappresentato dalla famiglia di Alex, rappresentata come una pesante ombra antisociale, come una piatta e scialba realtà etico-umana e come una creatura relegata ai confini del romanzo. Una rappresentazione famigliare quella del Brizzi, che è creata dall’autore come un forte atto di denuncia contro i protagonisti del ’68 che, dopo aver abbandonato i valori e i principi rivoluzionari, si rintanarono nell’oscura intimità collettiva, che prende ancora oggi il nome di famiglia. Tale giovane, metafora di un’ampia generazione, desidera follemente scappare e svincolarsi da tutto ciò che significa omologazione, per poi rinascere e vivere un’esistenza in nome dell’insicurezza, dell’ineguaglianza, dell’indifferenza, dell’assenza di valori programmati,
Il 1996 è l’anno del romanzo “Bastogne”, ambientato durante la finale offensiva nazista dopo lo sbarco in Normandia, avvenuta nella città di Bastogne nel 1944. Romanzo che rappresenta un Resistenza al contrario, essendo concepita dallo scrittore bolognese come un’immagine simbolica e “sacrale”. I personaggi sono “selvaggi” e questo denota la concezione dello scrittore volta a un intendimento di denuncia contro la città in guerra e allo stesso tempo. Immagine fondamentale dell’intero romanzo è quella del gruppo, concepito dallo scrittore come un luogo sociale in cui si può trovare rifugio e protezione dall’uggia esistenziale, combattuta attraverso la follia omicida, il sesso selvaggio e l’estrema violenza.
Il 1998 è l’anno del romanzo “Tre ragazzi immaginari”, narrazione dalle tinte autobiografiche in cui viene compiuta un’auto-analisi da parte dello scrittore sulla sua passata esistenza adolescenziale e sui suoi “peccati” fatti, per ricavarne da tutto questo una nuova strada. Autoanalisi divisa in due parti: Brizzi rivive mentalmente il suo passato attraverso l’odio verso la scuola, la famiglia, i ragazzi “casa e chiesa”, e contro tutti quei ragazzi senza spina dorsale. Nella seconda parte, invece, il Brizzi del passato vede già mentalmente il Brizzi attuale attraverso i fanciulleschi amori consumati nel 1994.

Il volume “L’altro nome del rock” viene pubblicato nel 2001; esso è composto da un romanzo breve e otto racconti scritti a quattro mani, con l’amico e compaesano Lorenzo Marzaduri che dà voce ai crucci dei quarantenni, mentre Brizzi dà spazio e voce ai crucci della leva giovanile. Un romanzo che gli scrittori bolognesi costruiscono come si “costruisce” un vinile, ovvero le vicende al pari delle canzoni si legano insieme attraverso un fitto sistema di equivalenze logico-geometriche. Tale opera è un riflesso dell’Uomo e delle sue intense emozioni, delle sue lacrimanti nostalgie esistenziali, delle sue quotidiane guerriglie spirituali, delle sue intime cadute psico-fisiche e delle sue sopravvivenze etico-morali alle emarginazioni, alle sofferenze, e agli avvilimenti. Tutto questo sempre nel nome del rock, concepito dagli autori come uno strumento mutativo e come unica via da percorrere, per raggiungere e approdare alla verità.
Il 2003 è l’anno dell’ultimo lavoro brizziano, il libro “Razorama”. Romanzo che nasce da esperienze personali fatte dall’autore: viaggi compiuti in Africa nel 1999 e nel 2001. Personaggio principale dell’opera è Rodrigo, che è dislocato da Brizzi all’interno del romanzo fra l’avidità dell’uomo occidentale e la magia della popolazione africana, ovvero fra la vita e morte. Un uomo bianco Rodrigo, che ha volutamente voltato le spalle al suo paese per vivere nell’Africa e da essa farsi curare attraverso i suoi riti. Accanto a Rodrigo altri due personaggi, seppur minori, bisogna ricordare: Adriano e Mauro. Il primo è assai rispettoso della cultura africana, concepita come l’unica cura in grado di curare tutti mali degli Uomini e del Mondo, mentre il secondo rimane maggiormente attaccato alle tradizioni e conoscenze occidentali.
STEFANO BARDI
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Nella seconda sezione, intitolata La paura della vita, sono due i temi sviluppati dalle ulteriori sottosezioni Le familiari e Discorsi d’amore. Nella prima sottosezione l’autore ci porta dentro un mondo intimo e autobiografico, avvolgendoci così con il calore e l’affetto della sua famiglia trasformandoci di conseguenza in suoi fratelli e sorelle. Accanto al tema del calore intimo c’è anche quello della dipartita, vista come paura, ma anche come nostra sorella. Nella seconda sottosezione l’Ausili tratta il tema dell’amore, da lui visto e concepito come qualcosa di divino. Un sentimento in cui la donna amata dal poeta anconetano si trasforma in una creatura ancestrale, dallo spirito oscuro e stregante, dallo sguardo purificatorio. Anche in questa seconda sottosezione c’è l’immagine della dipartita con la sua falce mietitrice, che adombra intensamente e pesantemente l’amore. Una dipartita dallo sguardo demoniaco, dalle carni scheletriche, ma allo stesso tempo dal cuore colmo di luminosità, che lascia nello spirito del poeta, solo e unicamente dolci reminiscenze e luminosi fantasmi, riguardanti la donna da lui amata.
Pier Vittorio Tondelli (Correggio, 1955 – Reggio Emilia, 1991) personaggio controverso e dibattuto della scena culturale degli anni ‘70/’80: ritenuto maledetto e degenerato, per le tematiche che presentavano i caratteri di un morbo endemico, dunque pericoloso, è stato riscoperto e riletto solo recentemente, a distanza dalla sua morte, permettendo un congruo inserimento nella scena sociale del periodo in cui visse di cui si contraddistinse per eccentricità e grande fame di vita. Il suo primo libro, “Altri Libertini” (1980), ben presto un must del momento tra i giovanissimi, venne accolto con fastidio e riprovazione dall’opinione pubblica d’impostazione conservatrice, difatti la pubblicazione venne di fatto sequestrata perché contenente materiale osceno. Tra le sue altre opere i romanzi “Pao-Pao” (1982), “Rimini” (1985), “Biglietti agli amici” (1987), “Camere separate” (1989) e le raccolta di saggi “L’abbandono” (1981) e “Un weekend postmoderno” (1990).
Fra tutti i meriti filosofici che ebbe, quelli più importanti sono legati ai concetti di anima e intelletto, dove con il primo termine s’intende l’azione pratica e con il secondo s’intende l’azione nell’azione. Per Gentile l’anima era l’assenza totale e più precisamente l’essenza irriproducibile e interminabile nella sua personalizzazione totale: era concepita come Uno, con uguale senso sia nel campo psichico sia in quello gnoseologico, sia in quello religioso. L’anima non è qualcosa che è stata creata in modo definitivo, bensì qualcosa che deve ancora realizzarsi. Solo essa può crearsi, attraverso la comprensione di sé e del suo campo d’azione. Il Gentile intese l’atto puro come il processo per realizzare un’idea, sempre considerando l’obiettività irreale (negazione) e l’obiettività materiale (attuazione). A sommi capi si può concludere, secondo la sua visione, che l’idea è una privata deformazione e una mutazione, ovvero è un non essere e allo stesso tempo un esistere, che si ripiega su sé medesimo oscurandosi come essere.
Poesia dal cammino errabondo la sua, che vuole condurci verso l’esistenza, le cose, la materialità e verso azioni fulminee e abbaglianti. Poesia che può essere concepita come un intimo diario di probità, composte di emblemi e da messaggi, che trasformano i pensieri e le emozioni in oggetti. In poche parole, possiamo definire la sua esperienza poetica, come una poesia collage, in cui questo lessema indica la creazione di un inedito tempo poetico in grado di far compiere alla poesia un cammino fatto di schegge che si fermano e riprendono il loro cammino, grazie anche a una melodia dolce e pulsante al tempo stesso.
Il 1969 è l’anno della raccolta Il tautofono: 1966-1969, di vitale importanza nella produzione del nostro, poiché in essa si esprime nella sua massima potenza, la forza neoavanguardistica. Opera costruita con registri e melodie che si addossano gli uni sugli altri, fino a sfidare la logica dell’impossibile. Più nel dettaglio questa raccolta liricizza l’interrotto e muto dramma del personaggio-protagonista principale, ovvero un pazzo e sognatore della realtà che vuole creare un colloquio psico-sociale. Desiderio che rimarrà inappagato, lasciando in questo modo nell’animo del personaggio-protagonista, un monologo “spirituale” senza diritto di replica. 
In questo stesso anno, però, nacque la rivista Quindici, curata totalmente dal poeta pesarese. Differentemente dall’esperienza del Gruppo 63, questa rivista voleva arrivare sia ai letterari sia a coloro che erano completamente ameni di letteratura. Scopo che divise fortemente i suoi collaboratori interni distinguendoli in due schieramenti, cioè in coloro che avevano spiriti innovatori e coloro che, invece, avevano animi conservatori e di conseguenza erano propensi a una canonica rivista letteraria fatta di analisi critico-filologiche. Divisione che si risolse con la chiusura definitiva della rivista che avvenne col numero del 19 del marzo 1969. Una rivista di vitale importanza per quegli anni, poiché compì una rivoluzione socio-culturale e intellettuale, scagliandosi ferocemente contro l’ideologia universitaria, comunicativa e “commerciale”. 




