Forse là, dove danzano i girasolidi Anna Maria Santoni BoselliMarco Serra Tarantola Editore, 2012ISBN: 978-88-97107-81-1Pagine: 170Costo: 18 €Recensione di Lorenzo Spurio
La morte non distingue le frontiere e falcia in ogni direzione alla cieca troppe vite e le abbandona (p. 93).
Forse là, dove danzano i girasoli di Anna Maria Santoni Boselli è un manifesto della nostalgia e una roccaforte del ricordo che, pur a distanza di molti anni, non annuncia a sbiadirsi o a logorarsi. E’ un romanzo familiare, ma è anche e soprattutto un romanzo storico, perché la scrittrice inserisce le vicende della sua famiglia –trattate in maniera cronachistica e documentale- all’interno della cornice più ampia della storia contemporanea italiana, di quel periodo della storia disprezzabile, sofferto e dal quale prendere le distanze, allontanando, però, sempre la minaccia dell’oblio.
Si parla della nascita di un amore tra due ragazzi inesperti della provincia lombarda, del loro veloce matrimonio e della creazione di una loro famiglia, ma la guerra irrompe improvvisa e sgretolerà ogni sogno: l’uomo verrà mandato in guerra, nella campagna di Russia, e da lì mai più ritornerà: non conoscerà mai sua figlia, né si ricongiungerà all’amore di sua moglie che, straziata dal dolore, dovrà farsi forza per il bene di sua figlia e andare avanti.
Il libro è inoltre arricchito da documenti dell’epoca, quali biglietti privati scambiati da Rico, al fronte, con sua moglie o una sua foto in abiti militari, l’unica immagine che la scrittrice ha di suo padre. Ma su ogni cosa viene evidenziato quanto il potere dei pochi, quanto le decisione prese prepotentemente per il bene del paese, come quella di andare in guerra, abbiano conseguenze deleterie e inimmaginabili in modeste famiglie che, dall’oggi al domani si vedono private dei cari. Speranza, prima, dolore poi. Questa è la canonica mappatura dei sentimenti di una famiglia che attende a casa il ritorno di un suo congiunto.
Rico non ritornerà più e di lui non si sapranno più notizie certe. Il dramma della guerra a volte porta anche a questo, e la natura, quasi beffardamente, sembra riappropriarsi dei suoi uomini e inghiottirli dentro di sé, evitando di lasciare tracce: “Enrico non scrive più, disperso nella steppa russa, sepolta di neve ghiacciata, nessuno saprà più nulla di lui. Disperso chissà dove, forse sepolto, là dove, al suo ventisettesimo compleanno, danzeranno i girasoli” (p. 103).
Ma non è la natura ad essere sadica, è l’uomo che imbarbarito nella sua coscienza e illusosi di poter sfidare tutto, anche se stesso e Dio, ha prodotto abomini senza prenderne coscienza.
E di questa storia raccontata semplicemente, ma nei minimi dettagli resta l’amaro in bocca, un senso di dolore che mai potrà essere placato, perché qualcuno ha abbandonato la veste di uomo mortale assumendosi prerogative supreme (quella di dar morte), privando una giovane nascitura dell’affetto paterno.
Quanto Anna Maria Santoni Boselli racconta è pregno di ricordi dolorosi e sensazioni contrastanti vissuti sulla sua pelle rievocando momenti tragici della storia del Paese: la dittatura vista dagli occhi della scrittrice come il “Duce [che] continua ad urlare” (p. 66) e quei tedeschi poi futuri alleati stigmatizzati come “crucchi”.
Ma queste pagine non sono solo di Anna Maria Santoni Boselli, sono di tutti.
Sono di tutte le famiglie italiane che hanno sofferto una perdita in quel gravoso momento e mi sento di dire che possono essere anche riferite a ciascun tipo di guerra, privazione di diritti umani e violenza che provochi dolore, mancanza di speranze e fine delle certezze. E nel capitoletto “Preghiera violenta”, anche la religione, come cura e sostentamento dell’uomo, ha abbandonato la giovane Palmira che oltre ai racconti delle sevizie e delle torture dei tedeschi fatti da Giovanni, deve sopportare il dolore della famiglia per la morte di due giovanissime sorelle a causa del tifo. C’è un Dio? E’ questa la domanda che la scrittrice si pone: “Perché non hai fulminato quei capi di popolo disgraziati, che hanno offeso e rovinano tante famiglie in tutta Europa? E dov’erano i tuoi rappresentanti sulla terra?” (p. 129) per poi passare a un linguaggio forte dal quale trasuda voglia di vendetta: “Maledetti quegli uomini, che hanno tanto ferito l’Umanità, siano maledetti, torturati, impiccati, sparati, sputacchiati, calpestati” Oh, Dio dove sei? Svegliati!! Ritornata! – No?… Dio è morto!-“ (p. 129).
Oltre ogni dolore, la volontà di conoscere e di tramandare ai posteri affinché gli sbagli non vengano fatti una seconda volta, è potentissima: “Non conosceva la storia, ma sentiva spontaneamente che i fatti che accadono possono insegnare qualcosa a chi viene dopo, ma ci vuole umiltà e pazienza per ammetterlo!”(p. 121).
«Possiamo considerare la figura di Elettra come il mito archetipico di ogni donna sottoposta ad ogni genere di violenza. Cosicché, l’unica arma di difesa che ha la donna per sfuggire alla violenza è l’istruzione e, conseguentemente, i libri, quelli degni di questo nome e fonti di cultura per eccellenza. Senza istruzione e quindi, senza libri, la donna sarebbe vittima di ogni genere di violenza, più di quanta già ne subisce oggigiorno.
Similmente possiamo considerare Oreste come il mito archetipico di ogni difensore delle donne, ma solo per difendere e confortare Elettra.
Purtroppo, molti sono gli Egisto e pochi gli Oreste.»[1]
Oh, quale dolore provasti per la tua triste sorte, reietta, percossa, disprezzata! Ma ora, felicità insperata giunge alle tue pupille stanche: tuo fratel, creduto morto, è giunto alfin a liberarti, ad abbracciarti, a rimirarti, dolce sorella; quanto hai sofferto, che aspra guerra, a qual battaglia fosti risoluta, non vacillasti! Come montagna che giammai trema sotto le sferze del ciclone, come cascata, che vasta erompe precipite, non t’arrestasti! Eri pronta anche a morir, triste misera, cara sorella, erano pronti a seppellirti viva, pur di serrarti la bocca, quella bocca, che nacque ad indorare baci, una volta sposa, a sì nero ufficio fu deputata: casta fanciulla, ambra di rose, non soffrir più, riposa sul mio cuor, non soffrir più, non soffrir più!
(9/10/1996)
[1] Edito in Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47, p. 14.
ISBN: 978-88-6682-240-0.
[2] Edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100, pp. 72-73. ISBN: 978-88-6347-031-4.
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.
[1] Con cogida si intende la “scornata” del toro durante una corrida. La “cogida fatal” è un attacco talmente forte dell’animale che provoca la morte del torero.
Cinquanta sfumature di grigiodi E.L. JamesMondadori, Milano, 2012ISBN:9788804623236Pagine: 548Costo: 12€Recensione di Lorenzo Spurio
La sessualità di molti esseri umani di sesso maschile contiene un elemento di aggressività –un desiderio di dominare, che la biologia sembra mettere in relazione con la necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale con mezzi differenti dalla seduzione. Così il sadismo non sarebbe altro che una componente aggressiva dell’istinto sessuale divenuta indipendente ed esasperata, e che, spostandosi, ha usurpato la posizione di guida.
(Sigmund Freud, Tre Saggi sulla sessualità, 1905)
Non sono un appassionato del genere erotico, ma ho deciso di leggere Cinquanta sfumature di grigio perché se ne è parlato tanto negli ultimi tempi e, nel bene o nel male, è diventato uno dei più grandi best seller. Purtroppo, bisognerebbe aggiungere, almeno per una serie di motivi che cercherò di tratteggiare in questa recensione.
La storia contenuta nel romanzo, prima parte di una trilogia scritta dall’autrice nel corso di un anno è mezzo, è semplice al punto di apparire ripetitiva, poco originale e ridondante. La ventiquattrenne Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese che sta preparando una tesina su Tess dei d’Urbervilles, romanzo di Thomas Hardy con il quale l’autrice E.L. James credo abbia voluto costruire un rimando: la protagonista, Tess, viene stuprata dall’uomo del quale poi sarà costretta a sposare, un certo Alec, un’unione forzata che animerà nella mente di Tess l’omicidio e che la condurrà essa stessa all’esecuzione. Chi conosce la narrativa di Thomas Hardy sa che lo scrittore vittoriano ha sempre dato una grande peso alla concezione fatalistica della vita secondo la quale le cose succedono non perché conseguenza di altre o perché qualcuno le ha decise, ma semplicemente perché debbono accadere e dunque essere accettate così come si presentano, ineluttabilmente. E’ ciò che avviene alla giovane Tess che, ferita nell’onore e in condizioni disagiate dopo la morte del padre è costretta ad accettare di vivere con l’uomo che la violentò convertendosi in sua moglie, ma chi ben conosce il romanzo sa che questa situazione è impossibile da essere trasportata e genererà la tragedia. Eros e Thanatos che si incontrano.
Ritornando alle Cinquanta sfumature di grigio, l’altro personaggio centrale della narrazione è Christian Grey chiamato semplicemente Mr. Grey, un uomo spavaldo, egoista, che gestisce una grande azienda. I due personaggi non potrebbero essere più diversi: studiosa e in cerca di lavoro lei, ignorante e imprenditore lui, di modeste condizioni economiche lei, ricchissimo lui, sensibile e vergine lei e opportunista e perverso lui. L’occasione d’incontro dei due personaggi è il momento dell’intervista che Kate, l’amica di Anastasia, avrebbe dovuto fare a Mr. Grey ma che, a causa di un’influenza non può fare e per questo viene sostituita da Anastasia. L’intervista va bene, ma subito tra i due si crea un’attrazione particolare che porterà poi Mr. Grey a re-incontrare Anastasia, corteggiarla e riempirla di regali. C’è inizialmente una vera infatuazione di Anastasia nei suoi confronti: è allettata dai regali e dalle attenzioni di lui e affascinata dalla sua bellezza tanto che si lascia andare dagli eventi, convinta che quella è una occasione proprio da non lasciarsi perdere.
Ma le cose non tardano a mostrarsi essere diverse quando Mr. Grey, pur attratto ed interessato a lei, si mostra schivo e freddo, sprezzante e autoritario: Anastasia crede di poter “far l’amore con lui”, ma lui subito l’avverte che “non fa l’amore, ma fotte”. A partire da questo punto in Anastasia nasce una sorta di risentimento o dubbio che la logora: da una parte è attratta da quell’uomo e vorrebbe buttarsi a capofitto in quella storia, dall’altro lui è a tratti enigmatico, ha comportamenti bipolari, attuando a volte in maniera dolce altre in maniera sgarbata: “E’ un uomo così imprevedibile, sensuale, intelligente e spiritoso. Ma i suoi sbalzi d’umore… e la sua voglia di farmi del male. Dice che terrà conto delle mie riserve, ma mi fa paura lo stesso. Chiudo gli occhi. Cosa posso dire? Dentro di me, vorrei solo di più, più gesti affettuosi, più giocosità, più… amore” (cap. 20).
Alla fine Anastasia deciderà di accettare il suo brutto comportamento e tutto ciò che questo comporta accettando un po’ per amore un po’ per abnegazione le sue condizioni sebbene non arrivi mai a sottoscrivere il contratto che Mr. Grey ha preparato per lei. Il contratto è una scrittura preoccupante nella quale Mr. Grey ha previsto una serie di diritti-doveri delle parti che garantiranno il loro rapporto sessuale, un rapporto di tipo sadomasochistico tra Dominatore e Sottomessa. Lì, inoltre, sono previste le modalità, le tempistiche e l’elencazione delle pratiche che verranno portate avanti all’interno di questo perverso gioco. La Stanza Rossa o Stanza delle Torture sarà la stanza della casa di Mr. Grey appositamente dotata di bende, funi, divaricatori ed altri strumenti per queste pratiche devianti. Anastasia è affascinata e impaurita allo stesso tempo, galvanizzata e tormentata, eccitata e dibattuta, ma alla fine deciderà di accettare tutto questo un po’ alla volta, convertendosi in una serva silenziosa e pronta a tutto.
La narrazione, come si diceva, è abbastanza ripetitiva nelle scene che vengono fornite e, benché la varietà delle perversioni e degli atteggiamenti sessuali sia abbastanza eterogenea, nella lettura si ravvisa una certa piattezza nel tono. Il linguaggio, pure, è semplice e colloquiale –nel corso del romanzo i due protagonisti parlano spesso attraverso il linguaggio della posta elettronica- ma di certo consono per una storia di questo tipo: arcaismi o elementi retorici avrebbero di gran lunga appesantito la lettura che già di per sé è pesante. La scrittrice avrebbe benissimo potuto tagliare alcune parti –e quindi un’abbondante numero di pagine, se non di capitoli- senza mutare granché il senso del libro. Perché in fondo in un libro un senso c’è sempre, vero? E allora quale dovrebbe essere il significato di questo atlante delle perversioni sessuali? Non mi è chiaro.
In questo clima di profonda soggezione e tormento che provoca nella protagonista sensazioni completamente contrastanti c’è spazio per un momento di riflessione: l’utilizzo della violenza fisica in un rapporto bondage dà o sembra dare la convinzione alla protagonista che con quel mondo ha chiuso e che quindi ne verrà fuori a testa alta. Ma dato che il lettore sa che la storia non è che una trilogia siamo giustamente portati a pensare che la protagonista ricada in questo tunnel di sesso e violenza, apparentemente senza sbocco. C’è però uno spiraglio di luce in questa narrazione perversa: Anastasia, pur assoggettata completamente, è consapevole che l’ossessione per il sesso e per le pratiche BDSM di Christian sia segno di malattia, di un disturbo psichiatrico da fronteggiare ed è lei stessa che pensa di poter essere la sua ancora di salvezza: “Quest’uomo all’inizio mi sembrava un eroe romantico, un ardito cavaliere bianco dall’armatura scintillante, o un cavaliere nero, come dice lui. Invece non è un eroe; è un uomo con gravi, profonde lacune emotive, e mi sta trascinando nel buio. Non potrei, invece, essere io a guidare lui verso la luce?” (cap. 20).
Freud nei famosi “Tre saggi sulla sessualità” aveva avuto modo di parlare di come nascono le perversioni a partire dalla giovane età dal soggetto e da cosa sono animate o motivate. Parlando del sadomasochismo, oltre a definirne il peculiare atteggiamento di dominazione e sottomissione aveva osservato che spesso il sadomasochista ha come genesi del suo comportamento deviato un trauma pregresso e la stragrande maggioranza delle branche psicologiche che da essa dipartono sono di questo avviso: “Stoller ritiene che l’essenza della perversione sia la “conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai loro genitori. Il loro metodo di vendetta è quello di disumanizzare ed umiliare il loro partner durante la fantasia o l’atto perverso”.[1]
L’idea che si potrebbe azzardare è che l’accecante perversione di Mr. Grey, il suo cieco sadismo e la sua voglia indomabile di dominare sugli altri (al lavoro, come nella vita privata) non solo sia frutto di un atteggiamento narcisistico, ma ha chiaramente una genesi nel periodo infantile che, come l’autrice narra, è di certo stata difficile e traumatica: ha subito maltrattamenti dalla madre che era violenta e si ubriacava ed è stato poi dato in adozione ad un’altra famiglia, episodi che fanno dire a Christian “ho avuto una dura introduzione alla vita”.
Pure non è da sottovalutare il fatto che da ragazzo abbia avuto rapporti sessuali con una donna più grande di lui, una certa Mrs. Robinson, esperienza che probabilmente l’ha traumatizzato similmente a quanto avviene ai personaggi nei romanzi di John Irving. Si tratterebbe qui di capire se questo rapporto gerontofiliaco[2] (di differente età tra i partner) sia avvenuto consensualmente, ossia con il tacito e innocente consenso dell’allora ragazzo o se, invece, abbia presupposto una certa violenza e coercizione da parte della donna tanto da diventare un atteggiamento pedofilico come Anastasia nel romanzo pensa che sia stato.
A questo punto mi viene in mente una domanda che in un certo modo ha animato la mia intera lettura del romanzo. Ma ne avevamo realmente bisogno? C’è qualcuno che ha letto il libro che possa rispondere affermativamente per qualche ragione? Trovo pressocchè banale e semplice rispolverare De Sade con il mero scopo di “far parlare di sé”. Perché se questo romanzo è uno di quelli di cui “basta che se ne parli”, allora lo scopo è di sicuro stato raggiunto. Ma perché se ne parla? Semplicemente perché il proibito affascina, l’erotico esalta e fa risvegliare sogni latenti nell’immaginario dell’uomo. C’è da augurarsi, allora, che questo non avvenga, per la salvaguardia dell’umanità tutta e soprattutto dell’archetipo femminile ampiamente degradato con questa narrazione.
Berra, Ludovico, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999
De Sade, Donathien Alphonse, Le 120 giornate di Sodoma, qualsiasi edizione
Freud, Sigmund, Tre saggi sulla sessualità (1905), qualsiasi edizione
James, E.L., Cinquanta sfumature di grigio , Mondadori, Milano, 2012.
[1] Ludovico Berra, Le perversioni sessuali, Edizioni Libreria Cortina, Torino, 1999, p. 20.
[2] In realtà il termine è usato in maniera inappropriata perché la gerontofilia prevede che una persona giovane ricerchi il rapporto sessuale con un anziano e sarebbe proprio la presenza di caratteristiche senili del corpo quale malattie, affaticamento o scarsa mobilità gli elementi ricercati ed eroticamente eccitanti.
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Ralph piangeva la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy.
(Il signore delle mosche, di William Golding)
Che orrore! Che orrore!
(Cuore di tenebra, di Joseph Conrad)
Il signore delle mosche è un romanzo d’avventura, ma anche un’amara analisi sui rapporti umani che si sviluppa in maniera drammatica e sconvolgente a seguito della diffusione di ideologie contrastanti. E’ anche un romanzo politico, nel senso che mostra modi di pensare riferiti alla società estremamente diversi tra loro; Golding utilizza, infatti, molto spesso nel corso del romanzo un linguaggio specifico che è appunto quello politico: “adunata”, “assemblea”, “congresso”, “leggi”, “consensi”, “maggioranza”, “capo”, “elezioni” sono solo alcune delle parole che vengono impiegate. Da una parte c’è Ralph, il bambino della conchiglia, che istituisce assieme al Piggy l’assemblea e il congresso fondato sul turno di parola, un sistema quindi democratico, fondato sull’eguaglianza, la libertà e mirato alla coesione e alla pluralità delle idee; dall’altra parte c’è Jack Merridew, un bambino prepotente e sadico che si scinderà dal gruppo originario per dar vita a una sua tribù dominata dalla violenza, dalla spietatezza e dall’autoritarismo, nel quale non è difficile intravedere una sorta di politica dittatoriale, totalitaristica.
Il signore delle mosche è un romanzo estremamente complesso. Forse neppure Golding avrebbe voluto crearlo tanto complicato e denso, non nella trama che, invece, è abbastanza semplice e lineare, ma nella serie di temi che implicitamente sottendono nel tessuto dell’intera storia. Ma Il signore delle mosche è anche il segno di un imbarbarimento pericoloso, di un ritorno alle origini selvagge, primitive, è il ritorno a uno stato di natura che fa seguito a un abbattimento di ogni esplicitazione della cultura (l’educazione, l’insegnamento, la formazione, la morale, la religione, il buon senso). Il romanzo si presenta come un bildungsroman stravolto: i bambini della storia, soli superstiti di un incidente aereo, si ritrovano su un’isola disabitata del Pacifico e, dopo un’iniziale progetto democratico di organizzazione e di coesione, si abbandonano a screzi, litigi, rimproveri, minacce sino ad arrivare a vere e proprie violenze:
“Le leggi!” gridò Ralph. “Tu non rispetti le leggi!”“A chi gliene importa?”Ralph chiamò a raccolta tute le sue facoltà.“Ma le leggi sono l’unica cosa che abbiamo!”Ma Jack gli guardava in piena rivolta:“Chi se ne frega delle leggi!”
L’ideale democratico e populista che li aveva animati all’inizio, viene irrimediabilmente infranto e ben presto il gruppo dei ragazzi si divide in due: Jack, non riconoscendo più come capo Ralph, crea un suo gruppo al quale partecipano da subito la maggioranza dei bambini.
L’isola del Pacifico, unica location del romanzo, dalla vegetazione esotica e dai panorami mozzafiato, che poteva essere un ottimo setting di pace e tranquillità, luogo di divertimento e di svago, finisce per diventare, invece, il luogo del vizio, del peccato, dell’infanzia corrotta.
E’ Jack il capo del nuovo gruppetto di bambini che si scinde dal gruppo originario e quest’azione può essere interpretata a livello politico, come una sorta di atto ribelle volto alla determinazione di una minoranza, ma il modo con cui Jack lo fa non ha niente di democratico e di lecito e quindi deve essere visto come una sorta di spietata lotta di potere motivata da ragioni megalomani e personalistiche all’interno delle quali Jack, appunto, si auto-proclama nuovo capo. E’ un capo autoritario, violento, crudele, sempre pronto a dar ordini o a comandare a qualcuno di picchiare altri. E così, alle iniziali idee di adunata, congresso e assemblea, si sostituiscono ben presto una serie di azioni violente, minatorie e criminali del gruppo di Jack, rinominato “il signore delle mosche” contro il gruppo di Ralph che, munito della conchiglia, ex simbolo di unità e democrazia, insegue forse ancora un progetto unitario di uguaglianza basato su leggi e rispetto.
In molti (la maggioranza) non tardano a schierarsi con il nuovo capo che sembra tanto più forte, austero, deciso e prestigioso e anche in questo Golding è abile nel riferirsi, forse, a quante persone entusiasmate dai regimi della prima ora (vedi nazismo e fascismo), che con la loro retorica ridondante finiva per persuadere, decisero di appoggiare ideologie che poi si rivelarono come i peggiori crimini dell’umanità. Traspaiono così in chiave romanzata una serie di riferimenti storico-politico (che sono a loro volta quanto mai attuali) facilmente individuabili per dimostrare come l’assenza di genitori, adulti, leggi, centri di controllo piuttosto che essere vissuta positivamente, si risolve, invece, come motivo di astio, violenza ed esasperata lotta di potere.[1] Il romanzo dà così voce a un’infanzia degenerata che ha perduto per sempre l’innocenza e che è portata quasi meccanicamente ad attuare e reiterare atteggiamenti sadici e sconsiderati che appartengono al mondo degli adulti (vedi il riferimento alla seconda guerra mondiale nelle prime pagine del romanzo, momento nel quale è ambientata tutta la storia).
E’ Piggy, l’amico e consigliere di Ralph, che nelle prime pagine viene canzonato per la sua mole grassottella e per il suo parlare sempre riferendosi a sua zia, il personaggio più legato alla ragione, alle idee di libertà, rispetto e democrazia e, quando nelle ultime pagine del romanzo arriviamo a leggere della sua atroce morte, siamo ormai sicuri che la democrazia sull’isola sia ormai diventata un disegno utopico. Con la morte insensata di Piggy finiamo per solidarizzare ancor più con il gruppo dei “buoni”, Ralph e pochissimi altri, e temiamo che Golding nelle poche pagine che seguano finisca per far morire anche Ralph. Ma in questo modo avrebbe finito per aggravare il tono già particolarmente tragico e, forse, di essere troppo banale; ci consegna, invece, un finale diverso, inaspettato, che, però, ha il sapore di un eccesso di buonismo o di conciliatorismo giunto però ormai in extremis.
L’assurda e inspiegata convinzione dei ragazzi per gran parte del romanzo che l’isola sia infestata da una bestia violenta che li tenga continuamente sotto minaccia si configura, inoltre, da subito come una banale macchinazione della mente dei ragazzi che li porta però a dover trovare a tutti i costi quella bestia. La trovano, sì, ma all’interno del loro gruppo, per soddisfare, forse, quel desiderio di frustrazione di essere bambini e di volersi mostrare grandi, capaci di memorabili azioni e di utilizzare la violenza. Per Jack, il signore delle mosche, il violento, il capo tribù, il despota, il selvaggio, uccidere una persona sarà un’azione di poco conto, proprio come uccidere un maiale. Golding ci chiama direttamente a riflettere e ragionare su quanto l’animo umano sia capace di produrre nefandezze nel momento in cui dimentica ciò che sono la ragione, la coscienza e il rispetto delle leggi. E’ sempre Piggy a sottolineare, come una sorta di saggio “Grillo Parlante” che rimane però sempre poco ascoltato, le mancanze e i pericoli a cui il gruppo sull’isola va incontro se non si rispettano le leggi della conchiglia, ideate da Ralph e all’inizio accettate e condivise da tutti:
“Che cosa è meglio: essere una banda di negri, di primitivi come voi, o essere ragionevoli come Ralph?”“Che cosa è meglio: avere delle leggi e andare d’accordo, o andare a caccia e uccidere?”“Che cosa è meglio: la legge e la salvezza o la caccia e la barbarie?”
Non c’è nessuna forma di rinsavimento, di ripensamento, né di pentimento da parte di Jack e del suo gruppo nei confronti di Ralph, segno che la crudeltà si è radicalizzata e ha colonizzato ampiamente i loro cuori; il finale proposto da Golding, forse per smorzare un po’ l’esasperata tragicità dell’intera storia, non è però in grado di alleviare il senso di desolazione, di disprezzo e la paura che noi, così come Ralph, proviamo nei confronti di Jack, dei cattivi, dei violenti. L’isola di Golding non è un’isola che “rende famosi” come quella di un celebre reality televisivo ma è, al contrario, un posto che da edenico si trasforma in demoniaco a causa della crudeltà insita nell’uomo, in maniera analoga a quanto avviene nell’Africa nera nel romanzo Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1902) di Joseph Conrad dove il crudele Kurtz, al pari di Jack in Il signore delle mosche, non è altro che emblema del male atavico che sgorga dall’indifferenza nei confronti del dolore prodotto dalle proprie atrocità.
Lorenzo Spurio
Jesi, 22-11-2011
BIBLIOGRAFIA
Conrad, Joseph, Cuore di tenebra, Torino, Einaudi, 2005.
Golding, William, Il signore delle mosche, Milano, Mondadori, 2001.
McEwan, Ian, Il giardino di cemento, Torino, Einaudi, 2006.
Spurio, Lorenzo, “Comportamenti devianti e spazi claustrofobici nella scrittura di McEwan”, Tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne, Relatore: Prof.ssa Francesca Montesperelli, Correlatore: Prof.ssa Marinella Salari, a.a. 2010/2011.
[1] Ho avuto modo di studiare a fondo l’opera di Ian McEwan, uno dei maggiori scrittori britannici viventi, oggetto per altro della mia seconda tesi di laurea. La critica ha messo in luce che la storia contenuta nel suo primo romanzo, Il giardino di cemento (The Cement Garden), del 1978, è in parte inspirata da Il signore delle mosche di Golding, romanzo che McEwan conosceva molto bene e del quale era rimasto affascinato. L’idea di Il giardino di cemento, infatti, era, come ha sostenuto l’autore in varie interviste, quella di presentare le vicende di quattro fratelli minorenni che si trovano da soli a gestire tutte le incombenze e le mansioni della casa dopo la morte di entrambi i genitori. L’idea di vedere come dei bambini da soli, senza adulti o altre figure d’autorità, si comportino per ricreare un loro ordine che possa dar stabilità e coesione è ripreso da McEwan direttamente dal romanzo di Golding, poi riadattato in maniera diversa. In Il giardino di cemento, infatti, i bambini dopo un’iniziale organizzazione basata sulla coesione e la spartizione di compiti, finiscono per sprofondare nel caos all’interno del quale maturano atteggiamenti degenerati, preoccupanti e sessualmente deviati attuati, però, come strategie di autodifesa o come un modo per cercar di tener unita la famiglia, contravvenendo alla morale e alle leggi sociali.
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Pulp, una storia del XX secolo di Charles BukowskiTraduzione di Luigi SchenoniMilano, Feltrinelli, 2010, pp. 182ISBN: 9788807813641 Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Se qualcuno ci regalasse questo libro privato della copertina e quindi del nome dell’autore, non faremmo nessuna difficoltà, già a partire dalla prime pagine, a capire che lo scrittore è Charles Bukowski. Non tanto perché lo scrittore americano, uno dei più popolari e contestati degli ultimi trenta anni, sia facilmente individuabile per la presenza di una serie di topos che ricorrono nelle sue opere ma è la sua scrittura fredda, diretta, concisa, tagliente, sviluppata soprattutto al livello dell’oralità, del parlato, che ci rendono palese la paternità dell’opera.
Pulp (letteralmente “pasticcio”) è un romanzo pubblicato nel 1994. Si tratta di una narrazione un po’ diversa da quelle di Post Office (1971) o Factotum (1975), che potremmo definire più tipicamente bukowskiane per diversi motivi. Il protagonista non è il beone, burlone e spregiudicato Henry Chinaski, alter ego dell’autore presente nelle sue più grandi narrazioni ma un certo Nick Belane. Belane è un agente delle investigazioni segrete e, benché agli occhi di tutti sia un completo inetto, si definisce «il detective più dritto di Los Angeles e Hollywood» (32-33). Nel romanzo ci vengono descritte le varie peregrinazioni, appostamenti, incontri, che Belane fa su commissione da parte di tre clienti che lo chiamano in aiuto. Alla maldestrità del personaggio, al poco rispetto per le leggi, alle ubriacature e alla sua facilità di venire alle mani si sommano così tre microstorie che riguardano tre diverse investigazioni, tutte al limite del surreale: una donna che viene fatta seguire perché il marito teme che lo tradisca; un uomo disperato che chiede a Belane di dare alla caccia all’alieno donna che lo perseguita e le ricerche per un certo Passero Rosso. Tutte e tre le ricerche sembrano non portare a nessun risultato e Belane si troverà spesso alle prese con minacce, ricatti, tradimenti, estorsioni, imbrogli, vendette e veri e propri scenari violenti: scazzottate e sparatorie (si ricordi che l’edizione originaria del romanzo aveva in copertina raffigurata una pistola fumante). Lo stesso Belane, in quanto agente privato, dispone di una sua arma e sembra essere sempre troppo facile a sfoderarla per finir poi per subire i soprusi o gli inganni degli altri.
Belane è un inetto in tutto: ha alle spalle tre matrimoni che, a detta sua, sono finiti per semplici incomprensioni, ma nemmeno il ritorno sulla scena di una sua ex moglie sembra tirarlo fuori da quel clima di depressione e vittimismo che si è creato addosso, arrivando persino a considerare il suicidio. Non mancano le amate scommesse ai cavalli, marchio di fabbrica di Bukowski e i riferimenti al bere, all’ubriacarsi, all’alcolismo mentre il sesso, tema da sempre caro a Bukowski è sì presente, ma in forma diversa. Belane, infatti, non è un donnaiolo, non è uno ossessionato dal sesso, pronto a corteggiare una donna oppure a prendersela per sé con la forza. Riferimenti al sesso sono sparsi qua e là nel romanzo, ma Belane non è mai coinvolto in un amplesso amoroso. Neppure quando l’ex moglie gli propone, in cambio di 20 dollari, una prestazione orale lui accetta. Sotto questo punto di vista Belane è un Chinaski molto più cauto e meno ossessionato dal tema. Non mancano però riferimenti ad un sesso perverso quando l’autore, ricordando un episodio del passato con alcune prostitute, osserva: «Le avevo portate tutte a casa mia e una di loro aveva masturbato il mio cane» (16). Il sesso in questo romanzo, sembra suggerire Bukowski, riguarda gli altri, quelli che circondano il personaggio, ma non lui come quando osserva due mosche che stanno copulando.
Con molta difficoltà e con una serie di episodi altamente pericolosi, carichi di violenza, Belane riuscirà nelle sue tre investigazioni ma l’ultima, la più difficile, quella del Passero Rosso, gli costerà la vita. Ecco perché si diceva all’inizio della recensione che questo romanzo si distanzia da quelli tipicamente bukowskiani: abbiamo un personaggio poco legato al mondo del sesso, è un incapace, non riesce a far valere le sue ragioni, non predomina sugli altri e, al contrario, è un debole e finisce lui per esser sopraffatto. E’ Belane stesso a riconoscersi come «un investigatore privato che era dritto ma non risolveva niente» (52). Alla fine, come si è detto, riesce nei suoi scopi, ma al prezzo della sua propria vita. Non è un eroe né un martire, rimane un poveraccio qualsiasi, senza un soldo né un affetto. La sua morte, più che esser un fatto tragico, viene così ad essere una sorta di salvataggio di Belane da quel mondo degradato, triste, desolato e crudele del quale ha fatto parte.
E così Bukowski ci consegna, forse, uno dei romanzi più interessanti ed intrecciati, stanco forse dell’invincibile e sfrontato Chinaski per presentarci, invece, un uomo che, pur incapace, si dà da fare per riuscire in qualcosa e fronteggiare quel mondo dove domina violenza e logica del denaro. Non è forse un caso che Pulp sia l’ultimo romanzo dell’autore, pubblicato appena pochi mesi prima del sua decesso, quasi che l’autore abbia voluto scherzare con la propria morte. Lo scrittore ci consegna questo “pasticcio” curioso in cui, a certi livelli ha condensato tutti i temi a lui carichi costruendo una storia che è semplice ma, paradossalmente, allo stesso tempo complessa.
Io, venditore di elefantidi Pap Khuomacon introduzione di Oreste PivettaGarzanti, Milano, 2006ISBN: 9788811045038Pagine: 188Costo: 10 €Recensione di Lorenzo Spurio
“Io sono tra i primi ad aver conosciuto l’emigrazione e la clandestinità, sono passato attraverso tempi duri e avventurosi, ho sofferto la fame e ogni genere di umiliazioni, la solitudine, la nostalgia” (p. 118).
Io, venditore di elefanti è la storia di un povero immigrato africano che, giunto nel nostro paese, finisce per fare il vucumprà con tutti i problemi che questo comporta. Seguiamo il protagonista, riflesso diretto dell’autore Pap Khouma nei suoi numerosi spostamenti: da Dakar, capitale del Senegal, fino ad Abidjan, la vecchia capitale della Costa d’Avorio dove il protagonista impara “a vendere elefanti”. Si tratta della sua prima esperienza con il mondo del commercio e del lavoro, un’occupazione che in Costa d’Avorio rende abbastanza, ma che non è in grado di sposarsi con i desideri del giovane africano. E così, dopo aver lasciato Dakar, il protagonista giunge a Roma, poi a Rimini e al periodo trascorso nella riviera romagnola sono dedicate le pagine a mio avviso più belle del libro. Il protagonista, così come molti altri suoi connazionali, vivono in condizioni di illegalità, in sovrannumero all’interno di un appartamento, privi del permesso di soggiorno e sono dediti alla vendita ambulante. E’ per questo che la loro vita si configura come una fuga continua da quelli che l’autore chiama “gli zii”, ossia la Polizia e più in generale da tutti i “tubab”, termine impiegato in maniera un po’ dispregiativa dai neri per definire i bianchi. Ma in tutto questo l’autore regala anche pagine ricche di profumi e colori legati alla terra d’origine come quando descrive la festa del tabaski. Il “mito europeo” presente nell’immaginario dell’immigrato si realizza anche con il viaggio in Francia anche se l’autore osserva: “Odio la Francia perché ci ha colonizzati e sfruttati” (p. 42).
Segue il racconto diaristico e dettagliato del difficile ritorno in Italia con i vari problemi di poter esser individuato alla Frontiera (la storia è ambientata, infatti, prima dell’abolizione dei punti doganali secondo quanto previsto dal Piano Schengen). Questo continuo peregrinare di Pap Khouma, metafora del povero immigrato che lascia paese e famiglia per inseguire un mondo migliore, è a tratti triste e duro da accettare, a tratti critico nei confronti di certi strati della società, e in alcuni punti è addirittura comico. Tra tanta difficoltà e povertà, l’autore ci lascia però con delle considerazioni positive: “C’è sempre qualcuno che prende le nostre difese. Tra le umiliazioni, le offese, i furti, c’è sempre qualcuno che prende le nostre parti” (p. 63).
Ci sono descrizioni che feriscono e infastidiscono, come gettare lo spirito su una ferita aperta. Ferita che, pur chiudendosi, mai si cancellerà. Sono i passi in cui Khouma descrive le ostilità, le umiliazioni e addirittura le violenze fisiche di uomini che dovrebbero essere i garanti della Legge. Pagine dolorose, ancor più se penso che quanto Khouma descrive avviene proprio nella mia zona d’origine: Nella spiaggia di Marina di Montemarciano non ci sono quasi ombrelloni. La prima volta che mi ha portato fortuna, anche se pare poco favorevole al commercio. Ci provo e mi sembra che tutto funzioni bene. Ma ecco che compare una macchina dei carabinieri. Percorre a lieve andatura la strada, a pochi metri dalla sabbia. I carabinieri sono due. Sono di pattuglia. Non so cosa mi prende. So purtroppo che mi metto a correre come un disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano, i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali. Le collane volano a terra. Non ho speranze: da una parte c’è il mare, dall’altra l’auto dei carabinieri, alle spalle un carabiniere che mi insegue a piedi, davanti un canale, che è poi una fogna a cielo aperto, a sbarrarmi la corsa e a togliermi ogni possibilità. Mi arrendo. Mi fermo. Il carabiniere mi è addosso, rosso, eccitato, sbuffa e bestemmia: “Maledetto negro”. Non reagisco. Mi afferra per il collo e mi trascina in macchina. Sospiro: “Lasciami camminare. So camminare”. “Brutto stronzo, credi di scappare. Noi siamo militari. Noi siamo più forti, noi corriamo più veloci di voi. Vaffanculo voi del Senegal”. Lo guardo meglio. Per essere italiano è alto. Mi sbatte contro la macchina e mi stringe le manette ai polsi. Comincia a picchiarmi. Scende anche il suo socio e volano ancora pugni, calci, insulti. Qualcuno si muove dalla spiaggia. Ha assistito a tutta la scena, l’inseguimento, la cattura, le botte, e adesso protesta: “Basta. Non potete trattarlo così. Non ha fatto niente di male. Ha solo venduto le sue collane. Basta. E’ una vergogna”. “E a voi che cosa ve ne frega? Stiamo facendo il nostro mestiere con questi bastardi” (pp. 96-97).
La nostalgia per la terra natia si respira in ogni singola parola e ancor più quando l’autore paragona gli spazi occidentali, come il Duomo di Milano, a realtà a lui locali, completamente diverse: “Le guglie [del Duomo] sembrano gli alberi delle nostre campagne e delle nostre foreste. Ma sono bianche e senza vita. Questa non è la nostra terra” (p. 81). Ed è in questa citazione che forse l’autore sottolinea questa dicotomia Europa-Africa, Italia-Senegal, Milano-Dakar, ricchezza-povertà, costruzione-desolazione, cultura-natura in maniera ineguagliabile. E dopo un anno e mezzo, dopo aver ricevuto vari fogli di via, Khouma ritorna a Dakar la cui prima immagine che ci viene data è olfattiva, “la nostra aria profumata di mandorle” (p. 106). Lì resta pochissimo perché dopo aver appurato che non ci sono possibilità lavorative e il desiderio di andare in Spagna, paese che sente in un certo senso più vicino e ospitale nei confronti della sua cultura, finisce per ritornare in Italia: “Il destino e questo misero e immobile paese mi riportano in Italia” (p. 108). Nel nostro paese le condizioni nei confronti degli immigrati migliorano, anche se non di molto, con l’introduzione nel 1987 dei famosi “permessi di soggiorno” ed è con un barlume di speranza che la narrazione-biografia si chiude: “Molti restano, lavorano, vendono, diventano operai, anche se sfruttati più degli altri. Molti restano e conoscono delle ragazze italiane. Si innamorano. Ci sono matrimoni, e poi anche separazioni e divorzi. E poi ancora altri matrimoni. Nascono bambini” (p. 141).
Il testo è arricchito nella parte finale da un compendio all’analisi e allo studio del libro che può essere uno strumento molto valido per i ragazzi della scuola media come testo che sottolinei temi centrali quali l’immigrazione, la povertà e l’intercultura.
Spurio Lorenzo
(scrittore, critico-recensionista)
Jesi, 16-01-2013
Chi è l’autore?
Pap Abdoulaye Khouma (Dakar, 1957) è uno scrittoresenegalesenaturalizzatoitaliano. E’ immigrato in Italia nel 1984, stabilendosi a Milano, dove si occupa di cultura e letteratura. È iscritto all’Albo dei giornalisti stranieri dal 1994 ed è cittadino italiano. Ha pubblicato, firmato con Oreste Pivetta nel 1990, “Io, venditore di elefanti”, che narra la storia dello stesso Khouma alle prese con il duro destino di venditore ambulante e immigrato. Nel 2005 pubblica “Nonno Dio e gli spiriti danzanti” e nel 2010 “Noi neri italiani”. È il direttore di “El Ghibli”, rivista online di letteratura. Fondatore e direttore responsabile di una rivista online di informazione italo africana. (biografia tratta da Wikipedia)
Leggendo il libro di Luigi Pio Carmina, ho da subito notato una serie di parallelismi e punti di contatto con un romanzo che ho recentemente recensito, Graffio d’alba, scritto dal fiorentino Lenio Vallati. Anche qui il protagonista, infatti, è un barbone o meglio una persona qualsiasi che, stanca del tran tran quotidiano, decide di abbandonare la sua vita e inaugurarne un’altra, più semplice, grezza e on the road. E’ per questo che la stazione ferroviaria, nei due romanzi viene assunta come “nuova casa” di questi protagonisti: un luogo pulsante, spazio di partenze e di arrivi, un universo caotico dove persone si incontrano, si salutano e si conoscono. Nel romanzo di Luigi Pio Carmina, a differenza di quello di Vallati, non è presente un vero e proprio messaggio sociale, una sorta di denuncia nei confronti del capitalismo e del consumismo dell’oggi anche se si evidenziano in più punti delle criticità nei confronti della Chiesa. Il personaggio di Racconti hunderground, ha grande coscienza di sé ed è un uomo che non accetta la realtà falsa, alienante di tutti i giorni nella quale per altro non è riuscito a trovare un gran senso. Fuggire dal mondo, dall’oggi, dalla vita, però, non è mai una grande decisione. Il personaggio finisce così per auto-escludersi da quella realtà quotidiana per sostituirla con una più semplice, fatta di privazioni e austerità economiche ma anche di maggior tempo libero, spensieratezza: “Finite le pulizie, balena un’idea in mente a tutti e due contemporaneamente e cioè osservare ed ammirare le nuvole da una fessura” (p. 39). Luigi Pio Carmina ci consegna così l’immagine di un uomo che solo fuggendo dalla sua vita riesce a trovare un senso e a dare il giusto valore alle cose. E’ –se vogliamo- una sorta di ritorno all’agognato “stato di natura”, una dimensione primordiale indistinta e priva di dolori che, però, è utopica.
Altro parallelismo al romanzo di Vallati è che il personaggio è amante della scrittura: scrive di notte, al buio, coperto dal sacco a pelo, in un angolo della stazione.
E’ apprezzabile l’idea che sottende l’intero libro e lo stile utilizzato, fresco e spigliato, contribuisce ad agevolare la lettura che mai cade nel disinteresse del lettore. Quello che, forse, mi resta più difficile è comprendere con attenzione perché Luigi Pio Carmina abbia utilizzato una materia bohémien, o semplicemente “maledetta” che risulta un po’ anacronistica. Il libro, infatti, si snoda tra vicende di strada, scazzottate, esistenze da outcast, amplessi consumati sotto gli occhi di altri (si parla di sesso, non di amore), sporcizia. In alcuni tratti le immagini che fuoriescono contribuiscono a generare un miscuglio di orrido e violento (credo sia chiara l’intenzione dell’autore di scioccare o, comunque, di infastidire un po’ il lettore): un poster con una scena del kamasutra, scheletri, ragnatele, siringhe finte e vere, un lupo sbranato, vomito, ragazze stuprate, allucinogeni; sono immagini che, nel complesso, non contribuiscono di certo a dare un buon messaggio. A questo deve aggiungersi, inoltre, che molti degli avvenimenti sembrano costruiti in maniera poco realistica, e donati al lettore in maniera pre-confezionata: il protagonista attua le varie azioni con troppa semplicità; c’è poca riflessione e poca interazione da parte degli altri che, invece, sembrano clamorosamente soggiogati e “comandati tacitamente” da lui. Ho avuto l’impressione che Luigi Pio Carmina abbia voluto inserire troppo in questo libro: si parla un po’ di tutto.. di afa e temperature altissime, di pioggia e dell’allagamento della stazione, di terremoto, di donne conquistate con estrema semplicità e interessate solo a momenti di sesso.
Chi è l’autore?
Luigi Pio Carmina (Palermo, 1985) studia a Palermo. Prossimo alla Laurea in Scienze Biologiche, è impegnato in alcune associazioni universitarie e cittadine. Credente convinto ma riluttante verso qualsiasi forma di religione. Lettore tenace di libri d’ogni genere – dal fantasy al giallo, dalla saggistica alla politica- si occupa anche di fotografia e video. Racconti hunderground è la sua prima pubblicazione.
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI, SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.
Nell’anno del XX anniversario della strage di Capaci, un dittico poetico che affianca due poeti palermitani: Monica Fantaci, con la sua “Storie stroncate” e Emanuele Marcuccio, con la sua “Urlo”, che Marcuccio scrisse nel primo anniversario della stessa strage e pubblicata nella sua silloge poetica Per una strada, nel 2009, edita da SBC Edizioni.
Scrive Emanuele Marcuccio, a proposito di “Urlo”: «È stato l’urlo di dolore risuonato negli occhi pieni di lacrime di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani, che mi ha ispirato la scrittura di “Urlo”. Quell’urlo di dolore risuonato nei suoi occhi, durante quel discorso forzato e di circostanza ai funerali di stato».
E continua così: «Una vedova che aveva appena perso il marito in una circostanza così tragica, non avrebbe mai potuto avere la forza di pronunciare quelle parole, sua sponte, ma, la voce rotta dalle lacrime fa intuire il suo urlo di dolore».
(da Emanuele Marcuccio, Per una strada, pagg. 33-34, SBC Edizioni, 2009, pp. 100)
Riguardo a “Urlo”, scrive il critico letterario Luciano Domenighini, nella prima recensione[1] a Per una strada: «Con toni rutilanti, epici e tribunizi, il poeta si abbandona sdegnato a una denuncia-condanna senza appello, ricorrendo a un’enfasi tragica quasi omerica, eppure mantenendo, nel messaggio, una chiarezza lampante e inequivocabile».
(Entrambe le poesie sono protette dai diritti d’autore. Pubblicate ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l’autorizzazione dei rispettivi Autori.
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[1] Edita in L’arrivista. Quaderni democratici (anno I, Nr. 3), Villasanta (MB), Limina Mentis Editore, 2011, p. 126.
Il romanzo di Arturo Robertazzi, giovane autore italiano residente a Berlino, è come un pugno sullo stomaco. Non lascia indifferenti. E’ un romanzo di guerra. Ma non parla molto di trincee, combattimenti o scontri corpo a corpo. Narra di una guerra già vinta e della malvagità d’animo di coloro che possono considerarsi i “vincitori”. L’incipit è così diretto e tagliente da risultare sconvolgente nel lettore: «Quel mattino era un bel mattino. Facemmo fuori quattro persone» (7).
Quello che colpisce, ancor più della serie interminabile di fucilazioni che il protagonista assieme al collega sanguinario Alex deve compiere su richiesta del Comandante, è come l’uomo riesca ad essere tanto malvagio nei confronti dei suoi simili. Il protagonista riconoscerà in quei tanti occhi e tante gambe che affollano le celle quelli del suo professore ma non è addolorato né tantomeno disturbato dal fatto che alcuni giorni dopo sarà proprio lui a doverlo uccidere proprio perchè «il professore era uno di loro» (17). C’è un continuo contrasto nel romanzo tra noi e loro, due entità contrapposte che stanno a significare i due diversi bandi del conflitto che però non vengono mai nominati in maniera esplicita. A chi si riferisce il ‘loro’, alla gente che ha «stessa lingua, stessa religione, stessa faccia» (13)? Non è semplice dirlo perché non ci sono chiari riferimenti e spiegazioni in tal senso. Se ci rifacciamo al titolo, Zagreb, ossia Zagabria in lingua croata, possiamo allora immaginare che abbia qualcosa a che fare con una qualche guerra che ha riguardato la Croazia. Allora viene alla mente il conflitto serbo-croato degli anni ’90 tragicamente noto per le violente pulizie etniche di Milosevic e la strage di Srebrenica.
Dunque loro sono i croati o i serbi? Robertazzi non nomina mai i nomi dei due popoli ma pochi e celati elementi ci consentono di capire che i “noi” sono i serbi, gli aguzzini, i persecutori, gli assassini e i “loro” i croati, un popolo diverso per lingua, religione e cultura che reclama la sua indipendenza. Credo però che Robertazzi, pur facendo riferimento a un particolar contesto geografico, non voglia delimitare il campo d’analisi e di riflessione su questa storia. Non si riferisce solo ai croati, ma anche agli albanesi del Kossovo, all’etnia Tutsi in Rwanda, ai cattolici in Somalia e così via, solo per citare alcuni esempi. Si riferisce cioè, in maniera più estesa, a tutti i popoli, alle etnie, religioni, entità linguistiche che hanno dovuto soffrire violenze da parte del nemico, essere torturate, deportate, messe a tacere, assassinate nei peggiori dei modi. Allora il libro va letto come una metafora di ogni totalitarismo ma anche di ogni fondamentalismo religioso. Non è importante il contesto storico-geografico che circonda una storia di questo tipo che è analoga per la sua insensatezza e spietatezza dell’animo umano a miliardi di altre storie.
Robertazzi ci offre così con un linguaggio spigliato e diretto uno squarcio di guerra che più drammatico non potrebbe essere; i vinti, i prigionieri, oltre ad aver perso la loro battaglia hanno perso la loro dignità e, così come vengono descritti, non hanno più nessuna parvenza di umanità: vengono descritti come animali, come topi. La loro condizione di perdenti, sottomessi, vinti li eguaglia a una sorta di regressione allo stato bestiale, che è dissacrante e invereconda: «Non erano uomini, non più. Quello che mi appariva, invece, era una creatura informe con cento occhi e cento gambe. Ogni cella, cento occhi. Ogni cella, cento gambe. Ogni cella, un’unica Bestia terrorizzata» (15).
L’aspetto che più ritengo encomiabile di questo romanzo è la scrittura espressionistica, come se Robertazzi dipinga una tela a pennellate quando ci fornisce episodi crudi, violenti, come quello dell’estrazione di una pallottola dal ginocchio dell’amico ferito. E’ questo laconismo struggente, questo frammentismo evocativo a rappresentare il vero punto forte di tutto il romanzo. Ma la storia è avvincente anche perché è originale: il violentatore, il soldato vincitore che prima ha dalla sua parte le armi per minacciare e offendere chiunque passa poi all’altra sponda, a cercar di rifuggire la Bestia. Quella violenza cieca che domina in entrambi gli schieramenti in ciascuna guerra. E così il giovane Emir, bambino che ha dovuto indossare gli abiti del cecchino, quando il protagonista gli dice che assieme andranno in Italia, in un paese dove non bisogna combattere, il bambino osserva: «Ma… se in Italia non c’è la guerra,cosa si fa?» (61).
Ogni guerra ha le sue violenze, i suoi massacri, le sue stragi e i suoi soprusi. In questa narrazione Robertazzi fa del Cane l’emblema malvagio dell’animo umano, della perversione sadica portata ai massimi livelli, della bestialità e della freddezza del comportamento del militare “vincitore”. Il Cane spara e uccide uomini quasi con la stessa frequenza con la quale respira. La sua giornata è fatta di fucilazioni sommarie quasi che, come un vampiro di una storia fantasy, è assetato da questa voglia di sangue, da questo desiderio di veder scorrere via la vita dai corpi. Se pensiamo al contesto serbo-croato allora possiamo vedere nell’efferatezza del Cane (non tanto in quella del Comandante) personaggi come Mladic o Milosevic, sterminatori, criminali e violentatori dei diritti umani. Ma come si diceva all’inizio Robertazzi elimina al massimo le indicazioni che ci consentano di circoscrivere la storia e allora nel Cane possiamo vedere Hitler, Mussolini, Franco, Caesescu, Saddam Hussein o Gheddafi. Non solo. Il Cane è un personaggio che si fa metafora del male, della violenza, dell’indifferenza verso l’altro, aspetti che, pur fuori dal contesto bellico, possiamo trovare in alcuni uomini che ci circondano. E’ il marchio di un male atavico che è presente nel mondo perché vivo nei recessi di spietati cuori di ghiaccio.
LORENZO SPURIO
9 Luglio 2011
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