E’ uscito “Euterpe” n° 8, rivista a tema “Panta Rei: Tutto scorre”

LOGO COLORISiamo felici di comunicarvi dell’uscita del numero 8 della rivista di letteratura Euterpe e siamo a ringraziarvi per la vostra grande partecipazione. Il numero a tema “Panta Rei: Tutto scorre” raccoglie poesie, racconti, saggi, recensioni, interviste ed altri testi critici, oltre a varie segnalazioni.  

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Monica Fantaci, Massimo Acciai, Maria Rosaria Di Domenico, Fiorella Carcereri, Anna Maria Folchini Stabile, Monia Minnucci, Fabrizio Bregoli, Cristina Biolcati, Veronica Liga, Antonella Troisi, Annamaria Pecoraro, Giorgia Catalano, Sandra Fedeli, Felice Serino, Anna Alessandrino, Simona Verrusio, Maria Urbano, Carla De Falco, Luisa Bolleri, Alessandro Dantonio, Michela Zanarella, Giuseppe Bonaccorso, Sandra Carresi, Giuseppe Gambini,  Cristiana Conti, Pietro Rainero, Nadia Bertolani, Gianmario Camboni, Ilaria Celestini, Angela Crucitti, Gianluigi Melucci, Cinzia Baldini, Mauro Biancaniello, Valentina Mattia, Antoine Fratini, Umberto Del Negro, Francesco Paolo Catanzaro, Antonio Spagnuolo, Marzia Carocci, Barbara Lo Fermo, Emanuele Marcuccio, Apostolos Apostolou, Benedetta Toti, Miriana Di Paola, Iuri Lombardi, Luigi Pio Carmina, Martino Ciano, Veruska Vertuani, Claudia Piccinno, Anima e Oceano (Cristina Lania), Stefano Caranti, Giuseppe Guidolin, Lorenzo Campanella, Ivan Pozzoni, Vesna Andrejevic, Clemente Condello, Fiorella Fiorenzoni, Rita Stanzione.   

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf, cliccando qui.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Disagio psichico e sociale”. I materiali dovranno essere inviati a lorenzo.spurio@alice.it (Oggetto: Euterpe) entro e non oltre il 15 Settembre 2013.  

Cordiali saluti  

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe  

“Nessuno è al sicuro” di Cristina Biolcati, recensione di Lorenzo Spurio

Nessuno è al sicuro – Attacchi di squalo all’uomo in acque italiane dal 1926 ad oggi
di Cristina Biolcati
Edizioni Simple, Macerata, 2013
ISBN: 9788862597456
Numero di pagine: 57
Costo: 8,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

NESSUN~1Lo squalo è per antonomasia considerato assieme ai vari predatori della savana e ad alcune specie di serpenti, uno degli animali più feroci, famelici e terribili che il nostro Pianeta annoveri. E se si prende in considerazione il solo regno “acquatico”, allora ne detiene di certo il primato assieme alla balena con la quale spesso viene ingiustamente confuso e all’orca, l’unico esemplare del regno animale che sia in grado di uccidere uno squalo bianco.

Importantissimi i tanti documentari naturalistici che si sono occupati e continuano ad occuparsi dello squalo informandoci sulle sue condizioni di crescita, sulla riproduzione e sugli habitat caratteristici ma tutti, a loro modo, hanno sempre presentato l’animale come una bestia assassina, priva di logica e alla continua ricerca di una sorta di vendetta nei confronti dell’uomo. Si tratta, ovviamente, dell’errata considerazione che l’uomo, alla pervasiva ricerca di rimuovere una fobia e di allontanare da sé il pensiero morboso, ne ha fatto: ha costruito, cioè, e continua a tramandare, una serie di convinzioni sull’animale che, se si analizza la letteratura scientifica, non hanno niente di rispondente alla realtà dei fatti. Che lo squalo sia uno dei pesci più grandi, feroce, dotato di un sistema dentale spaventoso, è una realtà intramontabile, ma il suo comportamento sfrontato e vendicativo sono delle mere costruzioni mentali dell’uomo come appunto il saggio in questione, opera di Cristina Biolcati, si appresta a sconfessare.

Si fa un breve excursus sulle varietà degli squali e da subito la scrittrice sottolinea il fatto che, seppure casi di aggressione all’uomo nei mari del nostro paese non avvengono con frequenza, nella memoria storica ci sono, però, numerosi casi che vanno ricordati e, ancora più importanti, tenuti da conto. Il saggio utilizza un linguaggio semplice ed accessibile a tutti, rifuggendo scientificismi e una sintassi settoriale e si costituisce di casi storici presentati sotto forma di cronaca con tanto di documentazione (testuale e fotografica) di incontri dell’uomo con l’animale: alcuni fatali, altri, invece, in cui l’uomo è riuscito a mettersi in salvo.

imagesSi sconfessano man mano che il lettore prosegue la lettura una serie di falsi pregiudizi e di convinzioni autoindotte dalla tv e dai mezzi di comunicazione (si noti ad esempio che gli occhi dell’animale ruotano all’indietro quando addenta le vittime e vengono coperti da una membrana che in quel momento lo rende praticamente cieco; alcune parti del suo corpo sono molto delicate e vulnerabili; i suoi attacchi alle prede falliscono nel 55-60% delle volte); si ricordi, inoltre, che il mito della ferocia del pescecane e con esso la diffusione della relativa fobia può essere rintracciato nel sequel televisivo “Lo squalo” di Spielberg degli anni ‘70.

Allora il lettore potrebbe chiedersi… perché un saggio di questo tipo?

Dalla scuola elementare ci hanno sempre insegnato che squali e balene si trovano solo negli oceani ed essendo l’Italia un paese circondato da mari, non deve temere la loro presenza. E’ errato perché come dimostra Cristina Biolcati nel saggio, una serie di motivazioni di natura diversa nel corso degli anni hanno fatto sì che lo squalo mutasse il suo habitat originario e giungesse, dunque, ad abitare e riprodursi anche nei mari. Nel testo si fa appunto riferimento a una zona compresa tra le Egadi, Malta e la Tunisia. La storia ricorda vari attacchi di squalo bianco nei mari del Belpaese, addirittura nelle acque del Tirreno e dell’Adriatico dove, si penserebbe, che un simile pericolo sia impossibile.

Con questo saggio la Biolcati, oltre a smitizzare le componenti canoniche che fanno dello squalo una sorta di demonio, una macchina portatrice di violenza, sottolineandone il carattere dell’animale, offre al lettore un valido supporto storico sulla serie di aggressioni che si ricordano e in particolare dedica spazio a due di esse: quella avvenuta a Goffredo Lombardo nel 1956 nel mare adiacente a Capo Circeo dove, immerso nei fondali, si trovò praticamente faccia a faccia con l’animale, riuscendosi a salvare e quella di Luciano Costanzo avvenuta nel 1989 nei pressi di Piombino, questa volta fatale.

Al contrario di quanto avviene al capitano Achab in Moby Dick, che ha sofferto l’intera vecchiaia nella lotta, ricerca e duello con il grande nemico, rappresentato dalla balena bianca di cui alla fine sarà vittima, Goffredo Lombardo, superstite del primo incontro con lo squalo, lo sfiderà e, mettendo a rischio la sua vita, riuscirà a pescare poi il grande pescecane che appena una settimana prima l’aveva terrorizzato.

Questo perché, come sottolinea Cristina Biolcati in più punti dell’interessante saggio, l’uomo è tormentosamente affascinato da ciò che teme, come lo squalo, e non riesce ad ammettere che l’animale possa essere più forte dell’uomo e quindi in grado di minacciare l’umanità. Vari episodi in cui le persone sono state aggredite e uccise dall’animale hanno, però, sottolineato che lo squalo resta padrone del suo habitat, il mare, dove pure l’uomo per i suoi fini (balneazione, pesca, immersione, snorkeling) può “abitare”, ma non da padrone.

Il fine del saggio è quello di comprendere il comportamento dell’animale evitando stigmatizzazioni che ci vengono indotte dai mezzi di comunicazione che tendono a vedere in lui solo una macchina di morte. La Biolcati con questa interessante opera di facile lettura a metà tra ricerca storica e interesse zoologico ci consegna un testo che fa riflettere e che chiama in causa il lettore a una maggiore “coscienziazione” sul pericolo che, pur non diffusissimo, resta comunque presente. “Nessuno è al sicuro”, intitola il libro la scrittrice. La paura che si nutre verso questo indomito animale, leggendo il libro pian piano si placa e solidarizziamo con le vittime, ma comprendiamo in maniera più attenta e veritiera il comportamento del gigante dei mari.

Per rispondere allora agli insegnamenti facilistici della prima istruzione, bisognerebbe dire ai ragazzi da subito che gli squali non vivono solo degli oceani e che non riguardano solo paesi a noi distanti, ma che per una serie di cause, quale l’innalzamento della temperatura dell’acqua, la mancanza di alimentazione e la caratteristica “migrante” che si sposa con l’animo curioso dell’animale, che lo squalo “abita” o “può abitare” anche i nostri mari.

Non si tratterebbe di un frivolo allarmismo, ma di una sana sensibilizzazione.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 1 Giugno 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Errando tra le vie del cuore” di Lucio Iuliano, recensione di Lorenzo Spurio

Errando tra le vie del cuore
di Lucio Iuliano
prefazione di Sara Rota
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012
ISBN: 978-88-95881-79-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

imagesCome osserva puntigliosamente Sara Rota nella prefazione, questo è un libro in cui si parla d’amore. L’amore viene analizzato sotto varie prospettive e dell’amore l’autore ci fornisce sfaccettature diverse, a tratti anche contrastanti: c’è l’amore inteso come felice condivisione di progetti e come atto di fedeltà nei confronti dell’altro, c’è l’amore inteso come doloroso, fonte di sospiri e di inquietudini (da avvicinare, dunque, alla poetica degli stilnovisti come quando Iuliano scrive: «il lamento di un cuore che grida senza voce», 7), c’è l’amore filiale e c’è l’amore ossessivo, fondato sul possesso e su una cieca visione dei rapporti tra gli amanti motivata da un effervescente narcisismo.

Nella lirica d’apertura, “Fino all’ultimo”, Iuliano affronta la difficoltà dell’uomo nel saper gestire la propria esistenza tra quel presente liquido e difficile nel quale vive e il gravoso passato che addirittura viene stigmatizzato come «maledetto» (5). Il passato è visto quale presenza violenta, che si manifesta in maniera irruente e sadica riappropriandosi in maniera inaudita del tempo, rovinando la normalità del hic et nunc: «questo passato che graffia e/ ferisce il presente, questo passato che spazza via/ ogni attimo di illusoria felicità» (5). Nella lirica successiva, invece, il lettore è chiamato a condividere l’interpretazione di un amore vissuto come forma di imposizione e sinonimo di morbosità; l’io lirico, infatti, riconosce di essere «[l’] egoista che approfitta delle tue debolezze» (6). Un amore malato, dunque, maniacale e che si nutre dell’egoismo e dalla supposta superiorità dell’io lirico; anche il linguaggio è abbastanza violento (‘sevizia’, ‘abbandona’, ‘incatena’, ‘diavolo’, ‘aguzzino’, ‘uomo senza cuore’). E le immagini di violenza –non gratuita, ma quale elemento iperbolico per sottolineare un amore difficile, osteggiato, deludente o totalizzante- pervadono tutta l’opera dove l’isotopia del sangue si ripete in varie liriche: «E incisi nel petto il tuo nome/ E tatuai nell’anima il tuo viso/ E trafissi il cuore di te…» (11). Il rosso che domina da questa silloge di Iuliano non è, infatti, quello del cuore, ma quello del sanguinamento, da intendere metaforicamente come conseguenza di un atto doloroso: «Dipinsi il sorriso di un attimo/ lo sguardo fugace che trafigge il cuore e/ sanguina… sanguina amore» (11). L’isotopia si nutre, inoltre, di immagini che arricchiscono questa sfera semantica quale il cuore, i battiti, la ferita (che è il segno evidente di un processo lesivo, contundente, violento) e la cicatrice (anch’esso segno evidente di un atto doloroso avvenuto in passato e che, pur rimarginato, rimarrà a perpetua memoria).

 

E Vorrei strapparti il cuore dal petto per vedere se

nei suoi battiti c’è ancora un mio riflesso.

E Vorrei graffiarti l’anima con queste mani

per poi sanarne le ferite solo con le labbra. (9)

 

Degna di nota è la lirica intitolata “Lettera” e dedicata alla figlia del poeta dove l’io lirico si cela nei tortuosi tormenti della psiche che immaginano un futuro per il quale il padre dovrà chiedere scusa alla figlia per la sua non presenza; la lirica offre vari punti di alta intensità e trova la sua “risoluzione” nei versi finali dove l’io lirico osserva: «Nessuno mai ci ridarà/ questo tempo» (15) evidenziando, quindi, una chiara volontà a non gettare il tempo che poi nel futuro non potrà ripetersi né essere rivissuto. In “Addio”, invece, ci troviamo dinanzi all’epilogo di un amore, di una storia vissuta al capolinea, anche se il poeta non ne chiarisce il motivo. Negli «occhi che si chiudono e trattengono lacrime che annegano/ i sogni» (27) possiamo intuire che l’abbandono tra gli amati sia stato motivato non tanto da una vera e propria scelta, ma da motivazioni superiori quali, forse, la dipartita dell’amato, perché, come Iuliano osserva in un’altra lirica, il Male –in cui possiamo vedere la malattia o addirittura la morte- circonda la Vita: «cercherei di proteggerti dal male che avvelena la vita» (19).

Iuliano tratteggia l’amore quale processo disturbativo e quale momento epifanico che cambierà la natura dell’uomo nel corso della sua vita. Per la sua potenza ed esclusività esso viene descritto con un linguaggio potente e incisivo per denotare al lettore quanto il pensiero, la convinzione, l’assillo o addirittura la mania amorosa siano e diventino totalizzanti. Il sanguinamento che si produce tra i vari versi di queste liriche non è di sangue, ma d’amore.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 29 Maggio 2013

Addio a Little Tony. Il ricordo di Gilbert Paraschiva

Fra i miei “CANTANTI IN PARADISO” ora

anche ANTONIO CIACCI (Little TONY)

di Gilbert Paraschiva

 

Dieci anni e cinque giorni meno di me (lui del 9 Febbraio del ’41 ed io del 4 Febbraio del ’31) entrambi appartenenti al segno dell’Acquario (segno in prevalenza appartenente a persone pie e generose con tendenza artistiche di varia natura: musica, poesia, pittura, astrologia ecc.) (Paolo Fox me lo confermi?)

Questo bravo cantante il cui nome era Antonio Ciacci, fu scoperto a Milano (lui era un sanmarinese, ma nato a Roma), nel corso di uno spettacolo teatrale, da un impresario inglese che lo convinse a seguirlo a Londra dove gli fu dato (con gran sua soddisfazione) il nome d’arte di Little Tony.

Tornato in Italia cantò, con il supermolleggiato Adriano Celentano, al Festival di San Remo del 1961 piazzandosi secondo con “24 mila baci”; ma tante furono in seguito le canzoni che poi portò al successo, da “Riderà” a “Cuore matto” che un po’ perché è stato il suo cavallo di battaglia e un po’ perché il suo cuore era realmente impazzito nel corso di un suo spettacolo sette anni fa  in Canada, gli avvalse il soprannome di “Cuore matto” di nome e di fatto!

Questa volta il cuore ha funzionato ed il suo malore non è stato dovuto al cuore, ma ad un tumore (dicono alle ossa) dove ultimamente era ricoverato in una Clinica romana, anche se ho la mia impressione che se fosse stato ricoverato in un Ospedale francese (il “Gustave Roussy” per esempio) qualcosa in più (forse) si sarebbe potuto fare.

L. Tony, Rita e Mino

(da sinistra Little Tony, Rita Pavone e Mino Reitano)

In Canada se l’è scampata bella ma ora, probabilmente, lui stesso forse voleva raggiungere  i nostri colleghi: “Cantanti in Paradiso” per lasciare un buon ricordo sulla Terra.

Non va dimenticato che Little Tony ed il suo amico Bobby Solo, un po’ per l’abbigliamento ed un po’ per il loro stile vocale di rock moderno erano definiti gli Elvis Presley italiani.

Sono certo che quest’ultimo, alla notizia della morte dell’amico, sarà scesa altro che “Una lacrima sul viso” come è scesa d’altronde anche a me che ho avuto il piacere a più di una Festa di Piazza in Campania.

Mi ricordo come fosse ieri, quarant’anni fa, in uno spettacolo ad Arzano, mentre Little Tony cantava, si alzò stridente una voce femminile che gridò a squarciagola:  “Si’ bello Tony, te vasasse pure ‘e pere anco si ‘e tene spuorche!” (Sei bello Tony, ti bacerei i piedi pur se fossero sporchi!”)

Ma forse quella ragazzina, in cuor suo, sapeva che Antonio Ciacci, oltre ad essere sempre elegante, bravo e bello era pulito dentro e fuori.

Il giorno della sua morte, avendo saputo del suo trapasso ancor prima del Telegiornale, volli dare la notizia agli amici di Face Book scrivendo queste parole:

“Ieri sera é volato in Cielo per raggiungere l’altro mio amico e sosia MINO REITANO, il non meno celebre astro della Musica Leggera: LITTLE TONY! L’ho presentato più volte in Spettacoli e Feste di Piazza! Ora é andato a raggiungere i “miei” “CANTANTI IN PARADISO!” Addio Tony o forse, per me, é meglio dire: “ARRIVEDERCI, A FRA NON MOLTO!!!”

Si è levato un coro di proteste da parte dei miei fans per la mia ultima frase: “Gilbert, tu devi stare su questa terra per noi!…”

Ma io certe volte mi domando: “A che fare?” I miei colleghi presentatori amici (Corrado, Tortora e Bongiorno) se ne sono andati, i miei colleghi cantanti (Reitano, Modugno, Murolo, Dalida, Vanna Brosio, Mia Martini) pure, i miei colleghi

musicisti coi quali ho avuto il piacere di suonare con loro (Renato Carosone, Don Marino Barreto, Marino Marini, Romano Mussolini) se ne sono andati per cui che ci resta a fare sulla Terra… “L’ultimo dei Mohicani”? Se James Fenimore Cooper, deceduto nel 1851, tornasse sulla terra per scrivere anche la mia storia, allora continuerò a prendere le mie 7 compresse salvavita al giorno e non direi a Dalla, Jannacci, Califano ed, in ultimo Little Tony: “Arrivederci, a fra non molto!”  

Gilbert Paraschiva

“La follia omicida dell’oggi”, poesia di Sandra Carresi

La follia omicida dell’oggi
POESIA DI SANDRA CARRESI
 
Lascerò leccare
le tue ferite
ai mie cani,
 
se le avrai.
 
Io, non lo posso
fare.
 
Potrò forse,
un giorno perdonare,
 
ma, Tu,
 
dovrai pagare
tutto,
fino in fondo.
 
Lo devi,
al Mondo.
 
 
Commento a cura di LORENZO SPURIO
imagesCANGDJLJIn questi giorni dolorosi in cui l’opinione pubblica non fa altro che parlare della povera FABIANA, la ragazza sedicenne di Corigliano che è stata massacrata dal fidanzatino e poi data alla fiamme, la poetessa fiorentina Sandra Carresi, da sempre attenta al sociale e anima delle debolezze e perplessità che nel mondo sono purtroppo talmente comuni, ha solidarizzato con la Poesia. Affinché i poeti siano richiamati a un più alto e valido impegno nelle questioni di carattere sociale, questa poesia, oltre ad essere drammatica e al contempo cronica del nefando in cui dipinge l’inaudita violenza della tragedia, può essere assunta anche come un valido proclama del nuovo impegno civico del Poeta nei confronti del malessere dell’attualità.
 
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ uscito “Obsession” Raccolta di racconti a tema “Manie, fobie e perversioni” curata da Lorenzo Spurio

E’ appena uscito OBSESSION

Raccolta di racconti a tema “Manie, fobie e perversioni” curata da LORENZO SPURIO

per la Limina Mentis Edizioni

e che contiene racconti di Elisabetta Amoroso – Alberto Arecchi – Elisabetta Bisson – Fiorella Carcereri – Martino Ciano – Lorenzo Crescentini – Lisa Deiuri – Monica Dini – Daisy Franchetto – Serena Gobbo – Andrea Blu – Sandro Orlandi – Alessandro Pedretta – Stefano Rizzi.

L’opera si apre con una prefazione a cura di Lorenzo Spurio

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ESTRATTO DALLA PREFAZIONE: Da sempre l’uomo si è posto dilemmi e ha cercato di indagare la soluzione ad enigmi; inconsciamente è sempre stato portato a razionalizzare gli eventi del mondo e i suoi accadimenti personali per trarne significati più ampi che, grazie all’utilizzo della ragione, lo hanno spesso condotto a sondare anche le componenti più misteriose e indefinibili del suo essere. Questo perché l’uomo non è solo carne ed ossa, ma è anche e soprattutto mente, ossia dotato di una dimensione immateriale capace di dar vigore alla stessa esistenza del soggetto nella società che, però, spesso deborda dalla sue indefinibili frontiere per mescolarsi a immaginari chimerici e surreali, talvolta elettrizzanti perché chiaramente irreali, a volte pericolosi perché causa di tragici epiloghi. (Lorenzo Spurio)

INDICAZIONI SUL LIBRO

TITOLO: Obsession
Autori: AA.VV.
A cura di Lorenzo Spurio
Limina Mentis Edizioni, 2013
ISBN: 978-88-98946-02-0
Pagine: 162
Costo: 15 €
Link di vendita: http://www.liminamentis.com/scheda-libro/spurio-lorenzo-aavv-a-cura-di/obsession-9788898496020-134324.html

“Balcani”: Alessio Parretti esordisce con un romanzo sulla guerra a Sarajevo

balcani_coverRomanzo di fiction, ma basato su racconti di soldati che la guerra l’hanno vissuta in prima persona, oltre che su un lavoro di documentazione capillare (tra cui il dossier dell’Associazione per i popoli minacciati Sezione Bosnia Erzegovina), Balcani è l’esordio letterario di Alessio Parretti, disponibile online nella doppia veste cartacea e eBook.

L’opera ci conduce in una guerra che, tra il ’91 e il ’95, a due passi dall’Italia, ha lasciato profonde cicatrici nella più orientale delle penisole mediterranee europee. A scortarci alle porte dell’assediata Sarajevo è Amir Osmanovic, ventenne studente d’ingegneria che si unisce volontariamente alla resistenza bosniaca, i cui appunti sparsi si alternano ai pensieri scritti dei caporali Parisi, Capasso e D’Amato.

Nato come racconto pubblicato su un blog letterario, Balcani si è presto trasformato in romanzo per volere del web che, commentandolo, riteneva che “una storia del genere non dovesse rimanere chiusa in un cassetto”. E così, il debutto letterario di Alessio Parretti ha deciso di fare di Internet la propria libreria. Infatti non lo troverete sui comuni scaffali “reali” di un negozio, ma su quelli “virtuali” di piattaforme Internet che promuovono il self publishing. Prima fra tutte ilmiolibro.it, ma anche Ibs.it, Amazon.com, laFeltrinelli.it, Bookrepublic.it, Unilibro.it e Libreriauniversitaria.it. Disponibile in doppia versione: cartacea (€ 10,00) e eBook (€ 3,00).

“Il mio nome è Amir Osmanovic, e sono nato a Sarajevo ventitré anni fa. Le pagine che seguono sono il mio diario, il resoconto della mia vita da quando i miliziani hanno circondato la città fino a oggi. Adesso, rileggendo quanto scritto, mi accorgo che non sempre la lucidità ha accompagnato la mia penna, e mi affido alla comprensione di chi recupererà queste memorie. Ho scritto le ultime pagine con l’urgenza di nasconderle e sopravviverle. Perciò, chiunque voi siate, consegnate tutto alle autorità bosniache. Per quanto possa apparirvi delirante, quello che segue (con nomi e fatti) non è altro che la verità, e leggendo comprenderete quanto il vostro intervento possa dimostrarsi utile. Se invece fate parte di quei nazionalisti, allora so già che queste pagine andranno in cenere, perciò vi auguro di seguirle presto.”

L’autore

Alessio Parretti nasce nel 1975 a Firenze, dove vive e lavora come operaio. Avido lettore fin da giovanissimo e appassionato di generi letterari tra loro diversissimi, ha scritto svariate poesie e racconti. Balcani è il suo romanzo d’esordio. A breve in uscita anche la sua seconda produzione romanzesca, Più crudeli del destino.  

Per info:

email: balcani.ilromanzo@gmail.com

sito web: balcaniilromanzo.wordpress.com

Fb: www.facebook.com/balcani.ilromanzo

Twitter: twitter.com/Balcaniromanzo

“A volte non parlo” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Lorenzo Spurio

A volte non parlo
di Anna Maria Folchini Stabile
con prefazione di Paola Surano
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381104
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

198La nuova silloge poetica di Anna Maria Folchini Stabile, A volte non parlo (Libreria Editrice Urso, 2013), arricchisce il suo curriculum letterario che vanta altresì di varie pubblicazioni di narrativa breve. Chi conosce la poetica di Anna Maria, o ha avuto almeno il piacere di leggere qualche sua poesia (ricordo che la poetessa pubblica con regolarità le sue liriche sul sito Racconti Oltre gestito da Luca Coletta), sa bene che le suggestioni che ci trasmette fuoriescono direttamente dalla sua considerazione nei confronti della realtà quotidiana. Le sue poesie, infatti, sia quelle che hanno come tema l’amore, sia quelle che, invece, partono dall’indagine del tormento interiore motivato spesso da una riconsiderazione del passato, condividono tutte una essenzialità di linguaggio e una purezza semantica che incontra di certo il favore del lettore. La poetessa rifugge gli orpelli retorici, i tecnicismi e addirittura sembra mostrare una certa sofferenza nei confronti della metrica stantia, del verseggiare classico e chiuso e si offre, invece, in pensieri sciolti, che giungono diretti al cuore del lettore e poi alla mente. Troveremo, dunque, la poetessa a riflettere su un amore solido ed entusiasmante, duraturo nel tempo tanto che il lettore è certo che esso non conoscerà mutamento nel suo divenire, descrizioni più cupe che partono, invece, dall’analisi a tratti inquieta a tratti dubitativa dell’essere. Ci saranno, inoltre, liriche che presentano il sottofondo scenico caro alla poetessa, quello del suo luogo di residenza con vari e continui accenni al lago come avviene in “Lacustre”, dove la vista del lago al primo mattino, come fosse un saluto rinnovato ad un amico sempre presente, si veste di imperscrutabilità del futuro: «Niente/ turba/ questo inizio di giorno.// Tutto/ è possibile» (48).

Una lirica ricca di contenuti, di tematiche e di sfaccettature; si susseguono prospettive visuali diverse: a volte è come se la poetessa colloqui con se stessa, altre volte è evidente l’intento di voler annunciare il contenuto delle sue liriche al mondo; molte poesie si arrovellano sul Tempo sia dal punto di vista tematico che dal punto di vista strutturale: intere liriche in cui Anna Maria utilizza il condizionale, quella condizione ipotetica che si sarebbe sviluppata nel passato se avesse fatto/non fatto qualcosa («Avrei cambiato il mondo/ se avessi fatto…/ Ma sono rimasta alla finestra/ e avete fatto tutto voi», 12), altre, invece, si configurano come una sequela di domande, con un tono ascendente dove, però, i quesiti non trovano risposta. Ma è un po’ tutta la silloge ad essere investita da una sensibilità nuova; nell’opera precedente, Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012), che si apriva con una mia nota di prefazione, avevo osservato che le liriche si caratterizzavano per una eclatante fascinazione per il colore, il bello, gli elementi naturali nel loro felice divenire, tanto da definire la sua poetica modernista (con riferimento al modernismo spagnolo e sud-americano). Qui, nella nuova silloge, l’atmosfera è differente, si è stemperata, le primavere e i bagliori sembrano aver lasciato il posto a crepuscoli e folate di vento gelido. I colori si sono scuriti e a tratti anche la parola –pur sempre limpida e lineare- si è ispessita, in linea con una nuova concettualizzazione delle tematiche. E questo mutamento, questa metamorfosi “decadente” si esplica nei vari riferimenti al sé-poeta dubbioso, alla continua ricerca di risposte, di soluzione a quesiti, alla difficile liberazione da inquietudini che fanno dell’io lirico un animo scisso, apparentemente debole e tormentato, anche e soprattutto dalla difficoltà dei tempi contemporanei riscontrabili nei «Giorni pesanti/ Difficoltà nuove/ […] Ogni giorno/ ha il suo fardello» (18) di “Uomini e draghi”. E se è vero che la poetessa molto ci trasmette con le sue liriche, è altrettanto vero che si respira un certo sentimento omertoso, come se ci sia nel sottofondo qualcosa che, sino alla fine, non viene mai rivelato al lettore. Tutto questo è esemplificato dal titolo stesso della raccolta, A volte non parlo, lirica che apre il testo. La poetessa Anna Scarpetta tempo fa, parlandomi della nuova silloge dell’amica Anna Maria Folchini Stabile, mi disse: «Hai visto, Lorenzo? Anna ha scritto “A volte non parlo”… e, invece, dice tanto. Dice tutto!»; ed è di certo una considerazione valida e possibile anche se a mio avviso, come già detto, nella silloge si respira una nuova aria, insomma una diversa Anna Maria. E sulla mia stessa linea è anche la poetessa varesina Paola Surano che nella prefazione al testo osserva: «balza subito all’occhio e alla mente che questa raccolta è diversa dalle altre» (5). Vediamo il perché di quanto si sta dicendo in maniera più scientifica.

E’ di certo la lirica iniziale che contiene il manifesto di questa nuova venatura poetica di Anna Maria Folchini Stabile; qui si legge, infatti, di “pensieri masticati” (pensiamo si tratti di idee difficili da gestire, che ritornano a infastidire l’animo della poetessa, dure, ingestibili e che, dunque, necessitano una masticatura più prolungata e veemente) e di “labirinto di ipotesi” che evoca nella nostra mente una situazione fastidiosa di stallo e di tomento, di ricerca di una fuga con esiti già scritti e tutti abbastanza deludenti come osserva lei stessa nei versi che seguono: «non vi è alcuna uscita tra le siepi di bosso/ che costeggiano questo cammino…» (9). Vicolo cieco? Strada sbarrata? Vie tortuose che confluiscono con altre per poi depistare? E’ una possibilità con la quale l’autrice vuol intendere quella difficoltà insita nel senso stesso dell’esistenza da lei rappresentato enigmaticamente come un «rigioco sulla scacchiera invisibile» (9) che tanto mi fa pensare al gioco a dadi della Morte nella celebre ballata di T.S. Coleridge.

E come si diceva poc’anzi il tempo è oggetto della poetica della donna: esso è onnipresente, a tratti latente, a tratti esplicitato, la poetessa non lo teme né ha necessità di affrontarlo, non ci colloquia, evitando di considerarlo un degno interlocutore, ma lo tiene in considerazione, lo osserva da distante e ne tiene conto. Il passato è visto quale momento felice dell’esperienza personale che non è morto e in sé chiuso a comparti stagni con il presente liquido, ma si configura quale fattore esperenziale che si rinnova con la rimembranza e che nel momento in cui viene “rivissuto” giunge addirittura a eternizzarsi nell’istante che funziona nell’animo come rivelazione: «E le speranze promesse/ e i desideri accennati/ e i sogni sorridenti/ per un attimo/ riprendono vita./ Solo per un attimo» (20-21). Ma quel presente che si riappropria del passato a sprazzi, per immagini o ricordi singoli, è illusorio e fugace: il momento si esaurisce velocemente e la finitezza del ricordo “rivissuto” è, forse, ulteriore causa del disagio e del senso d’apatia dell’io lirico, conseguenza dell’incapacità di sapersi destreggiare nei vari piani temporali: «Non è dolore/ questo tempo andato,/ ma sabbia di clessidra/ che vorrei rivoltare» (14) scrive in “Grigio di cielo”.

In “Occhi innamorati” la poetessa si proietta verso il futuro cercando di ipotizzare come sarebbe stato se avesse fatto/fosse successo qualcosa sviluppando uno sguardo acronico nel quale cerca di vedersi dall’alto come si sarebbe comportata in certe situazioni per concludere lapalissianamente «Non lo sapremo mai/ come sarebbe stato» (17): la storia, tanto privata quanto pubblica, infatti, non si costruisce con i ‘se’ né con i ‘ma’; le ipotesi, lecite e curiose, di ciò che sarebbe successo “se” riflettono ancora una volta quel senso di continua ricerca della donna di giungere ad una più completa analisi delle sue “gesta” passate. Solo nel sogno il tempo si ferma e sembra congelarsi: esso non scorre e sembra annullarsi, semplicemente perché anche la ragione e dunque tutte le attività umane ritrovano pace e riposo: «Attimi sospesi, idee scintillanti/ tempo fermo» (26) ed anche Peloso, il cane della poetessa, sembra divertirsi di più nel sogno/ricordo piuttosto che nel presente ed infatti «rincorre farfalle/ di un’altra primavera» (27).

In “Incapace” la poetessa esprime nel suo “scoramento” il senso di desolazione che si mostra come miscela di paura, scoraggiamento e rabbia tacita per quella falsità endemica che, purtroppo, ci circonda, contenuta nei «pensieri doppi» (10) che, più che individuare strutture polisemiche, mi sembra di intendere come sinonimo di falsità, mediocrità, opportunismo e menzogna. In questo clima ripugnante il sensibile io lirico non può far altro che chiedere aiuto («Aiutami») e far appello affinché un valido sostegno morale sopraggiunga a rinfrancare la poetessa: «Ti prego/ sostienimi» (10).

L’ambientazione cupa chiaramente intimistica si ravvisa anche nei «pensieri inespressi» (12), nel «sorriso bello/ di anni e luoghi/ sepolti/ nel passato,/ tempo di sogni/ e di incertezze certe» (23), nella solitudine dalla quale la poetessa cerca di distanziarsi in “Pausa” (30), nel desiderio di sentirsi  priva di tomenti: «Vorrei essere libera e senza pensieri» (39) e nelle «domande/ senza voce,/ sospese/ nella timidezza/ della mente» (53). A stemperare la gravità delle divagazioni esistenzialistiche che Anna Maria fa mi sento di osservare almeno due elementi: 1) il sentimento di giovinezza che la poetessa nutre e 2) la vita intesa come percorso, come un cammino a tappe e rivolto a una meta. In relazione alla giovinezza d’animo, nella lirica “Spuma di mare”, infatti, leggiamo «Mi guardo/ nello specchio della vita/ e ritrovo/ la ragazzina/ che mi sento» (43); si osservi che la poetessa non dice “la ragazzina che ero” né “la ragazzina che vorrei essere”, ma “la ragazzina che mi sento” in un verso che traspira grande carattere e forza di volontà e di certo smorza l’inquietudine che pervade l’opera. Quanto al cammino, poi, vorrei segnalare la bellissima lirica “I giorni a venire” –a mio modesto parere la migliore della silloge- dove è chiaro e continuo il riferimento all’universo itinerante: ‘incontri’, ‘strada’, ‘cammino’, ‘percorso’, ‘sosta’ che, più che delineare un componimento on the road, concretizza sulla carta il suo fervido convincimento nell’idea che il percorso formativo, culturale, morale dell’uomo nella realtà terrena sia una semplice ma non banale metafora dell’esistenza. Non è un caso che l’Associazione Culturale da lei fondata assieme a me, Sandra Carresi, Laura Dalzini e Paola Surano e della quale è Presidente, abbia come nome TraccePerLaMeta e che l’ultimo concorso organizzato abbia avuto come tema “il cammino”. In questo percorso fisico dell’uomo verso una meta, un luogo ambito o sconosciuto, da raggiungere mediante un percorso accidentato o progettato, più o meno lungo, l’uomo è continuamente minacciato, osteggiato e macchiato dall’errore che potrà porlo nell’infelice situazione di «inveire/ [o] maledire la vita» (24). La silloge rifugge il pessimismo, ma è chiaro l’intento di fondo: l’uomo deve rimboccarsi le maniche e non lasciarsi scoraggiare dalla desolazione che può investirlo e demoralizzarlo sempre più per riscoprire, invece, la ricchezza insita nella sua genuinità:

 

Usciamo
dalle nostre solitudini
riscopriamoci persone
quali siamo
in questi egoismi di realtà divise
con muri invalicabili e invisibili. (36)

 

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 27 Maggio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE è nata a Milano nel 1948. Attualmente vive tra la Brianza e il Lago Maggiore. Ha alle spalle una lunga carriera nel mondo dell’insegnamento. E’ poetessa, scrittrice e presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Per la poesia ha pubblicato Spuma di mare (Lulu Edizioni, 2009), Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti L’estate del ’65 (Lulu Edizioni, 2008), Un topolino di nome Anna (Lulu Edizioni, 2010) e Noccioline (Lulu Edizioni, 2010). Ha curato, inoltre, per il sito Racconti Oltre dove scrive regolarmente, il manuale Come si scrive? – piccolo prontuario per l’autocorrezione dei più comuni errori ortografici, assieme a Luca Coletta. Partecipa a concorsi letterari ottenendo buone attestazioni ed è membro di giuria nei concorsi organizzati dall’Associazione di cui è Presidente.

Videogiochi- “Spirit Camera: Le memorie maledette”, recensione di Jonathan Fileni

SPIRIT CAMERA: LE MEMORIE MALEDETTE
Disponibile per: Nintendo 3DS
Data di uscita Europea: 29 Giugno 2012
Sviluppatore: Tecmo Koei/ Nintendo
 
“UNA DEMO UN PO’ COSTOSA”
di Jonathan Fileni

 

imagesCAY40LGVSpirit Camera è l’ultimo capitolo della saga intitolata “Project Zero” (“Fatal Frame” per i nostri amici nipponici), nata su Ps2 e Xbox nel 2002. Il gioco si poneva come un survival horror in terza persona dove, dotato solamente di una speciale macchina fotografica, il protagonista doveva farsi largo per i vari scenari (un misterioso villaggio, una casa fatiscente,..) per scoprirne i segreti ed esorcizzarne i fantasmi proprio grazie al potere della suddetta macchina. Ciò che brillava nella serie era sicuramente la storia (con moltissimi rimandi al folclore giapponese), il sonoro ben realizzato, la tensione derivante dall’andarsene in giro in un posto infestato “armati” solo di una macchina fotografica e, su tutti, l’originalità. E stavolta? Beh, l’originalità non manca di certo, in Spirit Camera. Ma è solo questo il motivo di plauso del gioco…

 

Il gioco sfrutta le applicazioni del Nintendo 3DS: la fotocamera, l’effetto 3D e la capacità della lente di riconoscere le cosiddette carte “realtà aumentata”. All’interno della confezione del gioco troverete, infatti, un libricino pieno di immagini tetre e confuse (avete mai visto la cassetta di “The Ring”? Ecco, tipo quelle immagini) che costituiscono la storia che andrete ad affrontare. Usando la console come una macchina fotografica, si dovranno ricercare le presenze maligne all’interno del libro. Inquadrandone le pagine, si potranno vedere proiezioni in 3D uscirne fuori. Potranno essere mani spettrali, maschere mostruose o veri e propri fantasmi, che andranno poi “esorcizzati” scattando loro delle foto grazie ai tasti dorsali.

La campagna principale si divide perciò in tre fasi: il dialogo con la persona che vi aiuta, la visualizzazione delle pagine del libro “maledetto” e i combattimenti con le entità, che hanno come sfondo la stanza in cui vi trovate. Gli avversari vi girano attorno e starà a voi stanarli e immortalarli prima che vi attacchino, usando la console a mo’ di fotocamera.

 

Nonostante tale interattività sembri una buona idea, è triste ammettere che sia un lavoro riuscito solo per metà. Il problema più grande riguarda l’illuminazione della stanza: se è scarsa, la lente non riuscirà a visualizzare le pagine del libro, il che rende indispensabile accendere le luci (notare il paradosso di dover illuminare per bene la stanza quando ci si vuol godere un gioco horror). Il secondo ostacolo riguarda il posizionamento perfetto della console sulle pagine, in quanto bisogna essere precisi nell’inclinazione, altrimenti non verrà visualizzato nulla. E’ molto frustrante in certi punti riguardarsi più volte una scena animata (anche se ben realizzata) solo perché vi siete mossi di pochi millimetri e la console non è più riuscita ad elaborare l’immagine. E ultimo, ma non meno importante, abbiamo la longevità del gioco, che non arriva neanche a tre ore. Poi ci sono gli extra, che seppur simpatici e ben fatti (trovare facce spettrali nelle foto da voi scattate, fotografare qualcuno con accanto un fantasma che sta per aggredirlo e stranezze simili), non riescono a giustificare l’acquisto della cartuccia a prezzo pieno. Sta a voi decidere se premiare o meno il coraggio mostrato da questo titolo/demo. Vi consiglio piuttosto di recuperare i primi due capitoli di Project Zero, dotati come già accennato di meccaniche differenti, ma di sicuro impatto visivo e narrativo nonostante gli anni trascorsi.

 Voto: 5/10

JONATHAN FILENI

Jesi, 1 Maggio 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

PALERMO: Programma di eventi letterari per il secondo finesettimana di Giugno

La rivista di letteratura online Euterpe, il blog Intingendo d’inchiostro della poetessa palermitana Monica Fantaci e Blog Letteratura e Cultura di Lorenzo Spurio organizzano un ciclo di eventi letterari per il secondo fine settimana del mese di Giugno.

Gli eventi avverranno con la gentile collaborazione e organizzazione dell’università di Palermo, del Centro Caterina Lipari, dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, dell’Associazione Culturale Caffè Letterario “Convivio” e si svolgeranno secondo il seguente programma

 

venerdi 14 giugno ore 16:00

Biblioteca dei Saperi, Facoltà di Lettere, Viale delle Scienze –edificio 12 – PALERMO

Reading poetico dal tema “Disagio psichico e sociale”

saranno presenti 32 poeti che leggeranno le loro composizioni a tema

parteciperanno utenti del C.S.M. di Caltagirone (PA) accompagnati da Gaetano Interlandi (Primario del Centro Salute Mentale di Caltagirone) e da Giusi Contrafatto (Presidente Ass. Culturale Caffè Letterario “Convivio”)

 

sabato 15 giugno ore 17:00

Palazzo Steri, Piazza Marina 61 – PALERMO

Presentazione del libro “La riva in mezzo al mare” della poetessa Monica Fantaci

Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, direttore rivista Euterpe) e Salvuccio Barravecchia (poeta e scrittore)

Interverranno: Emanuele Marcuccio (poeta e aforista) e Pierangela Castagnetta (poetessa)

 

sabato 15 giugno ore 18:00

Palazzo Steri, Chiesa Sant’Antonio – PALERMO

Presentazione dell’antologia poetica “L’arte in versi” edizione 2012

opera antologica dell’omonimo concorso ideato da Monica Fantaci, Lorenzo Spurio e Massimo Acciai

Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, direttore rivista Euterpe) e Monica Fantaci (poetessa, scrittrice e vice-direttrice rivista Euterpe)

 

domenica 16 giugno ore 17:30

Centro Caterina Lipari, Via Francesco Petrarca 26 – PALERMO

Presentazione dei libri “Per una strada” e “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio

Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, direttore rivista Euterpe) e Monica Fantaci (poetessa, scrittrice e vice-direttrice rivista Euterpe)

 

domenica 16 giugno ore 19:00

Centro Caterina Lipari, Via Francesco Petrarca 26 – PALERMO

Presentazione dell’antologia del I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta

Relatore: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, socio fondatore dell’Ass. TraccePerLaMeta)

Interverranno: Emanuele Marcuccio (poeta, aforista e membro di giuria nel concorso) e Monica Fantaci (poetessa e socia dell’Associazione)

 

 

Tutti gli eventi sono liberamente aperti al pubblico.

Con preghiera di diffusione questo programma di eventi.

 

Info:  lorenzo.spurio@alice.it – moni.fant@virgilio.it

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