Massimo Pasqualone esce con il “Quarto dizionario emozionale”

Si terrà il prossimo 4 ottobre, a partire dalle ore 17, presso il Palazzo Ducale di Torrevecchia (Chieti), la presentazione ufficiale del più recente libro del poeta e critico letterario abruzzese prof. Massimo Pasqualone, Presidente dell’Associazione Irdidestinazione di Francavilla, noto anche per essere il principale organizzatore del Premio letterario e rassegna d’arte “Kalos”. La nuova pubblicazione è il quarto volume del progetto relativo alla sua opera del Dizionario emozionale che porta, quale sottotitolo, Arte e poesia al tempo della pandemia. La preziosa opera si apre con una prefazione di Eugenia Tabellione mentre la copertina, curata dalle Edizioni Sigraf, è di Raf Dragani.

Nel volume Pasqualone raccoglie i testi critici d’arte e letterari scritti negli ultimi due anni attorno a una serie di autori, poeti, scrittori e artisti, del panorama culturale italiano contemporaneo, che verranno illustrati dal prefatore del libro Eugenia Tabellione, dal presidente e dal direttore artistico di Marsarte Maurizio Lucci e Francesco Subrani e dal sindaco di Torrevecchia Teatina, Francesco Seccia.

Il critico letterario prof. Massimo Pasqualone

Tra i numerosi autori del quale il critico abruzzese si è occupato in questo volume collettivo figurano:

Monica Pelliccione, Aldo Palmas, Paldo Paldo, Carlotta Desario, Mario De Santis, Lorenzo Spurio, Roberto Lasco, Lidia Mongiusti, Diana Scutti, Anmary Annah Dezio, Antonio Di Biase, Mario Di Paolo, Monica Ferri, Liberata Grilli, Rosa Mannetta, Vinia Mantini, Tiziano Viani, Bruno Dorigo, Giuseppe Pennella, Annita Pierfelice, Enza Nardi, Stefania Barile, Liliana Capone, Claudio Cirinei Siviero, Elvira Delmonaco, Bakita Demonte, Ezio Forsano, Roberto Chirico, Piera Bachiocco Feliziani, Giuseppe Orlandi, Emanuela Rocco, Liliana Fioretti, Ermete Iacovella, Vito Antonio Rossi e Mattia Rossi.

Nella prefazione, Eugenia Tabellione sottolinea: “Il Quarto dizionario emozionale contiene trentacinque testi critici d’arte e letterari redatti dal prof. Massimo Pasqualone che ha saputo brillantemente cogliere e coniugare gli aspetti personali e stilistici di ogni opera. Da sempre, attento e sensibile conoscitore delle dinamiche artistiche, ha sviscerato e svelato ogni singola cifra espressiva, affinché anche il profano possa essere guidato e illuminato. Il Prof. Pasqualone diviene, così, un facilitatore tra chi crea e chi fruisce, cercando di sanare quella frattura, che nella società contemporanea si sta ampliando sempre di più, tra artisti e fruitori.”.

Alcune poesie del romano Simone Consorti

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Simone Consorti (Roma, 1973), insegna in un liceo. Ha esordito con L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’ (Baldini e Castoldi, 1999; Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi Sterile come il tuo amore (Besa, 2008), In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), A tempo di sesso (Besa, 2012), Da questa parte della morte (Besa, 2015), Otello ti presento Ofelia (L’erudita, 2018), La pioggia a Cracovia (Ensemble, 2019), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014) e Le ore del terrore (L’arcolaio, 2018). La sua piéce Berlino kaputt mundi è andata in scena al Teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Russia.     

Simone Consorti

Pessoa

L’imprevisto era previsto per le quattro

Io sarei arrivato in ritardo in anticipo

e tu in anticipo in ritardo

Io sarei tornato

a riprendermi una mia impronta

e tu a recuperare una tua orma

Io avrei avuto un’intuizione

magari un presagio

e tu

un deja vu

E’ tutta la vita che ci presentiamo

là dove non ci siamo

Che ci presentiamo

anche se ci conosciamo

“Piacere Fernando Pessoa”

L’imprevisto era previsto per le quattro

ma per uno sciagurato contrattempo

si è dovuto rimandarlo

*

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

e a chi me lo chiede

dico occupato

Dico sto aspettando

dico lei verrà tra poco

non so quando

D’altronde non c’è fila per sedere

perché nessuno vuole mettersi vicino

a chi sta aspettando qualcun altro

Ho lasciato un posto vuoto qui accanto

ma intanto pure il mio si sta svuotando

*

I tuoi occhi mi stanno lasciando

I tuoi occhi mi stanno lasciando

ma non il tuo sguardo

Non so più il colore preciso

né il taglio

ma continuo a sentirmeli addosso

ogni volta che sbaglio

Ogni volta che mi perdo il portafoglio

ogni volta che riempio

un nostro specchio o un foglio

ogni volta che non sono all’altezza

perché la tua mancanza

mi dimezza

I tuoi occhi mi stanno lasciando

ma non il tuo sguardo

*

La mia metà ha passato la frontiera

La mia metà ha passato la frontiera

e dice che mi aspetta    

senza fretta

L’altra mia metà è ancora qua

vittima di solitudine e di moltitudine

Basterebbe un passo

indietro o in avanti

per essere uno

uno tra tanti

La mia metà ha passato la frontiera

in una notte d’inverno

di un giorno di primavera

L’altra mia metà si è fatta in tre

per ritrovarsi

ma ora deve sia seguirsi

che aspettarsi

La riproduzione del presente testo e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

All’hotel dei Duchi di Spoleto è andato in scena il Premio “Il Poeta Ebbro”, importante incontro culturale firmato Anna Manna

Nella sontuosa cornice dell’Hotel dei Duchi a Spoleto, sabato 29 agosto 2020, alle ore 16:30, si è svolta la cerimonia premiativa del celebre Premio Letterario “Il Poeta Ebbro”, fondato dalla nota poetessa e scrittrice romana Anna Manna. Giunto alla sua terza edizione, il Premio ha brillato per i contenuti e i messaggi veicolati dai prestigiosi personaggi che hanno preso parte, sia in qualità di vincitori-premiati che di membri della Commissione di Giuria.

La conduzione, vivace ma misurata come nell’anima connaturata della versatile fondatrice, ha permesso il piacevole svolgimento della serata dell’importante concorso nazionale che, tra i motivi di pregio che vanno risaltati, va sicuramente citato il forte messaggio volto al dialogo e al confronto culturale.

Il Premio, che avrà la sua conclusione nell’edizione autunnale a Roma, ha puntato soprattutto sulla nuova sezione letteraria che ha portato a Spoleto nomi prestigiosi. La Giuria della nuova sezione letteraria vedeva una composizione di intellettuali aquilani: il poeta, scrittore e giornalista Mario Narducci, nel suo ruolo di Presidente di Giuria, Liliana Biondi, scrittrice e donna di cultura di grande spessore e significative iniziative culturali che trattano la figura femminile nel mondo dell’espressione letteraria, Goffredo Palmerini, scrittore e giornalista noto a livello internazionale e la poetessa Clara Di Stefano.

Mario Narducci ha salutato all’Hotel dei Duchi le scelte della Giuria attraverso premiati di grande significato e di rilevanza nel mondo della cultura. Personaggio dell’anno è stata proclamata la studiosa, giornalista e sociologa Tiziana Grassi che ha donato ai presenti un discorso di grande impatto, sulla scia dei suoi studi e delle sue pubblicazioni che mirano all’analisi dei fenomeni migratori in una visione mai faziosa, al di sopra di ogni strumentalizzazione. Discorso di pace, invito alla consapevolezza e alla maturità nell’analisi dei fenomeni sociali.

Momento centrale dell’evento è stato l’intervento dell’Ambasciatore S.E. Gaetano Cortese al quale è stato conferito il Premio Speciale per la Cultura con la seguente motivazione: “Per essere fondatore e curatore, dal 2000 ad oggi, della Collana di libri dell’Editore Carlo Colombo dedicata alla valorizzazione del patrimonio architettonico ed artistico delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero”.

Al Prof. Giuseppe Nicolò Brancato, invece, è andato l’ambito riconoscimento denominato Premio Leonardo, conferito per il suo libro sulle favole di Leonardo, vero gioiello di cultura, che testimoniano il suo grande e pregevole impegno di epigrafista.

La sezione poesia ha visto come composizione: Eugenia Serafini (Presidente), Anna Manna, Sandro Costanzi e Alessandro Clementi; ha deliberato di assegnare Premi Speciali fuori concorso agli artisti che negli anni si sono ispirati, o hanno dedicato le loro opere, alle poesie d’amore della poetessa Anna Manna, fondatrice del Premio “Il Poeta ebbro”. Le poesie cui sono state ispirate le opere artistiche sono pubblicate nel volume Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori, di Anna Manna, Nemapress Edizioni, 2019. 

A Spoleto è stata premiata Giovanna Gubbiotti per il suo quadro “Partire da Roma”, ispirato da una delle poesie di Anna Manna dedicate a Roma. Un riconoscimento speciale è andato alla pittrice Eugenia Serafini, per una sua espressione pittorica legata alla città di Spoleto: ha dipinto la pergamene della poesia di Anna Manna “A Spoleto l’Oceano” che, lo scorso anno, alla Galleria Poli d’Arte, è stata consegnata ufficialmente alla direttrice amministrativa del Festival Maria Teresa Bettarini.

Ancora, a Roberta Bizzarri è andato il Premio “Dall’Umbria con amore”. Questa nuova sezione intende portare a visibilità internazionale un artista del territorio che ha conservato caratteristiche espressive di tradizioni antiche. Roberta Bizzarri, pittrice umbra di notevole talento, conserva e propone catatteristiche espressive della tradizione umbra.

Il premiato per la sezione fotografia è stato Mario Giannini, che ha firmato la copertina del libro di Anna Manna Ebbrezze d’amore dolcezze e furori.

IN FOTO : Goffredo Palmerini, Liliana Biondi, Nicolò Giuseppe Brancato,Anna Manna , Eugenia Serafini, Mario Narducci (Foto di Mario Giannini)

Sull’importante incontro letterario che si è tenuto nella città umbra risultano importanti e rivelatrici alcune considerazioni, a caldo, dell’anima di questa manifestazione, la poliedrica e attivissima Anna Manna che, oltre a ringraziare i vari intervenuti, ha osservato che “dopo tanta distanza da abbracci, sorrisi, strette di mano, progetti e speranze… ritrovare il calore e l’applauso è stato commovente. […] Da troppo tempo eravamo digiuni di poesia dal vivo. Con grazia, nostalgia, ironia, la tenerezza ci ha preso per mano e ci ha donato di nuovo l’ebrezza”.

Il presente testo è stato adattato e implementato dal sottoscritto, curatore di Blog Letteratura e Cultura, in data 02/09/2020 a partire dal comunicato stampa ufficiale a firma di Alessandro Clementi, Responsabile della comunicazione del Premio “Il Poeta Ebbro”.

Concorso di Poesia “E’ un brusio la vita” – omaggio a Pier Paolo Pasolini

BANDO DI PARTECIPAZIONE

EMUI EuroMed University in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche Pier Paolo Pasolini (Roma- Madrid), Le Ragunanze e l’Associazione Euterpe organizza il concorso di poesia “E’ un brusio la vita”.

Art. 1 – La partecipazione è gratuita.

Art. 2 – È possibile partecipare con una raccolta di poesie inedite a tema libero (min. 10 – max. 40). Sono gradite poesie di impegno civile, con riferimento alle opere di Pier Paolo Pasolini.

Articolo 3 – Per partecipare al concorso è necessario inviare alla mail international@emui.eu la propria opera poetica in formato Word indicando nel corpo della stessa nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap.), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e le seguenti dichiarazioni:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle opere e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese (D. Lgs 196/2003 e GDPR)

Articolo 5 – I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 30-11-2020

Art.6 – Le opere verranno lette e giudicate da una Commissione composta da personalità del mondo della cultura nazionali e internazionali.

Art. 7 – Il primo classificato si aggiudicherà la pubblicazione della raccolta in formato ebook nella collana ‘Poesia sotto forma di dubbio’ con EuroMed Editions (fornito di codice ISBN) e sarà inserito nel sito della piattaforma interuniversitaria www.emui.eu. Inoltre riceverà una copia dell’antologia di autori vari ‘Pier Paolo Pasolini, il poeta civile delle borgate. A quarant’anni dalla sua morte’, a cura di Michela Zanarella e Lorenzo Spurio, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino (FI), 2016, volume organizzato dalla Ass. Le Ragunanze di Roma e dalla Rivista di letteratura “Euterpe” con il Patrocinio Morale del Comune di Roma e del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia (PN). Gli altri autori premiati riceveranno attestato di merito e video lettura di una delle poesie incluse nella raccolta.

Art. 8 – Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte della Segreteria che li utilizzerà per fini inerenti al concorso in oggetto.

Per maggiori informazioni scrivere a: international@emui.eu e consultare il sito www.emui.eu

V Concorso Letterario “La pelle non dimentica” (scadenza 31/12/2020)

facebook

BANDO DI CONCORSO

Art. 1 – PROMOTORI – Le Mezzelane Casa Editrice in collaborazione con l’associazione Artemisia di Firenze e l’associazione culturale Euterpe di Jesi indicono il IV concorso “La pelle non dimentica” per sensibilizzare la popolazione verso un problema che affligge i nostri giorni: la violenza sulle donne, lo stupro e il femminicidio.

Art. 2 – PARTECIPANTI – Il concorso è aperto a tutti i soggetti che abbiano compiuto i 18 anni d’età

Art. 3 – QUOTA D’ISCRIZIONE – La partecipazione al concorso è gratuita.

Art. 4 – ELABORATI – I partecipanti potranno presentare un elaborato di loro produzione, scritto in lingua italiana e rigorosamente inedito, seguendo le regole delle categorie contenute nell’articolo 4 bis.

Art. 4 bis – CATEGORIE – Gli elaborati, che avranno come argomento principale la violenza sulle donne, potranno essere basati sia su una storia vera sia inventata; potranno anche essere presentati elaborati a tema libero.

  1. A) Poesie inedite a tema libero: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.
  2. B) Poesie inedite a tema violenza di genere: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.
  3. C) Racconto a tema libero inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12
  4. D) Racconto a tema violenza di genere inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12
  5. E) Silloge poetica inedita: la silloge dovrà essere inedita, scritta con carattere Times New Roman corpo 12
  6. F) Silloge poetica edita: la silloge dovrà essere inviata in formato pdf, completa di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria
  7. G) Romanzo inedito a tema violenza di genere: la lunghezza del romanzo dovrà essere compreso tra le 150.000 e le 200.000 battute compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12
  8. H) Romanzo edito a tema violenza di genere: il romanzo dovrà essere inviato in formato pdf. completo di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria

Art. 5 – MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE – Il testi delle sezioni A/B/C/D/E/G dell’articolo 4/bis dovranno essere prodotti in forma anonima su file word in formato *.doc o *.docx o odt. Ogni partecipante potrà inviare un elaborato per una o più categorie tra quelle proposte dagli organizzatori. Ogni partecipante dovrà attenersi alle specifiche richieste, ovvero la lunghezza del racconto, il numero e la lunghezza delle poesie, il formato richiesto. Nel file non dovrà esser scritto alcun nome. Nella mail dovrà essere allegata la liberatoria compilata (che trovate https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria) con i propri dati, messa a disposizione in formato scaricabile dall’organizzatore. Tutti gli altri elaborati dovranno essere prodotti seguendo le indicazioni date in ogni categoria. Gli elaborati pervenuti in maniera diversa da quello indicato verranno immediatamente scartati.

Art. 6 – SCADENZA – L’elaborato dovrà essere spedito tramite mail al seguente indirizzo: concorsi@concorsi.lemezzelane.eu entro e non oltre le ore 23.59 del giorno 31 dicembre 2020. I testi pervenuti successivamente non verranno presi in considerazione. In oggetto dovrà essere specificato “concorso La pelle non dimentica” e la sezione alla quale si partecipa.

Art. 7 – VALUTAZIONE – Tutti i lavori (tranne le sillogi e i romanzi editi) saranno inviati in forma anonima a una giuria designata dagli organizzatori. La giuria determinerà una classifica basandosi sulla propria sensibilità artistica e umana, in considerazione della qualità dello scritto, dei valori dei contenuti, della forma espositiva, delle emozioni suscitate, delle immagini e delle riprese video. Il giudizio della giuria sarà inappellabile ed insindacabile. I vincitori saranno informati secondo le modalità indicate da ciascun partecipante nel modulo di partecipazione.

Art. 8 – PREMIAZIONE – I primi venti delle sezioni A/B/C/D verranno inseriti in una antologia a cura di Le Mezzelane casa editrice. I primi tre autori di ogni sezione verranno premiati con una proposta editoriale della casa editrice Le Mezzelane, con un diploma con la menzione della giuria, con una copia dell’antologia e altri premi messi in palio a cura dell’organizzatore. La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avranno luogo nel mese di aprile 2021 in una località della riviera adriatica che indicheremo prima della scadenza del concorso.

Art. 9 – DIRITTI D’AUTORE – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. Il volume sarà pubblicato in cartaceo e sarà edito da Le Mezzelane Casa Editrice. I diritti rimarranno comunque degli autori, che potranno, quindi, far uso dei propri elaborati come vogliono.

Art. 10 – PUBBLICITÀ – Il concorso e il suo esito saranno opportunamente pubblicizzati attraverso le pagine dedicate al concorso, sul sito dell’editore e sul sito delle associazioni.

Art. 11 – ALTRE NORME – La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario.

 

INFO:

www.lemezzelane.eu

informazioni@lemezzelane.eu 

“Ipostasi di buio” di Rossella Cerniglia: alcuni estratti dalla Prefazione di Enzo Concardi

Dietro segnalazione[1] della casa editrice Guido Miano Editore di Milano a continuazione viene pubblicato un estratto significativo della prefazione, stilata da Enzo Concardi, alla recente silloge poetica della siciliana Rossella Cerniglia, dal titolo Ipostasi di buio, edita sulle pagine della nota collana editoriale “Alcyone 2000”.

Cerniglia Rossella 2020 [AL] - Ipostasi di buio [fronte]Rossella Cerniglia è nata a Palermo e vive a Marsala. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei di Palermo. Poetessa, narratrice, saggista, ha pubblicato i libri di poesie Allusioni del Tempo (1980), Io sono il Negativo (1983), Ypokeimenon (1991), Oscuro viaggio (1992), Fragmenta (1994), Sehnsucht (1995), Il Canto della Notte (1997), D’Amore e morte (2000), L’inarrivabile meta (2002), Tra luce ed ombra il canto si dispiega (2002), Mentre cadeva il giorno (2003), Aporia (2006), Penelope e altre poesie (2009), Antologia (2013), Mito ed Eros. Antenore e Teseo con altre poesie (2017), Il retaggio dell’ombra (2020); i romanzi Edonè…edonè (1999), Adolescenza infinita (2007); il libro di racconti Il tessuto dell’anima (2011) e il libro di saggistica Riflessioni, temi e autori (2018).

Quest’ultima fatica letteraria di Rossella Cerniglia prosegue il discorso della precedente pubblicazione Il retaggio dell’ombra (2020). Le tenebre che dominano il mondo contemporaneo si fanno, secondo la poetessa, ancora più fitte e giustificano etimologicamente il nuovo titolo: Ipostasi di buio. La sostanza e la personificazione dell’oscurità occupa tutta l’estensione della silloge: infatti, delle tre parti di cui si compone il libro, la prima porta il titolo dello stesso, la seconda quello eloquentissimo di Profondo inferno; la terza quello doloroso di Amore amaro. Culturalmente le prime due sezioni hanno diversi riferimenti nella storia del pensiero e della letteratura, mentre oggi rappresentano tematiche meno visitate; invece la terza sezione è universale, interculturale e metastorica. Nella prima parte si possono individuare alcune liriche più significative e chiare come immagini e lessico del “buio”. L’azzurro esiste ma è rinchiuso “…nel sarcofago ardente / dove una tenebra alta / si leva…” (poesia “Sono pronto”). Una creatura angelica appare in un’oscura dimora dove “…il respiro del tempo / una soglia spalanca / nel suo Nulla più nero” (poesia “Silenti trombe”). Uomini alla deriva con ponti tagliati alle spalle in una buia foresta erano soli, senza “…nessun rifugio / nessuna compagnia…” (poesia “Per elidere”). In “Barche” non si apre nessuna via d’uscita nel “Day After” l’Apocalisse che sembra essere intervenuta: “…barche / piene di buio // senza navigatori…” attraccarono a spiagge desolate dove “…nacque un vortice / che non era luce”. In una delle ultime poesie di questa parte appare l’immagine del Divino, ma è raffigurata come irraggiungibile e pare che siamo stati abbandonati a noi stessi: “…era il volto di Dio / oscuro // la sua Ombra / piantata / nella zolla” (poesia “Il giardino)”. Nasce infine nel suo animo un forte desiderio di speranza e di luce, ma tutto appare come un incubo, un atroce sogno e le è negato il “riveder le stelle” di dantesca memoria (si leggano le liriche “Vaporose ali” e “Sostanza di un sogno”). Viviamo quindi avvolti “Nella notte nera”. Qui il colore dominante della poesia è il “nero”: nere sono la notte, l’oscurità e la tenebra; neri sono il buio e il Nulla, quest’ultimo scritto con la “N” maiuscola, ad indicare il concetto filosofico. La simbologia di tutto ciò è chiara: la morte interiore e sociale regna sovrana nelle nostre anime e nelle nostre relazioni. La solitudine e l’incomunicabilità spadroneggiano in questa civiltà rantolante, anche se nei quadri lirici creati molto appare nel vago, nell’indefinitezza, nelle dimensioni oniriche e surreali: angosce e incubi si sovrappongono a momenti di lucidità e razionalità”.

 ENZO CONCARDI

 

[1] L’editore ha autorizzato il curatore del blog a pubblicare il presente testo senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Eventuali riproduzioni del presente testo dovranno essere autorizzate dall’editore Miano di Milano e il curatore del blog, in nessun modo, sarà ritenuto responsabile per eventuali riproduzioni, parziali o integrali, su qualsiasi supporto avvenute, operate da parte di terzi. L’utilizzo del grassetto nel corpo del testo è del curatore del blog. Le note biografiche dell’autrice, esulano dal commento critico di Concardi e sono, invece, prodotte dalla casa editrice.

“L’ “io introspettivo” di Eugenio Montale nell’indagine del Mistero”, saggio del prof. Domenico Pisana

Saggio del prof. Domenico Pisana

Non oserei parlare di mito nella mia poesia, ma c’è il desiderio di interrogare la vita”. Così si espresse Montale in un’intervista di Medeleine Graff-Santschi, pubblicata  nel 1965 sulla Gazette de Lusanne, che ci fornisce una linea di movimento della poetica montaliana nella sua fase iniziale.

Montale è alla ricerca di una definizione precisa e assoluta della vita, ricerca  che, sotto l’influsso delle sue letture filosofiche di impronta  contingestista, trova il suo approdo nel  dubbio, nello scetticismo e nel nichilismo. Egli ritiene che non sia possibile indicare una verità esistenziale come prospettiva verso la quale orientare il cammino della vita: non esistono mete né certezze universali. Il poeta elabora, allora, una sorta di “teologia negativa”, che trova la sua espressione più emblematica  nella lirica “Non chiederci la parola”, composta nel 1921, che costituisce quasi una norma normans da rispettare in tutte le circostanze della vita.

eugenio-montale

La struttura della lirica poggia su un “io introspettivo” tutto al negativo, come si evince dall’uso frequente della negazione “non” (“Non chiederci”….”Non domandarci..” “non siamo…” “non vogliamo..”). Il poeta dialoga con un interlocutore indeterminato, al quale mette davanti il percorso incerto, difficile, pieno di pericoli della vita; ricorre ad un registro stilistico e lessicale pienamente aderente alla sua visione desolata e negativa dell’esistenza. “L’animo informe”, il “polveroso prato”, lo “scalcinato muro”, la “storta sillaba e secca come un ramo” costituiscono la metafora di una condizione umana precaria, drammatica, amara ed incerta, messa in contrapposizione alla sicurezza di chi non avverte questa precarietà e questo grigiore della realtà. (“Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico”).

Questo pessimismo non può essere letto, però, esclusivamente come  chiusura nel buio, perché  include, dentro l’io più profondo di Montale, anche il desiderio di infinito e di assoluto, l’apertura ad un Essere che non può farsi presente nei concetti e che non ha una collocazione nella storia; il Montale che interroga il mistero della vita, come già Leopardi, dimostra di tendere verso un Orizzonte nel quale possa essere contenuta la risposta alle tante domande che nascono nel cuore dell’uomo: “Chi può dire di vivere soddisfatto  – afferma il poeta ligure – nel mondo dei fenomeni, delle cose finite, senza farsi domande, chiedersi il perché? Paradossalmente la poesia di Montale è un canto mistico che si perde nel vuoto, un interrogare la vita per tentare di raggiungere quei risultati che il poeta cerca e che, però,  è pienamente consapevole di non potersi attendere dal mondo fenomenico. L’unica certezza della sua indagine sull’esistenza è che l’uomo deve finire: “Sappiamo che dobbiamo finire: questa certezza ci rimanda all’Essere, all’eternità”.  

L’eternità per Montale rappresenta la fine dell’inquietudine umana, la terrestrità costituisce il luogo della solitudine, dell’inganno, del malessere e della precarietà. È all’interno di questo interrogare la vita che la ratio montaliana aspira dunque a qualcosa che non riesce ad afferrare e spiegare; la sua è una  ratio che non decifra il Mistero, ma che  rivela il segno della sua Presenza in ogni esperienza umana:

Sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano

scritto: ‘più in là”.

 Quel “più in là!” paradossalmente rivela l’Orizzonte verso cui tende il poetare montaliano; egli non lo vede ma lo percepisce, così come l’uomo ode il grido che c’è dentro le cose, anche se non sente la voce.  L’ “io noumenico” montaliano, pur muovendosi all’interno dei parametri propri della poetica italiana della modernità, che lanciava l’interpretazione della realtà come nichilismo, in fondo non risulta anti-religioso; anzi, si può ritenere che è connotato da una “passione religiosa”, cioè da una  espressa passione della ricerca e della eventuale affermazione di un senso alla vita, ossia di un Mistero che dia il senso delle cose, della realtà e dell’esistenza.

Quando Montale in alcuni suoi versi afferma – “Forse un mattino andando in un’aria di vetro/arida, rivolgendomi, vedrà compirsi il miracolo:/il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/di me, con un terreno ubriaco” – , egli, in fondo, non fa altro che rappresentare l’effimero delle cose che oggi ci sono e domani non più, ribadire la vanità e la nullità di ciò che esiste. Questa sua esperienza rappresentativa della realtà è sostanzialmente identica a quella del mistico religioso cristiano, il quale mentre contempla il cielo e la terra, così grandi ed evidenti nel loro spazio, sa che domani non ci saranno più, per cui capisce che la realtà è tutta segno della parola di un Altro, cioè il Mistero che sta dietro. Questo indagare il Mistero che sta dietro alle cose, agli oggetti, alla vita stessa  fa di Montale un uomo religioso senza religione, ed è la premessa alla fede come campo immediato in cui la ragione cede all’ inconoscibilità e all’ inafferabilità della “Realtà Altra”.

Se nello scavo dell’io interiore di Montale,  l’elemento religioso e l’influsso della fede sono stati poco osservati, è per un errore di approccio critico; molti hanno cercato e cercano la religiosità di Montale attraverso le sue pagine, attraverso riferimenti espliciti ad una esperienza secondo la tradizione religiosa. In questa prospettiva è facilmente intuibile che il religioso in Montale è davvero argomento difficile e controverso, non solo perché poche volte la parola “Dio” compare nei suoi versi, ma anche perché il poeta ligure rigetta ogni collocazione confessionale e ideologica.

L’approccio che occorre tentare non è quello di proiettarsi verso  la “religiosità del testo”, ma quello di verificare se il testo letterario in sé , pur non collocandosi in un espresso orizzonte teologico, sacrale e religioso, contenga “dati-testimonianza” di una specifica rilevanza religiosa.

I due moduli tematici e stilistici utilizzati da Montale nelle prime raccolte di versi, Ossi di seppia e Le occasioni, vale a dire la poetica degli oggetti da un lato e il simbolismo ermetico-metafisico dall’altro, trovano nel terzo Montale, quella di Bufera e altro, un esplicito appoggio ai termini del linguaggio simbolico e religioso. Mentre negli Ossi di seppia  è presente una cauta e generica metafora del divino, racchiusa ora nell’ombra umana, la “disturbata Divinità” dei Limoni , ora nella presenza del mare, il “divino amico” di Esterina in Falsetto, ora nella voce paterna e immensa che “afferma una legge severa” di Mediterraneo, in Bufera e altro viene,  per la prima volta, pronunciata, la parola “Dio” e l’io interiore ed intropsettivo di Montale intraprende la direzione di un lessico tratteggiato da insistenti simboli e richiami religiosi.

Entrando nella tessitura della silloge, il linguaggio lirico montaliano dà spazio ad una presenza, ambigua e per certi versi contorta, che spiega il suo affaccio inquieto al Divino in modo più esplicito rispetto alla  prima esperienza poetica. Ecco alcuni testi:   

su noi come Giona sepolti

nel ventre della balena…..

………………………….

L’iddio taurino non era

Il nostro, ma il Dio che colora

di fuoco i gigli del fosso…….

(Da “Ballata scritta in clinica”)

 

L’uomo che predicava sul Crescente

mi chiese “Sai dov’è Dio?” Lo sapevo

e glielo dissi. Scosse il capo….

(Da “Vento di Mezzaluna”)

 

Dovrà posarsi lassù

il Cristo giustiziere

per dire la sua parola…

(Da “Sulla colonna più alta”)

Dicevano gli antichi che la poesia

è scala a Dio. Forse non è così

se mi leggi……

(Da “Siria”)

 

Intorno il mondo stringe; incandescente,

nella lava che porta in Galilea,

il tuo amore profano, attendi, l’ora

di scoprire quel velo, che t’ha un giorno

fidanzata al tuo Dio …

(Da “Incantesimo”)

 

Io non so, messaggera

che scendi, prediletta

del mio Dio(del tuo forse)….

…………………………….

Il dì dell’Ira che più volte il gallo

annunciò agli spergiuri…..

(Da “L’Orto”)

I versi citati offrono indicazioni circa la presenza di un “io religioso” nella poetica montaliana a diversi livelli. C’è, anzitutto, un primo livello nel quale si configura un tratto antinomico della presenza del divino: da un lato l’ “iddio taurino”, dal quale Montale prende le distanze(“non era il nostro”) perché simbolo della violenza e del trionfo,  e che la “razza idiota degli eletti” adora, dall’altra il “Dio che colora/di fuoco i gigli del fosso”, che simboleggia l’amore sacrificato, il dono incontaminato del sacrificio destinato a perdurare nel tempo e che  riecheggia il “Dio dei fiori” della lirica  thanatos athanatos di Quasimodo.

Il secondo livello supera la precedente antinomia per dare rilievo ad una “visione relazionale e comunionale” tipica del Dio della Bibbia. Il verso montaliano sembra assumere il linguaggio personalistico della fede (il “tuo Dio”, il “mio Dio”); gli aggettivi possessivi, peraltro, non solo riecheggiano il linguaggio di Dio verso Israele (“ Io sono il tuo Dio, colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto” ) ma sembrano accorciare la distanza tra il poeta e Dio, non più percepito come realtà distante e nascosta o potenza arcana e trionfante, ma come presenza vicina e solidale all’esperienza umana. E, tuttavia, si tratta sempre un approccio titubante e timido, come si evince da quel “forse”( “del tuo forse”), che evidenzia l’ambivalenza della problematica religiosa nel poeta ligure.

In altri testi, ancora, l’accostamento al Divino si esprime ora sotto forma di domanda, ora con l’attestazione dell’attesa della parola del giudice supremo, il “Cristo giustiziere”, ora come riconoscimento dell’ontologia religiosa del verso” che, stando a quanto – scrive Montale –  “dicevano gli antichi”,  eleva verso Dio”.

Eugenio_Montale-1

In Bufera e altro l’io poetico montaliano non esclude dunque la possibilità della salvezza dell’uomo; Montale, che nella sua formazione ha visto l’accostamento a letture di ispirazione cristiana, quali i Padri apologeti, Sant’Agostino, Pascal, Dostoevskii, utilizza le categorie teologiche per inserire sul suo cammino poetico l’orizzonte sotereologico. E difatti, come  nella teologia cristiana la salvezza passa dalla donna, tant’è che l’incarnazione del Verbo si è realizzata grazie al “fiat” di una donna, Maria, divenuta corredentrice di Cristo, così vediamo che in Bufera e altro Montale riprende, sull’onda di influenze dantesche, di convergenze stilnovistiche e di echi petrarcheschi, il tema della donna-angelo, della donna salvifica.

La struttura sintattica delle liriche appare infatti dominata da quel “Tu” rivolto quasi sempre alla donna, sotto immagini e nomi diversi, la donna del  Giglio rosso, Iride, Clizia, Volpe; l’apparizione della presenza femminile ruota, al di là dell’ordine fisico e sentimentale, che pur sono compresi, all’interno di un’allegoria che ripropone temi della tradizione cristiana e figurale.    

Tillich diceva: “quello che determina il nostro essere o il nostro non essere, è il nostro interesse ultimo”. L’uomo, in altre parole, non rinuncia mai, se si cala dentro il suo io più profondo con una azione introspettiva vera e sincera, alla ricerca della conoscenza del senso ultimo delle cose e dell’esistenza; egli guarda ad un fine ultimo, che per molti è Dio, per altri un archetipo, un assoluto, una causa; in ogni caso, Dio, anche se negato, rimane l’ultimo interlocutore dell’uomo.

Se il primo Montale ha sostenuto che l’inganno e l’illusione costituiscono  i fondamenti su cui poggiano i falsi equilibri della vita quotidiana, se ha teorizzato la condanna dell’uomo ad una esistenza fortemente segnata dalla solitudine, e di tutto ciò ne ha manifestato il  rammarico, con  Bufera e altro egli  comincia a testimoniare, pur se indirettamente, l’ammissione del suo bisogno di superamento del “male di vivere”, bisogno, che proprio a partire dalla raccolta Bufera e altro, egli proietta in quel “Tu” raffigurato come emblema e portatore di salvezza. 

DOMENICO PISANA

L’autore del saggio ha acconsentito e autorizzato alla pubblicazione del testo su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Si rappresenta, inoltre, che la diffusione del presente saggiosu altri spazi, in forma integrale o parziale, non è consentita senza il consenso scritto da parte dell’autore.

 

 

E’ uscita la rivista “Euterpe” n°31 dal tema “L’ “io” nella letteratura: individualità e introspezione”

Siamo felici di comunicare dell’uscita del n°31 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe”, aperiodico tematico di letteratura online, ideato e diretto da Lorenzo Spurio e rientrante all’interno delle attività culturali promosse dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi.

Tale numero proponeva quale tematica alla quale era possibile ispirarsi e rifarsi: “L’”io” nella letteratura: individualità e introspezione”.

La prima parte è dedicata al ricordo del poeta e scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins (1955-2014) al quale il critico Lorenzo Spurio ha dedicato un excursus della sua significativa opera letteraria centralizzata, per numerosi anni, attorno alle prolifiche e prestigiose iniziative della rivista (e laboratorio) di Sagarana sua creazione, estintasi con la sua dipartita. Sebbene l’autore fosse prevalentemente narratore si è deciso, dato il taglio della rivista, di dare pubblicazione a una serie scelta di poesie del repertorio di Monteiro Martins, compreso un testo in portoghese, sua lingua madre.

Segue un ampio articolo a firma della poetessa e scrittrice Anna Santoliquido teso a tracciare l’importante percorso letterario e umano della poetessa e promotrice culturale (anima del Festival della Poesia di Francoforte) Marcella Continanza (1940-2020) recentemente venuta a mancare.

Hanno collaborato e contribuito con proprie opere a questo numero della rivista (in ordine alfabetico) gli autori: Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Bellanca Adriana, Bello Diego, Bernardo Lorenzo, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Buonomo Felicia, Bussi Alfredo, Calabrò Corrado, Carli Ballola Riccardo, Camellini Sergio, Carmina Luigi Pio, Carnovale Alessandra, Cason Elisa, Cavallo Domenico, Chiarello Maria Salvatrice, Chiarello Rosa Maria, Corigliano Maddalena, Cortese Davide, De Maglie Assunta, De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Di Salvatore Rosa Maria, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Ferreri Tiberio Tina, Fiorito Renato, Follacchio Diletta, Fusco Loretta, Gallotta Federica, Gambini Giuseppe, Giangoia Rosa Elisa, Gilioli Luca, Grasselli Denise, Izzo Lucia, Kostka Izabella Teresa, Lania Cristina, Lenti Maria, Luzzio Francesca, Mainieri Maria Francesca, Manca Sandra, Mancinelli Paola, Marcuccio Emanuele, Marrone Giuseppe, Martillotto Francesco, Marzano Roberto, Moscariello Carmen, Novelli Flavia, Paci Gabriella, Pardini Nazario, Pasero Dario, Pasqualone Massimo, Pellegrini Stefania, Pierandrei Patrizia, Piergigli Matteo, Polvani Paolo, Proia Francesca, Raggi Luciana, Riccialdelli Simona, Ridolfi Massimo, Saccomanno Mario, Santoliquido Anna, Scalabrino Marco, Seidita Antonella, Siviero Antonietta, Spagnuolo Antonio, Spurio Lorenzo, Stanzione Rita, Tarantino Mattia, Tommarello Laura, Tosetti Carlo, Vassalle Mario, Vargiu Laura, Veschi Michele, Zanarella Michela.

Il nuovo numero può essere letto e scaricato cliccando qui e, a seguire, nei vari formati:

Formato PDF

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E-book formato Mobi

E-book formato Epub

per collage_Euterpe 31

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

ARTICOLI        

ANTONIO SPAGNUOLO – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”

CORRADO CALABRÒ – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”

TINA FERRERI TIBERIO – “L’uomo tra smarrimento e ansia metafisica”

SERGIO CAMELLINI – “Io, super io (io lirico)”

MARIA LENTI – “Io-io, io-io, io-noi”

ALFREDO BUSSI – “Individuazione sessuale in D.H. Lawrence”

MASSIMO PASQUALONE – “Il primo Zeichen, tra individualità e introspezione (1974-1983)”

MICHELE VESCHI – “Se sono sogliole guazzeranno”

SAGGI

LUCIA BONANNI – “Semantica, espansività e pienezza in atteggiamenti di conformismo e uscita fuori dal sé”

MATTIA TARANTINO – “In difesa della morte”

ANGELO ARIEMMA – “L’”io” decadente”

MARIA GRAZIA FERRARIS – “L’”io” in letteratura. Individualità e introspezione”

CARMEN DE STASIO – “La semantica dell’esserci. Gli spazi introspettivi nella poesia di Sir George Gordon Byron”

DILETTA FOLLACCHIO – “«Abbiamo solo noi stesse»: l’io, la donna e la scrittura”

GRAZIELLA ENNA – “Ribellione e sgretolamento dell’io di fronte alla società moderna”

ROSA ELISA GIANGOIA – “Le origini dell’acquisizione dell’io”

MARIO VASSALLE – “L’io e il ruolo della sua individualità e introspezione nella letteratura”

NAZARIO PARDINI – “La filosofia dell’essere e l’arte dello scrivere”

DENISE GRASSELLI – “Luigi Pirandello: l’”io” e il suo “doppio”. Riflessioni sul concetto di identità nello scrittore siciliano”

CINZIA BALDAZZI – “L’itinerario del Sé attraverso i miti. Horkheimer e Adorno leggono l’Odissea

*

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Poeti e scrittori nascosti e dimenticati”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 25/09/2020 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html).

È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/285466152858916/

Per coloro che sono interessati, ricordiamo altresì i link per poter raggiungere:

Tutti i numeri della rivista Euterpe

Archivio storico (con la lista integrale dei contributi, disposti per ordine alfabetico degli autori)

La lista degli interventi critici per numero

I volumi monografici del progetto “Stile Euterpe” sinora pubblicati

“Dolore della casa: compianti dal Covid” di Gian Piero Stefanoni

Segnalazione di Lorenzo Spurio

A continuazione, con il consenso dell’autore, il poeta e critico letterario Gian Piero Stefanoni, si dà pubblicazione su questo spazio al suo intervento dal titolo “Il dolore della casa: compianti dal Covid” apparso per la prima volta sulla rivista Artcurel: arte, cultura e religione, web-rivista cristiana cattolica sull’espressione artistica e culturale universale pubblicata in seno all’Apostolato Cristiano Cattolico Artistico Culturale (ACCARCU) in data 27/05/2020. Esso si compone di una nota di introduzione dello stesso Stefanoni che anticipa e spiega il motivo dell’opera e come è stata intesa e, a seguire, una serie di poesie, ciascuna con una specifica dedica a persone, tanto italiane che straniere, tanto nell’ambito medico che non, che sono cadute nel corso dell’epidemia del Corona Virus. Il poeta dedica una rosa di componimenti a specifiche persone comuni, che appartengono alla vita pubblica del nostro Paese e non solo, finanche a personaggi pubblici e vip (com’è il caso di Lucia Bosé) chiudendo la collana di liriche con una dedica, indistinta, a tutti coloro che hanno sofferto direttamente questo dramma del nostro Secolo. Il testo è pensato come un omaggio riconoscente a coloro che, facendo il proprio lavoro e avendo messo il prossimo all’attenzione della propria esistenza, sono caduti “sul campo” e a quanti, contaminati dal maledetto virus, non sono potuti guarire. Ma è rivolto anche a noi tutti superstiti, noi che leggiamo, che continuiamo a vivere (e sperare) in questa lenta fase di ripresa dopo l’acme dell’emergenza. Per conservare vividamente e responsabilmente, nel ricordo, chi ha combattuto, per non dimenticare, per tenere a mente che la tragedia che ha portato all’aldilà tante esistenze appartiene al mondo intero. A tutti, indistintamente.

(Lorenzo Spurio)

DOLORE DELLA CASA: compianti dal Covid

di Gian Piero Stefanoni

Poiché tutto si compie in un altrove sconosciuto.

(Françoise Dolto)

per Vito, medico e uomo buono

INTRODUZIONE

Raccolgo nella brevità e nel ricordo di questi pochi ritratti, il senso di un comune, partecipato sgomento. L’evento Covid-19 che ci ha risucchiati da una terra ai nostri occhi, nelle nostre vite non più ospitale ci ha scoperti nel nervo teso di una condizione di limite forse dimentico ed ora così tragicamente esposto tra coabitazioni coatte ed economie in azzeramento. Così se non più eludibile la necessità del ripensamento ciò che a me interessa adesso – perché bene adesso – è il raccoglimento in un dolore (e in un pianto) che è anche il nostro per chi (per operatività di servizio e di lavoro ma anche per caso e per destino) lontano dagli affetti, nelle sepolture veloci, in veloci benedizioni ci ha lasciato in solitudine entro una procedura di sottrazione subdola, vorace nella traccia di uomini, donne, ragazzi – anonimi o meno – che ho voluto riportare nella presenza viva di ciò che nell’agire li ha connotati indicando allora nel passaggio la vita stessa come misura dell’amore e del pensiero- e per questo, in questa memoria, restando. Pensiero che allora va anche ai cari nella consapevolezza di una fratellanza che ora ci appella nel sacro.

Come ricordare e vedere la ghianda

nel becco martellante dell’uccello

questo affacciarsi incontrollabile di mondo

nel grido riposto del suo seme.

È sempre questo silenzio,

questo avvicendarsi inascoltato delle forme,

la morte nel suo deposito di àncora

che chiama dal fondo un altro mare.

L’ombra non è che una stagione

in questo passare infetto.

Nell’accorpare timoroso dei nomi-

il respiro condiviso dell’orma-

il volto regale e già sanato della terra.

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CHIARA FILIPPONI (anestesista di Portogruaro, primo medico deceduto in Italia per concausa da Coronavirus il 07/03/2020)

Sei stata la prima,

da te che gestivi il sopore del corpo

la coscienza: il camice

pronto a cedere ha ceduto,

persa la presa nel sonno.

Del virus hai detto

l’acritica funzionalità del colpo,

la fragilità della scienza

nell’immagine di un silenzio

che però ora non tocca.

Le perle infatti

ancora circondano la bocca,

nel sorriso, nella luce digitale della nostra foresta.

****************************************

DIEGO BIANCO (operatore del 118, quarantasei anni, scomparso per Covid-19 a Bergamo il 14/03/202)

Al tempo del non tradire

va di là ma è da qui che viene

il cielo raccolto nella terra.

Come nel salmo, esposto

e scoperto, freme dalle postazioni

nel messaggio che il giorno

trasmette alla notte.

Nella voce che ha saputo udire

il patire di Bergamo, il professare

per bene di una vita per bene.

****************************************

DON PAOLO CAMMINATI (parroco della Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes a Piacenza, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, scomparso il 21/03/2020 a cinquantatré anni).

Allo stato iniziale non si torna-

lo comprendi dall’acqua della roccia

di nuovo mischiata al sangue.

Il numero- ad oggi, purtroppo ad oggi,

centoquindici – dice la parola nei Numeri;

dell’esodo, delle comunità ferite

il terrore della promessa.

Ma è iscritto- ad ognuno-

il suo monte Nebo; la discesa

verso Gerico- in fase due,

in fase tre- città delle palme.

Tu, caduto prima, hai avuto paura

ma ti sei fidato ancora una volta

mostrando la strada.

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HART ISLAND (ma anche campo 87 del cimitero Maggiore di Milano)

kaddish

Vorremmo dirvi

che siete la nostra lettera per il futuro

con la dignità di parole

che non abbiamo saputo scambiarci.

Composti tra i ruderi

sapervi insieme ai nomi di chi osserva

dentro una terra che si allarga nell’accoglienza del fiume.

Ma non so- o forse so ed è questo che pesa-

se qualcosa d’umano avanzerà

in questa barca

nello scompenso di un mare che già rigurgita.

Rimozione è lo spirito

del tempo malato

e per questo da sempre,

continuiamo a morire:

al fiore che oggi vi scarta

altri, in altri giorni, seguiranno

nell’eterna anonimia della calce.

Perché brevemente la vita ascolta la morte,

e più forte è la voluttà del ventre,

l’uomo animale carico.

Liberi da questo, allora sì per voi

sia lieve il silenzio,

lo scandalo del sabato santo.

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DANIELA TREZZI (infermiera di trentaquattro anni della terapia intensiva del San Gerardo di Monza, uno dei maggiori fronti della pandemia) Si è tolta la vita il 24/03/2020, “Viveva in un pesante stress per la paura di aver contagiato altri”, come ricorda la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche alla quale apparteneva).

Dobbiamo ricordare i vivi

grazie anche a chi, per loro,

vivo non è più. Che non è

un facile bando la regola della memoria

ma nei fatti del sangue il passaggio,

l’ossigenato fluire dalle mascherine

da una esistenza offesa.

Con te però il sudario

raccoglie lo scrupolo, il terrore

esploso negli occhi di un dare infetto,

dentro le corsie una malattia d’amore

probabilmente vinta.

Resta un qualcosa di più grande

però in ciò che t’ ha spazzata,

di più vasto. La donna che teme,

e che avanza se cade infatti non è muta

nel grido della terra che reclama,

che in te ancora può. E non cessa.

****************************************

ISMAIL MOHAMED ABDULWAHAB (giovane studente londinese di tredici anni, una tra le vittime più giovani della pandemia in Europa)

Io con te penso ai miei nipoti,

piccolo budda delle nostre periferie

se il cuore è il primo organo malato.

Con te come con Vitor[1] e gli altri

la statistica ha aggiornato le sue definizioni-

“millenial” nella carne adesso

per questo modello che non vi ha preservato.

Si dice che eri un bravo studente-

fisico sano/mente sana- a Brixton, Londra est,

terra di immigrazioni e di scontri.

Io che non lo ero sono qui a pregarti

presso il Dio dei tuoi e nostri padri;

delle sconfitte che non abbiamo saputo insegnare

ma patire entro quell’indice mesto

ormai in sovrannumero.

****************************************

VITTORIO GREGOTTI (architetto, urbanista, teorico dell’architettura, scomparso a novantaquattro anni a Milano)

LUCIA BOSÈ (attrice, scomparsa per complicanze dovute anche al Covid-19 a ottantanove anni a Segovia, in Spagna)

Vittorio, maestro del razionalismo,

la storia hai insegnato non è un’astrazione

e si sposa coi luoghi che tu Lucia,

signora degli angeli e senza camelie,

da Milano a Segovia hai nella sfida,

nel nostro immaginario incarnato.

L’arte di ben restare a fronte del negare-

o del sovrapporre: questo nell’offesa

della morte il lascito. Un’ Italia

che ha del mondo perché del mondo

nel circolo di grazia pronunciato dal colore.

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RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali)

Qui l’attentato è alla piccola patria

se saltata la rete da fuori

per chi ha dato la vita è venuta la morte.

Qualcuno giudicherà

ma è un segno quest’uccisione di geni,

la calata di padri e di madri dai piani.

Tolto almeno allo sguardo

il silenzio di ogni protezione,

caricati e spostati sui camion,

la coscienza adesso avrebbe il peso della pietra.

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LI WENLIANG (oculista all’ospedale centrale di Wuhan, uno dei primi medici a riconoscere la pericolosità della polmonite di Wuhan, lanciando l’allarme sul virus il 30/12/2019. Ammonito dalla polizia “per aver fatto commenti falsi su internet” morì dopo aver contratto il Covid-19 sul lavoro il 07/02/2020. Il 2 aprile dello stesso anno è stato dichiarato martire ed eroe nazionale)

La legge smentisce-

e punisce- i fabbricatori

di notizie fuori dallo stato.

Per questo ti pronuncia del virus

il primo segno, l’incredulità

nel destino di Cassandra.

Ma tu giovane oculista

hai risposto

all’elementare rispondenza

del dato, al confine invisibile

che pronuncia della scienza l’allarme.

A questo educato,

a questo esposto

nella norma della cura,

nella norma dell’assenso

che è della vita ora riposi.

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DONATO SABIA (mezzofondista, campione europeo indoor degli 800 metri piani a Goteborg nel 1984. Scomparso nella natia Potenza l’8 aprile a cinquantasei anni)

Determinato e fermo,

così oggi una fotografia ti restituisce

prima di una partenza.

Di quest’ultima però

nessuna immagine

se non quella dello stupore,

per un uomo, per un atleta ancora

a cui è stato strappato il numero.

A Goteborg, nel 1984,

ti salutò l’oro nell’europeo indoor;

adesso, nella prece, al tempo delle assenze

la benedizione veloce dell’incenso.

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SAMAR SINJAB (medico sessantaduenne siriana di base di Mira, città metropolitana di Venezia, scomparsa il 09/04/2020 presso l’Ospedale di Treviso)

Lo si legge dai tuoi figli

l’incontro declinato a fondo

di un desiderio che qui ha portato salvezza.

Anch’essi medici, nell’italiano

di un accento pronto, ci mostrano

il rovescio di una terra ai nostri occhi scomparsa.

Siria deserto di pane e di rose,

fertile pianura in te declinata nella scienza

hai impresso in Veneto, del mondo,

la sua eterna narrazione.

La vita è una tensione che non si misura

ma si raccoglie dove il solco

che è uno ha bisogno di storia.

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ANTONIO NOGARA (imprenditore di cinquantasette anni toltosi la vita a San Giovanni a Teduccio, nel Napoletano, il 06/05/2020)

Eppure il killer si serve

(anche) di sicari silenziosi

a colpire piano dai varchi uomini e sistemi.

La vita cede

dove la prospettiva simula

ma poi mina la bocca

là dove la dignità pare perdere veste-

e credo se all’umana pietà

non si somma l’attenzione.

Quel che resta

non sia a svanire ma a crescere

nel percepire solido delle identità;

la caduta in alto altrimenti

avverte solo del crollo.

****************************************

FABRIZIO GELMINI (maresciallo maggiore della stazione dei Carabinieri di Pisogne, Brescia, scomparso il 27/03/2020 a cinquantotto.

È vero lo si legge negli occhi,

in te il bene della terra,

il servizio dalla strada alla morte

proprio nella mia terra del padre.

Non è retorica l’ordine

ma pronuncia nella disposizione regolare delle cose,

esserci dove si è chiamati ad essere.

Così non è dazio la fedeltà-

né giuramento- se alimento

nella vita che anche da te, dagli altri colleghi (sono sette)[2]

ora riprende.

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GLI ALTRI

Come gli altri, anche voi

dalle strade, dalle case, dal lavoro

anonimi nell’anonimia della morte.

Quale veste allora dalle ombre

mi chiedo, quale ruggito a espandervi

là dove il vivo non arriva.

Non la paura che più non appartiene,

o una memoria in quell’apertura

che certo lo sguardo non protegge.

Ma della terra la sua frammentazione-

la grande scheggia- che nell’incandescenza della perdita

a nuovo Adamo vi risillaba.

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NEONATO DI CINQUE MESI DEL CONNECTITCUT

Con quale piccolo verso

vai a chiudere tu

che non hai portato la fiaccola?

Forse uno:

“Non mi ricorderò di voi”.

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LAMENTAZIONI

Ricomincia da ciò che sai,

da ciò che puoi cuore mio

ora che la sera muta i legami

e la notte non ha corpo

a cui cedere il sangue.

Ricomincia dalle tue morti,

dagli abbandoni precoci,

reimpara l’assenza, la misura

esatta e sola della carne.

Qui freme la sottrazione

la parte mutila del mondo,

accorda in una medesima nota

una vita che non ha terra,

e che non torna.

Siamo nel grande pianto.

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“…compianto per gli scomparsi del Covid

nei ritratti di figure che tra le altre

hanno colto con più forza la mia attenzione e la mia risonanza…

il momento del lutto, e del lutto partecipato,

è essenziale nel riconoscimento di un’identità sociale e collettiva

in questo tempo così provata.

Necessaria anche per una corretta, compresa interrogazione di se stessa…”

GIAN PIERO STEFANONI

https://artcurel.blogspot.com/2020/05/il-dolore-della-casa-compianti-dal.html


[1] Vitor Godinho, quattordici anni, Portogallo, campioncino del futsal.

[2] Al 21/04/2020 sono otto i Carabinieri scomparsi per Coronavirus. Questo testo naturalmente vuole ricordare, però, tutti gli operatori delle Forze dell’ordine mancati per la pandemia.

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore.

Ricordo di Carlos Ruíz Zafón (1964-2020), a cura di Marco Camerini

È deceduto lo scrittore Carlos Ruíz Zafón

Pochi giorni fa la stampa ha fornito la notizia della prematura morte del noto scrittore spagnolo Carlos Ruíz Zafón (1964-2020) all’età di cinquantacinque anni. Autore di numerosi articoli sulla stampa nazionale spagnola soprattutto sui periodici El País e La Vanguardia, la sua opera narrativa – per la quale rimane principalmente noto – è stata tradotta in numerose lingue e le sue opere sono ben presto diventante degli acclamati bestseller. Oltre alla serie de Il Cimitero dei libri dimenticati, ciclo di narrazioni composto da varie volumi editi in più di un decennio, 2002-2016, fu autore di un ciclo narrativo per ragazzi dal titolo La trilogia della nebbia. Incursioni vennero da lui fatte anche in altri generi, come nel mondo della scenografia, col quale fu a contatto durante gli anni trascorsi a Los Angeles. A continuazione diamo pubblicazione di un testo scritto dal critico letterario Marco Camerini nella triste occasione della morte del romanziere spagnolo[1].

Ricordare C.L. Zafón…

…Significa rievocare le atmosfere suggestive, intriganti, oniriche e struggenti di uno straordinario romanzo d’esordio come L’ombra del vento (2001, Premio Barry 2005 come miglior opera prima, inserito fra i 100 classici in lingua spagnola degli ultimi 25 anni), in cui confluivano gli accenti immaginifici e fiabeschi della narrativa per ragazzi con la quale lo scrittore iniziò (Il Principe delle nebbie, 1993,venne conosciuto e ripubblicato solo dopo il clamoroso successo del primo), l’abilità nel toccare le corde intime dei sentimenti, l’istintiva tendenza ai toni thriller e orrorifici del genere gotico – sempre più marcati e, a volte, eccessivi nella Tetralogia dei libri dimenticati  – il tutto reso in uno stile coinvolgente, serrato, con intuizioni strutturali metanarrative e consumato senso del ritmo descrittivo. Ci vorranno scusare i tantissimi, appassionati cultori di Zafón se sottolineiamo ancora una volta (lo abbiamo fatto spesso) gli inevitabili rischi di un debutto letterario di tale successo da identificarsi immediatamente, nell’immaginario collettivo, con lo scrittore, sino a farne dimenticare lo stesso nome: imporre un confronto ancora più spasmodico con la produzione successiva, divenire un modello ingombrante e difficile da emulare, prospettare una strada (sicura?) di sequel e letali prequel. Così stava per accadere al brillante J. Dicker de La verità sul caso Harry Quebert (ma, dopo il passo falso, de Il libro dei Baltimore qualcuno deve averlo ben consigliato), così in parte è accaduto all’autore spagnolo, destinato e quasi “costretto” dalla fortuna planetaria dell’Ombra del vento a sviluppare e sviscerarne i molteplici spunti – anche quando, inevitabilmente, si esaurivano, mentre la vena creativa perdeva in freschezza e originalità – piuttosto che esperire nuovi percorsi/suggestioni, magari a costo di non veder crescere Daniel Sempere e “far morire” letterariamente un personaggio indimenticabile come Fermín Romero. È questo, alla fine, l’omaggio più sincero che si possa rendere al suo assoluto talento: immaginare quello che avrebbe potuto scrivere fuori dalle brume di una Barcellona visionaria e pure reale, per continuare sempre a ricordarci che “c’è un libro sepolto in ciascuno di noi…bisogna solo incontrarlo”, amarlo, farlo (ri)vivere…perché il bildungsroman appassionato di una crescita interiore scandita dall’amore sconfinato per la Letteratura ha indubbiamente segnato una generazione di lettori.  E se la “vita felice” non fosse stata così ingiustamente “breve”, per dirla con Hemingway…

MARCO CAMERINI


[1] Il testo di Camerini è stato precedentemente pubblicato, privo del preambolo introduttivo a cura del sottoscritto, Lorenzo Spurio, sul sito Cronache Letterarie in data 21/06/2020. L’utilizzo del grassetto è mio.

Esce il saggio “Leopardi insolito” di Valtero Curzi: dissertazioni critiche sul Leopardi meno noto

Segnalazione di Lorenzo Spurio

In questi giorni in cui su tutta la stampa nazionale ed estera non si fa che parlare (a ragione) della recente apertura delle “stanze segrete” di Palazzo Leopardi a Recanati (MC) voluta dalla contessa Olimpia Leopardi, discendente diretta del noto poeta nostrano, esce per i tipi di Intermedia Edizioni di Orvieto (TR) una pubblicazione critica che getta nuova luce su un autore mondiale, poeta e filosofo, acuto pensatore e indagatore dell’animo umano, sul quale nel tempo, in ogni direzione, tanto si è scritto.

Lo studioso e saggista Valtero Curzi di Senigallia (AN), che negli ultimi anni ha evidenziato un suo interesse eclettico, ma non per questo meno particolareggiato e raffinato, nel dedicare le sue ricerche ad aspetti curiosi di alcuni importanti uomini, com’è stato il caso de Il giovane Napoleone (edito sempre per i tipi di Intermedia Edizioni nel 2018), questa volta si occupa del Genio Recanatese e lo fa con una pubblicazione che si snoda tra tre saggi dal piglio differente. Particolarità d’indagine che ben motiva il titolo del volume, Leopardi insolito; difatti, affrontando la lettura del testo al lettore vengono forniti elementi d’indagine nuovi, non di conoscenza comune in merito a Leopardi, fatti e vicissitudini marginali, forse, ma che ben evidenziano e la complessità del poeta maceratese e la perizia del dettaglio in Curzi.

Il primo saggio si apre con un tentativo di individuazione tra quel “celeste confine” ed “ultimo orizzonte” leopardiano in una disanima attenta delle più caratteristiche nervature del Romanticismo italiano, tra pessimismo storico e pessimismo cosmico. Ciò dà luogo a Curzi d’incanalarsi in un più attento – quasi matematico,  come dice il sottotitolo stesso – “Calcolo poetico concettuale” con relative note esegetiche su una delle poesie più celebri del Recanatese, ovvero “L’Infinito”, sulla quale abbondantemente si è scritto, prodotto, ricreato, come la lettura polifonica dei versi che contraddistinguono tale lirica fatta da vari cantautori italiani per un progetto del MIBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, andato in onda nei mesi scorsi sulle reti Rai.

Il secondo capitolo è tutto dedicato a questo componimento poetico con vari approfondimenti attorno alla sua genesi che porta Curzi a riflettere e indagare l’opera per mezzo di un’indagine di tipo cronologico e genealogico; è la “genealogia di una certezza”, come suggestivamente titola uno dei sotto-capitoli che compongono questa curiosa dissertazione. Qui si prendono in esame i periodi storici nei quali l’opera (e le sue varianti) sarebbero maturate e state prodotte non mancando di trattare del manoscritto autografo di Visso (MC) e, immancabilmente, delle falsificazioni (alcune delle tante) che l’idillio ha “subito” nel corso della storia.

A chiudere il corposo saggio, frutto di anni di ricerche, studi, approfondimenti, raffronti, confronti e tant’altro, è un saggio “anomalo” e di taglio completamente diverso dai precedenti col quale l’autore senigalliese va analizzando una tematica poco nota di Leopardi vale a dire il suo rapporto con il denaro, gran sottoscrittore – tra le altre cose – di cambiali. Qui si passa in rassegna il difficile periodo trascorso a Firenze e a Roma negli anni 1829-1833, sino a giungere alla sua ultima fase partenopea.

Valtero Curzi è nato a Senigallia (AN) nel 1957. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Urbino. Si interessa di arte, poesia e di studi storico-filosofici con saggi su personaggi di spicco della filosofia e della storia. Per la poesia ha pubblicato Universo di emozioni (2007), Il tempo del vivere è mutevole (2017), Poetando d’amore (2018); per la narrativa Sotto il cielo turchino di Bayan Olgii (2013) e Detti memorabili, pensieri e riflessioni dell’Omino delle foglie sulla Via del Tao (2017). Per la saggistica il summenzionato Il giovane imperatore. Tra lo Sturm und Drang e il Romanticismo (2018), ed Eloisa nello Scito te ipsum di Pietro Abelardo (2019) e Gerberto d’Aurillac. Un druido papa nell’anno Mille (2019).

Curzi sa bene che, nella nostra contemporaneità, parlare in termini critici di Leopardi può risultare compito arduo o, al contrario, inutile, dal momento che su di lui e la sua produzione hanno scritto praticamente i più grandi critici, saggisti, docenti universitari, accademici italiani di fama mondiale e internazionali al punto tale che in alcune università, non solo vengono dedicati interi corsi monografici e tesi di laurea e di dottorato tese a scavare anche nel più piccolo dettaglio della sua produzione poetica e filosofica, ma addirittura esistono cattedre leopardiane e questo sta a significare l’elevata e unanime considerazione del Genio Recanatese e la ricchezza della sua produzione da ogni punto di vista la si voglia avvicinare: estetica, morale, ecdotica, ermeneutica, ontologica, naturalistica, lirica, musicale e tanto altro ancora. Difatti nella sua puntuale nota di introduzione al volume – necessaria anche per questi motivi – parte da una considerazione di Walter Binni non potendo fare a meno di osservare che dinanzi a una produzione saggistica gigantesca su Leopardi “[può sembrare] quasi inutile, oggi, voler parlare di lui argomentando nuovi aspetti e temi della sua opera. Eppure mi è sembrato doveroso soffermarmi e indagare su questi tre aspetti insoliti, poco o per nulla esplorati, che costituiscono, a mio parere, un interessante argomento di discussione”. In tale direzione va recepito questo nuovo volume di Curzi, teso a indagare aspetti che, seppur per alcuni possono apparire marginali, divengono nevralgici per altri e il compimento più felice di quel processo dubitativo che, partendo da deboli ipotesi, ha permesso di costruire analisi articolate. La preziosa prefazione di Cinzia Baldazzi – un saggio nel saggio, in una cornice suggestiva di richiami e riflessi tra opera e perlustrazioni ermeneutiche – confeziona egregiamente l’opera con l’organza più pregiata.

LORENZO SPURIO

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“Com’era la voce di Federico García Lorca?” Un saggio di Lorenzo Spurio traccia il “sempre attuale” argomento

In data 19 giugno 2020 la rivista di cultura online “Culturelite”, diretta dal prof. Tommaso Romano di Palermo, ha dato pubblicazione a un articolato saggio critico di Lorenzo Spurio dal titoloVoz ausente: il perdurante mistero attorno alla voce di Federico García Lorca (che c’è, ma non si trova)”.

Ad oggi, infatti, a più di ottanta anni dalla morte del celebre poeta e drammaturgo andaluso, non sono stati rinvenuti nastri con registrazioni della sua voce. Questo, nel tempo, ha animato investigatori, critici e studiosi, a ricerche di vario tipo e ad articolare considerazioni utili per poter comprendere meglio come effettivamente il Poeta parlasse, la sua lingua personale, il tono e il timbro.

Il poeta spagnolo Federico García Lorca

A continuazione si riporta un breve estratto, fornendo in chiusura il link di rimando per poter leggere il saggio integralmente.

Un articolo di qualche tempo fa dello scrittore e giornalista Alejandro González Luna apparso sulla rivista dominicana Global[1] ha riportato in auge un discorso – un quesito si dovrebbe dire da subito – importante e che, nel corso della storia, da più parti, è apparso e riapparso dando, ogni volta, motivo di sperare. Purtroppo, sino alla data in cui sto scrivendo, ogni ricerca mossa da studiosi, critici e investigatori, finanche storici e artisti, si è rivelata fallimentare. Mi riferisco al mistero che aleggia attorno alla voce del poeta spagnolo Federico García Lorca. Sembra assurdo credere – e l’irlandese Ian Gibson, suo maggiore biografo, è di questa schiera di pensiero – che non esista nessuna registrazione audio della voce del poeta mentre legge qualche sua poesia, impronta una battuta dei personaggi teatrali da lui creati, produce una nenia gitana o semplicemente parla con amici, interviene alla radio, pronuncia una conferenza. A fronte della grande quantità di materiali sulla sua vita, sulle sue frequentazioni con artisti e poeti non solo spagnoli ma di vari paesi, massiccia quantità di corrispondenza, articoli su giornali, interventi alle radio (numerosissimi quelli durante la sua permanenza a New York nel 1929 e soprattutto a Buenos Aires nel 1933-1934), sembra impossibile credere che non vi sia traccia della sua voce.

Leggi il saggio per intero.

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