Esce il saggio “Leopardi insolito” di Valtero Curzi: dissertazioni critiche sul Leopardi meno noto

Segnalazione di Lorenzo Spurio

In questi giorni in cui su tutta la stampa nazionale ed estera non si fa che parlare (a ragione) della recente apertura delle “stanze segrete” di Palazzo Leopardi a Recanati (MC) voluta dalla contessa Olimpia Leopardi, discendente diretta del noto poeta nostrano, esce per i tipi di Intermedia Edizioni di Orvieto (TR) una pubblicazione critica che getta nuova luce su un autore mondiale, poeta e filosofo, acuto pensatore e indagatore dell’animo umano, sul quale nel tempo, in ogni direzione, tanto si è scritto.

Lo studioso e saggista Valtero Curzi di Senigallia (AN), che negli ultimi anni ha evidenziato un suo interesse eclettico, ma non per questo meno particolareggiato e raffinato, nel dedicare le sue ricerche ad aspetti curiosi di alcuni importanti uomini, com’è stato il caso de Il giovane Napoleone (edito sempre per i tipi di Intermedia Edizioni nel 2018), questa volta si occupa del Genio Recanatese e lo fa con una pubblicazione che si snoda tra tre saggi dal piglio differente. Particolarità d’indagine che ben motiva il titolo del volume, Leopardi insolito; difatti, affrontando la lettura del testo al lettore vengono forniti elementi d’indagine nuovi, non di conoscenza comune in merito a Leopardi, fatti e vicissitudini marginali, forse, ma che ben evidenziano e la complessità del poeta maceratese e la perizia del dettaglio in Curzi.

Il primo saggio si apre con un tentativo di individuazione tra quel “celeste confine” ed “ultimo orizzonte” leopardiano in una disanima attenta delle più caratteristiche nervature del Romanticismo italiano, tra pessimismo storico e pessimismo cosmico. Ciò dà luogo a Curzi d’incanalarsi in un più attento – quasi matematico,  come dice il sottotitolo stesso – “Calcolo poetico concettuale” con relative note esegetiche su una delle poesie più celebri del Recanatese, ovvero “L’Infinito”, sulla quale abbondantemente si è scritto, prodotto, ricreato, come la lettura polifonica dei versi che contraddistinguono tale lirica fatta da vari cantautori italiani per un progetto del MIBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, andato in onda nei mesi scorsi sulle reti Rai.

Il secondo capitolo è tutto dedicato a questo componimento poetico con vari approfondimenti attorno alla sua genesi che porta Curzi a riflettere e indagare l’opera per mezzo di un’indagine di tipo cronologico e genealogico; è la “genealogia di una certezza”, come suggestivamente titola uno dei sotto-capitoli che compongono questa curiosa dissertazione. Qui si prendono in esame i periodi storici nei quali l’opera (e le sue varianti) sarebbero maturate e state prodotte non mancando di trattare del manoscritto autografo di Visso (MC) e, immancabilmente, delle falsificazioni (alcune delle tante) che l’idillio ha “subito” nel corso della storia.

A chiudere il corposo saggio, frutto di anni di ricerche, studi, approfondimenti, raffronti, confronti e tant’altro, è un saggio “anomalo” e di taglio completamente diverso dai precedenti col quale l’autore senigalliese va analizzando una tematica poco nota di Leopardi vale a dire il suo rapporto con il denaro, gran sottoscrittore – tra le altre cose – di cambiali. Qui si passa in rassegna il difficile periodo trascorso a Firenze e a Roma negli anni 1829-1833, sino a giungere alla sua ultima fase partenopea.

Valtero Curzi è nato a Senigallia (AN) nel 1957. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Urbino. Si interessa di arte, poesia e di studi storico-filosofici con saggi su personaggi di spicco della filosofia e della storia. Per la poesia ha pubblicato Universo di emozioni (2007), Il tempo del vivere è mutevole (2017), Poetando d’amore (2018); per la narrativa Sotto il cielo turchino di Bayan Olgii (2013) e Detti memorabili, pensieri e riflessioni dell’Omino delle foglie sulla Via del Tao (2017). Per la saggistica il summenzionato Il giovane imperatore. Tra lo Sturm und Drang e il Romanticismo (2018), ed Eloisa nello Scito te ipsum di Pietro Abelardo (2019) e Gerberto d’Aurillac. Un druido papa nell’anno Mille (2019).

Curzi sa bene che, nella nostra contemporaneità, parlare in termini critici di Leopardi può risultare compito arduo o, al contrario, inutile, dal momento che su di lui e la sua produzione hanno scritto praticamente i più grandi critici, saggisti, docenti universitari, accademici italiani di fama mondiale e internazionali al punto tale che in alcune università, non solo vengono dedicati interi corsi monografici e tesi di laurea e di dottorato tese a scavare anche nel più piccolo dettaglio della sua produzione poetica e filosofica, ma addirittura esistono cattedre leopardiane e questo sta a significare l’elevata e unanime considerazione del Genio Recanatese e la ricchezza della sua produzione da ogni punto di vista la si voglia avvicinare: estetica, morale, ecdotica, ermeneutica, ontologica, naturalistica, lirica, musicale e tanto altro ancora. Difatti nella sua puntuale nota di introduzione al volume – necessaria anche per questi motivi – parte da una considerazione di Walter Binni non potendo fare a meno di osservare che dinanzi a una produzione saggistica gigantesca su Leopardi “[può sembrare] quasi inutile, oggi, voler parlare di lui argomentando nuovi aspetti e temi della sua opera. Eppure mi è sembrato doveroso soffermarmi e indagare su questi tre aspetti insoliti, poco o per nulla esplorati, che costituiscono, a mio parere, un interessante argomento di discussione”. In tale direzione va recepito questo nuovo volume di Curzi, teso a indagare aspetti che, seppur per alcuni possono apparire marginali, divengono nevralgici per altri e il compimento più felice di quel processo dubitativo che, partendo da deboli ipotesi, ha permesso di costruire analisi articolate. La preziosa prefazione di Cinzia Baldazzi – un saggio nel saggio, in una cornice suggestiva di richiami e riflessi tra opera e perlustrazioni ermeneutiche – confeziona egregiamente l’opera con l’organza più pregiata.

LORENZO SPURIO

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