Lorenzo Spurio sulla raccolta poetica “Articolo 1. Una Repubblica AFfondata sul lavoro”
Articolo 1 – Una Repubblica AFfondata sul lavoro: un’amara indagine poetica della situazione occupazionale in Europa
A cura di LORENZO SPURIO
La radice del lessema “lavoro” (una delle parole che per ovvie ragioni ha la più alta incidenza di utilizzo nelle conversazioni e nei rapporti interpersonali da sempre) è di origine latina e ha la sua genesi in labor, termine che ci ricorda la celebre regola programmatica dei benedettini, ora et labora, i cui capisaldi della filosofia morale erano intessuti prevalentemente sull’impegno in una fervida preghiera e contemplazione, affiancata da una regolare applicazione di mansioni differenziate a seconda dei propri ambiti di interesse. C’era in effetti all’interno dell’universo monastico chi si dedicava all’orto e alla vendita dei prodotti, chi invece si occupava dei capi di allevamento, chi ancora si dedicava ai servizi connessi alla biblioteca e così via. Questo per dire che il concetto di lavoro è sempre stato connotato nella sua definizione quale campo esteso dalla strutturazione variegata di compiti e di competenze.
Se si effettua un’analisi di carattere più marcatamente filologico del termine in oggetto e prendiamo in considerazione le lingue “sorelle” dell’italiano, ossia le lingue romanze, si può vedere come nell’evoluzione delle lingue neolatine ci sia stato uno sdoppiamento lessicale a partire dal concetto di lavoro (cosa per nulla anomala in quanto fu un procedimento abbastanza comune e che si ebbe per numerosi altri termini). Il latino, infatti, contemplava due diverse forme per intendere il lavoro, con due accezioni leggermente differenti, ossia labor (con il senso di ‘fatica’) e tripalium (con il senso di ‘tortura’, ossia un lavoro visto e vissuto come forma di soggiogamento). Con l’evoluzione delle lingue neolatine i lessemi esprimenti il concetto di lavoro che si sono imposti e diffusi nelle varie aree geografiche sono stati differenti: in italiano si è deciso di partire dal lessema originario labor per derivare la parola “lavoro”, mentre nell’area franco-iberica si è data discendenza al vocabolo tripalium: travail (francese), trabajo (spagnolo); traball (catalano), traballo (galiziano) e travalho (portoghese).
Questa breve introduzione di carattere meramente epistemologico sulla tradizione di sviluppo della parola “lavoro” è funzionale per introdurre il tema di fondo che ha motivato la nascita di questo sapiente libro, un’antologia poetica organizzata dalla Rome’s Revolutionary Poets Brigade pubblicata da Albeggi Edizioni. Il volume, che porta il titolo di Articolo 1, fa immediatamente riferimento al punto primo della carta costituzionale italiana, che tutti ben dovrebbero conoscere, e che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Intitolare un libro con Articolo 1 presuppone necessariamente e doverosamente il riferimento diretto al contenuto dell’articolo e non è questo un qualcosa di banale, perché nel libro in oggetto, che è specchio diretto del clima di inquietudini e mancanza di speranze del nostro oggi, non è che una chiara attestazione di più voci della gravosa situazione politico-economica nella quale il nostro paese e l’Europa in generale è affondata da almeno cinque o sei anni. Compongono il libro una serie di poesie che parlano del lavoro, ma che lo fanno in maniera acuminata, fredda, dura e disperata e non potrebbe essere diversamente nel nostro hic et nuc dove tutte le statistiche decretano che il nostro Paese ha un tasso di disoccupazione pari al 12,7% e che quello giovanile arriva addirittura al deprimente 42,7%.
In questo libro si parla di lavoro o forse sarebbe meglio dire della mancanza di lavoro, della sua incertezza e difficoltà, della durezza e illeceità del lavoro (laddove le leggi impediscono una facile acquisizione del lavoro da parte del cittadino è chiaro che la sfiducia, l’insoddisfazione e la voglia di andar avanti motivino e incentivino forme di lavoro non legalizzate, che appartengono al mondo sommerso, che minacciano il lavoro legalmente riconosciuto).
Non c’è solo amarezza tra i versi che compongono questo libro, c’è vera e propria disperazione che motiva in certi punti un odio (che ci auguriamo resti sulla carta e non sia motivo di veicolo di programmi eversivi perché l’utilizzo della violenza va sempre rigettato) contro le istituzioni, contro chi, ricco perché i suoi commerci vanno bene, non riesce più a reprimere quel livore che giorno dopo giorno lo distrugge.
Ed ecco allora spiegato il senso di quel motto che una ragazza porta scritto sulla fronte nella foto in bianco e nero che troviamo nella cover, “Mortacci”, un chiaro atto d’indignazione verso il potere e le sue forme, contro la casta politica che è asettica ai problemi veri della gente, una blasfemia di popolo che giustamente rivendica i propri diritti (quelli per l’appunto dell’articolo 1) e che si dice indisposta a continuare nella logica del soggiogamento imposta dai padroni, “assassini che continuano/ a pisciare sui […] diritti negati/ sulle […] tombe dimenticate” (scrive Marco Cinque in “Morti bianche su orizzonti neri”, 21). Questo libro è un atto d’accusa, è un frullato di notizie di cronaca dove non mancano suicidi per licenziamento, depressione per la precarietà, insoddisfazione per il non vedersi riconosciuto il valore morale e culturale che ognuno di noi costituisce, è una preghiera laica che non solo intende smuovere le coscienze (cosa per altro abbastanza difficile nel mondo egocentrico e capitalistico dell’oggi votato al culto della personalità e del potere), ma denuncia senza mezzi termini, con forza e coraggio, le ingiustizie provate e perpetuate sulla propria pelle in un paese come il nostro dove regnano indiscussi il nepotismo, il collaborazionismo, il ricatto, il favoritismo, l’attaccamento alla poltrona, l’insensibilità, la spietatezza dei cuori e tutto ciò che possiamo circoscrivere all’interno di una logica antidemocratica, mafiosa e del malaffare.
E’ il popolo a farne le spese. A soffrire in silenzio, a riunirsi in piazza, a decretare l’insostenibilità della situazione. Questa contenuta nel libro è proprio la voce del popolo, urlata e che non vuol più essere messa a tacere, di quella gente che si incazza e che ha il coraggio di dirlo e di spiegarne il motivo. E’ una contestazione poetica per lo più pacifica, senz’altro argomentata e costruttiva, che reclama risposte che non siano parole di circostanza ma mettano in moto procedimenti concreti nel breve termine.
Nella poesia “Apocalypse Now” di Alessandra Bava dove allude al complesso industriale ILVA di Taranto, “il mostro [che] soffia aliti di morte” (9), si sottolinea proprio questo: l’esigenza che il cambiamento avvenga in tempi ragionevolmente brevi perché la situazione è oramai divenuta insostenibile. Alessandra Bava scrive “Di lavoro si muore” ed è questo un fatto che i mezzi di comunicazione giornalmente non fanno altro che attestare di continuo con una cruda e spietata veridicità: si muore sul lavoro per la mancanza di sistemi di protezione efficaci e a norma (soprattutto in quel lavoro in nero di cui si diceva dove l’uomo è costretto a rifugiarsi per guadagnare un minimo per garantire la sopravvivenza a se stesso e ai suoi cari a rischio della propria vita), si muore per il lavoro per l’aver maneggiato/respirato per anni sostanze inquinanti che decretano poi la comparsa di tumori e altre malattie inguaribili, si muore per la mancanza di lavoro, per l’angoscia che si nutre l’indomani del licenziamento, del fallimento della propria ditta, dell’incapacità economica di portar avanti un’impresa ammorbata da debiti che ne marciscono la speranza.
Il lavoro, che dovrebbe nobilitare l’uomo, renderlo fiero, dargli una sicurezza economica e morale nel mondo, è invece lì pronto per tormentarlo, fagocitarlo, deriderlo, minacciarlo, svilirlo e incitarlo al delirio, all’autolesionismo, a farla finita. E nei versi in cui Alessandra Bava scrive “l’orrore, l’orrore!” (9) non può non venir in mente le parole che Kurtz in Cuore di tenebra di Joseph Conrad, opera denuncia del colonialismo inglese, pronuncia in punto di morte. Quell’orrore sul quale la critica tanto ha dibattuto non è altro che il male che il personaggio (alter ego della classe dominante inglese di quegli anni) ha procurato sul popolo indigeno in Africa, sfruttandolo e denigrandone la dignità. Sembra che Alessandra Bava con questo cameo letterario voglia in un certo senso sottolineare la gravità e la disperazione del povero uomo disoccupato o di colui che si ammala gravemente per aver lavorato tanti anni a contatto con uno spazio inquinato mentre “lo Stato sta a guardare” (10). Una denuncia della politica nazionale e locale che, letta alla luce della citazione di Conrad in cui si condanna in extremis i mali dell’imperialismo, si inserisce nella critica al sistema economico di tipo capitalista votato alla sovrapproduzione al costo della salvaguardia della salute e della qualità della vita dell’uomo.
In “Dust Bowls” Alessandra Bava mitiga leggermente la speranza parlando di un tema attualissimo quale è l’emigrazione nei paesi dell’Ovest (gli USA ma soprattutto l’Australia e la Nuova Zelanda in testa metaforizzate quali “Californie lontane”, 12) dove sembra che le opportunità di lavoro siano senz’altro maggiori rispetto alla Vecchia Europa: “Si viaggia verso/ Ovest alla ricerca del lavoro/ come cercatori d’oro,/ in mano setacci/ di speranza” (11). La speranza oramai è qualcosa di utopico che si setaccia finemente e pazientemente alla ricerca fortuita, proprio come quella dell’oro in fiumi torbidi tanto improbabili quanto impossibili.
Ed è così che l’esistenza dell’uomo in questo presente di crisi, privazioni e disagi non è che un momento nel quale si preferirebbe chiudere gli occhi, serrarli e non riaprirli più dato che il mondo non offre altro che “[una] merda di futuro atipico” (Marco Cinque da “Morti bianche su orizzonti neri”, 21), concetto reso in maniera più ricercata da Marco Lupo nella poesia “Liquirizie” quando annota “facevo domande al futuro/ ma non trovavo posto nel sonno” (49). C’è da chiedersi allora perché ci sia tanta ingiustizia nel mondo e perché le leggi che i nostri padri costituenti e i legislatori continuano ad apportare per legittimare la società finiscano poi per essere inattuabili e tanto distanti dai reali bisogni della società e perché, sia nel lavoro che in ogni altro sistema di approvvigionamento (del cibo, del sapere, delle informazioni, delle possibilità, della garanzia delle libertà) ci siano squilibri schifosi e ingiustificabili che possiamo evocare con dei versi lapalissiani di Angelo Zabaglio & Andrea Coffami che nella lirica “Branzino” osservano: “tra sarte licenziate e attori direttori di fotografia strapagati mentre i produttori leccano i culi, ma sono i buchi dei culi sbagliati” (67).
Nessuna irriverenza, ma tanto odio dentro, che la poesia da arte suprema è in grado di tramandare con acmi d’intensità ineguagliabili per denunciare l’insolubile sopportazione.
Lorenzo Spurio
Jesi, 01.05.2014
Titolo: Articolo 1 Sottotitolo: Una Repubblica AFfondata sul lavoro Autore: AA.VV. Curatori: Alessandra Bava e Marco Cinque Prefazione: Agneta Falk Editore: Albeggi Edizioni, 2014 ISBN: 9788898795031 Pagine: 74 Costo: 10 €
Iuri Lombardi, “La Spogliazione. Dramma dialogato in versi”, il commento di Paolo Ragni
Iuri Lombardi La Spogliazione Dramma dialogato in versi
Commento di PAOLO RAGNI
Tre soli personaggi a tenere il campo tutto il tempo: Giovanni Battista, don Luca, Il Nano.
Riusciranno a tenere la scena?
Sì, riusciranno, e ci sono riusciti, per quanto manchino quasi del tutto le notazioni scenografiche. Testo scritto per intero in forma poetica – dialogato, riesce però a stare in piedi in forma teatrale, nudissima e scabra quanto si vuole, ma all’altezza di tenere desta la Parola e l’Attenzione.
Può risultare inquietante una manomissione così robusta della figura del Battista, ma se la guardiamo più da vicino non è proprio così. Direi che Lombardi produce uno sforzo di attualizzazione esasperato della vicenda del Battista da renderla certamente originale, stravagante e, per la gran massa, inquietante, fuorviante e decisamente fuori posto. La storia di questo moderno Battista, di questo profeta e testimone scomodo è quanto mai inusuale: per amore, troppo amore, compie in pubblico atti omosessuali, vive una vita sbandata, raccoglie poche adepti borderline come lui. Il suo tentativo di confessione con l’incerto e stupefatto don Luca della Cipria (da notare la cipria intesa come mascheramento di fronte al denudamento della confessione) non arriva a una fine, che invece parrebbe (uso il condizionale) definirsi con la morte. Ma anche questa è un’apparenza, perché dopo l’ipotetica morte sfrangiata in un lago di sangue si presenta la voce fuori campo del Battista in un’ultima drammatica appassionatissima confessione, questa volta sì, più completa ed esauriente.
Ho detto prima la maiuscolo a Parola e Attenzione. Qui il dramma della vita, lo strappo dalla comunione umana, il tentativo disperato di un colloquio con Dio sono da misurarsi con estremo rispetto e sempre e senz’altro alla luce della lettura della Bibbia, specie del Nuovo Testamento. E così pure il dramma che si consuma, ma che non sembra arrivare alla tragedia, è da vedersi come scontro durissimo tra Parola e Silenzio: solo una grandissima Attenzione vissuta in Silenzio riesce a cogliere il senso di una testimonianza difficile, nuda e disarmata come quella del Battista.
La Spogliazione è senz’altro il titolo giusto per un’opera in bilico fra teatro e poesia, in un’opera in cui la confessione, la messa a nudo si riferisce, prima, agli aspetti esteriori della mostra vita, nelle sue relazioni interpersonali, nel suo tentativo di smascheramento delle convenzioni comuni, nel suo mettere in dubbio tutte le mancanze di amore di cui l’umanità è comunque colpevole, specie nel giudizio e nella condanna. E, dopo, la Spogliazione diventa messa nudo di noi stessi, in una visione in cui il Battista va alla fine a somigliare di più a un Cristo sulla croce nel suo eterno darsi, nella assoluta gratuità del proprio donarsi.
La pièce potrebbe apparire, proprio per l’esagerazione voluta del suo assunto, fin troppo scoperta. Infatti l’autore, per nulla intimorito dal coraggio certo inusuale di non volersi nascondere, affronta a piene mani il tema della confessione, intesa come proclama di vita, come tesi, come concezione generale del mondo vissuta personalmente e senza sconti, in una logica in cui niente è di intellettuale ma tutto nato vissuto consumato nel fuoco di una grandissima passione.
Viene da pensare ai grandi russi dell’Ottocento, al loro gusto per l’estremo, alle grandissime confessioni / conversioni di cui, ad esempio, è maestro Tolstoj. Viene da pensare al tragico Dostoevskij, al suo continuo dramma tra adesione e ribellione, alla identità morale estrema (rivoluzionaria o conservatrice poco importa, a Dostoevskij si deve pure fare sconto sulla coerenza).
Ecco perché l’attualizzazione della figura di San Giovanni Battista in fondo si presenta come una analisi non solo teologica sulla figura di chi vive al deserto e fuori dagli schemi, ma in maniera più ricca come di chi riesce, proprio per questo, a cogliere i segni essenziali della storia. Così le periferie squallide in cui il San Giovanni di Lombardi vive, i riferimenti ai drammi delle traversate dei profughi nel Mediterraneo, i drammi della siccità, la clandestinità sono punti essenziali della vita di oggi e dell’alterità del Battista davanti all’indifferenza in cui si addormenta buona parte dell’umanità odierna.
Il Battista non è certo un anestetizzato, ma una mente e un cuore vigile, furioso forse, appassionato al punto da pagare di persona forse anche quello che potrebbe risparmiarsi. Ma non si tratta di un banale cupio dissolvi, in quanto il dramma di amore che brucia il cuore e la carne del Battista è appunto un dramma di chi ama tantissimo la vita. Anche qui l’occhio strizza a Dostoevskij e al gusto del paradosso, che, in fondo, è tipico del Cristianesimo più radicale ed estremo.
A Lorenzo Spurio va il merito di avere saputo indagare, con la consueta finezza critica, molti punti che potrebbero rimanere altrimenti in penombra, e che lui sa interpretare sulla scorta di una conoscenza completa dell’opera di Lombardi. Mi permetto solo di aggiungere che probabilmente la Spogliazione è assai più rituale e coerente con i valori cristiani di quanto sembrerebbe arguire Lorenzo Spurio. La pièce reinterpreta il nocciolo profondo del cristianesimo, in maniera che solo apparentemente ed arbitrariamente può sembrare blasfema. In realtà, è solo il nostro modo tradizionale di vedere la spiritualità cristiana che ci può fare ritenere new age il Battista. E’, casomai, molto più vicino, invece, ai grandi rivoluzionari come san Francesco e a tutti coloro che sono stati ritenuti pazzi pur rimanendo scrupolosamente all’interno dell’ortodossia. Finire al rogo per eretico non significava esserlo, in quanto l’eresia poteva consistere esattamente nell’aderenza al messaggio di Gesù Cristo, mentre eretici erano proprio i tribunali civili ed ecclesiastici. Quanto sono stati considerati eretici dal comune perbenismo i vari padre Balducci, don Gallo e don Santoro? Mi limito a citare solo questi, in quanto, probabilmente, la risposta più aderente alla Spogliazione è solo l’invito alla lettura del Quinto Evangelio, di Mario Pomilo, vero e proprio esempio di controscrittura e controrilettura dello scontro tra regola e sincerità, tra lettera e fede, tra morte e vita.
PAOLO RAGNI
01-05-2014
La risalita possibile: dal dramma della bulimia e dal tentato suicidio, a nuova vita. Lorenzo Spurio sul romanzo di Alessia Michelon
Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo di Alessia Michelon
Commento di Lorenzo Spurio
Nella vita, a volte, ci si trova ad affrontare uragani e tempeste, ma dopo, puntuale, ogni mattina sorge il sole. Anche dopo la più buia e tenebrosa delle notti, il cielo viene rischiarato dall’alba… un’alba chiara e luminosa, che aiuta a superare e a vincere la paura del buio (237).
Un romanzo affascinante e oserei dire “trainante” questo di Alessia Michelon, scrittrice di origini vicentine che già in passato ha avuto modo di misurarsi nella sua narrativa con tematiche che affrontano il disagio giovanile. Non da ultimo il suo bel racconto “La crisalide spezzata” che ha meritatamente vinto il 1° premio per la narrativa al 2° Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella”, un racconto che forniva uno spaccato di una storia amara dove la protagonista veniva a conoscere i recessi della malvagità dell’uomo sulla terra soffrendo una serie di soprusi.[1] Probabilmente il racconto in oggetto ha svolto per la brava e pacata Alessia Michelon una sorta di “banco di prova” per la stesura di quelle tematiche e dinamiche difficili da sviluppare che ha riproposto, in maniera più ampia, documentata e romanzata, qui nel romanzo dal titolo Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo.
Il romanzo è “affascinante” nella misura in cui è in grado di mantenere la presa sul lettore che si scopre pian piano a fagocitare questo libro con la speranza di poter arrivare a un punto cruciale che ponga fine all’acme della tristezza e del dolore vissuto dalla protagonista. Non mi sembra il caso opportuno di svelare troppo sulla storia che la Michelon ha sagacemente costruito nella sua narrazione con una meticolosità di dettagli e di riferimenti che si legano al mondo medico-sanitario e quello più dichiaratamente psicologico di chi vive sulla sua pelle un disturbo alimentare gravissimo quale è l’anoressia e/o la bulimia. Conosciamo oggi quale sia l’eziologia dei disturbi, caratteristici per le loro manifestazioni visibili, ma subdolamente considerati dal punto di vista psicologico, come Alessia Michelon non manca di osservare più volte nel corso della sua narrazione: “Anoressia non significa solo mancanza di appetito, ma è più che altro fame e sete di serenità interiore e di amore” (113); “I problemi di fondo da curare sono molti altri e riguardano la bassa autostima, il senso di inadeguatezza, la depressione, l’ansia, la comunicazione interpersonale, spesso difficile per le persone che soffrono di disturbi alimentari” (185); “Le persone che soffrono di disturbi alimentari devono fare un lavoro molto complesso sulla loro personalità, per cercare di recuperare la fiducia nelle loro capacità, perché la loro tendenza è quella di mettersi sempre in discussione o di essere eccessivamente critici nei confronti di se stessi. La tendenza al pessimismo e la volontà di tenere tutto sotto controllo sono alcuni tra i principali atteggiamenti che accomunano le ragazze anoressiche” (190).
Nel romanzo assistiamo così alla vita sofferta e psicologicamente degradata di una ragazza “fragile e insicura, con una sensibilità a volte eccessiva” (6), Celeste, che vive in una famiglia dove non si sente amata e considerata (soprattutto dalla madre, mentre il padre è quasi sempre assente e lei nutre continuamente un duro sentimento di paragone con la sorella, avvenente ed emancipata) che motiva una grande sfiducia nella ragazza, già debole di suo e priva dell’autostima necessaria che le consentirebbe di farsi forza e di convincersi che lei, di contro alle altre ragazze (quelle della sua classe o sua sorella che sono poi gli elementi di paragone), non ha nulla di meno. Se la madre ha dunque “una preferenza vergognosa per [la sorella]” (34) ed è “fredda e oppressiva, egoista e egocentrica” (43) va anche detto che è lo specchio il primo nemico della ragazza (e di tutte quelle ragazze affascinate dalla magrezza di modelle, star e veline) con il quale inizierà una prima, dura e lunga battaglia. Lo specchio, che ha avuto un amplissimo utilizzo come figura e metafora nella letteratura italiana ed europea (soprattutto a partire dal secolo scorso)[2] diviene qui elemento di contrasto, emblema d’antagonismo, riflesso della propria sconfitta, immagine distorta dell’io: “L’adolescenza è una fase terribile della crescita e tre quarti delle ragazze si guardano allo specchio e si vedono troppo grasse, brutte e inadeguate” (9).
E così che l’ansia e le complicate capacità relazionali si associano al disturbo chiaramente alimentare che si esplicita nel fascino per il magro e che condurrà la ragazza a minacciare il suo corpo, quasi come una sfida all’ultimo duello, con reiterate orge alimentari e poi rigettamenti compulsivi che da una parte gratificano la ragazza perché praticamente il cibo ingerito non verrà metabolizzato (“Mangiare e vomitare le dava un senso di liberazione dallo stress e dalla tristezza”, 43), ma che dall’altro produce effetti medici preoccupanti quali la progressiva chiusura dello stomaco, la corrosione dentale, la denutrizione, il rallentamento delle normali funzioni biologiche e la cessazione del ciclo mestruale (quello che la Michelon definisce come “metabolismo basale […] notevolmente rallentato”, 36). Nel frattempo la famiglia, che dovrebbe essere la prima componente umana ad accorgersi di ciò e della gravità degli effetti che ha sul corpo della ragazza, sembra leggermente indifferente e, anche se cerca di incentivare la ragazza a mangiare (durante la sua fase d’anoressia), lo fa blandamente, senza convinzione e consapevolezza del pericolo verso il quale sta andando. E la narratrice ad un certo punto sembra quasi parlare tramite la voce di un medico e chiosa: “I disturbi alimentari colpiscono spesso ragazze e ragazzi con una difficile realtà familiare e con un basso livello di autostima” (44)[3]: in ciò la Michelon condensa il difficile rapporto (più che complicato è inesistente) che ha con entrambi i genitori: la madre[4] algida, sembrerebbe anaffettiva, distante, sempre pronta a elogiare l’altra figlia e il padre assente, disattento, silenzioso, assoggettato al ben più forte comportamento della moglie. C’è come una sorta di sicurezza da parte della famiglia di Celeste (e oserei dire di molte delle famiglie che scoprono un figlio affetto da questo disturbo) a minimizzare la questione e a credere che un precipitante dimagrimento e apatia per il cibo non siano nulla di grave e che vadano risolti semplicemente incentivando la voglia di mangiare. Non è così perché, come si vedrà nella seconda parte del romanzo, quando Celeste verrà ingressata in una clinica per combattere i disturbi alimentari e comincerà a riacquisire un certo comportamento verso il mangiare, questo non corrisponderà automaticamente alla guarigione dal disturbo che, come già detto, è prima e soprattutto di carattere psicologico.
Ad accompagnare il percorso psicologico della malattia (l’anoressia e la bulimia sono disturbi che hanno una loro importante componente psicologica che va studiata e isolata anche da quelli che sono gli effetti più visibili della malattia) vi è l’amicizia con altre ragazze che si sono affidate alla logica del “Dio Kilo” e che hanno svilito la loro vita nella tormentata ricerca di dimagrire sensibilmente passando poi per pericolosi casi di autolesionismo, tentativi di suicidio e quant’altro. E’ il caso di Giulia che sembra esser sprofondata nel disturbo alimentare a seguito di un abuso sessuale che la porterà poi a un vero e proprio processo di autodistruzione con il suicidio che sugellerà la sua breve vita. E in un certo senso, oltre alla disattenzione familiare e alla scarsa autostima, è l’abuso sessuale (pedofilico o incestuoso) a figurare tra le varie cause del successivo sviluppo del disturbo alimentare: lo vediamo qui nella storia per Giulia, poi anche per David e Miriam (di cui si parlerà più avanti) e Celeste stessa ha un episodio traumatico vissuto durante la festa di Halloween durante la quale un ragazzo finisce per masturbarsi davanti a lei, scioccandola e umiliandola.
A mitigare il senso di solitudine/isolamento (autoindotto), una sorta di piacere claustrofilico[5], nel quale Celeste vive arroccata, non è sufficiente il tardivo gesto di pentimento e di avvicinamento della madre, né la breve permanenza a casa dell’amorevole nonna paterna, ed anzi questa sensazione di nullità si amplifica a dismisura, diventando totalizzante, quando la sua amica Silvia, anch’essa affetta da tempo di bulimia, si scopre essere affetta da un cancro alla trachea a seguito del reiterato rigettamento di cibo e acidi gastrici che ne hanno corroso le pareti tessutali.
Questo è uno dei momenti nodali all’interno del romanzo (ce ne saranno poi altri e si vedrà in seguito quali sono e perché rappresentano avvenimenti cruciali all’interno della narrazione). Il momento della morte di Silvia è l’apripista di un aggravamento della salute fisica e morale della ragazza che da una parte vorrebbe morire e, quindi suicidarsi, per raggiungere l’amica e mettere fine ai suoi tormenti, ma dall’altra funziona anche in maniera opposta come un lento riaccendersi di quel naturale “istinto alla vita” di cui l’uomo è dotato dalla nascita. Ci sarà così spazio a un tentativo di suicidio, a un vero e proprio svenamento che verrà, però, monitorato per tempo e la ragazza, dopo un periodo ospedaliero verrà mandata in una clinica dedita alla cura dei disturbi alimentari. La morte dell’amica Silvia, dunque, è vissuta dalla ragazza con un misto di sentimenti contrastanti che talvolta l’avvicinano alla morte (il voler morire, l’autolesionismo, lo svenamento)[6], altre volte innesca un meccanismo psicologico che fa dire alla ragazza di rifiutare la morte. Il tentato suicidio è altro pivotal moment o momento cruciale della narrazione poiché esso apre le porte a un evidente episodio di pre-morte[7] (scienza e religione negli ultimi tempi stanno dibattendo anche su queste forme esperitive dell’altro mondo) nel quale la protagonista incontra l’amica deceduta con la quale vorrebbe stare ma quest’ultima l’avverte che per lei “non è ancora ora”. Questa esperienza eccezionale motiva ancora una volta la protagonista della necessità e importanza nella guarigione dal suo disturbo che man mano si fa forte in lei una volta nella clinica Villa Serena dove è stata mandata per risolvere il suo disturbo. Lì, dopo una titubante ansia per il nuovo ambiente, sembra reagire bene alle terapie individuali e di gruppo alle quali viene sottoposta e soprattutto lentamente va eliminando da sé gli strascichi autolesionistici quando si innamora di un ragazzo, alla clinica come lei perché affetto da anoressia nervosa. David la colpisce perché il suo aspetto rimanda a quello di tendenza emo dei Tokio Hotel che la ragazza ama e scoprirà dopo vari incontri con lui, l’accadimento traumatico che ha una genesi in un deviato rapporto sessuale[8] che ha originato il suo disturbo alimentare. E in un certo senso il tema scioccante della prima esperienza sessuale, scioccante perché è un rapporto distorto (o considerato tale), lo si ritrova anche nel pregresso di Miriam, la ragazza con la quale Celeste divide la stanza che anni prima, affascinata dall’avvenenza di una ragazza in palestra, tentò nei suoi confronti un approccio saffico, per risultare poi clamorosamente rifiutata, oltraggiata e schernita e da “quel rifiuto […] la [sua] bulimia peggiorò ulteriormente” (209).
E se è vero che Celeste sembra recuperare molto grazie soprattutto alla fiducia nelle nuove terapie e all’amica Miriam e all’amore verso David (che di fatto le consentono di sentirsi parte di una piccola comunità e quindi non più sola ed emarginata) è anche vero che la malattia della quale è affetta è subdola e agisce in sordina e proprio nel momento in cui ci si convince che “[l]a salute di Celeste era migliorata notevolmente” (202) ecco che il tarlo fastidiosissimo della malattia continua a bucherellare i pochi successi sinora ottenuti con impegno e convinzione come una sorta di demone tentatore: “Per un attimo le venne un irrefrenabile istinto di conficcarsi quella piccola lama sulla mano, provando ancora una volta, soltanto una volta ancora, quel piacere sottile e perverso che la inebriava quando la osservava, eccitata e spaventata allo stesso momento, il suo sangue colare giù dalle ferite che si infliggeva. Non lo fece. Sospirò e rimise il temperino nel cassetto della scrivania” (211).
Ma con un serio controllo medico e soprattutto in un ambiente accogliente e sensibile diverso da quello della sua famiglia, in effetti la ragazza sembra stare meglio al punto che, quando è giunto il momento di ritornare a casa perché i medici considerano che il suo miglioramento è apprezzabile e che da quel momento in poi potrà continuare a seguire una certa dieta con consapevolezza in casa propria, la ragazza si sente sfiduciata e depressa: non vuole ritornare a casa tra l’indifferenza della madre, la freddezza del padre e l’eterno antagonismo con la sorella da lei vissuto dolorosamente. Soprattutto non vuole abbandonare David del quale ormai è completamente infatuata e che, a differenza di lei, sembra non voler e non poter guarire dalla malattia che lo ammorba. Ovviamente andrebbe detto molto di più di questa seconda parte del romanzo dove ancora una volta assistiamo a tentennamenti di Celeste tra euforia (data dal sentire al telefono o il vedere di nascosto il suo ragazzo) e lancinante depressione (data dalle prescrizioni materne, dalla sua insensibilità e dalla inadeguatezza della ragazza dovuta anche a una sorta di bullismo scolastico tutto al femminile). E’ però indiscussa la convinzione che, dopo la morte di due sue amiche e tutto ciò che ha passato, che “non doveva darla vinta alla Bestia ancora una volta” (225). Ed è così che il lettore non può che simpatizzare (e solidarizzare) con la “nuova Celeste” ossia quella persona che sta facendosi da sola, cercando di ergersi sulle sue debolezze e facendosi valere (per la prima volta nella sua vita) nei rapporti con gli altri; ne consegue che questa maturazione psicologica ha buoni frutti per l’instabile salute della ragazza, dacché, dopo un apprendistato alla malattia che l’ha deturpata nell’anima e nel corpo, Celeste “stava imparando ad accettarsi e a volersi bene e quello era un notevole passo avanti” (228). Ma è una pace personale molto labile questa dato che nel clima familiare difficile nel quale è costretta a vivere (una sorta di anti-eden se per eden vogliamo metaforizzare la clinica Villa Serena) e nella dolorosa e scoraggiante lontananza da David, il ragazzo del quale si è innamorata follemente, riaffiora nella profonda solitudine e mestizia di quei pomeriggi vissuti (o meglio sopravvissuti) nella segretezza della sua camera “il malsano pensiero di desiderare ancora la morte” (243).
Si arriva, però, a un nuovo punto cruciale della storia (che a mio modesto vedere è il più calzante all’interno delle dinamiche comportamentali che si creano in una famiglia che ha al suo interno un figlio affetto da disturbi alimentari) che è il litigio furioso dei due genitori in cui il tendenzialmente pacato e sottomesso Paolo (il padre) non riesce più ad accettare il comportamento egoistico, sprezzante e odioso della moglie nei confronti della madre (la nonna Teresa) e finisce per sbroccare tutto in una volta in una discussione accesissima nella quale non mancano porte sbattute, pianti e poi l’abbandono della moglie e del tetto coniugale. Sembrerebbe questo un episodio di poco conto nel tessuto doloroso degli eventi privati di Celeste che l’hanno condotta al suo grave disturbo, se non fosse che è Paolo che denuncia (in maniera però tardiva e oltretutto pretestuosa senonché vendicativa) che il disturbo di Celeste non è che conseguenza diretta dell’atteggiamento insensibile, poco materno ed egocentrico che ha sempre avuto nei suoi confronti: “[S]econdo me sei sempre stata tu, e soltanto tu, la causa principale dei problemi di salute di Celeste! L’hai fatta diventare anoressica e ha pure tentato di uccidersi…stronza! E’ tutta colpa tua, del tuo cinismo e della tua stupida preferenza per Eva… tu hai sempre considerato solo lei, Celeste viene sempre dopo” (252). Le accuse, spietate e infuocate, fanno tanto più male perché sono meritatamente vere, ma viene al lettore di chiedersi a questo punto perché, anche se Paolo è un uomo tendenzialmente silenzioso e appartato di carattere, non sia intervenuto prima, rompendo la falsa simbiosi con la moglie, per salvaguardare il benessere della figlia se questo era effettivamente minacciato dalla a-maternità affettiva della donna?
Ci incamminiamo a passi felpati verso il termine della storia dove non mancheranno altri elementi importanti per la riacquisizione dell’identità da parte di Celeste che la porterà a salvare la sua stima personale e pian piano a risolvere i suoi problemi con il cibo: primo fra tutti il riavvicinamento di un’amica che si era persa nel tempo a seguito di un episodio infelice, il colloquio e la vicinanza con la nonna, la saggia Teresa, l’unica all’interno del libro a parlare sempre con il cuore e non per convenienza o ipocrisia (come fa Lia, la madre di Celeste) con arroganza e superbia (come fa la sorella Eva) o come eco indistinta di ciò che gli altri dicono (come fa il padre). Ed è forse proprio il personaggio di Teresa, di una donna esemplare e retta, che ha apprezzato ad amare la vita anche dopo gravissime tragedie personali (la morte del marito, quella di sua figlia e la sua malattia mortale) che il romanzo –credo indirettamente- voglia celebrare di più, come donna emblema di moralità, metafora di amore e di costruzione (e sarà proprio lei, tramite il suo amore che non aveva mai fatto venir meno e che sua nuora aveva sempre snobbato e malinteso, a permettere la riunificazione della famiglia con la riscoperta dei buoni sentimenti, proprio in punto di morte).
Teresa è la capostipite di una famiglia che nel tempo assiste alla sua rottura in mille pezzi, tra odi, invidie, insoddisfazioni, incomprensioni, malignità e quant’altro, ma è anche quella che con la sua morte permette la rinascita della famiglia, come una sorta di immolazione personale per il benessere collettivo. Per questo, al di là della ricomparsa (o meglio, della nascita) dei buoni sentimenti nella livorosa Lia a cui poco riesco a credere (non perché sia un difetto della narrazione, ma perché per mia natura sono poco convinto dall’efficacia dei cambi repentini d’atteggiamento che fanno seguito a dubitabili pentimenti in-extremis[9]) e al di là del nuovo “ordine” familiare che viene a crearsi come un’edenica famiglia stereotipata l’indomani della colpa commessa, il messaggio più grande sta forse proprio nella profondità degli insegnamenti della cara nonna che Celeste non solo ha recepito, ma sembra aver fatto suoi per gettare le basi di quel cammino nuovo che si è scelta, che sembra avere tutti i prerequisiti per essere improntato alla felicità.
Lorenzo Spurio
Jesi, 25.04.2014
TITOLO: Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo
AUTRICE: Alessia Michelon
EDITORE: Youcanprint, 2013
ISBN: 978-88-91135-00-1
PAGINE: 330
COSTO: 16 €
[1] La Giuria del concorso motivò la sua decisione di conferirle il primo premio con questo commento: “Una storia di dolore, riflesso di tanti amari accadimenti del nostro triste oggi dove l’inconsapevolezza degli atti, la logica del potere e la soggiogazione della mente rappresentano dei pericolosi spauracchi. Una bambina che smette di essere tale solo per l’orrido gesto di un “uomo” che non merita tale appellativo, è forse una delle azioni più ignominiose e impossibile da commentare”.
[2] Per un approfondimento di questo argomento si legga il saggio di Rita Barbieri dal titolo “Disagio allo specchio tra riflessione e riflessi” contenuto in AA.VV., Disagio e Letteratura – Raccolta tematica reading Firenze, TraccePerLaMeta Edizioni, 2013, pp. 25-39.
[3] “Dopo quattro sedute di psicoterapia, era emerso che l’origine dei problemi di Celeste era il complicato rapporto che aveva sempre avuto con sua madre” (109).
[4] “Celeste avrebbe desiderato con tutto il cuore avere una mamma premurosa come lei” (56).
[5] “Sognava di essere intrappolata in una gabbia sospesa nel vuoto” (89); “avrebbe voluto chiudersi nella sua stanza e dormire indisturbata” (93).
[6] La scena del tentativo di suicidio è così descritta: “Chiuse gli occhi così forte che le fecero quasi male e premette la lama, fino a che un rivolo di sangue caldo e rosso vivo cominciò a colare dalla sua mano, imbrattando i pantaloni del pigiama e il parquet vicino ai suoi piedi. Sentì una sensazione di intenso bruciore e un formicolio diffuso, misto ad un familiare senso di torpore assoluto. In pochissimi minuti precipitò vorticosamente nell’oblio e nel nulla” (143-144).
[7][7] “Aveva vissuto un’esperienza straordinaria e sicuramente non si era trattato di un sogno” (146); “Entrai in un meraviglioso tunnel di luce” (189).
[8] “Il compagno di mia madre mi…mi…beh, ecco, mi molestava fin da quando ero poco più di un bambino […] [Il] lurido pedofilo […] continuò ad approfittarsi di me per molto tempo” (179).
[9] La stessa Celeste sembra riluttante a comprendere il perché e il come sua madre abbia fatto un cambio talmente lampante (complice sicuramente l’abbandono da parte del marito e il tentativo di espiare quella colpa costituita dall’odio e insofferenza verso la nuora che ha sempre avuto): “Celeste non avrebbe mai creduto che sua madre potesse cambiare così radicalmente, dalla notte al giorno, e soprattutto in modo così rapido” (319-320).
Rita Barbieri su “Ian McEwan: sesso e perversione”, saggio di Lorenzo Spurio sull’autore anglosassone
“IAN MC EWAN: Sesso e perversione”
di LORENZO SPURIO
Photocity Edizioni, 2013
Recensione a cura di Rita Barbieri
Nel suo saggio, Lorenzo Spurio affronta il tema della sessualità in tutte le sue varianti e variazioni all’interno di alcune delle principali opere di Mc Ewan. Con un approccio distaccato ma profondo, Lorenzo indaga le rappresentazioni e le simbologie collegate al sesso. Molti degli scritti di Mc Ewan infatti, sono caratterizzati da trame scabrose, incontri incestuosi o amori al limite del morboso e del lecito. In alcuni casi si tratta di episodi funzionali al racconto, veri e propri perni che agiscono da elemento accentratore e catalizzatore per gli sviluppi successivi. Altre volte, invece, si tratta di ‘tappe’ evolutive e psicologiche che segnano il percorso e la storia personale dei personaggi e delle loro relazioni con gli altri. In ulteriori esempi, il sesso serve a descrivere la società circostante, l’ambiente ovattato di perbenismo e falso moralismo in cui, a contrasto, si muovono e si agitano i protagonisti.
Interessante notare però che, in molte delle descrizioni riportate, il sesso non è quasi mai un piacere puro, estetico ed estatico. Il sesso è sempre legato, a doppio filo, a ‘qualcos’altro’: un’ossessione, una storia, una scoperta. Sembra non essere mai, semplicemente, “sesso per sesso” esattamente come scrivere non è mai, altrettanto semplicemente, “arte per arte”.
Il sesso dunque, non è un semplice espediente per dilatare i tempi narrativi o per mantenere viva l’attenzione del pubblico dei lettori. Non ci sono le pagine ‘bollenti’ e sospirate presenti in alcuni classici della letteratura erotica ( a partire da “L’amante di Lady Chatterley” fino ai romanzi di De Sade) anzi, a volte si ha la sensazione che si tratti di una faccenda impudica, consumata in fretta e senza troppa cognizione di causa. C’è poco spazio per la seduzione, per la fascinazione reciproca. Più che un qualcosa di piccante e rovente, gli incontri erotici descritti sembrano essere piatti da servire ‘freddi’, proprio come la vendetta.
Ma se l’erotismo non è l’equivalente ‘puro’ della passione, del romanticismo, dell’attrazione magnetica allora cos’è? A cosa serve? Perché inserirlo nella maggior parte delle opere?
A questo il libro di Lorenzo, prova a trovare delle risposte. Utilizzando estratti mirati (talvolta tradotti da lui stesso in italiano per agevolare la lettura) e prestando una grande attenzione sia al contesto romanzesco sia a quello reale, il saggio ci accompagna nella lettura (o nella rilettura) di alcuni dei testi più interessanti di McEwan fornendoci maggiori strumenti interpretativi e maggiori nozioni.
È possibile allora, alla luce di questi nuovi elementi che Lorenzo suggerisce e illustra, formulare delle ipotesi e delle congetture. Dall’analisi della ricezione e dell’impatto che gli scritti di McEwan hanno avuto sul pubblico, dalle critiche e dalle recensioni avute è spontaneo interrogarsi su quali fossero le intenzioni reali e gli intenti comunicativi dell’autore.
Ci si accorge dunque che intorno al capitolo ‘sesso’ si aprono tutta una serie di riflessioni letterarie, critiche ma anche sociali e storiche, in cui questo atto istintivo e naturale assume di volta in volta vesti, significati e ruoli diversi e sorprendenti. Il sesso è una continua scoperta: di sé stessi, del mondo, delle relazioni, dei limiti e delle imposizioni sociali. Il sesso è una sfida, un atto di coraggio o di sventatezza, una concessione, uno strappo alla regola, una colpa, un peccato, una condanna. Il sesso è tabù, ma solo finchè non è rivelato. Il sesso è un atto pratico, concreto, fisico, reale ma non sempre sensoriale. I personaggi ‘fanno’ ma non ‘sentono’, o almeno questo sembra non essere il punto nodale della questione.
Il sesso nei libri di McEwan si lega anche, molto spesso, alla perversione: rapporti e desideri che, agli occhi della società e della norma, sono illeciti e riprovevoli. Indici accusatori che si sollevano all’unisono contro fatti, parole e pensieri che definire ‘dirty’ (utilizzando un interessante doppio senso allusivo dell’inglese, pressoché intraducibile in italiano) è fin troppo poco. L’autore ci presenta il giudizio e il conto finale, lasciando a noi lettori il compito di individuare moventi, giustificazioni e, laddove ce ne siano, attenuanti.
Il saggio di Lorenzo Spurio, con la sua meticolosa ricerca e attenta analisi, ci invita a riflettere su questo e a trovare, noi lettori per primi, significanti e significati (letterari o meno) per questi due termini che, nella loro apparente semplicità, racchiudono infiniti universi di senso e codici d’accesso. In fondo, come diceva anche Woody Allen: “Is sex dirty? Only if it’s done right.”
Rita Barbieri
Ilaria Celestini su “Anima di Poesia” del poeta palermitano Marcuccio
Anima di poesia, ovvero la poesia che si fa cuore pulsante della nostra anima di creature assetate d’infinito: così si potrebbe parafrasare il titolo dell’ultima fatica letteraria di questo giovane e fecondissimo autore palermitano, aforista e curatore editoriale, oltre che poeta.
La silloge, che consta di una trentina di componimenti, è in apparenza di una semplicità lineare, nell’utilizzo del lessico, come del verso, e nella strutturazione retorica: liriche brevi, con uso frequente di iterazioni; qualche esclamazione; impiego di stilemi e lessemi topici della tradizione, frequenti al limite del parossismo.
Ed è proprio in questo, che, forse, è possibile cogliere, dietro la patina linguistica colta e tenacemente ancorata all’eloquio illustre, la vera anima di questo singolarissimo poeta: quella di un uomo che ha dedicato e continua a votare la propria produzione letteraria allo studio dei classici, al punto da farli così intimamente e sentitamente propri, da ricreare nella pagina poetica atmosfere personali e originali, rivisitando i testi immortali della grecità, una grecità apollinea negli aspetti significanti, ma traboccante di pathos e di emozioni nella sostanza dei significati.
I riferimenti alla terra natìa, una Sicilia amata e vissuta come vero e proprio luogo dell’anima, permeato di storia e di miti, e al tempo stesso così palpitante di dolci, intimissimi e struggenti ricordi; la devozione agli affetti familiari, che culmina nel grido dell’amatissimo padre nell’ora estrema; la dignità delle parole, sempre composte, curate, limate finemente e cesellate, a rispecchiare una dignità dell’animo che riesce a contenersi, mentre il cuore vorrebbe urlare; l’eleganza dei giochi verbali; il gusto per la composizione acrostica; le similitudini piane e limpide, eppure sapienti: questi sono solo alcuni tra i più marcati tratti dell’usus scribendi di questo poeta.
La raccolta si configura anche, sul piano simbolico, come un incessante dialogo con gli spiriti più elevati dell’arte, dai classici a Manzoni, sino a Leopardi e a Bach.
Ed è in questi ideali dibattiti che si manifesta la capacità di esprimere i più alti interrogativi dell’anima, quelli che concernono la domanda umana per antonomasia, ovvero quale sia il senso ultimo delle umane vicende, legata sempre alla consapevolezza della realtà, alla dolorosità del limite, sia sul piano fisico, sia su quello, ancora più greve da sopportare, ontologico.
Il poeta non è mai avulso dalle concrete vicende del proprio tempo, e anche quando vagheggia il rifugio in mondi lontani, è bene attento a farsi partecipe della sofferenza che lo circonda, e si fa solidale con il grido di chi soffre; emblematico, a questo riguardo, è il testo dedicato al terremoto di Haiti, e anche quello dedicato all’Abruzzo, in cui l’autore coglie il grido di chi ha perduto tutto, e lo ripete a gran voce, senza aggiungere altro, perché alla tragedia si addice il silenzio.
Un silenzio tuttavia permeato di corrispondenze d’amorosi sensi non solo con gli artisti del passato, ma anche arricchito dal colloquio intimo e discreto, e nel contempo continuo, con gli amici che condividono la comune passione poetica, come si nota nelle dediche alle varie liriche.
Un poeta radicato nella tradizione, basti pensare a quei vaghi rai fulminei di stilnovistica e rinascimentale memoria, che omaggiano la figura di Lucia, eterno femminino manzoniano, archetipo della donna ideale dalla casta e dolce bellezza, e insieme un autore profondamente immerso nella passione per l’impegno sociale e civile, curatore di opere destinate al sostegno di nobili cause, al servizio dei deboli.
Una raccolta preziosa, nella sua semplicità solo apparente, che da ogni piccolo frammento di realtà, tende a dilatarsi verso infiniti orizzonti, in modo lieve e discreto, e al tempo stesso potente, tratteggiando scenari tra passato e presente, con la grazia elegante di una voluta di Bach.
ILARIA CELESTINI
Brescia, 16 aprile 2014
“Anima di Poesia” di E. Marcuccio, la recensione della scrittrice Susanna Polimanti
Anima di Poesia
di Emanuele Marcuccio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 80
ISBN: 978-88-98643-08-0
Prezzo: 9 €
Recensione a cura di Susanna Polimanti
Anima di Poesia è l’ultima silloge del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, edita da TraccePerLaMeta Edizioni nel gennaio 2014. La raccolta contiene poesie scritte dal 2008 al 2013 i cui temi sono sempre i più cari al poeta, il quale sente e respira il disagio sociale del suo presente, gli eventi di una natura favorevole e crudele allo stesso tempo, capace di illuminare la nostra vita e di distruggerla in pochi attimi con le sue esplosioni catastrofiche. Elementi temporali e spaziali, dalle concise sfumature poetiche, sfiorano il privato con le proprie origini, rivolgendo una toccante attenzione al dolore per la scomparsa del padre, si lasciano infine coccolare dalla musica: un’arte che affascina da sempre il poeta. Anima di Poesia è una silloge che ricorda la lirica ermetica per brevità e ridotto utilizzo di punteggiatura ma allo stesso tempo si differenzia dal classico ermetismo, con versi che non rimangono chiusi, oscuri e misteriosi bensì si affacciano alla libera espressione dell’anima che si fonde con l’altra parte di sé: “Anima di poesia che mi abbracci/ nell’attesa, nel silenzio,/ […] lasciami ancora sognare…”
Emanuele Marcuccio non si distacca dai suoi versi, vive la sua concezione di poesia con sinestesia; l’accostamento di sensazioni diverse avvertite simultaneamente si riassumono in stimolazioni uditive, olfattive, tattili o visive: “Ecco, riecheggia quell’armonia,/ quell’immortale eterno incanto,/ eroico canto, risuona!”, “Gli odori della notte/ […] si assottigliano nell’immensità: […]”, “Io la mano ti stringevo/ e un freddo ghiaccio/ ricevevo […]”, “Serena e di stelle/ è la notte, di cielo […]”
Nella poesia di Marcuccio non esiste il colore nero, nella sua anima di poeta non c’è ombra.
Il poeta non si pone domande né cerca di capire, semplicemente si lascia andare alla potenza dell’amore che ogni elemento della natura ispira. Ogni gesto, ogni azione coltivano un’educazione di sentimenti che non sono mai distruttivi semmai donano speranza di crescita e trasformazione interiore, verso quei lidi sparsi oltre l’orizzonte; le sue immagini ci esortano a non essere solo “nere formiche” che continuano a camminare, preoccupati soltanto di raggiungere i nostri scopi personali senza volgere lo sguardo all’importanza di un amore e una condivisione universali. La sua poesia ci stimola a sorvolare la materialità e i propri interessi per raggiungere una decodificazione emotiva in una quasi imitazione degli elementi naturali, che come “punte” mirano a innalzarsi e dirigersi con saggia consapevolezza verso l’eternità. Emanuele Marcuccio richiama con questa sua silloge versi già espressi nella sua raccolta “Per una strada”, dove ogni individuo terrestre è in continuo viaggio come semplice passeggero e non come unico attore. La poesia permette all’autore Marcuccio di non perdersi, di ritrovare la strada per lui stesso e per tutti noi, non solo “nell’alba d’autunno” di simbolismo pascoliano bensì proprio tramite l’opposizione anima-realtà esterna; i poeti sono come i girasoli, scrive Marcuccio, come tali voltano i loro capolini al sole e le emozioni poetiche sono i loro numerosi fiori. Emanuele Marcuccio ancora una volta sottolinea con le sue parole l’alto valore della poesia, veicolo di trasmissione di parole con significato pregnante e salvifico. La sua poetica non si limita a descrivere in maniera oggettiva ogni elemento cantato, il significato del contenuto di questa silloge apparirà sicuramente in tutta la sua completezza a chiunque abbia avuto la fortuna di leggere altre opere del noto poeta palermitano. La sua formazione culturale, le sue letture, le sue preferenze in campo letterario lo hanno certamente condotto a una maggiore maturità. Ritengo che Anima di Poesia sia un titolo giustamente appropriato per la silloge così concepita e scritta.
Susanna Polimanti
Cupra Marittima (AP), 26 febbraio 2014
[1] Inizio la mia recensione con un aforisma di Dostoevskij non a caso, ritengo infatti che in ogni poesia di Emanuele Marcuccio sia presente quel soffio divino che ispira il poeta e lo eleva.
Il poeta, quando è rapito dall’ispirazione, intuisce Dio. (Fëdor Dostoevskij)[1]
Anima di Poesia è l’ultima silloge del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, edita da TraccePerLaMeta Edizioni nel gennaio 2014. La raccolta contiene poesie scritte dal 2008 al 2013 i cui temi sono sempre i più cari al poeta, il quale sente e respira il disagio sociale del suo presente, gli eventi di una natura favorevole e crudele allo stesso tempo, capace di illuminare la nostra vita e di distruggerla in pochi attimi con le sue esplosioni catastrofiche. Elementi temporali e spaziali, dalle concise sfumature poetiche, sfiorano il privato con le proprie origini, rivolgendo una toccante attenzione al dolore per la scomparsa del padre, si lasciano infine coccolare dalla musica: un’arte che affascina da sempre il poeta. Anima di Poesia è una silloge che ricorda la lirica ermetica per brevità e ridotto utilizzo di punteggiatura ma allo stesso tempo si differenzia dal classico ermetismo, con versi che non rimangono chiusi, oscuri e misteriosi bensì si affacciano alla libera espressione dell’anima che si fonde con l’altra parte di sé: “Anima di poesia che mi abbracci/ nell’attesa, nel silenzio,/ […] lasciami ancora sognare…”
Emanuele Marcuccio non si distacca dai suoi versi, vive la sua concezione di poesia con sinestesia; l’accostamento di sensazioni diverse avvertite simultaneamente si riassumono in stimolazioni uditive, olfattive, tattili o visive: “Ecco, riecheggia quell’armonia,/ quell’immortale eterno incanto,/ eroico canto, risuona!”, “Gli odori della notte/ […] si assottigliano nell’immensità: […]”, “Io la mano ti stringevo/ e un freddo ghiaccio/ ricevevo […]”, “Serena e di stelle/ è la notte, di cielo […]”
Nella poesia di Marcuccio non esiste il colore nero, nella sua anima di poeta non c’è ombra.
Il poeta non si pone domande né cerca di capire, semplicemente si lascia andare alla potenza dell’amore che ogni elemento della natura ispira. Ogni gesto, ogni azione coltivano un’educazione di sentimenti che non sono mai distruttivi semmai donano speranza di crescita e trasformazione interiore, verso quei lidi sparsi oltre l’orizzonte; le sue immagini ci esortano a non essere solo “nere formiche” che continuano a camminare, preoccupati soltanto di raggiungere i nostri scopi personali senza volgere lo sguardo all’importanza di un amore e una condivisione universali. La sua poesia ci stimola a sorvolare la materialità e i propri interessi per raggiungere una decodificazione emotiva in una quasi imitazione degli elementi naturali, che come “punte” mirano a innalzarsi e dirigersi con saggia consapevolezza verso l’eternità. Emanuele Marcuccio richiama con questa sua silloge versi già espressi nella sua raccolta “Per una strada”, dove ogni individuo terrestre è in continuo viaggio come semplice passeggero e non come unico attore. La poesia permette all’autore Marcuccio di non perdersi, di ritrovare la strada per lui stesso e per tutti noi, non solo “nell’alba d’autunno” di simbolismo pascoliano bensì proprio tramite l’opposizione anima-realtà esterna; i poeti sono come i girasoli, scrive Marcuccio, come tali voltano i loro capolini al sole e le emozioni poetiche sono i loro numerosi fiori. Emanuele Marcuccio ancora una volta sottolinea con le sue parole l’alto valore della poesia, veicolo di trasmissione di parole con significato pregnante e salvifico. La sua poetica non si limita a descrivere in maniera oggettiva ogni elemento cantato, il significato del contenuto di questa silloge apparirà sicuramente in tutta la sua completezza a chiunque abbia avuto la fortuna di leggere altre opere del noto poeta palermitano. La sua formazione culturale, le sue letture, le sue preferenze in campo letterario lo hanno certamente condotto a una maggiore maturità. Ritengo che Anima di Poesia sia un titolo giustamente appropriato per la silloge così concepita e scritta.
Susanna Polimanti
Cupra Marittima (AP), 26 febbraio 2014
[1] Inizio la mia recensione con un aforisma di Dostoevskij non a caso, ritengo infatti che in ogni poesia di Emanuele Marcuccio sia presente quel soffio divino che ispira il poeta e lo eleva.
Marzia Carocci su “I cristalli dell’alba” di Sandra Carresi
“I cristalli dell’alba” di Sandra Carresi
TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
RECENSIONE a cura di Marzia Carocci
Sandra Carresi è in primis una donna che osserva e che vive sulla propria pelle le emozioni dando voce a queste, attraverso la poesia. Il suo iter poetico è privo di retorica lessicale, ella infatti non plasma le parole per rendere il verso carezza o lezioso tranello per piacere al lettore, ma apre al mondo la sua verità che sia indignazione, provocazione, monito o semplice essenza dell’anima. Ogni suo verso, ogni sua strofa, ci porta alla riflessione poiché Sandra è diretta, vera, spontanea e il suo dire pur se in modo lirico è sempre fonte di sincerità etica e morale.
Ho avuto modo di leggere altri libri di Sandra Carresi e ogni volta ho trovato nelle sue parole, siano queste nelle poesie che nella narrativa, quel bisogno quasi viscerale di esprimere un pensiero evocativo e la volontà di imprimerlo con forte determinazione e passione come a volere in qualche modo urlare per essere voce suadente a sottolineare le ingiustizie, gli abusi, i soprusi che la nostra umanità propina ogni attimo.
Questo suo viaggio letterario è a mio modesto parere quello che determina di più il carattere della poetessa, una donna che non volta la testa dall’altra parte fingendo di non assistere, ma anzi, ella addita chi violenta, chi umilia, chi oltraggia, chi non rispetta; una donna di grande umanità e pulizia mentale, stanca forse, come molti di noi, di atteggiamenti scorretti e deleteri che dilagano in questo nostro sistema sbagliato e contorto.
Una silloge di impegno sociale/civile, una conca di idiomi importanti, palpitanti che nonostante Sandra imprigioni dentro a versi poetici, escono fuori con l’impetuosità perentoria di chi denuncia il male e l’infamità del mondo.
Questa raccolta di poesie che contiene una miscellanea di argomenti è uno stralcio di vita comune all’umanità intera dove tutto è presente; una finestra aperta nella vita dove si sente l’amore, la sofferenza, la gioia e tanta voglia di onestà civile.
Sandra Carresi è una poetessa dalla grande sensibilità, mai obsoleta e sempre in continua analisi e osservazione, quella stessa analisi che ognuno di noi dovrebbe trovare per rielaborare un criterio di vita migliore che ci regali al risveglio quella magia di poter finalmente vedere “i cristalli dell’alba” che la nostra poetessa ha trovato nel suo cuore.
Marzia Carocci
“Pensieri minimi e massime” di E. Marcuccio: il commento critico di Susanna Polimanti
Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Prezzo: 7,60 Euro
Recensione a cura di Susanna Polimanti
Nella sua silloge poetica “Per una strada”, pubblicata nel 2009, Emanuele Marcuccio descrive con “Il vascello nel mare in tempesta” (Pag 25) la nostra realtà condivisa dove “la nostra vita s’inabissa” vana, senza la guida della fede; un passaggio terreno che scorre esattamente come un “orologio che ha lancette sconnesse, ritorte” (Pag.70). In ogni sua opera, il poeta evoca la figura divina che è in ogni memoria ed anima. Sono certa che dalla stessa scintilla divina abbiano origine i suoi Pensieri Minimi e Massime, Edizioni PhotoCity del 2012, una raccolta di 88 pensieri che vanno ben oltre il cosiddetto aforisma, in cui con stile sobrio e conciso Emanuele Marcuccio indica l’importanza non del traguardo finale bensì della preziosità di ogni nostro percorso. Considerando l’etimologia della parola greca aphorismós: definizione, è riduttivo chiamare aforismi i pensieri contenuti in questa raccolta, in realtà essi nascono dalla meditazione e dalla spontaneità del poeta e si traducono in saggezza e lungimiranza, ricchi d’intensità concettuale, di natura etica e sociale. Marcuccio si affida alla sua personale sensibilità ed esperienza di vissuto per suggerire al lettore una profonda riflessione su sentimenti e quella particolare realtà che è oltre il visibile: “Chi si ferma alle apparenze, ha gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” (N.87). Intensa e precisa l’interpretazione del dolore e del silenzio che s’identifica nell’arte stessa della poesia. Ancora una volta ritroviamo lo scorrere del tempo, che è istante e il valore fugace degli attimi di felicità che “si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni” (N. 77).
Un’emozione, un ricordo, un semplice particolare osservato con lo sguardo del cuore, fanno scattare nel poeta la molla dell’ispirazione che si concretizza nel desiderio di creare, comunicare le proprie idee ma soprattutto esprimono il suo grande amore per la poesia; un’arte che diviene forza liberatrice di emozioni che altrimenti rimarrebbero intrappolate nella nostra anima. Con delicato e velato vigore la poesia rischiara l’oscurità degli animi, dà voce ai silenzi interiori, si trasforma in sondaggio all’interno della propria esperienza di vita, ogni intensa emozione trasfigura, si connette con la matrice profonda di ogni verso del poeta. Emanuele Marcuccio nei suoi Pensieri Minimi e Massime non sermoneggia semmai permette al suo cuore di esprimersi in assoluta libertà, con un distillato del meglio di sé, con garbo e rispetto ci sprona a godere delle bellezze nascoste della vita, richiamando la nostra attenzione a non perdere nulla di ogni nostra esperienza. I suoi pensieri s’imprimono nella nostra anima e suscitano emozioni e riflessioni profonde sull’autentica accezione del nostro essere e la rilevante efficacia dell’amore che rimane sempre “l’unica arma contro il dolore” (N. 8). La breve ed illuminata opera di Marcuccio si mostra incisiva ed efficace, evidente ricerca di evasione da una realtà insoddisfacente verso il sogno, quale superamento figurativo dei limiti della realtà e delle sue contraddizioni. L’ascolto interiore con la complicità della fantasia esorta ad elevarsi.
Susanna Polimanti
(Scrittrice, critico-recensionista)
Cupra Marittima (AP), 1 settembre 2013
Nella sua silloge poetica “Per una strada”, pubblicata nel 2009, Emanuele Marcuccio descrive con “Il vascello nel mare in tempesta” (Pag 25) la nostra realtà condivisa dove “la nostra vita s’inabissa” vana, senza la guida della fede; un passaggio terreno che scorre esattamente come un “orologio che ha lancette sconnesse, ritorte” (Pag.70). In ogni sua opera, il poeta evoca la figura divina che è in ogni memoria ed anima. Sono certa che dalla stessa scintilla divina abbiano origine i suoi Pensieri Minimi e Massime, Edizioni PhotoCity del 2012, una raccolta di 88 pensieri che vanno ben oltre il cosiddetto aforisma, in cui con stile sobrio e conciso Emanuele Marcuccio indica l’importanza non del traguardo finale bensì della preziosità di ogni nostro percorso. Considerando l’etimologia della parola greca aphorismós: definizione, è riduttivo chiamare aforismi i pensieri contenuti in questa raccolta, in realtà essi nascono dalla meditazione e dalla spontaneità del poeta e si traducono in saggezza e lungimiranza, ricchi d’intensità concettuale, di natura etica e sociale. Marcuccio si affida alla sua personale sensibilità ed esperienza di vissuto per suggerire al lettore una profonda riflessione su sentimenti e quella particolare realtà che è oltre il visibile: “Chi si ferma alle apparenze, ha gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” (N.87). Intensa e precisa l’interpretazione del dolore e del silenzio che s’identifica nell’arte stessa della poesia. Ancora una volta ritroviamo lo scorrere del tempo, che è istante e il valore fugace degli attimi di felicità che “si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni” (N. 77).
Un’emozione, un ricordo, un semplice particolare osservato con lo sguardo del cuore, fanno scattare nel poeta la molla dell’ispirazione che si concretizza nel desiderio di creare, comunicare le proprie idee ma soprattutto esprimono il suo grande amore per la poesia; un’arte che diviene forza liberatrice di emozioni che altrimenti rimarrebbero intrappolate nella nostra anima. Con delicato e velato vigore la poesia rischiara l’oscurità degli animi, dà voce ai silenzi interiori, si trasforma in sondaggio all’interno della propria esperienza di vita, ogni intensa emozione trasfigura, si connette con la matrice profonda di ogni verso del poeta. Emanuele Marcuccio nei suoi Pensieri Minimi e Massime non sermoneggia semmai permette al suo cuore di esprimersi in assoluta libertà, con un distillato del meglio di sé, con garbo e rispetto ci sprona a godere delle bellezze nascoste della vita, richiamando la nostra attenzione a non perdere nulla di ogni nostra esperienza. I suoi pensieri s’imprimono nella nostra anima e suscitano emozioni e riflessioni profonde sull’autentica accezione del nostro essere e la rilevante efficacia dell’amore che rimane sempre “l’unica arma contro il dolore” (N. 8). La breve ed illuminata opera di Marcuccio si mostra incisiva ed efficace, evidente ricerca di evasione da una realtà insoddisfacente verso il sogno, quale superamento figurativo dei limiti della realtà e delle sue contraddizioni. L’ascolto interiore con la complicità della fantasia esorta ad elevarsi.
Susanna Polimanti
(Scrittrice, critico-recensionista)
Cupra Marittima (AP), 1 settembre 2013
Rosa Cassese recensisce “Per una strada” silloge poetica d’esordio del palermitano Emanuele Marcuccio
Per una strada
di Emanuele Marcuccio
Ravenna, SBC Edizioni, 2009, pp. 100
ISBN: 978-88-6347-031-4
Prezzo: 12,00 Euro
Recensione a cura di Rosa Cassese
Leggere un libro di poesie è come sfogliare l’animo del poeta, che si snoda attraverso parole, suoni, musiche, versi, sgorganti da un cuore puro, come quello di Emanuele Marcuccio.
La silloge “Per una strada” è una raccolta di 109 poesie di vario “spessore” lirico e, di argomenti disparati, che vanno dal tema prettamente amoroso, a contenuti impegnati, legati alla natura, al suo degrado, alla scuola, deteriorata da malgoverni, ad inni riguardanti personaggi storici, o filosofici, come Seneca; poeti romantici, come Leopardi; scrittori stranieri, tra cui Garcia Lorca ed altri. Quando ci si addentra nelle pagine del libro, pare di inoltrarsi nel “tempio” della poesia , non facile come può sembrare ad un primo approccio ma, comprensibile ed apprezzabile dopo attenta lettura, spirito penetrativo ed acume intellettivo. Per certi aspetti , si nota quel suo “dipendere “dal lirismo leopardiano, non affettato ma, “assorbito” durante gli studi classici ed emersi come acqua cristallina dopo il tonfo di una pietra nel suo cuore, che palpita all’unisono con la natura, a volte selvaggia, altre tenera e, variopinta.
Non mancano liriche rivolte al mare, quel suo mare, anche interno, agitato, che riesce a placarsi di fronte allo scenario naturale di onde, spinte da una risacca movimentata come la sua mente ed il suo animo, leggasi “Là, dove il mare…” (pag. 96). Da sottolineare lo stile, sempre puntuale, denso di metafore, allusioni, prolusioni, che spingono a raffrontare e, meditare. Spesso, sembrano schizzi di un pittore ma, sono “pensieri sparsi”, atti a dare il senso della brevitas e, della concinnitas, con uno stile asciutto, privo di fronzoli ed orpelli, essenziale ed estremamente lirico-filosofico. Vi è una certa fluidità non solo nei versi, ma nella concatenazione degli argomenti, originali, musicali, molto soavi. Le sue poesie si distinguono per la ricercatezza, pur nella semplicità e, nell’eleganza dell’esposizione. Il verso non è sottoposto ad alcuna regola stilistica, è libero ma, nel suo “incidere” (sì, il verso crea quasi un’incisione) denota complessità, creatività e, movimento; uno scorrere di parole senza mortificarle in strutture metriche, un libero fluire del suo pensiero, molto prolifico che, solo una mente artistica può creare, tanto da poterlo paragonare, con una certa riserva, al grande Leopardi, suo ispiratore.
Poesie da sottolineare
Nelle liriche inserite nel libro “Per una strada” vi è la netta allusione alla vita, che volge verso il suo autunno. “Per una strada senza fronde/ si aggira furtivo e svelto/ il nostro inconscio senso,/ […]” (pag. 77). Il mistero dell’esistenza che, spesso, i poeti “cantano” senza poterne penetrare i segreti riposti.
Altro tema molto sentito è quello dell’Indifferenza (verso se stesso!), come in “Soffrire” (pag. 66), “[…] i pensieri mi divorano;/ indifferenza, sol tu mi resti:/ vago pensiero,/ vago lamento,/ vago tormento.” o nella lirica “Indifferenza” (pag. 60), “Sentimento opaco,/ che copri d’un velo il mio duol,/ […]”; indifferenza, non intesa come estraniamento ma, partecipazione dolorosa pur nell’immobilità.
Tema che suscita tenerezza e, che serve ad indagare meglio lo spirito poetico del Marcuccio è quello dedicato agli animali. Commovente la lirica al suo pappagallino: “Caro pappagallino,/ dolce e affettuoso!/ Sei involato in cielo,/ tra le volventi nuvole/ della gloria armoniosa di Dio;/ […] Gli angeli e i santi/ si rallegrano del tuo tenero canto/ […]” (pag. 15). Vi è in questi versi un voler quasi umanizzare la “volata” in cielo del povero uccellino, tanto amato dal poeta, amico e, compagno di vita.
Tenerezza, delicatezza, predisposizione verso i sentimenti, come l’amore e la musica caratterizzano altre liriche, degne di attenta lettura e, di ricezione nell’intimo: “Desiderio improvviso”, dove vi è un repentino rimembrare il viso della dolce amata, “Dolce rimembro il tuo bel viso,/ creatura di rose,/ […]” (pag. 79); “Sogno”, “Amor sì dolce,/ quiete sì cara,/ […] m’immerge rapito,/ prorompe l’amor sopito;/ […]” (pag. 59); “Amore”, “Dolce sogno, ebbrezza d’intenti,/ sogno, estasi d’eterno:/ dolore del mondo,/ dolce rimembranza,/ brezza carezzevole,/ […]” (pag. 27).
La musica, altro tema dominante, come in “Musica lontana” (pag. 83), “Ampi spazi,/ volate d’azzurro,/ rincorrersi delle note,/ tersa armonia azzurra:/ […]”
Notevoli le poesie dedicate a personaggi del passato, frutto di studi e retaggi classici, come “Seneca” (pag. 57), “Grande, radioso astro/ nel buio mare:/ valori eterni pur novi/ dettasti, inquietanti./ […]”
Da tutto ciò si può evincere che è una raccolta completa.
Vasta, variegata, classica e innovativa, un “mare” di versi, una strada, a volte, impervia per il dolore amoroso o, per eventi catastrofici naturali; sensazioni, emozioni, dolcezze provate, rifiuti “assaggiati” indifferenza scrollata, vita che si rinnova per continuare a donarci innovazioni con prodezza di penna, di mente e, cuore.
Rosa Cassese
(Poetessa, scrittrice, docente di lettere)
4 settembre 2013
Leggere un libro di poesie è come sfogliare l’animo del poeta, che si snoda attraverso parole, suoni, musiche, versi, sgorganti da un cuore puro, come quello di Emanuele Marcuccio.
La silloge “Per una strada” è una raccolta di 109 poesie di vario “spessore” lirico e, di argomenti disparati, che vanno dal tema prettamente amoroso, a contenuti impegnati, legati alla natura, al suo degrado, alla scuola, deteriorata da malgoverni, ad inni riguardanti personaggi storici, o filosofici, come Seneca; poeti romantici, come Leopardi; scrittori stranieri, tra cui Garcia Lorca ed altri. Quando ci si addentra nelle pagine del libro, pare di inoltrarsi nel “tempio” della poesia , non facile come può sembrare ad un primo approccio ma, comprensibile ed apprezzabile dopo attenta lettura, spirito penetrativo ed acume intellettivo. Per certi aspetti , si nota quel suo “dipendere “dal lirismo leopardiano, non affettato ma, “assorbito” durante gli studi classici ed emersi come acqua cristallina dopo il tonfo di una pietra nel suo cuore, che palpita all’unisono con la natura, a volte selvaggia, altre tenera e, variopinta.
Non mancano liriche rivolte al mare, quel suo mare, anche interno, agitato, che riesce a placarsi di fronte allo scenario naturale di onde, spinte da una risacca movimentata come la sua mente ed il suo animo, leggasi “Là, dove il mare…” (pag. 96). Da sottolineare lo stile, sempre puntuale, denso di metafore, allusioni, prolusioni, che spingono a raffrontare e, meditare. Spesso, sembrano schizzi di un pittore ma, sono “pensieri sparsi”, atti a dare il senso della brevitas e, della concinnitas, con uno stile asciutto, privo di fronzoli ed orpelli, essenziale ed estremamente lirico-filosofico. Vi è una certa fluidità non solo nei versi, ma nella concatenazione degli argomenti, originali, musicali, molto soavi. Le sue poesie si distinguono per la ricercatezza, pur nella semplicità e, nell’eleganza dell’esposizione. Il verso non è sottoposto ad alcuna regola stilistica, è libero ma, nel suo “incidere” (sì, il verso crea quasi un’incisione) denota complessità, creatività e, movimento; uno scorrere di parole senza mortificarle in strutture metriche, un libero fluire del suo pensiero, molto prolifico che, solo una mente artistica può creare, tanto da poterlo paragonare, con una certa riserva, al grande Leopardi, suo ispiratore.
Poesie da sottolineare
Nelle liriche inserite nel libro “Per una strada” vi è la netta allusione alla vita, che volge verso il suo autunno. “Per una strada senza fronde/ si aggira furtivo e svelto/ il nostro inconscio senso,/ […]” (pag. 77). Il mistero dell’esistenza che, spesso, i poeti “cantano” senza poterne penetrare i segreti riposti.
Altro tema molto sentito è quello dell’Indifferenza (verso se stesso!), come in “Soffrire” (pag. 66), “[…] i pensieri mi divorano;/ indifferenza, sol tu mi resti:/ vago pensiero,/ vago lamento,/ vago tormento.” o nella lirica “Indifferenza” (pag. 60), “Sentimento opaco,/ che copri d’un velo il mio duol,/ […]”; indifferenza, non intesa come estraniamento ma, partecipazione dolorosa pur nell’immobilità.
Tema che suscita tenerezza e, che serve ad indagare meglio lo spirito poetico del Marcuccio è quello dedicato agli animali. Commovente la lirica al suo pappagallino: “Caro pappagallino,/ dolce e affettuoso!/ Sei involato in cielo,/ tra le volventi nuvole/ della gloria armoniosa di Dio;/ […] Gli angeli e i santi/ si rallegrano del tuo tenero canto/ […]” (pag. 15). Vi è in questi versi un voler quasi umanizzare la “volata” in cielo del povero uccellino, tanto amato dal poeta, amico e, compagno di vita.
Tenerezza, delicatezza, predisposizione verso i sentimenti, come l’amore e la musica caratterizzano altre liriche, degne di attenta lettura e, di ricezione nell’intimo: “Desiderio improvviso”, dove vi è un repentino rimembrare il viso della dolce amata, “Dolce rimembro il tuo bel viso,/ creatura di rose,/ […]” (pag. 79); “Sogno”, “Amor sì dolce,/ quiete sì cara,/ […] m’immerge rapito,/ prorompe l’amor sopito;/ […]” (pag. 59); “Amore”, “Dolce sogno, ebbrezza d’intenti,/ sogno, estasi d’eterno:/ dolore del mondo,/ dolce rimembranza,/ brezza carezzevole,/ […]” (pag. 27).
La musica, altro tema dominante, come in “Musica lontana” (pag. 83), “Ampi spazi,/ volate d’azzurro,/ rincorrersi delle note,/ tersa armonia azzurra:/ […]”
Notevoli le poesie dedicate a personaggi del passato, frutto di studi e retaggi classici, come “Seneca” (pag. 57), “Grande, radioso astro/ nel buio mare:/ valori eterni pur novi/ dettasti, inquietanti./ […]”
Da tutto ciò si può evincere che è una raccolta completa.
Vasta, variegata, classica e innovativa, un “mare” di versi, una strada, a volte, impervia per il dolore amoroso o, per eventi catastrofici naturali; sensazioni, emozioni, dolcezze provate, rifiuti “assaggiati” indifferenza scrollata, vita che si rinnova per continuare a donarci innovazioni con prodezza di penna, di mente e, cuore.
Rosa Cassese
(Poetessa, scrittrice, docente di lettere)
4 settembre 2013
Susanna Polimanti sulla raccolta poetica “Dypthycha” ideata da Emanuele Marcuccio
Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…
di Emanuele Marcuccio e AA.VV.
Pozzuoli (NA), PhotoCity Edizioni, 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Prezzo: 10 €
Recensione a cura di Susanna Polimanti
«Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…»[1] diEmanuele Marcuccio e AA.VV. (Photocity Edizioni, 2013) è un progetto editoriale che ci consente immediatamente di acquisire una nuova esperienza poetica, a dimostrazione che una creazione in versi può avvenire anche in modo insolito, partendo da tutt’altri punti di vista. In questo caso la raccolta poetica ideata e curata da Emanuele Marcuccio nasce tramite contatti con altri autori davanti a un personal computer e la rete Internet “Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…”
L’amore verso la poesia riunisce poeti da tutte le parti d’Italia e ne definisce i contorni con toni e spunti di sonorità simili e discordanti al tempo stesso, quantunque con temi in perfetta sinergia come in “Vita Parallela”, “[…] Nuove strade davanti a noi/ che hanno sapori veri/ in condivisioni accese/ che si innalzano in cieli nuovi/ in realtà autentiche e inaspettate”
La scelta del titolo, etimologicamente dal tardo latino dipthўchu(m) e dal greco δίπτῠχος (díptychos), viene spiegata e riassunta dallo stesso autore Emanuele Marcuccio in “dittico poetico” inteso come rapida definizione del contenuto della silloge dove ritroviamo per l’appunto, ventuno sue poesie e altrettante di differente firma ma di tema simile, scritte in tempi diversi, senza alcuna collaborazione effettiva, secondo tendenze espressive e stilemi personali. Il termine “Dipthycha” ha comunque un valore molto rilevante ai fini della comprensione di tale poetica; oltre al suo primo significato di dipinto o rilievo costituito da due tavole incernierate e chiudibili a libro, il dittico era anche un taccuino usato nell’antichità, consistente in due tavolette incerate unite per mezzo di una cerniera, un veicolo dunque, di scrittura e di conoscenza. L’introduzione alla poesia è sempre, di fatto, illustrare le ragioni per cui un pensiero o un’esperienza acquistano, attraverso una determinata disposizione delle parole, un valore che raggiunge, tocca, incontra e smuove la nostra sensibilità.
I temi delle liriche contenute in questa silloge evocano tradizione e modernità, contemporaneità.
I versi di ogni poeta, seppur scritti separatamente, mostrano tutti un collegamento, diventano arte poetica che, in una serie infinita di occasioni ne rappresentano il senso, il sentimento, le percezioni, la propria unica visione della realtà soggettiva e oggettiva, in perfetta tessitura di una tela in cui si annidano eventi che segnano le tappe della nostra storia attuale. Chi indugia sull’amaro destino umano con parole appuntite; chi si rivolge all’amore quale immagine di sogno; chi richiama il tempo e le sue stagioni preferite, cercando rifugio in una dimensione intatta della natura; chi, infine, esprime la sua delusione, abbandonando ogni speranza. Ogni poesia ospitata in Dipthycha contiene un messaggio riflessivo di forte intensità; ogni autore, in reciproca corrispondenza, comunica con l’oggetto poetico e si predispone ai lettori stabilendo contatti che traducono intesa, affinità, interessi comuni e tanta cordiale disponibilità. La silloge è ricca di immagini mai piatte e univoche e chiunque si senta attratto da questa antica arte, potrà godere di un uso di parole autentiche, quelle che derivano dall’assidua frequentazione del linguaggio poetico e, in questo caso, in grado di accorciare le lunghe distanze tra tanti poeti che vivono fisicamente lontani l’uno dall’altro. Il lettore sicuramente sarà in grado di osservare e percepire con intensità la propria immagine riflessa.
Non entro nel merito di ogni singolo verso o della poetica specifica di ogni autore perché ritengo che ciascun poeta debba essere valutato, colto e accolto, nell’insieme della propria produzione letteraria. Elemento essenziale e di spicco di Dipthycha è soprattutto una rara condivisione di grande fascino che parte da antiche tradizioni fino a toccare età e cicli della vita che appartengono a noi tutti.
Susanna Polimanti
Cupra Marittima (AP), 5 marzo 2014
[1] Pubblico la mia recensione alla silloge poetica Dipthycha di Emanuele Marcuccio, precisando che d’accordo con tutti gli autori, l’intero ricavato delle vendite del Volume (€ 3,81 su ogni copia) sarà devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si procederà però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro. AISM riceve tantissime richieste simili, ringraziando hanno quindi risposto che non hanno il tempo materiale per esaminarle tutte.
Nell’antologia figurano le poesie dei seguenti autori: Emanuele Marcuccio, Silvia Calzolari, Donatella Calzari, Giorgia Catalano, Maria Rita Massetti, Raffaella Amoruso, Monica Fantaci, Rosa Cassese, Rosalba Di Vona, Lorenzo Spurio, Giovanna Nives Sinigaglia, Michela Tarquini e Francesco Arena.
Spurio presenta la sua nuova raccolta di racconti a Perugia il 26 marzo
(Da sx Lorenzo Spurio, la professoressa Francesca Montesperelli, Susanna Polimanti e Valenrina Meloni)




