Trittico poetico Francesca Luzzio – Emanuele Marcuccio – Daniela Ferraro

PhotoGrid_per Dipthycha 4.jpgDal maggio 2010 il poeta e aforista Emanuele Marcuccio ha individuato numerosi dittici a due voci[1], alcuni anche senza una sua poesia. Di questi particolari dittici poetici sono edite tre Antologie su suo progetto e cura editoriale, che contengono anche dittici proposti da alcuni dei poeti partecipanti, come Giusy Tolomeo, Lucia Bonanni, Daniela Ferraro, Aldo Occhipinti, Silvia Calzolari e Maria Palumbo, e il cui ricavato vendite è interamente devoluto ad AISM:  Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…, Photocity Edizioni, 2013, pp. 90 (con postfazione di Alessio Patti), ISBN: 9788866824749;  Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184 (con postfazione di Antonio Spagnuolo), ISBN: 9788898643257; Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten Edizioni, 2016, pp. 180 (con prefazione di Michele Miano e con un saggio di postfazione di Lorenzo Spurio), ISBN: 9788899325374. Un quarto Volume, «Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…» è in lavorazione, che raccoglierà anche una sezione di nove trittici a tre voci, tra cui il presente, e il cui ricavato sarà devoluto per i terremotati del nostro centro Italia.

Scrive Marcuccio in un suo aforisma del 2016, sul dittico a due voci: “Il tema comune alle due poesie dei due autori è solo il punto di partenza per l’individuazione di un dittico a due voci; è necessario che ci sia anche una corrispondenza sonora o emozionale e/o di significanza, una sorta di corrispondenza empatica, una analogia, una affinità elettiva poetica (una dittica corrispondenza/comunicazione) e soprattutto i due autori del dittico a due voci devono attenersi ai rispettivi modi di fare poesia, senza cercare di imitarsi a vicenda, per non avere come risultato qualcosa di simile a una poesia a quattro mani. Il fine non è l’imitazione dell’altra poesia per cui si vuole individuare il dittico, ma l’affinità elettiva, l’analogia, l’empatia poetica”.

Come naturale evoluzione del dittico a due voci, nell’agosto 2016 nasce il trittico a tre voci. Tuttavia, in futuro, come ha dichiarato l’ideatore Marcuccio, non saranno individuati polittici a più voci, in quanto con la triade (tesi-antitesi-sintesi) si realizza la perfetta ‘trittica’ corrispondenza, non è necessario andare oltre, si creerebbe solo dispersione.

Alla vostra lettura il trittico poetico a tre voci sui ricordi, proposto dallo stesso Marcuccio, con i poeti Francesca Luzzio, Daniela Ferraro, Emanuele Marcuccio: “Ricordi” di Francesca Luzzio, “Larve” di Daniela Ferraro e “Ricordo” di Emanuele Marcuccio.

 

RICORDI[2] 

FRANCESCA LUZZIO 

Qui, vicino

al camino

guardo le fiamme

delle illusioni

e tra i vetri madidi

di sudore

i campi innevati

per amore.

Mi immergo nel tepore

dei ricordi senza nome,

cenere di un passato

carico di passione.

Sorrido piango

e mentre il gatto fa le fusa

scivola leggera

la musica disarmonica

della vita.

Nel brivido pesante

del patire di sbiaditi ricordi,

solo le tue rosse labbra

guizzano trasparenti

dalle fiamme…

e suda bianca la mia fronte

nel silenzio faticoso

dell’amore.

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LARVE[3]

DANIELA FERRARO 

E ritornano ancora

i ricordi inumati.

– Eppure, in bianche bare,

giacevano sul fondo –

Li ho sentiti ululare

dentro un sole ammalato

mentre graffia le nubi

mendicando la vita.

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RICORDO[4]

EMANUELE MARCUCCIO

O tu che l’ampia volta

della vita ascendi,

o tu che l’ampia prora

dell’azzurro varchi!

Il sonno m’inabissa profondo,

il mare mi plasma tranquillo,

ricado riverso

nel fianco ritorto,

ricado sommerso

nel freddo glaciale,

quel bianco dolore,

che mi arrossa la faccia,

quel freddo vapore,

che m’avvampa tremendo.

28 ottobre 1994

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[1] Così ha definito Marcuccio il dittico a due voci: una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.

 [2] Francesca Luzzio, Ripercussioni Esistenziali, Thule, 2005, p. 16.

[3] Daniela Ferraro, Piume di Cobalto, Aletti, 2014.

[4] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 51.

 

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I tre testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei rispettivi autori e con la loro autorizzazione. Le immagini presenti su questo post hanno fini esclusivamente illustrativi e non commerciali.

Francesca Luzzio su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.

Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.

Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.

Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.

dipthycha-3_original-cover_front_900Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.

La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.

Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.

FRANCESCA LUZZIO 

Palermo, 12 giugno 2016

Lucia Bonanni su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha 3 di Emanuele Marcuccio[1]

a cura di Lucia Bonanni 

È questa corrispondenza il motore, il fulcro di questi particolari dittici, tra le diverse voci di due poeti, i quali non cercano di imitarsi a vicenda, ma rimangono fedeli, ognuno al proprio modo di poetare.  (Emanuele Marcuccio)

E alla poesia come a tutta l’arte si ricorre per sentire un accenno di umanità, di fraternità, di dolore, ma anche speranza e fede, comprensione e amore […].  (Michele Miano)

[G]li autori in dittico sembrano quasi tenersi leggiadramente per mano, scanzonati, […] per poi unirsi agli altri in un girotondo, che poi è il girotondo dell’Anima.  (Lorenzo Spurio)

In un tempo in cui l’incapacità di stare con noi stessi condiziona le scelte individuali e i valori in cui credere, l’arte creativa è necessità, attenzione, equilibrio interiore, sollievo e terapia. Ritrovarsi in un’unica ed armonica identità, stringere mani simbolicamente, applaudire, esultare, provare emozioni, abbracciare una policromia di voci è momento eccelso di interazione sociale in cui la comunicazione offre contatti privilegiati.

Dipthycha 3_original cover_front_900.jpgIn questa raccolta antologica, unica nel suo genere e nella sua valenza concettuale, sono confluite decine di liriche a confermare la validità del progetto ideato da Emanuele Marcuccio per rispondere a chi in tono distaccato e pessimista chiede se è ancora possibile la poesia. Anche per questo la lettura di ciascun dittico apre processi dinamici che fanno accedere alle emozioni di ciascun autore. Diversamente dai primi due, in questo terzo volume i poeti oltre a dialogare in simbiosi con Marcuccio, si ritrovano in “[a]ltre dittiche corrispondenze” proposte dal curatore e dalle voci poetiche dei partecipanti e non mancano le corrispondenze affini con grandi nomi della letteratura.

“Il poeta è l’uomo che vive di coraggio” scrive Salvatore Quasimodo e il coraggio dimostrato da Marcuccio si identifica con l’amore incondizionato che egli dimostra verso la poesia. Forte di una robusta preparazione culturale e dotato di grande onestà morale e intellettuale e animo disposto al bene e all’accoglienza, al pari di un “incantato pigmalione” e “grande demiurgo” Marcuccio individua e crea legami empatici, portando in superficie realtà inattese di “umanosentire”. A me che abito in terre medicee piace nominare Marcuccio quale Magnifico poeta, un mecenate che ama circondarsi di artisti per allacciare affinità elettive e donare soffi di anima a chi come lui ha fatto delle lettere ragione di vita.

«Anche la poesia costituisce un valore sociale: dovrebbe essere certo, ma valore poco tangibile, assai meno della pittura, del cinema, del romanzo. Una società come la nostra che volete che se ne faccia?» dichiara e ammonisce Mario Luzi (1914 – 2005). Quindi la sfida letteraria del curatore consiste proprio in questo suo voler andare incontro ad una realtà frammentaria e rendere alla poesia la giusta espressione di valenza sociale, trasportando il canto poetico in una dimensione collettiva e maggiormente umana, “il tutto amalgamato sapientemente da Marcuccio in un grande e ideale abbraccio fraterno nei confronti dell’umanità intera” (dalla prefazione di Michele Miano) e “l’operazione [da lui] svolta, democratica e ampia, si inserisce in un procedimento letterario assai onesto” (dalla postfazione di Lorenzo Spurio). E dato che, come tiene a sottolineare lo stesso Marcuccio, “il tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile”, mi sembra doveroso, se non opportuno, enunciare di volta in volta i vari nuclei tematici su cui si imperniano i diversi generi di poesia presentati poi in dittico da Marcuccio. I ricordi, gli affetti e l’amore, i poeti e la poesia, gli animali e l’ambiente, le profonde riflessioni e il silenzio, ed ancora le espressioni intimiste e quelle sociali pongono in evidenza i contenuti di questo manufatto tanto originale nella sua ideazione e proprio come in un dittico pittorico fanno da cerniera per quelle affinità empatiche tra i vari autori che nella maggior parte dei casi non si conoscono neppure di presenza.

Ti porto con me/ nel brio del vento,/ che tu possa restare/ per sempre nel tempo” è la dichiarazione d’amore di Teocleziano Degli Ugonotti che oltre alla persona amata, per una diversa interpretazione di senso, potrebbe essere rivolta anche alla Poesia. “Come gardenia/ All’occhiello…/ Ti portai con me” risponde in dittica presenza Giusy Tolomeo mentre in “poetica consanguineità” Aldo Occhipinti propone un “dittico a caldo” con il d’Annunzio de “La pioggia nel pineto”, esprimendo tutta la passione amorosa che avvince il suo animo, “Noi a null’altro dobbiamo pensare,/ adesso:/ a null’altro che Amare”. Ed ancora Daniela Ferraro e Marcuccio allietano con un “Canto d’amore” in cui il sentimento si intreccia con elementi dell’ambiente, facendo risaltare “labbra di velluto” e “sospirosi ardori”. E qui mi piace riprendere le «Quartine» di Omar Khayyâm (1073 – 1126) in cui il poeta persiano esprime non solo gioia e dolcezza, ma anche misticità e immediatezza lirica: «Quando sono sobrio, la Gioia mi è velata e nascosta/ quando sono ebbro, perde ogni coscienza la mente»[2] a dire che il sentimento d’amore come il vino annebbia i sensi e fa perdere coscienza di sé, quando la passione arde il cuore e la mente.

Riflettere su disagi e dilemmi porta a cercare conforto nelle varie espressioni del creato ed allora un filo d’erba, una piccola foglia, un animaletto, il brillio delle stelle mentre “ricolme d’anni/ passano/ le ore” (Marcuccio) e lacrime di commozione solcano il viso per un tramonto arrossato che di fuoco incendia il cielo e “[s]orsi di piena sera/ gocciano nenie” (Silvia Calzolari), il cuore trova dimora “[l]à dove un pianto diventa sorriso” (Rosalba Di Vona) e l’anima assetata di quiete raccoglie “colori e rugiada/ [in quel] dedalo che lacera/ l’ultimo spicchio di luna” (Maria Rita Massetti) e dinanzi a lei “[s]i apre tutto un mondo” (Marcuccio) di canti e di suoni.

Talvolta “rughe di pensieri” (Antonella Monti) si insinuano talmente nel tessuto dei giorni da far desiderare di lasciare tutto e fuggire lontano, anche da se stessi per ritrovarsi “a pochi giri dal sole” (Monti) e nel ceruleo di “quel varco di cielo/ [acquerellato di]/ un chiarore d’azzurro/ [che affanno e]/ il tedio estivo/ scolora” (Marcuccio).

Il viaggio e l’erranza, il bisogno di fuggire, l’evasione, il presagio, il ritorno, il distacco dal mondo e da se stessi sono i temi che da sempre hanno avvinto l’animo dei poeti, specialmente di quelli più “strambi e diversi” come ad esempio poteva essere Dino Campana il cui unico punto di riferimento era la poesia che forse è proprio quel “musico cuore” giusto come amava definirlo Sibilla “l’errante”, che lo amò di più.

«La luce del crepuscolo si attenua:/ inquieti spiriti sia dolce la tenebra»[3]. Uno dei temi ricorrenti nella poetica di Campana è la notte, la notte con i suoi silenzi cupi, le finestre rischiarate da “luci opache”, le voci smorzate, i respiri sommessi e “buio pesto/ [che] vapora/ nelle nebbie” (Marcuccio) e “[…] non attende/ necessariamente/ La notte/ Ma la luce attende/ ansiosamente” con le sue “Stelle sul mare” e i suoi “Giochi d’artificio” proprio come ci dicono i versi di Luigi Pio Carmina. Un altro tema ricorrente nella poetica del marradese è lo scorcio e il porticese Ciro Imperato nella lirica “Quei vicoli” sembra quasi ricalcare le immagini di Campana “le anime, tormentate bruciano/ e ingannandosi del ver non vero,/ lente sviano tra i vicoli notturni”. Alla solitudine dei vicoli fa eco uno “[…] sguardo smarrito/ [e un’]agire impedito” (Marcuccio) che guarda oltre la folla, la oltrepassa senza farsi notare e rimanendo invisibile in mezzo alla moltitudine.

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Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio ideatore e curatore diel progetto poetico-antologico “Dipthycha”

Il tema dell’acqua come quello dei colori ed anche della musica erano nuclei tematici assai cari a Federico García Lorca che ne faceva metafora di vissuti e accadimenti non sempre felici come ad esempio la morte per acqua. In questa raccolta il richiamo all’elemento liquido è contemplato in più componimenti. Nella lirica “Mare Innocente” Francesca Luzzio descrive il “destino infame” di tante povere ombre che “sulle creste delle onde/ […] lente sussurrano nomi”; sono i nomi di poveri migranti incatenati sotto la “coperta azzurra” di un “mare sereno e azzurro” che nella sua calma apparente sembra essere indifferente anche al gracchiare dei gabbiani. Il mare “fondo fondo” (Marcuccio) con i suoi orizzonti velati, le onde che si perdono sulla scogliera, tra “[…] le ruote dentate delle acque” (Lucia Bonanni) rapisce e ingoia flebili voci di bambini innocenti. “Nelle […] acque sparisce il tempo/ la speranza s’annida”, quella che Maria Rita Massetti rivolge al mare, è un’invocazione alla quiete, a frenare le onde selvagge per lasciare al salso respiro per respirare “sale e sole” -molto bello questo bisticcio fonico- e poter raccontare “di arcani mai dimenticati”. Giusy Tolomeo ci dice che il mare dialoga col fiume che alla foce giunge da lontano, che scava la roccia e attraversa monti e vallate. Qui il fiume è inteso nella sua immagine di vita che scorre e fluisce per perdersi “[…] dove le dolci acque diventano salmastre” (Di Vona), dove “[…] le onde si rincorrono/ […] e le luci si disperdono” (Marcuccio) [e] “la sabbia si fonde con il cielo” (Di Vona).

Molteplici gli argomenti e i rimandi agli archetipi che si allacciano in questa silloge di forti corrispondenze empatiche e dove “[o]gnuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé […][4]

Conoscere se stessi è impresa ardua ancor più che conoscere il mondo circostante in tutte le sue sfumature. Scendere nell’inferno di noi stessi per ritrovare l’Euridice del nostro essere, equivale al viaggio agli inferi intrapreso dagli eroi delle opere classiche. È sempre “[l]a corsa folle incontro alla vita” (Giovanni Nives Sinigaglia) che crea vuoti incolmabili per quelle ferite spesso procurate da un “grande immortale ruggir”(Marcuccio) che non permette di rinvenire il proprio sé negli altri. Ma per ritrovare se stessi “[q]uando il cuore pesa” (Sinigaglia) e le lacrime sciabordano dagli occhi, occorre “[l]ibrarsi, alzarsi” (Marcuccio) oltre le contingenze del vivere e con sguardo limpido guardare alla bellezza del Creato. Nelle liriche “Cuore” e “In volo” echeggiano i versi di Joyce Lussu (1912 – 1998) che esorta a riferirsi alle bellezze della Natura, quando il dolore si insinua e opprime l’animo.

Talvolta in “rugosi pensieri” (Ferraro) i ricordi aggallano alla mente e allora “[f]reme d’intorno un andare” (Marcuccio) mentre le ombre si dilatano nell’oscurità del dolore e “nel riposto cortile” (Ferraro) anche il tiglio perde la fragranza dei fiori. “Silenzio/ che ascolti il mio silenzio/ disturbato dai battiti del mio cuore/ e dal mio respiro” (Maria Chiarello), “Indietro non andar,/ rimani e odi il silenzio,/ che fugge via come il pensiero” (Marcuccio). Nei componimenti “Silenzio” e “Picchi di silenzio” i due poeti riflettono sulla necessità del silenzio allorché il pensiero si volge in parole e nel deserto dei giorni l’anima cerca oasi di speranza. Il silenzio è essere animato che grida, canta, piange, chiede perché e lascia che le lacrime possano finalmente trovare la libertà sperata.

«[I]l primo componimento poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi [in cui il Poverello] loda Dio attraverso tutte le sue creature»[5] e come in Dipthycha 2 in cui era celebrato il barbagianni, anche in Dipthycha 3 non poteva mancare il riferimento agli animali anche nel rimando ideale alla predica agli uccelli da parte del santo Francesco. “Sopito il tuo volo/ al mio davanzale./ […] Pettirosso,/ impavido di voli impensabili” (Sinigaglia), “Nel silenzio/ ignaro d’esistenze/ […] Gli sguardi/ rappresi tesi/ d’indicibile” (Calzolari). Il Poverello era uomo dello spirito, un fondatore di comunità e non cercava la presenza di Dio ai margini del vivere, ma nel cuore stesso della vita tra amor benevolo e caritas profonda. “Tenendoci per mano, con le corrispondenze del cuore, se segnano itinerari che non si smarriscono, noi possiamo dare un sole all’altro sole”[6].

Giorgia Catalano esterna e canta tutto il suo afflato di madre per “[…] quegli adorati diamanti” che rendono preziosa la sua vita: “Se potessi…/ cambierei le carte/ della vita/ […] Insinuerei nel vostro cuore,/ il sorriso d’un vero amore”. Come donna e madre Giorgia dona luce solare ad altri soli e nel suo prodigarsi infinito si auspica che il cuore dei suoi figli sia sempre allietato dalla gioia che solo un amore vero sa portare.

Il tuo amare è aria del destino/ tenero germoglio di perdono/ avvolgente profumo di casa”. Nei versi di Grazia Tagliente la “Donna” è “artefice di vita” che moltiplica i propri frutti “con ventre e seno” e in ogni momento della vita devono sempre ricevere baci le sue mani “dure nelle fatiche, morbide nelle carezze”. L’autrice sembra esortare la donna, “zelante colonna” ad abbracciare il mondo, bisognoso di pensieri illuminati e carezzevoli abbracci perché “il tempo trasforma,/ abbraccia, racconta il mistero” (Massetti).

Già conoscevo la passione di Marcuccio per la musica classica e adesso dalle note biografiche leggo che Teocleziano Degli Ugonotti oltre che tenore leggero è anche studioso e cultore di Musica Antica e Barocca e che Giusy Tolomeo esprime la propria passione per la musica con lo studio del pianoforte e la collezione di dischi di musica jazz. Quindi in questa raccolta non potevano non essere presenti versi dedicati al canto e alla musica nonché ai personaggi creati dai grandi musicisti nelle loro partiture d’opera. “Drammatico è l’epilogo/ quando, nel gesto estremo,/ delle mura lo spalto offre unico/ trionfo d’amore risolto in una fine”. Maria Palumbo ci parla di Tosca, la protagonista femminile dell’opera di Giacomo Puccini (1858 – 1924) su libretto di Giacosa, che si getta dalle mura di Castel sant’Angelo dopo la fucilazione di Mario. Silvia Calzolari si chiede “Cosa resta di Tosca…”, però nel suo dire quel che resta dell’infelice donna sono soltanto “[…] mura lontane/ d’allaga(n)ti ricordi/ a sfioro di vicini schianti/ mano nella mano”.

Ad acquietare l’animo e sublimare la commozione dopo la lettura di questi versi, come scrive Giorgio Milanese, c’è l’immagine di una baita di montagna dove “[s]’illumina il focolare,/ [e] s’approntano le sedie,/ [mentre] il fuoco scoppietta allegro/ […] odor di muschio regna/ [e] la tavola imbandita,/ dà senso di calore”. Fuori fa freddo. Nevica. E la neve “[c]andida/ manti erbosi/ ricopre./ Soffice, pulita/ piove dal cielo,/ posa il suo viso/ leggera/ com’una carezza/ […] di sera” (Catalano).

Il poeta è un uomo né migliore né peggiore degli altri, che sa guardare la realtà con occhi diversi, che gioca con le parole, che coglie il mistero delle cose e sa emozionare.

«La stella dei poeti è la nostra ispirazione, capricciosa padrona che spesso tarda a farci visita»[7]. Senza ispirazione il componimento poetico risulta arido esercizio di stile in quanto l’ispirazione è quel fuoco che si alimenta di sogni e ricordi, di emozioni e fantasia.

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Collage grafico contenente le cover dei tre volumi del progetto “Dipthycha” curato da Emanuele Marcuccio di cui è in lavorazione il quarto volume

I poeti, incalliti sognatori,/ sempre con matasse di pensieri gitani” (Tagliente) tessono arazzi di sogni, “[…] seguendo le stagioni/ del cuore” (Tolomeo) ed è la poesia il loro sole, “un sole che ci illumina/ anche di notte” (Marcuccio) e “di seta/ [è] la parola/ [che] verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno” (Marcuccio) anche perché la poesia è sempre una “[m]etamorfosi tessuta a mani aperte/ [e la] [p]arola…/ [un] tessuto sfarfallato/ di illusioni e pensieri” (Bonanni). Ed è a F.G. Lorca, uno degli autori più grandi della letteratura, che Lorenzo Spurio dedica versi di intensità luminosa. “La storia si fermò senza dilungamenti/ quella dei libri è stantia e deforme”, scrive Spurio in “La luna si nasconde” in occasione del 79° anniversario dell’assassinio del poeta andaluso, fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola mentre “Nel secco degli aranci” (Bonanni) la luna con “la camicia inargentata/ appariva stizzita e si celava” per non vedere “gli occhi neroseppia” (Spurio) di Federico che “tra mute campane e l’esilio di chitarre” (Bonanni) perdeva per sempre la sua lucentezza. E presso Fuente Grande anche “il cielo taceva,/ [e] la luna/ […] di tristezza era piena/ […] non voleva neppure/ dormire/ [perché sapeva che]/ i sogni si sarebbero smarriti/ in una notte troppo scura” (Grazia Finocchiaro). La poesia di Lorca è spiritualità ed emozione pura, ma è anche riscatto per i tanti emarginati e per questo si connota nel genere della poesia etica e sociale. La poesia civile non mira soltanto a descrivere gli accadimenti per una successiva divulgazione, ama usare le parole per dare corpo ai pensieri quale valido strumento di protesta e denuncia e il poeta civile scrive versi per contrastare quelle dinamiche sociali che spesso producono vittime e inaspriscono contrasti.

Non credete di aver questo scettro/ di limitare una terra non vostra/ come vi pare/ [sappiate che] l’aria non può essere divisa/ e l’acqua non si separa,/ né nei fondali è spartita” (Spurio), “[t]agliate questo filo spinato,/ prendetene un pezzo/ un giorno, chissà potrete venderlo/ e ricavarne guadagni” (Tolomeo). Nei componimenti “Di scisse emozioni” e “Filo spinato” con versi netti e decisi, i due autori riportano vicende sociali che hanno imbarbarito i cuori e annientato la storia.

Le “[f]iumane di genti” in fuga verso confini sigillati con muri e filo spinato a limitare la libertà di chi si allontana da “spettri e cadaveri” (Spurio). “Ma quanti muri ancora/ dovrete costruire/ nel cuore della notte”, G. Tolomeo ripercorre tracciati storici e i suoi versi evocano immagini di morte e distruzione, richiamando “[…] la colpa [che] ancora pesa/ sul cuore dell’umanità”.

Ne “Il sogno spezzato” e “Ritornato sei” R. Di Vona e L. Spurio riprendono il tema della violenza di genere sulla donna. “[F]ragile e tremante” è la figura che ci mostra la poetessa, una giovane donna che “[s]ognava l’amore/ [e] desiderava un cuore per donare il suo”, ignara del triste destino che si nascondeva “[d]ietro la siepe”. Anche “[l]a luna pallida e vibrante […]” rischiarando le trame del buio, qui simbolo del male, voleva metterla in guardia contro “[…] il gioco vigliacco che si stava compiendo”, ma poi anche il vento con i suoi lamenti aveva coperto “[…] le urla che squarciavano il cielo” (Di Vona) mentre “[…] Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti/ [e] le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” (Spurio) a tanto scempio. Qui la Natura è testimone oculare di delitti efferati, causati da “[…] indomite pulsioni/ [di] luride esistenze […]” per quei “neuroni sfatti” (Spurio) che annientano ogni tipo di etica e di morale.

A chiusura dell’intera silloge “tre dittici con tre grandi voci della nostra letteratura: il poeta e critico letterario Aldo Occhipinti ci propone un dittico con l’eclettico Gabriele d’Annunzio e un altro con il profondissimo Eugenio Montale; mentre il sottoscritto ne propone uno alla poetessa Lucia Bonanni, con il funambolico Aldo Palazzeschi” (dalla nota di Introduzione di E. Marcuccio, pp. 7-8).

In “Un dittico a caldo”, proposto da Aldo Occhipinti, il poeta, come egli stesso scrive, non vuole “fare certo il verso allo scritto originale”, ma nella pienezza emotiva e passionale, esprimere tutta la sensualità dell’attimo d’amore, un momento che fa scaturire anche l’ispirazione poetica.

Nelle più dolci ore,/ pensieri terrestri/ mirabilmente si fanno divini/ […] come la pioggia e la terra fondiamoci” (Occhipinti). “E andiam di fratta in fratta,/ or congiunti or disciolti” (d’Annunzio).

Se il primo è un “dittico a caldo”, teso a rivelare la passione amorosa, quello con Montale è un “dittico a freddo” per la profonda speculazione filosofica che esamina i versi montaliani e ne fa sorgere altri. Quindi i due dittici risultano essere opposti per suggestioni e motivazione concettuale.

Ritroviamo la parola, sicura/ di un’idea e della sua forma:/ che distingua e ridia di sé possesso/ all’individuo e all’arte la sua dea” (Occhipinti).

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe […]/e risplenda come un croco” (Montale).

Nella poesia di Montale e principalmente in «Ossi di seppia» il paesaggio-luogo è tra i nuclei tematici più cari al poeta ed esiste “da un lato l’immobilità come delirio”[8] che inchioda l’uomo e le cose al loro posto; dall’altro la speranza che ci sia “una maglia rotta nella rete dell’esistenza attraverso la quale qualcuno possa scappare”[9].

Nel proprio commento critico Occhipinti fa notare l’eredità letteraria che è stata lasciata in dote alle successive generazioni, chiamate a sublimare e redimere il crollo di fiducia e volontà per ritrovare nuovi perché in cui credere e idonei a ricostruire un pensiero che possa ritrovare la parola quale mezzo di comunicazione e costante ispirazione creativa.

E sull’onda anomala della creatività “[i]l poeta si diverte,/ pazzamente,/ smisuratamente!/ […] Cucù rurù,/ rurù cucù/ […] Non lo state a insolentire,/ lasciatelo divertire” (Palazzeschi). “Tra voli di fanfare/ [dove] un funambolo di fumo/ con stivali di velluto/ vende vento/ […] fru fru fru/ viva fifa/ vede verde” (Bonanni). Quello che propone Marcuccio è veramente un dittico funambolico, audace nella sua energia e curioso nel far vedere come si possa giocare e creare divertimento con le parole, libere nella loro libertà espressiva e compositiva.

E come scrive Michele Miano nella prefazione, parafrasando un autore a lui e a noi tutti molto caro, Umberto Saba, «“d’ogni male/ mi guarisce un bel verso”» per cui ai poeti “non resta che fare vera poesia” e a noi critici letterari “non resta che fare una critica onesta”.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 23 maggio 2016

Bibliografia di riferimento:

Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016.

Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012.

Omar Khayyâm, Quartine, trad. Alessandro Bausani, Einaudi, 1956.

Dino Campana, Canti Orfici, Einaudi, 2003.

Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline, 2007.

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1991.

Note:

[1] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016, pp. 180.

[2] Omar Khayyâm, Quartine, trad. Alessandro Bausani, Einaudi, 1956, p. 82.

[3] Dino Campana, “Il canto della tenebra”, in Canti Orfici, Einaudi, 2003, p. 30.

[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012, n. 77,
p. 22.

[5] Emanuele Marcuccio, Introduzione alla poesia, in Op. cit., p. 30.

[6] Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline, 2007, pp. 50-51.

[7] Emanuele Marcuccio, Op. cit., n. 28, p. 12.

[8] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1991, p. VII.

[9] Ivi, p. 5.

“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio a favore dell’Ass. Ital. Sclerosi Multipla (AISM)

Dipthycha 2_original_front_cover_900Il progetto letterario ideato e curato dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, Dipthycha 2, pubblicato da TraccePerLaMeta Edizioni si è distinto per aver donato, secondo le volontà dello stesso Marcuccio, il ricavato ad AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. L’accredito a FISM (la fondazione che si occupa di raccogliere le donazioni inviate ad AISM) è stato di 250 € come si può vedere dal documento di ricevuta allegato.

L’autore, in un suo comunicato diffuso a mezzo mail e sui suoi blog, invita gentilmente a diffonderne la notizia, onde incentivare gli ordini del libro e poter così avviarne una ristampa, essendo le copie esaurite da qualche mese, cosicché per la seconda edizione si possa procedere a una donazione più consistente. Il libro può essere ordinato agevolmente presso lo store della casa editrice che spedisce anche in contrassegno o presso altri store on-line, oppure presso la propria libreria di fiducia essendo dotato di regolare codice ISBN a tredici cifre: 9788898643257.

Hanno partecipato a questo volume critico-antologico di poesia gli autori Silvia Calzolari, Ilaria Celestini, Ciro Imperato, Grazia Finocchiaro, Rosalba Di Vona, Donatella Calzari, Aldo Occhipinti, Marzia Carocci, Lorenzo Spurio, Francesco Arena, Maria Rita Massetti, Giorgia Catalano, Giusy Tolomeo, Grazia Tagliente, Rosa Cassese, Daniela Ferraro, Antonino Natale, Anna Alessandrino, Teocleziano Degli Ugonotti.

Su questo stesso blog si possono leggere varie recensioni ed interventi critici su quest’opera; basterà scrivere “Dipthycha” nella barra di ricerca.

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Santina Russo sull’antologia “Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha 2 – Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…

Emanuele Marcuccio e AA. VV.

Recensione di Santina Russo

Dipthycha 2_original_front_cover_900A distanza di circa un anno dalla pubblicazione di “Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…” Emanuele Marcuccio ci sorprende con una nuova raccolta che della prima si nutre e si arricchisce.

Nella presente raccolta emerge con maggiore enfasi e convinzione la volontà di trasmettere, attraverso la poesia, la relazione empatica che naturalmente può instaurarsi tra artisti diversi che, inconsapevolmente, trattano lo stesso tema, seppur con stili, linguaggi e sensibilità diversi, anche in contesti sostanzialmente distanti.

Dopo un’interessante introduzione dell’autore, la raccolta presenta un “Manifesto dell’Empatismo”, la dichiarazione poetica di un nuovo gruppo di artisti che elegge “il dittico poetico a due voci e il pluricanto come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. I poeti empatisti vogliono che autori e pubblico vivano le stesse emozioni fin tanto che gli uni possano meglio comprendere ed esprimere la sensibilità dell’altro e viceversa, nel significato più autentico del termine empatia. L’empatia permette a ciascuno di noi di conoscere meglio sé stesso e la propria arte attraverso il confronto con gli altri.

È doveroso, innanzitutto, precisare con quale accezione il poeta Marcuccio utilizza il termine “dittico”: il dittico, esistente già nella tradizione letteraria come una coppia di composizioni poetiche dello stesso autore sul medesimo tema, nel progetto di Marcuccio si evolve e si apre al prossimo. Il dittico poetico ideato da Emanuele Marcuccio è costituito da due liriche di due diversi autori su una tematica comune, “in una sorta di corrispondenza empatica”. I poeti affrontano lo stesso tema con stili e linguaggi diversi, operano in contesti spesso assai distanti ma i frutti della propria creatività artistica riescono ad esprimere empaticamente la medesima ispirazione.

I dittici sono corredati da autorevoli commenti critici dello scrittore Luciano Domenighini che offrono ulteriori spunti di riflessione e rivelano gli aspetti tecnici e stilistici ai lettori privi di strumenti adeguati a individuarli autonomamente.

Un ulteriore elemento di novità è rappresentato dal fatto che, attraverso le nuove tecnologie multimediali, la relazione empatica tra artisti è resa possibile anche a distanza, attraverso quel “foglio di vetro impazzito” che diventa il canale di comunicazione privilegiato tra i poeti moderni. La poesia è un bene comune e l’appello che il poeta Marcuccio rivolge agli artisti è proprio quello di trovare le “affinità elettive” nei versi di altri poeti, di provare a creare dittici a due voci, di sperimentare un nuovo modo di fare poesia che liberi il poeta dallo stereotipo alquanto diffuso di personaggio inquieto e solitario.

Il messaggio di Dipthycha 2 è un inno alla poesia gioiosa, alla fraternità artistica e alla sperimentazione della tradizione letteraria in chiave moderna.

Santina Russo

Barrafranca (EN), maggio 2015

“Dipthycha”: il curioso e poliedrico progetto antologico di Emanuele Marcuccio

Dipthycha: Progetto poetico di dittici a due voci

Il 26 marzo 2013 il poeta e aforista, Emanuele Marcuccio, ha dato l’avvio al progetto di un Volume antologico di dittici poetici a due voci[1], «Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…»

Con questa non solita antologia, da lui ideata e che lo vede anche autore di ventuno poesie dei dittici poetici, insieme ad altri amici autori, per un totale di quarantadue liriche, non si è voluto scendere in nessun agone poetico, in nessuna gara. L’intento è l’amore per la poesia, nei suoi diversi stili ed espressioni, la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta.

Dipthycha, termine derivato dall’originale latino diptycha (-orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico, la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo, in chiave poetica. Come sottotitolo «Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…», parafrasando i versi finali della sua poesia “Telepresenza”, ispiratrice del primo dittico poetico intercorso con l’amica poetessa, Silvia Calzolari, nel maggio 2010. L’idea di questi dittici è nata su internet e davanti a un PC.

 

L’Antologia è stata pubblicata il 10 settembre 2013 con Photocity Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90.

ISBN: 978-88-6682-474-9

 

Dipthycha e Dipthycha 2

Il 22 luglio 2014 Marcuccio avvia il progetto di un secondo Volume, con la collaborazione del critico letterario e poeta, Luciano Domenighini, che redige le note critiche su ventinove dei trentatré dittici a due voci presenti. Marcuccio questa volta è presente con trenta poesie.

Scrive quest’ultimo in un suo aforisma del 2014: «Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico a due voci?

Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.»

 

L’Antologia è stata pubblicata il 7 gennaio 2015 con TraccePerLameta Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184.

ISBN: 978-88-98643-25-7

 

 

Progetto a cura di Emanuele Marcuccio

Introduzione: Emanuele Marcuccio

Prefazione I Vol: Cinzia Tianetti

Prefazione II Vol. e note critiche: Luciano Domenighini

Postfazione I Vol: Alessio Patti

Postfazione II Vol: Antonio Spagnuolo

Co-curatori I Vol: Gioia Lomasti e Francesco Arena

Original Cover Book I Vol: Emanuele Marcuccio

Editing Cover Images I Vol: Francesco Arena

Editing Cover Images II Vol: Laura e Stefano Dalzini

www.facebook.com/Dipthycha

 

 Gli Autori presenti nei rispettivi due Voll.

 

Emanuele Marcuccio

Silvia Calzolari

Donatella Calzari

Giorgia Catalano

Maria Rita Massetti

Raffaella Amoruso

Monica Fantaci

Rosa Cassese

Rosalba Di Vona

Lorenzo Spurio

Giovanna Nives Sinigaglia

Michela Tarquini

Francesco Arena

Ilaria Celestini

Ciro Imperato

Grazia Finocchiaro

Aldo Occhipinti

Marzia Carocci

Giusy Tolomeo

Grazia Tagliente

Daniela Ferraro

Antonino Natale

Anna Alessandrino

Teocleziano Degli Ugonotti

 

D’accordo con tutti gli autori presenti, l’intero ricavato delle vendite dei volumi è devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si procede però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro.

Contiamo sulla vostra collaborazione. Questi i link attraverso i quali potrete effettuare l’acquisto.

 

©Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015

ISBN: 9788898643257

tracceperlameta.org
libreriauniversitaria.it
webster.it
ibs.it
unilibro.it

 

 

©Dipthycha, Photocity Edizioni, 2013

ISBN: 9788866824749

tracceperlameta.org
photocity.it
libreriauniversitaria.it

unilibro.it
ibs.it
amazon.it

 

 

L’8 dicembre 2014, dopo aver dato il “Visto, si stampi!” per Dipthycha 2, Marcuccio avvia il progetto di un terzo Volume, sempre con la collaborazione critica di Luciano Domenighini. Dipthycha 3. Classica Litteraria Dipthycha: Questo terzo Volume accosterà voci in dittici dal tema simile, di poeti che hanno fatto la storia della letteratura. Un progetto ambizioso e certamente non di facile realizzazione, ci vorrà almeno un anno o anche più.

Come prima proposta, si accosterà Catullo a Foscolo: con traduzione dal latino di Luciano Domenighini, il Carme 101 di Catullo con “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, sono entrambi due omaggi funebri al proprio fratello. Il secondo, i due autoritratti: Alfieri-Foscolo. Un terzo, “Come le foglie”, che il critico ha già tradotto per Dipthycha 2, di Mimnermo, con “Soldati” di Ungaretti. Nel quarto si accosterà Virgilio a Pascoli. E poi si vedrà.

Tutti saranno seguiti da una nota critica di Luciano Domenighini.

 

 

[1] Dittico poetico a due voci, una composizione di due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Nell’agosto 2014 la composizione del dittico poetico a due voci, ideata da Marcuccio nel 2010, è stata accolta in seno al neo-nato movimento poetico-culturale dell’Empatismo, quale forma poetica di elezione.

Nazario Pardini su “Dipthycha 2”, volume poetico-antologico curato da Emanuele Marcuccio

Emanuele Marcuccio e AA. VV., Dipthycha 2[1]

TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende (VA), 2015, pp. 184

ISBN: 978-88-98643-25-7

  

Nota critica a cura di Nazario Pardini

  

Dipthycha 2_original_front_cover_900Opera interessante, polimorfica, parenetica, e plurale, questa, curata da Emanuele Marcuccio, che assembla vari Autori nell’intento di “rivalutare la poesia, come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo” (Manifesto dell’Empatismo). Condotta con tattica esplorativa, e con vèrve innovativa, riesce a sorprendere per la simbiotica dualità dei testi e per gli allunghi critici di valida soluzione autoptica di Luciano Domenighini, il quale afferma: “ho cercato, commentando, di privilegiare gli aspetti perifrastico ed ermeneutico rispetto a quello più strettamente analitico”. Vere explications du texte quelle del critico, e per affondi di acribia intuitiva e per inarcature d’energia perlustrativa, con cui riesce a sottolineare i giochi lessico-semantici e stilistici, puntualizzandone la natura estetica e filologica: un chiaro esempio di stesura recensiva; di come si deve condurre l’esegesi di una pièce, senza perdersi in vaghe e rocambolesche locuzioni, o in pleonastiche avventure linguistiche, stando coi piedi per terra e con l’occhio attento alla parola, ai suoi meccanismi, agli intrecci allusivi, e ai valori morfosintattici. Un manuale di accorgimenti tecnici, di applicazioni figurative, e di importanti significanti metrici. Il tutto garantito dalla inossidabile vis creativa di un poeta, quale Emanuele Marcuccio, che, facendo da primo attore in questa antologia, affianca, alternativamente, una sua poesia a quella di ogni Autore della raccolta: “Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza epatica” (da nota pp. 11 del testo). Il tutto per illustrare la poetica di un manifesto che riunisce attorno a sé diverse voci, esemplificandone i parenetici intenti propositivi con un titolo di per sé emblematico: “Manifesto dell’Empatismo”, che fa da prodromico ingresso al libro. Citarne quello che secondo me è l’articolo più attinente allo spirito generale dei fondatori è, di sicuro, fondamentale per percepire la pienezza paradigmatica dell’opera: “Noi vogliamo che tra i poeti empatisti e tutti i poeti e artisti in genere, ci sia rispetto e stima reciproca, senza nessuna presunzione di possedere la verità. Eleggiamo il dittico poetico a due voci[2] e il pluricanto[3], come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. Senza trascurare naturalmente tutti gli altri punti del programma che ne caratterizzano la grande valenza, considerando che il canto è soprattutto generosità emotiva, e ricerca verbale. Opera, quindi, di una plurivocità accattivante, i cui duetti canori fanno da controcanto a un tema di urgente resa artistica: quello di saper tradurre le nostre contaminazioni soggettive in cospirazioni universali; in slanci verso l’oltre, dacché l’arte è qualcosa di più dell’umano; sì, ne vuole tenere di conto, ma per farne un trampolino di lancio verso l’inarrivabile: è così che mantiene quel senso del mistero che la rende unica. Ciò che si percepisce dalle molteplici composizioni di Marcuccio, il quale, attraverso le sue espressioni si fa chiara esemplificazione del nerbo di quei dettami. Forza emotiva, ricerca semantica e sonora, contenuti che non tradiscono lo slancio romantico verso l’oltre, assenza di contaminazioni epigonistiche o pleonastiche. Un fluire semplice il suo che trae dalla vita e dai suoi perché i motivi della poesia. Tutte le questioni che hanno a che vedere col tempo, il luogo, il sogno, l’essere, l’esistere, e le inquietudini della nostra permanenza terrena. Interrogativi e insoddisfazioni esistenziali di memoria leopardiana, si è detto; ma io credo abbrivi e cospirazioni intime che chiedono slanci oltre quegli orizzonti che demarcano il nostro vivere. E che, al fin fine, tanto sono legati all’amor vitae di cui si nutre la poetica del Nostro. Molto ci sarebbe anche da dire sugli altri poeti di questa particolare Antologia. Della loro forza emotiva, del loro stile maturo e ricco di figure allegoriche; della loro metaforicità; e soprattutto della grande padronanza metrica che sa intonarsi con vigoria significante al denominatore comune delle pièces: “[E]mozionare con i nostri versi, pur rimanendo fedeli ognuno al personale modo di fare poesia.”[4]

Ne consigliamo la lettura a tutti coloro che ci seguono, dacché credo faccia loro piacere leggere una molteplicità di stili confluenti nel fiume chiaro dell’arte del dire e del sentire; come penso non sia disdicevole proporre una esemplificativa e indicativa pagina di questo innovativo testo:

 

  

ETERNITÀ

  

Ho vissuto tante eternità

nell’assoluta pienezza

di un attimo.

Ti ho cercato nel vento

e nell’acqua.

Ti ho trovato

e ti ho perso.

Con la morte e la vita

usavo lo stesso linguaggio

perché nelle note del tempo

arrivassi a me.

 

3 agosto 2003

Giusy Tolomeo

 

 

ETERNITÀ[5]

  

Oltre quel fumo,

oltre quella porta,

oltre il mare immenso,

oltre l’orizzonte sconfinato,

oltre le piogge di mezz’agosto

c’è una luce che io voglio attraversare,

c’è una soglia che io voglio varcare

in questa pioggia del mio vegetare,

in questo mare del mio non vivere.

 

10 marzo 2009

 

Emanuele Marcuccio

 

 

 Nota critica di Luciano Domenighini

 «In quattro strofe, tutte al passato, la prima e l’ultima meditative e le due centrali narrative, rivelatrici e brucianti nel succedersi di tre passati prossimi (“Ti ho cercato […] ti ho trovato/ e ti ho perso”), “Eternità” di Giusy Tolomeo è una poesia d’amore, è anche la narrazione di un amore, ma soprattutto parla del rapporto fra amore e tempo: un teorema, il cui enunciato è tutto nella prima strofa (“Ho vissuto tante eternità/ nell’assoluta pienezza/ di un attimo”) per dire che un istante di vero amore vale tutto il tempo di mille anni e molto più ancora, per dimostrare che l’amore può dare scacco al tempo.

Questa riflessione ha per la poetessa un valore immenso, il valore soggiogante di una rivelazione e conta per sé sola, assai più della cronaca quotidiana di una storia amorosa, del suo svolgersi e del suo esito stesso. Nella strofa finale, commovente, struggente, la poetessa, con afflato squisitamente romantico, allinea e omologa vita e morte, ponendole dinanzi al sentimento che solo può arricchire l’una e disperdere l’orrore dell’altra.

Di tutt’altro tono e ambito psicologico-concettuale si presenta lʼ “Eternità” di Emanuele Marcuccio, lirica metaforico-intimistica, spiccatamente esistenziale, di estrazione leopardiana, che ha per argomento il dolore per il tedio del non essere, il rincrescimento per il tempo della vita che trascorre invano. Marcuccio si dimostra abile nel disporre con ordine e simmetria non solo i suoi versi ma anche le figure simboliche. La composizione, di nove versi, presenta tre cellule iterative subentranti (vv. 1-5 “oltre”, 6-7 “c’è”, 8-9 “in questa/o”) ma il nucleo significativo portante è contenuto nella corrispondenza fra i vv. 3 e 5 e il distico ai vv. finali 8 e 9 realizzante un chiasmo “ritardato”, a distanza, nel quale, di fatto, si sdoppia il dettato poetico: allora abbiamo l’ “immenso mio non vivere” e il “mezz’agosto del mio vegetare”.» (p. 90)

 

 Nazario Pardini

 

Arena Metato (PI), 2 febbraio 2015

[1] Come da accordi, il ricavo delle vendite spettante agli autori partecipanti andrà a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla, così come si è già fatto con il ricavo di «Dipthycha» (Photocity Edizioni, 2013). [N.d.R.]

[2] Composizione poetica ideata dal degno poeta empatista, Emanuele Marcuccio, nel 2010. Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 2 al testo “Manifesto dell’Empatismo” in Emanuele Marcuccio e AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 11.) [N.d.R.]

[3] Composizione poetica ideata dalla fondatrice del nostro Movimento, Giusy Tolomeo. Una poesia composta da uno o più versi di poesie di vari poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, seguendo uno stesso tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 3 in ibidem, p. 12.) [N.d.R.]

[4] Da “Manifesto dell’Empatismo”, IX capoverso in ibidem.) [N.d.R.]

[5] Già edita in Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 17. [N.d.R.]