“L’urlo più alto è tagliente”, poesia di Lorenzo Spurio con un commento di Lucia Bonanni

“L’urlo più alto è tagliente”

Poesia di Lorenzo Spurio©

 

Non potevi sapere che il cielo

indossa tacchi alti quando

le nuvole, nei fianchi, lo scuotono.

Ecco perché le punte si vedono

anche quando credi che la forma

si sciolga in filamenti pervinca.

Quella povera dannata non ha respirato:

l’hai conficcata nella terra più nera.

L’animo libero e frugale ma

un cuore dilaniato per l’amore rinchiuso

in una cella di silenzio senza vani

aggiuntivi, per una fuga tra polvere spessa.

Ha saputo fare un cappio così saldo

e separato per sempre la notte dal giorno

nell’acqua che d’estate sembra muoversi

mentre un grillo s’acquatta deluso.

Bernarda, che imponi il silenzio eterno,

non sai che il cuore palpita di metallo

nei meccanismi rabbiosi, ingranaggi senz’olio

che non danno tregua al presente.

Nelle lacrime fluenti d’un’intera famiglia

dove trovi il potere di annullare ciò che è stato?

Giungeranno mille villici, ubriachi e sbandati

a pretendere le verdi carni delle tue figlie, caste

e vergognose – imèni ispessiti dagl’anni-

nel grido di lotta che Adela comanda dall’aldilà,

vento tagliente che scuote, percuote e aizza

l’animo che narra la perdita e cerca fiducia

per brandire la verità contro la legge dello sprezzo.

Romperai la quiete della campagna

e ritornerai fanciulla gaudiosa.

 

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Commento critico di Lucia Bonanni

Risuonano nel componimento di Lorenzo Spurio “L’urlo più alto è tagliente” fruttuose conoscenze che danno vita ad ampie scritture e portano il lettore a immedesimarsi con quella che è l’ alma presente di Federico García Lorca nei vari elementi della Natura, una realtà sempre utile e benevola e mai ostile per l’uomo, un binomio ancestrale che sa custodire il segreto della forma ubiqua, assunta dal poeta dopo il monstruoso crimen político.

Il livello simbolico e le modalità evocative, oltre che alla componente ecologica, rimandano anche alla profonda attenzione che Federico riserva al mondo degli emarginati. Infatti, “privo di qualsiasi tessera di partito, fu sempre considerato eversivo da parte dei nazionalisti proprio per il suo magnetismo filantropico”[1] e la risposta alle insidie degli oppositori sono sempre le mani intrecciate “in un crocevia di fiumi” che nel canglore dell’assassinio trovano fine nelle “fontane spente” dei suoi occhi. Anche l’attenzione alle vicende femminili, sia nel linguaggio del teatro che si fa vita che nelle varie ambientazioni rurali e cittadine, denota la passione empatica che Lorca nutre verso i più deboli e l’urgenza di dare identità a chi è vittima di violenze e soprusi. Quindi la sua poesia, sempre tesa al riscatto degli ultimi, è poesia etica e sociale. Tra l’altro, nel saggio “Sulle poesia civile: riflessioni”, Spurio si chiede come i tre aggettivi “civile, sociale ed etico” possono interscambiarsi ed essere perno di un genere poetico con carattere universale, essere veicolo di comunicazione, impegno civile e denuncia delle problematiche sociali per certe caratteristiche quali “aspetto democratico, ambientale, emozionale, multidisciplinare, interlocutorio, un linguaggio lineare e pragmatico”[2].

Già il titolo di questa sua nuova poesia, “L’urlo più alto è tagliente”, può essere letto come un frammento lirico, un bozzetto ideato per un evento tragico, una sincope musicale, un canto soffocato. La combinazione tra i lemmi “urlo, alto, tagliente” si volge in formula alchemica, esplicata mediante un tipo di espressività visiva che scuote e resta impressa nella mente. L’urlo è un qualcosa che squarcia il silenzio, fa trasalire, graffia la quiete, acuisce la sensazione di disturbo, lascia impronte di disagio tanto più, se nell’accezione di comparativo e di predicato nominale è assimilato a un’arma dal taglio affilato, netto, che incide e va a fondo mentre nell’aggettivo “tagliente” è insita la locuzione della sindrome del coltello più volte evocata da Lorca nei suoi drammi rurali. Il cielo è archetipo primordiale che rimanda al maschile, invece le nuvole, con la loro bellezza e il loro movimento, creano forme da interpretare quali metafore del mistero, della fecondità, della leggerezza e della vanità della vita.

Nei primi versi quel cielo che si alza verso lo spazio, se le nubi ne pungolano i fianchi e le cui punte possono essere viste anche quando la forma delle particelle d’acqua si muta in una luminanza color pervinca, richiama la passione amorosa, la sensualità dell’abbraccio e la sfida alle tante retoriche sulla convivenza infruttuosa. E qui non è dato eludere il richiamo a Yerma, un “orbo pompelmo”, una donna infeconda con le “mammelle avvizzite dalla disperazione” e incapace di dare frutti per colpa di un marito che si attarda con lei in abbracci freddi e rinsecchiti come i cardi che popolano le zone campestri. Ma Adela, la farfalla verde, non è una donna stantia, anela alla libertà e sa incanalare la propria femminilità nell’amore per Pepe il Romano, già promesso sposo di una delle sorelle. È l’autorità di Bernarda, donna tutt’altro che rasserenante, che tutto impone e dispone, a confinare la giovane in una gabbia di silenzio e a renderla una dannata, confitta nelle zolle di una terra nera, spasimo e terrore tenebroso che la induce a intrecciare non un nodo d’amore, ma una legatura di morte, parabola ingiuriosa che la farà fuggire tra la “polvere spessa” dell’oscurità.

I personaggi femminili delle opere lorchiane sono emblema della necessità del poeta di porre sotto una luce diversa le ingiustizie subite da esseri deboli e tormentati. Così “il ribellismo di Adela dovrà fare i conti con le militaresche imposizioni dell’arcigna madre (e) morirà giovanissima in un suicidio indotto; Yerma, addolorata per la sua infertilità, finirà per farsi dominare da uno spirito di morte, uccidendo il marito; Mariana Pineda finirà per diventare eroina della causa, mettendo a serio rischio la sua incolumità”[3].

Nei versi di Spurio si nota il tema dell’acqua che nell’opera lorchiana assume carattere di iterazione semantica e funzione allegorica. Il poeta andaluso distingue tra “un’acqua di vita e un’acqua di morte”, la prima è quella chiara e pulita che scorre e fluisce, portando fertilità alla campagna mentre l’altra ristagna nei pozzi, imputridisce e manda cattivo odore, lasciando spazio alla necrosi dei corpi. L’acqua menzionata da Spurio, è un’acqua venenosa perché in essa è immersa la separazione tra la notte e il giorno, tra la luce dell’amore e l’ombra del distacco, scelta indotta e mediata e poi voluta da Adela col suo atto estremo. È un’acqua strana “che d’estate sembra muoversi” in cerca dell’amore negato per una separazione perentoria senza possibilità d’appello; ma il palpito dell’animo come una presenza terribile non consente quiete al dolore acre “di un’intera famiglia”, un gineceo dominato da una madre che non concede proroghe e obbliga a una reticente mascherata circa il pudore perduto della figlia.

Si può affermare che quella di Adela e Pepe il Romano, è una coppia fatale, soggetta al potere di Eros e Afrodite come lo sono alcune coppie della mitologia greca narranti situazioni in cui gli dei dell’amore non si peritano ad agire dove esistono legami di coppia per cui alla perdita della compagna o del compagno, segue sempre uno strazio raccapricciante. Per questo Adela fugge dalla vita per cercare una morte che sia luce, perdendosi nel chiaroscuro di impronte scalfite di un luogo dove non esiste sorriso e là può involare l’indaco del suo cielo “mentre la gente cerca silenzi di cuscino/(e lei palpita) per sempre definita nel suo anello”[4]. Ma poi, nuova Lisistrata, come vento che sferza le coscienze la giovane dannata incita le sorelle alla rivolta e saranno i villici che si accompagnano al coro dei mietitori con gesti rudi a violare il candore annoso di quelle donne sfiorite, adesso disposte a “brandire la verità” al pari di un’arma affilata contro le velleità sprezzanti della madre. E conclusione del ciclo stagionale come Persefone anche Adela tornerà sulla terra per rompere il silenzio allucinato della campagna e con la sua prorompente giovinezza far germogliare le sementi e ricoprirla di fiori e fronde rinverdite in un abbraccio ideale che sa colmare anche il vuoto della perdita.

Un componimento visivo, amorevole,  appassionato in cui l’autore esprime grande sensibilità, senso etico e  attenzione sociale; un  fluire di versi che sono acqua di vita e sanno generare la freschezza del sentimento e la malinconia dell’addio in un crescendo di pathos che sfocia nel lirismo incontaminato del distico che in un tempo circolare chiude e sembra riaprire il componimento medesimo mediante l’uso di una sintassi lineare, pragmatica  e forte di contenuti.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Spurio Lorenzo, “Un nardo reciso. Le ultime ore di Federico e il lutto della poesia” in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

Spurio Lorenzo, “Sulla poesia civile: riflessioni”, saggio online

Spurio Lorenzo, Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016

García Lorca Federico, Poesie, Newton Compton, 2007

[1] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

[2] Lorenzo Spurio, “Sulla poesia civile: riflessioni”, rif.

[3] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

[4] García Lorca, “La bambina annegata nel pozzo” in Poesie, Newton Compton, 2007, pag. 311

 

I testi qui pubblicati (poesia e commento critico) appartengono ai rispettivi autori. Essi sono frutto del loro unico ingegno in quanto non riprendono testi terzi coperti da D.A.  La pubblicazione, in rete o in cartaceo, integrale o in forma di stralcio è severamente vietata se in assenza dei nomi dei rispettivi autori e la fonte. Chi è interessato a riprodurre parte del materiale è tenuto a chiederne l’autorizzazione scritta ai rispettivi autori. 

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Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

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Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Ti porterò con me” di Silvana Stremiz, recensione di Lorenzo Spurio

Silvana Stemiz, Ti porterò con me / Te llevaré conmigo, Intermedia, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

 Siamo attimi contorti

che s’intrecciano

in un unico sospiro. (84)

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Silvana Stremiz

Il percorso poetico di Silvana Stremiz, poetessa di origini friulane nata in Canada, è ormai consolidato da anni di pubblicazioni, partecipazioni a concorsi con lodevoli riconoscimenti nonché dalla organizzazione di iniziative antologiche con fini umanitari, tra cui un volume di poesie che raccoglie ben trentasette autori pubblicato nel 2012 e curato assieme a Barbara Brussa, volto a sostenere i terremotati del sisma dell’Emilia Romagna. Ha esordito nel 2007 con il volume La vita con i miei occhi (Aletti) e da lì l’itinerario della poetessa si è fatto capillare tanto da divenire instancabile, cesellato da una buona risma di commenti critici, interpretazioni ai suoi testi e conferimenti di premi per le sue innate doti creative. Il volume più recente, a circa dieci anni di distanza dal suo esordio come poetessa sulla carta stampata, s’intitola Ti porterò con me e contiene un cospicuo numero di liriche d’amore proposte in doppia lingua: in italiano e, a fronte, in spagnolo. Le traduzioni di Te llevaré conmigo, questo il titolo del libro in castigliano, sono state curate da validi esponenti della scena contemporanea tra cui Marisa Zedda, Monica Sturza, Raquel Ferrer Capella e la stimata poetessa naturalizzata madrilena Elisabetta Bagli, autrice dei volumi poetici Dietro lo sguardo (2013) e Voce (2015).

Nelle note critiche di apertura al volume, firmate da Matteo Tuveri e Isabella Gambini, responsabile di Intermedia Edizioni, casa editrice umbra che ha dato pubblicazione al libro della Stremiz, alcune parole chiave richiamano l’attenzione del lettore e veicolano già una data lettura nonché l’incamminamento ermeneutico del testo.

downloadCi troviamo dinanzi a poesie d’amore, pregne di sensualità e dove l’istintualità, ovvero il gesto spicciolo, autentico e non premeditato, domina sull’azione degli amanti. Le poesie si mostrano nella forma di attestazioni esplicite d’amore, invito ad abbattere le distanze e ad annullare i tempi, dichiarazioni di vivido trasporto, nonché esternazioni di sogni, incursioni nell’inconscio e addirittura nel proibito. La poetessa si svela verso dopo verso mettendosi in mostra come una donna profonda e romantica, che ha eretto l’Amore come legge morale, l’unica possibile al cuore.

Isabella Gambini pone, giustamente, l’attenzione su quegli “amori imperfetti” frequentemente richiamati dalla Stremiz in varie liriche ad intendere un amore totalizzante e radicato, viscerale e incommensurabile che si staglia al di là di problematiche, possibili differenze nonché evidenza di difetti, tanto da richiamare alcune immagini distinte e arcinote dei Sonetti shakesperiani.

L’amore, da concreto e carnale com’è in alcune liriche, viene allora a sublimarsi per diventare aereoso, metafisico, impalpabile in maniera concreta ma a suo modo universale e onnipresente. Si tratta di un sentimento che la Stremiz descrive con dolcezza e prestanza di linguaggio, a trasmettere con vivacità ed energia un vibrato sensuale che, pur discostandosi volutamente dall’erotico, ha comunque una buona componente di spasmo d’unione, aneliti di dominazione e spiriti d’offrirsi che fanno della sua poesia un atto di libertà e coscienza.

La partecipazione all’atto d’amore, ora sussurrato, ora esplicitato, si fa talvolta altisonante al punto da richiedere il ricorso a un linguaggio più concreto e di forma anti-lirica ad accentuare il desiderio d’unione e la necessità di completezza.

L’amore non è solo motivo originante delle poesie qui contenuto ma anche oggetto e finalità, a descrivere un tracciato sinusoidale di ampio chilometraggio dove anche la dimensione ludica di questo sentimento viene presa in considerazione.  

In questo canzoniere d’amore a unica voce, dove abbiamo, cioè, attestazione dell’amore da una delle due parti della coppia, il lettore potrà percepire un velato senso di estraneità dinanzi alla confessione di un universo talmente intimo. Questo non cozza con la volontà della donna che ha fatto dell’arte, del linguaggio poetico, la sua compagna più fedele ed efficace per dichiarare l’amore, lodare l’amato, riconoscere sé stessa in un amore che dà linfa ai giorni e fa raccogliere le stelle.  Un canto che, se può sembrare monocorde e a tratti possibile solo platonicamente, è in grado di tessere un inno alla vita, cogliendo i raggi più luminosi di un cuore raggiante che emana gioia e acuisce il desiderio dell’altro, a testimonianza di un amore che si vive e si crea in quell’alternanza e connubio irrazionale d’intenti taciuti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

Lucia Bonanni sul secondo e quarto omaggio a F.G. Lorca di Emanuele Marcuccio

I due componimenti, come specifica Marcuccio nella silloge «Visione», “fanno parte di un ciclo di quattro omaggi al grande poeta Federico García Lorca, scaturiti dopo la lettura di un’antologia delle sue poesie in traduzione italiana e in cui h[a] cercato di rivisitare il suo stile1.

Ali di vaporoso verde,

pettini concentrici

si schiantano nel mare

in rigurgito azzurro.2

La lirica del secondo omaggio, già pubblicata in «Per una strada», presenta versi sintetici ed essenziali per definire visioni fugaci che traguardano il reale e si raggrumano in una poiesi intrisa di naturalezza e originalità espressiva. La lettura rapisce per l’ariosa disposizione dei lemmi come a voler eludere descrizioni e racconti ed evocare immagini mediante forme allusive, analogie e simbolismi. Il mare con le sue voci, i suoi colori, i suoi ambienti e le sue creature è elemento ricorrente nella poesia marcucciana, un archetipo in cui il poeta specchia se stesso per ritrovare esigenza di scrittura insieme alla dimensione di un colloquio interiore mai dimenticato.

«Azzurro! Azzurro! Azzurro!/ ci inganna, poderosa/ la potente luce del sole»3.

Nella poetica lorchiana come nel teatro il cromatismo assume una funzione fondamentale per enunciare e descrivere l’inestricabile groviglio di sensazioni di vissuti e accadimenti; ne sono esempio il verde della bandiera cucita da Mariana Pineda e quello del vestito di Adela, il giallo e il bianco della casa in «Nozze di sangue», il nero della notte e quello dell’abito della sposa.

Con le sinestesie “vaporoso verde” e “rigurgito azzurro”, affiancate alla originalità della metafora “pettini concentrici” il Nostro descrive forse il volo dei gabbiani che in modo repentino si tuffano in mare “ad acciuffare il cibo4 e ne riemergono come rigurgitati da una bocca invisibile. Il verde e l’azzurro simboleggiano la libertà e la meditazione; così quelle ali sembrano librarsi nel tulle vaporoso del cielo mentre le penne remiganti facilitano il volo ed i ripetuti tuffi nell’acqua.

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Federico Garcia Lorca

«[I]l tormento delle anime/ è azzurro e la ragione/ si oscura dinanzi allo spazio e alle stelle»5. Anche il Nostro alla maniera del poeta Andaluso trae linfa vitale dal contatto con la Creazione e sa conciliare i drammi interiori con i dissidi della mente che si flette dinanzi al trionfo del bello in cui sono le stelle a segnare il confine con la malinconia. Il verbo “schiantare”, “stiantare” nella parlata popolare toscana, è usato con significato lessicale di “rompere con violenza, staccare, cogliere, provocare forte dolore, morire dalla fatica e dalle risa”. Nella descrizione marcucciana i gabbiani si tuffano in mare con schianto secco e fragoroso e di riffa rompono l’azzurro liquido e in modo altrettanto impetuoso fuoriescono dai mulinelli spumeggianti. Al pari di Cardarelli anche il Nostro non sa “dove i gabbiani abbiano il nido/ ove trovino pace6 e nella rifrazione del vivere come gli stessi gabbiani si ritrova “in perpetuo volo [prendendo atto che talvolta] il destino è vivere/ balenando in burrasca7.

Per Dante, Petrarca ed anche per Leopardi “ragionare” equivale a “poetare” e non per niente il Nostro ragiona per dare voce al proprio animo e fare poesia, proponendo al lettore un linguaggio nobile e innovativo. Secondo Mario Luzi “[ermetismo] è una parola convenzionale, di comodo, che non risponde a nulla. Il problema è un altro; è riconoscere la poesia come momento discriminante nella vita dei singoli, della cultura e dell’umanità8. Quindi quella di Marcuccio non può essere definita poesia criptica, ambigua e misteriosa; in essa si ritrovano frammenti di verità e scelte ben precise che si connotano nella rivelazione poetica anche in merito ad aspetti umani e culturali.

 A strapiombo sul mare

si staglia l’ombra

d’un’alga rinsecchita,

l’ombra d’un orizzonte

chimerico.9

La fonte dell’infinito/ è l’ombra10, ombra che è assenza di luce, zona non esposta ai raggi solari, figura proiettata su una superficie da un corpo, effetti di chiaroscuro, zona scura su un qualcosa di trasparente. E l’ombra che nei versi del Nostro “[a] strapiombo sul mare/ si staglia [è quella]/ d’un’alga rinsecchita”, una pianta acquatica marina non più fulgente, ma appassita e di aspetto misero e rugoso. Ma anche “l’ombra d’un orizzonte /chimerico11, una linea apparente dove il cielo sembra toccare il mare. Tale limite immaginario a causa della foschia che riduce la visibilità, è chimerico, fantastico, illusorio, utopistico, un’ombra appena intravista, un sogno che mai si avvera.

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Il poeta Emanuele Marcuccio autore dei due omaggi lorchiani analizzati in questo saggio.

Se nel secondo omaggio i campi semantici sono costruiti intorno alle parole “si schiantano” e “rigurgito”, in “Distanza: quarto omaggio a García Lorca” si imperniano sulle accezioni di “strapiombo” e “chimerico”. Per definizione linguistica lo strapiombo è costituito da una conformazione verticale che alla sommità presenta una sporgenza verso l’esterno mentre l’aggettivo “chimerico” implica l’idea del mostro mitologico il cui corpo risulta assembramento bizzarro di parti anatomiche di altri animali. Inoltre alla fisionomia delle ali libere che volano libere, qui intese anche nel traslato di speranza, si oppone quella di un’alga ormai priva di vita a mutuare la metafora di desideri che non trovano accoglimento e per inerzia si trasformano in foschia per cui l’orizzonte sperato appare sempre più distante. I lemmi “si schiantano” e “strapiombo” combaciano perfettamente in un assioma geometrico di verticalità, assimilato sia al volo naturale che a quello meccanico. Anche “ali” e “si staglia” combaciano nel loro sillogismo interpretativo; le ali offrono senso di leggerezza e permettono il fluttuare nell’aria come accade ai pensieri assiepati nella mente. È il sintagma “si staglia” a mediare il senso di un qualcosa di nitido, inconfondibile e ben definito, dovuto al fascio di luce che investe e si frange dietro al soggetto ad esplicitare la nebulosità di voleri negati. Ed è in tutto questo che trova campo la parte intimista in cui l’autore mette su carta il proprio sentire. In matematica la distanza tra due punti è data dalla parte di retta che li unisce oppure dallo spazio da un luogo e un altro, due oggetti, ovvero la lontananza anche affettiva tra due persone per differenza e carattere. “La tua assenza che tumultuava,/ nel vuoto che hai lasciato,/ come una stella12, scrive Cardarelli nella lirica “Attesa” per definire la distanza emozionale, creata da un incontro mancato.

Ritornando a Federico García Lorca (1898 – 1936), artista immenso in umanità e produzione letteraria”, come ricorda Jorge Guillèn (1893 – 1984), “fu una creatura straordinaria [che] metteva in contatto con la Creazione” e Vicente Aleixandre (1898 – 1984) afferma che lo si poteva “paragonare ad un’acqua o una roccia [e] la sua presenza suggeriva sempre associazioni con elementi naturali”. I componimenti del Nostro a lui dedicati, sono caratterizzati da elementi naturali e da istanze affettive mediante l’uso di stilemi simbolici che si fanno organismo e colloquio nel momento in cui le immagini della fantasia vengono trasfigurate nelle finezze poetiche. Originali e incisive le rappresentazioni del poeta andaluso che Marcuccio realizza con le immagini dell’acqua e della roccia, il volo dei gabbiani e l’orizzonte chimerico anche in ordine a quella che viene definita poetica del duende.

Boscaiolo,

tagliami l’ombra.

Liberami dalla pena

di vedermi senza pompelmi.13

L’ombra descritta da Federico nella lirica “Canzone dell’arancio secco”, è quella prodotta da un albero ormai seccato nella linfa vitale e quindi incapace di poter dare tenere fioriture e frutti aranciati. Il richiamo ad elementi naturali quali l’alga e l’albero ormai sterili, più che ad una sterilità fisiologica, fanno pensare a quella omologazione delle idee in ambito socio-culturale che tende a far scomparire tracce di umanità e lascia che prenda piede l’ombra di un proclama mirante a soffocare aneliti di libertà e di uguaglianza. Nei due omaggi, in colloquio intimo e appassionato, l’autore incontra la scrittura lorchiana e rammenta che in un giorno assolato d’estate al bivio di Alfacar la luce si è macchiata di ombre mentre nei campi andalusi ancora grondante di freschezza è lo scrosciare della presenza del poeta.

Composizioni lodevoli e sincere, partecipate e avvincenti quelle scritte da Marcuccio in un rondò di evocazione panica e rimembranze emotive.

LUCIA BONANNI 

 

San Piero a Sieve (FI), 6 novembre 2016

 

 

Note:

[1] Emanale Marcuccio, Visone, in I grilli del Parnaso. Alterne Stratificazioni, PoetiKanten, 2016, nota n. 13, p. 81.

2 E. Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 75.

3 Federico García Lorca, Poesie, a cura di Claudio Rendina, Newton Compton, 2007, p. 441.

4 Vincenzo Cardarelli, Opere, Mondadori, 1981, p. 60.

5 F.G. Lorca, Op. cit., p. 443.

6 V. Cardarelli, Op. cit., p. 60.

7 Ibidem.

8 Michele Miano, Una testimonianza su Mario Luzi, cit. in Mario Luzi: l’uomo e il poeta, PoetiKanten, 2015, p. 15.

9 E. Marcuccio, Op. cit., p. 91.

10 F.G. Lorca, Op. cit., p. 441.

11 E. Marcuccio, Op. cit., p. 91.

12 V. Cardarelli, Op. cit., p. 53.

13 F.G. Lorca, Op. cit., p. 173.

Luciano Domenighini su “Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio

Tra gli aranci e la menta.
Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca  di Lorenzo Spurio
Commento critico di Luciano Domenighini
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                              Il volume

Undici titoli (di cui uno,”Nella magnolia”, anche tradotto in spagnolo da Elisabetta Bagli) a raccontare la vita e la morte di Garcia Lorca, via crucis, elegia, epitaffio, epicedio.

In una lingua lussureggiante, naturalistica, piena di colore e di luce, e insieme erudita, disseminata di ricercatezze lessicali e di inedite soluzioni retoriche ad estendere ed arricchire l’ambito simbolico, Spurio dipinge questo polittico multicolore, intesse i ricami
di questa porpora riprendendo e citando  lo stesso Lorca, a celebrare il poeta, l’uomo, il martire civile.
Il risultato letterario è ragguardevole, sia per i pregi sopra menzionati, sia per la capacità di coniugare e fondere il proprio modus poetico, manifestamente espressionista, con i riverberi del tragico e spregiudicato lirismo proprio della poesia del genio granadino.
Lorca è immenso, incalcolabile. Fantasioso e ridondante, è una macchina inesauribile di invenzioni verbali, nel suo simbolismo ostinato, nel suo surrealismo acrobatico eppure fortemente naturalistico, nel suo inesausto vitalismo, acquatico e terrestre, astrale e floreale, tragico e festoso.
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Lorenzo Spurio

Spurio con la sua lingua poetica aspra e perentoria ma altrettanto incline all’ideazione simbolica, in qualche modo ne echeggia le valenze più crude, ne riproduce i connotati più scabrosi.

I versi impiegati sono di varia lunghezza, con predilezione per l’alessandrino, ma non è la cadenza a intrigare il poeta marchigiano quanto piuttosto la consequenzialità della trama sintattica, il fascino della raffinatezza verbale quando non il gusto per il neologismo, il varo del tropo inedito, elaborato, spiazzante.
Di taglio accademico e come rivendicando un’anima aristocratica, questo linguaggio poetico ha qualcosa di orfico, di iniziatico, non solo per la citata ricercatezza verbale ma anche e soprattutto pere la sua natura bifronte, ossimorica e, di conseguenza, sibillina, tutta giocata sui contrasti e sugli imprevisti accostamenti.
In definitiva la breve raccolta di “Tra gli aranci e la menta”, omaggio e tributo a Garcia Lorca,  rappresenta di fatto un’originale riproposta letteraria,  una rilettura alquanto stimolante della poetica del grande poeta andaluso.
Luciano Domenighini
luglio 2016.

“Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio, recensione di Francesca Luzzio

Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca di Lorenzo Spurio

con note critiche di Nazario Pardini, Velentina Meloni, Corrado Calabrò, Lucia Bonanni, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

COVER GARCIA_3_NEW-page-001Tra gli aranci e la menta è una plaquette composta di dodici liriche, create da Lorenzo  Spurio  per ricordare il grande Federico García Lorca.  

In apparenza, come si legge nel sottotitolo, è un recitativo dell’assenza,  ma di fatto, è un recitativo dell’immortalità  poiché  il poeta è eterno, è sempre presente, anche quando il corpo si scioglie in cenere o, ancora peggio, non si sa, come nel caso di Federico, dove i resti mortali siano stati sepolti.  La voce di García Lorca è sempre viva, canta sempre con i suoi versi e anche le sue ceneri,  in fondo, diventati linfa vitale della natura, non smetteranno mai di esistere: “io pronuncio la grammatica silvestre” (in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54).

Lorenzo Spurio è consapevole di quanto suddetto, pertanto  il suo “recitativo dell’assenza” suona piuttosto come denuncia della triste sorte che spesso ancora oggi tocca ai sostenitori ed ai combattenti per la libertà. Così con il suo canto-denuncia Lorenzo consacra ulteriormente la presenza e l’eternità del grande poeta, soldato della libertà e condanna ogni forma di autoritarismo, limitante l’essenza libera dell’io. 

La funzione eternatrice della poesia è una verità ormai assiomatica della tradizione letteraria  e Spurio la esemplifica e  nello stesso tempo la soggettivizza attraverso García Lorca, con il quale vive una profonda consonanza esistenziale ed etico-morale che lo induce a rivivere in sé emozioni, stati d’animo e idee che furono del grande poeta spagnolo.  

È una immersione totale che lo porta  a riproporre anche le modalità linguistico-espressive di García Lorca, realizzando quella sintesi tra popolare e colta che è tipica della cosiddetta Generazione del  ‘27 a cui apparteneva anche il grande poeta andaluso. Così il suo avanguardismo surrealista è nello stesso tempo ancorato alle tradizioni popolari dell’Andalusia  che gli  offre immagini, atmosfere e contrasti cromatici.           

I versi di Lorenzo ripropongono quest’interazione culturale e la natura e i suoi elementi si umanizzano: “Le piante quel giorno hanno smesso di parlare:/ gli acuminati rami superbi imposero il silenzio” (in “Nella roccia vescovile”, pag. 23) e l’io diventa natura: “non ho imparentato  le mie cellule con la polvere/ ma con fremiti verdi, ansiti amari e lucori silvani”( in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54), per cui in questo metamorfismo panico è inutile cercare la sua tomba: egli vive  in ogni elemento,egli è vivo, è natura, è soprattutto “poesia”.

Francesca Luzzio 

Palermo, 10-06-2016