XIV Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” – ecco il bando di partecipazione. Scadenza al 31/05/2026

XIV PREMIO NAZIONALE DI POESIA “L’ARTE IN VERSI”

Ideato, fondato e presieduto da Lorenzo Spurio

BANDO DI PARTECIPAZIONE

Articolo 1

Il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato, fondato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi (AN) è giunto alla sua quattordicesima edizione.

Il Premio è patrocinato moralmente dalla Regione Marche, dall’Assemblea Legislativa della Regione Marche, dalla Provincia di Ancona, dai Comuni di Jesi e Senigallia, dall’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino e dal Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari.

Articolo 2

Il Premio è articolato in sei macrosezioni al cui interno vi sono sottosezioni specifiche alle quali è possibile partecipare. Ciascuna macro-sezione è dedicata al ricordo di insigni poeti ed esponenti della cultura italiana contemporanea, alcuni dei quali già premiati – con premi speciali o d’altro tipo – in seno a questo premio letterario.

L’autore può prendere parte a una o più sottosezioni del Premio, anche afferenti a diverse macro-sezioni.

Articolo 3

L’organizzazione delle varie macro-sezioni e delle relative sotto-sezioni di cui all’art. 2 è così strutturata:

MACROSEZIONE A – “POESIA A TEMA LIBERO”

Dedicata al ricordo di Giusi Verbaro Cipollina (1938-2015)

A1 – Poesia singola [opere inedite]

A2 – Silloge di poesia [opere inedite]

A3 – Libro edito di poesia [opera edita]

A4 – Prosa poetica [opere inedite]

MACROSEZIONE B – “POESIA A TEMA”

Dedicata al ricordo di Amerigo Iannacone (1950-2017)

B1 – Poesia naturalistica [opere inedite]

B2 – Poesia d’amore [opere inedite]

B3 – Poesia religiosa [opere inedite]

B4 – Poesia civile [opere inedite]

MACROSEZIONE C – “LINGUA E POESIA”

Dedicata al ricordo di Alfredo Bartolomei Cartocci (1945-2022)

C1 – Poesia in dialetto [opere inedite]

C2 – Poesia in lingua straniera [opere inedite]

MACROSEZIONE D – “ARTE E POESIA”

Dedicata al ricordo di Aldo Piromalli (1946-2024)

D1 – Poesia visiva [opere inedite]

D2 – Foto poesia [opere inedite]

D3 – Video poesia [opere edite e inedite]

MACROSEZIONE E – “POESIA DI ORIGINE GIAPPONESE IN LINGUA ITALIANA”

Dedicata al ricordo di Pietro Tartamella (1948-2022)

E1 – Haiku [opere inedite]

E2 – Haibun [opere inedite]

E3 – Haiga [opere inedite]

MACROSEZIONE F – “POESIA E CRITICA LETTERARIA”

Dedicata al ricordo di Lucia Bonanni (1951-2024)

F1 – Recensione [opere edite e inedite]

F2 – Prefazione / postfazione [opere edite]

F3 – Saggio letterario [opere edite e inedite]

F4 – Libro edito di saggistica [opera edita]

Articolo 4

I minorenni partecipano a titolo gratuito. Per loro si richiede l’autorizzazione (scheda di partecipazione) compilata da almeno uno dei due genitori o da chi ne fa le veci e ne detiene la responsabilità genitoriale.

Articolo 5

Le modalità di partecipazione per ciascuna sottosezione ovvero la tipologia, il numero, la lunghezza dei testi, etc. sono specificate, per ciascuna sottosezione, nelle note a continuazione.

MACROSEZIONE A “POESIA A TEMA LIBERO”

Sezione A1 – Poesia singola: massimo nr. 3 opere in lingua italiana a tema libero inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo.

Sezione A2 – Silloge di poesia: massimo nr. 1 silloge composta da un numero di poesie in italiano a tema libero comprese tra 20 e 30 inedite e di dati personali. La silloge dovrà essere dotata di titolo e dovrà comparire in un unico file Word.

Sezione A3 – Libro edito di poesia: massimo nr. 1 opera edita di poesia in lingua italiana a tema libero pubblicata in un periodo non precedente al 2019 da una casa editrice o un self-publishing e dotata di codice identificativo ISBN. L’opera va inviata in due file: l’interno del libro in formato PDF e la copertina (stesa o frontale) in formato PDF o immagine (JPG) e NON dovrà essere inviata in cartaceo.

Sezione A4 – Prosa poetica: massimo nr. 3 opere in lingua italiana a tema libero inedite e prive di dati personali. Si rappresenta che l’opera dovrà configurarsi come un testo in prosa (no versi) di lunghezza non superiore a 1.800 battute spazi inclusi nella quale l’elemento narrativo rappresenti un aspetto marginale e secondario a beneficio degli elementi più marcatamente riflessivi e descrittivi che possano far risaltare gli aspetti emozionali e sensoriali, dando sfogo alla propria interiorità prediligendo composizioni costruite su un piano lirico di chiaro impatto. Non saranno conformi a tale sezione racconti canonicamente intesi, fondati prevalentemente sulla costruzione del personaggio (fiction) o la narrazione di episodi (storytelling).

MACROSEZIONE B – “POESIA A TEMA”

Sezione B1 – Poesia naturalistica: massimo nr. 3 opere in lingua italiana a tema “la natura” (liberamente intesa) inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo.

Sezione B2 – Poesiad’amore: massimo nr. 3 opere in lingua italiana a tema “l’amore” (liberamente intesa) inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo.

Sezione B3 – Poesia religiosa: massimo nr. 3 opere in lingua italiana a tema religioso (liberamente inteso) inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo.

Sezione B4 – Poesia civile: massimo nr. 3 opere in lingua italiana a tema civile (liberamente inteso) inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo.

MACROSEZIONE C – “LINGUA E POESIA”

Sezione C1 – Poesia in dialetto: massimo nr. 3 opere in dialetto (specificare il tipo di dialetto e la zona geografica dove viene parlato) inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo. È requisito fondamentale allegare, in altrettanti file Word singoli ciascuno per ogni opera, la traduzione in italiano di ciascuna poesia in dialetto presentata.

Sezione C2 – Poesia in lingua straniera: massimo nr. 3 opere in lingua straniera (specificare la lingua) inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo. È requisito fondamentale allegare, in altrettanti file Word singoli ciascuno per ogni opera, la traduzione in italiano di ciascuna poesia in lingua straniera presentata.

MACROSEZIONE D – “ARTE E POESIA”

Sezione D1 – Poesia visiva: massimo nr. 3 opere in italiano inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo. Si rappresenta che, sulla scia dei noti “Calligrammi” di Apollinaire, l’opera dovrà avere una disposizione particolare sul fondo bianco, con particolare attenzione all’aspetto estetico atto a rivelare forme, immagini, possibili simboli, in una combinazione di linguaggi tra poesia e grafia, contenuto e gesto.

Sezione D2 – Foto poesia: massimo nr. 3 opere in italiano inedite e prive di dati personali. Ciascuna opera non dovrà superare la lunghezza di 30 versi senza conteggiare il titolo ed eventuali dediche e dovrà comparire su un file Word singolo. La poesia deve essere abbinata a una foto di propria produzione (affiancata, sovrapposta, in filigrana, o altra posizione): è fondamentale che vi siano i due elementi: testuale e fotografico e che vi sia una correlazione o un contrasto volti al messaggio da comunicare e a difendere l’intenzione espressiva dell’autore.

Sezione D3 – Video poesia:massimo nr. 1 opera in italiano a tema libero edita o inedita della lunghezza massima di 4 minuti. L’opera dovrà essere inviata con una di queste due modalità: 1) inviare il link (URL) di YouTube dove figura il video; 2) allegare l’opera nei soli formati AVI, MP4, WMV mediante WeTransfer. Nel caso della modalità di invio nr. 1 si rappresenta che il link non dovrà essere modificato né rimosso per tutta la durata di svolgimento del Premio, pena la squalifica.

MACROSEZIONE E – “POESIA DI ORIGINE GIAPPONESE IN LINGUA ITALIANA”

Sezione E1 – Haiku: massimo nr. 3 opere in lingua italiana inedite a tema libero, prive di dati personali, con la canonica struttura di tre versi di 5/7/5 sillabe. Il computo sillabico che può essere adottato è o il conteggio ortografico o quello metrico. I componimenti devono essere provvisti del termine stagionale (kigo) o del tema stagionale (kidai). Ciascuna opera dovrà comparire su un file Word singolo.

Sezione E2 – Haibun: massimo nr. 3 opere in lingua italiana inedite, prive di dati personali, redatte o nella forma classica (kiko haibun), ovvero sotto forma di diario di viaggio, o nella forma del bozzetto, in grado di presentare in modo succinto luoghi, ambientazioni o persone familiari. La lunghezza massima di ciascun componimento non dovrà eccedere le 3.600 battute spazi inclusi. Ciascuna opera dovrà comparire su un file Word singolo.

Sezione E3 – Haiga: massimo nr. 3 opere in lingua italiana inedite a tema libero, prive di dati personali, in cui sia previsto l’accostamento di uno haiku a un’immagine, sia essa un dipinto, un disegno o una foto. Lo haiku dovrà rispettare la canonica struttura di tre versi di 5/7/5 sillabe. Nello haiga non deve esserci un’eccessiva ridondanza tra l’immagine scelta e lo haiku, piuttosto le due espressioni devono creare un insieme integrato in modo che l’una sarebbe incompleta senza l’altra e viceversa. Ciascuna opera dovrà comparire su un file Word singolo.

MACROSEZIONE F – “POESIA E CRITICA LETTERARIA”

Sezione F1 – Recensione: massimo nr. 2 opere in lingua italiana a tema libero, edite o inedite e prive di dati personali, ciascuna della lunghezza massima di 5.400 battute spazi inclusi. Si potrà inviare unicamente recensioni a libri di poesia (di autori locali, nazionali o stranieri; classici, contemporanei o esordienti) e all’inizio dell’opera debbono necessariamente essere indicati in maniera precisa e completa i dati del libro (titolo, nome e cognome autore, editore, anno di pubblicazione). Ciascuna opera va inserita in un file WORD singolo.

Sezione F2 – Prefazione / Postfazione: massimo nr. 2 opere in lingua italiana a tema libero edite (perché pubblicate nel volume di poesia) ciascuna della lunghezza massima di 5.400 battute spazi inclusi. Si potrà inviare unicamente prefazioni e postfazioni a libri di poesia (di autori locali, nazionali o stranieri; classici, contemporanei o esordienti) e all’inizio dell’opera debbono necessariamente essere indicati in maniera precisa e completa i dati del libro (titolo, nome e cognome dell’autore, editore, anno di pubblicazione) e dell’autore che ha stilato la prefazione/postfazione. Ciascuna opera va inserita in un file WORD singolo.

Sezione F3 – Saggio letterario: massimo nr. 2 opere in lingua italiana a tema libero inedite e prive di dati personali, ciascuna della lunghezza massima di 9.000 battute spazi inclusi. Si potrà inviare un saggio di critica letteraria su autori e opere della poesia locale, nazionale e internazionale, di autori classici, contemporanei o esordienti. Ciascuna opera va inserita in un file WORD singolo.

Sezione F4 – Libro edito di saggistica: massimo nr. 1 opera in lingua italiana vertente su autori e opere della poesia locale, nazionale, internazionale, di autori classici, contemporanei o esordienti. L’opera dovrà essere stata pubblicata in un periodo non precedente al 2019 da una casa editrice o un self-publishing e dotata di codice identificativo ISBN. L’opera va inviata in due file: l’interno del libro in formato PDF e la copertina (stesa o frontale) in formato PDF o immagine (JPG) e NON dovrà essere inviata in cartaceo.

Articolo 6

È fatto divieto di partecipare, pena l’esclusione, ai soci fondatori, ai soci onorari, ai Consiglieri (in carica o passati) dell’Associazione Culturale Euterpe APS e ai Presidenti di Giuria attivi o passati del presente premio.

Saranno, altresì, escluse tutte le opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici, partitici e politici.

Articolo 7

Per prendere parte al Premio è richiesto un contributo di € 20,00 (VENTI//00) che è comprensivo della quota sociale annualità 2026 a Euterpe Aps di Jesi (AN) e del contributo di adesione per la prima sottosezione alla quale si partecipa. Per ogni sottosezione aggiuntiva alla quale si decide di aderire andrà corrisposto un ulteriore contributo pari a € 5,00 (CINQUE//00). È possibile partecipare a più sottosezioni corrispondendo il relativo contributo in un unico pagamento.

L’inoltro del contributo potrà avvenire mediante:

Bollettino postale – CC n°1032645697

Intestazione: Euterpe APS

Causale: Quota sociale e contributo XIV Premio “L’arte in versi” – nome e cognome del partecipante (se diverso dall’ordinante del pagamento)

Bonifico – IBAN: IT31H0760102600001032645697

BIC / SWIFT: BPPIITRRXXX (per bonifici dall’estero)

Intestazione: Euterpe APS

Causale: Quota sociale e contributo XIV Premio “L’arte in versi” – nome e cognome del partecipante (se diverso dall’ordinante del pagamento)

Articolo 8

I materiali per partecipare al Premio sono:

  • la scheda di partecipazione adeguatamente compilata in ogni parte e sottoscritta in originale;
  • la copia del pagamento effettuato;
  • i file delle opere in linea con i requisiti indicati in tabella.

Essi dovranno pervenire unicamente a mezzo mail all’indirizzo di posta elettronica premiodipoesialarteinversi@gmail.com entro il 31 maggio 2026, indicando quale oggetto della comunicazione “Partecipazione al XIV Premio di Poesia L’arte in versi”.

Articolo 9

Le commissioni di Giuria, diversificate per le varie sottosezioni, sono presiedute da Michela Zanarella e sono costituite da poeti, scrittori, critici, giornalisti e promotori culturali a livello nazionale: Stefano Baldinu, Cristina Banella, Fabia Binci, don Luca Buzziol, Valtero Curzi, Mario De Rosa, Graziella Enna, Zairo Ferrante, Filomena Gagliardi, Rosa Elisa Giangoia, Fabio Grimaldi, Giuseppe Guidolin, Francesca Innocenzi, Antonio Maddamma, Simone Magli, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Antonio Sacco, Rita Stanzione e Laura Vargiu.

Articolo 10

Per ciascuna sottosezione saranno assegnati premi da podio (1°, 2° e 3° premio) rappresentati da targa personalizzata, diploma e motivazione della Giuria e alcune menzioni d’onore rappresentate da medaglia e diploma.

Verranno altresì assegnati alcuni Premi Speciali: il Premio del Presidente di Giuria, il Premio della Critica, il “Trofeo Euterpe”, il Premio “Picus Poeticum” (assegnato alla migliore opera di un autore marchigiano) e il Premio “Donne e Poesia” (donato dal Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari presieduto dalla poetessa e scrittrice prof.ssa Anna Santoliquido).

Il poeta/la poetessa a cui verrà attribuito il Premio Speciale “Alla Carriera” verrà invitato nel corso del 2027 a presentare la sua opera in un evento dedicato organizzato dal Movimento Internazionale “Donne e Poesia” che si terrà a Bari o provincia e del quale si forniranno maggiori informazioni in seguito.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi numericamente congrua o qualitativamente significativa per una sottosezione, la Giuria, a sua unica discrezione, si riserva di stabilire un’unica graduatoria per macrosezione o di non attribuire determinati premi.

Tutte le opere premiate verranno pubblicate nell’antologia del Premio, volume disponibile gratuitamente il giorno della premiazione.

Fuori concorso verranno assegnati i Premi Speciali “Alla Memoria”, “Alla Cultura” e “Alla Carriera” a insigni poeti del nostro Paese, su unica proposta del Presidente del Premio. Non si accetteranno candidature in tal senso.

Articolo 11

Per gli obblighi di pubblicità e trasparenza il presente bando di partecipazione, così come il verbale di Giuria, vengono pubblicati e diffusi su questi spazi online:

Sito del Premio – www.premiodipoesialarteinversi.blogspot.com

Sito dell’Associazione Culturale Euterpe APS – www.associazioneeuterpe.com

Blog Letteratura e Cultura – www.blogletteratura.com

Pro Letteratura e Cultura – www.proletteraturacultura.com

Concorsiletterari.it – www.concorsiletterari.it

Concorsiletterari.net – www.concorsiletterari.net

e sulle relative pagine Social ad essi collegate.

Qualsivoglia richiesta inerente al Premio dovrà essere presentata unicamente in forma scritta adoperando la mail premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Articolo 12

La cerimonia di premiazione si terrà nelle Marche in un fine settimana di novembre 2026.

I vincitori e i premiati a vario titolo sono tenuti a presenziare alla cerimonia per ritirare il premio. Qualora non possano intervenire hanno facoltà d’inviare un delegato. Non sarà possibile delegare membri della Giuria e familiari diretti degli stessi. Un delegato non potrà avere più di due deleghe da altrettanti autori vincitori assenti. Non verranno considerate le deleghe annunciate in via informale ma unicamente a mezzo mail.

I premi non ritirati personalmente né per delega potranno essere spediti a domicilio (sul solo territorio nazionale) mediante Corriere Fedex, previo pagamento delle relative spese di spedizione a carico dell’interessato. In nessuna maniera si spedirà in contrassegno.

Alla scadenza naturale dei termini entro i quali l’Associazione si è impegnata a inviare i premi, qualora questi non siano stati richiesti, gli stessi entreranno nelle disponibilità dell’ente organizzatore che potrà disporne come meglio crede nel corso della sua attività.

Articolo 13

Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte della Segreteria del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” che li utilizzerà per i fini inerenti al concorso in oggetto e per iniziative culturali e letterarie analoghe organizzate dall’Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi.

Dott. Lorenzo Spurio – Ideatore e Presidente del Premio

Dott.ssa Michela Zanarella – Presidente di Giuria

Dott. Stefano Vignaroli – Presidente Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi

Prof.ssa Anna Santoliquido – Presidente Movimento “Donne e Poesia” di Bari


Info: premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Sito internet: https://premiodipoesialarteinversi.blogspot.com/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/arteinversi


Scheda di partecipazione

XIV PREMIO NAZIONALE DI POESIA “L’ARTE IN VERSI” Edizione 2026

Nome/Cognome _________________________________________________________________

Nato/a a ____________________________________________ il__________________________

Residente in via _________________________________________________________________

Città _____________________________ Cap ___________________Provincia______________

Tel. ______________________________________ E-mail _______________________________

Partecipo alla/e macrosezione/i – sottosezione/i:

MACROSEZIONE A – “POESIA A TEMA LIBERO”

□ A1 – POESIA SINGOLA _________________________________________________________

□ A2 – SILLOGE DI POESIA ________________________________________________________

□ A3 – LIBRO EDITO DI POESIA ____________________________________________________

□ A4 – PROSA POETICA __________________________________________________________

MACROSEZIONE B – “POESIA A TEMA”

□ B1 – POESIA NATURALISTICA ___________________________________________________

□ B2 – POESIA D’AMORE _________________________________________________________

□ B3 – POESIA RELIGIOSA ________________________________________________________

□ B4 – POESIA CIVILE ____________________________________________________________

MACROSEZIONE C – “LINGUA E POESIA”

□ C1 – POESIA IN DIALETTO ______________________________________________________

□ C2 – POESIA IN LINGUA STRANIERA ______________________________________________

MACROSEZIONE D – “ARTE E POESIA”

□ D1 – POESIA VISIVA ____________________________________________________________

□ D2 – FOTOPOESIA _____________________________________________________________

□ D3 – VIDEOPOESIA ____________________________________________________________

MACROSEZIONE E – “POESIA DI ORIGINE GIAPPONESE IN LINGUA ITALIANA”

□ E1 – HAIKU

□ E2 – HAIBUN

□ E3 – HAIGA

MACROSEZIONE F – “POESIA E CRITICA LETTERARIA”

□ F1 – RECENSIONE _____________________________________________________________

□ F2 – PREFAZIONE / POSTFAZIONE _______________________________________________

□ F3 – SAGGIO LETTERARIO ______________________________________________________

□ F4 – LIBRO EDITO DI SAGGISTICA ________________________________________________

Data_________________________________ Firma ___________________________________

L’autore è iscritto/ tutelato dalla SIAE?                              □  Sì                □  No

I testi presentati al concorso sono depositati alla SIAE?    □  Sì                □  No

Se Sì indicare quali testi: ___________________________________________________________

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DICHIARAZIONE DA SOTTOSCRIVERE (PER I PARTECIPANTI DI TUTTE LE SEZIONI)

□ Esprimo la mia volontà di partecipare al Premio in oggetto e, in linea con quanto predisposto dal bando, manifesto la mia intenzione di aderire all’Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi divenendone socio per l’annualità 2026 mediante il contributo che mi autorizza a prendere parte al Premio.  

□  Dichiaro che le opere NON presentano in nessuna forma elementi che possano rimandare a una lettura, interpretazione e/o richiamo a impostazioni ideologiche di tipo razziste, xenofobe, denigratorie, pornografiche, blasfeme, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio o alla differenza e all’emarginazione, nonché di tipo politico, partitico o di ogni altra impostazione e fazione che possa richiamare un clima di violenza, lotta, incomprensione, intolleranza e insubordinazione.

□ Dichiaro che i testi presentati sono frutto del mio unico ingegno e che ne detengo a ogni titolo i diritti.

□ Autorizzo la Segreteria del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a pubblicare in cartaceo i miei testi all’interno dell’opera antologica del Premio, qualora risultassi premiato, senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro.

□ Autorizzo l’Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi (AN) al trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (D.Lgs n. 196/2003 e Regolamento Europeo 2016/679 – GDPR) allo scopo del concorso in oggetto e per future iniziative culturali indette dalla medesima.

Data_________________________________ Firma ___________________________________


XIV PREMIO NAZIONALE DI POESIA “L’ARTE IN VERSI”

EDIZIONE 2026

ULTERIORE DICHIARAZIONE DA SOTTOSCRIVERE

PER I SOLI PARTECIPANTI DELLE SEZIONI D1, D2 E D3

[POESIA VISIVA FOTO POESIA E VIDEO POESIA]

Nome/Cognome _________________________________________________________________

Nato/a a ____________________________________________ il__________________________

Residente in via _________________________________________________________________

Città _____________________________ Cap ___________________Provincia______________

Tel. ______________________________________ E-mail _______________________________

□   Dichiaro, sotto la mia unica responsabilità, di aver fatto uso, nell’elaborazione della poesia visiva / foto poesia / video poesia di immagini/video/suoni e altri materiali di mia esclusiva proprietà o di dominio pubblico o, laddove abbia usufruito di materiali di terzi, di aver provveduto a richiedere e aver ottenuto la relativa liberatoria dagli autori per l’autorizzazione a usarli nell’elaborazione della mia opera presentata a questo concorso, sollevando in toto l’Organizzazione da qualsiasi attribuzione di paternità e disputa possa nascere.

Per i partecipanti della sezione D3 (video poesia):

□   Dichiaro, sotto la mia unica responsabilità, di NON aver fatto uso di brani, musiche, canzoni, melodie iscritte/tutelate dalla SIAE nella mia video poesia.

Altre notizie e informazioni che si ritiene di appuntare in merito alla propria opera:

Data_________________________________ Firma ___________________________________


 

 ALBO D’ORO DEI PREMI SPECIALI DEL PREMIO

 III edizione (2014)[1]

Premio alla Cultura – non assegnato

Premio alla Carriera – Sandra Carresi – Bagno a Ripoli (FI)

Premio alla Memoria – non assegnato

IV edizione (2015)

Premio alla Cultura – non assegnato

Premio alla Carriera – Marisa Provenzano (1950-2020) – Catanzaro

Premio alla Memoria – Novella Torregiani Grilli (1935-2015) – Porto Recanati (MC)

Premio alla Memoria – Bruno Epifani (1935-1984) – Novoli (LE)

V edizione (2016)

Premio alla Cultura – non assegnato

Premio alla Carriera – Donatella Bisutti – Milano

Premio alla Memoria – Pasquale Scarpitti (1923-1973) – Castel di Sangro (AQ)

Premio alla Memoria – Giusi Verbaro Cipollina (1938-2015 – Catanzaro

VI edizione (2017)

Premio alla Cultura – non assegnato

Premio alla Carriera – Dante Maffia – Roma

Premio alla Memoria – Alessandro Miano (1920-1994) – Milano

Premio alla Memoria – Maria Costa (1926-2016) – Messina

VII edizione (2018)

Premio alla Cultura – non assegnato

Premio alla Carriera – Anna Santoliquido – Forenza (PZ)

Premio alla Memoria – Gian Mario Maulo (1943-2014) – Macerata

Premio alla Memoria – Amerigo Iannacone (1950-2017) – Venafro (IS)

VIII edizione (2019)

Premio alla Cultura – Rosanna Di Iorio – Chieti

Premio alla Carriera – Márcia Theóphilo – San Paolo del Brasile / Roma

Premio alla Memoria – Maria Ermegilda Fuxa (1913-2004) – Alia (PA)

Premio alla Memoria – Silvio Bellezza (1941-2000) – Lanzo Torinese (TO)

Premio alla Memoria – Salvatore Toma (1951-1987) – Maglie (LE)

IX edizione (2020)

Premio alla Cultura – Francesca Luzzio – Palermo

Premio alla Carriera – Matteo Bonsante – Polignano a Mare (BA)

Premio alla Memoria – Biagia Marniti (1921-2006) – Ruvo di Puglia (BA)

Premio alla Memoria – Simone Cattaneo (1974-2009) – Saronno (VA)

X edizione (2021/2022)

Premio alla Cultura – Anna Manna Clementi – Roma

Premio alla Carriera – Guido Oldani – Melegnano (MI)

Premio alla Memoria – Veniero Scarselli (1931-2015) – Firenze

Premio alla Memoria – Domenico Carrara (1987-2021) – Atripalda (AV)

XI edizione (2022/2023)

Premio alla Cultura – non assegnato

Premio alla Carriera – Nadia Cavalera – Galatone (LE)

Premio alla Memoria – Giovanni Giuseppe Battaglia (1951-1995) – Aliminusa (PA)

Premio alla Memoria – Arnaldo Ederle (1936-2019) – Padova

XII edizione (2023/2024)

Premio alla Cultura – Elvio Grilli – Fano (PU)

Premio alla Carriera – Elio Pecora – Roma

Premio alla Memoria – Alfredo Bartolomei Cartocci (1945-2022) – Ancona

XIII edizione (2024/2025)

Premio alla Cultura – Maria Benedetta Cerro – Pontecorvo (FR)

Premio alla Carriera – Giuliano Ladolfi – Novara

Premio alla Memoria – Anna Maria Fabbroni (1939-2023) – Grosseto / Gorizia

Info: premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Sito internet: https://premiodipoesialarteinversi.blogspot.com/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/arteinversi


[1] Nella prima e nella seconda edizione del Premio non sono stati attribuiti Premi Speciali.

“In ascolto ai crocicchi. Anna Santoliquido tra poesia e teatro” di Gianni Antonio Palumbo. Recensione di Lorenzo Spurio

Il poeta, critico letterario e professore all’università degli Studi di Foggia Gianni Antonio Palumbo nei mesi scorsi ha dato alle stampe, per i tipi di Solfanelli di Chieti, un ampio studio critico sulla più recente attività letteraria della poetessa e promotrice culturale lucana Anna Santoliquido, In ascolto ai crocicchi. Anna Santoliquido tra poesia e teatro.

La Santoliquido, che nel lontano 1985 ha fondato il celebre Movimento Internazionale “Donne e Poesia”, è nata a Forenza, nel Potentino, nel 1948 ma dal 1968 vive nel capoluogo lucano.

Palumbo le dedica pagine che risaltano per l’acume critico, la particolarità delle osservazioni e la varietà delle tematiche e delle tendenze padroneggiate dalla Nostra nel corso della sua attività che si sviluppa in vari decenni. La lettura del testo è facilitata e impreziosita dal grande eloquio del critico pugliese che è in grado, con particolare acribia, di guidare il lettore – sia esso neofita della letteratura, amante del genere o addirittura, come il sottoscritto, conoscitore della produzione della Nostra – in un percorso suggestivo, ricco di rimandi, con uno stile fresco e accogliente, rendendo piacevole la presentazione di contenuti e la condivisione delle riflessioni sui versi della Santoliquido.

Vengono così degnamente messe in risalto quelle che sono le preminenti anime della lirica della poetessa apulo-lucana che affondano in un primigenio neo-popolarismo e attaccamento alla terra lucana di calanchi, secchezza e asperità, nel solco della tradizione dei lirici locali (Albino Pierro di Tursi e Rocco Scotellaro di Tricarico, in primis) ma anche delle radici, della famiglia di allora, dei riti e dell’onestà delle genti, che la riconnette al meridionalismo e ai suoi studi e affanni. Ne è esempio concreto la raccolta I figli della terra (F.lli Laterza, Bari, 1981), d’impronta scotellariana, pietra miliare della sua produzione in cui richiama e onora la terra dei contadini e delle loro difficoltà. A tal riguardo Giuseppe Miseo ha rivelato che “l’ambientazione e la miseria delle origini […] era soltanto materiale e contrapposta alla grandissima ricchezza spirituale” (31).

Ampio spazio viene dato alla tendenza universalistica e solidale della Nostra che si esplica in una partecipazione corale e quasi panteistica in cui predomina una spiritualità semplice ma evocativa.

Non meno influente risulta – già oggetto, in particolare di alcuni capitoli all’interno del saggio da me dedicato alla sua scrittura, La ragazza di via Meridionale (Nemapress, Alghero/Roma, 2021) – la componente più socialmente empatica e di registro civico evidenziabile in componimenti che concretizzano e fanno proprio il dramma delle genti a noi non troppo distanti, dello squilibrio dei poteri, della prevaricazione e della lotta alle ingiustizie ben testimoniato, tra gli altri, da Bucarest (Campanotto, Pasian di Prato, 2001) e dagli altri testi che la Santoliquido ha rivolto alle realtà balcaniche, terre nelle quali è ampiamente tradotta e apprezzata, cittadina onoraria, testimonial in festival, madrina privilegiata in eventi, kermesse, nel tributo sempre vivido della poetessa Desanka Maksimović (1898-1993), autrice della dolente Fiaba cruenta, e da lei richiamata con affetto e riconoscenza quale “grande Madre”. Non solo della poesia locale, ma – in quanto anima del dramma di tanti – di un intero popolo di oppressi e abbandonati da Dio.

Il volume si apre con una prima sezione dal titolo “Tra le righe a Tricarico” nella quale Palumbo passa in rassegna con dovizia di particolari la presenza di Anna Santoliquido a Tricarico (Matera) il 5 agosto 2013 presso il Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra” per la presentazione del suo libro Tra le righe / Med vrsticami (Sodobnost International, Ljubljana, 2011 – traduzioni di Jolka Milič) opera bilingue italo-slovena e riporta, oltre all’intervento della Nostra e alcune poesie dialettali della stessa prevalentemente dedicate a Rocco Scotellaro, quello che ha riconosciuto essere “suo fratello maggiore”, gli interventi di quella giornata (Carmela Biscaglia, direttore del Centro; Angela Marchisella, allora sindaco di Tricarico; Antonietta Vizzuso e Licia Grillo nel ruolo di relatrici). In appendice vi è un ricco compendio iconografico che imprime e salva su carta alcuni degli istanti di quell’evento e di alcuni incontri importanti della Santoliquido tra cui quello con la stessa traduttrice della sua opera nel 2011.

Il secondo denso corpus di testi critici sono raccolti attorno a due volumi d’approfondimento sull’opera della Santoliquido entrambi pubblicati nel 2021 ovvero Multas per gentes. Itinerario poetico di Anna Santoliquido (FaLvision, Bari, 2021) a cura di Licia Grillo e La ragazza di via Meridionale. Percorsi critici sulla poesia di Anna Santoliquido (Nemapress, Alghero/Roma, 2021)[1] di cui sono l’autore. Palumbo dedica intere pagine e considerazioni di entusiastico apprezzamento ai due volumi che ampiamente cita e richiama nel corso dell’intero libro a tessere un insieme fitto di echi e di scritture, di angolazioni e proiezioni, sopra il verso della Santoliquido così ampiamente apprezzato e studiato. Oltre all’intervento introduttorio di Palumbo vi sono quello di Maria Benedetta Saponaro (Università degli Studi di Bari), di Paola Romano (allora Assessore alle Politiche Educative e giovanili del Comune di Bari) che parla della Nostra quale espressione di solidarietà e amore verso l’altro, reale “ponte tra culture lontane nel tempo e nello spazio, soprattutto italiana e slava, europea e internazionale” (101).

La consegna del Premio Speciale “Alla Carriera” alla poetessa Anna Santoliquido in seno alla cerimonia di premiazione della settima edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” svoltasi nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Ancona) il 10/11/2018.
(Da sx: Michela Zanarella, Presidente di Giuria, Lorenzo Spurio, Presidente del Premio, Anna Santoliquido, Luca Butini, Assessore alla Cultura del Comune di Jesi)

Apposito e meritorio spazio è dedicato alla Santoliquido nelle vesti di drammaturga con l’opera Il Battista / The Baptist (Nemapress, Alghero/Roma, 2022) caratterizzata da “frammentismo, lirismo e misticismo” (115), pubblicata in volume di recente ma che era stata messa in scena, su invito dello scrittore prof. Ettore Catalano[2] (che ne ha curato la presentazione, qui riprodotta per l’occasione) il 6 gennaio 1999 a Mesagne (Brindisi). Aiutano a comprendere la fattura, i motivi trainanti e gli elementi d’indiscusso valore dell’opera gli interventi del prof. Daniele Maria Pegorari (Università Mercatorum) e del saggista Filippo Casanova.

L’ultima e consistente parte dell’opera è interamente dedicata a una successiva opera plurilingue, Poezje wybrane / Poesie Scelte / Selected Poems (Fundacja Literacka Jak Podanie ręki e WO ZLP, Poznań, 2022 – traduzioni di Danuta Zasada) rispettivamente in polacco, italiano e inglese che contiene una selezione di componimenti del periodo 1981-2020, quello che Palumbo ha definito “un percorso compiuto all’interno della vasta produzione di Santoliquido […] [con] alcuni pregevoli inediti” (131). Apprezzabili e circostanziati contributi esegetici sono offerti questa volta dalla saggista lucana Francesca Amendola[3] che a lungo ha dedicato attenzione critica all’opera della Nostra, la docente di materie letterarie Marina Cordella che ricorda la vicinanza e la forte e pesante eredità di Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro e Mario Trufelli in Santoliquido; dalla professoressa Giulia Dell’Aquila (Università degli Studi di Bari) che la definisce in maniera gentile e vincente “allodola lucana” (147) e ricorda i suoi numi tutelari, veri padrini nel cammino di donna di cultura, lo storico Tommaso Pedio (1917-2000) e il saggista meridionalista Gianni Custodero (1936-2009). Serra l’opera lo scritto di Rino Caputo, già professore presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Nella poesia “Testamento” la Nostra, non dimenticando i legami e gli insegnamenti nativi del passato e della sua terra, conscia di un presente liquido e spesso dissonante, si spinge a guardare il futuro ipotizzando un domani nel solco dell’insegnamento responsabile: “Ai poeti lascio il dilemma / la giovialità del percorso / e la purezza delle pagine / li tramanderanno ai posteri // alle parole lascio una carezza / soave come il miele di acacia / grata per la fedeltà / e la battaglia” (155)[4].

Lorenzo Spurio

Matera, 08/12/2025


[1] Entrambi i volumi sono stati presentati in era Covid come testimonia la presenza della mascherina indossata dai relatori nel corso della presentazione di cui in appendice a questa sezione sono riprodotti degli scatti. L’evento si è tenuto presso la Biblioteca di Quartiere “Don Bosco” a Bari il 21 gennaio 2022. Per l’occasione sono intervenuti don Pino Ruppi (Presidente del Laboratorio “Don Bosco Oggi), Paola Romano (Assessore del Comune di Bari), Gianni Antonio Palumbo (Università di Foggia) e Benedetta Saponaro (Università di Bari) con letture di Barbara De Palma (Compagnia Notterrante) e coordinamento del giornalista Enzo Quarto (Rai).

[2] Già professore presso l’Università degli Studi di Bari e poi dell’Università del Salento.

[3] Ricordo in particolare il suo saggio “La religiosità spirituale delle opere delle poete lucane: da Isabella Morra ad Anna Santoliquido”, «Blog Letteratura e Cultura», 16/04/2024 (Sito consultato il 07/12/2025).

[4] Anna Santoliquido, Ed è per questo che erro, edizione bilingue in italiano e serbo, con traduzione di D. Mraović, Smederevo (Serbia), 2007.


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“Concepibili combinazioni nella figura di Aracoeli nell’omonimo romanzo di Elsa Morante”, saggio di Carmen De Stasio

Ricondurre Elsa Morante e la sua penna, la donna e l’artefice delle sue parole, a una condensazione pressoché esplicabile sollecita l’immagine di un’identitaria personalità che, nel confluire nell’unicità di immaginazione e di condizioni di memoria, si predispone nell’audace autonomia di un mosaico di alterazioni elaborate fino a comprendere – possibilmente – la gran parte delle fasi di un tempo di contemporaneità. E queste fasi complesse vengono da Elsa Morante continuamente interrogate in un’articolata vicenda che ripaga avverso la rassegnazione.

Io fui pronto a servirla, ammirato della sua bruttezza meravigliosa, che irradiava su di me un potere d’incantesimo, tanto più malioso perché mi sapeva di paura[1].

Giustappunto in questo modo è possibile individuare nella fenice e nella cenere le espressioni di fine e di recupero dei versanti intrapresi nel tentativo di riunire le idee molteplici al termine della nuova lettura di Aracoeli, romanzo sofferto e ultimo di Elsa Morante (fu, infatti, pubblicato nel 1983, vale a dire poco prima della morte dell’autrice, avvenuta nel 1985); un’eroica impresa[2] (come il poeta Attilio Bertolucci definì il romanzo) assimilabile a un’eredità sociale e culturale sulla quale Elsa Morante poggia  la sua attenzione, trattando di un tempo proiettato nel carico di illusorie speranze, le stesse che ritroviamo avversate, infine, dalle ombre che invadono lo scenario esistenziale.

Riservata e intimamente partecipe, la scrittura di Aracoeli affonda in un ambiente che è mentale e aggrovigliato con il realismo del dolore nascosto, laddove le asprezze non riescono a soffocare la cruda ambivalenza di un esserci logorato tanto da attese, che da un convulso disorientamento a cui pure si assomma un tracciato familiare che alita nel sospetto di qualcosa di irrimediabilmente irrisolto. D’altronde – ancora una volta riprendendo quel che scriveva A. Bertolucci – l’autrice non dissimula la sua attitudine di spietato critico dell’istituzione famigliare[3]. Difatti, più che nei precedenti romanzi, qui la prospettiva autorale penetra i caratteri di instabilità delle relazioni alle quali accede intraprendendo una rotta che tocca la singolarità identitaria, le tappe del divenire, il circuito di famiglia, fino a richiamare una storia condivisa e plurima nelle sue sfaccettature. Ciascun momento diviene pertanto occasione per un ritorno e una comprensione di amplificazione oppure di dirottamento, in un incessante manifestarsi-eclissarsi nella prospettiva inattesa della dilagante irregolarità che investe il dentro-fuori del tempo (siamo nel pieno della seconda e finale fase del secolo breve); nel turbamento che il significato di essere e di agire in forma di famiglia provoca. Realistico e originale, pertanto, Aracoeli vive la consapevolezza della difformità esiziale alla quale la stessa Morante partecipa, sempre in bilico tra l’emozione dei mezzi e le complessità che identificano lei-autrice e lei-donna critica di un tempo (il suo) scansionato e revisionato, in un’azione incrociata di avvicinamento-distanziamento.

Potrebbe essere questo motivo alla base della sofferta gestazione del romanzo, nel quale vicende cruciali della storia contemporanea (gli anni trenta, gli anni della Guerra Civile in Spagna e del Secondo Conflitto Mondiale; anni di cambiamenti dalle scomposte conseguenze a carattere sociale, di costume, della cultura) sono riportate al contemporaneo 1975, l’anno, cioè, da cui evolve l’intera narrazione nel rituale di una nenia, segnando passi di apprendimento, di comprensione, di alternative e di risposte che tardano ad arrivare, nell’intuizione di un disfacimento inarrestabile di ideali, che pure investe di dissenso l’orizzonte di un progresso fatuo. I protagonisti e la storia stessa di Aracoeli mimetizzano il disfacimento e nella prevalenza turbinosa di dentro-fuori l’epica dei protagonisti prende forma: un’Aracoeli (dalla quale il romanzo prende il titolo o, quant’è più efficace, l’intestazione assimilabile a una segnaletica dispensatrice di obliquità, quanto di inafferrabili ovvietà) allusiva di una storia umana in disgregazione; e poi, sull’altro versante, il di lei figlio Manuele: ed è nel progetto di viaggio che la vicenda si compie; un viaggio inteso a interpretare la rivelazione delle radici di Aracoeli, per giungere a risolvere il male esistenziale che strazia il giovane uomo e nel quale egli ravvisa gli effetti del disfacimento. Sua è la voce che gestisce le situazioni del rammemorare, e sua è la voce che accompagna a conoscere la madre-Aracoeli. E nella sua voce risuona l’eco meditante della voce straziata dell’autrice. Penetriamo così le parole di Aracoeli: nel vagare all’interno degli impercettibili segni, quel che individuiamo da subito – e che dispone la diatesi di un tracciato che via via si ramifica e s’irrobustisce delineando la configurazione di sentimenti lancinanti dall’inizio alla fine – è il vorticoso andare avanti e indietro per flashback dalla sonorità disarmonica, nella quale la raffinata malinconia di esclusivi momenti convoglia l’ispirazione alla crudezza percepita da un Manuele avvinto nell’impegno di ricostruire il proprio tracciato nel resoconto esistenziale. Non sfugge il modo in cui la sua voce s’imprima nella tessitura scritturale, laddove insiste la lettura di un tempo che scorre in simultaneità, addensandosi nel presente rammemorante di sé-quarantatreenne – nel 1975 – in una Milano che egli vive e non vive (lavora da pochi mesi in una casa editrice): nell’immediatezza del rammemorare, il tempo disperde la linearità civica e assume la sagoma di un avvenimento quale occasione di riflessioni sovente intorpidite da divagazioni, quanto rimestate in un disegno immateriale, che egli ricostruisce in un’attualità vissuta con distacco, prigioniero nella nicchia in cui i suoi sé si amalgamano in uno straniamento avvinto in un particolare sortilegio. E quale, se non il sortilegio declinato in quel 4 novembre 1975, allorquando decide che l’emancipazione dalla sua ossessione-Aracoeli (io mi domando perfino se con questo viaggio, sotto il folle pretesto di ritrovare Aracoeli, io non voglia piuttosto tentare un’ultima, sballata terapia per guarire di lei. Frugare nelle sue radici finché s’inaridiscano sotto le mie mani, poiché di estirparle non sono capace[4]) si adatti al progetto di viaggio che lo condurrà verso l’Andalusia – luogo natio di Aracoeli – El Almendral l’unica stazione terrestre che indicasse una direzione al mio corpo disorientato[5] –. Là egli si propone di attendere risposte ai suoi quesiti – portato dai suoi sensi acuti, in un cammino all’indietro, verso il punto del principio (forse a una agnizione?)[6]. Quello il luogo in cui egli ritiene possa istruire l’immagine integrale di Aracoeli quando, fanciulla, ancora non prefigurava la svolta nell’incontro travolgente con un ufficiale di Marina (Eugenio, padre di Manuele, torinese e borghese). Descritta in forma di fulminante amore, quella svolta è per Manuele l’inizio della sua non-vita (o vita bistratta nelle aspettative). Nella progressione, quel tempo non viene mai meno.

Empirico e simbolico in un sol tempo, il disegno che Manuele configura nella sua mente permette alla figura di Aracoeli di prendere una sagomatura le cui proporzioni, quanto le prospettive e gli sfondi, emergono in un’in-presenza che annulla le sequenzialità e si affida a un equilibrio del tutto personale, sincronico ed enigmatico, affidato alle interferenze principalmente riconducibili all’impressione personale di chi parla, di chi giunge a ritenere il suo pensiero l’unico spazio possibile [<le apparenze del mondo> (scrive H. Arendt) <sono divenute un semplice simbolo delle esperienze interiori, con la conseguenza che la metafora, destinata originariamente a colmare la frattura tra l’io che pensa o che vuole e il mondo delle apparenze, va in sfacelo. Lo sfacelo si produce non perché agli «oggetti» (…) venga conferito un peso superiore, ma, piuttosto, a causa della parzialità con cui si guarda l’apparato psichico dell’uomo, le cui esperienze sono intese come detentrici di un primato assoluto>[7]]. Non basta e non è soltanto questo: in Aracoeli prende corpo l’ossessiva angoscia di un futuro in cedimento, pari allo strappo significativo che la storia subisce: eterea e altra, la storia diviene meccanismo di difesa e di protezione; strumento per intercettare le potenzialità, ma anche versante sul quale relegare manchevolezze e sottomissioni.  

In tal senso la stesura di Aracoeli è un’esperienza straziante e pone in una luce di dissolvenza il credo di Elsa Morante, la sua fede nel cambiamento – una fede nel crogiolo di un’invariabilità che pure viene a disorientare la protagonista Aracoeli. Così, dunque, mentre incontriamo Manuele nel tentativo di raccogliere frammenti per ricostruire, per il tramite di Aracoeli, i pezzi della sua vita e ricostruirsi infine, in simultaneità, percepiamo un’Aracoeli intenta a raccogliere tutto, a salvare tutto in un’unicità fresca a sé, ma tanto sfingea all’esterno. Per lei nulla è nel disvalore dell’effimero. Ed è forse quell’incessante avvicinarsi alle sezioni invisibili e non-dette, né mai rivelate, che il panorama di Aracoeli sembra dilatarsi, malgrado la sua posizione vada sempre più a restringersi e restare, infine, intrapresa nel turbine di una solitudine assoluta. A lei nessun quesito viene posto e, anzi, i quesiti mancanti sono anche causa di una probabile non-mutevolezza. Viepiù, se da un verso Manuele va lentamente emancipandosi in virtù di un’intelligenza ritrovata (L’intelligenza si dà per capire[8] – la Morante affida alla voce di Manuele) attraverso viaggi che si svolgono nella sincronicità di ricordi recuperati e di esperienze cadenzate dalla spiegazione concessa da quegli stessi ricordi, quel che ad Aracoeli si concede è l’amaro incanto di ritrovarsi in un’irrecuperabilità che traduciamo come dissoluzione di un’antica speranza. Lo scenario possibile di Aracoeli è quindi l’oscurità, un’oscurità in cui converge l’intera storia del Novecento; una storia sottintesa e pure conclamata nei continui deragliamenti; maestra e guida e, simultaneamente, storia di disgregazione nell’epica polimorfica dai segmenti anti-costruttivi, di rinuncia e di sorpassi, tant’è che a segnare la svolta è la complessità intuita in una completezza che si realizza allorquando non resta che visualizzare la misurazione di spazi che non più interloquiscono, di spazi che si ammutoliscono e che destinano la provvisorietà a totale chiusura. In quel momento Aracoeli si raccorda con la «sua» vita. Scomparsa alla vista, ella procede verso l’assoluto della sua integrità in un’in-presenza ricomposta. Presente e passato orfani del futuro, stretti in un’invisibilità priva di accesso, ma probabilmente, nemmeno tanto ricercata: Per i sani la memoria è quello che la Storia è per i popoli: maestra di vita. Ma per i malati, che non la distinguono dalla fantasia, essa è concausa di turbe e traviamenti fatali[9] – leggiamo nell’icastica sentenza che Elsa Morante esplicita per voce di Manuele. È questo a riportare sul piano allusivo una storia di trascorsi che la mente disgrega in mille scampoli, e che però, d’altro canto, dà pure misura di un lascito ereditario nell’atto di tradire per sempre le aspettative. Più e più volte Manuele lo ribadisce con parole ferali all’indirizzo della madre (E diamoci qua, stasera, la malanotte. Malanotte a te, Aracoeli, che hai ricevuto il seme di me come una grazia, e l’hai covato nel tuo calduccio ventre come un tesoro,  e poi ti sei sgravata di me con gioia per consegnarmi, nudo, ai tuoi sicari[10] – Manuele afferma con un sentimento che nell’intrico dolce-amaro richiama un moto di amore ininterrotto), lasciando che dall’affollamento di impressioni provenienti dai fatti si raggiunga la coscienza di una realtà composita di mito, di sogni e di strappi, di ir-realizzazioni, infine. In tal senso, la figura di Aracoeli esula dalla rotta del dominio esterno, e consente ai propri segni di fluire all’interno delle mutevoli complessità con un linguaggio che è a un tempo simbolico, tormentato, quanto variabile e sfuggente, in una luce che appare e scompare, dissolvendosi senza tregua. Come dire: tutto turbina in un ristagno ingrigito dall’improbabilità di ascesi e così quell’altare che ella stessa rappresenta si scardina, tendendo a disporre piani di inseparabilità non senza sofferenza.

Di fatto, su Aracoeli sembra ricadere la potenza di un impegno demiurgico che, nella gestione delle immagini percepite nel quadro di «equivalenze», Manuele adotta torcendo perifrasi iconiche di quel che è, passando da controverso inquisitore irrigidito nell’intuizione (ma, al contempo, anche flebile nell’incapacità di disfarsi dell’egemonia di un’ossessione) all’astrazione di una memoria addensata, come leggiamo in anaforico squarcio più e più volte nel libro, laddove egli rigenera Aracoeli in una figura in bilico tra picchi di esaltazione, pause attardate di isolamento, fughe e riprese, durante le quali Aracoeli accorre a me (egli rivela se stesso) dalle sue longitudini. Acquista la velocità della luce. Ha già sorpassato all’indietro il muro del suono. E non mi resta che inventare il nostro incontro. Essa ha preso forma.[11]

Lentamente, l’aniconicità di Aracoeli si presenta nel tempo narrato in mutevole cromia: in una simbiosi di iridescenza e di oscurità (per sé, innanzi tutto, e per Manuele), la sua esistenza sembra fondarsi sul principio machiavellico della norma e della forza. Così ella è norma nella comprensività diegetica del viaggio di ascesa che la conduce – per amore – dalla spontaneità avita alla nuova dislocazione (del tutto allusiva del cambiamento), componendosi in un ambiente assai distante dal proprio (laddove il pathos declina sia in tormento che in coinvolgimento) e che la coglie negli echi delle vicende mondiali, ancor più penetrando la sua esistenza quando il fratello tanto amato, Manuel, colpito a morte nel corso della Guerra Civile in Spagna, diviene forma dominante sulla sua vita di dentro. Tuttavia, se lo spostamento tra due mondi non dissuade un’Aracoeli trattenuta nell’integrità di vissuto e di intima realtà, la perdita di Manuel si soffonde di speranza (forse per via dell’abbraccio in una genuinità adolescenziale) ed ella si avvinghia al suo lutto inondandolo di metamorfosi. In fondo, ancorché nella dimensione borghese, ella resta un’immagine sacra che Manuele declina quale staffetta encantadora[12] al di là di qualsiasi distinzione tra bene e male, nemmeno quando precipita – nel secondo capitolo di vita – nelle spire del suo stesso mondo solitario a seguito dell’inspiegabile morte della secondogenita Carina poco tempo dopo la nascita: una trafittura non ambita ad alcun sacrificio, né ad alcuna intelligibile motivazione.

Refrattario al ridimensionamento della visione, dunque, il romanzo Aracoeli diviene il romanzo «di» Aracoeli, laddove una sorta di storicizzazione del carattere immaginale intraprende una vera e propria sfida alle regole di linearità: in tal senso, l’operazione culturale condotta dalla Morante (per certi aspetti di natura analitica) colloca con Aracoeli l’alternativa non solo a un’idea pressante derivata dall’esperienza personale (e, pertanto di stampo neo-realistico) in contrapposizione all’istituzione familiare – come già riportato da A. Bertolucci: il sovvertimento procede anche – se non in maniera più marcata – a contrastare, con una risposta di recupero dell’autonomia individuale, la presa di posizione che vede – in antitesi all’equilibrio ricercato della Morante – l’ispessimento di una situazione sociale temprata da un ideale pervasivo, e i cui effetti non fanno che contrarre anche il tipo di cultura a cui, invece, l’autrice affida la funzione di superare una perversa prevedibilità. In questi termini, in considerazione di una struttura tanto semantica, che affidata a un avanguardistico panorama di tipo surreale o, meglio ancora, surrealista, in una forma che, quindi, insedia l’evocatività di rimando nello sviluppo degli eventi, Aracoeli – quanto l’Aracoeli-donna – appare confermare il principio secondo il quale a consolidarsi è l’intento di scoprire una pur diversificante immagine dinamica che integra – tra le maglie del misconosciuto, quanto del dis-conosciuto – la vaporosa parvenza di un relativo tracciato. Così, la riflessione si acutizza con una coesione del tutto originale, aderendo a deviazioni rispetto a qualsiasi aspettativa. Vero è pure che la Morante scriva in un tempo in cui i pensieri esorbitano da un familismo glabro, distinguendosi con un lessico creativo certo, ma anche sovversivo, per il quale le ore, i giorni e gli anni si allungano, per poi filtrare la spirale spinta in accelerazione e ricomporre la miniatura degli eventi in una corrente di giravolte e trascinamenti, in una difformità di tipo psichedelico di tale rilevanza, da concimare un nuovo ordine anacronistico che si riscatti dai turbamenti di un tempo sconsiderato, per dire, nella perentorietà di una bugia che traghetta il nonsense di un’intera vita. Sono queste le riflessioni al termine della lettura metalogica di Aracoeli: qui, l’esperienza del lutto assoluto si concentra nella coerenza delle parole; qui, pure, l’audacia di una pennellata calibrata di vero su quella che, da (ri)conoscimento individuale, giunge a prevalere sul tutto, traslando l’icona-Aracoeli da contemplare ad un’intrepida condizione da creare. Di pari passo, ciascun’espressione infittisce un impegno che vede figurarsi nel libro lo stravolgimento del rapporto tra l’autrice e la sua vita, con uno stile che permette di sporgersi tra le spire di un’umanità imbrigliata in un Vivere percepito nel momento capitale di strappo (riprendo le parole nel libro), nel cui significato è impressa l’esperienza della separazione[13]. Da una siffatta concomitanza non si può prescindere: Aracoeli è storia di un’ambizione d’amore svincolata da qualsiasi interpretazione letterale, nella ricerca incessante di un approdo che storicizzi contesti più ampi ed indicativi di una pronunciatio da decodificare oltre la semplice descrizione; tela comprensiva di incontri tra parti controverse in una varietà depositaria di frammenti indivisi; scenario di ri-unione, di esplorazione di anfratti che soltanto se disposti al pari di un’opera artistica possono esser letti in sincrono attraverso la fuga, l’uscita di scena e i balzi spazio-temporali nel bilico di avanti e indietro, nei silenzi fruscianti e nelle ombre caleidoscopiche della tela imbrattata, nel tentativo di riconciliare le assenze, quanto i fulgori deittici di una dissolvenza. Ecco, dunque, che l’impatto potrebbe tradurre un gravido scenario impressionista, laddove, nella distanza, la vista accompagna la sagomatura per poi ravvedersi e, nell’accostamento, aver contezza che si tratti di gocce in continuo spostamento, malgrado restino per consuetudine, per effetto protettivo o per inerzia, afflitte nella tela di una predestinazione. Un luogo, per dire, la predestinazione, dal quale non sfuggono nemmeno i personaggi ivi presenti e tutt’altro che disposti a far da corollario; anzi, esistenti attraverso recuperi sferzanti, sottintesi, allucinati, sussurrati in nostalgia, in risentimento, quant’anche in struggente affezione e resi credibili nella prevalente voce dei ricordi di Manuele, ai quali costoro partecipano con una proiezione spinta in un ritroso a suo modo non proprio labirintico, per via di gradienti riversati in una presenzialità dedita allo scoprimento. Di fatti, in uno scenario pluriforme in cui i sentimenti, le sensazioni, le proiezioni, vagano prescindendo dalla centralità, seppur in una cornice vettoriale decisa e al contempo distraente, lo spartito di Aracoeli si presta quale occasione di frattura risentita dal proprio tempo e dalle sue consuetudini ed è su queste condizioni che l’autrice incide la propria disillusione: di quel tempo fitto di avvenimenti in Aracoeli v’è una traccia che, sebbene oscurata da situazioni del tutto incisive, riesce a raccogliere la memoria degli anni con uno scuotimento che rimanda ad un’altra grande regista di scrittura, Virginia Woolf, alla quale la Morante sembra legarsi per la densità sostanziale di un mondo di intuizioni, per il rifiuto a qualsiasi interferenza. Ma andiamo in ordine e il nuovo ordine (di tipo epitomico per il fatto di stringere le variabilità dei possibili dire in strettoie celate dietro espressioni misteriose originali; per il fatto di condensare nella crucialità delle parole il riflesso di grevi momenti) rimanda alla combinazione pleocroica delle espressioni nelle quali insiste il riverbero di emancipazione dall’invasivo immobilismo fondato dall’assioma simbiotico di un prologo e di un epilogo a senso unico, e che varca in permanenza la doppia direzione del passato e dello spazio[14].

La scrittrice Elsa Morante

Risalendo la corrente, tutte le conoscenze consolidano così una geografia emozionale, quanto epistemica, di relazioni diffuse in un paesaggio di cui divengono primaria intonazione attraverso una lettura che, dalla concretizzazione delle circostanze si sposta a delineare l’inquietudine di quel territorio complesso che è la protagonista parlata, muta, raffinata e, a un tempo, spavalda e, soprattutto, coesa: Aracoeli-donna nei suoi tempi e nei suoi spazi, e per la quale prende forma, appunto, la doppia direzione del passato e dello spazio. Alla luce delle scarne notizie che la propongono, e consistente di una complessità nevralgica, Aracoeli si espande al pari di «una letteratura» che – recuperando una riflessione del poeta P. Bigongiari – «è una scienza nutrita di stupori». E, in effetti, Aracoeli appare figura di integrati stupori: distante da qualsiasi tipicità, in sua vece le parole «altre da sé» edificano una memoria del tutto connaturata all’etimologia del vivere nell’atto di convogliare l’unità maieutica di materialità e di sottintesi; nell’incessante deviazione rispetto a situazioni altrimenti talora intransigenti (un segno di diversità, un titolo unico: in cui Aracoeli rimane separata e rinchiusa, come dentro una cornice tortile e massiccia, dipinta d’oro[15]). Figurando tanto quanto come «esperienza» da superare e cancellare, Aracoeli è l’encantadora in grado di dominare le polarità, quant’anche le proprie abilità intellettive nel tempo in cui (è sempre di Manuele la voce) l’intelligenza contamina i misteri: violentarli è un lavoro disgraziato, che si conclude nel guasto e nella degradazione[16]. Ad Aracoeli, dunque, è attribuito il senso di asfissia solitaria della personalità di Manuele: Manuele il solitario, Manuele il più bel bambino del mondo che rammenta l’eroico Manuel, fratello scomparso di Aracoeli, a sua volta da Aracoeli elevato all’altare della gloria. Nell’incrocio costante dei passaggi da Manuele-nel presente e da Manuel-nel suo essere eterno presente, quest’ultimo è l’enigma serafico ed eroe mai ricomposto, il cui mito esiste attraverso le fasi di una memoria accrescitiva e consolatoria che liberamente accostiamo allo sprezzante Percival – l’amico-eroicizzato al quale le sei personalità protagoniste del romanzo Le Onde[17] di V. Woolf si riferiscono e che mai in scena si presenta – ritenendo che la frattura investa non semplicemente il passato e le sue riserve, quanto il principio dell’inesattezza (ivi comprendendo l’inesattezza degli sfoggi di memoria), principio che in Aracoeli dilaga a più riprese. Tutto sembra risiedere in questo presupposto come un destino forgiato su un famelico, quanto abulico, impianto di amore; un amore raccolto in una stretta claustrofobica e che nel dettaglio è rigoroso declinare verso orizzonti indisponenti. Esaltata e demolita, la figura di Aracoeli è il centro intermittente di luce e di oscurità; figlia e madre e complice del proprio affetto rilanciato nella catena invisibile che tiene metaforicamente unito il ministrante all’incensiere. Quali le colpe, se non di un abbraccio soffocante e soffocato e che distrae dal compiere altre vite: lo stesso compagno di vita di Aracoeli, Eugenio, ne viene trafitto. La piccola Carina muore e nulla più esiste. In quello che pertanto si dispone come romanzo degli archetipi e degli antonimi in simultanea vicenda, ciascun nome s’investe di una singolare lettura docimologica; toponimo senza alcuna affatazione a legittimare l’increscioso avvedimento che nulla possa cambiare e, nonostante tutto, il tutto stesso nell’allucinata invariabilità di un’esistenza mortale predestinata al deterioramento.

In effetti, sul versante diretto a raggrumare la propria esistenza, le due individualità di Aracoeli e di Manuele affrontano la propria realtà accomunati da un essere sempre in bilico a segnare il dramma in una liturgia che va e viene in un misto di intimità e miti reverenziali[18] che accompagna (o insegue, potremmo anche osare) Manuele fino ai suoi 43 anni quando L’essere già stato complice e depositario d’altri suoi segreti era il [suo] vanto nascosto, a me tanto più prezioso perché quei segreti [gli] rimanevano, tutti, in figura di enigmi[19]. Via via quella complicità innervata di un’assolutezza filiale e materna in costante sincronia si disgrega, lasciando la desolazione di un auto-inflitto isolamento e di una solitudine refrattaria a qualsiasi ricostruzione, fors’anche per via di un’incombente e distruttiva potenza speculare, quanto speculativa, di una situazione multiforme prestata agli specchi delle parole quegli stessi specchi che Secondo certi negromanti, (è Manuele a parlare) sarebbero delle voragini senza fondo, che inghiottono, per non consumarle mai, le luci del passato (e forse anche del futuro)[20]. In una siffatta oscillazione bustrofedica concepiamo Aracoeli nell’assemblage delle sue tante vite speculari nell’ennesima assenza, l’assenza di una volontà di mascherare la direzione del suo sguardo: una spirale ottenebrata da un volgersi a ritroso non tanto per nostalgia, quanto per afferrare la causa di un dolore che si trascina e si amalgama ai nuovi dolori fino all’epilogo. Da questa immagine codificata soprattutto nel nitore iconico, pur mai comparendo di sua voce, di suoi pensieri, di sue riflessioni spontanee, Aracoeli promana nel carattere proprio del romanzo, nel suo linguaggio fetale, fortemente cromatizzato da un’empatia prepotente, malgrado la solidità dei riferimenti, anche allorquando quei riferimenti si stagliano tra infingimenti immaginari e distrazioni ricondotte a una sorta di maieutica che trasla l’azione del rammemorare a una verità, invero, solo parziale: presenza sbilanciata di solitudini in una temporalità frantumata. È in un siffatto quadro che il luogo della scrittura incide l’evocazione di una ricerca di interezza; iscrive un progetto perché si confronti con un essere vocato a volere più che a chiamarsi (ed essere) vita. Ragioniamo per assurdo: se fosse pregno di elucubrazioni, il volume Aracoeli sarebbe confortevole luogo di formazione ed invece esso aspira a farsi territorio di esplorazione fuori dall’alveo di un linguaggio provocatorio. Inoltre, laddove le parole non possono adeguatamente disporre l’immagine mentale, ecco che l’estro della Morante – creatrice di versi mai disgiunta dalla Morante-scrittrice – esilia da sé qualsiasi tentativo di assommare rassegnazione e provocazione ed è in quell’immagine riportata che il rapporto con la scrittura si fa più intenso ed intimistico: policentrica e onnicentrica in un sol tempo, l’autrice si esplicita – come Aracoeli – nelle ombreggiature interdette degli eventi; si rende presenza di una quotidianità che è trasparente e che, insieme, l’avvolge in una nube di opacità.

Quali le sospensioni, se non quelle volubili di un fronte totalmente disallineato dalle consuetudini, laddove la figura di Aracoeli si diffonde su sponde biforcate in modo da congelare un essere nei raccordi di fanciulla giammai interrotta e di un essere donna in situazioni attuali, allorquando per una decisione d’amore si ritrova in un’insormontabile distanza dalla sua religiosità, una religiosità geomorfica spontanea. In questo modo, l’inscindibilità tra le figure di Manuele e di Aracoeli ancor più rende inquieta la tela degli eventi: su una sponda è Manuele. Incatenato alle sue domande, vive la presenza di Aracoeli in un amore sfuggente; altare sacrificale e faro vitale di Woolfiana memoria e pure in questo caso intinta nella sacralità di una vita da re-imbastire in un’immedesimazione con tutti i suoi tempi, all’interno dei quali tentare di ricomporsi (Io cerco oggi di nascondere a me stesso che questa seconda Aracoeli è anch’essa mia madre, la stessa che mi aveva portato nell’utero; e che lei pure sta insediata in ogni mio tempo, schernendo la mia ridicola pretesa di ricostruirmi, di là da lei, un nido «normale»[21]); sull’altra sponda è l’Aracoeli incatenata alla presenzialità dei ricordi fatti storia di sé in uno svelamento trasferito in tempi sublunari.

A questo punto non è difficile porre l’accento su quella che ci appare l’idea portante del romanzo, un’idea che riunisce invenzione e rielaborazione esperienziale nell’organicità prestata alla vista come sintesi estrema, seguendo la concomitanza di reale e immaginale pur nelle diversità che accompagnano la semantica del pensiero. Di tal specie si carica l’impianto, che scena e proscenio (il detto relazionato a fatti di individuale percezione nella “vaganza” e nell’immediatezza temporale) coincidono in una centralità che, per i motivi addotti, si priva di richiami analogici: infatti, se da un lato attraversiamo le pagine adottando un metaforico incontro con un protagonista a sé stante quale il libro è nell’intrico gnoseologico di elementi e situazioni che conferiscono una composizione per flashback a loro modo esplicativi, possibile è altresì aprire non già un percorso realizzato a vantaggio di una comprensione per sequenze simmetriche, quanto un territorio di tracce che – rilevabili e discrete – animano un movimento ritmico da inter-leggere nella trama del territorio abitato.Non solo: la dialettica delle circostanze declina la logica preservata dalle singole parole in un’abbreviazione fuor da retorica, esulando dalla litania dei suoni attendibili nel momento in cui lo sguardo-mente si volge nel tentativo di recuperare motivazioni e accadimenti che hanno cucito a maglie strette la rotta. Il momento giunge inatteso: oramai fuori dal campo visivo, Aracoeli si trattiene nell’oscuro miracolo di una preghiera (Non lasciarmi sola più e più volte ripetuto): in quella preghiera si manifesta l’incontro dei tempi di Aracoeli; i suoi fantasmi nelle segrete della sua storia, le ostilità di recenti strappi, i mutamenti e le sensazioni, tutti si rincorrono in un presente momento di universali silenzi che stralcia la sensazione di abbandono e di confortevole passività, ubbidendo al richiamo che innesta sensazioni. E nelle parole un furore aleggia, trattenendo il desiderio amaro di recuperare i resti di una coscienza che spinge a provare più un sentimento di distacco che di avvicinamento e che, sul fronte sconnesso delle indecisioni, dell’impervio e avito dubbio, provoca un penetrante senso del tutto tattile di frantumazione perenne («mi rendo conto» – scriveva V. Woolf – «con maggior chiarezza come la vita di ciascuno sia un mosaico di pezzi e come per capire una persona occorra considerare come un pezzo sia compresso e l’altro incavato e un terzo si espanda, e nessuno sia realmente isolato»[22]). Aracoeli si ritrova ad essere investita di siffatta e ancor più disorientante instabilità: condannata al disfacimento di un’identità scolpita nella perdita, ella appare dea da adorare e adorante dentro il suo mondo animato da una storia continuamente irradiata di leggenda e di paesaggi liberi; una storia che scavalca i confini della realtà condivisa e interloquisce con lo spazio indelebile di tensioni, di dis-cromiche effusioni, di mute posture, culminando in un’alterazione che ella fronteggia, pur in apparente vulnerabilità. Dove la sua voce e la sua sensibilità – ci chiediamo. Dove sono nascoste le sue parole in quella situazione difficilissima nella quale le parole riflesse di Manuele scatenano il tracciato per lei, lo fanno in sua vece, così che Aracoeli compare senza mai appartenersi: sbilanciata pronuncia nell’altrove di una memoria critica. Ed è a questo punto che i due fronti si dissuadono: Manuele va verso una conciliazione di sé; Aracoeli non va da nessuna parte, malgrado i tentativi («Per riprendere possesso di noi stessi e delle cose in modo autentico, si deve compiere una sorta di esperimento, in solitudine e in silenzio: riprodurre la durata pura, sgretolando le resistenti concrezioni del presente, intuendo al di là del pensiero immobilizzante e del linguaggio classificatorio»[23]– leggiamo con il filosofo R. Bodei): In tal senso, il romanzo Aracoeli può esser letto come svolgimento animato da un’intuizione estesa su varie prospettive al fine di superare – fin dall’esodio, coi fili dell’equivoco e dell’impostura[24] – l’imbastitura  tra pensiero immobilizzante e qualsiasi linguaggio classificatorio. Di par suo, dunque, l’opera della Morante contiene entrambi i livelli di scompaginazione emozional-intuitiva in una situazione che, nel momento in cui la parola propositiva si accinge a segnare una rotta, d’improvviso reclama autonomia finché antinomica appare, portandosi alla sospensione sulfurea di una sosia sfigurata[25]. La prospettiva è là prima ancora che il viaggio di ricerca (o il viaggio della speranza di vita) abbia inizio, sfacciata e disturbante, dapprima in forma di una corsa per recuperare frammenti da un tempo distratto da un altrove incomprensibile (E corro dietro alla mia fedele madre-ragazza, e alla sua icona musicante, ricacciando come un’intrusa quell’altra Aracoeli fatta donna, che in realtà mi ha lasciato laidamente orfano ancor prima di esser morta[26]), e poi nella forma di una sua sosia sfigurata. L’una Aracoeli mi ruba l’altra; e si trasmutano e si raddoppiano e si sdoppiano l’una nell’altra[27]. In questa lunga fase, la narrazione procede in una dualità capricciosa: realtà e irrealtà procedono indistintamente e Aracoeli si scompone e si ricompone in un irrisolvibile processo di perdita di portata cosmica. Quel che avviene nel frattempo rimanda a uno «spazio concreto estrapolato (…) dalle cose. Queste non sono in esso, è lui ad essere in loro. Soltanto, non appena il nostro pensiero ragiona sulla realtà, fa dello spazio un ricettacolo»[28]. Orbene, nel bergsoniano ricettacolo includiamo sia lo spazio vissuto che lo spazio irreale e figurativo di cui la mente di Aracoeli si tinge, espandendosi in un’irregolarità irraggiungibile e «vera» in quella misteriosa ambiguità[29] che l’ha resa immortale[30]. Di riflesso, tanto la postura di Manuele, che l’inesprimibile variabilità di Aracoeli si confrontano negli opposti a dispetto di una simbiosi pronunciata da parole significative, quanto più scoscese nella visceralità della simbologia. Così, mentre Manuele sembra converso a rintracciare la base concreta della storia che lo avviluppa nell’astrazione materna, dagli effetti oscuri, quanto ravvisabili come predestinazione in parvenze nelle quali si cela il rituale famelico del sarto notturno, (…) che di giorno dorme appollaiato su un albero come i gufi, e di notte va in giro per le camere  di certi mortali da lui prescelti, ai quali cuce addosso, nel sonno, una camicia invisibile, tessuta coi fili del loro destino[31],  Aracoeli vive una condensazione di somiglianze, malgrado la sua interezza non venga del tutto calpestata, giacché ben peggiore è la condanna dell’invisibilità mediata da un dettato delle relazioni – (…) fatto di voce fisica (…) col suo sapore tenero di gola e di saliva[32]. Il resto di lei – Quando lei si scosta i capelli dal viso, scoprendo la fronte[33], – rimane schermato dietro una fisionomia diversa, di strana intelligenza e di inconsapevole, congenita malinconia[34]. Una malinconia intima che – non sottraendosi a un dolore (s)travolgente, sfigurando e devastando[35] la solidità del rituale – si irrigidisce su fronti connessi, ma pure distintivi: l’uno conferito nell’interezza visuale, quindi frontale e unitiva; l’altro sedimentato nell’interezza visiva, simbiotica dell’io nei suoi molteplici strati convergenti, ai quali sentiamo che corrisponda Aracoeli in una valorialità indivisa, rintracciabile in un ritmo poetico per il fatto di trovarsi composizione di più piani paradigmatici e semiotici in un’atemporalità di forze che spingono ad essere tutte le dimensioni dell’esistere nel tutt’uno del tempo, il suo.

Da tutto questo l’esaltazione finalizzata a un circuito chiuso si annulla: di fatto, la Morante dà forma a un linguaggio tutt’altro che mutilato da asprezza, anzi, proprio in Aracoeli ella matura un linguaggio ricercato tra gli squarci di una profusione che parla di sé, adagiandosi su quella che può essere considerata come alfabetizzazione di un’attitudine, un’alfabetizzazione che prende in esame le diverse età dei tempi individuali e dei tempi relazionali su binari concretizzati in maniera fluttuante e talora apparentemente – e solo apparentemente – in forma di incontro. E l’autrice annulla le fratture che potrebbero rivelare quella sua realtà interiore, quel ribollimento che si propone come verità del suo essere non già mascherandolo, quanto andando alla ricerca, ella stessa, di una parola che sia artefice di un registro sinecistico allungato a sfuggire dalla banalità. Di questo registro abbiamo traccia nell’intonazione ciclica di Aracoeli-romanzo: un piano denso di sconfitte e di lacerazioni dalla gianica espressione che – potremmo dire – sia finalizzata a ricostruire gli anelli di una catena che metta al proprio posto le cose e che, nel percorso impervio della ricostruzione, si trovi spinto – e a un tempo frenato – su una strada a senso unico, ai bordi della quale non manca tuttavia la segnaletica, malgrado si tratti di una segnaletica che però non sortisce attenzione alcuna. Epperò è qui che l’essenza di Aracoeli trasmuta in un’assenza. Ed è un’assenza che tempra l’andare controverso (e controvento, aggiungo), scorrendo in una realtà virtualizzata indispensabile alla continuità e che – sempre in continuità – si scontra con lo specchio orizzontale delle cose. Una pur inesaurita risposta potrebbe giungere da quanto scriveva W. Benjamin: «Quando il pensiero si ferma all’improvviso in una costellazione satura di tensioni, provoca a essa una scossa cristallizzandosi come monade[36]». Decise e caustiche, le parole di W. Benjamin si prestano a gestire l’intera intelaiatura della figura di Aracoeli. In essa risuona il quadro maieutico che, nel configurare la donna, lascia di lei filtrare (senza opporre alcuna rinuncia, pur al limite di una materialità etonima) le alterazioni di una geografia concepita nella dimensione del sogno surrettizio, febbrilmente impenetrabile, integrandosi nella pronuncia capitale di Elsa Morante e che si diffonde tra le pagine del libro nella voce di Manuele:

Si direbbe, in realtà, all’epilogo di certi destini, che noi stessi, per una nostra legge organica, fin dall’inizio, insieme con la vita, abbiamo scelto anche il modo della nostra morte. Solo a quest’atto finale il disegno, che ciascuno di noi va tracciando col proprio vivere quotidiano, prenderà una forma coerente e compiuta, nella quale ogni atto precedente avrà spiegazione. E sarà stata quella scelta – anche se nascosta a noi stessi, o mascherata, o equivoca – a determinare le altre nostre scelte, a consegnarci agli eventi, e a segnare in ogni movimento i nostri corpi, conformandoli a sé. Noi la portiamo scritta, indelebilmente, fin dentro ogni nostra cellula[37]

Nella dimensione tanto ergonomica, che cinestetica del romanzo, trova quindi un equilibrio la formula metonimica di un’Aracoeli persistente ad eludere il senso dell’incompiuto nell’intensità di «un universo che» – afferma E. Morin – «sfugge ai canoni della realtà»[38]. In questo modo, vediamo Aracoeli procedere nell’assunto Woolfiano di un’arte – o di una vita artistica – che si stacca dalla materialità per aspirare a una totalità invero mai raggiunta (o forse raggiunta quando non più «parlata»).  Nessuna risoluzione, se non nell’”epoca” in cui il territorio asceso si frantuma in particelle minimali, in nessi interspaziali che vive nell’incessante oscillare tra i suoi dentro e i suoi esclusivi fuori nel bisogno di sfuggire a qualsiasi cancellazione, pur essa presenza per sé e presenza di un mito persistente (Me lo insegnò Aracoeli: che non era il sole, come sembrava, a girare per il cielo; ma il mondo. Il quale era mosso da un’aria circolare perpetua, così che girava sempre, giorno e notte[39]  ̶  è la riflessione di Manuele). Prospettate in un’identità eudemonica, le emozioni si ramificano nei fatti, pur mantenendosi nell’attrazione di un incantesimo. Qui l’eudemonico movimento di Aracoeli si condensa nella pluralità dei suoi resoconti immaginali. E ancora: qui il suo essere si contrae in un’appartenenza che è richiamo e legame, condanna e desiderio lacerato, sicché il processo di emancipazione che la riguarda in intimità appare sempre più risucchiato in una sorta di auto-riduzione progressiva, simile a un cero accantonato in una cattedrale oramai chiusa.

CARMEN DE STASIO


[1] E. Morante, Aracoeli (1982), Einaudi, Torino, 2015, p. 295

[2] A. Bertolucci, Elsa in «Aritmie», Garzanti, Milano, 1991, p. 150

[3] Ibi, p. 149

[4] Aracoeli, p. 27

[5] Ibi, p. 10

[6] Ibi, p. 11

[7] H. Arendt, La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna, 2009, p. 489

[8] Aracoeli, p. 359

[9] Ibi, p. 133

[10] Ibi, p. 117

[11] Ibi, p. 358

[12] Ibi, p. 25

[13] Ibi, p. 20

[14] Ibi, p. 10

[15] Ibi, pp. 11 – 12

[16] Ibi, p. 337

[17] Cfr. V. Woolf, Le Onde, 1931

[18] Aracoeli, p. 139

[19] Ibi, p. 337

[20] Ibi, p. 12

[21] Ibi, pp. 28 – 29

[22] V. Woolf, Momenti di essere – scritti autobiografici (1976, pubblicazione postuma), La Tartaruga Edizioni, Baldini & Castoldi S.p.A., Milano, 2003, p. 38

[23] R. Bodei, La filosofia del Novecento (e oltre) (1997), Feltrinelli, Milano, 2016, p. 16

[24] Aracoeli, p. 28

[25] Ibi, p. 29

[26] Ibi, p. 28

[27] Ibi, p. 29

[28] H. Bergson, Il possibile e il reale (Saggio pubblicato in rivista svedese «Nordisk Tdskrift» nel novembre 1930) – a cura di A. Branca, Edizioni AlboVersorio, Milano, 2014, p. 19

[29] Aracoeli, p. 34

[30] Ibi

[31] Ibi, p. 52

[32] Ibi, p. 11

[33] Ibi, p. 14

[34] Ibi

[35] Ibi, p. 350

[36] W. Benjamin, Sul concetto di storia – Il manoscritto affidato a Hannah Arendt delle Tesi di filosofia della storia (1940) – in «Hannah Arendt Walter Benjamin – L’angelo della storia – Testi, lettere, documenti», a cura di D. Schöttker e E. Wizisla, Giuntina, Firenze, 2017, pp. 149 – 150

[37] Aracoeli, p. 19

[38] E. Morin, Sull’Estetica (2016), Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019, p. 55

[39] Aracoeli, p. 137


L’autrice ha liberamente concesso, senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro, la pubblicazione di questo saggio personale e inedito su questo sito.

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“Il Faust di Goethe simbolo dell’umanità intera” di Tina Ferreri Tiberio

Johann Wolfgang von Goethe (1742-1832) è stato uno dei più grandi scrittori, poeti e pensatori tedeschi di tutti i tempi, è considerato una delle figure fondamentali della letteratura mondiale, ha contribuito allo sviluppo del Romanticismo e del Classicismo tedesco

Per Goethe, il concetto di Natura non è solo un insieme di elementi fisici o un semplice ambiente naturale, ma rappresenta un’unità viva e dinamica. La Natura è vista come un organismo in continua evoluzione, un processo di crescita e trasformazione; Goethe la considera anche come una fonte di saggezza e di bellezza, qualcosa di profondo e misterioso che va oltre la mera apparenza. In sostanza, per lui, la Natura è un’entità viva, intelligente e piena di significato, che merita di essere osservata e compresa con rispetto e sensibilità.

La sua opera più famosa è il poema epico Faust, ma ha scritto anche romanzi, poesie, drammi e saggi che hanno avuto un grande impatto culturale e filosofico. 

Il Faust è un poema drammatico in due parti, opera complessa e ricca di significati, esplora temi profondi, come il desiderio di conoscenza, il senso della vita, il peccato, la redenzione e il conflitto tra il bene e il male. Nel suo dramma, Goethe esplora il desiderio dell’uomo di conoscere e di entrare in contatto con la Natura, che rappresenta anche il mistero e la perfezione. Faust stesso è un personaggio che cerca di superare i limiti umani e di comprendere il senso della vita, spesso attraverso un rapporto complesso con la Natura. Goethe vede la Natura come qualcosa di vivo, di dinamico e di sacro e nel suo lavoro questa connessione è molto importante, perché rappresenta anche la ricerca dell’armonia tra l’uomo e il mondo naturale. Il rapporto tra Faust e la natura è centrale nel pensiero di Goethe, che la considera un elemento fondamentale della vita e della conoscenza. L’opera è ispirata dalla leggenda del personaggio, il Dottor Faust della tradizione europea. Il poeta cominciò a scrivere il primo abbozzo nel 1772 e lo considerò terminato nel 1831, ma nel 1832 vi apportò ancora dei ritocchi. Le scene scritte tra il 1772 e il 1775 formano l’Urfaust (Primo Faust), che pubblicò solo nel 1887, influenzato dal Faust del poeta elisabettiano Cristopher Marlowe. La corrente letteraria di riferimento fu lo Sturm und Drang/ Impeto e Assalto.

Nel 1790 Goethe fece apparire un Frammento che comprendeva all’incirca la metà della prima parte, poi completò questo Frammento a partire dal 1797; nel 1808 pubblicò la prima parte del dramma, che non fu più modificata. Lo stile è quello del Classicismo. In questa prima parte, di gran lunga più accessibile, Goethe mescola ricordi personali ai dati leggendari. Il suo Faust si dà al demonio per desiderio di sapere e per sete di godimento.

Il fulcro dell’azione è una scommessa tra Mefistofele, il diavolo, che si impegna di sedurre il dottor Faust e il Signore, il quale sostiene che Faust sarà capace, con le sue sole forze di trionfare sulla tentazione. Faust, medico – scienziato, uomo rispettabilissimo, svolge la sua attività con un aiutante (Wagner) ed è insoddisfatto della sua vita e della sua conoscenza, così si rivolge alla magia, incarnata dalla diabolica figura di Mefistofele. Faust e Mefistofele siglano un patto: Faust si impegna a servire il diavolo e ottiene la giovinezza in cambio della propria anima. Ma nel corso degli eventi Faust si confronta con le sue scelte, le tentazioni e le conseguenze delle sue azioni e diventa il simbolo dell’umanità intera, che “erra in quanto agisce”, ma che deve agire per realizzare l’ideale sentito dalla propria coscienza.       

Seduce l’innocente Margherita, che poi abbandona; l’infelice ridotta alla disperazione, uccide il suo figlioletto ed è condannata a morte. Spira tra le braccia di Faust, ma, una voce dal cielo fa sapere che sarà salvata grazie al suo pentimento. Margherita è una figura che simboleggia la fragilità e la vulnerabilità della donna nell’ambiente sociale del tempo. La storia di Margherita evidenzia il conflitto tra il sentimento amoroso e le conseguenze del peccato. Nonostante il suo destino tragico, Margherita ha la possibilità di scegliere la redenzione, dimostrando la sua forza interiore. La fede di Margherita è un elemento centrale nella sua storia, che la spinge a cercare la salvezza anche nelle circostanze più difficili. La tragedia di Margherita è un’importante parte del dramma di Faust e ha avuto un grande impatto sulla cultura e sull’arte. E’ una storia che continua a commuovere e a far riflettere sul potere dell’amore, sulla fragilità umana e sulla possibilità di redenzione.

 Questo dramma della passione, a cui Goethe dà il nome di Tragedia di Margherita, non è che un semplice episodio. Due sono le grandi tematiche del Faust: il patto – scommessa e lo Streben (il cercare); Mefistofele sfida Dio, volendo dimostrare che Faust, pur affannato e alla ricerca di nuovi ed elevati saperi, in realtà è pur sempre disponibile ad un piacere che proviene dall’abbandono della sapienza. La parola Streben è la parola che caratterizza il protagonista, il suo continuo sforzo di superare i limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione; rappresenta anche lo spirito della borghesia, la sua forza innovativa e rivoluzionaria. Faust, nel primo prologo è disperato: il sapere non gli permette di conoscere l’intima essenza della Natura e decide dunque di darsi alla magia, evocando Mefistofele. Faust è salvato in extremis dal suicidio: sente le campane della Pasqua e la gioia che da esse deriva. In Faust convivono due anime in contrasto: la prima tende al potere – sapere, l’altra ad un legame con il mondo.

Il Faust è un’opera attuale perché affronta temi universali e senza tempo come il desiderio di conoscenza, il senso della vita, il conflitto tra bene e male e le conseguenze delle proprie scelte. Questi argomenti continuano a rispecchiare le sfide e le domande che affrontiamo ancora oggi, rendendo la sua storia e i suoi insegnamenti sempre rilevanti. Inoltre, il personaggio di Faust rappresenta la ricerca incessante di significato e di progresso, che sono temi molto presenti nel mondo moderno, per cui, anche se il testo è stato scritto secoli fa, le sue riflessioni sono ancora molto, molto attuali grazie alla sua profondità e alla sua capacità di parlare delle grandi domande dell’esistenza.                                                                                                   L’opera affronta anche il desiderio di trascendenza e del senso più profondo della vita che alla fine si può interpretare come ricerca di redenzione e di salvezza, anche attraverso le proprie azioni e il proprio percorso di vita.

Goethe ha scritto il “Faust” perché voleva esplorare grandi temi come quello sulla condizione umana, sulla tensione tra aspirazioni spirituali e desideri materiali e quello sulla possibilità di redenzione anche dopo errori e tentazioni. Il Faust è spesso considerato un simbolo dell’umanità intera perché rappresenta l’aspirazione umana all’infinito, la ricerca di conoscenza e l’insofferenza per i limiti della condizione umana; è un uomo che si ribella ai confini della conoscenza, del potere e della vita stessa, cercando di raggiungere un’esistenza superiore attraverso un patto con il diavolo. La ricerca dell’infinito lo porta a desiderare la conoscenza assoluta, il potere e l’eterna giovinezza: fa il patto con il diavolo per soddisfare il suo desiderio di trascendere i limiti. E’ simbolo della condizione umana segnata da un’aspirazione all’infinito e da un costante desiderio di trascendere i propri limiti.                                           

Faust, nel suo viaggio alla ricerca di conoscenza, sperimenta il tormento di non riuscire a raggiungere la serenità e la felicità eterna, anche con il potere del diavolo e nonostante il patto con il diavolo; non rinuncia alla sua aspirazione al divino, cercando di raggiungere un senso di appagamento che vada oltre le cose terrene. 

TINA FERRERI TIBERIO


Bibliografia:

Johann Wolfgang Goethe, Faust edizione integrale, Rusconi libri, Santarcangelo di Romagna (TN), 2022

Aldo Carotenuto, La forza del male. Senso e valore del mito di Faust, Bompiani, Milano, 2004

Massimo Donà, Una sola visione. La filosofia di Goethe, Bompiani, Milano, 2022


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“Carlo Botta non solo storico ma anche narratore e poeta”. Saggio di Dario Pasero

Noi siamo abituati a pensare a Carlo Botta, nato a San Giorgio Canavese, in provincia di Torino, nel 1766 e morto a Parigi nel 1837, come ad un uomo politico e ad uno storico, autore della Storia della guerra dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1809), della Storia d’Italia dal 1789 al 1814 (1824) e della Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789 (1832), oltre che di altre opere storiche minori. In realtà egli fu anche scrittore di romanzi e novelle, e poeta, autore di un poema epico in endecasillabi sciolti.

Nel 1796, mentre in attesa di passare in Francia si trova in Svizzera, e precisamente a Knutwiel (nel cantone di Lucerna), dove si è recato per evitare di essere nuovamente arrestato dal re di Sardegna in quanto cospiratore giacobino, scrive un romanzo epistolare, sul modello di La nouvelle Héloïse (1761) di J. J. Rousseau, dedicato al suo amore per Teresa Paroletti. Questo romanzo è rimasto inedito per quasi 200 anni, venendo poi scoperto e pubblicato nel 1986, col titolo di Per questi dilettosi monti (sono in realtà le parole con cui si inizia il manoscritto), da Luca Badini Confalonieri.

Carlo Botta

Cambiata la situazione politica in Piemonte con l’arrivo di Napoleone e la sua prima campagna d’Italia, il Botta rientra in patria e nel febbraio del 1799 la Repubblica Piemontese, dopo aver votato a favore dell’annessione alla Francia e volendo avvalorare questa sua decisione anche con una sorta di referendum, invia in Canavese ed in Valle d’Aosta, per raccogliere voti di adesione, proprio Carlo Botta, che nello stesso mese (il 19) viene anche nominato Segretario per l’Istruzione Pubblica.

Nel mese di marzo il governo provvisorio viene sciolto per lasciar posto ad una singola Amministrazione, ma gli Austro-Russi entrano a Torino il 26 maggio e Botta viene inviato col Robert a Parigi, dove resterà fino a settembre. Subito dopo chiede di rientrare in servizio nell’esercito francese, venendo assegnato come medico militare a Grenoble, dove era già stato nel 1796 e dove resterà fino almeno al mese di giugno del 1800. Il 9 giugno ad Aix sposa Antoinette Viervil e fa poi ritorno in Italia dopo la vittoria napoleonica a Marengo (14 giugno), diventando membro della Consulta piemontese.

A Grenoble Botta vive un’esperienza amorosa di cui ci lascia memoria in una novella[1], della quale il commediografo e suo grande amico Stanislao Marchisio (1774-1859), all’inizio di una serie di “schede” lessicali riportanti passi linguisticamente interessanti della Novella stessa, ci dice «questa novella è tutta sul fare del Boccaccio, vuoi per purità ed eleganza di lingua, vuoi per oscenità incomportabili. La scrisse il Botta a Grenoble, dove si era rifuggito nel 1799 quando i francesi furono scacciati d’Italia dagli austro-russi, nella sua giovine età di trentatre anni. Sotto il nome di Simplicio de’ Simplicj dipinse la propria bonarietà e dabbenaggine». È questa la novella che a quel tempo «rimasta inedita, dovette però circolare manoscritta tra gli amici», come ipotizza Luca Badini Gonfalonieri nella sua introduzione al romanzo bottiano Per questi dilettosi monti di cui abbiamo appena sopra accennato.

Presso la Biblioteca Civica di Torino è conservata, con la segnatura ms. 79, una miscellanea manoscritta contenente vari scritti di Carlo Botta. Si tratta di un volume rilegato, appartenente alla biblioteca torinese almeno dal 1912, data che si legge, scritta a matita, sull’etichetta presente in 2ª di copertina. Tranne i pochi testi di cui nell’indice si legge essere autografi del Botta, gli altri, tra cui due novelle, non sono sicuramente di mano dello storico canavesano.

Il nostro testo (Novella piacevole. Sotto lo pseudonimo Semplicio de’ Semplici da Roverbella[2]) è il testo che reca il numero 1 della raccolta ed è chiaramente, anche se non esplicitamente, autobiografico. Il contenuto della novella è così brevemente riassumibile: si inizia descrivendo la figura del protagonista, medico (proprio come Botta), e narrando il suo arrivo a Grenoble, dove incontra l’altro protagonista (Totolo), pure lui esule in Francia. I due amici conoscono due donne romane con le quali tentano dei primi approcci amorosi, che culminano, durante la notte di Natale, in una serie di vicende erotiche. A questo punto fa la sua comparsa la figura del “muscadeno” (cioè un “moscardino”), vale a dire una sorta di bellimbusto che tenta anch’egli un approccio amoroso con le due ragazze; da tutto ciò sorgono i primi dubbi dei due uomini sulla vera condizione delle donne. Si arriva quindi all’equivoco ed alla catastrofe: Totolo, trovate le donne in compagnia del moscardino francese, rivela la verità a Simplicio. I due amici incontrano un saggio personaggio originario di Bologna, cotal Assennucci che, dopo la scoperta della verità avvenuta spiando le due donne a banchetto con degli ufficiali francesi, riesce a consolare Simplicio distrutto dal dolore e dalla disperazione.

Passano gli anni e il Botta, che si è trasferito a Parigi in seguito alla sua elezione a deputato, pubblica nel 1809 la prima edizione della Storia della guerra dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America, iniziando nello stesso anno anche la stesura del poema eroico in 12 canti in endecasillabi sciolti, Camillo o Vejo conquistata, che sarà terminato nel 1814, anche se il primo canto, nella sua prima stesura e col titolo di Camilleide, era già stato letto nel 1813 all’Accademia delle Scienze di Torino. Se ne avrà poi una seconda edizione nel 1833 (presso lo stampatore Giuseppe Pomba di Torino) arricchita di “note dall’Autore” e “con gli argomenti a ciascun canto” opera del vercellese professor Cristoforo Baggiolini e preceduta inoltre da una lettera di dedica all’antico suo compagno di studi e compaesano don Giuseppe Gallo, professore emerito di Retorica e di Filosofia e Prefetto degli Studi a Vercelli, che aveva insistito perché egli stampasse la nuova edizione del poema. Il motivo della scelta dell’argomento, la conquista di Veio da parte dei Romani guidati da Furio Camillo avvenuta nel 396 a. C., è spiegato dall’autore nel suo Avvertimento: egli si è sempre meravigliato del fatto che gli autori epici italiani, a differenza dei greci, dei latini e dei francesi, abbiano sempre scelto come argomento dei loro poemi vicende ed imprese straniere; egli invece ha voluto raccontare una vicenda che ha avuto come protagonisti, seppur come avversari, gli Etruschi ed i Romani, «due popoli dei più famosi non solo dell’Italia medesima, ma ancora di tutto il mondo».

Non stiamo ora a dilungarci sull’opera e sul suo contenuto, ma soffermiamoci solamente un attimo su di un episodio del canto XI, proprio il passo in cui il poeta fa il catalogo e la descrizione delle forze italiche giunte in soccorso degli assediati di Veio. Ai versi 1149-1162 egli descrive quelli che possono essere considerati i suoi (e nostri) antenati, i Taurini, di cui ci dice

E qui Tirreno ad Anfideno volto

così gli parla: “O buon Sannite, dimmi,

chi son costor, che con sì snelle piante

battono il calle e l’erta? Oh qual fidanza

portano in volto, e qual guerriera possa!”

“Questi, rispose, son color, che in riva

a l’alme Dore e ad Eridan superbo

di toro nati anticamente, al toro

alzan gli altari, ed han dal toro il nome.

Guardan d’Italia i passi: ora sforzati

da la romana peste accorron quivi

d’Italia a scampo, e gli vedrai ben tosto

fulminar con le spade e coi sembianti.”

Tacque; ed intanto la Taurina prole

altera trapassava e trionfante.

Poi, nei cinque versi seguenti (1163-1167), il nostro autore, con accenti che ricordano vagamente il Tasso della Canzone al Metauro, aggiunge parole tristi e dolorose per la sua condizione, quella di chi ha dovuto scegliere di vivere lontano dal suo paese

Oh dolce nido, o mia cuna diletta,

fera tempesta da te mi divelse:

or queto è ’l turbo; e pur non so, se fia

(tal mi volge destin) ch’io lasci quivi

questa vita infelice, ov’io me l’ebbi!

DARIO PASERO


[1] In una lettera scritta all’incirca nel medesimo periodo di redazione della Novella il Botta scrive: «[…] Quellapoi, ch’ebbe ad innamorarmi, e da farmi ammalato non è la francese, ma una certa testa venuta da Roma, e che par venuta dall’isola di Scio, con certi occhi, i quali pajono il fuoco,o la luce, o s’altro v’ha al mondo di più bello, di più vivace, e raggiante. Il bello poi si è, ch’essa non mi ama, e parte per Parigi fra pochi giorni. Quando adunque vedrai arrivare costà una testa romana col viso bruno, i capelli-neri, e ricciuti, una testa, dico, che dovrebbe servir di modello al più gran scultore del mondo, dì, è questa che innamorò un uomo, nel quale l’amore non dovrebbe più capire […]» (presso la Biblioteca Civica di Torino, lettera del 17Nevoso anno 8° (7/1/1800), da Grenoble, all’amico Giulio Robert).

[2] Roverbella è una località del mantovano dove sappiamo che il Botta aveva soggiornato nel 1797.


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“Una luce perenne contro l’oscurità”. Il saggio-traduzione di Franca Canapini sul celebre discorso lorchiano sui libri del 1931

La poetessa e scrittrice toscana Franca Canapini ha recentemente pubblicato, per i tipi di Helicon di Arezzo, un importante lavoro letterario tra poesia, traduzione e saggio. Si tratta della rilettura commentata, oltre che della traduzione, del celebre testo del poeta Federico García Lorca (1898-1936) letto nel settembre 1931 all’atto dell’inaugurazione della Biblioteca Pubblica di Fuente Vaqueros, suo luogo natale, nei dintorni di Granada.

L’opera, che ho avuto il piacere e l’onore di poter leggere in anteprima e in progress durante il suo sviluppo e che mi ha dato la possibilità di stilare la prefazione, è uno studio attento e meticoloso, ricco di riflessioni della Nostra sul mondo dei libri, dell’importanza della cultura e della comunicazione a partire dalla alocución del Granadino che, se non è tra i testi maggiormente noti e citati del suo ampio repertorio, merita senz’altro una particolare attenzione.

La Canapini ha individuato nelle varie parti che costituiscono questo brano le parole chiave, i punti cruciali di svolta del pensiero lorchiano e, mediante una fertile attività esegetica e interpretativa, ne ha costruito un libro in cui non solo legge l’autore spagnolo – nel contesto della guerra civile che l’avrebbe visto, indirettamente, coinvolto e una delle più celebri vittime – ma lo rilegge in relazione al contesto odierno, alla società globalizzata nella quale viviamo. La nuova contestualizzazione dell’opera nello scenario odierno è funzionale a far emergere in maniera ancor più decisiva i temi fondanti del discorso lorchiano. Puntuali note a piè di pagina forniscono ulteriori approfondimenti su date, momenti decisivi o persone – tra amici e intellettuali – con le quali Lorca fu in contatto ma anche – in un’ottica più ampia e generale – a tutta la storia della scrittura (che è storia della civiltà) passando attraverso le fasi della trasmissione del libro nelle sue varie forme, all’editoria come scienza e soffermandosi anche sul valore del libro come oggetto prezioso, per contenuti ma anche per fattura e tradizione.

La scomposizione del testo di Lorca in vari capitoli facilita questo lavoro di studio e lettura di Franca Canapini dei tanti elementi degni di essere presi in esame, approfonditi, sviscerati[1]. La successione delle varie parti, con la traduzione in italiano (importante il supporto e la supervisione dell’argentina Cecilia Casau in questo) e il relativo commento, sono di particolare utilità anche per chi non ha padronanza della lingua spagnola e potrà, in tal modo, usufruire di un mezzo molto efficace, preciso, attento a ogni approccio. Non di minore importanza è la scelta dell’apparato fotografico che correda in maniera proporzionata e visivamente adeguata la componente testuale. Tra le immagini uno scatto del 1914 di un giovanissimo Lorca in compagnia dell’amata sorella Isabel (1909-2002) mentre le insegna a leggere ma anche uno scatto del 1976, nel quarantennale dell’uccisione del poeta, per il primo evento-omaggio Cinco a las cinco (che da allora annualmente si tiene in sua memoria) a Fuente Vaqueros. Nella prima fila, del foltissimo pubblico presente all’aperto (6.000 persone, riportano le cronache) di questo spettacolo corale (uno dei primi eventi pubblici in cui fu possibile partecipare ed esprimersi con la riappropriata libertà dopo il buio della dittatura), si distingue l’allora sessantasettenne sorella Isabel al centro e poco lontano, alla sua destra, probabilmente Antonina Rodrigo, l’unica donna della “Commissione dei 33” che organizzò l’evento celebrativo.

Particolarmente rilevanti risultano, tra i tanti, i capitoli 6 e 7 dell’opera che contengono lo studio di quelle parti di testo di Lorca forse più note e da Canapini contraddistinti con i titoli che richiamano le sue stesse parole “Non solo di pane vive l’uomo” e “Libri! Libri! Orizzonti, scale per salire sulla vetta dello spirito e del cuore”.

Lo scritto di Lorca, mediante la circumnavigazione delle vicende dell’oggetto-libro, è una storia condensata della cultura dell’uomo, delle vicende proto-editoriali che hanno contraddistinto l’evoluzione delle tecniche di stampa, nella convinzione che il libro sia un potente fattore di conoscenza, cultura e di socialità, ben al di là della mera erudizione. Ed ecco perché il tono impiegato dallo spagnolo è quello di un oratore lieto e soddisfatto: con la fondazione della Biblioteca non si prende parte a una cerimonia istituzionale ma a una festa collettiva, un momento di felice condivisione tra chi (come lui che tanto lesse e altrettanto scrisse) ama i libri e ne difende l’importanza. Riconosce e consacra la libertà del singolo e delle masse.  La tutela e la promozione del libro, in qualsiasi modo si realizzino, attengono a un fenomeno di spiccata rilevanza poiché garantisce “unica salvezza dei popoli”. Libertà d’espressione e riconoscimento di diritti che di lì a poco sarebbero stati duramente messi al bando dall’oppressione fascista nel duro conflitto civile (1936-1939) e poi del dominio dittatoriale franchista (1936-1975) che, come ogni dittatura, introdusse una dura attività di censura preventiva e organizzò indici di libri proibiti.

Il capitolo che chiude l’opera, il ventottesimo, contiene l’estremo omaggio di Lorca in difesa di quel mondo di libertà e di conoscenza per il quale sempre si impegnò nel corso della sua breve vita e ha la forma anche di un riconoscimento verso coloro che, a vario titolo, hanno difeso nel corso del tempo le medesime libertà. Qui troviamo, in un climax lirico che non può rimanere inavvertito, il senso compiuto dell’intera alocución che è e permane, in fondo, il suo testamento universale:

E un saluto a tutti. Ai vivi e ai morti, giacché vivi e morti compongono un paese. Ai vivi per augurargli felicità e ai morti per ricordarli con affetto perché rappresentano la tradizione del popolo e perché è grazie a loro se siamo tutti qui. Che questa biblioteca doni pace, inquietudine spirituale e allegria a questo paese e non dimenticate questo bellissimo detto che scrisse un critico francese del secolo XIX: Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”.

Lorenzo Spurio

Matera, 05/04/2025

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L’autrice

Franca Canapini è nata a Chianciano Terme (SI), risiede ad Arezzo dal 1975. Laureata in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Perugia, è stata docente di Lettere nella Scuola Secondaria di primo grado. Ha pubblicato nove raccolte di poesia: Stagioni sovrapposte e confuse (2010), Tra i solstizi (2011), Il senso del sempre (2013), Viaggio nella poesia (2014), Gente in cammino (2014), La bellezza tragica del mondo (2016), Semi nudi (2021), Haiku per un anno (2022), Misteri d’amore – Poema ispirato al Simposio di Platone (20249. Al suo attivo ha anche un romanzo (Un giorno, la vita, 2017) una raccolta di favole (Favolette per grandi e per piccini, 2017), un romanzo breve (Melina – Una storia surreale, 2019) e un racconto di memorie (Dal fondo – I miei primi dieci anni, 2019). Ha ricevuto premi e riconoscimenti per la sua opera poetica e narrativa. Per la saggistica ha pubblicato: Una luce perenne contro l’oscurità. Alocución al pueblo de Fuente Vaqueros di Federico García Lorca (2025). È stata Consigliere e Vice Presidente dell’Associazione degli Scrittori Aretini “Tagete” dal 2013 al 2023, nonché membro di giuria in alcuni premi letterari.


[1] L’autrice ha dedicato anche un interessante articolo a questo libro di Lorca focalizzando l’attenzione sull’importanza della lettura come “buona pratica”: Franca Canapini, “Dalla Alocución al pueblo di Fuente Vaqueros di Federico Garcia Lorca del 1931 alla necessità odierna di creare una consuetudine con il libro, «La casa del vento», 16/03/2025, Link: https://tinyurl.com/ypz3a8jz (Sito consultato il 05/04/2025).


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Rivista “Nuova Euterpe” n°02/2024 – Lista delle opere

LISTA DELLE PUBBLICAZIONE DELLE OPERE

AFORISMI

Nr. 1 aforisma di GABRIELLA PACI – https://blogletteratura.com/2024/03/23/n-e-02-2024-un-aforisma-di-gabriella-paci/

Nr. 2 aforismi di CLAUDIO TONINI – https://blogletteratura.com/2024/04/24/n-e-02-2024-rifiorire-e-terapie-spirituali-due-aforismi-di-claudio-tonini/

Nr. 2 aforismi di EMANUELE MARCUCCIOhttps://blogletteratura.com/2024/04/03/n-e-02-2024-due-aforismi-di-emanuele-marcuccio/

Nr. 2 aforismi di LAURA VARGIUhttps://blogletteratura.com/2024/03/06/n-e-02-2024-oriente-e-gerusalemme-due-aforismi-di-laura-vargiu

Nr. 2 aforismi di LORETTA FUSCO – https://blogletteratura.com/2024/03/18/n-e-02-2024-due-aforismi-di-loretta-fusco/

Nr. 2 aforismi di MARIA PELLINO – https://blogletteratura.com/2024/04/14/n-e-02-2024-due-aforismi-di-maria-pellino/

Nr. 2 aforismi di PAOLA ERCOLE https://blogletteratura.com/2024/03/30/n-e-02-2024-due-aforismi-di-paola-ercole/


POESIA

(esercizi di mindufulness)” – Di ALESSANDRA CARNOVALE – https://blogletteratura.com/2024/04/20/n-e-02-2024-esercizi-di-minduflness-poesia-di-alessandra-carnovale/

“[Smontare le emozioni]” – Di CLARA DANUBIO https://blogletteratura.com/2024/03/30/n-e-02-2024-smontare-le-emozioni-poesia-di-carla-danubio/

“01.08.2023” – Di ROSA MARIA CHIARELLO https://blogletteratura.com/2024/05/28/n-e-02-2024-01-08-2023-poesia-di-rosa-maria-chiarello/

Abbraccio d’infinito” – Di GABRIELLA PACI https://blogletteratura.com/2024/05/15/n-e-02-2024-abbraccio-dinfinito-di-gabriella-paci/

Adagio BWV 974” – Di ALESSANDRO MONTICELLI – https://blogletteratura.com/2024/04/14/n-e-02-2024-adagio-bwv-974-poesia-di-alessandro-monticelli/

“Alba struggente” – Di ANNELLA PRISCO – https://blogletteratura.com/2024/04/17/n-e-02-2024-alba-struggente-poesia-di-annella-prisco/

“Algamemoria” e “Il mosaico del nulla” – Di MARCO COLLETTI – https://blogletteratura.com/2024/04/18/n-e-02-2024-algamemoria-e-il-mosaico-del-nulla-due-poesie-di-marco-colletti/

“Attesa” – Di MADDALENA CORIGLIANO – https://blogletteratura.com/2024/04/18/n-e-02-2024-attesa-poesia-di-maddalena-corigliano/

“Attimo” – Di ANTONINO BLUNDA – https://blogletteratura.com/2024/04/28/n-e-02-2024-attimo-poesia-di-antonino-blunda/

“Canzone triste” – Di ANTONIO MANGIAMELI https://blogletteratura.com/2024/04/04/n-e-02-2024-canzone-triste-poesia-di-antonio-mangiameli/

“Cedere” – Di ANTONIO SPAGNUOLOhttps://blogletteratura.com/2024/03/26/n-e-02-2024-di-luce-immensa-poesia-di-ornella-spagnulo/

“Com’è difficile” – Di GIUSEPPE GAMBINI – https://blogletteratura.com/2024/03/17/n-e-02-2024-come-difficile-poesia-di-giuseppe-gambini/

“Con affetto, tua madre” – Di SIMONA GIORGI https://blogletteratura.com/2024/04/01/n-e-02-2024-con-affetto-tua-madre-poesia-di-simona-giorgi/

“Cuore bianco” – Di SILVIA ROSA https://blogletteratura.com/2024/04/06/n-e-02-2024-cuore-bianco-poesia-di-silvia-rosa/

 “Dai capitoli del tempo” – Di PASQUALINO CINNIRELLAhttps://blogletteratura.com/2024/05/04/n-e-02-2024-dai-capitoli-del-tempo-poesia-di-pasqualino-cinnirella/

“Di luce immensa” – Di ORNELLA SPAGNULO – https://blogletteratura.com/2024/03/26/n-e-02-2024-di-luce-immensa-poesia-di-ornella-spagnulo/

“Distanze” – Di CAMILLA ZIGLIA – https://blogletteratura.com/2024/03/21/n-e-02-2024-distanze-poesia-di-camilla-ziglia/

“Distici dell’inespresso” – Di ROSSANA JEMMA – https://blogletteratura.com/2024/03/08/n-e-02-2024-distici-dellinespresso-poesia-di-rossana-jemma/

“El viènto” – Di TESEO TESEI https://blogletteratura.com/2024/05/07/n-e-02-2024-el-viento-poesia-in-dialetto-fabrianese-di-teseo-tesei/

“Esistono incontri” – Di IZABELLA TERESA KOSTKA https://blogletteratura.com/2024/04/21/n-e-02-2024-esistono-incontri-poesia-di-izabella-teresa-kostka/

“Figli di Dedalo” – Di DORIS BELLOMUSTO – https://blogletteratura.com/2024/04/25/n-e-02-2024-figli-di-dedalo-poesia-di-doris-bellomusto/

fissavi quella scia” – Di CINZIA DEMIhttps://blogletteratura.com/2024/05/05/n-e-02-2025-fissavi-quella-scia-poesia-di-cinzia-demi/

“Fugace” – Di FEDERICO PREZIOSI https://blogletteratura.com/2024/04/10/n-e-02-2024-fugace-poesia-di-federico-preziosi/

“Guardo” – Di EMANUELE MARCUCCIOhttps://blogletteratura.com/2024/05/05/n-e-02-2024-guardo-poesia-di-emanuele-marcuccio/

“Il cielo e lo spirituale dell’incarnato (ovvero l’azzurro e il rosa di Ettore Spalletti)” – Di RENZO FAVARON https://blogletteratura.com/2024/04/01/n-e-02-2024-il-cielo-e-lo-spirituale-dellincarnato-ovvero-lazzurro-e-il-rosa-di-ettore-spalletti-poesia-di-renzo-favaron/

“Il Fato” – Di DAVIDE MARCHESE https://blogletteratura.com/2024/03/26/n-e-02-2024-il-fato-poesia-di-davide-marchese/

“Il fiume della vita” – Di FIORELLA FIORENZONI https://blogletteratura.com/2024/04/11/n-e-02-2024-il-fiume-della-vita-poesia-di-fiorella-fiorenzoni/

“Il lungo viaggio” – Di ELEONORA BELLINI – https://blogletteratura.com/2024/04/14/n-e-02-2024-il-lungo-viaggio-poesia-di-eleonora-bellini/

 “Il silenzio muove le foglie” – Di ROBERTO CASATI https://blogletteratura.com/2024/05/25/n-e-02-2024-il-silenzio-muove-le-foglie-poesia-di-roberto-casati/

“Io resto in ascolto di te” – Di TINA FERRERI TIBERIO – https://blogletteratura.com/2024/03/04/n-e-02-2024-poesia-e-spiritualita-articolo-di-tina-ferreri-tiberio/

“Io sono essenza” – Di MARIA BENEDETTA CERRO https://blogletteratura.com/2024/04/14/n-e-02-2024-io-sono-essenza-poesia-di-maria-benedetta-cerro/

L’arbìtrio” – Di FLAVIA TOMASSINI – https://blogletteratura.com/2024/04/21/n-e-02-2024-larbitrio-poesia-di-flavia-tomassini/

“La danza” – Di IRENE SABETTA https://blogletteratura.com/2024/05/04/n-e-02-2024-la-danza-poesia-di-irene-sabetta/

“La fatica di nascere” – Di GIOVANNA FILECCIA – https://blogletteratura.com/2024/03/10/n-e-02-2024-ritornoalvuotosaggiodigiovannafileccia/

La lettera mancante” – Di RITA GRECO https://blogletteratura.com/2024/04/28/n-e-02-2024-la-lettera-mancante-poesia-di-rita-greco/

“La luna e il suo mistero” – Di LUCIA LO BIANCOhttps://blogletteratura.com/2024/05/04/n-e-02-2024-la-luna-e-il-suo-mistero-poesia-di-lucia-lo-bianco/

“La resistenza dell’amore” – Di RITA PACILIO – https://blogletteratura.com/2024/05/12/n-e-02-2024-la-resistenza-dellamore-poesia-di-rita-pacilio/

Lacrime di pace” – Di AMEDEO DI SORAhttps://blogletteratura.com/2024/04/30/n-e-02-2024-lacrime-di-pace-poesia-di-amedeo-di-sora/

“Le calde posture del sole” – Di DONATELLA NARDIN https://blogletteratura.com/2024/04/07/n-e-02-2024-le-calde-posture-del-sole-poesia-di-donatella-nardin/

“Liturgia del silenzio” – Di GABRIELE GRECOhttps://blogletteratura.com/2024/05/03/n-e-02-2024-liturgia-del-silenzio-poesia-di-gabriele-greco/

“Mantra di Speranze” – Di NICOLE FIAMENIhttps://blogletteratura.com/2024/05/03/n-e-02-2024-mantra-di-speranze-poesia-di-nicole-fiameni/

Misericordia” – Di EMANUELA MANNINO https://blogletteratura.com/2024/03/17/n-e-02-2024-misericordia-poesia-di-emanuela-mannino/

“Nel vuoto [lì per sempre]” – Di RITA STANZIONE https://blogletteratura.com/2024/05/24/n-e-02-2024-nel-vuoto-li-per-sempre-di-rita-stanzione/

“Nella nebbia” – Di MARIO DE ROSA https://blogletteratura.com/2024/05/25/n-e-02-2024-nella-nebbia-poesia-di-mario-de-rosa/  

“Oggi il sole” – Di GABRIELLA MAGGIO https://blogletteratura.com/2024/05/27/n-e-02-2024-oggi-il-sole-poesia-di-gabriella-maggio/

Parole di resurrezione” – Di GIANNI ANTONIO PALUMBO – https://blogletteratura.com/2024/03/13/n-e-02-2024-parole-di-resurrezione-poesia-di-gianni-antonio-palumbo/

“per legge naturale lussureggiano gli ibridi” e “solstizio d’inverno 2023” – Di ANNAMARIA FERRAMOSCA – https://blogletteratura.com/2024/05/31/n-e-02-2024-solstizio-dinverno-2023-e-per-legge-naturale-lussureggiano-gli-ibridi-due-poesie-di-annamaria-ferramosca/

“Poesia e anima” – Di MARIA PELLINO – https://blogletteratura.com/2024/06/03/n-e-02-2024-poesia-e-anima-poesia-di-maria-pellino/

“Poesia” – Di LUCIO ZANIBONI https://blogletteratura.com/2024/04/07/n-e-02-2024-poesia-di-lucio-zaniboni/

“preghiera a san michele” – Di ROSARIA DI DONATO – https://blogletteratura.com/2024/06/02/n-e-02-2024-preghiera-a-san-michele-poesia-di-rosaria-di-donato/

“Preghiera” – Di ANTONIETTA SIVIERO – https://blogletteratura.com/2024/05/17/n-e-02-2024-preghiera-poesia-di-antonietta-siviero/

“Preghiera” – Di MARINA MINET – https://blogletteratura.com/2024/06/01/n-e-02-2024-preghiera-poesia-di-marina-minet-2/

“Quando sarai nel vuoto” – Di MARGHERITA PARRELLI – https://blogletteratura.com/2024/05/26/n-e-02-2024-quando-sarai-nel-vuoto-poesia-di-margherita-parrelli/

“Quasi apparenze” – Di RICCARDO CARLI BALLOLA https://blogletteratura.com/2024/03/26/n-e-02-2024-quasi-apparenze-poesia-di-riccardo-carli-ballola/

“Quiete di pane e famiglia” – Di CARLA MARIA CASULA – https://blogletteratura.com/2024/03/09/n-e-02-2024-quiete-di-pane-e-famiglia-poesia-di-carla-maria-casula/

“Riflessioni” – Di GIAN LUCA GUILLAUMEhttps://blogletteratura.com/2024/04/11/n-e-02-2024-riflessioni-poesia-di-gian-luca-guillaume/

“Ritornare in mente” – Di LUIGI PIO CARMINAhttps://blogletteratura.com/2024/05/17/n-e-02-2024-ritornare-in-mente-poesia-di-luigi-pio-carmina/

Sacro vuoto” – Di TIZIANA COLUSSO https://blogletteratura.com/2024/05/23/n-e-02-2024-sacro-vuoto-poesia-di-tiziana-colusso-2/

“Se fossimo vetro” – Di SIMONE PRINCIPEhttps://blogletteratura.com/2024/05/18/n-e-02-2024-se-fossimo-vetro-poesia-di-simone-principe/

“Sei il verme della tristezza” – Di EMILIO PAOLO TAORMINA – https://blogletteratura.com/2024/05/02/n-e-02-2024-sei-il-verme-della-tristezza-poesia-di-emilio-paolo-taormina/

“Sensazioni celesti” – Di CLAUDIO MERINI https://blogletteratura.com/2024/05/29/n-e-02-2024-sensazioni-celesti-poesia-di-claudio-merini/

“Siamo anime” – Di ANGELA PATRONO – https://blogletteratura.com/2024/05/15/n-e-02-2024-siamo-anime-poesia-di-angela-patrono/

Sole!” – Di GIOVANNI TERESI – https://blogletteratura.com/2024/05/30/n-e-02-2024-sole-poesia-di-giovanni-teresi/  

“Solidarietà (Venezuela)” – Di GRAZIA FINOCCHIARO – https://blogletteratura.com/2024/05/21/n-e-02-2024-solidarieta-venezuela-poesia-di-grazia-finocchiaro/

 “Sono andata al mio funerale” – Di SANDRA MANCA – https://blogletteratura.com/2024/05/19/n-e-02-2024-sono-andata-al-mio-funerale-poesia-di-sandra-manca/

“Spazio puro” – Di PAOLA PITTAVINO – https://blogletteratura.com/2024/03/21/n-e-02-2024-spazio-puro-poesia-di-paola-pittavino/

“Tutto il resto è tempo (Seneca)” – Di GABRIELLA PISON https://blogletteratura.com/2024/04/07/n-e-02-2024-tutto-il-resto-e-tempo-seneca-poesia-di-gabriella-pison/

“Una coperta di cenere” – Di LUISA DI FRANCESCO – https://blogletteratura.com/2024/06/01/n-e-02-2024-una-coperta-di-cenere-poesia-di-luisa-di-francesco/

“Una preghiera al vento” – Di MICHELA ZANARELLA https://blogletteratura.com/2024/05/21/n-e-02-2024-una-preghiera-al-vento-poesia-di-michela-zanarella/

Vanishing Faces” – Di SILVIO RAFFO – https://blogletteratura.com/2024/03/14/n-e-02-2024-vanishing-faces-poesia-di-silvio-raffo/

“Versi” – Di LUCIA CRISTINA LANIA – https://blogletteratura.com/2024/05/22/n-e-02-2024-versi-poesia-di-lucia-cristina-lania/

*

Vengono, inoltre, pubblicate le poesie “I premiati”; “Il Giudizio finale”; “Le beatitudini” e “Gli esclusi” di GUIDO OLDANI a compendio dell’intervista rivolta al fondatore del Realismo Terminale da ANNACHIARA MARANGONI.


ARTICOLI

“Dall’oblio dell’essere al naufragio dell’essere” – A cura di GUGLIELMO PERALTA – https://blogletteratura.com/2024/04/18/n-e-02-2024-dalloblio-dellessere-al-naufragio-nellessere-articolo-di-guglielmo-peralta/

“L’antica tradizione e l’origine del Presepe” – A cura di GIOVANNI TERESIhttps://blogletteratura.com/2024/03/20/n-e-02-2024-lantica-tradizione-e-lorigine-del-presepe-articolo-di-giovanni-teresi/

“Poesia e pace?” – A cura di ENRICA SANTONIhttps://blogletteratura.com/2024/04/10/n-e-02-2024-poesia-e-pace-articolo-di-enrica-santoni/

“Poesia e spiritualità, tra confronto e identità” – A cura di VALTERO CURZI – https://blogletteratura.com/2024/04/25/n-e-02-2024-poesia-e-spiritualita-tra-confronto-e-identita-articolo-di-valtero-curzi/

“Poesia e spiritualità” – A cura di TINA FERRERI TIBERIO – https://blogletteratura.com/2024/04/14/n-e-02-2024-io-resto-in-ascolto-di-te-poesia-di-tina-ferreri-tiberio/

“Ritorno al vuoto” – A cura di GIOVANNA FILECCIA – https://blogletteratura.com/2024/05/23/n-e-02-2024-la-fatica-di-nascere-poesia-di-giovanna-fileccia/


SAGGI

“«In te mi riconforto». Appunti sulla spiritualità tassiana” – A cura di FRANCESCO MARTILLOTTO https://blogletteratura.com/2024/06/03/n-e-02-2024-in-te-mi-riconforto-appunti-sulla-spiritualita-tassiana-saggio-di-francesco-martillotto/

“Al di là di un dispersivo incanto nella pluralità dei versi di Oronzo Liuzzi” – A cura di CARMEN DE STASIO https://blogletteratura.com/2024/04/06/n-e-02-2024-al-di-la-di-un-dispersivo-incanto-nella-pluralita-dei-versi-di-oronzo-liuzzi-saggio-di-carmen-de-stasio/

“Christine Lavant, stella abbandonata da Dio” – A cura di LORETTA FUSCO https://blogletteratura.com/2024/05/03/n-e-02-2024-christine-lavant-stella-abbandonata-da-dio-saggio-di-loretta-fusco/

“Dalla spiritualità della poesia alla sua inevitabile umanità. Dante, Beatrice e Francesca” – A cura di DILETTA FOLLACCHIO – https://blogletteratura.com/2024/03/28/n-e-02-2024-dalla-spiritualita-della-poesia-alla-sua-inevitabile-umanita-dante-beatrice-e-francesca-saggio-di-diletta-follacchio/

“Eminescu” – A cura di DANTE MAFFIAhttps://blogletteratura.com/2024/05/16/n-e-02-2024-su-mihai-eminescu-saggio-di-dante-maffia/

“L’itinerario spirituale di Vittoria Colonna” – A cura di GRAZIELLA ENNAhttps://blogletteratura.com/2024/05/14/n-e-02-2024-litinerario-spirituale-di-vittoria-colonna-saggio-di-graziella-enna/

“La poesia amorosa di Borges” – A cura di DANTE MAFFIA – https://blogletteratura.com/2024/03/18/n-e-02-2024-la-poesia-amorosa-di-borges-saggio-di-dante-maffia/

“La poesia realistico-simbolica di José Russotti” – A cura di GIUSEPPE RANDO https://blogletteratura.com/2024/04/12/n-e-02-2024-la-poesia-realistico-simbolica-di-jose-russotti-saggio-del-prof-giuseppe-rando/

“La religiosità e spiritualità nelle opere delle poete lucane: da Isabella Morra ad Anna Santoliquido” – A cura di FRANCESCA AMENDOLA – https://blogletteratura.com/2024/04/16/n-e-02-2024-la-religiosita-spirituale-nelle-opere-delle-poete-lucane-da-isabella-morra-ad-anna-santoliquido-saggio-di-francesca-amendola/

“Novalis: tra filosofia, magia e spiritualità” – A cura di RICCARDO RENZI https://blogletteratura.com/2024/04/03/n-e-02-2024-novalis-tra-filosofia-magia-e-spiritualita-saggio-di-riccardo-renzi/

“Poesia e spiritualità al femminile” – A cura di FRANCESCA LUZZIO – https://blogletteratura.com/2024/04/27/n-e-02-2024-poesia-e-spiritualita-al-femminile-articolo-di-francesca-luzzio/

“Poesia e spiritualità: la ricerca interiore tra fede e laicità” – A cura di MARIA GRAZIA FERRARIS – https://blogletteratura.com/2024/04/20/n-e-02-2024-poesia-e-spiritualita-la-ricerca-interiore-tra-fede-e-laicita-saggio-di-maria-grazia-ferraris/

“POEVITÀSIA. Manifesto della Filosofia dell’Umafeminità” – A cura di NADIA CAVALERAhttps://blogletteratura.com/2024/05/05/n-e-02-2024-poevitasia-manifesto-della-filosofia-dellumafeminita-a-cura-di-nadia-cavalera/

“Tempo di realtà” – A cura di GIULIANO LADOLFI https://blogletteratura.com/2024/05/24/n-e-02-2024-tempo-di-realta-un-saggio-sulla-poesia-a-cura-di-giuliano-ladolfi/

“UT PICTURA POËSIS. La forma dello Spirito nell’opera di quattro celebri artisti-poeti” – A cura di WANDA PATTACINI – https://blogletteratura.com/2024/05/19/n-e-02-2024-ut-pictura-poesis-la-forma-dello-spirito-nellopera-di-quattro-celebri-artisti-poeti-saggio-di-wanda-pattacini


RECENSIONI

Dialoghi con la notte. Appunti su Lezione di meraviglia di Daniele Ricci – A cura di FRANCESCO FIORETTI – https://blogletteratura.com/2024/05/22/n-e-02-2024-dialoghi-con-la-notte-appunti-su-lezione-di-meraviglia-di-daniele-ricci-a-cura-di-francesco-fioretti/

Figlie di Pocahontas, a cura di Cinzia Biagiotti e Laura Coltelli – A cura di MICHELE VESCHIhttps://blogletteratura.com/2024/03/13/n-e-02-2024-figlie-di-pocahontas-a-cura-di-cinzia-biagiotti-e-laura-coltelli-recensione-di-michele-veschi/

Geografie della sete: Getsemani di Luca Pizzolitto – A cura di ANNALISA CIAMPALINI https://blogletteratura.com/2024/03/29/n-e-02-2024-geografie-della-sete-di-luca-pizzolitto-recensione-di-annalisa-ciampalini/

Le Poesie mistiche di Rumi – A cura di LAURA VARGIU – https://blogletteratura.com/2024/03/06/n-e-02-2024-oriente-e-gerusalemme-due-aforismi-di-laura-vargiu/

Meraviglie di Simone Magli – A cura di LORENZO SPURIO https://blogletteratura.com/2024/04/04/n-e-02-2024-meraviglie-di-simone-magli-recensione-di-lorenzo-spurio/

Poesie novissime di Francisco Soriano – A cura di MARIA PINA CIANCIO – https://blogletteratura.com/2024/03/22/n-e-02-2024-poesie-novissime-di-francesco-soriano-recensione-di-maria-pina-ciancio/

Prefazione a La carne y el espíritu di Alfredo Pérez Alencart – A cura di VITO DAVOLI – https://blogletteratura.com/2024/05/16/n-e-02-2024-la-poesia-di-alfredo-perez-alencart-il-panorama-dellanima-nella-carne-dellumano-prefazione-a-la-carne-y-el-espiritu-a-cura-di-vito-davoli/

Recensione a Erotanasie, poema a due voci scritto da Giannino Balbis ed Emanuela Mannino – A cura di ORNELLA MALLO – https://blogletteratura.com/2024/05/09/n-e-02-2024-recensione-a-erotanasie-poema-a-due-voci-scritto-da-giannino-balbis-ed-emanuela-mannino-a-cura-di-ornella-mallo/

Sacro minore di Franco Arminio – A cura di CRISTINA BIOLCATI – https://blogletteratura.com/2024/03/12/n-e-02-2024-sacro-minore-di-franco-arminio-recensione-di-cristina-biolcati/


INTERVISTE

“Dare respiro al sacro”. Intervista al poeta Luigi Carotenuto – A cura di FRANCESCA DEL MORO – https://blogletteratura.com/2024/04/13/n-e-02-2024-dare-respiro-al-sacro-intervista-al-poeta-luigi-carotenuto-a-cura-di-francesca-del-moro/

“La poesia tiene in vita il mondo”. Intervista a Mario Narducci – A cura di ANNA MANNA CLEMENTIhttps://blogletteratura.com/2024/04/30/n-e-02-2024-la-poesia-tiene-in-vita-il-mondo-intervista-a-mario-narducci-a-cura-di-anna-manna-clementi/

“La sacralità nella natura”. Intervista a Mirella Crapanzano – A cura di LUCIA CUPERTINO https://blogletteratura.com/2024/03/25/n-e-02-2024-la-sacralita-nella-natura-intervista-a-mirella-crapanzano-a-cura-di-lucia-cupertino/

Intervista a Silvio Aman – A cura di ADRIANA GLORIA MARIGO – https://blogletteratura.com/2024/03/15/n-e-02-2024-intervista-a-silvio-aman-a-cura-di-adriana-gloria-marigo/

Intervista al Maestro Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale – A cura di ANNACHIARA MARANGONI https://blogletteratura.com/2024/04/09/n-e-02-2024-intervista-al-maestro-guido-oldani-fondatore-del-realismo-terminale-a-cura-di-annachiara-marangoni/

Intervista alla scrittrice e antropologa Loretta Emiri – A cura di LORENZO SPURIO – https://blogletteratura.com/2024/04/22/n-e-02-2024-intervista-alla-scrittrice-e-antropologa-loretta-emiri-a-cura-di-lorenzo-spurio/


N.E. 02/2024 – “In te mi riconforto”. Appunti sulla spiritualità tassiana. Saggio di Francesco Martillotto

In te mi riconforto».[1]  Appunti sulla spiritualità tassiana

Nel corso dei secoli, attorno alla concezione religiosa tassiana e, più nello specifico, al rapporto del poeta con la dimensione del sacro, sono sorti e poi sedimentati dei pregiudizi che ne hanno inficiato una corretta e obiettiva valutazione. Ciò in virtù del fatto che le analisi sulla persona hanno prevalso su quelle inerenti allo studio dell’opera ad iniziare dal suo primo biografo, quel Giovan Battista Manso che scriverà di un poeta che «ebbe, per ispezial dono di Dio, dal vero splendore della santa fede per sì maraviglioso modo illuminata la mente, che né per debolezza di giudizio nell’età puerile, né per l’acutezza d’ingegno nel calor della gioventù, gli cadde giammai nel pensiero dubitazion veruna intorno a’ misteri della nostra cristiana religione».[2] La fase “agiografica” non cambiò molto neppure coi successivi studi, ovvero con la biografia di Pier Antonio Serassi e gli studi di Cesare Guasti, curatore dell’imponente epistolario.[3] Con il De Sanctis si passa direttamente all’altro versante,  ossia ritenere la religiosità tassiana solo come aspetto formale, un giudizio negativo che è persistito nel tempo: «che cos’è dunque la religione nella Gerusalemme? È una religione alla italiana, dommatica, storica e formale: ci è la lettera, non ci è lo spirito. I suoi cristiani credono, si confessano, pregano, fanno processioni; questa è la vernice; quale è il fondo? È un modello cavalleresco, fantastico, romanzesco e voluttuoso, che sente la messa e si fa la croce. La religione è l’accessorio di questa vita: non ne è lo spirito».[4] Per avere  delle valutazioni più “scientifiche” bisognerà attendere Eugenio Donandoni, che elabora sicuramente il giudizio più severo intorno alla portata della sfera spirituale tassiana allorquando scrive che il poeta «anche negli anni più fecondi della poesia religiosa,  […] non arrivò mai ad un senso profondo e vivo della religiosità», concludendo che “la sua volontà rimane attaccata alla terra sempre. […] Dio non gli parla nella solitudine: […] nella solitudine egli pensa al mondo, che è rimasto alle sue spalle. [..] La religiosità delle rime sacre è quella esteriore o pomposa» e conclude, in modo lapidario, che  «adorò, ma non sentì Cristo».[5] Seguirono le analisi di Francesco Flora che definisce il Tasso «poeta religioso in un senso tutto umano»,  di Giovanni Getto secondo cui la religiosità del poeta è «una consapevolezza dolente, di natura etica più che propriamente religiosa, ripiegata sulle sue stanche inquietudini, sui suoi timori di peccato e di morte, sulle forme vane che passano e dileguano»[6] e infine di Bortolo Tommaso Sozzi che, partendo dalla Gerusalemme Liberata, individua un  elemento religioso «in senso diverso da quello tradizionale; religioso cioè non entro l’àmbito del cattolicesimo (benché l’ispirazione cattolica occupi quantitativamente molta parte del poema), bensì in una dimensione più larga e indefinita, come sentimento tragico della forza ostile, oscura e fatale che governa la vita, la storia e le cose».[7] Si aprono, allora, due percorsi, ovvero se il poeta sorrentino sia stato un fervido e sincero credente oppure in lui, al contrario,  abbia albergato una fede superficiale: entrambi chiaramente non sono percorribili perché fortemente condizionati da ideologie contrapposte. Ulteriormente non percorribile è un altro itinerario (in realtà ve ne sono anche altri), ovvero quello di uno scrittore che ha un suo sentimento religioso della vita che non coincide, però,  con quello celebrato dal culto ufficiale.[8] Occorre, per tracciare delle direzioni da seguire e tentare una lettura dell’esperienza spirituale tassiana, affidarsi agli ultimi decenni di studi sull’argomento nonché analizzarne lo sviluppo – perché c’è stato – nello stesso autore partendo dal vastissimo corpus delle lettere. La lettera del 15 aprile 1579, lunghissima,  è indirizzata a Scipione Gonzaga e ha la parte più interessante nel punto in cui si apre una digressione costituita da un’apostrofe a Dio: la struttura è quella di una vera e propria emendatio rispetto alla condotta morale giovanile e  alle precedenti posizioni filosofiche, ma soprattutto è uno spartiacque nelle vita dell’autore,  preoccupato di dimostrare la sua conversione alla fede cristiana. Dai dubbi e dalle incertezze, nati dall’esercizio dell’intelletto, e dall’aver assimilato Dio alle idee di Platone, agli atomi di Democrito, alla mente di Anassagora, all’amicizia di Empedocle e alla materia prima di Aristotele, tramite la teologia negativa (ricavata dallo Pseudo-Dionigi) e un ragionamento sillogizzante aristotelico ricompone il conflitto e concilia le asserzioni contrastanti («io ti conosceva solo come una certa cagione de l’universo […]. Ma dubitava poi oltra modo, se tu avessi creato il mondo»),  come si può seguire nei due passi riportati della lettera:[9]

«Dunque non mi scuso io, Signore, ma mi accuso, che tutto dentro e di fuori lordo e infetto dei vizi de la carne e de la caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare a l’idee di Platone e a gli atomi di Democrito, a la mente di Anassagora, a la lite e a l’amicizia di Empedocle, a la materia prima d’Aristotele, a la forma de la corporalità o a l’unità de l’intelletto sognata da Averroe, o ad altre sì fatte cose de’ filosofi; le quali, il più de le volte, sono più tosto fattura de la loro imaginazione, che opera de le tue mani, o di quelle de la natura tua ministra. Non è maraviglia, dunque, s’io ti conosceva solo come una certa cagione de l’universo, la quale, amata e desiderata, tira a sé tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che in universale provvede a la salute del mondo e di tutte le specie che da lui sono contenute. Ma dubitava poi oltra modo, se tu avessi creato il mondo, o se pur ab eterno egli da te dipendesse: dubitava, se tu avessi dotato l’uomo d’anima immortale, e se tu fossi disceso a vestirti d’umanità; e dubitava di molte cose che da questi fonti, quasi fiumi, derivano. Percioché come poteva io fermamente credere ne i sacramenti, o ne l’autorità del tuo pontefice, o ne l’inferno, o nel purgatorio, se de l’incarnazion del tuo Figliuolo e de la immortalità de l’anima era dubbio?

Divenuto io, dunque, omai giusto misuratore de le deboli forze del mio intelletto, così fra me stesso ragionava: Chi mi dimandasse, che fosse la materia prima; che altro saprei rispondere, se non ch’ella non è, né il che, né il quanto, né il quale, né altra cosa è, che si possa o co ‘l dito mostrare o con le parole diffinire? E se pur questa risposta non mi piacesse, ricorrerei forse a qualche somiglianza; e direi, che tale ella è in rispetto de le forme naturali, quale è l’oro e l’argento in rispetto de le artificiali: percioché sì come di questi metalli si posson fare e monile e medaglia e coppa da bere e vasi da oprar ne la tavola o da por ne la credenza per ornamento; così ella è atta a ricevere la forma de la vite, de la palma, del leone, del destriero e de l’uomo o di che altro si sia. Dunque, se de la materia prima, vilissima e ignobilissima cosa, io non ho altra cognizione, né posso darla altrui, se non quella che o negando o paragonando s’appresenta a l’intelletto; ardirò io d’aspirare a l’altissima cognizione d’Iddio nobilissimo e perfettissimo? o presumerò di significare altrui quello che io non intendo? o mi parrà strano o maraviglioso, se io non sono atto a conoscerlo o a parlarne in modo o con paragone, che a la sua maestà sia convenevole? perciochè la luce del sole è oscura, e la grandezza de l’oceano è una brevissima stilla d’acqua, s’a Dio s’assomiglia. Negherò dunque di sapere quel che sia Dio, ma non già di saper ch’egli sia.

E continua ancora: «Negherò dunque di sapere quel che sia Dio, ma non già di saper ch’egli sia; essendo questo sì chiaro, che può esser certissimo principio a provar l’altre cose de le quali si dubita». La presenza di Dio, infatti, è nella stessa armonia mundi. Così procedendo si arriva alla conclusione del dissidio (pur se l’utilizzo del futuro ha qualche venatura dubitativa):

Crederò dunque che sia Dio; e crederò di lui quel di più che per rivelazione se ne sa: ch’egli sia trino e uno; e che il suo Verbo nel ventre verginale di Maria si vestisse d’umanità; e che egli ascendesse in cielo, e che lasciasse Piero vicario in terra: e crederò che la vera e certa determinazione così di questi, come di tutti gli altri articoli de la fede, si debba prender da’ pontefici romani, che sono di Piero legittimi successori.

Queste pagine sono state lette da Claudio Gigante come «il pianto drammatico di chi teme di essere escluso dalla Grazia»,[10]  ossia come documento del percorso di ricerca della fede che il poeta compie e dichiarerà successivamente di avere portato a compimento. Ne sono testimonianza altre due lettere: la prima del 1580 e la seconda del 1585. Quella  indirizzata al marchese Giacomo Boncompagni è una sorta di confessione, con finalità autoapologetiche, sui dubbi di fede che il Tasso nutriva sia come “filosofo” (circa l’immortalità dell’anima, la creazione del mondo, l’autorità papale) che come cristiano:

Il disfavore […] ch’io aveva ricevuto da la Chiesa, la quale a me s’era môstra non madre ma madrigna […] era cagione non solo ch’io fondassi ogni buona speranza di favore ne la parte imperiale, ne la quale potea fondarlo senza separarmi  da la Chiesa in quel c’a la fede appartiene».[11]

È una ricerca,  quella tassiana, intesa a superare l’insoddisfazione, il tormento, le incertezze e non certo la rappresentazione di una persona scettica o aliena dalla fede cristiana. E nella lettera al Cataneo del 1585, quando la prigionia stava per concludersi, c’è l’ammissione di una condizione totalmente nuova:

Ma Iddio sa ch’io non fui né mago né luterano giammai; né lessi libri eretici o di negromanzia, né d’altra arte proibita […] né ebbi opinione contra la santa Chiesa cattolica; quantunque io non neghi d’aver alcuna volta prestata troppa credenza a la ragione de’ filosofi; ma in guisa ch’io non umiliassi l’intelletto sempre a’ teologi, e ch’io non fussi più vago d’imparare che di contradire. Ma ora che la mia infelicità ha stabilita la mia fede, e fra tante sciagure ho questa sola consolazione, ch’io non ho dubbio alcuno.[12]

Tasso si avvicinerà a Dio attraverso  la sofferenza, le sventure e le vicissitudini; la fede è l’approdo di quello «sforzo teso a superare gli ostacoli che la ragione stessa gli poneva innanzi» e «va considerato come una mèta cercata e desiderata, non come un triste epilogo indotto da pressioni esterne o, peggio, da “follia”»[13]. La testimonianza di queste tre lettere, tutte del periodo di Sant’Anna, ci indicano chiaramente l’avvio di un percorso che il poeta sorrentino, negli anni successivi, perseguirà sempre più: sia le letture (San Tommaso e la patristica occidentale)[14] che le opere (le Rime sacre, Il Mondo creato e il rifacimento della Liberata) andranno ormai di pari passo alle questioni religiose.


[1]  Il verso riportato nel titolo è tratto da Torquato Tasso,  Rime, Roma, Salerno editrice, 2 tomi,  2, n. 1696 (A Dio), v. 6, p. 1949.

[2] Giovan Battista Manso, Vita di Torquato Tasso, a cura di Bruno Basile, Roma, Salerno editrice, 1995, p. 218. Nella stessa pagina aggiunge che il poeta fu continuamente riverente e devoto «a Santa Chiesa e a’ suoi  ministri, che giammai ne favellò motteggiando, o scherzando, come alcuni fanno». Intorno alla religiosità tassiana si veda il fondamentale studio di Giuseppe Santarelli, Studi sulle rime sacre del Tasso, Bergamo, Centro di Studi tassiani, 1974  (soprattutto le pagine 11-49, La religiosità del Tasso).

[3] Nella Vita di Torquato Tasso scritta dall’abate Pierantonio Serassi, Bergamo, Locatelli, 17902, 2 tomi,  2, pp. 276-277,  si legge:  «Egli sin dalla prima fanciullezza fu molto divoto, ed osservantissimo della cattolica Religione; e sebbene nel bollore della giovanezza si fosse lasciato alquanto trasportare da’ piaceri amorosi; si ravvide tuttavia presto, e diedesi di nuovo ad una vita molto religiosa ed esemplare; il qual tenore osservò poi costantemente insino alla morte». Per ciò che scrive il Guasti si rimanda a Della vita intima di Torquato Tasso, in Torquato Tasso, Le Lettere,  disposte per ordine di tempo ed illustrate da Cesare Guasti, Firenze, Le Monnier, 1852-1855, 5 voll.,  V, pp. XXI-XXII.

[4] Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, a cura di Benedetto Croce, Firenze, Sansoni, 1965, 2 voll.,  2, p. 562.

[5] Eugenio Donadoni, Torquato Tasso. Saggio critico, Firenze, Luigi Battistelli, 1920, 2 voll., 2, pp. 203, 204, 205 e 209. Nel vol. 1, a proposito della Liberata, aveva scritto «Tutta forma è nel poema anche la religiosità» (p. 356).

[6] Per le citazioni cfr. Francesco Flora, Storia della letteratura italiana,  Milano, Mondadori, 1941, vol. II,  p. 548 e Giovanni Getto, Malinconia di Torquato Tasso, Napoli, Liguori, 19864, p. 303.

[7] Bortolo Tommaso Sozzi, Introduzione, in Opere di Torquato Tasso, Torino, Utet, vol. I, 1974, p. 20.

[8] Sulla spiritualità tassiana si vedano anche: Luigi Russo, La Gerusalemme liberata del Tasso, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», 6, 1 (gennaio-marzo 1955), pp. 1-11; Antonio Corsaro, Percorsi dell’incredulità. Religione, amore, natura nel primo Tasso, Roma, Salerno editrice, 2003; Rosa Giulio, Tempo dell’inquisizione, tempo dell’ascesi. Spiritualità religiosa e forme letterarie dal Tasso al Settecento, Salerno, Edisud, 2004;  Ottavio A. Ghidini, Poesia e liturgia nella Gerusalemme liberata, in «Studi Tassiani», 56-58  (2008-2010), pp. 153-180; Decio Pierantozzi, La Gerusalemme liberata come poema religioso, in «Studi Tassiani», 32  (1984), pp. 29-42;   Angelo Alberto Piatti, “Su nel sereno de’ lucenti giri”. Le «Rime sacre» di Torquato Tasso, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010;  Marco Corradini, Ottavio A. Ghidini (a cura di), Senza te son nulla. Studi sulla poesia sacra di Torquato Tasso, Roma – Milano, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016; Corrado Confalonieri, Provare per credere. Tasso, Dante e l’incarnazione nella Gerusalemme liberata, in «Lettere Italiane»,  vol. 70, n. 2 (2018), pp. 254-284.

[9]  La lettera si legge in Torquato Tasso, Le Lettere, ed. cit.,   II, pp. 7-45,  n. 123 e si cita rispettivamente dalle pagine 15 e 19-21. 

[10] Cfr. Claudio Gigante, Tasso, Roma, Salerno editrice, 2007, p. 36.

[11] Torquato Tasso, Le Lettere, ed. cit., II, n. 133, p. 84-85.

[12] Torquato tasso, Le Lettere, ed. cit., II, n. 456, pp. 478-479.

[13] Claudio Gigante, Tasso, cit., pp. 36-37.

[14] Nelle lettere (almeno dall’estate del 1586)  si registrano richieste dei libri di San Tommaso e Gregorio Magno, di Gregorio di Nazianzo e Filone Ebreo, e soprattutto di un’edizione delle opere di Sant’Agostino (una stampa edita a Ginevra nel 1555). «In quest’ultimo periodo della vita umana e poetica di Tasso, il rapporto con il sacro, la dimensione religiosa acquistano un ruolo predominante, l’incubo dell’Inquisizione non tormenta più i sonni di Torquato, che ha ormai trovato un perfetto equilibrio con le gerarchie ecclesiastiche e con i canoni della poetica aristotelica. Non più una necessità di simulare, un artificioso compromesso con la fede, ma una sua scelta coerente, motivata dall’aspirazione al trascendente, dall’ascesi all’Assoluto, che il poeta esprime nelle forme liturgiche delle sue liriche spirituali, nelle angosciate preghiere delle rime sacre»  (Rosa Giulio, Tempo dell’inquisizione, tempo dell’ascesi, cit., p. 88).


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Tempo di realtà”. Un saggio sulla poesia a cura di Giuliano Ladolfi

Fin dal 1996, l’anno di fondazione della rivista «Atelier», non ci stanchiamo di riflettere sulla situazione della poesia contemporanea. Abbiamo letto, scritto, studiato, organizzato incontri, conferenze, dibattiti, con moltissimi per cercare di capire i motivi per cui questa arte oggi, come mai è avvenuto in passato, stia toccando il minimo della credibilità nell’opinione comune della nostra nazione.

L’analisi, a nostro parere, è stata attenta, estesa, documentata e argomentata, a questo punto si richiedono elementi di soluzione. Non abbiamo mancato anche in questo ambito e gli editoriali, gli interventi, gli scritti di natura estetica e poetica sono stati offerti al pubblico anche sul nostro sito. Abbiamo proposto un nuovo metodo critico.

Eppure leggere, riflettere, rielaborare, analizzare, sintetizzare, correggere, rivedere, recuperare, tagliare… lavorare sulla poesia contemporanea presenta tali e tanti trabocchetti che spesso si teme di essere sopraffatti dalle difficoltà.

Nessuno, infatti, può presumere di riuscire a inquadrare un fenomeno così complesso, nonostante la lunga militanza in rivista e la passione che risale agli anni infantili. Eppure mai come in questo periodo, durante il quale il mondo poetico è minato dalla crisi della critica e dallo strapotere dei mass media, si impone la responsabilità di approfondimenti pratici supportati da una ricerca teorica, secondo la tradizione della nostra rivista.

Non si tratta della ricerca di un “canone” di orienti il lettore, non si tratta di stilare una classifica di maggiori e di minori, non si tratta di predisporre una vetrina, in cui accostare un autore all’altro, oggi più che mai si richiede un’opera di interpretazione di questo presente, “liquido” e inafferrabile, che ci consente di prospettare un barlume di conoscenza non soltanto sul mondo della scrittura in versi, ma attraverso di esso sulla realtà in cui viviamo, posto che si accetti il presupposto che la grande arte “riveli” i tratti del pensiero, della cultura e della società in cui è prodotta.

Abbiamo anche elaborato uno strumento critico che, partendo dalla debita distinzione tra filologia e critica letteraria, si articola in tre stadi dell’arco ermeneutico, come proposto nel saggio Filologia, critica e antropologia letteraria («Atelier» n. 5, marzo 1997). Il primo richiede la spiegazione di un testo, di un quadro, di una scultura, di un film, di ogni prodotto dell’arte secondo prospettive filologiche, formali, linguistiche, strutturali attinenti all’oggetto in esame. Nel nostro caso si impone subito un’aporia: i testi esaminati costituiscono il patrimonio significativo dell’attuale produzione poetica? È evidente che non sia umanamente possibile venire a conoscenza e leggere la totalità delle pubblicazioni in versi. Ma non è neppure essere necessario, per il fatto che il lavoro della critica è illimitato e soggetto a continue revisioni nello sviluppo degli studi.

Il secondo stadio consiste nella ipotesi di un Idealtipus interpretativo weberiano: le opere vengono analizzate in rapporto alla situazione contemporanea, perché l’individuo-autore vive nel flusso del divenire storico-culturale, con il quale intesse un rapporto dialettico di reciproco condizionamento e perciò di reciproca spiegazione. Un’opera presenta validità nella misura in cui diviene interprete del divenire della società umana, nella misura in cui presenta precisi elementi che caratterizzano un’epoca, i quali ci permettono di comprendere mediante essi il passato, il presente e talvolta preannunciare il futuro. E, per rintracciarli, occorre uscire dal testo per verificarne la loro presenza in altri ambiti, negli altri settori artistici, nello sviluppo della speculazione filosofica soprattutto, nella storia del pensiero scientifico, sociologico, psicologico, in ogni modello, insomma, in cui si è manifestata la cultura, intesa in senso antropologico. Quindi lo studio delle caratteristiche culturali di una determinata epoca va inserita nel più vasto disegno di evoluzione del pensiero e della civiltà umana. In questa fase ci scontriamo con una seconda aporia: siamo certi che il nostro bagaglio culturale sia completo al punto da garantire una simile operazione? Neppure qui si possono esprimere valutazioni certe e documentate.

Il terzo stadio consiste nell’operare un vero e proprio experimentum crucis e cioè si ritorna sui testi alla ricerca di puntuali e precise corrispondenze. Se l’operazione produce risultati positivi, si è chiuso l’arco significativo e l’ipotesi è dotata di senso. E la grandezza di un autore va rintracciata nella capacità di presentare nella singolarità della propria opera il travaglio di un’intera epoca.

Questo sistema garantisce una vera e propria oggettività di giudizio? Non solo non la garantisce, ma neppure la richiede. L’oggettività non è un requisito umano: ogni azione comporta una scelta preventiva, come avviene anche in ogni inquadratura fotografica.

Secondo Gadamer infatti, l’interpretazione emerge dall’incontro di una realtà esterna, quella dell’opera, con l’interprete all’interno di un preciso momento storico, nella cosiddetta “fusione di orizzonti”, che permette di dotare si senso e di inquadrare in un sistema organico gli elementi dedotti da una simile operazione.

Dal momento che ci si trova all’inizio di un “orizzonte” a causa del soggetto contemporaneo, dando inizio alla cosiddetta Wirkungsgeschichte o “storia degli effetti”, si richiedono due requisiti fondamentali: umiltà e dialogo. L’umiltà deriva dalla consapevolezza che ogni ipotesi, ogni conquista è limitata e momentanea, come testimonia la storia della critica anche sui grandi scrittori. Il dialogo comporta la ricerca di altre posizioni, sorte su presupposti epistemologici differenti, cui confrontarsi, riinterrogarsi, rivedere e ampliare le proprie posizioni. E in questo ci troviamo perfettamente in linea con la tradizione della nostra rivista.

L’inquadramento teorico sulla situazione culturale contemporanea ci ha permesso di affrontare la storia della poesia dal Decadentismo ai nostri giorni (cfr. i cinque tomi La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà), aprendo le porte alla valutazione della nostra epoca. Come abbiamo chiarito nell’editoriale del n. 92 di «Atelier», non ci siamo limitati alla valutazione stilistica, ma abbiamo cercato di esprimere giudizi in linea con la nostra posizione estetica: una parola “chiara e forte” in grado di “rivelare” il periodo in cui stiamo vivendo. E, secondo questa linea, abbiamo tracciato orizzonti interpretativi di diversi poeti contemporanei.

A questo punto, vorremmo verificare all’interno di un gruppo di tesi abbastanza recenti se esistono tratti comuni (parlo di “tratti” per non precludere alcun elemento possibile) nella recente produzione e di porta in paragone con quella della seconda metà del secolo scorso.

La rivista, come più volte abbiamo dichiarato, su precisi obiettivi: riproporre una poesia “a misura d’uomo”, una poesia cioè che ne riflettesse la componente individuale e collettiva con tutti i suoi problemi, le sue ansie e la sua grandezza; trovare un metodo critico in antitesi allo Strutturalismo, incapace di formulare giudizi valutativi.

Sul fronte poetico alla luce di questa posizione concettuale non abbiamo temuto di ribaltare giudizi consolidati su autori di successo e non abbiamo temuto di proporre i giovani e scrittori appartati, senza alcun timore reverenziale.

A questo punto si impone un chiarimento successivo: in che modo un testo poetico possiede – a nostro parere, s’intende – quella profondità che lo rende capace di lanciare un fascio di comprensione sull’epoca in cui è vissuto l’autore?

Non si possono indicare soluzioni universali e necessarie, perché ogni scrittore e ogni età ne ha elaborate in modo originale, anche se la tradizione perpetua forme e generi letterari. Il poema epico però oggi difficilmente sarebbe letto, come non era in uso nel Medio Evo scrivere romanzi in prosa. Durante il Romanticismo imperava la poesia lirica e la poesia civile, pensiamo ai nostri due grandi interpreti: Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni. Oggi, per esempio, è molto difficile scrivere poesia civile senza cadere nella retorica.

Ogni epoca, pertanto, ogni autore – e poi ogni critico – si interroga sul modo di scrivere poesia nel periodo in cui vive.

Ripetiamo fino alla nausea che, fatti salvo il concetto di un fondamento “umano”, ogni precettistica e ogni manifesto risulta sterile, anche se può orientare e suscitare confronti e dibattito. Innanzi tutto ci rifiutiamo di porre come criterio e modalità il concetto di “gusto”, per il fatto che impedisce ogni confronto, non è sottoposto a giustificazione e a motivazione e fatalmente si lega alla soggettività assoluta.

La ricognizione sulla poesia del Novecento e l’esame dei testi contemporanei si è basata su una stupenda intuizione di George Steiner, secondo il quale alla fine dell’Ottocento, in piena età decadente, si sarebbe consumata la più grande rivoluzione della storia umana: il distacco della parola dalla realtà. Di conseguenza la poesia, invece di “dire” il mondo, “direbbe” solo se stessa, come è avvenuto da una parte nei movimenti delle Avanguardie e dall’altra nell’Ermetismo, quando il poeta, invece di calarsi nel “magma” della vita, si rifugiava nel platonico mondo delle idee. E secondo questo Idealtypus abbiamo letto la produzione del secolo scorso: dalla fuga alla ricerca della realtà. Chi ha compiuto la gigantesca opera di superare il baratro del distacco è stato Mario Luzi («Vola alta parola / tocca nadir e zenit della tua significazione»), mediante un lavoro solitario durato parecchi decenni e affrontato non, come è stato tentato da molti altri, sulla forma, ma sulla sostanza (substantia) del problema ricercandone in profondità le aporie epistemologiche. E purtroppo il suo magistero oggi, a quindici anni dalla sua scomparsa, giace infruttuoso perché non conosciuto e non apprezzato.

La parola poetica, quindi, la parola “chiara e forte – come spesso l’abbiamo definita – è chiamata a “dire” il mondo, l’individuo, la società, a gettare fasi di luce anche in modo problematico, irrisolto, limitato. Se accettiamo l’immagine heideggeriana che il poeta tiene in mano la lucerna per guidare l’umanità, più difficile è accettare che il linguaggio sia la “casa” dell’essere. A nostro parere, è l’essere o, meglio, l’esistente la “casa” del linguaggio. Pertanto la poesia non andrà ricercata all’interno del linguaggio, ma all’interno della vita.

Vita, dunque, e realtà in tutte le sue manifestazioni.

Ne deriva un concetto di poesia “realista”, il cui significato va attentamente chiarito per non suscitare equivoci o fraintendimenti.

Non intendiamo certo una descrizione minimalista dell’accadere o la riproduzione pura e semplice di un paesaggio o la mimesi di un colloquio. La poesia, e l’arte in generale, come più volte abbiamo sostenuto, coglie l’esistenza in tutte le sue componenti, anzi mai come oggi si presenta come strumento necessario per una conoscenza che superi il limite della scienza e delle discipline puramente intellettuali. La realtà non è circoscrivibile unicamente alla sua dimensione “quantitativa” secondo la fisica galileiana, ma presenta un aspetto irriducibile allo strumento matematico, che è l’aspetto “qualitativo” che non può essere misurato e comprende la relazione che l’essere umano opera con il mondo, con i propri simili e con se stesso e che si realizza nel vivere i propri sogni, la sofferenza, la gioia, la solidarietà, l’amore, gli orizzonti di senso… Riguarda in sintesi la totalità dell’esistenza quale giunge alla coscienza.

Quindi il concetto di “realismo” coinvolge l’intera dimensione del percepire, del vivere e del progettare. Da ciò si deduce che la grande poesia è quella che riesce a cogliere nel reale la sua totalità, quella che nell’essere individuale riesce a scoprire il senso dell’intera nostra stirpe e che nell’oggetto sa cogliere l’universo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale

invidierà l’illusïon che spento

pur lo sofferma al limitar di Dite?

(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 23-25)

Il “ma” di questo passo rappresenta la più autentica e completa ribellione dell’uomo contro il meccanismo illuminista, incapace di trovare un senso all’esistenza umana. Foscolo, dopo aver dichiarata che con la morte l’individuo scompare completamente e che non esiste alcuna sopravvivenza, sente contro ogni convinzione logica che l’uomo ha bisogno di “illudersi”, di “ingannarsi” per continuare a vivere e per realizzare quegli ideali, amore, patria, bellezza, poesia, di cui l’animo umano non può fare a meno.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai

Silenziosa luna?

Versi di una “banalità” sconvolgente se riflettiamo che quotidianamente usiamo identico modo di interrogare quando non comprendiamo la posizione di una persona. Eppure proprio in questa “banalità” sta uno dei passi più profondi che l’umanità abbia prodotto dopo la distruzione della sintesi classico-cristiana. Il pastore-Leopardi non può fare a meno di ricercare il senso dell’universo.

Questi versi non possono forse essere indicati come emblema di una poesia “realista”.

Se Wittgenstein dichiara che «il senso del mondo è fuori di esso», Montale rappresenta la vana ricerca umana come un «seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia».

Non mancano esempi significativi nella produzione di Mario Luzi. Un solo esempio: «Lui sa e non sa», concetto riferito al mondo animale e al fiume. Qui viene il poeta presenta la concezione “panpsichista” universale, in analogia con il successivo pensiero di Philip Goff, secondo il quale «la coscienza pervade l’universo ed è una sua caratteristica fondamentale» in opposizione al pensiero totalizzante della scienza.

Questa è la grande poesia che traduce una percezione, un pensiero, una sensazione, una concezione (pensiamo a Dante) in gesti, azioni, rappresentazioni, domande…

Il sonetto Languore di Paul Verlaine testimonia l’atmosfera che avrebbe gravato sulla civiltà decadente di fine Ottocento e inizio Novecento.

Eliot testimonia la fine della Modernità in una frase tratta dal linguaggio quotidiano: «SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE».

Del resto, ne è testimonianza l’etimologia stessa del vocabolo “parola”, che deriva dal latino ecclesiastico parabola per evidente allusione alla predicazione evangelica. Il termine, a sua volta, deriva dal greco parabolø, la quale si rifà al verbo parabßllw, il cui significato primo è quello di “gettare di fianco”, di “porre vicino” e proprio in relazione a questo prende forma il significato di “confrontare” e di “paragonare” (come i racconti del Cristo). La “parola” poetica autentica, quindi, sa diventare segno di un significato che le è vicino, che è “oltre”, non “altro”, che, senza cadere nella metafora o nell’allegoria, racchiude e testimonia una totalità espressiva.

“Realismo” significa che la poesia è, in primo luogo, una “cosa”. Come chiaramente sostiene Maurizio Cucchi nell’articolo Oltre Banksy e Cattelan… cercando il meglio («Avvenire», 7 gennaio 2020), in consonanza con la posizione di «Atelier», «L’arte non è un’idea, è essenzialmente un manufatto, che richiede, in quanto tale, un’attitudine specifica e un paziente lavoro di bottega, nella forte presenza di passione e di studio».

Questa concezione di “realismo” non va assimilata all’allegoria medioevale, secondo la quale aliud dicitur aliud demonstratur, cioè si dice una cosa per dirne un’altra, ma idem dicitur et demonstratur, la stessa cosa viene detta e viene dimostrata. Ugualmente non va confusa con il correlativo oggettivo, perché è indifferente la presenza dell’io lirico. Il valore della rappresentazione, pertanto, come l’essere umano nella concezione personalista, dice se stesso (elemento individuale) e dice il generale (elemento comune). Evidentemente occorre trovare la soluzione capace di unire le due realtà contraddittorie come se la rappresentazione riuscisse e spalancare orizzonti di significato in grado di farci capire il momento storico e l’essere umano.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Odio e amo. Non chiedermi perché mi trovo in questa condizione.

Proprio non lo so, ma è così e ne sono straziato».

At regina dolos (quis fallere possit amantem?)

praesensit, motusque excepit prima futuros

omnia tuta timens.

(Ma la regina – chi potrebbe ingannare una persona innamorata? –

percepì in anticipo gli inganni e immediatamente comprese quanto sarebbe accaduto

perché gli innamorati temono anche l’evidenza).

Versi sublimi di due poeti dell’antica Roma, Catullo e Virgilio, che dipingono l’animo di tutti gli innamorati traditi di ogni tempo e di ogni luogo.

La poesia “realista” è rappresentazione concreta, non solo pensiero, ma pensiero, sentimenti, attese, orizzonti, speranze, dubbi, conquiste, ma anche tutto questo. Non per nulla parlo di arte “olocrematica”, arte che impegna la totalità dell’essere umano e non solo l’intenzione (arte concettuale) e non solo filosofia ecc.

Facile? Difficilissimo, difficilissimo… e proprio qui entra in gioco il talento, maturato, come dice Cucchi, su un duro lavoro, un lungo esercizio, uno studio “matto e disperatissimo” e una ricerca inesausta. Non basta sapere come dovrebbe essere la grande poesia, magari la si può apprezzare e valutare, ma, quando si passa alla fase del poieén, ogni prescrizione suona come un vero e proprio limite.

In conclusione, mi preme chiarire che una simile posizione, che assolutamente non viene proposta né come unica né come universale e necessaria, trova un fondamento e una giustificazione precisa, motivata e supportata epistemologicamente. Non si tratta di un vezzo, di un gusto, di una moda, ma di una prospettiva, già presente del resto in diversi testi contemporanei, che può aiutare a risollevare le sorti della poesia e a ridonarle il compito di “nutrimento di umanità” che ha compiuto in quasi tremila anni di storia.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Dialoghi con la notte. Appunti su “Lezione di meraviglia” di Daniele Ricci. A cura di Francesco Fioretti

   I cinque versi iniziali di Lezione di meraviglia di Daniele Ricci ne preannunciano subito tutta la vastità d’orizzonti: «Finalmente questa notte esco dal romitorio. / Faccio ricorso al tuo φάρμακον /    per varcare le porte. // Vado al mare / del mio dolore amaranto».

   Ci torna subito in mente l’ultima scena dei Malavoglia, in cui il giovane ’Ntoni misura la sua esclusione dall’ambiente d’origine gettando un’occhiata sul mare «che s’era fatto amaranto». Mare amaranto verghiano che era ancora quello omerico color del vino, il mare ancestrale e sacro di una tradizione millenaria, che il poeta simbolicamente riattraversa nelle prime due sezioni di questa raccolta (Lezione di meraviglia e La strada del ritorno) raccontandoci un viaggio in Grecia – ma del viaggio ciò che qui si vede è in realtà solo la bianca nave, il viaggio in sé, mentre i «bianchi palazzi di Atene / le strade trafficate del Pireo» restano piuttosto sullo sfondo, come tracce marginali e fugaci di un incontro che si direbbe fisicamente mancato, nella Grecia odierna, con la classicità. Il phàrmakon menzionato al secondo verso è invece la poesia, veleno e rimedio al tempo stesso (nell’ambiguità del termine greco), mentre la meraviglia del titolo è il thaumàzein da cui secondo Aristotele nasce ogni interrogazione sul mondo.

   Sono in tutto sette, le sezioni di questa raccolta, e ciascuna ha un suo cuore di sperimentazione discreta, i cui estremi opposti sono l’autobiografismo diretto della IV sezione, Semi non custoditi («Poi / cos’è successo in quinta elementare? / Che cosa m’ha fatto cambiare? // Sono diventato triste e taciturno… // Qualcosa m’ha fermato»), e la poesia senza io di Poemetto (V sezione, Approdi e amore), le cui terzine hanno invece quasi voce d’aforismi(«Il non senso contamina il senso. / L’amore appartiene all’enigma, / l’enigma alla follia»).

   Le altre sezioni dosano in vario modo questi estremi, anche in una serie di preziosi richiami a distanza che danno compattezza all’opera. Si veda il caso seguente: «Ieri in cielo ho visto l’Aquilone… // Te ne sei andata nel buio nulla / senza lasciare traccia, / senza briscola né punti» (dalla III sezione, Il tuffatore di Paestum); «Hai spento la luce della tua stanza / e le stelle dell’Aquilone» (dalla VI sezione, Ho imparato a piangere).

   In una delle versioni del mito, che si fa risalire a Eratostene, l’Aquilone è Arcas, che accompagna in cielo la madre Callisto trasformata in orsa – ma qui è anche l’oggetto evocato dalla costellazione (lo è senz’altro in Come un aquilone, da Semi non custoditi: «Non potrò mai unirmi / al cielo / alle traiettorie del tuo volo»). In ogni caso il tema della perdita, della scomparsa della madre, dell’elaborazione del lutto proiettato in una dimensione celeste pagano-cristiana, è uno dei motivi-chiave della raccolta, l’urgenza che si avverte più immediata per un ritorno alla scrittura poetica e all’uscita dal romitorio. Pressanti domande di senso, sull’«ἀρχή della vita» (Nella camera del mattino, II sezione), in un costante «dialogo con la notte» (Bagno fuori stagione, VII sezione, Fuori stagione), attraversano l’intera raccolta, allargando progressivamente il campo dal dolore privato a quello collettivo, dal gesto disperato delle donne afghane che lanciano i loro bambini ai soldati inglesi all’aeroporto di Kabul già occupato dai talebani (La fuga tentata, II sezione, e I giorni, VII) alla guerra in Ucraina (Boristene, VII, dal nome greco del Dnepr).

   Daniele Ricci è poeta colto, come d’altra parte lo sono tutti i grandi della nostra tradizione, perché il sentire verrà pure dall’enigmatico io latore d’ogni verità e d’ogni inganno, ma le parole per esprimerlo vanno munte a quella tradizione millenaria con cui è sempre doveroso fare i conti. C’è un fondo costante, nelle sue poesie, un sapore di lirica eterna che viene dagli antichi Greci, in particolare da Omero e dai poeti arcaici (l’incontro con la classicità che riesce su un altro piano rispetto a quello del viaggio fisico), su cui si innesta il presente drammatico (la madre e il lutto, le donne di Kabul, la guerra in Ucraina) che rimescola invece voci più moderne, il Montale da Satura in poi, i poeti italiani contemporanei («la voltura delle utenze di mia madre / per la mia crescita interiore»; i «cedolini del silenzio»). Mentre l’analogismo della lirica pura novecentesca viene praticato con grande parsimonia, restando per lo più confinato a campi inediti. Il principale è il gioco del calcio, che suggerisce immagini inesauribili e mai banali («Aspetto di battere / l’ultimo calcio di rigore, / sarà concesso all’alba / di questa notte senza camomilla»; «un ultimo verso / per cercare / la rete della salvezza»), nonché liriche memorabili come La partita eterna (IV).

  Daniele Ricci, insomma, coniuga al presente una voce che sembra d’ogni tempo, costruendo una miscela linguistica originale e avvolgente. La poesia resiste al «canto del nulla» che «scappa via / tra le repliche e gli ingorghi / di una lingua agonizzante» (Il dolore sul cuscino, IV). Lui ci dice: «Voglio tessere un abito nuovo / sulla pelle del mondo» (Mi sono perduto, V).

   E questo è anche quello che effettivamente fa.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Ut pictura poësis. La forma dello Spirito nell’opera di quattro celebri artisti-poeti”, saggio di Wanda Pattacini

Immagino lo Spirito come un soffio vitale che da lontano sfiora le chiome degli alberi spogli, senza foglie, sullo sfondo di un cielo indaco, quando la Natura è immobile e non c’è ragione fisica che giustifichi il vento. L’artista, ad occhi chiusi, attende l’ispirazione. Non indaga più le ragioni del suo sentire così profondo e oscuro, né del suo vedere al di là dell’apparenza effimera e fugace. Ormai sa: è solo uno strumento attraverso cui l’Essere sussurra o urla, rivelandosi. Ha risposto a quella chiamata da veggente, votandosi ad una esistenza spesso fuor di regola. Talvolta ha invidiato l’inconsapevolezza dell’uomo comune, ma non ha mai rinunciato al proprio dono, rimanendo fedele a se stesso e affinando le proprie doti espressive per tradurre in parole, colori, forme o note i quesiti insondabili dell’Esistenza.

Talora la chiamata dello Spirito è talmente forte che un’Arte non basta per dargli espressione. Un rapporto privilegiato è il binomio poesia-arti figurative. Già nella letteratura antica la relazione parola-immagine è frequente nell’uso della figura retorica dell’ekphrasis in grado di eternare in prosa o in poesia la magnificenza di manufatti artistici ideati dall’uomo. Si pensi allo scudo bronzeo di Achille descritto in un celebre passaggio dell’Iliade omerica o alla preziosa veste ricamata offerta come premio di una gara di corsa nella Tebaide di Stazio.

In questa sede, però, non indagheremo il potere del metodo ecfrastico in grado di trasformare le parole in pennello. Al contrario, passeremo in rassegna l’attività di quattro grandi personalità di artisti-poeti che hanno lasciato un segno indelebile e ineguagliabile usando diversi e molteplici mezzi espressivi, sempre allo scopo di dara forma visibile all’Invisibile.

Michelangelo Buonarroti

Secondo lo storico dell’arte cinquecentesco Giorgio Vasari l’artista che fra i morti e i vivi porta la palma e trascende e ricuopre tutti è il divino Michelangelo Buonarroti (1475-1564), ovvero colui che raggiunse l’eccellenza nelle tre arti maggiori – pittura, scultura e architettura – superando persino gli antichi. Sono capolavori universalmente noti il David marmoreo, la Pietà del Vaticano, gli Ignudi in torsione e le Sibille visionarie della volta della Cappella Sistina, la Cupola di San Pietro, metafora della volta celeste. Meno conosciuta al grande pubblico, invece, è l’attività di Michelangelo come poeta. Per comprendere l’importanza che la pratica letteraria rivestiva per lo scultore toscano basta citare le sue parole al momento dell’invio all’amico Vasari di due liriche di intonazione spirituale: “Messer Giorgio, io vi mando due sonecti; e benchè sien cosa scioca, il fo perchè veggiate dov’io tengo i miei pensieri”. Una cosa scioca dunque, eppure depositaria dell’inquietudine e della passione che ha animato i capolavori del Buonarroti, che ricomponeva, correggeva e riformulava i propri scritti poetici sempre in cerca dell’immagine più adeguata e della parola più adatta per esprimere verbalmente un concetto o uno stato d’animo. Le sue Rime, quindi, non sono un puro esercizio accessorio, ma il frutto di una vocazione autentica che completa e arricchisce la sua attività di artista.

Si pensi, a tal proposito, alla dibattuta questione del non finito michelangiolesco. Si tratta di un procedimento tecnico-artistico adottato sistematicamente dallo scultore che contrappone parti scolpite, finite e levigate a parti lasciate allo stato di abbozzo. Variamente interpretata come il “non portato a termine” o il “non pagato”, la spiegazione più suggestiva di questa pratica si rintraccia nella filosofia neoplatonica di cui l’artista era imbevuto sin dai tempi della frequentazione della cerchia di Lorenzo il Magnifico. Secondo quest’ottica, allora, gli incompleti Prigioni ideati per la Tomba di papa Giulio II sarebbero perfetti così, eternando il conflitto tra lo Spirito, levigato e netto riflesso della perfezione divina, e il Corpo, che intrappola l’Anima nelle spire della materia solo sbozzata e inerte, impedendole di raggiungere il suo Creatore. A supporto di questa teoria interviene il celebre sonetto “Non ha l’ottimo artista alcun concetto”, che esplicita l’idea michelangiolesca secondo cui la statua è già presente nel blocco di marmo e il compito dell’ottimo artista è semplicemente liberarla dal suo superchio, ovvero l’eccesso di materia, lasciando che la propria mano sia guidata dall’intelletto. Per Michelangelo, quindi, la scultura per via di levare è l’unica forma di scultura concepibile, come attestato dal madrigale “Sì come per levar, donna, si pone”. In questo componimento l’effetto della donna sull’amante è liberatorio e nobilitante perché in grado di liberare dalla sua carne (cruda e dura scorza) l’anima (l’alma che pur trema) dell’artista privo di volontà e di forza. Alla stessa maniera la viva figura della statua è liberata dalla pietra alpestra e dura grazie alla mano dello scultore.

Una interessante analogia si riscontra tra lo stile poetico e lo stile artistico del divino Michelangelo: in poesia è insofferente ai vincoli delle forme metriche obbligate, prendendo ispirazione dal modello dantesco e dalla regola petrarchesca, rinnovandoli, però, con uno stile più personale e riflessivo; nelle arti figurative e in architettura egli fissa in principio i canoni ideali della perfezione rinascimentale, per poi scardinarli dall’interno, configurandosi, quindi, come il primo manierista nella Storia dell’arte.

Artista visionario e poliedrico l’inglese William Blake (1757-1827) si distingue come incisore, poeta e pittore protoromantico. I limiti della realtà sensibile sono stretti per lui che indaga i temi della Bibbia con grandi stampe a colori e il mondo spirituale della Commedia dantesca con miniature. Come letterato – o dovremmo meglio dire veggente – ha ideato mondi immaginari divisi tra le opposte forze del Bene e del Male. I due stati contrari dell’anima umana trovano espressione nei Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza.

William Blake

Il confronto tra The Lamb e The Tyger è da manuale: le due poesie, che ad una prima lettura superficiale evocano due veri animali con le loro caratteristiche, condividono in realtà un significato più profondo, ovvero il problema della Creazione e dell’identità del Creatore (Little Lamb, who made thee?Tyger! […]What immortal hand or eye/could frame thy fearful symmetry?). L’agnello, allora, rappresenta la perfetta innocenza dell’infanzia e la tigre il male che proviene dall’esperienza. Ma l’innocenza è anche uno stato dell’anima che può essere presente in un adulto (si pensi al pronome I riferito al poeta stesso) e gli occhi ardenti (burning) della tigre bruciano di rabbia e violenza, ma sono anche luminosi (bright), trasformando l’animale in qualcosa di splendente, forse la luce dello Spirito che sottomette l’errore e l’ignoranza delle tenebre della notte (forests of the night). Lo stile poetico di Blake è essenziale, nudo e musicale: con un ritmo incalzante denso di simboli ed allegorie è in grado di tradurre in parole visioni mistiche e immaginifiche.

Una battaglia cosmica tra il Bene e il Male frutto di una spiritualità anticonformista si concretizza anche in campo pittorico, in particolare nelle opere del ciclo di acquerelli de Il Grande Drago ispirato ad alcuni passaggi dell’Apocalisse biblica. La speranza luminosa di una Donna incinta vestita di Sole – metafora della Chiesa o della Vergine Maria – si oppone alle cupe tenebre del Male incarnato in un enorme drago a sette teste e dieci corna, che cede i suoi poteri infernali ad una Bestia venuta dal mare. La forza mistica delle immagini apocalittiche è resa da Blake attraverso un segno grafico semplificato ed essenziale: una linea quasi fumettistica definisce figure surreali che dominano fondali evanescenti, privi di indicazioni di profondità, ad alludere ad una dimensione altra, parallela ed alternativa a quella umana.

Edvard Munch

L’indagine dello Spirito e di intensi stati emotivi è il principale oggetto di interesse dell’artista norvegese Edvard Munch (1863-1944). E la Natura è il suo mezzo di espressione. Così scriveva il pittore sul suo taccuino nel 1908: “la Natura non è soltanto ciò che è visibile all’occhio – sono anche le immagini interiori dell’anima – sul lato posteriore dell’occhio”. I dipinti dell’artista postimpressionista, infatti, esplorano i sentimenti più profondi e inquietanti della psiche umana e le forme naturali ancora riconoscibili in essi sono solo un pretesto simbolico per alludere agli abissi segreti dell’anima tormentata di Munch che, per primo, è riuscito a dare una voce universale alla propria angoscia personale, tracciando la strada della rivoluzione artistica del Novecento.

Questo importante e sofferto percorso pittorico è affiancato da una copiosa e variegata produzione scritta carica di lirismo, con cui il pittore indaga il significato dell’arte, racconta gli ambienti e i personaggi della propria vita, completa e chiarisce il significato dei propri dipinti, spesso considerati oscuri. Egli sperimenta molteplici generi – prose liriche, schizzi letterari, lettere di viaggio, articoli di giornale, pagine di diario – per i quali pensava alla pubblicazione, come si deduce dal testamento con cui lasciava le bozze dei propri lavori al Comune di Oslo. Il doppio trattamento di alcuni motivi in maniera sia artistica sia letteraria è indicativa del suo modus operandi. Le molteplici e celebri versioni de L’Urlo si accompagnano, infatti, ad altrettanti testi che chiariscono il significato e potenziano la forza espressiva di un quadro divenuto icona del mal di vivere. Queste le parole scritte da Munch nel 1892:

Camminavo lungo

la strada con due

amici – poi calò

il sole

Il Cielo

si fece

all’improvviso rosso sangue

Mi arrestai, appoggiandomi

contro la balaustra mortalmente

stanco – il fiordo nero-blu

e la città

erano lambiti da lingue di sangue

I miei amici proseguirono

e io rimasi immobile

tremante

d’angoscia –

e udii riecheggiare

attraverso

la natura

un immenso infinito

grido.

La recente traduzione in lingua italiana di una selezione di scritti di Munch consente di apprezzare a pieno il parallelismo artistico e letterario dell’artista norvegese, rendendo note composizioni ancora sconosciute al grande pubblico. Ne emerge anche un interessante confronto tra uno stile di scrittura rapido e spontaneo che, trascurando ortografia e punteggiatura, esprime i moti dell’animo nella loro cruda immediatezza, e uno stile pittorico nudo ed essenziale, basato su semplificazioni deformanti e colori arbitrari, riflesso dei colori dell’Anima.

Paul Klee

Posto sulla soglia chiaroscurata tra il Visibile e l’Invisibile, l’artista svizzero Paul Klee (1879-1940) osserva l’incontro tra il mondo esterno e il mondo interiore, intuendo il Mistero che si nasconde dietro l’esperienza più sensibile e quotidiana, senza mai riuscire ad afferrarlo, ma suggerendone le tracce attraverso molteplici arti. Musicista, poeta e pittore egli ricerca costantemente la forma d’arte a lui più congeniale per tradurre in un codice decifrabile la chiamata mistica dello Spirito. Se è con la pittura che ha cambiato il corso della Storia dell’arte, ispirando generazioni di artisti, si cimenta con successo anche nell’arte della parola. I suoi Diari, ricchi di aforismi, poesie e annotazioni, sono costruiti, infatti, come un sapiente oggetto letterario. Sia nella pagina dipinta sia nella pagina scritta la sua cifra stilistica risiede nella inafferrabilità e nella mutevolezza che apre infinite possibilità alla sua forza creatrice, impedendogli di assumere una forma fissa ed una regola troppo rigorosa che insterilisca il suo daimon. Nel 1901 Klee scrive:

Non chiederti cosa sono.

Non sono nulla

non so nulla.

Conosco solo la mia felicità.

Ma non chiedermi se me la merito.

Lasciatemi solo dire

che è ricca e fonda.

In una celebre poesia del 1920 – riportata anche sulla sua lapide – afferma:

Qui sono inafferrabile

abito bene con i morti

come con i non nati. Sono

vicino alla creazione. Eppure

non abbastanza.

Così come le sue parole sono magiche ed evocative, aperte a molteplici e suggestive interpretazioni, il suo stile pittorico è ricco e variegato e, pur rifuggendo da classificazioni ed etichette, la sua è una pittura di luce, fatta di segni impalpabili e leggeri e toni liquidi che trascolorano. Egli è in grado di decifrare la lingua dello Spirito, che incanta chi è pronto ad ascoltarla. Nel dipinto Strada principale e strade secondarie, ad esempio, tasselli acquerellati di colori azzurri e aranciati si compongono in una trama definita da linee sottili e pur dense di lirismo, quasi fossero venature del marmo o del legno: la via principale è tracciata, ma la Vita percorre vie traverse e inaspettate.

Se dopo questa breve disamina dell’opera di queste quattro geniali personalità vi starete chiedendo quale sia la forma espressiva più adatta ad eternare lo Spirito, la mia risposta è il motto oraziano ut pictura poësis: Poesia ed Arte sono sorelle, figlie del Vento dell’Ispirazione che muove la mano di artisti e poeti, o, forse, gemelle se si segue il pensiero del poeta lirico greco Simonide secondo cui la pittura è poesia silenziosa, la poesia è pittura che parla.


Bibliografia

Blake William, Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza che mostrano i due contrari stati dell’anima umana, a cura di Roberto Rossi Testa, Milano, Feltrinelli Editore, 2009

Botta Gregorio, Paul Klee. Genio e regolatezza, Bari-Roma, Laterza, 2022

Buonarroti Michelangelo, Rime, a cura di Paolo Zaja, Milano, Rizzoli Bur, 2010

Klee Paul, Poesie, a cura di Giorgio Manacorda, Milano, Ugo Guanda Editore, 1978

Munch Edvard, La danza della vita. La mia arte raccontata da me, Roma, Donzelli Editore, 2022

Plutarco, La gloria di Atene, a cura di Italo Gallo e Maria Mocci, Napoli, D’Auria, 2003

Vasari Giorgio, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue, insino ai tempi nostri. Nell’edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, a cura di Luciano Bellosi e Aldo Rossi, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1986


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

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