“Hai smesso i pantaloni corti. Poesie 1996-2010” di Mauro Biancaniello, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Hai smesso i pantaloni corti. Poesie 1996-2010

di Mauro Biancaniello

Lulu Edizioni, 2010

ISBN:  9781447806394

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Hai smesso i pantaloni corti di Mauro Biancaniello, giovane residente nella Svizzera italiana, è una densa e appassionante raccolta di poesie prodotte in un arco temporale che va dal 1996 al 2010.  La silloge si apre con una poesia che evoca un ricordo amaro, il funerale della nonna, la persona a cui la lirica è ispirata e dedicata. Non è, però, contrariamente a quanto ci aspetteremmo, un componimento cupo e doloroso ma un punto di partenza dolce e nostalgico capace di trasformare la fine terrena in un lento salire verso il cielo tra le nuvole, quelle che Biancaniello definisce “le scale del paradiso”.

La poetica di Biancaniello è una poesia piana dal linguaggio semplice e diretto che affonda le sue radici nella ricerca o nella riscoperta del sentimento al suo stato puro, senza condizionamenti dalla frenetica vita della società odierna. Ci fa riflettere. Quello che oggi definiamo amore, ieri non era niente o addirittura non ne sapevamo della sua esistenza. E’ una poetica che ricerca i significati nelle semplice cose, è un dipingere sulla tela in maniera lenta e pacata per cercar di non creare discordanze nelle tinte.

L’amore nasce, a detta di Biancaniello, dalla conoscenza dell’altro e dalla propria consapevolezza, oltre che dall’abbattimento degli istinti egoistici dell’essere che, in effetti, se continuassero a manifestarsi in una coppia, porterebbero prima o poi di sicuro a dei problemi. E in tutto questo, la cosa più bella e da assaporare è il sapersi dare al caso, agli eventi non stabiliti, a sapersi prendere alla leggera con tutte le “bellissime incertezze” per citare il titolo di una poesia qui contenuta.

Nella poesia di Biancaniello è palpabile la consapevolezza del tempo che, lento o veloce, scorre e che sfugge. C’è sempre un prima e un dopo nelle sue liriche, quasi a voler marcare la differenza che si palesa negli oggetti, nei luoghi, nei visi, a distanza di tempo. E’ per questo una poesia che si interroga sul tempo, che cerca di studiarlo e descriverlo, forse per farselo amico o imparare a conoscerlo.

Altre poesie lasciano il posto a una sensibilità crepuscolare, dove è facile leggere i riferimenti a lutti, malattie e a un vissuto poco felice e poi in “Anime lorde”, Biancaniello affronta un tema sociale difficile: quello della guerra. Bellissima “Quel che (davvero) vorrei”, a mio modo di vedere la migliore dell’intera silloge, che è un misto di preghiera maledetta urlata e una sorta di minaccia dolorosa e utopica, riassunta magistralmente nei versi “Vorrei distruggerti/ ma bada bene/ non vorrei la tua morte”. Ci auguriamo che Biancaniello voglia donarci presto una nuova silloge di poesie.

Chi è l’autore?

Mauro Biancaniello nasce a St. Gallen (Svizzera) nel 1977. Inizia a scrivere articoli, poesie, racconti e romanzi nel 1996. Nel 2005 comincia ad impegnarsi anche in campo teatrale. Nel 2009 ha pubblicato Omissioni – Il ballo delle mezze verità e nel 2011 la silloge di poesie Hai smesso i pantaloni corti. Nello stesso anno ha fondato il Collettivo Artistico Libero e Indipendente “Fucina CHI”, poi sciolto e convertito il Collettivo DEA. Si occupa anche di sceneggiature teatrali.

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 


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“Meditazioni al femminile” di Michela Zanarella, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Meditazioni al femminile

di Michela Zanarella

con introduzione di Donatella Bisutti

con prefazione di Giuseppe Neri

Sangel Edizioni, 2012

ISBN: 9788897040750

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Michela Zanarella, poetessa di origine veneta ma da anni attiva nella Capitale, torna con una nuova e interessante silloge di poesie. Dopo Sensualità, edita da Sangel Edizioni, in cui la Zanarella intendeva dipingere una femminilità calda, accogliente e sensuale, arriva Meditazioni al femminile, che il noto poeta napoletano Luciano Somma non ha mancato di avvicinare alla poetica della Merini. Ritengo che paragoni di questa natura sono sempre azzardati e pericolosi ma c’è di sicuro nella poesia della Zanarella una predisposizione ad affrontare temi, soggetti e ambiti che furono particolarmente cari alla grande poetessa milanese.

La parola “meditazioni” nel titolo del libro può far pensare che quello che ci apprestiamo a leggere sia una sorta di prosa ragionata, una scrittura attenta, frutto di ricerca e di sperimentazione. In realtà è tutt’altro. Le meditazioni che la Zanarella fa nel corso di questo libro sono di carattere intimistico, profondo, personale; hanno la volontà di riferirsi alla donna in quanto tale, al suo rapportarsi con il mondo e, soprattutto, con l’altro sesso. Si respira sfogliando le pagine una sensibilità che abbiamo già conosciuto con Sensualità anche se, per certi versi, si individua qui una certa maturità, non espressiva, ma tematica. Il percorso che la Zanarella ci fa fare coinvolge le varie sfere sensoriali e si appella in maniera pacata al lettore affinché questo le impieghi nella lettura, per poterne condividere a pieno l’espressività.

La poesia della Zanarella parte spesso dalla descrizione fulminea e al tempo stesso vivida di elementi naturali, il mare, il sole, i fiori che, piuttosto che darle un’impronta modernista, servono per istituire una serie di parallelismi con la vita dell’uomo. La poetessa esplica l’amore per il suo uomo ricorrendo direttamente ad appelli ed esortazioni in cui la dea Madre, è espressione a sua volta di quella forza impetuosa, continua e rigenerante. E’ una ricerca questa che non conosce limiti e che consente alla poetessa di sognare a occhi aperti e desiderare anche l’impossibile: «voglio esplodere di te/ e sapere il sapore/ del mare» scrive nella lirica che apre la raccolta. Ma in fondo sappiamo bene che in poesia nulla è impossibile e così, con questa prospettiva dobbiamo leggere le poesie della Zanarella che traboccano di gemiti, respiri che si incontrano, “morsi d’amore”, sguardi, baci e momenti d’affetto.

Come avevo avuto modo di osservare nella recensione di Sensualità, nella poetica della Zanarella, le parole si impersonificano: l’amore sembra essere una sorta di divinità onnipresente che tutto può; il Destino viene invocato come una sorta di protettore o altre volte come un’entità capace di volgere le cose come le desideriamo. «[C]onsumeremo il cielo/ gocciolando innamorati sui marciapiedi/ del destino» scrive nella lirica “Insieme oltre”,  la più bella dell’intera raccolta. Nella silloge ci sono, inoltre, poesie ispirate e dirette a persone care della Zanarella così come alla sua città d’origine, Padova, citata direttamente in varie liriche. Bellissimo l’omaggio a Pasolini: «Tradito come un autunno / in maledizione / è stato il tuo canto di verità. / Non si accorsero che assassinando / un guscio secolare di saggezza /  estirpavano fiore universale di poesia» e curioso il ricordo del pontefice Giovanni Paolo II.

E’ la natura che ritorna di continuo, quasi a descrivere una sorta di leitmotiv dell’intera silloge, «mi allaccio al vento, mi abbandono al fuoco» scrive in “Mi incateno alle origini”. Meditazioni al femminile è una riuscita celebrazione dell’amore fisico e dalla sua realizzazione a livello inconscio, dell’erotismo, della voglia di amare e farsi amare, della ricerca di un senso alla vita. E’ un incrocio continuo di due divinità importanti: Gea ed Eros. Si uniscono, dialogano tra loro, a volte addirittura si eguagliano divenendo una divinità unica. Ed è forse nella chiusa della poesia “Fango e radici” che ci capacitiamo di come la Zanarella riesca a fondere i due elementi, quello della natura incontaminata e quello della natura umana: «Ci incontriamo nel petto della stessa terra, / fango e radici / per un nuovo germoglio».

a cura di Lorenzo Spurio

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E’ uscito il secondo numero della rivista Euterpe

E’ uscito il secondo numero a tema “L’erotismo: tra passione e lussuria” raccoglie poesie, racconti, saggi, recensioni, interviste ed altri testi critici, oltre a varie segnalazioni.

Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico):  Acciai Massimo, Ametista, Azzena Giuseppina, Bello Federica, Benvenuti Elena, Biancaniello Mauro, Carresi Sandra, Ciano Martino, Condemi Elena, Crucitti Angela, Delorda Graziano, Di Chiara Maria Gabriella, Di Iasio Veronica, Dulcinea, Faggio Sunshine, Fantaci Monica, Folchini-Stabile Anna Maria, Girardi Maria, Lania Cristina, Laurenzi Dina Maria, Liga Veronica, Lombardi Iuri, Marcandrea Coco, Marcuccio Emanuele, Martillotto Francesco, Mucciola Ivana, Paraschiva Gilbert, Porcu Donata, Pozzoni Ivan, Rota Sara, Sikander Alex, Spurio Lorenzo, Statile Mariapia, Surano Paola, Talarico Maria Grazia, Trapani Maria Carla, Verrei Ida, Zanarella Michela.

La rivista può essere letta e scaricata collegandosi qui.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Metamorfosi, trasformazioni e travestimenti: la doppiezza dell’essere”. I materiali dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@virgilio.it entro e non oltre il 4 Aprile 2012.

Recensione a “Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, a cura di Lorenzo Spurio

Petali d’acciaio

di Donatella Calzari

con prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Rupe Mutevole Edizioni, Collana Sopralerighe

ISBN: 978-88-6591-103-7

Costo: 10,00 Euro

Pagg. 48

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ tagliente e ad effetto il titolo della prima silloge di poesie di Donatella Calzari, poetessa che ha già pubblicato alcune poesie su alcune antologie, partecipando tra l’altro a vari concorsi letterari. La prefazione, a cura di Emanuele Marcuccio, indirizza subito il lettore verso un certo tipo di lettura, che deve essere attenta, precisa e aperta a significati e interpretazioni multiple.

La poetica della Calzari è semplice ma mai banale, diretta, concisa nel numero delle parole ma altamente evocativa, chiara e lineare. La poetessa apre la raccolta con un’immagine di doppiezza, quella del clown che nel suo aspetto esteriore è divertente, comico, e fa ridere gli altri ma che dentro è invece triste: “in fondo al cuore/ una collana di tristezza/ da sgranare lentamente/ in solitudine…” (pag. 15). Sono frequenti le immagini antitetiche che la Calzari fornisce con le sue poesie quasi a testimoniare che una cosa, emozione, sensazione, condizione, esiste anche perché ne esiste il suo contrario, come avviene appunto nella figura del clown divertente ma triste, del mare caratterizzato da alta o bassa marea (pag. 17) e il binomio buio-luce in “Ricerca” (pag. 24). L’universo della Calzari è un mondo di doppi, di contrasti, di opposti che mai sono, però, connotati negativamente e che, invece, vengono delineati per esprimere l’eterogeneità delle possibilità.

Tutta la silloge presenta continui riferimenti al mondo naturale, soprattutto alla flora, e la Calzari istituisce spesso paragoni tra l’essere e il mondo vegetale per sottolineare non solo la precarietà dell’uomo ma anche il suo essere continuamente in balia di eventi e condizioni di dimensione e forza maggiore a quelli del genere umano. Un rimando ai giardini inquietanti di Buzzati è presente in “Insidie” dove, però, la poetessa auspica la sua metamorfosi in vilucchio, una pianta rampicante. La poesia della Calzari è naturalista, primitivista nel suo volersi rifare agli elementi naturali, alle piante, agli animali; importantissima è la presenza del vento richiamato in varie liriche, il mezzo che porta cambiamento, “dilania/ conduce/ disperde […] distrugge/ feconda” (pag. 26).

E mentre le poesie della Calzari sfuggono via pagina dopo pagina, così come gli innamorati che depennano i petali di una margherita nel famoso gioco d’illusione e di speranza, siamo consapevoli che, al termine del libro, il lettore ne esce arricchito e che quei petali d’acciaio, quelle schegge di lamine pungenti e luccicanti che il titolo evoca in realtà non sono che profumatissimi e soavi lembi di un qualche fiore che, solo nell’unità, ci consente di apprezzare il tutto, fatto, appunto, di tante parti che insieme costituiscono l’essenza delle cose.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Donatella Calzari, a cura di Emanuele Marcuccio

“Petali d’acciaio” di Donatella Calzari

Rupe Mutevole Edizioni, 2011, collana “Sopra le righe”

intervista a cura del Direttore Editoriale Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere poesie?Cos’è per te la poesia?

DC: Per me la poesia è una magnifica forma espressiva, che io amo e coltivo dall’età di sei anni, quindi dai tempi della scuola elementare, periodo in cui la mia insegnante ci dettava poesie di noti autori su un apposito quadernetto. Ho avuto così modo di avvicinarmi ai grandi poeti del passato e di amare le loro splendide opere. A casa, poi, mi divertivo a creare semplici componimenti poetici, che scrivevo su un quaderno “segreto”.

EM: Cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

DC: In una poesia credo non debba mai mancare il cuore dell’autore, le emozioni e i sentimenti più profondi che, veicolati da un’oculata scelta di vocaboli, possono raggiungere il cuore del lettore.

EM: E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

Non deve mai mancare, secondo me, l’abilità di usare le parole come il prestigiatore fa con le carte da gioco, suscitando meraviglia, ammirazione e stupore nel lettore. È importante la struttura della vicenda narrata, ma lo è anche la forma, e questo gli scrittori classici lo sapevano bene.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?

DC: Dal punto di vista stilistico sono vicina all’intimismo: mediante le mie poesie tento di esprimere le situazioni intime e i moti profondi dell’anima. In passato ho studiato la rima e la metrica, ma scrivo in versi liberi per puro gusto personale.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

DC: L’idea di una poesia si annida nella mia mente e lì rimane per alcuni giorni, in gestazione. Successivamente, in momenti del tutto improvvisi, è pronta per venire alla luce e io sono costretta a procurarmi velocemente carta e penna per fissarla sul foglio. In questa fase esce di getto, però, impiego molto tempo (talvolta mesi) nella sua elaborazione e nella ricerca dei vocaboli più appropriati, rispetto a quanto intendo esprimere.

EM: Sì, la poesia, in fondo, è un cercare di esprimere quello che l’anima detta, personalmente dico che è anima che si fa parola, ma che rimane sempre un cercare di esprimere, un tentare di avvicinarci, come ci insegna Ungaretti in una famosa intervista televisiva del 1961, al punto che non potremmo mai arrivare all’espressione compiuta della propria anima.Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?

DC: È indubbiamente più semplice seguire una narrazione, che deve essere scritta secondo canoni precisi, che rispondono all’esigenza di essere compresa dal lettore. A mio parere, la poesia richiede un approccio differente, meno razionale e più emotivo. Chi si accosta alla poesia, infatti, dovrebbe lasciare in secondo piano l’esigenza di comprensione del testo, importante ma non così necessaria come per la prosa, e dare ampio spazio alle emozioni che le parole dell’autore fanno sgorgare nell’intimo. Come diceva T.S. Eliot “La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita”. L’uomo di oggi è molto razionale e questo spiega il fatto che sia meno propenso a lasciarsi andare alle emozioni, accordando la sua preferenza, quindi, alla prosa, anziché alla poesia.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?

DC: In passato, nel tempo libero organizzavo eventi culturali nella mia città, legati alla poesia e alla sua interazione con le altre forme d’arte. Ho anche fondato un’associazione di persone che si dilettavano a scrivere poesie. È stata un’esperienza veramente arricchente, sia dal punto di vista umano, che da quello artistico. Lo scambio di opinioni e commenti relativi ai propri e altrui testi, penso sia di fondamentale importanza.  Da due anni sono iscritta al social network “Facebook”, che permette, in termini più veloci e più ampi, il confronto fra gli autori, dilatandone le possibilità. Un’altra esperienza importante è stata la partecipazione all’Atelier delle Arti 2011, dove ho avuto la straordinaria possibilità di conoscere, ascoltare ed apprezzare, fra gli altri artisti intervenuti, scrittori e poeti di fama nazionale e internazionale: Umberto Piersanti (candidato al Nobel per la Letteratura nel 2005), Elisabetta Rasy, Alessandro Zaccuri, Isabella Leardini, Guido Conti, Milo De Angelis e molti altri…

EM: Perché proprio questo titolo Petali d’acciaio?

DC: Il titolo Petali d’acciaio è un ossimoro, che è poi un accostamento di parole dal senso apparentemente contrastante. Quando ho inviato le poesie a te, in qualità di curatore dell’opera, per partecipare alla selezione per la pubblicazione, avevo già in mente questo titolo, che mi è venuto così, spontaneamente. Curioso è invece l’aneddoto riguardante l’immagine di copertina. Dapprima ho pensato a un fiore, poi a una rosa, infine a una rosa rossa, ma non riuscivo a trovare la rosa che rendesse l’ossimoro del titolo. Un  giorno su “Facebook” mi sono imbattuta in una rosa rossa con un’evidente cristallizzazione sul bordo dei petali: faceva proprio al caso mio! È risultata appartenere a un blogger turco, ma alla fine, grazie al tuo prezioso aiuto, come ricorderai, ho ottenuto l’autorizzazione all’utilizzo dell’immagine, ed ecco la splendida rosa che potete ammirare sulla copertina!

EM: Sì, una copertina davvero splendida, temevo proprio di non riuscire a mettermi in contatto con l’autore di quella foto, un blogger turco! La poesia di Petali d’acciaio che ti è più cara o che ritieni più significativa?

DC: Tutte le poesie contenute in Petali d’acciaio, prima di superare la selezione per la pubblicazione, hanno dovuto superare la mia selezione personale, quindi sono quelle a me più care per svariati motivi: alcune mi ricordano particolari momenti della mia vita, altre mi hanno dato molte soddisfazioni ottenendo riconoscimenti a concorsi, altre ancora sono piaciute molto a coloro che le hanno lette. Posso dire, però, che ce n’è una che si distingue per essere l’unica dalla tematica sociale: si tratta di “Clochard”. Ricordo che era l’inverno del 2007 e spesso, tra le notizie del telegiornale c’era, purtroppo, quella del decesso di un senzatetto a causa del freddo. Io mi sono posta la stessa domanda che probabilmente si è affacciata alla mente di molti: “Com’è possibile che ai giorni nostri si possa ancora morire di freddo e di stenti in città ricche di ogni comfort, quali sono le nostre?” Per me è uno scandalo! Così, all’ennesima notizia del genere, mi è sgorgata dalla mente e dal cuore questa poesia.

CLOCHARD

A chi importa

se porto a spasso

brandelli di vita

rattoppata alla meglio

e buchi di coscienza

vuoti di solitudine

rotonde eclissi di sole?

A chi importa

se il contapassi dell’esistenza

segna centinaia di vite vissute

in una sola

sotto cieli infranti di uragani?

A chi importa

se vivo randagio

sotto ponti illuminati

da lune mai sorte

su fiumi di parole

rotolate invano?

A te importa?

Tre anni dopo, grazie a un reportage televisivo, ho scoperto che esistevano squadre di volontari che si occupano proprio di individuare le persone in difficoltà nelle notti più rigide dell’inverno e di riscaldarle e rifocillarle. Si trattava di associati alla fondazione “Fratelli di San Francesco d’Assisi”. Ho cercato l’indirizzo su internet e ho scritto loro una lettera di plauso e ringraziamento per il loro prezioso operato, rammaricandomi di non potervi partecipare io stessa e allegando la mia poesia, come piccolo, piccolissimo contributo. Mi ha risposto il Direttore che, con mia grande sorpresa, mi ha ringraziata a sua volta, affermando che l’attenzione, l’incoraggiamento e il sostegno della gente li spronano a proseguire giorno dopo giorno nella loro opera di accoglienza, assistenza, integrazione e promozione umana delle persone in difficoltà e senza fissa dimora. Ha anche aggiunto apprezzamenti per la mia poesia, dicendo che l’avrebbero inserita in qualche loro pubblicazione. Quando si dice che le poesie arrivano dove neanche l’autore può immaginare…

EM: Cosa ti ha spinto a voler pubblicare il tuo libro?

DC: Per molto tempo non ne ho sentito l’esigenza, infatti, come ho raccontato prima, ero più interessata a organizzare eventi culturali relativi alla poesia e a confrontarmi con chi, come me, amava scrivere. Purtroppo, per gravi problemi familiari, sono stata costretta ad abbandonare questa attività. Non ho mai smesso, però, di coltivare l’interesse per la poesia così, grazie a “Facebook”, ho partecipato, più che altro per gioco, alla già citata selezione. Quando ho ricevuto la proposta di pubblicazione da parte di Rupe Mutevole Edizioni, ho riflettuto e ho scoperto di aver maturato alcune motivazioni, che si facevano sempre più urgenti: la poesia, la musica, l’arte in genere, secondo me, hanno il potere di contrastare, in qualche modo, l’indifferenza e la barbarie che purtroppo stiamo vivendo nella società di oggi, così anche un libro, nonostante sia una goccia nell’oceano, unita ad altre gocce, può contribuire a farci vivere in un mondo migliore, può tenere alta l’attenzione per la via della bellezza e “la bellezza”,  come disse Dostoevskij, “salverà il mondo”. Ed ecco Petali d’acciaio, che raccoglie poesie scritte dal 1992 al 2007, con l’aggiunta di alcune poesie più recenti.

EM: Quali sono i tuoi poeti preferiti, ce n’è uno in particolare?

DC: Ne amo moltissimi, ma la mia trilogia è composta da: Rabindranath Tagore, Federico Garcia Lorca e Pablo Neruda. Tra i poeti italiani prediligo Ungaretti e Alda Merini. Ci sono stati tempi in cui mi sono dedicata allo studio di alcuni poeti, ma attuato in modo, direi, singolare: di un autore volevo leggere tutte le composizioni poetiche che aveva scritto e, come potete immaginare, questo lavoro richiedeva una grande risorsa di tempo e di energie. Nella mia vita, quindi, posso dire di aver letto tutte le poesie di Ungaretti, Montale e Luzi, ad esempio.

EM: E qual è la tua poesia preferita?

DC: Ho nel cuore molte poesie e la scelta sarebbe davvero difficile. Forse potrei parlarvi della prima poesia a cui mi sono affezionata nella vita, una di quelle dettate dalla mia insegnante e scritte nel famoso quadernetto: si tratta di “Natale” di Ungaretti.

NATALE

di Giuseppe Ungaretti (1916)

 Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

 Ero una bambina allegra, sorridente, solare ed è davvero curioso che abbia prediletto questa poesia tanto triste, in cui un uomo chiede, nonostante sia Natale, di essere lasciato “in un angolo come una cosa dimenticata”. Anche ora, però, nonostante le caratteristiche della mia personalità siano le stesse di allora, prediligo poesie malinconiche ed il motivo rimane oscuro e misterioso anche a me.

EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

DC: Per anni la lettura ha rivestito il ruolo di mio hobby preferito. Ricordo che leggevo opere impegnative come “I fratelli Karamazov”, “Delitto e castigo”, “Umiliati e offesi” di Dostoevskij, “Guerra e Pace” di Tolstoj. Amo da sempre i classici russi, ma ho letto opere di ogni genere: mi è sempre piaciuto spaziare. L’ultimo libro, anche se non di recente pubblicazione, che ho trovato affascinante e incantevole è stato “Le braci” di Sandor Marai.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

DC: Sì, c’è: il genere horror, sia relativo ai libri che ai film. Non sopporto emozioni di tensione e ansia crescenti, forse perché ritengo che la vita reale me ne riservi a sufficienza. Non sopporto neanche il genere aggressivo e violento, ne devo già assumere una buona dose, mio malgrado, nella realtà sociale odierna.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

DC: Amo la mia terra, la mia regione e, in modo viscerale, la mia città, a favore della quale investo da anni le mie energie dal punto di vista culturale e anche professionale, poiché esercito qui la professione di docente. Certo è un ambiente climatico umido, nebbioso e malsano, così mi piacerebbe, nel periodo estivo, “migrare” in località situate al mare o al lago, ma è soltanto un sogno.

EM: Tra poesia e prosa, cosa scegli e perché?

DC: Scelgo senza dubbio la poesia, ma non disdegno neppure la prosa. Ho scritto alcuni racconti brevi, pochi, per la verità, ma che mi hanno dato grandi soddisfazioni a livello di riconoscimenti nell’ambito di concorsi. La prosa richiede, però, tempi ed energie di cui attualmente, sono priva ma, in futuro, chissà, non si può mai dire.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

DC: No, non ho un sogno nel cassetto, li conservo negli armadi perché sono moltissimi! Ogni tanto uno riesce a uscire fuori e allora sono rari momenti di straordinaria felicità!

EM: Come ti sei trovata con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?

DC: Mi sono trovata molto bene a vari livelli.  Tu e Gioia Lomasti, i collaboratori coi quali ho avuto a che fare, siete persone straordinarie, dal punto di vista professionale e anche umano. La Casa Editrice ha pubblicato la raccolta proprio nella veste che io desideravo: attuale e di impatto visivo; cura molto i particolari, caratteristica che apprezzo particolarmente. Inoltre, ma non da ultimo, condivido pienamente le motivazioni di fondo del loro operato e la specifica attenzione alle problematiche sociali, che si traduce in forme di solidarietà.

EM: Grazie, svolgiamo il nostro lavoro con passione, anzi, io non riesco a considerarlo un lavoro, sarà perché siamo anche degli autori e la nostra casa editrice propone ai suoi autori di diventare anche collaboratori e curatori. Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

Necessari no, ma importanti sì. È impossibile per un autore sapere a priori se una sua poesia toccherà o meno il cuore del lettore, a questo livello, ad esempio, i concorsi sono utili per capire dove l’obiettivo è stato centrato. Naturalmente essi non costituiscono l’unico parametro: esistono casi in cui poesie che non hanno ottenuto riconoscimenti ufficiali sono, invece, amate e ricordate da coloro che le hanno lette e, talvolta,  vale il viceversa.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

DC: Non sono nella posizione di dare consigli, ma in quella di riceverne. Ad ogni modo, penso che, prima di cimentarsi nella scrittura, sia bene diventare accaniti lettori e si debbano studiare le tecniche di scrittura.

EM: Qual è la tua opinione riguardo alla scrittura su commissione?

DC: Ci sono autori che riescono con facilità a scrivere su commissione; li ammiro molto in quanto hanno un dono di cui io sono del tutto priva. Le mie poesie nascono liberamente e mai in seguito a sollecitazioni di alcun tipo.

EM: Il grande poeta, scrittore e drammaturgo dell’ottocento francese, Victor Hugo, ha scritto che la poesia non appartiene al poeta: «Fino a che punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? / La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò che la poesia finirà col dire»Sei d’accordo con questo assunto, se sì in che misura?

DC: Sì, sono pienamente d’accordo: la poesia assume, per ciascuno, significati anche differenti, talvolta, rispetto a quanto intendeva esprimere l’autore. Ho avuto prova di questo, leggendo i commenti alle mie poesie espressi su “Facebook” dai lettori: molti di essi hanno suggerito interpretazioni molto interessanti e assolutamente nuove per me, che ne ero l’autrice.

EM: Sì, è proprio vero, anche con le mie poesie ho avuto la stessa esperienza. Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione o, su quello che stai scrivendo?

DC: La mia prima raccolta è stata pubblicata lo scorso novembre, quindi è prematuro parlarne. Un’idea l’avrei, ma non mi pronuncio, rimarrà un mistero, per ora…

A cura di Emanuele Marcuccio                                                   

6 gennaio 2012

QUESTA INTERVISTA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DI EMANUELE MARCUCCIO.

“La vita, in sottofondo”, nuova silloge di poesie di Paola Surano

La vita, in sottofondo

di Paola Surano

con presentazione a cura di Elvira Pensa

Pensa Editore, 2011

ISBN: 9788889728277

Pagine: 59

Costo: 10 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

La parola impiegata da Paola Surano è semplice, priva di ricerche lessicali particolari, perché la volontà della poetessa è proprio quella di richiamare la domesticità dei momenti che va fotografando e raccontando. Come conseguenza, ne scaturisce una poetica chiara, facilmente decifrabile che, però, è ricca nelle immagini e spesso impiega un metro quasi prosaico.

L’intera raccolta parte da un’idea di fondo semplice ma al tempo stesso sconvolgente: la quotidianità e la frenesia delle nostre vite di tutti i giorni, a volte, ci fanno dimenticare le cose più importanti che però esistono nel ricordo, nel pensiero, nella manifestazione di sentimenti e che, dunque, sono onnipresenti seppur invisibili, “in sottofondo” per l’appunto, come esordisce la Surano nella lirica d’apertura, che dà il titolo all’intera raccolta. La Surano ci fa viaggiare in un territorio geografico abbastanza esteso, dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Liguria e poi in territori esotici come in “Donna araba” e in Marocco. E’ un percorso interessante ricco di colori, suoni e immagini, centrali nel processo di recupero di episodi passati.

In “Concerto al rifugio Guglielmina” la Surano si abbandona a una sorta di estasi paesaggistica alla quale contribuisce il verso melodioso di qualche uccello, all’interno di una cornice nella quale è difficile non intravedere riferimenti al cattolicesimo (la religione è spesso richiamata nel corso della raccolta, soprattutto sotto forma di preghiera). Significativi anche i pezzi poetici che riguardano un passato visto con nostalgia e a un desiderio di poter ritornar indietro nel tempo, segno evidente di una mentalità aperta capace di giocare e destreggiarsi amabilmente con sfaccettature della sua personalità che non appartengono più al “qui ed ora” poiché la clessidra (immagine ricorrente) è stata ormai girata e rigirata troppe volte. Tra questi alcune liriche intimistiche tra cui “La svolta” dedicata alla figlia e “A mio padre”.

La poesia della Surano nasce da immagini comuni, quotidiane, come il vedere una sposa che si approssima ad entrare in chiesa o un anziano musicista nel centro di una città ma la poetessa è in grado di utilizzare queste immagini per divagazioni e considerazioni, spesso filantropiche e d’interesse sociali, di notevole spessore.

Ma la silloge ingloba temi e contenuti diversissimi fra loro: dal senso di stasi in “L’attesa” al senso di mancanza in “La vita in sottofondo” per giungere poi a temi più crepuscolari come la morte in “4 settembre 2004” con il quale la Surano celebra il ricordo delle giovani vittime di Breslan o la malattia in “Alzheimer” raccontata con una metafora che impiega un linguaggio nautico. Ma anche quando i temi meno felici fanno capolino nella silloge della Surano, questi non sono mai connotati in maniera negativa. Vita e morte, suggerisce la poetessa, non sono due realtà distanti e inconciliabili. La morte si vanifica nel momento del ricordo, del pensiero, della rievocazione liquefacendosi in quel torrente continuo che è la vita, in linea con l’insegnamento cattolico. Ed è per questo motivo che la poetessa nella lirica “Visita al camposanto” ci consegna una singolare immagine di un cimitero che, al posto del tradizionale regno dei morti, diviene un luogo vivo, pulsante, ricco di voci, immagini e suoni.

In “Prendo il tempo” la Surano esplicita la sua poetica: il poeta ha l’animo attento e sensibile sempre pronto a sognare,  ricordare, recuperare segnali di un mondo che non è più e allo stesso tempo è in grado di utilizzare questi elementi preziosi come “piccoli sorrisi di luce” (pag. 19).

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

“Giorni di panna – Il viaggio” di Gianluca Regondi

Giorni di panna – Il viaggio

di Gianluca Regondi

con prefazione a cura di Silvia Denti

Rupe Mutevole Edizioni, Bedonia (PR), 2010

ISBN: 9788865910030

Costo: 10,00 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Il viaggio che Regondi ci fa fare con questa sua raccolta di poesie è interessante e al tempo stesso coinvolgente. Uno degli aspetti più caratterizzanti che esce fuori da questa silloge è sicuramente il metro allungato e quasi prosaico che l’autore utilizzata; le lunghe frasi, spesso arricchite di aggettivi e di sostantivi, in alcuni casi ci fanno pensare a una poetica che non conosce limiti né vincoli e che è così potente e vigorosa da intorbidire quelli che sono i tradizionali principi metrici.

Centrale è il tema del tempo in tutte le sue possibili manifestazioni ed accezioni: il tempo passato evocato in maniera dolce e nostalgica nelle rughe della madre nella poesia che apre la raccolta; il campanile nella piazza che segna il tempo in maniera meccanica e monotona (quasi a consentire all’uomo di ricordare che non è altro che una pedina in mano a qualcosa di universale che, lentamente, si logora e diminuisce); la domanda di una figlia di raccontare del proprio passato e del proprio padre quando il poeta, poi, finisce per capire che per ricordare ciò che suo padre è stato per lui è necessario per lui considerare il suo status di padre.

Il viaggio che Regondi ci fa fare con questa raccolta di poesie è lungo e complicato, quasi labirintico, perché percorso per vie diverse; ci sono momenti di pausa, di riposo e di ricordo, altri dominati dal sogno, un mondo irrazionale in cui tutto era ed è possibile, riferimenti biografici alle figure genitoriali viste con un po’ di nostalgia, poi i momenti d’amore, le mani intrecciate, gli attimi trascorsi insieme, sempre in piena consapevolezza dell’onnipresenza (quasi sulla scia dei Sonetti shakespeariani) di un tempo che osserva da lontano, distruggendosi lentamente. E nel dio Chronos che Regondi tratteggia di continuo come presenza costante, insopprimibile, vigilante è, forse, da intravedere direttamente il Destino, un’entità sovrannaturale indistinta, incorporea, alla quale il poeta spesso si rifà per richiamare il mistero della creazione umana, il senso di continuità della vita sempre gravato dall’inconoscibile, la storia definita come il “ripetersi del tempo” (in “Nel ripetersi del tempo”, pag. 51), il futuro imminente prevedibile o auspicabile (“mentre giocavi ai dadi/ con un futuro di domande/ infuriate nel petto”, in “Follia”, pag. 32). E’ un tempo indefinito, che ritorna come memoria, razionalmente ciclico e confuso, fortemente influenzato dal caso: “Tra poco questo giorno/ sordo e muto/ si siederà ridendo,/ sopra una qualsiasi panchina arrugginita,/ nella piazza affollata tra uomini confusi/ dall’attesa del loro destino ignaro,/ creduto,/ voluto e deciso/ solo perché sudato e sofferto” (in “Un giorno sordo e muto”, p. 27).

Altro tema fondamentale dell’intera raccolta è quello dell’amore descritto però da Regondi non come semplici ricordi stereotipati carichi di intimità né con nostalgia ma come episodi semplici di cui va rintracciando l’essenzialità e la purezza di odori, colori e sensazioni. Non mancano, però, temi più crepuscolari e cupi quali il male, la sofferenza il dolore, capaci di rovinare, annientare ogni cosa, anche il ricordo: “schiaffeggiando ogni cosa/che ti è cara e importante,/ insultando anche l’infanzia” in “Follia”, p. 32; la solitudine, la consapevolezza della nullità dell’essere,l’imbarbarimento degli animi.

Un viaggio intimista con il quale l’autore celebra in maniera dignitosa e con orgoglio la sua figura paterna, centrale nella raccolta e, credo, uno dei principali motivi da cui sorge questo progetto poetico. Regondi ci accompagna nella sua infanzia, nelle sue esperienze raccontandocele con un linguaggio sensoriale, attento ai rumori e ai suoni, che non manca di riflettere attentamente anche su atteggiamenti umani insensibili e superficiali ampiamente diffusi nell’attualità.

“Tutto passa/ finendo/ in rumore/ o in silenzio” conclude l’autore nella lirica “Tutto passa” (pag. 37); è in questa frase semplice ma al tempo stesso altamente evocativa che, forse, va ricercato il senso complesso e vivido dell’intera poetica di Regondi.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Le strane abitudini del caso” di Giuseppe Pompameo

Le strane abitudini del caso di Giuseppe Pompameo

Scrittura & Scritture, Napoli, 2011, pp. 86

ISBN: 9788889682388

Prezzo:  8,00 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

E’ indescrivibile la potenza di questo libro di appena ottanta pagine nel far sognare il lettore, accompagnandolo a braccetto in storie suggestive, completamente originali, che si situano a metà tra realtà e fantasia. Se per ‘fantastico’ intendiamo streghe con poteri sovrannaturali, gesta eroiche tecnicamente impossibili, o viaggi nel tempo allora è doveroso dire che non c’è niente di tutto ciò in questa silloge di racconti. L’interesse dell’autore è, infatti, tutta rivolta ad indagare dove termina il sogno, la proiezione delle idee, e dove inizia invece la realtà. Si tratta di un’indagine non di poco conto in cui i vari protagonisti delle storie finiscono per mescolare i due mondi, ribaltarli o per farli contaminare di continuo. E’ ciò che succede a Francesco, detenuto in un carcere dell’isola d’Elba, innamorato della bella Adelina che, però, al momento della sua uscita dal carcere, non trova più e non trova più nessuna traccia di lei, quasi che al lettore venga da pensare che l’intenzione del narratore sia in realtà quella di depistarlo. Ci chiediamo, così, Adelina esiste? E’ mai esistita? Oppure è solo un pensiero ossessivo di Francesco, una sorta di frustrazione del pensiero che si è radicata tanto da non consentirgli di vedere la realtà? L’autore non dà risposte. Ma l’esempio più eclatante e interessante di amore platonico è forse quello contenuto in “Eravamo sogni” in cui lo stesso titolo rinvia a una dimensione onirica e surreale. Ma la realtà e la fantasia, sembra suggerire l’autore, non possono convivere. Dove finisce l’una, inizia l’altra e viceversa. Ludovico P. e Sara G., protagonisti di questo racconto, affiatati e ricambiati amanti della rete, non finiscono neppure per riconoscersi nel loro primo incontro reale. L’idea dell’amore e l’amore in sé sono due cose diverse. L’idea, qualcosa di immateriale, un concetto, è una nostra produzione, personale, mentale, mentre la realtà si caratterizza per la sua oggettività e per la sua fruibilità a tutti.

Particolarmente avvincente è anche l’illusionista Alfonso Ruiz nel racconto “Le cose che restano”. L’illusionismo, la magia, la fascinazione, la sorpresa e la meraviglia, sono campi dell’ignoto e interessano il nostro inconscio. La madre di Alina, quest’ultima innamorata di Alfonso, la metterà subito in guardia: «[Gli illusionisti] per farti sognare te li rubano,i sogni, e dopo, te li vendono col trucco, senza mai svelarti il segreto» (66-67). Non c’è dunque da fidarsi della nostra componente fantastica, immaginativa, irrazionale perché essa mina quella razionale con inganni, enigmi, segreti e trucchi che la ragione stessa non riesce a spiegare.

In “L’aria del pomeriggio”, un racconto brevissimo che condivide con gli altri lo stile spigliato e il linguaggio condensato, ma in certi tratti quasi elettrico, Pompameo ci mette dinanzi a un’interessante storia costruita sul doppio, sull’alter ego, su quello che è e quello che non è, utilizzando una diffusa credenza popolare sull’esistenza del sosia di ciascuno di noi. Ma è molto probabilmente il primo racconto della silloge, “La città incantata”, il più lungo a rappresentare al meglio le tematiche care all’autore. Leggendolo, vorremmo che non finisse mai e che si prolungasse all’infinito per meglio comprendere le motivazioni di quell’attesa di tutta la cittadinanza di Napoli in un giorno di festa. L’atmosfera è assopita e in uno stato quasi di sonnambulismo; il singolare caldo afoso del dicembre del 1977 rende tutti un po’ più deboli, strani, inspiegabili. In quella giornata si intrecciano due storie, quella dell’attesa della cittadinanza di un cambiamento, di un qualcosa che accada e quello di Antonio Coppa, venditore ambulante di ombrelli, un personaggio quasi pirandelliano e dalla componente visionaria particolarmente sviluppata. Quel giorno, il 7 dicembre 1977, dopo 7 anni rincontrerà la sua amata, ma ben presto il lettore si rende conto che c’è qualcosa che non convince; la “lei” non esiste, è un fantasma, è una sorta di ombra che proviene dal ricordo e che si è pietrificata nel cervello del personaggio. La città partenopea, con il suo Golfo, il suo Lungomare e una serie di altri riferimenti fa da scenario all’intera vicenda dove sempre si sottolineano due cose: l’attesa (che è sinonimo di felicità e preferibile al momento, all’evento in sé) e le alte temperature che rendono tutti scontenti e sofferenti. Il lettore, come gli stessi personaggi della storia, resta fermo nella convinzione che «qualcosa doveva succedere» (23) ma non ci capacitiamo mai cos’è quel qualcosa.

Pompameo è attento al mondo enigmatico della temporalità: da per tutto nel corso della silloge ci sono riferimenti a minuti, ore, giorni, mesi e anni, quasi a voler evidenziare il comportamento umano sempre pronto a ricondurre tutto a schemi, strutture, a misure quantitative. Ma, come ha insegnato Bergson e poi la teoria della relatività, il tempo non può esser relegato alla componente razionale dell’umano perché, in fondo, ha in se stesso qualcosa di ambiguo e di indecifrabile. E’ per questo che l’autore impiega espressioni linguistiche che sottolineano discordanze temporali, anacronismi o semplicemente distorsioni, rallentamenti o accelerazioni come quando dice: «per ogni minuto che mancava, pareva che fosse già troppo tardi» (14). Questa particolare indagine del tema del tempo si allarga però anche al tempo fisico, quello meteorologico, con riferimento a presagi, previsioni etc. In “La città incantata” però, dopo varie settimane di canicola nel mese invernale (altro anacronismo), tutti attendono l’arrivo della pioggia o, almeno di un vento rinfrescante, ma quando nel Golfo, in lontananza si vede passare una nave che solca un mare in tormenta, tutti si augurano che ritorni il bel tempo. C’è qui un riferimento, voluto o no, non saprei dire, alla famosa Ballata del vecchio marinaio di T.S. Coleridge dove l’irragionevole uccisione di un albatros da parte del marinaio porta a un improvviso cambio climatico e poi alla morte di tutta la ciurma, tranne il marinaio.

Pompameo si esprime alla perfezione con il racconto breve, fondendo un linguaggio semplice ed accessibile a tutti con divagazioni  e pensieri che potrebbero ad una prima analisi sembrare quelli di un bambino, ma che, in fondo, celano tematiche più complesse. Lodevole è il modo in cui l’autore è in grado di accompagnarci nel mondo del sogno per poi negarci che quello era un sogno o, al contrario, di offrirci una storia completamente realistica per poi renderci conto che non è altro che una frustrazione o un’ossessione mentale del protagonista. In tutto questo è l’anomalia, la stranezza, l’enigma e l’ambiguità a fare da protagonista come richiama lo stesso titolo della silloge e, ovviamente, è il Tempo a regnare indiscusso su tutte le storie.  S. Agostino scriveva: «Chi oserebbe dirmi che non son tre i tempi, come abbiam imparato da piccoli e insegnato ai piccoli, passato, presente e futuro, ma uno solo, il presente, dal momento che gli altri due non esistono?». Pompameo, con la sua scrittura, ci fa riflettere su questa considerazione del grande mistico, districandosi tra due temi fondanti: il ricordo (il passato) e l’attesa (vigilia del futuro). Congratulazioni per questo gioiello.

GIUSEPPE POMPAMEO vive a Napoli dove svolge attività di editor e di consulente editoriale. Scrive per il teatro e insegna scrittura creativa. Suoi testi saggistici e narrativi sono apparsi sulle riviste letterarie “Quarto Potere” e “L’isola”. Collabora, altresì, con la Fondazione Premio Napoli. Nel 2010 la sua raccolta di racconti Il rumore bianco dell’inverno è stata segnalata dal Comitato di Lettura della XXIII edizione del Premio Letterario “Italo Calvino”.

LORENZO SPURIO

7 Ottobre 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Silele Edizioni, Gerenzano (Varese), 2009, pp. 63

ISBN: 9788890415916

Recensione di Lorenzo Spurio

Angeli caduti nella notte è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza mai distogliere gli occhi dal libro non tanto perché si tratta di un libricino sottile ma perché Carmine Rosano riesce a mantenere altissimo il livello di coinvolgimento nel lettore. Il narratore ci fornisce uno spaccato di vita domestica, quella di una coppia che si lascia, rintracciando a ritroso il momento della loro conoscenza. Così Sara inaugura una nuova vita innamorandosi di Davide, con il quale, presa da una sorta di colpo di fulmine, si abbandona ad un rapporto sessuale addirittura al primo appuntamento.

Rosano ci fa fare un viaggio interessante, un viaggio all’insegna della luce e dei colori; la luce del cielo e i colori della tavolozza che probabilmente aveva in mente durante la sua attenta scrittura. E proprio per questo i capitoletti portano titoli che si riferiscono alla luce, al tramonto e così via. E cosi l’incontro-amplesso amoroso tra Sara e Davide avviene alla calda luce di un tramonto rosa mentre Fabio, l’ex di Sara che non ha accettato la loro separazione e che continua ad ossessionarla con sms non è altro che un’ombra nera che ritorna, che la segue ad ogni spostamento e che non riesce ad allontanare da sé. In queste cornici temporali e cromatiche Rosano inserisce questa storia romantica con alcune punte d’erotismo che, lontanamente da sembrare inopportune o azzardate, trasmettono alla storia una grande vitalità e realismo. E così assistiamo al dolore e al senso di straniamento di Fabio che, ormai solo, crede che la vita per lui non abbia più valore, prendendo in considerazione anche il suicidio. Ma quello che Rosano dipinge in maniera particolarmente realistica è questo passaggio da amanti a conoscenti, da persone che hanno condiviso tutto a estranei, il passaggio dai baci sulla bocca ai casti e rispettosi baci sulle guance. Così, semplicemente per uno sbaglio, i destini di due persone cambiano in maniera irreversibile. Ed è dunque il destino, a mio parere, il vero padrone dell’intera storia. Tutti noi siamo delle semplici marionette e basta una cosa non detta, uno sbaglio, un incomprensione a cambiar le carte in tavola, a farci soffrire, a spingerci nel baratro o a descrivere nuovi scenari.

CARMINE ROSANO  è nato a Napoli nel 1977 e attualmente vive a Roma. Si è avvicinato alla scrittura da adolescente scegliendo come mezzo espressivo la poesia. Da allora ha sempre cercato attraverso quest’arte e attraverso la pittura di esprimere sentimenti e stati d’animo. Il suo primo libro, Le tre età dell’amore è stato pubblicato da Il Melograno nel 2007 e in una nuova edizione da 0111 edizioni nel 2008.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Marco Nuzzo intervista Emanuele Marcuccio

Intervista a Emanuele Marcuccio

a cura di Marco Nuzzo

 

MN: Su invito di Gioia Lomasti, ho deciso di intervistare Emanuele Marcuccio, poeta, scrittore, aforista e collaboratore editoriale per Rupe Mutevole Edizioni, consigliere onorario per il sito “poesiaevita.com” e caporedattore per il blog “Vetrina delle Emozioni”.

Quando e come nasce il tuo desiderio di scrivere in versi?

EM: Il mio amore per la poesia nasce nel 1985, in prima media, grazie alle lezioni di italiano, tenute dalla prof.ssa di italiano, storia e geografia. Però, solo nel 1988, in quarta ginnasiale ho sentito il desiderio irrefrenabile di scrivere in versi, ma erano solo pasticci, solo esercizi, non erano poesie, scrivevo anche senza essere ispirato – grave errore – solo nell’aprile 1990 (in quinta ginnasiale) scrissi la prima poesia “La scuola è in alto mare”, in un gruppo artistico, durante il periodo delle occupazioni scolastiche, fu subito pubblicata nella bacheca della scuola e, per la prima volta mi chiamarono “poeta”; proprio questa poesia dà l’incipit alla mia raccolta Per una strada, pubblicata da SBC Edizioni nel 2009. Sono stato ben felice di inviarne una copia con dedica autografa alla cara prof.ssa delle medie, ormai in pensione, e non si riteneva degna della dedica.

MN: Cosa vuol dire, per te, fare Poesia e cosa non deve mai mancare in un tuo scritto?

EM: “Poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole). La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni, anche se non si esprimono mai chiaramente ma, come trasfigurati; come ci insegna Ungaretti in una meravigliosa intervista del 1961, non si riuscirà mai ad esprimere appieno la propria anima. Poi, la poesia è anche musica, anzi, la precorre e la contiene in sé ed è la mia maniera di fare musica, infatti, amo molto la musica classica e molte mie poesie sono ispirate dall’ascolto di essa; anche se non scrivo in rima, eccettuate solo tre poesie, solo la rima spontanea contempla la mia poesia, dipoi, la musicalità e la fluidità del verso e, proprio queste ultime caratteristiche non devono mai mancare in un mio verso, oltre alla spontaneità di quello che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”.

MN: Come sono strutturate le tue opere? Utilizzi la metrica, la rima e/o delle figure retoriche particolari e perché?

EM: Nelle mie poesie non utilizzo la metrica, sarebbe troppo vincolata la mia ispirazione, sarebbe come ingabbiata, non mi sentirei libero di esprimermi, anche se il critico letterario e poeta Luciano Domenighini, in un breve saggio critico al mio Per una strada, rileva in alcune poesie delle forme di metrica spontanea, ovviamente nel senso di lasse e non di strofe che, non potranno mai essere spontanee. Recentemente sono stato ben felice di intervistarlo per il blog “Vetrina delle Emozioni”. Seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima fase è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi, quindi, mi metto subito a scrivere in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. Basti pensare che, il grande poeta Giuseppe Ungaretti usava appuntare le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia con i vari aggiustamenti grammaticali e retorici, aggiungendo, a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo”, perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea, senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. E, volendo essere più preciso, da ca. due anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno, ma faccio passare anche una settimana mettendo il foglio in mezzo al quaderno, come se volessi farla “decantare”, anche se sono astemio. Uso le figure retoriche, anche se le uso in maniera spontanea, penso che nessun poeta possa mai prescindere dall’uso di almeno una figura retorica. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, poi, mi piace molto l’anafora e indulgo spesso all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità. Penso che un verso in enjambement doni un grande respiro e maggiore fluidità al verso, piuttosto ché un semplice “a capo”. Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, finora, su 131 poesie, ho scritto solo tre poesie interamente in rima e in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

MN: Quando scrivi, ti ispiri ad altri poeti o ricerchi una tua personalità, un tuo modo di poetare?

EM: In passato mi ispiravo ad altri poeti, dal 1990 al 1996 ca. Avevo bisogno di modelli da cui partire, ero molto influenzato dagli studi liceali, mi ispiravo a Foscolo, a Leopardi, a Petrarca, agli stilnovisti e ai lirici greci. Per quanto riguarda, Foscolo, Leopardi, Petrarca e gli stilnovisti, i riferimenti si possono ricondurre ai vocaboli utilizzati e non all’imitazione del loro stile e, nella poesia “Rammarico” ho cercato di rivisitare lo stile dei lirici greci, mentre, nella poesia “Amor” ho cercato di rivisitare lo stile degli stilnovisti, facendo ricorso alla rima e senza usare la metrica, con la riproposizione del tema della donna-angelo, tanto caro agli stilnovisti. Questa poesia rappresenta un unicum nella mia produzione poetica. Dal 1997 il mio stile abbandona sempre più questi modelli ricercando uno stile sempre più personale fino ad arrivare nell’agosto 2010 a scrivere una poesia priva di alcun segno di interpunzione, con la quale, credo si sia inaugurata la terza fase del mio percorso poetico. Pubblicata in un’antologia poetica di autori vari Frammenti ossei, edita da Limina Mentis Editore lo scorso maggio, ad appena nove mesi dalla sua scrittura.

Trascinarsi (21/8/2010)

Acciaio rovente

mi tempesta il cuore

e non mi fa vivere

Tremendo m’arroventa

smarrito il mio andare

e m’inabissa

vuoto

Tedio mi sovrasta

avanzo e mi fermo

e mi sommergo di ricordi

e mi sommerge in un abisso

MN: Ci parleresti del tuo Per una strada?

EM: Per una strada è la mia raccolta di poesie, edita dalla ravennate SBC Edizioni nel marzo 2009, è attualmente l’unica raccolta di poesie, conta ben 109 titoli e i temi sono molto variegati; sono le poesie che ho scritto tra il 1990 e il 2006. Sono sedici anni, con le mie sensazioni, con le mie emozioni, con le mie letture, con i miei studi, con le mie gioie, con i miei dolori, con le mie delusioni, con le mie nostalgie, con i miei rimpianti, con le mie ribellioni, con le mie rinunce, con i miei sbagli, con la mia indifferenza per il proprio dolore, un dolore ben più profondo di quello fisico, e mai per l’altrui e, con un silenzio tra il 2002 e il 2005. Per comodità possiamo dividere Per una strada in due parti: una grande prima parte che va dal ’90 al ’99 ed una seconda parte, più piccola, che va dal ’99 al 2006. Nella prima parte ci sono anche tre omaggi al grande poeta spagnolo Federico García Lorca, di cui ho cercato di imitare, in maniera personale, lo stile. Le tematiche di questa prima parte sono varie e particolareggiate, si va da poesie dedicate a grandi scrittori e poeti come, Vittorio Alfieri, Giacomo Leopardi, Leonardo Sciascia, Seneca; a episodi di libri, come ne “Lo squarcio nel cielo di carta”, ispirata ad un episodio de Il Fu Mattia Pascal di Pirandello, o a personaggi mitici della letteratura come in “Nausicaa”, “Oreste ad Elettra”, “Ad Astianatte”, “Amleto”, “Cirano di Bergerac”; a compositori come Chopin, Bartók, Prokof’ev, Saint-Saëns.

Si passa da tematiche introspettive come in “Malinconia”, “Indifferenza”, “Ricordo”, “Sogno”, “Desiderio improvviso”, “Stelle sul mare”, “Palermo”; a tematiche civili come ne “L’inquinamento”, “Pace”, “Albania”, “Massacro”, “Urlo”, quest’ultima scritta nel giorno del primo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e agli uomini della scorta. Si va da poesie dedicate alla visione di quadri come “Le mietitrici” di J. F. Millet, “Alla Gioconda” di Leonardo da Vinci; a poesie dedicate a personaggi storici come “Annibale”. C’è anche il tema religioso, come in “Perdono” e “Perdona!”. Per passare ufficialmente dalla prima alla seconda parte utilizzo la poesia “Veritiero ardir”, con la quale annuncio il mio cambiamento di stile, scritta nel 1999, all’indomani della notizia della prossima pubblicazione, in un’antologia, di 22 mie poesie; ma già in alcune della prima parte sono ravvisabili dei piccoli cambiamenti di stile come in “Istante di tempo”, “Urlo”, “Cime”, “Indifferenza”, “Palermo”, “Barbagianni”, “Sé e gli altri”, “L’orologio”, “Piccola ambulanza”, “Ultimi pensieri di un robot”, quest’ultima ispirata alla morte di Roy, dal film Blade Runner di Ridley Scott. Si ravvisano cambiamenti ancora più sostanziali anche in “Memoria del passato”, “Per una strada”, “Picchi di silenzio”, “Stelle sul mare”, “Desiderio improvviso”, “Fuoco”. Con mia grande sorpresa, come ho detto poc’anzi, grazie al critico Domenighini ho scoperto che, in alcune mie poesie c’è della metrica spontanea, come in “Canto d’amore”, “Il grillo col violino”, “Dolcemente i suoi capelli…”, tutte e tre appartenenti alla seconda parte. A partire dalla seconda parte, che copre indicativamente gli anni dal 1999 al 2006, il mio stile si fa più profondo e maturo, non più necessariamente legato a poeti specifici, tranne ne “Il grillo col violino”, in cui vi è ravvisabile il Pascoli nell’uso delle onomatopee e, in “Dolcemente i suoi capelli…”, un mio piccolo omaggio alla grande stagione della poesia italiana dei tempi passati. Una poesia ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sull’autobus, è stato lo sguardo di un attimo fuggente. In questa seconda parte inizio a raggiungere il mio ideale poetico: la semplicità di espressione unita alla profondità di significato. Per quanto riguarda le tematiche di questa seconda parte, abbiamo la tematica civile, come in “Per i rifugiati”, “Verde, bianca, rossa terra”, quest’ultima ispirata ai vari episodi di violenza che, purtroppo avvengono in Italia e spesso compiuti da chi è chiamato a far rispettare la legge, ecco il perché di questo titolo così significativo.  Abbiamo la tematica introspettiva che, penso non debba mai mancare tra i temi delle poesie di qualsiasi poeta, come in “Canto d’amore”, “In volo”, “Là, dove il mare…”, quest’ultima, scaturita, a due mesi di distanza da una delusione amorosa, in cui c’è il desiderio di dimenticare, anche se permane il dolce ricordo di questo breve amore. Proprio per questa poesia nel luglio 2010 mi è stata assegnata una menzione d’onore al I premio internazionale d’arte “Europclub” Messina – Taormina 2010. Abbiamo il tema della dedica, come in “Fremere”, poesia dedicata a mio padre, mancato lo scorso gennaio, non vedente da quando avevo un anno; in cui ho cercato di immaginare quello che potrebbe provare un uomo che diventa non vedente. Abbiamo il tema degli episodi o personaggi di argomento letterario, come in “Veglia notturna di Hagen”, “Natasha”, quest’ultima dedicata alla figura di Natasha Rostova, ispiratami dalla lettura del romanzo classico di Tolstoj Guerra e pace, una lunga e impegnativa lettura di quasi 2000 pagine. Abbiamo il tema paesaggistico, come in “Primavera” e in “Paesaggio”, in quest’ultima vi è la descrizione di un paesaggio dell’anima e non di un paesaggio necessariamente reale. Abbiamo il tema religioso nella poesia “Accoglili nella Tua pace, Signore!”, che ho anche tradotto in inglese ed è stata pubblicata da un editore americano un anno prima della sua versione originale. Poesia ispiratami da un tragico avvenimento di cronaca locale, l’annegamento di due pescatori, avvenuto nel mare che costeggia la mia amata e martoriata Palermo, che tanta fonte d’ispirazione è per me. E, c’è una curiosità: la poesia “Affollamento e inutili affanni”, che conclude la raccolta, pensa che l’ho scritta in piedi su un autobus affollato.

MN: Come e quando cresce, in te, la voglia di pubblicare e perché? Perché questo titolo: Per una strada?

EM: Mi sono deciso a pubblicare per la prima volta nel 1999, infatti, ventidue poesie sono state editate nell’agosto 2000, nell’antologia di poesie e brevi racconti di autori vari Spiragli 47, dalla milanese Editrice Nuovi Autori. Mi sono deciso dopo i numerosi apprezzamenti da parte dei miei amici, parenti, conoscenti e, soprattutto da parte dei professori del liceo; tutti mi raccontavano che si emozionavano leggendo le mie poesie e questo voglio, che le mie poesie emozionino un sempre più vasto pubblico di lettori. Come scrivo in un mio aforisma “Il poeta cerca sempre di emozionare i suoi lettori, è questo il suo fine e, quando quelli capaci e nella sua stessa linea d’onda si accostano ai suoi versi, scatta la comunicazione e, di conseguenza, l’emozione e l’ascolto. La semplice lettura rimarrebbe lettera morta.”.  Per una strada, come ho già detto prima, è la mia raccolta di poesie, finora l’unica e, questo titolo ha un’origine davvero curiosa, ogni volta che lo racconto sembra un aneddoto, e invece è la pura verità. Un pomeriggio autunnale e novembrino del 1998, per strada c’erano gli alberi senza le fronde, un pomeriggio ombroso, ventoso e senza sole, che annunciava un temporale. D’improvviso mi raggiunse l’ispirazione e, non avendo null’altro su cui scrivere se non il retro di uno spiegazzato scontrino della spesa, presi la mia penna e vi appuntai subito questa poesia, da cui in seguito prenderò il titolo per la mia raccolta.

Per una strada (10/11/1998)

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

Quando la scrissi, la misi pure da parte, mi sembravano quasi insignificanti quei versi, sfuggiva anche a me il suo significato profondo, in seguito capii che, quell’apparentemente semplice poesia nascondeva in sé l’essenza della mia stessa ispirazione, furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia. Poi, ho intitolato la mia raccolta Per una strada, proprio perché l’ispirazione, furtiva e svelta, mi ha raggiunto, la maggior parte delle volte, proprio per strada: camminando, sull’autobus, ecc… E c’è un’ultima motivazione, ben più profonda o, forse si tratta della motivazione ultima? Proprio per la presenza di quel “senza fronde”, che ha un significato proprio e metaforico al contempo; con quel “senza fronde” ho cercato di riassumere il sentimento di straniamento e di smarrimento dell’uomo contemporaneo, che si ritrova privo di valori e di qualcosa in cui credere, simile ad un albero in autunno, spogliato delle sue foglie. Sorge quindi il bisogno di aggrapparsi a qualcosa o a Qualcuno in cui credere, prima che anche le radici vengano strappate via dalla tempesta dell’inverno.

MN: Da alcuni anni, stai lavorando alla stesura di un poema drammatico. Un sentiero lungo e irto, basti pensare al Faust di Goethe, che impiegò una vita intera per esser scritto; un viaggio, il tuo, lungo il quale ben pochi si sono addentrati, una scelta stilistica notevole e affatto semplice, soprattutto se trasposta in un contesto lontano dal proprio, come può essere l’ambientazione stessa. Ci anticiperesti qualcosa del tuo poema drammatico? Perché questa scelta? Come mai l’ambientazione in una terra a noi lontana sia cronologicamente, che per usi e costumi quale è l’Islanda del IX secolo d.C.?

EM: Effettivamente, con mia grande sorpresa, il genere letterario del poema drammatico è stato affrontato ben poche volte in tutta la storia della letteratura. Si tratta di un testo teatrale, disposto in versi, di carattere drammatico e con un lieto fine, a differenza di una tragedia che, quasi sempre disposta in versi ma, priva di un lieto fine. Appunto, il Faust di Goethe è un poema drammatico, il più vasto e grande che sia mai stato scritto, Goethe vi si dedicò per sessant’anni, ne aveva solo ventitré quando iniziò a scriverlo e, pose la parola “Fine” un anno prima di morire. Io – devo correggerti – sono quasi vent’anni che mi dedico al mio e, sono quasi alle battute finali, mi manca di terminare di scrivere il quinto e ultimo atto e dare una revisione finale a quasi tutto il terzo e al quarto atto. Ho trovato solo due esempi contemporanei di poema drammatico: uno in tre atti Nausicaa del 2002, del poeta, mio conterraneo, Giuseppe Conte e, uno in un atto Il libro di Ipazia del 1978, di Mario Luzi, il grande poeta scomparso nel 2005. Anche nella storia della letteratura, come ho detto prima, il genere è stato frequentato poche volte: ricordiamo il Peer Gynt, del grande drammaturgo norvegese del XIX sec. Heryk Ibsen e, il Manfred, del grande poeta del romanticismo inglese George Gordon Byron, poi, che io sappia e, da quanto ho potuto sapere, non ci sono altri casi. Proprio durante la lettura del Peer Gynt di Ibsen ho deciso di definire il mio scritto “Poema drammatico”, all’inizio lo definivo “Tragedia storico-fantasiosa” ma, le tragedie non hanno un lieto fine e io non vorrei farlo terminare in tragedia, così, ho deciso di cambiare e stavo terminando di scrivere il terzo atto. Il mio poema drammatico l’ho intitolato Ingólfur Arnarson, è in un proemio e cinque atti. Lo sto scrivendo fin dal 1990, ovviamente non è in rima, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico. L’ambientazione è storica ma, la trama è fantastica, l’unico personaggio storico-leggendario è Ingólfur che, non è neanche sicuro se sia mai esistito, le notizie sulla sua vita sono solo leggendarie e, ancor più il suo approdo in Islanda; ecco perché ho scelto questo tempo, avvolto da leggende e lontano, il IX sec. d.C. avendo così modo di sbizzarrire la mia fantasia. Gli altri personaggi sono interamente frutto della mia fantasia, ricavandone i nomi dall’islandese, anche i cognomi sono immaginari e ricalcano stilemi che ricordano il norvegese; preciso che, non conosco né l’islandese, né il norvegese, semplicemente, mi sono documentato sui nomi e la pronuncia, ovviamente, gli indigeni, che si incontreranno dal secondo atto in poi, non hanno cognome e, anche la loro presenza è del tutto fantasiosa. Ho anche creato una distinzione tra, i vichinghi, che chiamo “barbari”, in quanto non civilizzati ed i normanni civilizzati (i norreni), gli antichi colonizzatori dell’Islanda; non ho voluto impelagarmi con il paganesimo e tutte le sue conseguenze, infatti, ho immaginato i personaggi, contro ogni criterio storico, come dei pagani non credenti e per questo li chiamo “normanni” e non “vichinghi”, che, invece, sono pagani credenti e pirati e sanguinari violenti. Mi sono innamorato dei meravigliosi paesaggi islandesi, pur non essendoci mai stato e vedendoli solo in fotografia, su un opuscolo turistico inglese, regalatomi in quinta ginnasiale, che conservo gelosamente, tanto da avermi ispirato la scrittura di un poema drammatico, ambientato appunto in Islanda. Dici bene, scrivere un poema drammatico richiede uno sforzo immenso e, qualcuno mi ha detto che mi sono imbarcato in un’impresa titanica e, anche adesso, pur essendo quasi alla fine, mi sento di darvi ragione: ho quasi un senso di vertigine e paura di essermi spinto forse al di là delle mie forze creative. Pensa, un caro amico compositore, dopo aver letto il proemio e un paio di scene del primo atto (una tempesta, una battaglia e un monologo), ha deciso di scrivere le musiche di scena per questo mio poema drammatico. Attualmente sta scrivendo una prima bozza di pot-pourri dei brani che saranno poi inseriti, come musiche per i vari atti e, pensa, anche il suo maestro di composizione gli ha dato il suo parere favorevole. Preciso, si tratta di musiche di scena in senso proprio, non di un’opera lirica, magari, in futuro potrebbe pensarci un altro compositore. La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un poema drammatico per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta. Con la scrittura di questo poema non ho voluto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e – adesso scrivo – e sono passati più di vent’anni da quel primo abbozzo in prosa del 1989, del solo primo atto, abbozzo in prosa ormai perduto. Poi,dal 1990 trasposto in versi aggiungendo il proemio e proseguendo di seguito direttamente in versi, senza prima abbozzare in prosa gli altri quattro atti.

MN: Emanuele Marcuccio è anche aforista; quanti aforismi hai scritto ad oggi?

EM: Sì, dal 1991 ho scritto ottantuno aforismi e quattro sono stati pubblicati lo scorso dicembre nell’antologia del premio internazionale per l’aforisma Torino in Sintesi, II edizione – 2010, edita da Joker Edizioni. Le tematiche principali di questi aforismi riguardano la vita, l’amore e la poesia. Di questi miei aforismi, ne voglio citare uno dei quattro editi: «Solo al momento della morte, questo nostro orologio sconnesso della vita darà l’ora esatta.».

MN: Un lavoro a tutto tondo, dunque, che si completa con la collaborazione editoriale per una casa editrice e, per diversi siti e blog letterari, con la partecipazione a concorsi di poesia con non pochi risultati. Ce ne parleresti più approfonditamente?

EM: Sì, io che ho penato quasi dieci anni per poter pubblicare il mio libro (il titolo di “Per una strada” lo avevo pensato fin dal 1999), sono stato ben felice e molto meravigliato di ricevere il 9 giugno dell’anno scorso una proposta di collaborazione editoriale da parte di una casa editrice diversa da SBC Edizioni. Con Rupe Mutevole nel giugno 2009 avevo pubblicato due mie poesie inedite nell’antologia Poesia e Vita, scritte successivamente alla stesura della mia raccolta Per una strada, con queste due poesie, nel mio piccolo, ho contribuito, insieme ad altri 49 autori, nell’aiutare il piccolo Emanuele Lo Bue che, da anni versa in uno stato di coma neurovegetativo. Ci tengo a ringraziare qui la cara amica poetessa Gioia Lomasti, promotrice e organizzatrice di questa lodevolissima iniziativa di solidarietà e, proprio lei ha proposto il mio nome all’editore, dapprima come autore e poi come collaboratore editoriale. Così, a novembre 2010 è uscita la prima raccolta di poesie a mia cura e, sono stato ben felice di curarne anche la prefazione; l’autrice è la stessa Maristella Angeli che, a fine agosto ho intervistato per il blog “Vetrina delle Emozioni”, la raccolta in questione è Il mondo sottosopra, la sua quinta raccolta. Lo scorso febbraio, invece, è uscita proprio la tua, sempre a mia cura e, con una mia nota di commento a pag. 7, era la tua Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso. E un’anticipazione: massimo entro dicembre prossimo uscirà la terza raccolta a mia cura, di cui ho curato anche la prefazione e, per espresso desiderio dell’autrice, posso anticipare soltanto il titolo: Petali d’acciaio. E il 15 settembre scorso ho scritto questo poetico augurio, così, di getto… in omaggio a tutti gli autori, specialmente quelli pubblicati a mia cura, specialmente quelli di cui ho curato l’intervista.

Che il viaggio fantastico verso lidi

inesplorati cominci,

che tanti lettori faccia sognare…

Viaggiate autori, sognate,

veleggiate, verso lidi inesplorati, credete

credete nei vostri sogni,

non desistete,

non arrendetevi… !

Poi, mi chiedevi dei premi che ho ricevuto… sì, due menzioni d’onore in due concorsi internazionali. La prima nell’aprile 2003 per la lirica “Dolce sogno” al Concorso internazionale di poesia “Città di Salerno”, organizzato dall’associazione culturale “La Tavolozza”. E della seconda ne ho già parlato, nel luglio 2010 per la lirica “Là, dove il mare…” al I premio internazionale d’arte “Europclub” Messina – Taormina 2010.

MN: Preferisci la poesia o la prosa?

EM: Decisamente preferisco la poesia, la prosa preferisco solo leggerla. Come ho detto prima, la poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce ad emozionare, etimologicamente parlando, riesce a portare allo scoperto (l’anima), come scrivo in una mia poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario e, in qualche maniera, anche a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore. La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emoziona e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni ma, deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare nei suoi stessi sogni. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Con tutto il rispetto, la narrativa e la prosa in genere preferisco leggerla e non scriverla ma, anche in questa possiamo trovare della poesia. Però, con la scrittura del mio poema drammatico ho cercato di fondere le due cose in un tutt’uno, ho cercato di scrivere una storia servendomi dell’amata poesia e del teatro e, il teatro, si presta molto a questo genere di connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Infatti, sulla scorta dei grandi poemi del passato, ho inserito una voce narrante (fuori scena) che, ogni tanto si fa sentire nel corso del poema, questa voce fuori scena rappresenta l’io narrante del poeta, non ho potuto proprio farne a meno. Come scrivo in un mio aforisma “Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.”. Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione. In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è il poema drammatico, certamente di gran lunga più impegnativo ma, per me l’unica possibile. E, non è proprio per il poema drammatico che mi hai definito anche scrittore?

MN: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano? Cosa miglioreresti al suo interno e in che modo?

EM: Cito un altro mio aforisma: “Non lasciamo che il mercato sia deciso dai vari lettori di illetteratura che, purtroppo, sono la maggioranza, bisogna che ci siano dei lettori colti e critici, capaci di fare delle scelte di cultura nelle proprie letture. La figura dell’autore, che, prima di tutto deve essere un lettore critico e colto, è l’ideale.”. Sì, se io fossi un editore, vorrei che il comitato editoriale sia formato da altrettanti autori; solo un autorevole comitato editoriale, presente in ogni casa editrice, può dare una svolta all’attuale andazzo editoriale, in cui si dà maggior risalto all’illetteratura e, si mettono in una nicchia opere davvero meritevoli e di valenza letteraria. Proprio per questo motivo la critica letteraria agli autori contemporanei è sempre più in declino, come recentemente ha lamentato Cesare Segre. Ogni tanto si sente di qualche critico letterario che ha scritto sull’opera di un autore sconosciuto al grande pubblico, alla grande editoria ma che, non a caso ha attirato la sua attenzione. Sono i libri di valenza letteraria che fanno la letteratura e alcuni diventano dei classici, il futuro non è dei best-seller e dei libri, preconfezionati ad hoc per un certo tipo di lettori, di qua a cinquant’anni cadranno nel dimenticatoio.

MN: E cosa pensi della cultura nel nostro Paese? Ritieni che i media possano in qualche modo influenzare la cultura e, se sì, come?

EM: Credo che oggigiorno si faccia tanta confusione, la cultura non è semplice intrattenimento, ma è capace di lanciare un messaggio che porti alla riflessione, che porti a conoscere, senza mai smettere di riflettere, perché, proprio la riflessione genera cultura. I mass-media, se la cosa interessasse davvero, potrebbero avvicinare alla cultura, soprattutto la televisione, quella che potrebbe maggiormente influenzare la cultura, quella a cui paghiamo un canone annuale, che ci propina programmi da semplice intrattenimento, mettendo in una nicchia, in orari tardi e proibitivi programmi di indubbio valore culturale. Recentemente c’è stato un minimo cambiamento con il proporre il teatro in prima serata, ma, una rondine non fa primavera.

MN: La poesia che, in qualche modo, ti ha più influenzato? Mi spiego meglio: qual è la poesia che, per un motivo o per l’altro, avresti voluto scrivere e per quale motivo?

EM: Leopardi è il mio poeta preferito, non certo per il sistema del suo pessimismo cosmico ma per l’infinita e meravigliosa musicalità dei suoi versi. Quanto mi ha ispirato la musica dei suoi versi e, “L’infinito” è la poesia che preferisco più di tutte, non solo per i suoi versi infinitamente pieni di musicalità, ma perché la vedo come un’oasi di speranza lungo il deserto del suo pessimismo cosmico: “Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare.”. Pensa, che in una mia poesia giovanile del 1991 ho cercato di imitare la musica di questi versi immensi cambiando le parole, cito dalla mia raccolta Per una strada: “Così, tra questi versi immensi / gioisce l’animo mio, / e l’ondeggiar / mi molce e m’accarezza.”.

MN: Alcune tue poesie sono state tradotte anche in lingua inglese e dialetto siciliano. Ce ne parleresti?

EM: Veramente sono stato io stesso a tradurre quattro mie poesie in inglese e una di queste mie traduzioni, quella dell’allora inedita “Accoglili nella tua pace, Signore!”, nel maggio 2008 è stata pubblicata nell’antologia poetica di autori vari Collected whispers, da Howard Ely Editor, Owings Mills, USA, dunque, quasi un anno prima della versione originale, edita nella mia raccolta Per una strada. In queste traduzioni ho cercato di ricreare in qualche modo la musicalità della versione originale, ho scelto attentamente i suoni di quelle parole, senza badare a particolari questioni linguistiche. In un certo senso avviene una ricreazione della stessa poesia ma, quello che più importa, è che si senta la poesia, che si ascolti la sua voce, che permanga il suo spirito, anche se l’abito è cambiato. E proprio questo ho cercato nel tradurre una mia poesia in inglese. Mentre, per quanto riguarda quella tradotta in vernacolo siciliano, si tratta della mia edita e premiata “Là, dove il mare…”, tradotta con grande maestria dall’amico poeta e commediografo Alessio Patti, della quale ha creato anche un video molto suggestivo ed emozionante. Proprio dalla visione di questo video e, durante la lettura ad alta voce della traduzione in siciliano della mia poesia, mi ha raggiunto l’ispirazione e ho scritto, dopo 125 poesie in italiano, la mia prima e, attualmente unica poesia in vernacolo siciliano “Munnu crudili”, pubblicata lo scorso aprile nell’antologia poetica di autori vari La biblioteca d’oro – Poesie in siciliano, da Unibook, a quasi cinque mesi dalla sua scrittura. A proposito di vernacolo siciliano, in realtà bisogna parlare di lingua siciliana, leggo un brano dalla prefazione, scritta dalla poetessa Santina Russo, curatrice di questa antologia: «La lingua siciliana, troppo spesso declassata da molti a “dialetto” è, in realtà, una lingua a tutti gli effetti. Molti filologi ed anche l’organizzazione Ethnologue, descrivono il siciliano come “abbastanza distinto dall’italiano tipico tanto da poter essere considerato un idioma separato”, come risulta anche confrontando il lessico, la fonologia, la morfologia delle due varietà linguistiche. Peraltro, il siciliano non è una lingua derivata dall’italiano, ma, al pari di questo, direttamente dal latino. La lingua siciliana esiste da centinaia d’anni, la tradizione poetica siciliana nasce con la corte federiciana nel XIII secolo e fioriscono da allora illustri poeti e cantori in siciliano aulico che costituiscono tuttora modelli per un’eventuale canonizzazione della lingua poetica siciliana scritta. […] È doveroso, a tal proposito, specificare che non esiste attualmente una canonizzazione condivisa della lingua siciliana, soprattutto a livello orale, dove sono evidenti le differenze fonologiche, morfologiche e lessicali da una zona all’altra della Sicilia. Diverso, il discorso per la lingua scritta, per la quale esiste una tradizione secolare alla quale poter far riferimento per una produzione poetica siciliana a regola d’arte.». E già Dante gli aveva dato dignità di lingua nel suo De vulgari eloquentia, leggo: «E per prima cosa facciamo un esame mentale a proposito del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli Italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell’isola hanno cantato con solennità. […] Il volgare siciliano, a volerlo prendere come suona in bocca ai nativi dell’isola di estrazione media (ed è evidentemente da loro che bisogna ricavare il giudizio), non merita assolutamente l’onore di essere preferito agli altri, perché non si può pronunciarlo senza una certa lentezza… Se invece lo vogliamo assumere nella forma in cui sgorga dalle labbra dei siciliani più insigni… non differisce in nulla dal volgare più degno di lode.».

MN: Quali sono le tue letture? Hai un genere che preferisci su tutti? Perché?

EM: Sì, il mio genere preferito sono i classici della letteratura, proprio perché la letteratura dà voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze e, leggere un classico significa immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori. E, citando un mio aforisma “Se si legge un classico, si va sul sicuro e si evitano delusioni. Perché un classico nasconde in sé tutto un mondo da scoprire, e quel mondo ci assomiglia.”.

MN: E le letture che non leggeresti mai? Per quale motivo?

EM: I romanzi horror e i romanzi rosa: non amo spaventarmi inutilmente e non amo le storie troppo sentimentali.

MN: Cosa spinge, secondo il tuo parere, uno scrittore o un poeta a scrivere e susseguentemente a pubblicare le proprie opere?

EM: Se è un vero scrittore e non un cercatore di facili guadagni, penso che lo spinga a scrivere la voglia di conoscere se stesso, di tirar fuori quello che ha celato in sé. Come scrive Proust ne Il tempo ritrovato “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.”.

Sì, scriviamo di una realtà come trasfigurata e, nel contempo cerchiamo di porgere al lettore una speciale lente di ingrandimento, che trasfiguri e ingrandisca allo stesso tempo.

MN: Pensi sia importante il confronto con altri autori?

EM: Per me è molto importante il confronto con altri autori, specialmente quando trovo dei punti di contatto con il mio modo di scrivere e di poetare. Su internet sto conoscendo tanti poeti in maniera virtuale e, uno l’ho conosciuto dal vivo ad una presentazione del suo libro di poesie, invitato da lui stesso. Penso che tra colleghi poeti, scrittori, drammaturghi e artisti in genere si debba instaurare un rapporto di rispetto e di stima reciproca e mai di concorrenza, mai avere la presunzione di possedere la verità, purtroppo, questo raramente accade; a questa presentazione, a cui sono stato invitato dallo stesso autore, c’ero solo io tra il pubblico, come autore, gli altri erano tutti lettori e, molto lodevole e nobile, da parte sua, l’avermi ringraziato pubblicamente della mia presenza ed alla fine ci siamo scambiati i nostri rispettivi libri con autografo.

MN: Vuoi anticiparci qualcosa riguardo ai tuoi prossimi lavori e/o progetti?

EM: Oltre al poema drammatico, di cui abbiamo parlato ampiamente e, anticipo che sarà pubblicato in due volumi: il primo volume conterrà i primi due atti ed uscirà molto probabilmente entro il 2012. Poi, ho in preparazione una seconda raccolta di poesie, che ho intitolato Anima di poesia, dal titolo una mia inedita poesia, pensa, questa poesia l’avevo messa pure da parte, come avevo fatto con “Per una strada”, la poesia che ha dato il titolo alla mia prima raccolta. Con la differenza che, “Anima di poesia” non l’ho appuntata dapprima sul retro di uno scontrino della spesa ma, su un semplice foglio di carta. Ho deciso di dedicare tutta la raccolta alla memoria del mio caro papà, mancato il 25 gennaio scorso… E, spero di intervistare tanti altri autori per il blog “Vetrina delle Emozioni” e di curare la pubblicazione di altrettanti libri di poesie.

MN: Grazie per la tua disponibilità, Emanuele e, ad maiora!

EM: A te Marco, semper, è stata una piacevole conversazione!

A cura di Marco Nuzzo                                                                

21 settembre 2011

INTERVISTA PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE PARTI O L’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Pastorale Americana di Philip Roth

Pastorale Americana di PHILIP ROTH

Torino, Einaudi,  2005, pp. 425

ISBN:9788806174118

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Pastorale americanaRileggere Pastorale Americana. Dopo qualche anno. Ritrovare il capolavoro, il libro che contiene tutto. E’ stata una delle cose più belle che ho fatto in questi giorni, insieme al rito consueto di scendere al mare alla sera, col mio compagno. Pastorale Americana di Philip Roth è uscito l’anno scorso nei tascabili Einaudi, ed è attualmente disponibile su IBS, qui,  a 7 euro e 70. Niente. Un regalo. Già il libro è un regalo, poterlo avere a un prezzo simile è davvero un’occasione da non perdere. E’ la storia dello Svedese, Seymour Levov, ebreo, sportivo eccellente, ottimo imprenditore, tutto intriso del sogno americano, desideroso di farne parte, smussando gli angoli, eliminando ogni distonia, rifuggendo dalle sbavature, rispettoso, marito e padre felice. E’ la storia dello Svedese ma anche di tanti ebrei americani, e non solo ebrei, che hanno condiviso e creduto in quel sogno, che è stato anche il sogno di una vita carica di possibilità, priva di incertezze, di cadute, o costellata di quei piccoli errori ai quali è sempre possibile porre rimedio. Un sogno che, nel caso di Seymour Levov viene letteralmente “frantumato” da una bomba, da altre bombe. Una bomba reale, che la figlia amatissima (forse troppo amata) Merry, una volta adolescente, utilizza per far saltare un emporio e un ufficio postale, incollerita, devastata dalla Storia che non è, non lo è mai, solo ordine, prosperità, qualcosa di preciso e nitido, che si può governare, che scivola senza incrinature. Merry sarà la colossale distonia nella vita dello Svedese. E Roth ci racconta quest’epica che si allarga, che pagina dopo pagina diventa ora narrazione pura , ora inarrestabile flusso di coscienza, ora parodia incredibile (feroce ed esilarante la riunione degli ex compagni di scuola ormai vecchi), ora trattato filosofico, ora amara riflessione sulla vita, e ancora dramma, elegia, grottesco. Roth ricostruisce la Storia dell’ ex sportivo mitizzato da tutti gli amici, dell’abilissimo imprenditore, del marito orgoglioso di Miss New Jersey( la moglie Dawn, personaggio femminile indimenticabile, che alleva vacche, si fa un lifting a Ginevra, si fa scopare dall’amante china sul lavandino, rinnega il passato e la bella casa dove si era dipanata l’illusione di felicità), ricostruisce la Storia( e la maiuscola è d’obbligo essendo in realtà un puzzle di storie a comporre una Storia condivisa e condivisibile dove tutti, come in un gioco di specchi, ci riconosceremo, troveremo tratti , fisionomie, comportamenti, attese, mascheramenti e mistificazioni che conosciamo) con un meccanismo letterario di scomposizione e di evocazione. L’avvicinamento al tema, attraverso i ricordi e lo sport. Il baseball. Il basket. In qualche modo un topos fondamentale di ogni grande romanzo americano:”Lo svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball.Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono ( vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori- in gran parte poco istruiti ma molto carichi di preoccupazioni- veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa….Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese…L’assunzione di Levov Lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l’insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.” Questo lo leggiamo nelle primissime pagine. Non è un romanzo che richiede tempo o pazienza al lettore per entrare dentro davvero nella narrazione. Richiede coraggio. Il coraggio che richiedono i grandi libri, abbandonarsi, non sfuggire pagine che sembrano costeggiare o solo avvicinare il tema principale, pagine che paiono solo digressioni, ma sono funzionali e talvolta rivelatrici preziosissime della trama della storia e del suo intreccio che si disfa e si ricompone, continuamente,  ondulatorio, simile al procedere e arretrare delle onde ( fra schiuma, alghe e detriti),senza tregua, senza assoluzione, senza senso, molto spesso, o con un senso aleatorio, volatile, dai colori d’arcobaleno, un senso che, quando pensi di averlo afferrato è già volato via e ti lascia silenzioso e interdetto. C’è un’ironia straordinaria in queste pagine di Roth che richiama l’ironia dell’ Ulisse di Joyce, naturalmente con il timbro personalissimo dell’autore, filtrato come in altri romanzi dal suo alter ego letterario Nathan Zuckerman:” Ma lo spirito o l’ironia per un ragazzo come lo Svedese, sono solo intoppi al suo passo spedito: l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio. Oppure c’era tutto un lato della sua personalità che lo Svedese nascondeva, o questa cosa era ancora in embrione, o, più verosimilmente, mancava. Il suo distacco, la sua apparente passività come oggetto di desiderio di tutto questo amore asessuato, lo facevano apparire, se non divino, di molte spanne al di sopra della primordiale umanità di quasi tutti gli altri frequentatori della scuola. Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia…” E’ un libro carico di compassione, autentica compassione umana, non compassione idiota, che non vede, ma occhio e parole che vibrano di fronte alle debolezze umane. Straordinario il pezzo nella fabbrica dei guanti, quando lo Svedese racconta nei dettagli la storia delle concerie e di come suo padre prima e poi lui hanno saputo ingrandirsi, e lo racconta  a una sorta di “piccola carnefice”, a una persona che è l’interlocutrice completamente sbagliata, una delle maschere funebri che il destino indossa per far crollare le nostre certezze, le nostre passioni, la nostra dedizione, le basi che credevamo granitiche e che sono in realtà fangose e scricchiolanti della nostra personalità, di quell’illusione di “io ” stabile. Rileggetelo cogliendo l’occasione dell’edizione economica, ottima da tenere in borsa o in tasca. Oppure, se non l’avete mai letto, avvicinatevi a questo romanzo straordinario. “Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna., e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.” Roth è scrittore che vive appartato, che è consapevole delle rinunce che richiede il suo lavoro. Anche in questo caso si inserisce in una tradizione di scrittori americani che hanno scelto un volontario isolamento per dedicarsi al loro lavoro lontani dalle continue seduzioni mediatiche. Tutti i suoi lavori meritano attenzione,  in particolareLamento di Portnoy,  Zuckerman scatenato e Zuckerman incatenato, La controvita. In Pastorale americanaoltre a una narrazione che non riuscirete a dimenticare, troverete un’analisi dell’America, attualissima, sociologica ma anche psicologica che non si lascia sfuggire, pur focalizzandosi su un preciso momento storico, le pieghe, gli anfratti, i vicoli oscuri, le case borghesi, le stanche ritualità sociali che perpetuiamo per noia, le passioni incomprensibili, il lato oscuro. Ecco, il lato oscuro. Del singolo e della vita. Parla solo di questo, in fondo.

Philip Roth sul web(una piccolissima selezione)

http://orgs.tamu-commerce.edu/rothsoc/

http://www.zam.it/home.php?id_autore=80

http://www.dazereader.com/philiproth.htm

http://www.scaruffi.com/writers/roth.html

FRANCESCA MAZZUCATO

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