“Monte Olympus”, poesia di Emanuele Marcuccio con commenti di Spurio, Castagnetta, Carocci, Domenighini, Pardini e Cassese

 MONTE OLYMPUS

POESIA DI EMANUELE MARCUCCIO

Ispirato dal vulcano “Olympus Mons”, il più grande rilievo del pianeta Marte e di tutto il sistema solare, con i suoi venticinquemila metri di altezza e i seicentomila di larghezza.

Marte
rosso pianeta
di sole abbacinato
 
 
monte
che ti slarghi
e in altezza
per miglia
e migliaia
di chilometri
 
 
solitario
fredda la cima
forse fuoco
ancora alberga
nei recessi

(9 giugno 2013)

Commento a cura di LUCIANO DOMENIGHINI

644px-Olympus_MonsComposizione in tre tempi con apertura in vocativo, dà il senso dell’avvicinamento, dell’approdo spaziale “Marte […] monte […] solitario”. Le prime due parti sono descrittive, topografiche, con effetto di ingrandimento visivo fino all’ingresso dell’immagine sul terzo tempo, meditativo, all’interno della mente del poeta, con lo straordinario risalto dato dall’avverbio “forse” alla fase speculativa, indagatrice, appropriante, del pensiero conoscente. Interessante è anche la costruzione sintattica e grammaticale del secondo momento, una valutazione dimensionale dove i due parametri geometrici (larghezza e altezza) sono sostenuti l’uno da una relativa “che ti slarghi” e l’altra da un quinario in complemento di limitazione “e in altezza” fortemente ellittico per finire con l’unità di misura tramite un neologismo gergale allitterante “per miglia e migliaia”: l’effetto complessivo è vago e mitico, iperbolico e amplificante.

In questa lirica Marcuccio perfeziona il suo metodo ellittico sottrattivo e, anche grazie a una sempre maggior sicurezza e distinzione delle scelte lessicali e al prosciugamento della punteggiatura, perviene a una forma netta, sbalzata, essenziale.

Malgrado la brevità e l’apparente semplicità, questa lirica segna un punto di maturazione importante nel cammino artistico del poeta palermitano.

LUCIANO DOMENIGHINI

Travagliato (BS), 12 giugno 2013

Commento a cura di ROSA CASSESE

La lirica “Monte Olympus” è non solo originale, ma ispirata da sensazioni reali, “assaporata” dalla visione di un Monte “di sole abbacinato”. Pur nella scientificità dell’argomento, si nota la voce “calda” del cuore del poeta-rosso-come il pianeta Marte, la maestosità della sua cima, in cui quasi s’intravede lo sguardo “proteso” verso l’altezza e, la fissità oculare quando è raggelata, inoltre la possibilità che, nei “recessi”, possa esserci ancora fuoco e, pertanto vita. Una poesia dall’ampio respiro e, dalla notevole capacità di poter, mediante pochi versi, renderci partecipi di tanta maestosità, con la maestria di un grande poeta come Marcuccio.

ROSA CASSESE

11 giugno 2013

Commento a cura di MARZIA CAROCCI

Poesia che va oltre l’immaginazione, poiché il soggetto è scrutabile solo attraverso il dubbio e il quesito dell’umano pensiero. Marte , pianeta solo ipotizzabile a livello dell’occhio, ma scrutabile nella genialità dell’indagare. Rosso di luce riflessa che ospita la grandezza di un promontorio naturale, vivo come vivo può essere il movimento vulcanico che esternamente è freddo come il marmo ma nella pancia la fiamma, l’ebollizione, il fermento vivo e rigoglioso della forza del fuoco.

Una poesia dove ogni singolo idioma , tassello, dopo tassello completa minuziosamente un grande movimento/spettacolo lontano dal nostro occhio attento, ma reale in un universo tutto da scoprire.

Emanuele Marcuccio, con questa sua composizione, ha colto l’invisibile rendendolo presente e traccia d’esistenza.

MARZIA CAROCCI

Firenze, 15 giugno 2013

Commento a cura di PIERANGELA CASTAGNETTA

“La rappresentazione di un pianeta infuocato descritto come un alto monte, il vulcano Olympus, per l’appunto, che si slarga all’apice per fare uscire, dalla fredda cima, il magma che ancora alberga nel suo interno. Interpreto la poesia del poeta Marcuccio come vedessi un dipinto e intravedo il bisogno di fare uscire fuori dalla sua anima quanto di infuocato e pur vero alberga dentro di sé. E’ la passione che risiede nel suo intimo e che necessita di venir fuori da una fredda apparenza che l’imprigiona.”

Pierangela Castagnetta, 14/6/2013

Commento a cura di Lorenzo Spurio

E’ stato lo stesso autore ad anticiparmi che questa poesia “spaziale”, una delle ultime scritte, tratta un tema particolare e, forse, poco conosciuto. La poetica asciutta ed essenziale che rifiuta la punteggiatura –Marcuccio mi ha rivelato di essere entrato ormai in una nuova “fase poetica” caratterizzata dal minimalismo- si sposa con la volontà di fotografare l’alta vetta presente sul pianeta rosso.

Il monte sembra acquisire vita propria quando il poeta affresca questa vista aerea ed osserva “ti slarghi”, come se il gigante di roccia avesse delle braccia e scansasse con una certa prepotenza che le deriva dalla sua supremazia tutto ciò che lo attornia. E’ chiaramente l’iperbole, la figura che più risalta dalla poesia “per miglia e migliaia di chilometri” usata, però, senza volontà di ingigantire le reali misure del rilievo montagnoso, ma come fedele rapporto geologico della sua altitudine.

Marte, da sempre noto come pianeta “rosso”, ritrova questo suo legame con il colore forte, carnale e violento nel termine che chiude la lirica, il “vulcano”, che richiama alla mente una forte immagine di vitalità, energia e manifestazione impavida del corso della natura.

Commento a cura di Nazario Pardini

I connotati indicativi di questa poesia si verticalizzano, consciamente, su una struttura metrico-simbolica di effetto contemplativo: rosso, abbacinato, slarghi, fuoco; e dominano, con un significante figurativo di labor limae, sul λέμμα[1] (lèmma)/solitario, che, citato una volta, anticipa il verso “fredda la cima”. E si sa che il fuoco è nel cuore delle cose. Nella pancia del cosmo. E si sa, anche, che il poeta è in continua tensione fra la coscienza dell’effimero e l’azzardo dell’oltre. Un azzardo che vorrebbe e bramerebbe realizzarsi in qualcosa di superlativo del sapore di cielo. Solitario. Forse solitario come ogni uomo che “sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole…”. E la solitudine fa parte della vicissitudine umana. Ed è motivo di stimolo, grande stimolo per la poesia. Segno che contraddistingue una stretta vicinanza fra il fatto di esistere ed uno stato interiore che coinvolge la filosofia del creato. Il tutto molecolare che non riesce a confondere l’unicità con gli insiemi. Climax, quindi, di grande impatto visivo ed emotivo; di un crescendo trascinante verso l’alto; e, volendo, verso un pianeta che non è più solamente quel corpo a noi, in parte, noto, ma, direi, verso un mondo che segna uno slancio, un abbrivio, un confondersi in stupefazioni a vincere l’ἀπορία[2] (aporía); a limitare l’entropia[3] e la corruzione dell’uomo/tempo; leggo qui il desiderio di svincolarsi, in qualche misura, dal terreno; di sublimarlo, questo terreno, nell’immaginifico, in uno stadio dove la realtà stessa si coniuga in aspirazione, in avventura. L’ordine morfosintattico di estrema sottrazione, la  geometria verbale, la ricerca speculativa, l’inconscio propedeutico all’atto creativo, cristallizzano una emozione, che, attraverso un percorso allusivo, si generalizza in una scalata dell’anima verso le vertigini dei fuochi eccelsi. Fuochi sempre da scoprire, però. Luminosità verso cui poter penetrare scrostando il ghiaccio che nasconde il nerbo e il mistero del nascere umani. Esistono quei fuochi. Nel nostro animo vivi: forse vogliono combaciarsi con la totalità per tornare alle origini. Una ricerca continua verso quella pancia che contiene la luce accecante di un Marte/Universo e della Poesia.

Nazario Pardini

(Poeta, scrittore, critico letterario)


[1] Dal greco λέμμα (lèmma), involucro; guscio; lessema di una parola.

[2] Dal greco ἀπορία (aporía), difficoltà; disagio; incertezza.

[3] Dal greco εντροπία (entropía), disordine.

“Fuggirò con le scarpe e la sposa. Prima o poi” di Saimo Tedino, commento di Sandra Carresi

Fuggirò con le scarpe e la sposa. Prima o poi
di Saimo Tedino
Soleombra, 2013
 
Commento di Sandra Carresi
 

copParte tutto dal nome, a mio avviso: Saimo.

E sì, perché uno il nome se lo porta dietro fino alla morte e difficilmente lo cambia.

Direi, un libro “bevuto” velocemente, quindi che non mi ha annoiata. Sicuramente scritto da una penna giovane e sicura, aggiungo, “moderna” , considerando il linguaggio e l’affetto a certe parole del comune parlare fra amici intorno a una birra e ad altro.

Devi, carissimo, duellare con il verbo “volere” con quale, lo dici Tu, hai un rapporto di amore, ma seconde me, va bene così.

Estremamente ironico su tutto: l’altezza, la vita, la famiglia, gli amori, la Vita stessa.

Detto questo, non so se presto, fra dieci anni o quindici, prenderai il posto del non conosciuto – Gianvito Bonamassa – ma, intanto, giovane amico, probabilmente sei stato già in diverse case (nella veste di libro, non come umano che fa danni) e la cosa interessante è che, probabilmente sei piaciuto.

Buona vita e buona luce.

P.S. Tieni quelle scarpe a portata di mano…..

Sandra Carresi

“Pianto antico” di Giosuè Carducci con un commento di Giuseppina Vinci

Pianto Antico

di Giosuè Carducci

Commento di Giuseppina Vinci

 

Antico è il vecchio marinaio, antica è la torre leopardiana, “antico’’ il pianto di Carducci per il figlioletto Dante prematuramente scomparso.

Il titolo del breve componimento allude a un dolore antico primordiale. Non esiste dolore più grande affranti. Maria, la madre di Gesù  patisce la morte del Figlio. Il Suo è un dolore grande ma composto, accetta la volontà del Padre. Abramo non si pone il problema della possibile  fine del figlio, esegue gli ordini, i Voleri di un Essere imperscrutabile, inspiegabile, come è la Richiesta

di sacrificare, senza alcun motivo per la logica comune, l’ancora breve esistenza del primogenito. Non si pone alcuna domanda, non chiede, esegue, tutto viene accettato perché quella è la Volontà.

E poi, dopo la prova, il dono più grande.

2567771740_db2af1086eIl dolore del Carducci per il figlio è triste, non rassegnato, senza una speranza. Il figlioletto era la Vita per lui, uomo erudito e famoso. ‘’Il fiore della sua pianta percossa e inaridita, dell’inutil vita estremo Unico fiore’’ dopo la morte del figlioletto la vita non è più, non esiste né rassegnazione, né speranza, né accettazione della Volontà suprema. Solo la Natura continua a fiorire, a brillare, a riscaldare i cuori; non quello del Poeta. A tratti una Natura malvagia, essa sopravvive ai dolori, indifferente al sofferenza del poeta.

Talvolta rappresentata dalle stelle, lontane, gelide, ma bellissime. Essa riscalda  l’orto solitario ma non il cuore del Poeta, tutto rifiorisce, ma non nella sua anima, nel profondo del suo essere

tutto è rimasto immobile dalla scomparsa del figlioletto.

Pacato è il tono, come se il poeta avesse accettato la morte. Nel suo animo, credo,  si muova un’accusa alla Natura tutta che rifiorisce nonostante il grande dolore di un padre, nonostante

la definitiva assenza di un fanciullo innocente.

‘’l’estremo unico fiore di una pianta percossa e inaridita’’ è appassito per sempre e con lui la vita del poeta.

Non vi è spiegazione alcuna al Dolore. Necessario?

Previsto? Predestinato? Non sappiamo.

Esso è antico.

 

 

Giuseppina Vinci

docente al Liceo Classico Gorgia di Lentini

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“A se stesso” di Giacomo Leopardi, con un commento di Giuseppina Vinci

“A se stesso”
di Giacomo Leopardi
 
Commento di Giuseppina Vinci

imagesNon può che suscitare tristezza il primo verso  “or poserai per sempre..  stanco mio cor’’; par che dica alla fine dei miei giorni, il mio cuore che tanto ha sofferto non proverà più alcun sentimento di dolore poiché la morte porrà fine a tutta una vita in pena. La morte liberatrice, agognata, lo condurrà al nulla eterno ove angoscia e disperazione non saranno e tutto si dissolverà.

Vien da pensare al monologo di Hamlet, la morte definita ‘’la terra inesplorata dalla quale nessuno mai è tornato’’ potrebbe riservare altri dolori. Il celeberrimo personaggio shakespeariano non porrà fine alla propria vita, non compirà il gesto suicida che ne potrebbe fare addirittura un eroe “se non fosse per qualcosa dopo la morte’’ che lo costringerebbe ad affrontare altre problematiche per le quali non saprebbe trovare soluzioni.

Ecco l’essere o il non essere. Porre fine alla propria vita, a tutti i dolori scegliendo l’annullamento del proprio essere o desister per un dubbio ancora più grande, angosciante. Se la Morte non dovesse essere la meta Finale, se un altro mondo attendesse gli esseri umani dopo il viaggio terreno costringendoli ad affrontare altri dolori che non conoscono, allora passeremmo a un’altra vita di sofferenze e sarà un’infinita condizione di dolore. Differente l’atteggiamento del nostro quando afferma “che eterno io mi credea’’ e il desiderio è spento’’  assai palpitasti riferito al cuore e ‘’fango è il mondo’’ per cui vana e inutile è l’amarezza e la noia.

Al genere nostro il fato non donò che il morire. Agli esseri umani un destino di morte e tutto è vanità infinita. La morte in altri contesti ritenuta un Abbraccio come nel brano “The party” di Mrs Dalloway della Woolf, una sfida, un tentativo di comunicare con il mondo in un mondo senza comunicazione, qui è la fine e il fine  ultimo che ognuno raggiunge perché mortale suo  malgrado.  E tutto è vanità. Con Foscolo la morte è la Fatal quiete, Sorella morte con S. Francesco e ‘’un guadagno’’ con S.Paolo. Come tutto appare relativo. Come ognuno possiede la sua verità.

Un guadagno perché essa ti porta a Dio, al Creatore. Una Sorella, perché più che fine, è conforto che ti conduce al medesimo Padre.

Perì l’inganno, un fanciullo Leopardi, un sognatore, ingenuo, fidava nell’eternità del suo essere sulla terra adesso lo vedo come uno che ha perso l’equilibrio e sta per cadere.

Vede la vita come da una torre pendente. Non può essere tranquillo guardando dall’alto di una leaning tower. Ti prende la paura, l’ansia, l’angoscia e lui è come se stesse sull’orlo di un precipizio.

Non più speranza, non più salvezza, soltanto consapevolezza di un destino Amaro e di una sorte funesta che lo attende. Il sognatore Leopardi ha  preso coscienza della realtà, dell’unica realtà, della Verità estrema.

Un risveglio doloroso ma necessario.

 

Giuseppina Vinci

Docente al liceo classico Gorgia di Lentini

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“Iuri dei miracoli” di Iuri Lombardi, commento a cura di Monica Fantaci

Iuri dei miracoli
di Iuri Lombardi
con prefazione di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, 2013
Link diretto all’acquisto.
 
Commento a cura di Monica Fantaci

711664_10200397247517150_838329368_nIuri si mostra per quello che è, trapelando da sé una maschera che usa in base alle situazioni. Iuri, che si pone al centro dell’esistenza, sua e degli altri, di Ombretta e di tutta la gente che nomina, esaltando se stesso e le sue azioni, il suo miracolo è un miracolo di sentimenti, un giocare continuo con se stesso, con gli altri, alla ricerca di qualcosa che non riesce a trovare, ma forse neanche lui lo sa, tant’è che lui vive la notte, come se volesse nascondersi da qualcosa, come se volesse nascondersi da ciò che è. Il soprannome di Jolly che si è dato è proprio questo, una maschera di episodi che lui vive dentro di sé e che proietta all’esterno rendendoli reali, lui non sa se finge per finta o finge sul serio, lo dice lui stesso a pag.35 “…non ricordo se facendo finta di fingere o fingendo sul serio…”.
Le sue parole sono fiumi messi lì su carta, che fluiscono perenni, nella sua trasgressione.

 Monica Fantaci

 

“Mare della tranquillità”, poesia di Emanuele Marcuccio, con un commento di Cinzia Tianetti

MARE DELLA TRANQUILLITÀ[1]

(poesia di Emanuele Marcuccio)

 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Giacomo Leopardi,
da «Canto notturno
di un pastore errante dell’Asia»

 

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità.

 (17/1/2013)

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Imare tranquillitatisl momento di completezza espresso in quel volto illuminato dalla luce del sole, pallida visione dell’esplosione di luce dell’astro solare, freddo calore argenteo che non può non ispirare ammirazione, ha da sempre movimentato l’animo umano di visioni e proiezioni fantastiche, come l’amore implorante che ti tiene rivolto all’amata facendola desiderare, regala spiragli d’amor corrisposto; ed ecco quella luminosa e placida dea, espressione di mute richieste che non puoi non accogliere, suscitare preghiere per appagare, nell’illusione, entrambi; nell’abbozzato respiro del compiuto un sospiro liberatorio.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna? Cantava Leopardi.

“Tien la luna vecchie strade” dice Emanuele Marcuccio nella sua poesia, spingendosi a dare una risposta che nulla toglie al poeta, all’amante, al notturno uomo che sonnambulo sognerà per quelle vecchie strade senza curarsene.

Nei suoi versi, direi di filosofia del concreto, ad alleviar l’angoscia della sospensione della domanda,  si costruisce un’azione perpetua che esula dal preoccuparsi del destino umano e realizza il suo discreto ordine, la sua legge perenne, e quell’intrigante e bello aspetto che ha sempre fatto dubitare e ipotizzare.“[…] a separar gli ammassi oceani /  alla superfice […]”.

Così da leggere tra le espressioni lunari per i suoi secolari abbozzi di sorrisi, lamenti, dubbi, per tutte le scale cromatiche dei sentimenti umani, da lei abbracciati, cullati, nascosti, attraverso le sue fasi cicliche che tutto accoglie e tutto ispira, come un grande magico specchio d’immaginazione e creatività; il suo andare, tra quel che è e il suo apparire di  dea “terrea” inesorabile ed eterna, in cui in una voce di speranza ultima si ritorna per quella tanto sospirata pace così lontana dal tempo di oggi e dalle pretese quotidiane: “mari la solcano /  in prosciugata tranquillità”.

 a cura di Cinzia Tianetti

 

 

16 febbraio 2013

 

 

 

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[1] Ispirato da una zona della luna, denominata appunto “Mare della Tranquillità”, situata sull’emisfero del satellite sempre rivolto verso la Terra. Il termine “mare” è stato scelto a causa del colore scuro che contraddistingue queste regioni dai territori circostanti, in realtà si tratta di pianure basaltiche.

“Rivelazione”, poesia di Luciano Domenighini, con un commento di Lorenzo Spurio

RIVELAZIONE

poesia di Luciano Domenighini 

 

È nel silenzio

la mia forza.

Ciò che non scrissi,

ciò che non dissi

le più belle parole.

 

Non scrissi

non liriche

bellissime,

degne del Parnaso, divino monte.

Di queste pur ora

Euterpe si fa vanto

e le dice al simposio degli dei

fra dolci suoni di flauti,

Ebe versando ambrosia

nelle coppe d’oro.

 

Luciano Domenighini

 Travagliato (Br), dicembre 2012

 

Commento di LORENZO SPURIO 

34843674La poesia di Luciano Domenighini è una di quelle liriche che dovrebbero essere lette in maniera lenta, quasi sospirata. Il contenuto, che fa esplicito riferimento all’età classica con i suoi miti, si gioca interamente sul senso uditivo: il silenzio che apre la poesia contrasta con le liriche di cui Euterpe, musa della poesia e della lirica, “si fa vanto”. Ma il suo intervento è soave, suadente ed equilibrato perché i suoni sono, appunto, “dolci”. Il senso di sfarzo dei versi finali rende lustro a questa lirica ricca, splendente e altamente evocativa. Il riferimento alla musa Euterpe mi è particolarmente caro dato che la rivista di letteratura che ho fondato nell’ottobre del 2011 assieme a Massimo Acciai e Monica Fantaci porta questo nome. Un doppio grazie, dunque, per questa poesia.

LORENZO SPURIO

29-01-2013

“Pensieri” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Luciano Domenighini

PENSIERI

(poesia di Emanuele Marcuccio)

 

 

Portano poesia così

lungi il nostro dire

chioccio e impacciato così

l’ardire è vano e lontano

e requie non danno.

 

 (13/9/2012)

Commento a cura di Luciano Domenighini

Cinque versi brevi ad andamento ondulante (sequenza sillabica “8, 6, 7, 8, 6”) col soggetto ai versi di apertura e di congedo e i tre versi centrali incidentali e distrattivi a significato antitetico.

La gestione delle rime è complessa. Solo il quinto verso è svincolato. Il primo e il terzo rimano sul medesimo bisillabo avverbiale tronco “così”. L’ottonario al quarto verso presenta due rime interne: in terza sillaba “l’ardire” rima col senario del secondo “dire” e la piana bisillaba in quinta “vano” con la trisillaba “lontano” in ottava. Il tono della lirica è dimesso, sofferto, ma formalmente impeccabile.

In soli cinque versi, in un cono di luce rivelatore di un evento psichico, Marcuccio individua i termini antitetici dalla cui distanza e dal cui conflitto nasce un doloroso travaglio dal quale scaturisce, per sintesi, l’energia della poesia.

Il primo elemento dell’antitesi è un periodo bipartito (“Portano poesia così/ […] e requie non danno”) collocato agli estremi della strofa in posizione prima e quinta.

Il secondo, oppositivo, consta di tre momenti, uno per ciascuno dei versi centrali, secondo, terzo e quarto (“lungi il nostro dire/ chioccio e impacciato così/ l’ardire è vano e lontano”).

Da un lato l’esaltazione e la tensione, il languore e il tormento dell’ispirazione poetica, dall’altro la penosa coscienza di una condizione di quotidianità anonima e schiva. Due opposti, due polarità a tendere un arco.

Da un punto di vista strettamente formale sono da notare tre consonanze “interne” (“dire-l’ardire”, “chioccio e impacciato”, “vano e lontano”) che legano foneticamente il dettato, nonché l’iterazione avverbiale “così”, rimante al primo e al terzo verso, che genera un senso di irrisolutezza e di precarietà.

Luciano Domenighini

Travagliato (BS), 6 novembre 2014

“Acrostico” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Cinzia Tianetti

ACROSTICO

di Emanuele Marcuccio

Elegante mi aggiro pensoso

mentre la luna in ciel compare,

avanzando per una strada,

non comprendo il mondo:

uno è il solo pensiero

e l’orizzonte mi rapisce

la mente turbando

e l’amore m’invita.

Marcando la terra

arrivo fino in fondo

riuscendo nell’impresa,

comprendo la vuota cultura

urbana imperante,

comprendo il flebile vento

che corre lungo vicoli antichi,

introducono i nostri passi

obliando i passati mali.

 

COMMENTO A CURA DI CINZIA TIANETTI

Si canta la poesia con i passi che si compiono. Essa, lunga strada del divenire, della voglia e della possibilità, nel compiersi, è lo strascico vergine di una sposa: ritma il cammino del poeta che al tramonto, seduto sull’ultimo crocicchio, saluta l’infinita eco, quale essa è, nell’esserci per qualcun altro, che ne sarà rapito.

Infinita nell’afflato votarsi ad altre vite e con esse ad altri viaggi; dal punto stesso in cui salutò con lunghi addii i predecessori ispirati autori.

Ecco le risonanze per ogni poesia di secolare poetare e sentire;

 L’incedere e la riflessione, l’amore e il turbamento. Quale crocicchio suggestivo conducente per la sola via, l’animo umano.

I sentimenti più comuni dilatano il tempo in una passeggiata intimistica quasi mistica: “e l’orizzonte mi rapisce / la mente turbando / e l’amore m’invita”, dice il poeta.

Dove si intravede attraverso la cortina dell’orizzonte la suggestione della Spes (ultima dea), il godimento di Psiche. Quando nel turbamento del poeta, che s’aggira elegante, si sostiene l’ispirazione; tra l’abbraccio di Psiche e Amore, in un bacio, come una strada (quella del poeta), che rilegge il mondo. Perché se l’amore può salvare, quell’amore che compare in cielo, come l’occhio benevolo di una primigenia madre, lo stesso amore che sembra ci colmi, può altresì rivelare, nel precipitare nel terreno del frivolo, la mancanza infelice in cui soccombiamo ogni giorno, senza la riflessione che feconda, nell’intimo percorrersi il cuore dell’uomo, nel solitario avanzare, uscendo dall’oblio per distinguersi nel mondo.

 L’inquietudine meditata di questi versi matura nella riflessione che oltre l’ondeggiare del sentire c’è l’agire; il paesaggio dell’animo è turbato dall’incomprensione che sprigiona un’interrogazione poetica del tutto naturale; ma il poeta non svela la camera in cui fermentano i dubbi, i malumori, fedele alla scena appena tratteggiata rivela il clima che ha generato nella descrizione di ciò che avviene: “marcando la terra / arrivo fino in fondo / riuscendo nell’impresa”; Marcare! L’opera più grandiosa di uomo. E come si diceva, dal sentire all’agire, in cui, il poeta, attraverso il cammino della propria vita e l’arte del suo pensiero, fattisi strumento, si impegna a comprendere. E invero  l’incomprensione diviene carne e ossa nella partecipazione viva in questa “vuota cultura / urbana imperante”, portando con sé il suo turbamento e l’atto amorevole di volere capire ma in un no imperante, del pensiero rivolto a se stesso, nel non volere esserne succube, in una tautologia che vorrebbe costruire speranze.

In un unico sguardo, vediamo l’ordinario precorrere sul vento dell’ovvietà e il poeta “marcare la terra per arrivare fino in fondo. Per quell’amore per il mondo che arriva fino in fondo, riuscendo a non lasciarlo andare, obliando i passati mali.

 Se si tengono presenti tutti i motivi intonati, in questi versi dall’alterno canto d’ogni voce (dal profilo acceso della luna, dal movimento del passo, dal volto che si può immaginare nell’espressione rivolta a sé del poeta, dalle linee sinuose, ora rigide, ora, immaginiamo, vanescenti, e infine certe, della strada, dal buio, e dalla sua compagna, ombra, in ogni cosa, dal mondo, dal vento), tutto è chiaro: un coro eloquente, nella costruzione scenica fatta di temi incarnati nell’uomo come sua essenza; tratte da inconsce primitive simbologie di ogni tempo, e di intervalli, tra un’immagine e l’altra che, chiamato spazio, traduce un dire che non è detto.

Dall’essere strumento di psiche e eros rapito tra i passi dei pensieri e lo sguardo acceso dell’amore preso nel cuore dall’orizzonte che spinge l’affanno umano all’oltre, a credere, ad avere fede, il poeta costruisce una strada, la sua, sul mondo, non in un passivo andare ma, costruttore degli eventi, egli chiede, giungendo nell’impresa, di essere qui e ora nella consapevolezza.

 E il poeta arriva ad incarnare il suo sentire poetico, incarna il suo dire in questi versi nelle iniziali del suo nome come a prendersene carico nella proiezione metafisica di quel che ognuno porta, col venire al mondo. Ecco forgiar le lettere, eccole danzare e marchiare di identità l’autore, che tutt’altro che rassegnato, forma il dettato del suo temperamento tra il pensiero costante, l’amore per l’amore e il voler vivere di questo mondo.

 Nella pacatezza di questa poesia si celano le forze incontrastate di Amore, che in questa poetica appare, nella Luna, romantico e di Speranza per un futuro, forte della memoria del nostro passato, che, come dice il poeta, annunciandosi con suono “che corre lungo vicoli antichi,  / introducono i  nostri passi”.

 

Cinzia Tianetti, 19 settembre 2012

PER LEGGERE IL COMMENTO A CURA DI LORENZO SPURIO A QUESTA STESSA POESIA, CLICCA QUI.

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“Insidie” di Donatella Calzari, con un commento di Cinzia Tianetti

La poesia “Insidie” di Donatella Calzari è contenuta nella sua silloge Petali d’acciaio. Di seguito si riporta il testo con un commento critico a cura di Cinzia Tianetti.

La stessa silloge poetica è stata da me recensita ed è disponibile a questo link: https://blogletteratura.com/2012/02/07/recensione-a-petali-dacciaio-di-donatella-calzari-a-cura-di-lorenzo-spurio/

Qui, invece, è presente l’intervista che il poeta Emanuele Marcuccio ha fatto all’autrice:  https://blogletteratura.com/2012/01/15/intervista-a-donatella-calzari-a-cura-di-emanuele-marcuccio/

 

INSIDIE

(poesia di Donatella Calzari)

 

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

 

 

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Verità e realtà, quanto di più incerto dell’una, quanto di più certo, per ognuno di noi, dell’altra. Qualunque cosa vedano in noi gli altri, il modo in cui ci percepiamo, e il modo con cui prendiamo coscienza della nostra vita, implica, tra le tante cose, la realtà (con una sua verità o meno, non importa, ma che sia realtà) e di conseguenza, il sogno, ovvero il solo sogno, lì dove si sfugge alla realtà, che porta con sé la sua verità resa credibile con ogni cosa volutamente creduta.

La poesia viaggiatrice tra le ali della fantasia, del sogno, del simbolo, della metafora e della similitudine; che allude, che dice ma non dice, che guarda a sé e al mondo, è portatrice di un messaggio di coscienza, di realtà, la sua, vissuta, accettata, analizzata e, perché no, in certi casi ripudiata, oltre, naturalmente, della corale voce di ogni essere tendente a nascondere ciò che la poesia svela in una epifania drammatica o gioiosa vestita del “come” e del “come se”. Perché la poesia non afferma, dice; racconta; inscena.

 Nella poesia di Donatella Calzari ci troviamo in un sogno che inscena il “tutto sembra” ma che “non è come sembra” e nel gioco di parole si trova ciò che, a mio parere, racchiude il pensiero, l’espressione del sentito della poetessa; di un vissuto? Di un sentimento sentito? Lasciamo queste domande lì dove è giusto che giacciano, per raccogliere quel che appartiene a tutti: il dovere cedere all’evidenza che niente è com’è; appreso dalle stesse parole della poetessa: “Accanto a me /  una tenera, gentile piantina / all’improvviso / fagocita gli insetti / catturati dai suoi tentacoli.

Un vegetale carnivoro fagocita con tentacoli…quanto di meglio per esprimere, uscendo dalla classificazione del genere e della specie, l’ambiguità; per distinguere sovrapponendo la forma dall’essere; dove, pure, nei versi precedenti un anacardio scruta dal fondo di un giardino (fertile sé tra l’ignoto inconscio e l’Ignoto mondo in una natura non sempre benevola), ma non minaccia con la sua mole, con le sue attenzioni, invita, invece, ad assaporare le mandorle, il frutto del suo seno: amigdale, simbolo di fertilità e di vita che si rigenera, che adesso nel continuum dei rimandi dell’immaginario si contrappone all’immagine del fagocitare innocente, degli scuri tentacoli, all’azione del bramare, del divorare. La domanda che si fa sentire in bocca è: fidarsi di questo giardino che come una matriosca onirica fa ondeggiare i sentimenti nel dubbio?

I tentacoli avviluppano la preda così come i dubbi avviluppano il poeta-io che s’allontana.

Si sospetta di questa natura insidiosa, di questo luogo avvolto di natura dalle mille sfaccettature arcane benché attuali, dal passato/presente: luogo/altri? Luogo/mondo? Luogo del noi stessi? La matriosca onirica conduce ad una realtà, attraverso l’immaginazione e la metafora, che riguarda noi nel mondo, noi con noi stessi, noi con gli altri in una rete fittissima; in altre parole dell’immagine che si ha del tutto. E allora come l’io non corrisponde, così strutturato, esattamente al soggetto, il mondo non corrisponde esattamente a questa parola e, come ben esprime la poetessa, il giardino viene abbandonato trasfigurandosi, nello spazio mentale, in palude:

Avviluppata da un groviglio / di dubbi / mi allontano… / e ritorno alla mia palude…

Quella stessa palude che, per certi aspetti, è più accettabile, perché reale, perché sostanza proiettata in uno spazio, rappresentazione dello stato d’animo del poeta o coscienza senza fronzoli, né bugie.

E così, come chi di una moneta per mostrare il recto mostra prima il verso, Donatella Calzari, mostrando il panorama colorato e tragico del giardino incantato in cui s’assapora l’amara mandorla racchiusa nella tenera e gentile vita che fagocita altre vite (espressione hobbesiana di vite contro vite e del mondo che fagocita e si rigenera in un interminabile pasto luculliano) attraverso il canto del triste colore del migliarino disincantato, veste il suo verso del giusto scenario, per incastonare il preciso e netto volto dell’aspra immagine della palude in cui alla finzione si sostituisce il mistero.

Il mistero svelato della vita tra il reale e il sogno, dove il proprio vissuto si apprende in pensieri e sul volo triste del reale si sogna di risvegliarsi semplice fiore d’erba: “con il sogno / di risvegliarmi / vilucchio”.

 A cura di Cinzia Tianetti   

 

27 agosto 2012                                                   

 

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“Monica è musica”, acrostico di Monica Fantaci con un commento di Lorenzo Spurio

Monica è musica

(Acrostico)

 di MONICA FANTACI

 

Mano che si muove

organza di gesti

nuovi sempre

inizio di brindisi d’amore

casereccio e antico

al profumo di olio che

 è al momento

maneggiato vicino

ulivi ricchi di un caldo

sapore siciliano

insediato e apprezzato da

culture diverse

amanti del paesaggio.

 

Palermo 25 agosto 2012

Monica Fantaci

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Monica Fantaci, giovanissima poetessa palermitana, ha sempre espresso con le sue liriche una simbiosi di poesia e musica donando al lettore immagini armoniose, colorate e molto positive. In questo acrostico la poetessa si scopre agli occhi dell’attento lettore, come Musa incantatrice, emblema di Musica. Vari elementi in questo testo trasmettono l’ambientazione tipicamente quotidiana del suo poetare “brindisi d’amore/casareccio”, per sottolineare forse che è proprio nella semplicità, nei costumi e nella tradizione che si preservano ancor meglio i grandi valori, come l’amicizia appunto. Il brindisi è tradizionalmente un momento conviviale d’allegria, ma anche di affetto dato e ricambiato. L’impostazione modernista, la fascinazione per la cultura popolare e per la terra natia (“sapore siciliano”) è ben evidente in questa lirica che è sorretta, appunto, dalle lettere iniziali di ciascun verso che, presi tutti assieme, rendono il titolo della poesia: “Monica è musica”. E’ una poesia colorata e profumata, ricca e variegata, ma anche solidale, ottimistica e fraterna. Finché ci saranno persone con un animo talmente prelibato da scrivere poesie come questa e lettori attenti, critici ma costruttivamente, il compito della Cultura verrà portato a termine poiché le “culture diverse” non debbono essere pretesto per motivi di scontro, violenza, vendetta o recriminazione storica, ma solamente una realtà unanimamente riconosciuta come ricchezza.

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“Un continuo principio”, poesia di Monica Fantaci, con un commento di Lorenzo Spurio

Un continuo principio

di MONICA FANTACI

 

 

La musica attraversa il tempo
e lo ferma nell’amore
in un’eterna simbiosi
di palpiti di scale
e ritmi cardiaci
mossi dalle arterie
di un vino buono
bevuto vicino
agli stessi rampicanti di uva
che lo hanno generato.

Palermo, 23 agosto 2012

Monica Fantaci

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

 

La palermitana Monica Fantaci, com’è nella sua poetica asciutta e tipicamente descrittiva, ci consegna con “Un continuo principio” dei versi che sono da leggere tutti d’un fiato per non perdere il senso di vigore –e insieme di freschezza- che li caratterizzano.

La musica e la poesia sono ambiti della cultura umana, espressioni artistiche e manifestazioni del genio umano che la poetessa spesso utilizza contemporaneamente nelle sue liriche perché in fondo la poesia non è altro che una musica leggera che ci accompagna e che lambisce i nostri sentimenti, come pure la musica è una lirica pregna di drammatismo, emozioni e tant’altro.

Questa lirica – della quale si potrebbe sottolineare la componente “elettrica”, quasi futurista in quei “palpiti di scale/ e ritmi cardiaci/ mossi dalle arterie” – è senz’atro espressione di un dinamismo sempre presente, di una meccanicità che si rinnova in maniera continuativa, senza per questo denotare semplicità, banalità o ridondanza.

Il senso della Vita sta proprio nelle piccole cose che troppo spesso gli occhi umani –sempre mossi dalle grandi filosofie/morali utilitaristiche dell’oggi- non vedono. I tralci di uva, fini, rigogliosi, arricciati e protesi ad aggrapparsi ad un qualcosa per poter meglio sostenersi e dar vita all’irrobustimento della pianta, ne sono un chiaro esempio.

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