Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato agli autori stranieri che hanno influenzato la nostra letteratura nazionale

In data 17/11/2017 è stato pubblicato in rete il nuovo numero della rivista di letteratura online (Aperiodico tematico) “Euterpe”, il n°25 avente come tematica di riferimento “Autori internazionali e la loro influenza nella letteratura italiana”.  Questo che segue è il testo dell’editoriale – da me scritto – che apre il nuovo numero della rivista: 

Con questo nuovo numero della rivista siamo felicemente arrivati al venticinquesimo e ci approssimiamo a chiudere il 2017 che è stato senz’altro impegnativo a livello di eventi, iniziative e concorsi portati avanti in seno alla Associazione Culturale Euterpe nata a Jesi nel marzo del 2016 e che ha inglobato al suo interno, tra le tante realtà culturali, anche questa della rivista nata già nell’ottobre del 2011. Vale a dire che il prossimo anno compirà i suoi primi sette anni che, nel mare magnum delle iniziative editoriali e culturali che nascono in rete negli ultimi tempi, mi sembra sia un traguardo già di per sé entusiasmante e apprezzabile.

Ciò è stato permesso grazie a validi collaboratori che nel tempo hanno dedicato il loro tempo – a titolo meramente gratuito, ci tengo a sottolinearlo – la loro attenzione e professionalità per seguire un progetto nato effettivamente con pochissimi mezzi ma idee valide e sostenute con energia. Nel corso di questi anni la redazione ha, infatti, visto allargamenti, nuovi arrivi e ha seguito quindi una sua naturale gestazione di crescita e sviluppo sino ad arrivare ad oggi.

Ringrazio non solo quelli che – forse impropriamente definisco “redattori” della rivista, essendo essa una pubblicazione aperiodica – che hanno permesso non solo con i propri interventi di dar linfa alla rivista ma di permetterne la sua espansione e diffusione. Siamo, infatti, particolarmente felici di aver allargato, nel giro di pochissimi anni, il nostro pubblico e le collaborazioni. Nel tempo – come è stato già osservato – hanno scritto su questa rivista (pubblicando inediti o proponendo contributi già pubblicati in cartaceo o altro) esponenti di spicco della cultura letteraria italiana e non solo di cui, per brevità, mi pregio citare la poetessa brasiliana Marcia Theophilo (vincitrice nel 2015 del Premio alla Carriera nel noto Premio “Città di Vercelli” per la poesia civile), il poeta, critico letterario e scrittore candidato al Premio Nobel per la Letteratura Dante Maffia (al quale recentemente, all’interno della VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, abbiamo attribuito il Premio alla Carriera e la targa di Socio Onorario), il prof. Giuseppe Langella (Università Cattolica di Milano), la poetessa fiorentina Mariella Bettarini, i poeti Corrado Calabrò, Antonio Spagnuolo, Nazario Pardini, Tomaso Kemeny, Franco Buffoni, i critici Giorgio Linguaglossa, Maurizio Soldini, Domenico Pisana e tanti altri ancora. Per un desiderio di esaustività su tutti gli autori che hanno collaborato con noi dalla nascita della rivista ad oggi consiglio di cliccare qui nella sezione dell’Archivio delle partecipazioni.

Felici e onorati della loro collaborazione alla nostra rivista che si è sempre caratterizzata per una grande apertura di idee, sia per le tematiche di volta in volta proposte (si pensi ai numeri dedicati a “Quando l’arte diventa edonismo” ovvero il n° 17 e a “Sesso e seduzione nella letteratura” ovvero il n°18), sia per dar spazio anche a giovani scrittori, giornalisti in erba, studenti universitari con i loro articoli o estratti di tesi di laurea. Uno spazio culturale dinamico, multidisciplinare e giovane inteso più ad essere una sorta di laboratorio che di contenitore di voci disparate, di stili distanti, di interessi ampi per settori, tematiche, periodi storici investigati. Ciò ha dato modo di scoprire o rileggere anche intellettuali o autori in parte tralasciati, emarginati dalla cultura ufficiale delle major editoriali oppure di nicchia e, ancor più di paesi e letterature a noi diversi. Non mi è possibile, per ragioni di spazio citare alcuni di questi che hanno trovato accoglimento in rivista attraverso gli approfondimenti critici di quanti hanno deciso di dedicargli saggi, articoli o note di lettura, ma è sempre possibile riferirsi al link dell’Archivio.

Una rivista che è cresciuta e continua a farlo, anche grazie agli elementi innovativi che di volta in volta si sono aggiunti. Vorrei riferirmi alla breve ma riuscita esperienza editoriale lanciata da Martino Ciano definita “Stile Euterpe” volta a dedicare un volume a un autore della nostra letteratura italiana rileggendolo e ponendolo all’attenzione secondo luci e forme comunicative diverse: poesie a lui dedicate, racconti che ne hanno richiamato l’ambientazione delle sue storie o, appunto, saggi di approfondimento dal taglio sia accademico che divulgativo. Esperienza che ha visto la pubblicazione nel 2015 del volume dedicato allo scrittore siciliano Leonardo Sciascia e nel 2016 del genio Aldo Palazzeschi. Quest’anno, per ragioni di carattere meramente gestionali di quello che sarebbe stato il terzo volume, dedicato a Elsa Morante e curato da Valentina Meloni, abbiamo dovuto accontentarci di pubblicare i pochi – ma validi – materiali che erano giunti su un precedente numero della rivista, ovvero il n°22 dedicato a “La storia come testimonianza”.

Ed è infatti questo il discorso sul quale ci siamo sempre posti e che ci spinge ad andare avanti con questo magnifico e arricchente percorso attorno ai vari numeri, alle tematiche proposte dalla rivista. Un mondo di interscambio e analisi, di riscoperta e approfondimento, di studi comparati, speculazioni e di argomentazioni anche attorno a tematiche che spesso hanno un’incidenza sociale rilevante (ricordo i numeri 12,14,19 dedicati rispettivamente all’impegno ecologico: “La natura in pericolo!”, alle ingiustizie diffuse: “Diritti mancati di questa società” e alla scrittura di denuncia: “L’impegno civile: la letteratura impegnata”).

Sono nate nel tempo anche nuove rubriche: “Démon du midi” a cura del poeta e critico letterario e d’arte Antonio Melillo dedicata al mondo dell’arte, della critica d’arte, delle rassegne di mostre, performance, inaugurata nel n°22. Più recentemente è nata anche la rubrica “Komorebi” – che esordisce in questo ultimo numero del 2017 – voluta e curata dalla poetessa haijin Valentina Meloni e che raccoglie, con una sua presentazione e commento testi di haiku, tanka e altri componimenti della tradizione orientale. Ed è questa la giusta occasione per comunicare che la redazione, a partire dal prossimo anno, si allarga ulteriormente con nuovi collaboratori certi che, con la loro serietà e professionalità, daranno un contributo determinante allo sviluppo del progetto. La nuova compagine della redazione, di cui si può leggere in maniera più approfondita in rete cliccando qui, vedrà organizzate le varie sezioni – ciascuna identificata da un titolo – che saranno gestite e curate da vari “redattori” secondo lo schema che segue:

“Il respiro della parola” (POESIA): Michela Zanarella, Emanuele Marcuccio, Cristina Lania, Alessandra Prospero

“La parola essenziale” (AFORISMI): Emanuele Marcuccio

“Komorebi” (HAIKU): Valentina Meloni

“Istantanee di vita” (NARRATIVA): Martino Ciano, Luigi Pio Carmina, Lorena Marcelli

“Ermeneusi” (CRITICA LETTERARIA): Francesco Martillotto, Antonio Melillo, Lucia Bonanni, Francesca Luzzio

“Démon du midi” (CRITICA D’ARTE): Antonio Melillo, Valtero Curzi

“La biblioteca di Euterpe” (RECENSIONI): Alessandra Prospero, Laura Vargiu

“Maieutiké” (INTERVISTE): Valentina Meloni

Come sempre, ringraziamo tutti coloro che dimostrano attenzione verso il nostro progetto prendendo parte ai vari numeri, augurandoci di poter contare ancora sui loro interventi rimanendo, altresì, aperti e disponibili alla lettura e alla considerazione di nuove proposte. Sul nostro sito internet, cliccando qui, è possibile prendere visione delle “Norme editoriali” richieste per la partecipazione ai prossimi numeri e alle modalità di invio dei testi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 17-11-2017

 

Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): Corrado Aiello, Elisa Allo, Stefania Andreoni, Cinzia Baldazzi, Diego Bello, Donatella Bisutti, Franco Buffoni, Luigi Pio Carmina, Samanta Casali, Martino Ciano, Valtero Curzi, Mario De Rosa, Carmen De Stasio, Angela Fabbri, Maria Grazia Ferraris, Tina Ferreri Tiberio, Fiorella Fiorenzoni, Monia Fratoni, Simona Giorgi, Denise Grasselli, Angela Greco, Eufemia Griffo, Giuseppe Guidolin, Izabella Teresa Kostka, Raffaella La Ferla, Cristina Lania, Antonietta Losito, Dante Maffia, Antonio Mangiameli, Anna Manna, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Alessandra McMillan, Antonio Melillo, Valentina Meloni, Gabriella Mongardi, Stefania Pellegrini, Maurizio Petruccioli, Matteo Piergigli, Luciana Raggi, Mariangela Ruggiu, Antonio Sacco, Luciana Salvucci, Vittorio Sartarelli, Antonio Spagnuolo, Lorenzo Spurio, Rita Stanzione, Chiara Taormina, Laura Vargiu, Michele Veschi, Michela Zanarella.

21077551_1907847359467687_8059060403585707081_n

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

CRITICA LETTERARIA

GABRIELLA MONGARDI – “Perché leggere Kafka”

VALTERO CURZI – “Goethe e I Dolori del giovane Werther, ispiratore di una poetica in Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Affinità tra il Werther, l’Ortis e Consalvo

LUCIANA SALVUCCI – “Contributo dell’opera di Fernando Pessoa alla cultura italiana”

MONIA FRATONI – “Sulle tracce di Orfeo nella poesia di Arthur Rimbaud e Dino Campana”

EUFEMIA GRIFFO – “Sylvia Plath, la fragilità di una donna e l’istinto della morte”

DENISE GRASSELLI – “Chi era Fernando Pessoa, lo scrittore portoghese che ispirò Antonio Tabucchi”

CARMEN DE STASIO – “Marcel Proust: l’autonomia della memoria”

CINZIA BALDAZZI – “La poesia come ricostruzione del reale: Friedrich Hölderlin nell’Ermetismo di Mario Luzi”

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Autori internazionali e la loro influenza nella letteratura italiana”

 

ARTICOLI

DANTE MAFFIA – “Autori internazionali e la loro influenza nella letteratura italiana”

FRANCO BUFFONI – “Su Auden”

MARIO DE ROSA – “La beat generation e il premio ‘Jack Kerouac’”

SAMANTA CASALI – “Jane Austen e la sua influenza nella letteratura italiana contemporanea”

TINA FERRERI TIBERIO – “Un approfondimento su Paul Valéry”

Segnaliamo altresì un articolo di Franco Buffoni su Auden nonché le interviste al poeta spagnolo Pedro Enríquez (Valentina Meloni) al poeta e fondatore del “realismo terminale” Guido Oldani (Izabella Teresa Kostka) e alla poetessa di origini albanese Irma Kurti (Lorenzo Spurio).

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito “Leggi i numeri della rivista” o, per maggiore praticità, può essere raggiunta cliccando qui.

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Emigrazione: sradicamento e disadattamento”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 28 Febbraio 2018 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista che è possibile leggere a questo link: http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html dove pure si fa menzione al fatto che gli associati alla Ass. Culturale Euterpe, a parità di giudizio da parte della Redazione, hanno diritto prioritario alla pubblicazione delle loro proposte.

È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link:  https://www.facebook.com/events/301378440360133/  

Annunci

“L’olio nella letteratura”: 2° appuntamento con “Sapori tra le righe” della Ass. Euterpe il 12-11-2017 a Jesi

Conferenza e degustazione Prosegue il progetto “Sapori tra le righe” dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi sostenuto moralmente dal Comune di Jesi, dalla Provincia di Ancona e dalle Università degli Studi di Perugia e dalla Politecnica delle Marche. Lo scorso 15 ottobre presso la suggestiva Chiesa di San Bernardo e l’annesso Museo della Stampa a Jesi […]

via “L’olio tra letteratura e produzione” domenica 12 novembre a Palazzo Pianetti (Jesi) — Associazione Culturale Euterpe

Non ha campo di finibilità! Auto-conversazione in merito agli “Assiomi dell’infinità” del rumeno Dumitru Galesanu

Non ha campo di finibilità! Auto-conversazione in merito agli Assiomi dell’infinità del rumeno Dumitru Galesanu

di Lorenzo Spurio  

Apprezzabili gli intenti e lodevoli i messaggi di Dumitru Galesanu nelle sue recenti pubblicazioni poetiche che gentilmente mi ha donato. In questi mastodontici libri curati con perfetta perizia nella veste grafica le liriche del Nostro vengono proposte in doppia lingua, forse per ambire a un pubblico potenzialmente più ampio. Non solo la sua lingua madre, che ben conosce, ma anche la lingua italiana, che fu di Dante, Boccaccio e tanti altri letterati che la padroneggiarono donandoci opere di indubbio interesse.

Una precisazione, pur limitata e veloce, va pur fatta sulla questione della lingua, vale a dire che, l’italiano e il rumeno, pur essendo idiomi che discendono dallo stesso ceppo delle lingue romanze o neo-latine hanno una strutturazione e un lessico – com’è ovvio – profondamente diversi. Molto di più rispetto a ciò che non accade ad esempio tra l’italiano e lo spagnolo o, ancora, tra il francese e il catalano. Si tratta di osservazioni in sé banali la cui conoscenza è di dominio pubblico ma che possono essere utili per introdurre un tema assai nevralgico che nella nostra contemporaneità dovrebbe essere tenuto di maggior conto, vale a dire la questione della traduzione.

Il tradurre un testo da una lingua all’altra, vale a dire restituirne in più idiomi lo stesso senso, significato, forza, traslato e impeto nonché tensione umana non è una cosa semplice. Non lo è perché la traduzione è un procedimento che implica in primis una profonda padronanza della propria lingua, poi una buona conoscenza dell’altra ma anche un’acuta capacità di saper traslare efficacemente ciò che sulla pagina non è scritto né direttamente visibile. Ciò è importante per evitare di avere traduzioni in sé affrettate e approssimative, leggermente staccate dall’originale, forzate, divaricanti o addirittura ingarbugliate perché incapaci di fugare dubbi e accrescere l’incomprensione del cauto lettore. Tutto ciò si complica ulteriormente in campo poetico dove la poesia non è solo il significato di ciò che è tipograficamente riportato sulla pagina ma anche l’arcano mistero che si cela tra i versi che esige un’attenta interpretazione.

Non conoscendo il rumeno non ho potuto raffrontare il testo tradotto in italiano con il suo originale in rumeno ed ho dovuto, pertanto, affidarmi alla traduzione nella mia lingua. Ho scoperto così liriche dall’andamento spesso discorsivo, abbastanza lunghe dalla conformazione visiva spesso piacevole. Testi poetici talora a forma d’albero, altre volte a forma di qualche uccello con le ali spiegate. Certo ci vuole fantasia nel vedere nell’indefinito un qualcosa, ma la nostra mente che lavora per associazioni di immagini non fa difficoltà a costruire il reale a partire anche dall’incorporeo. Fenomeni di pareidolia molto interessanti.

Assiomi-dell_infinità-c1-4-300x200@2xContenutisticamente ho ravvisato nelle liriche di Dumitru Galesanu una certa attenzione e predisposizione verso una riflessione dotta in merito alla coscienza (microcosmo) e del mondo in senso ampio (macrocosmo) con riferimenti alla filosofia, all’ontologia, alla cosmologia e, ancora, all’esistenzialismo. Liriche con le quali il Nostro indaga e considera, riflette, equipara, si domanda, ricerca e interpella il mondo. Terminologie comuni tratte anche dalla matematica dove archetipi, corollari, strategie e formule non mancano. Senz’altro un’operazione riservata, quella di Galesanu, con la quale ci offre il frutto di una personalissima investigazione del mondo e delle sue dense incomprensioni, spingendosi verso una lettura che non ha remore nell’affrontare anche l’impossibile. Versi che si stagliano come nuvole difficili da prendere e che pure hanno una loro collocazione fissa, seppur mutevole e cangiante.

Nerbo costitutivo del poetare di Dimitru Galesanu è il tempo, tema nevralgico di ciascun osservatore della realtà; il poeta lo considera più spesso nella sua dimensione futura, delle possibilità e dell’incognito piuttosto che in quella del passato del ricordo e degli eventi già vissuti. Non mancano domande di portata titanica come “Perché siamo qui?” una sorta di creazione del trascendente in abiti concreti.

Si parla di spazio, di possibilità, di futuro, di scelte, di ciò che verrà, dei segni e delle traiettorie, di numeri e formule, di percorsi che si intravvedono, di impercettibili forme nonché di esseri celesti, ma su tutto domina una tendenza pervicacemente ossessiva a perlustrare ciò che effettivamente non c’è, perché non si vede. Un dialogo con l’Assoluto e un raffronto con gli stati di materia più labili e inconsistenti. Perché è questa la natura dell’uomo che, come una meteora, presto perde la luce. Ecco allora in cosa consiste l’assioma: non è un principio saldo e inderogabile che non ha bisogno di riprova empirica per sussistere, ma un mare magnum indistinto e disturbante: esso non fornisce una risposta efficace e valida ai nostri quesiti, perché le sue variabili hanno forma ed estensione in uno spazio/tempo che non ha campo di finibilità.

Lorenzo Spurio

Jesi, 10-10-2017

Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

19989287_1889783967940693_9166535378796280482_n.jpg

Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con la giornalista italo-siriana Asmae Dachan il 9 aprile a Jesi

Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con Asmae Dachan domenica 9 Aprile

downloadDomenica 9 aprile a partire dalle ore 17:30 a Jesi presso la Sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi sita in Palazzo Bisaccioni (Piazza Colocci 4) si terrà un incontro con la poetessa e giornalista italo-siriana Asmae Dachan organizzato e promosso dalla Associazione Culturale Euterpe.

La giornalista siriana ha realizzato reportage e articoli documentaristici sulla Siria e nel 2012 ha co-fondato l’Associazione umanitaria Onsur (Campagna mondiale di sostegno al popolo siriano) dove è responsabile all’informazione. Collaboratrice delle riviste “La voce della Vallesina”, “Il Gazzettin” è direttore responsabile di “Mondo Lavoro”; corrispondente della Siria per Radio DirittoZero, docente dell’Uni3 di Moie e di Ancona. Conferenziere in numerosi incontri che concernono la Siria ed il popolo siriano tenutisi in università, biblioteche, comuni e quant’altro.

La giornalista verrà introdotta dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, Presidente della Associazione Culturale Euterpe e interverrà sul tema “Siria, la cultura sotto le macerie” dando poi lettura nel corso del suo intervento ad alcune sue liriche. Asmae Dachan è infatti anche poetessa e ha pubblicato i volumi “Tu, Siria” (2013 scritto assieme a Yara Al Zaitr) e recentemente “Noura” (2016); numerose sue poesie figurano in volumi antologici tra cui “Il rifugio delle idee” e “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana” (2016).

La serata sarà arricchita dalle letture eseguite da Giulia Poeta e dagli interventi musicali di Marco Poeta.

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

asmae_con logo fondaz-page-001

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

Decadenza dell’aristocrazia russa: Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov[1]

Saggio di Lorenzo Spurio 

Anton Cechov (1860-1904) è stato un celebre scrittore e drammaturgo russo. Sono molto famosi i suoi racconti e soprattutto le sue opere per il teatro. Tra i racconti ricordiamo Степь (La steppa, 1888), Палата n. 6 (La corsia n.6, 1892) e Чёрный монах (Il monaco nero, 1892). Per il teatro le opere maggiori sono considerate Чайка (Il gabbiano, 1896), Дядя Ваня (Zio Vanja, 1899), Три сестpьі (Tre sorelle, 1901) e Вишнёвый сад (Il giardino dei ciliegi, 1903). L’opera che analizzeremo in questo capitolo è Il giardino dei ciliegi, ultimata da Cechov nel 1903 e messa in scena per la prima volta nel 1904, pochi mesi prima della morte prematura dell’autore avvenuta nel luglio dello stesso anno. Sebbene l’opera teatrale fu pensata da Cechov come una sorta di commedia (poiché presenta alcuni elementi divertenti che possono essere avvicinati alla farsa), nella prima realizzazione teatrale dell’opera, avvenuta nel 1904 e curata da Konstantin Sergeevic Stanislavskij e Vladimir Nemirovic-Dancenko, questa venne presentata principalmente come una tragedia.

image_book.jpgL’opera si compone di quattro atti ed è basata su elementi autobiografici dell’autore tra i quali i problemi economici che riguardarono sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La storia ruota intorno alla tenuta di una famiglia aristocratica russa con annesso un vasto giardino dei ciliegi ambientata nel momento immediatamente successivo alla concessione dell’emancipazione dei servi della gleba mediante l’abolizione del sistema feudale del 1861. Tale data segnò l’inizio di un’epoca buia per l’aristocrazia che entrò in una lenta decadenza: molti nobili, privati dei loro servitori che prima si erano occupati delle loro case, caddero in povertà, mentre lentamente prese a svilupparsi la classe borghese.[2]

La scena si apre col ritorno alla tenuta della proprietaria terriera Ljubov’ Andreevna Ranevskaja (Ljuba[3]), dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja, diciassettenne. Si tratta di un’aristocratica decaduta che, per far fronte ai debiti, è costretta a vendere la proprietà, compreso il tanto amato giardino dei ciliegi, simbolo dell’infanzia serena: tutta l’opera è incentrata, infatti, sulla vendita del giardino e sul conseguente abbattimento degli alberi. Sono molti i personaggi che popolano la scena e le cui vicende personali s’intrecciano: oltre a Ljuba e alle due figlie, Anja e Varja, c’è il fratello di lei, Gaev, il mercante Lopachin, amico della famiglia, lo studente Trofimov, il proprietario terriero Pišèik, la governante Šarlotta, il contabile Epichodov (soprannominato “Settantasette disgrazie” a causa della sua sfortuna, di cui tuttavia ride lui per primo), la cameriera Duniaša, il vecchio maggiordomo Firs, il giovane servitore Jaša, un anonimo viandante che fa una breve comparsa ed altri personaggi minori.

Ljuba e la figlia trovano una calorosa accoglienza al loro arrivo; ci sono tutti, familiari e servitori, compreso l’amico Lopachin che consiglierà di ricavare dal giardino tanti lotti da affittare ai villeggianti e salvare così la proprietà. La proposta non trova però ascolto, nonostante venga ripetuta più volte: Ljuba è riluttante e neanche gli altri sono molto d’accordo. La vicenda del giardino fa da sfondo ai rapporti che s’intrecciano tra i vari personaggi; storie amorose, mancati matrimoni e scontri scherzosi. Non ci interessa riassumerli in questa sede, ci concentreremo infatti su tema del giardino e su ciò che simboleggia per ciascuno dei personaggi. Per Ljuba, lo abbiamo già anticipato, esso rappresenta l’infanzia e la giovinezza passate, oltre che il ricordo del figlioletto morto annegato in un fiume nei pressi della casa, tragedia che scopriamo averla spinta alla partenza per Parigi:

Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui… (Abbraccia Trofimov, lo bacia sulla fronte). Mio figlio è annegato qui… (Piange).[4] 

Il fratello di Ljuba cerca di richiedere un prestito e di farsi aiutare da qualcuno pur di non cedere la casa a un acquirente interessato a comprarla mediante l’asta. Tuttavia i vari tentativi saranno fallimentari e alla fine Ljuba dovrà dare un doloroso addio, al momento in cui apprenderà che il giardino è stato venduto:

Mio caro, dolce, meraviglioso giardino!… Vita mia, giovinezza mia, felicità mia, addio!… Addio!…[5] 

L’amarezza nella storia è data dal fatto che ad acquistare il giardino è stato Lopachin che non riesce a celare il suo grande entusiasmo quando comunica che è il nuovo possessore della casa:

Il giardino dei ciliegi adesso è mio! Mio! (Ridacchia). Dio mio, signore, il giardino dei ciliegi è mio! Ditemi che sono ubriaco, che ho perso la ragione, che mi sono immaginato tutto… (Pesta i piedi). Non ridete di me! Ah, se mio padre e mio nonno potessero venir fuori dalle loro tombe e vedere tutto quel che è successo, che il loro Ermolaj, quello che picchiavano, l’ignorante Ermolaj che d’inverno andava in giro a piedi nudi, se vedessero che quello stesso Ermolaj ha comprato la proprietà più bella che esiste al mondo. Io ho comprato la proprietà in cui mio nonno e mio padre erano schiavi, in cui loro non erano ammessi neanche alle cucine.[6] 

ciliegio-da-fiore_NG3.jpgL’acquisto del giardino dei ciliegi da parte di Lopachin, oltre a rappresentare una sorta di affronto nei confronti di Ljuba, ha tuttavia un significato più profondo. Lopachin è il figlio e il nipote di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba ma, a seguito dell’emancipazione dei servi, quest’ultimi ottennero la libertà e iniziarono ad arricchirsi. Il fatto che sia Lopachin ad acquistare la casa e il giardino dei ciliegi viene dunque a configurarsi come il riscatto e la rivincita della classe popolare e sancisce in maniera netta l’irreversibile decadenza della nobiltà russa. Il giardino di Cechov è quindi una metafora della Russia e delle sue condizioni all’indomani dell’abolizione della servitù della gleba a opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dirà infatti Trofimov, parlando con Anja[7], ormai disinteressata alla sorte del giardino:

Tutta la Russia è il nostro giardino. La terra è grande e bella, e piena di luoghi meravigliosi. Pensate, Anja: vostro nonno, bisnonno e tutti i vostri antenati erano possidenti, proprietari di anime. Non vedete che da ogni ciliegia di questo giardino, da ogni foglia, da ogni tronco vi guardano creature umane, non sentite le loro voci… Possedere anime vive: è questo che vi ha degenerati, voi tutti che vivete adesso e quelli vissuti prima di voi, e così vostra madre, voi, vostro zio non notate più che vivete in debito, alle spalle di altri, alle spalle di quella gente che non ammettete più in là della stanza d’ingresso… Siamo rimasti indietro di almeno duecento anni, non abbiamo nulla di certo in mano, non abbiamo un preciso rapporto col nostro passato, non facciamo che filosofare, soffriamo di nostalgia o beviamo vodka. È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente, bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla finita; e riscattarlo è possibile solo con la sofferenza, solo con una continua e straordinaria fatica.[8] 

La riforma aveva significato la decadenza dell’aristocrazia che, non potendo più contare sulla forza lavoro della schiavitù, si vide indebolita e impoverita. Molte famiglie aristocratiche preferirono vendere le loro tenute a causa della loro incapacità di gestirle senza la servitù della gleba che nell’opera è rappresentata dal vecchio servitore Firs, quasi novantenne, uomo che simboleggia un’epoca ormai tramontata: da notare però che Firs rimane comunque a servizio della famiglia, rifiutando l’emancipazione.[9] La decadenza dell’aristocrazia, oltre ad essere individuata nella perdita di prestigio e di denaro della famiglia in questione, è presente anche sotto un’altra forma. Al termine della storia viene detto che Firs, l’anziano servitore rimasto fedele alla famiglia, si è sentito male ed è stato portato in ospedale. La malattia e la vecchiaia di Firs non è altro che una metafora della malattia e della vecchiaia dell’aristocrazia, del suo essere obsoleta, superata, troppo legata al passato.

download
Il drammaturgo russo Anton Cechov

L’intera opera è attraversata da un certo fatalismo: tutti lamentano la perdita del giardino ma nessuno fa qualcosa di concreto per impedirla. Tranne Lopachin che è sempre intento a proporre a Ljuba il suo progetto di abbattimento dei ciliegi e di conversione dei terreni in lotti da affittare ai villeggianti, nessuno sembra realmente preoccupato dalla questione. Si festeggia e si amoreggia quasi a voler distrarsi da questo pensiero, che comunque riaffiora spesso. Alla fine ognuno va per la sua strada, verso una nuova vita, mentre gli alberi vengono abbattuti, immaginiamo per far posto ai villini per i turisti. Rimane solo Firs, appena tornato dall’ospedale, abbandonato al suo destino. Ci risulta difficile immaginare Firs lontano da quella casa e non più al servizio della famiglia ma la sua avanzata età si protende verso la fine, così come quella della classe aristocratica. È evidente la satira sociale contro l’aristocrazia, ma anche contro la borghesia (rappresentata da Lopachin) che non sa trovare dei veri valori su cui costruire una società nuova. Lopachin, che rappresenta il borghese nuovo che si fa da solo e acquista potere grazie alle sue intuizioni, viene a configurarsi come una sorta di nobile. L’opera può, in un certo senso, voler far intendere che laddove i vecchi nobili vengono spodestati e sfrattati dalle loro dimore, altri nuovi ricchi sono pronti a sostituirli.

Il giardino dei ciliegi del quale sappiamo solo che è molto grande, che è l’unica cosa notevole del governatorato e che è perfino menzionato nel Dizionario Enciclopedico, rappresenta quindi il passato della nazione e non solo di Ljuba e di Firs che viene abbattuto non senza un certo rimpianto. L’opera si può leggere anche più in generale come rimpianto per il tempo che passa. Possiamo essere abbastanza sicuri nel ritenere che il giardino dei ciliegi possa essere interpretato in una grande varietà di modi. È il luogo dell’infanzia felice e agiata, è lo spazio della spensieratezza e dei ricordi, è il luogo degli affetti, è espressione di un’epoca di splendore per l’aristocrazia, è simbolo di una Russia ottocentesca oramai obsoleta e tramontata, la Russia dei ricchi. Perdere il giardino significa per Ljuba perdere tutte queste cose allo stesso tempo e per questo sostiene:

Io qui sono nata, qui hanno vissuto mio padre e mia madre, mio nonno, io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui.[10]

La perdita di prestigio della nobiltà e la nascita della classe borghese possono essere viste entrambe in un’unica immagine che viene evocata più volte nel corso della storia. Non si tratta di un’immagine visiva ma di un elemento sonoro, quello dei sordi colpi d’ascia che abbattono gli alberi di ciliegio.

LORENZO SPURIO

E’ severamente vietato riprodurre il saggio in formato parziale o integrale su spazi digitali o su supporti cartacei senza il consenso scritto da parte dell’autore, eccettuati i casi di citazione con opportuni riferimenti al titolo del saggio, al nome dell’autore e allo spazio dove è stato pubblicato. 

 

Note

[1] Capitolo estratto da LORENZO SPURIO, MASSIMO ACCIAI, La metafora del giardino nella letteratura, Faligi, Quart, 2011, pp. 142-148.

[2] Limitatamente alla decadenza dell’aristocrazia russa a seguito dell’emancipazione degli schiavi promulgata nel 1861, va notato che qualcosa di molto simile succede nel romanzo di Jean Rhys, Wide Sargasso Sea (1961) al quale è stato dedicato un capitolo limitatamente al giardino di Coulibri. In Wide Sargasso Sea la scrittrice fa riferimento all’emancipazione degli schiavi neri sull’isola della Giamaica ottenuta nel 1834. Con la fine dello schiavismo i neri, che prima venivano impiegati come forza lavoro nelle case dei ricchi, divennero liberi e al tempo stesso le dimore dove prima avevano lavorato entrarono in una lenta e progressiva decadenza. In entrambe le opere l’abolizione dello schiavismo (feudale nel caso de Il giardino dei ciliegi, razziale nel caso di Wide Sargasso Sea) si configura come un vero e proprio problema e disagio per i ricchi e l’origine della loro decadenza.

[3] La decadenza della nobiltà è presentata mediante la figura di Ljuba, rimasta senza un soldo a seguito dei debiti contratti da suo marito e a causa del suo comportamento dispendioso. Nel testo vengono impiegati vari termini economici che alludono alla precaria situazione finanziaria della famiglia: “debiti”, “prestito”, “cambiale”, “asta”, “vendita”, “rubli” e “denaro”.

[4] Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto III.

[5] Ivi, Atto IV.

[6] Ivi, Atto III.

[7] Nel corso della storia Anja, pur essendo inizialmente molto legata alla casa e al giardino, finisce per mostrarsi sempre meno interessata avendo compreso la lezione che la classe popolare ha dato all’aristocrazia. Tuttavia non è pessimista come la madre e considera quell’avvicendamento di poteri come un cambiamento positivo, il punto d’inizio di una nuova vita.

[8] Ivi, Atto II.

[9] Firs sostiene infatti: «Quando hanno liberato i servi ero già cameriere anziano. Ho rifiutato la libertà, sono rimasto con i miei padroni», in Anton  Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto II.

[10] Ivi, Atto III.