Intervista a Iuri Lombardi, autore di “La sensualità dell’erba”, a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

IL: Il titolo è ovviamente una metafora, d’altronde l’intero romanzo vuole essere una allegoria. Sicuramente vuole richiamarsi simbolicamente alla sfera sessuale, nello specifico a l’organo sessuale femminile. Inoltre, vi è una spiegazione più spicciola: nel romanzo più volte si fa riferimento ai prati, a l’erba dei campi estivi o primaverili; luoghi in cui il protagonista, Ernesto, si trova a compiere atti intimi, d’amore, con alcuni ragazzi con i quali è solito esprimere, essendo lui affetto da manie e da turbe di personalità nevrotica e sopraffattrice, le sue passioni erotiche demenziali. Il perchè del demenziale lo si scopre leggendo il libro, ovviamente. In fine, ma non in ordine di importanza, mi piaceva dare un senso enigmatico al libro e così, cercando di riassumere gli aspetti sopra riferiti, mi è venuto in mente il titolo possibile e potenziale del romanzo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

IL: La letteratura è il modo per eccellenza di esprimere noi e gli altri, il nostro di dentro e l’esterno che ci circonda. Certo, inevitabilmente, c’è qualcosa di autobiografico, se pur in uno stadio simbolico del termine, mnemonico se vogliamo. Tuttavia, tralasciando gli aspetti più esegetici e filosofici, il libro vuole essere e sicuramente è una trama, un vortice di proiezioni oniriche e conscie di me. In fondo, Ernesto, il protagonista, può essere il prototipo di uomo che purtroppo incontriamo spesso al mondo d’oggi: sul lavoro, in bottega, al supermercato, in banca, ovunque. Purtoppo è insito nell’uomo l’egoismo e la sopraffazione; non importa leggersi i poeti o i filosofi, i famosi maestri del pensiero, per accorgersi di questo. Io stesso, nel mio piccolo, sono egoista, poco autocritico, presentuoso o altro; così come il mio vicino di casa, il dirimpettaio, il bancario: tutti siamo affetti dal medesimo male- come dice una canzone di De André.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

IL: I miei autori preferiti sono molti. Sia italiani sia stranieri. É certo che Celine resta uno dei miei autori preferiti, assieme a Gogol, Pasolini, Sciascia, Tondelli (al quale sono stato accostato più volte per la somiglianza delle tematiche). Ma sono molto affezionato anche a Volponi, a Pavese che è tato il mio grande amore letterario dell’adolescenza (passavo giorni a leggere Pavese e ad ascoltare Luigi Tenco, da deprimersi), ma tanti altri scrittori mi piacciono, ad esempio J. Amado, Sabato, A. Mutis. Interessante anche gli autori sardi dai due Dessi a Salvatore Niffoi. Dei contemporanei amo molto De Luca, per l’Italia, mentre degli americani Don DeLillo (secondo me, il più grande scrittore vivente).

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

IL:Sicuramente Viaggio a termine della notte di Celine. Di quel libro mi affascina tutto ad iniziare dallo stile. Sia in questo romanzo, sia in Morte a credito, Celine mette in discussione l’intera lezione occidentale nel modo di fare letteratura, di vedere la vita. La prosa, ibrida tra scritto e parlato, la famosa scrittura bucata, vale a dire piena di eclamazioni e punti di sospensione, è un modo per cui, secondo me, lo scrittore parigino ha voluto compiere una sorta di rivoluzione in toto; sia sul piano morale sia su quello stilistico e narrativo. Leggendolo uno si accorge di come la sua scrittura è melodia, una partitura sinfonica, a tratti violenta. Tuttavia mi è piaciuto molto sudore di Amado, dal quale ho cercato di apprendere la descrizione degli odori, cosa non facile da trascrivere. Cecità di Saramato e poi Borges,e  tanti altri che sicuramente mi sfuggono. Molto interessante Tempo di morire di Flaiano.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

IL:Sicuramente degli italiani Sciascia e Pasolini. Degli stranieri Celine, anche se la mia prosa e la mia poesia è lontana anni luce da loro e dal loro modo di esprimersi. E tanti sono gli autori che ho amato, a cominciare dai russi per poi passare ai francesi, meno gli scrittori tedeschi, anche se mi sono laureato con una tesi sul romantiismo tedesco. Tuttavia, e non è campanilismo, la letteratura più bella resta la nostra, escludendo quella antica che necessita di una attenzione e di una riflessione a parte.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

IL:Assolutamente sì. Mi piace molto scrivere a quattro mani, credo sia un modo utile per misurarsi, comprendere l’altro, cercare in sé, cosa non facile, un briciolo di umiltà che è sinonimo di intelligenza e sensibilità. Purtroppo in Italia non è molto in uso questo comportamento, in particolare in letteratura. Il mio primo romanzo edito nel 2006 Brganti e Saltimbanchi, è scritto a quattro mani, firmato da me e dal maestro Vincenzo Labanca.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

IL: Il mio pubblico, purtroppo, e di questo ne sono consapevole è di nicchia. Dico purtroppo perchè mi piacerebbe che tutti mi leggessero, approfondissero quello che scrivo, che è quello che penso, il mio modo di vedere e affrontare la vita. Ma purtroppo certe tematiche sociali, certe riflessioni intimiste sono desuete per l’attenzione del grande pubblico e non per colpa del pubblico, ma per colpa del sistema che invece di promuovre certe tematiche nell’arte cerca di propinare, per questione di interesse, tematiche più frivole, più leggere e così il pubblico si abitua a leggere certi libri piuttosto che altri. Ma ripeto, e questo è importante, non è colpa del pubblico. Il lettore ha sempre ragione.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

IL:L’editoria attuale è spesso un furto legalizzato. E’ una giugla in cui le vittime sono gli scrittori e il pubblico, penalizzati sempre, comunque. Molti editori barano, sempre per ragioni di interesse, pubblicano a spese dell’autore (e già questo è un furto), promettano distribuzione e pubblicità che poi non rispettano. Bisogna avere pazienza, saper cercare l’editore giusto, misurarsi da uomo ad uomo, altrimenti è il buio. Con il mio editore ultimo, intendo Biondi Editore, con il quale ho edito la sensualità dell’erba, mi sono trovato bene. Sarei un idiota a dirne male. Certo, essendo un piccolo editore, che pubblica solo un certo tipo di libri, avendo delle potenzialità economiche pari a zero, la cosa è sicuramente difficile; come ad esempio la distribuzione, che non ha e che non può garantire. Il  mio romanzo infatti è reperibile solo on-line tramite il miolibro.it o tramite Bolt, oppure libreriauniversitaria.it.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

IL:Certo che sì. Sono utili. Sopratutto i corsi di scrittura creativi, i piccoli e medi gruppi o laboratori di scrittura. Molto anche i concorsi, sopratutto quelli meno in vista, più di nicchia, più semplici, artigianali voglio dire. Non amo molto l’ambito accademico.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

IL:Moltissimo. Un autore esiste, si esprime perchè esistono gli altri autori, gli altri suoi colleghi. Io, ad esempio, ho sempre cercato amicizie, relazioni, corrispondenze elettive e intellettuali con gli altri autori; credo sia un modo per misurarsi, per apprendere sempre più. Un modo per crescere, per sottolineare la propria forza e i propri limiti sia di uomo sia di scrittore.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

IL:E’ fondamentale. La letteratura è una foresta di richiami e di similitudini, di rimandi. Se non fosse così tutto crollerebbe. D’altronde io sono ciò che è stato, per rimando, un autore precedente. Poi certo, uno scrittore ha sempre dei punti di riferimento, dei maestri di pensiero, e cerca nel suo piccolo di proseguirne il sentiero tracciato secoli o tempo prima dall’altro, dal maestro voglio dire. D’altronde la letteratura è l’arte del non dire, come direbbe Sartre. Vale a significare che è un’arte che si riafferma sempre proprio perchè porta in sé un segreto, un enigma e il dilemma, il rebus non è altro che uno strato di conoscenza letteraria, un teatro di reminescenze, un labirinto gioioso di richiami, di echi, di nomi, di passioni intellettive.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

IL:Sì, sto progettando un mega romanzo, sulla scia dei libri di Don DeLillo, ambientato in Italia e sarò, per la stesura, impegnato per anni. Nel fratempo però, proprio per non restare fermo a causa del grande cantiere, vorrei pubblicare un libro di racconti. Nel fratempo collaboro a riviste letterarie, scrivo poesie, o più semplicemente vivo.

 

INTERVISTA A CURA DI Lorenzo Spurio

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