“La rosa nera”, racconto di Elena Maneo – commento critico

“La rosa nera”

racconto di Elena Maneo

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Nella nostra cultura la rosa nera viene considerata come una variante floreale rara e introvabile, un fiore che spesso (tranne quelli che offrono invece un’operazione di tintura dei petali) nessuno ha mai visto in forma originale.  Porta dunque con sé un senso di mistero e segretezza, oltre ad evocare un fascino distinto, una cerimoniosità austera ma elegante.  Tutto ciò si respira leggendo il breve e omonimo racconto di Elena Maneo contenuto nella silloge La regina, l’amore e la forza (Kimerik Edizioni, 2011, ISBN: 9788860967046).  La storia che ci viene presentata è semplice e propone un tema sociale importante:  quello della sofferenza, dello stato di incompletezza di una donna a seguito della consapevolezza di non poter avere figli. Il tema è comune ma la Maneo è abile nel maneggiarlo, inserendolo in una storia breve che ha tutte le caratteristiche di una fiaba. Di una di quelle storie che fanno sognare i bambini, in cui i personaggi sono re e regine, gli spazi regge e parchi fantastici e in cui si inizia con un avvenimento doloroso per poi passare a un veloce happy ending. La formula è efficace e attuale per questo tipo di storia. La contessa Angelina, pur vivendo in una sontuosa reggia e disponendo di tutte le ricchezze che desidera, è infelice e fortemente turbata a causa dell’impossibilità di avere un erede. Alla sterilità biologica della donna (o forse del marito?) si unisce un’ulteriore sterilità che è quella dei buoni sentimenti, soprattutto nel coniuge della donna, il conte Oscar Odd. Il racconto si incentra sul tema della difficoltà nel raggiungere la felicità che niente ha a che vedere con il possesso di ricchezze.  Il problema è sentito molto profondamente dalla donna tanto che la sua salute arriva a risultare gravemente minacciata dal suo stato di depressione e di crisi emotiva. L’immagine che ci facciamo del conte Oscar è quello di un uomo poco attento ai sentimenti che, stranamente, neppure è preoccupato per la sua discendenza nobiliare.

La storia prende una piega diversa quando il conte, pensando di far un gradito omaggio alla moglie che riesca a risollevare il suo stato, le regala una bambina nera come serva personale. L’episodio fa pensare direttamente all’antica pratica della tratta degli schiavi basata sulla compra-vendita di schiavi e il loro impiego coatto all’interno dell’universo domestico del signore.  Ma quella che per il conte è semplicemente una “bambina negra” (notare l’utilizzo di “negra” al posto di “nera”, che porta con sé una connotazione esplicitamente razzista) per la contessa diviene il motivo di gioia e di abbandono delle sofferenze. La donna, infatti, finisce per provare sentimenti per la bambina e la adotta, liberandola dai vincoli lavorativi e di subordinazione che il marito aveva previsto per lei.

Quella che era una schiava (un’orfana, senza identità né casa) finisce così per essere considerata dalla contessa come “la rosa nera” a cui il titolo del racconto fa riferimento, come un’entità rarissima, insolita, preziosa. Non esiste in natura una varietà di rosa nera e, quella che più le rassomiglia, la Baccara, non è altro che una rosa color rosso scuro tendente al nero. La contessa, avendo con sé una rosa nera, unica ragione del suo rinsavimento, di fatto ha qualcosa che non esiste se non nella forma di un surrogato. Come la felicità stessa, appunto.

Lorenzo Spurio 

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