Dittico poetico di Emanuele Marcuccio e Marzia Carocci

ATTIMO[1]
di MARZIA CAROCCI
 
 
Ombre su specchi
dai lividi incanti
dove muore riflessa
una parte di me;
ironico il mio sguardo…
nel silenzio assordante
mentre resta sospesa
l’evanescenza d’un pensiero
che scivola via sul vetro
come fresca rugiada.
 
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INCANTO[2]
 DI EMANUELE MARCUCCIO
 
Calma, pacata immensità dell’universo,
palpito dell’infinito:
sogno, immergersi rapito,
palpitar d’acque tremolanti,
risorsa ai sonori ardori,
attimo immobile e incantato,
anelito ad emergere,
rimaner sopito,
rifuggire sommerso.
Rifulge lo specchio che traluce,
che trapassa, si allontana:
pur divampa, pur s’immerge,
senza tempo.
 
 
1 aprile 1998
 
 
Emanuele Marcuccio
 
 
 
Commento critico di Luciano Domenighini

 

La quartina iniziale (5, 6, 7, 7), scolpita nella sua musicale cadenza, ha per argomento l’autoidentificazione visiva ed esordisce con un esposto contenuto e difeso nelle criptiche metafore dei due brevi versi di apertura (“Ombre su specchi/ dai lividi incanti) per poi aprirsi in un distico scandito in tronca, nitido, esplicativo, folgorante descrizione dell’attimo (“dove muore riflessa,/ una parte di me;). Malgrado la confezione un po’ convoluta dell’incipit, a ben guardare in questa strofa è notevole la capacità di sintesi descrittivo-concettuale nel rappresentare il processo autoidentificativo nella percezione temporale dell’istante. La composizione, coniugando intelligenza e immaginazione, è una prova di virtuosismo poetico.

È la sapiente, dettagliata descrizione di un attimo, di una frazione dell’hic et nunc che prosegue ingentilita da un distico di settenari, sospeso ed elegante il primo, (“ironico il mio sguardo”) ossimorico il secondo (“nel silenzio assordante”), mentre la quartina conclusiva, lievissima, aggraziata, racconta di un pensiero, “sospeso”, “evanescente”, “scivolante via”, “fresco come rugiada”.

Se Marzia Carocci ha saputo scomporre e colorire di parole il fugace spazio di un momento, Emanuele Marcuccio con la sua lirica celebra una dimensione cosmica, una percezione panica della natura e la connette con uno stato d’animo incantato e pago, rapito e sognante.

Leggere la sua lirica dal tono grandioso e pacificante è come immergersi in un’atmosfera protetta e protettiva, assolutamente incontaminata e mettere il proprio cuore in sintonia con il battito dell’universo.

Il bagaglio lessicale scelto, d’altra parte, è alquanto suggestivo: il respiro, la luminosità e l’acquatica mobilità di questa empatia cosmica sono resi dall’ampio ventaglio delle forme verbali (“immergersi”, “palpitar”, “emergere”, “rimaner”, “rifuggire”, “rifulge”, “traluce”, “trapassa”, “si allontana”, “divampa”, “s’immerge”) e dalla scelta  dei sostantivi (“immensità”, “infinito”, “palpito”, “sogno”, “ardori”, “attimo”, “anelito”), dagli aggettivi (“rapito”, “tremolanti”, “immobile, “sonori”, “incantato, “sopito”, “sommerso”) e dalle locuzioni semanticamente audaci (“immergersi rapito”, “risorsa ai sonori ardori”, “rifuggire sommerso”) a rappresentare un clima magico e atemporale siglato dalla locuzione avverbiale dell’ultimo verso (“senza tempo”).

 

Luciano Domenighini

 

Travagliato (BS), 13 agosto 2014

 

 

 
[1] Marzia Carocci, Némesis, Carta e Penna, 2012.
[2] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, 2009. Ri-edita nella quarta di copertina dellʼAntologia del concorso nazionale di poesia Lʼarte in versi. I Edizione – 2012, Photocity Edizioni, 2012.
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